Gesualdo Bufalino poeta: “L’amaro miele”

 

di Gabriella  Venera Grasso

 

Gesualdo Bufalino può essere considerato a buon diritto un gigante della letteratura italiana del Novecento. La sua ricca prosa, intessuta di elementi colti, vibrante di lirismo e nello stesso tempo incisiva, è inconfondibile: ci ha introdotti all’interno di un sanatorio sperduto nella campagna siciliana, tra i deliri e le speranze dei malati terminali di tubercolosi, nel capolavoro Diceria dell’untore, così come negli anfratti di una Sicilia da scoprire con disincanto nuovo in La luce e il lutto, solo per citare due tra le sue opere più rappresentative.

Di Bufalino poeta si conosce meno-almeno questa è la mia percezione. Eppure anche la sua produzione poetica ha molto da offrire al lettore attento. Molti testi riprendono i temi che, parallelamente, l’autore affrontava nella narrativa; alcuni di essi, addirittura, erano stati concepiti come integrazione dei capitoli della Diceria, articolando un’alternanza prosa-poesia poi non realizzata.

Il corpo a corpo col dolore e l’imminenza della morte, il tormentato rapporto con Dio e con un Cristo sofferente ed offeso, il tentativo di lasciare un testamento spirituale mediante l’arte sono alcuni degli spunti che ritroviamo tanto in queste poesie quanto nel capolavoro narrativo. La tensione etica, l’aridità spirituale e la fame di risposte, il gorgo del dubbio sono gli stessi che vengono rivelati, nel romanzo, dalle indimenticabili, struggenti conversazioni tra il protagonista e Padre Vittorio, riflesso delle frequentazioni letterarie dell’autore (su questi temi Claudel, Pascal, ma soprattutto Bernanos e la poesia di David Maria Turoldo).

Costante è il rapporto intimo e dialettico con la propria terra, luogo di archetipiche contraddizioni che attraversano la Storia come un filo rosso e uniscono i paladini di ieri e i personaggi del presente, in  un “personalissimo teatrino di memorie” (N.Zago) in cui lo scrittore è il “vecchio puparo”, funambolo dell’affabulazione, tra nostalgia e cupo pessimismo.

La produzione poetica di Bufalino, partita da scelte ancora molto legate alla tradizione, come testimonia la raccolta I languori e le furie, caratterizzata dal lessico tardo ottocentesco e da forme metriche come il sonetto e le quartine di endecasillabi in rima, trova poi la sua espressione più matura e “novecentesca” nelle poesie della raccolta Amaro miele, nella quale lo spettro dei toni indubbiamente si arricchisce (dallo gnomico al cronachistico, al colloquiale della sezione Senilia) e le forme si fanno più libere. L’opera, edita da Einaudi nel 1982, viene oggi riproposta in un’edizione arricchita da nuovi testi (come già era avvenuto nel 1996) e da alcuni dipinti di Alessandro Finocchiaro, nell’ambito delle iniziative per il centenario dalla nascita dell’autore, promosse dalla Fondazione Bufalino nel giugno di quest’anno.

Da Amaro miele proponiamo alcune poesie. A Maria Allo, autrice di testi poetici (“ Al dio dei ritorni”, “La terra che rimane”, “Solchi”) e di numerosi studi di letteratura, abbiamo poi posto alcune domande su Gesualdo Bufalino poeta.

 

Alcune poesie

 

Altri versi scritti sul muro

Dunque è vero, Signore, somigliarti

nel nome, nella sorte, nella morte;

avere entro le palme due coltelli,

il costato corrotto;

pendere così freddi, così nudi,

con le vergogne battute dal vento.

Dolce Signore, perché ci abbandoni?

a noi anche Tu devi una donna

che ci schiodi e ci lavi,

un fantaccino cieco che ci vegli,

una resurrezione

 

 

Allegoria

Sulla usata scacchiera

enumeriamo i loschi personaggi,

gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,

logori lindi scheletri di bosso,

unghia contr’unghia di sterile luce,

dove il sangue s’inerpica a squillare:

 

e tu, spettro monotono, mio re,

chiuso fra quattro lance

d’infallibili alfieri, vestito di rosso broccato,

mio scabro Cristo chiodato, mio re,

in un angolo, matto come me.

 

 

Suasoria

Le mie ragioni, amici:

la metrica e il dolore, l’ordine e la follia,

spazio e mura che invento tentoni,

gogne guardinghe del cuore…

 

Trovare un mattino la via,

la pietra dove si volta…

Una volta, una sola volta,

in un pugno di sillabe nude

donarvi una leggenda che fu mia!

 

Ma non altro che polvere scavo;

o qualche gonfia maschera d’atride

che la luce deprava:

un volto putrefatto e fuggitivo.

 

O mentitemi, ditemi ch’è vivo.

 

 

Risarcimento

La vita non sempre fa male,

può stracciarti le vele, rubarti il timone,

ammazzarti i compagni a uno a uno,

giocare ai quattro venti con la tua zattera,

salarti, seccarti il cuore

come la magra galletta che ti rimane,

per regalarti nell’ora

dell’ultimo naufragio

sulle tue vergogne di vecchio

i grandi occhi, il radioso

innamorato stupore

di Nausicaa.

 

Tre domande a Maria Allo

 

D:-All’uomo che ha sperimentato un’emergenza globale e invasiva come quella che stiamo vivendo in questo difficile 2020, cosa trasmette l’esperienza e la sensibilità di Gesualdo Bufalino?

R:-Bufalino rappresenta un intellettuale atipico perché difficilmente inseribile in un movimento letterario ben definito, proiettato nella dimensione sospesa della realtà simbolica, ove il reale è assieme fisico e metafisico, ove il simbolo non è mai rarefatto né ermetico, ma nasce sempre da un’esperienza di vita vissuta. E’ noto che l’esperienza drammatica della degenza in un sanatorio nell’estate del ’46 del giovane reduce malato di tbc e la prossimità della morte, ha segnato tutta la sua produzione, caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura poetica (“Con un sonetto, a undici anni… Lo conservo, ho conservato qualunque inezia, della mia vita… Poi, fino a vent’ anni, scrissi poesie a centinaia: a rileggerle parrebbero di cinquant’anni prima. ma nessuno in quegli anni mi parlò di Ungaretti, di Montale…”).” Amaro miele”, infatti, è frutto di una «lunga attesa e persuasione di morte all’ombra grave della guerra», ma anche della presenza della Sicilia, la terra che porta con sé una valenza morale e può gettare luce sul senso delle cose al di là della dimensione privata. («Come ci brucia in quest’ora le labbra/ l’amaro miele della giovinezza»). Come Dante, egli infatti mira a trasformare la propria esperienza individuale in un modello di carattere universale, rivolto a tutti gli uomini. Questo il messaggio dei principi umanistici della bellezza, dell’arte, della cultura, a quelli più universali del bene, della solidarietà, della speranza nel futuro. Il buio si addensa senza più domande ma il vento negli occhi ostinato brilla, direbbe oggi Bufalino.

 

D:-Quale linea di continuità si può riscontrare tra i temi della grande narrativa di Bufalino e quelli della sua poesia?

 

R:-Accanto alla formazione classicistica, Bufalino sentì l’esigenza di aprirsi al contemporaneo dove c’è spazio per riferimenti autobiografici (la tubercolosi contratta in guerra) e lo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini). Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte…”. Bufalino dunque, sul tema dominante, a partire dal titolo di Amaro miele che richiama il tentativo di cogliere tracce di bellezza nella negatività del presente, va intessendo motivi ricorrenti: il tema della memoria, il desiderio di Dio, l’inesorabilità verso il nulla, il dissidio morte-vita. Il titolo stesso Amaro miele è un ossimoro, cioè una figura fondata sull’opposizione: le gioie del vivere e il dolore umano come l’azione impietosa del tempo, presenti anche in Diceria dell’untore, Argo il cieco e in altri luoghi dell’opera bufaliniana.

 

D:-Quali sono gli elementi di lirismo che molti critici hanno individuato nella prosa di Bufalino?

R:-La prosa di Bufalino, estremamente ricercata e raffinata, manieristica e metaforica, molto lontana dalla sensibilità del tempo, scaturisce da termini preziosi per timbro, tono, musicalità in cui si può cogliere la presenza di una patina arcaicizzante.  Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato di matrice simbolista, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi della raccolta Il Malpensante: “Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”. L’ autore stesso ha dichiarato che il motivo delle sue scelte stilistiche, (” il registro alto, l’oltranza dei colori, lo scialo degli aggettivi”) e di tutti i moduli espressivi adottati, ha il compito di nutrire fiducia nelle capacità conoscitive e interpretative dell’intelletto umano, l’unico spiraglio per un mondo migliore e al senso ultimo a cui rimandano tutte le opere: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.

La vita non sempre fa male, /può stracciarti le vele, rubarti il timone, /ammazzarti i compagni a uno a uno, /…per regalarti nell’ora dell’ultimo naufragio/sulle tue vergogne di vecchio/i grandi occhi, il radioso/ innamorato stupore/ di Nausicaa. 

In Diceria dell’untore, Cap. 3, pag.18 il brano offre un chiaro esempio della raffinatissima prosa di Bufalino, intessuta di termini preziosi e letterari e di metafore intensamente liriche, che per esempio trasfigurano l’alba “nell’indorarsi fulmineo del mondo”, la Terra in “una stella infedele” e il sanatorio in “un’arce lambita appena dai frangenti dell’esistere”. Particolarmente frequente è, in particolare, in un tessuto sintattico complesso ed elaborato, la presenza di ossimori (per es. “Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi”), che rimandano tutti alla contrapposizione fondamentale tra vita e morte con il sapiente intarsio, ora occulto, ora esplicito di riferimenti classici e letterari che aumentano il livello poetico ed estetico dell’intera produzione poetica e narrativa di Bufalino.

Per ulteriori approfondimenti: https://poetarumsilva.com/2019/09/16/maria-allo-memoria-e-identita-nella-sicilia-di-gesualdo-bufalino/

 

 

Gramsci e le donne di Noemi Ghetti. Un triplice sguardo tra politica, sentimenti, eros.

di Ivana Rinaldi

Noemi Ghetti con il saggio, Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee, Donzelli, Roma, 2020 si conferma attenta studiosa di Gramsci:  Gramsci nel cieco carcere degli ereteci, L’Asino d’oro, 2014; La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra amori e politica 1922-1924, Donzelli, 2016. Qui l’autrice esamina un documento minore, che svela la complessa vita sentimentale e l’intreccio di vita e d’amore con le tre sorelle Schucht, Eugenia, Giulia e Tatiana. É notte inoltrata, quel 16 ottobre 1922, quando scrive da Ivanovo-Voznesensk, importante centro tessile a duecentocinquanta chilometri da Mosca, a Eugenia, ricoverata nel sanitorio di Serebriani Bor, lo stesso in cui Antonio è stato curato durante l’estate. Nei mesi precedenti tra i due è nata una storia, ma quella sera a scrivere a Eugenia, Gramsci non è solo. Con lui si trova Julka, sorella di Eugenia, la bella violinista che ha incontrato a settembre proprio a Serebriani. Per entrambi è stato un colpo di fulmine, che nei mesi successivi ha dovuto fare i conti con le gelosie di Eugenia. Trovatosi poco più che trentenne al centro di questo complicato triangolo amoroso, Gramsci si rivela autoironico e allusivo, passionale e spregiudicato, nel tenere le fila del triangolo.

Nel ripercorrere il rapporto di Gramsci con le “sue” donne, prima le “donne di casa”, poi con le compagne del biennio rosso, Camilla, Ravera, Rita Montagnana, Teresa Noce; con le grandi protagoniste rivoluzionarie del Novecento, Clara Zetkin, Alexandra  Kollontaj, Inessa Armand, Rosa Luxemburg e infine con Pia Carena, suo primo amore torinese,  e le sorelle Schucht, Noemi Ghetti ci offre uno sguardo appassionato e partecipe di quello che è stato il complesso rapporto di Gramsci con le donne, ma anche la sua attenzione per la “questione femminile”. L’autrice analizza inoltre il complesso rapporto di queste donne con i loro compagni di partito. Già dalla fine degli anni Sessanta è emersa con forza non solo tra gli intellettuali di sinistra la necessità di rileggere il corso della Storia partendo dalla parola d’ordine femminista: “il personale è politico”. Sono i movimenti giovanili ma soprattutto le femministe degli anni Settanta a porre  la necessità di nuovi costumi e la messa in discussione delle forme classiche della militanza e della lotta politica. Nel 1976, Adele Cambria pubblicò Amore e rivoluzione. Tre sorelle per un rivoluzionario: le lettere inedite della moglie e delle cognate di Antonio Gramsci, (SugarCo, 1976) a cui rispose Andrea Righi, Non ci sono risposte compagno Gramsci, non ancora alle tue domande. Soggettività e differenza sessuale: un dialogo tra Adele Cambria e Antonio Gramsci. (Carte italiane, II, 4, 2008).

Tornando al testo di Ghetti, è evidente che la studiosa ha seguito il legame stretto tra  privato e politico con un criterio filologico non sempre lineare, tuttavia interessante. La vita privata e politica  di Gramsci viene ricostruita attraverso la sua corrispondenza, Le lettere dal Carcere, di cui Einaudi ha appena riproposto una nuova edizione ampliata, ma ancora aperta, a cura di Francesco Giasi , una recensione del dramma teatrale di Ibsen, Casa di bambola, pubblicata nell’Avanti! Il 22 marzo 1917, e quanto il pensatore scrisse nei Quaderni a proposito della “Quistione sessuale”, ovvero della necessità di una nuova identità femminile, intimamente libera da schiavitù arcaiche e da condizionamenti culturali. Nelle pagine fitte di citazioni le voci e le fisionomie si articolano seguendo la biografia del fondatore del PC d’It. E così si incontrano la madre e le sorelle nella natia Ales; il primo amore amore torinese, Pia Carena: sarà lei a fargli conoscere gli scritti di Roman Rolland da cui è tratto il concetto del “Pessimismo della ragione, ottimismo della volonta”. Si scoprono a Torino Camilla Ravera, Rita Montagnana, Teresa Noce: è la stagione di una Torino inquieta, segnata dalle lotte operaie del “biennio rosso” ( 1919-20).  In famiglia, in amore, in politica, dalle origine sarde al biennio rosso, attraverso l’esperienza nell’Urss, poi a Vienna, a Roma, fino alla lunga detenzione dal 1926 al 1937, data della sua morte, le donne furone destinatarie delle sue lettere. Mi sono soffermata a lungo su queste, che fossero indirizzate alla mamma, alle sorelle, alle sue compagne di partito, alle tre sorelle russe, e in ognuna ho trovato il nucleo intimo e profondo di un uomo, prima che politico e rivoluzionario, che ha sempre cercata il dialogo con l’Altra. Dapprima con le compagne di partito italiane, poi con le rivoluzionarie Clara Zetkin e Alexandra Kollontay, sempre in conflitto con Lenin sulla questione femminile. Per il capo della Rivoluzione, specialmente dopo la NEP, le voci femminili che si pronunciavano contro il patriarcato andavano messe a tacere: “Il libero rapporto tra i sessi deconcentrava e disperdeva le energie, che invece andavano indirizzate alla “causa rivoluzionaria”. Tutte loro, invece, insieme alle/agli artisti, agli operai, rivendicavano le aspirazioni da cui era nata la rivoluzione.

Sono commoventi e piene di gratitudine le lettere di Gramsci alla madre, percorse da amore filiale, come intense sono quelle indirizzate alla sua amata Julka:

Ricordi quando sei ripartita dal bosco d’argento? Io ti ho ti accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. C’eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi, così ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la borsa da viaggio”.

Intrise di nostalgia e desiderio:

Sento la tua assenza, sento un grande vuoto intorno a me”.

E di dubbi:

“Che Julka sia stata solo finora un’agente della Cekà inviata per saggiare la mia compatibilità?”

Gli stessi dubbi che in qualche modo ripercorrono il rapporto con Tatiana, l’ultima delle sorelle Schucht. Si chiede Enzo Bettiza, studioso dell’Unione Sovietica: “Tatiana è l’unica che lo ha veramente amato, o era stata solo una spia sovietica, un “poliziotta amorosa”, nel ruolo di funzionaria dell’ambasciata sovietica italiana, con il compito di sorvegliare i movimenti, i sospiri, e i respiri di un uomo-simbolo, in odore di eresia, ormai fortemente schierato nel contenzioso che vedeva Stalin contro tutta la vecchia guardia leninista?” Rimasta a vivere a Roma, Gramsci strinse un rapporto d’affetto e di stima intellettuale con lei. L’unica che gli rimase vicina nei suoi anni di carcere, il tramite col mondo esterno, anche con Giulia, ormai malata, con il suo equilibrio instabile, creatura lunare, incapace di realizzare che il ruolo di moglie di Gramsci non è adatto alla sua personalità. Tatiana è inoltre colei che fece conoscere i Quaderni al mondo.

Sono veramente pochi i momenti trascorsi insieme da Giulia e Antonio. Dalla loro unione nascono Delio e Giuliano, rispettivamente il 10 agosto 1924 e il 30 agosto 1926 nella lontana Unione Sovietica, mentre Gramsci è a Roma e avrà occasione di vedere solo Delio nel 1925. Sulla scena politica italiana incombe la catastrofe e Gramsci viene accusato di voler sovvertire lo stato. Non sostenuto dai suoi compagni di partito, primo fra gli altri Togliatti,  viene arrestato, poi mandato al confino, infine a San Vittore e poi a Roma dove morì, ormai ridotto a “morto vivente” in una clinica privata,il 27 aprile 1937. Al funerale non andò nessuno tranne Tatiana e la polizia fascista. Gramsci, prima della sua morte si era reso conto di essere un uomo solo e di non essere desiderato da nessuna parte, non a Mosca dov’era sua moglie Julka, ormai ombra vagante da un manicomio all’altro, né dai figli fagocitati dal regime sovietico, né dagli ex compagni della prima ora rivoluzionaria; non a Ghilarza dove si era stabilita la sua famiglia d’origine, le sue sorelle, ma non più l’adorata mamma Peppina.

Durante gli anni del carcere, con la sua originale sensibilità Gramsci affina la questione sessuale, di cui si erano occupate a lungo e in conflitto con i dirigenti uomini, le rivoluzionarie Zetkin. Luxemburg e specialmente Alexandra Kollontay (mi permetto di rimandare a un mio scritto in Leggendaria, n. 137, novembre, 2018), la quale da sempre si era occupata della relazione tra i sessi, ponendosi in conflitto con Lenin e con altri esponenti del PCUS. In Largo all’Eros alato, una lettera rivolta alla gioventù, Kollontai smaschera “ il nucleo inconfessabile della rivoluzione sovietica”. Non vi sarebbe mai stata una rivoluzione politica-economica, senza passare per quella culturale e morale. Uno scardinamento del rapporto tra i sessi che nessuna rivoluzione socialista avrebbe garantito.

Nelle pagine finali del libro, Noemi Ghetti ricorda una poesia di Nazim Hikmet, costretto in esilio in Unione Sovietica: “Sono cent’anni che non ho visto il tuo viso”. Quando venne scritta questa poesia erano passati, nota l’autrice, quasi cento anni dalla pubblicazone del primo libro del Capitale di Marx. Nel non riconoscimento dei rapporti d’amore e dell’identità della donna, sta il campo oltre il quale il marxismo non seppe spingersi. Donne, bambini, artisti, continuavano ad essere negati, mentre sarebbe stato necessario “per sottrarli al dominio invisibile costruito sull’antinomia tra cultura e natura, tra razionale e irrazionale, ricomporre la scissione tra corpo e anima, l’inizio del tempo di ogni essere umano”. Gli artisti non avevano mai cessato di invocare l’irrazionalità dell’amore. Nel 1959, il regista Grigorij  Čuchrai racconta nella Ballata di un soldato la struggente bellezza di una storia d’amore, interrotta dalle ragioni maschili dell’ideologia, della politica, della dittatura, della guerra.

 

Dalle Terre riemerse al Bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

Dalle terre riemerse al bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

di Gabriella Venera Grasso

Ho unito in un unico segmento (ma in realtà è solo la parte di una retta…)  i titoli delle due raccolte poetiche di Matteo Maxia, poeta cagliaritano, musicista, appassionato di arti visive e di viaggi. L’autore coglie a piene mani dalla ricca messe di spunti che queste sue passioni gli offrono; si muove sulla spinta di una curiosità vivace e una sensibilità accesa (“morso anch’io da un ramarro/quand’ero troppo giovane/ perché la vita/ mi facesse da antidoto”), proponendoci itinerari suggestivi: dalle terre riemerse dei ricordi, tanto quelli indelebili quanto le impressioni di un momento, delle consapevolezze che affiorano, fino a nuove, misteriose prospettive, verso realtà non monolitiche, al bivio del tempo. Ecco perché le due raccolte possono leggersi quasi come un continuum, con una coerenza tematica e di resa linguistica.

I temi sono tanti e vari, ma gravitanti attorno al gioco del tempo, flusso e baleno, magma e spuntone di roccia, al suo legame indissolubile con lo spazio e con i tanti luoghi che il poeta ha visitato e amato, dei quali ci restituisce colori e luci, come sfumature spirituali (“Il Tempo e lo Spazio/ imbavagliarono il Silenzio/Indossarono occhi di bimbo/ e si fecero ovatta e vapore”).

 

La lingua è una risorsa preziosa, di cui essere responsabilmente consapevoli (“Il linguaggio fallisce/ quando smette di creare il mondo/ quando resta muto/ di fronte al suo sfacelo”), anche di fronte alla sua fallibilità (“si assolva il linguaggio/ per aver battezzato/ dal latino cum-vergere/ due linee all’incoccio/ in cui collassa il percorso”).  E’ sempre strumento duttile e generoso di opportunità, con cui l’autore gioca (e torna il motivo del gioco, serissimo approccio alla vita per un poeta che non nasconde il suo lato malinconico e bambino). Frequente il gusto di scomporre le parole, separandone le parti o “aprendole” e rivelandone così il nòcciolo e più di una possibilità: ”s(tralci) di vite dal gusto di-vino”,  “di-versi (monologo di un clochard)”, “tra(s)guardi comuni”, “terap(oes)ia”.

Le atmosfere sono cariche (di dettagli, di spunti sensoriali, di sentimento e sensualità) e rarefatte al tempo stesso, come sospese, appena prima di aprirsi ad un bivio sconosciuto.

 

Alcune poesie

Da “Terre riemerse” (Edizioni Ensemble, 2017)

 

Sens’azioni

 Ricordi?

Ci si acquattava

in quel luogo inviolabile,

di pensieri disinnescati

e parole inesplose.

La pelle bramava

ciò che la mente ignorava,

nei limiti imposti

dai sensi mendaci.

Un solo pendolo,

rintocchi del presente

rubato al controllo:

due cuori all’unisono

non sbagliano il ritmo.

 

 

Entanglement

 Echi lontanissimi

dejà vu di frammenti sconnessi

mi rimbombano muti

a tutte le latitudini del cuore.

Il tuo volto,

mosaico discreto che riappare

in ogni vuoto non colmato

in ogni istante trascurato.

Le distanze son scorciatoie,

codici di ingresso

per rincorrerci nel tempo

tra risurrezioni di memorie.

Saremo sempre noi,

rumore di passi nella notte senza patria

foto da scattare su pellicole di stelle

orme di battigia da imprimere col pianto

 

 

 

 

Da Al bivio del tempo” ((Edizioni Ensemble, 2018)

 

Il viaggio più lungo

 Ho visitato molti luoghi

senza mai viverne alcuno.

Dovrei imparare prima ad abitarmi,

con la mia facciata decadente

la lotta senza quartiere ai pensieri in fuga

un cantiere aperto nell’anima.

Il prossimo viaggio lasciami lì,

in quell’angolo di valigia

dove trovano alloggio

le cose più fragili.

 

 

Abdicare

Dovremmo preservare le nostre stagioni

scegliere il tempo

per andare incontro all’autunno

e farci melagrane.

Essere disposti

a perdere la corona

pur di donare i rubini del cuore.

 

Akoya

 

Hai nell’iride

un esito di madreperla

ferite di sabbia

e sedimenti del tempo

nel miracolo della vita

quando si fa ost(r)ica

 

 

Tre domande a Matteo Maxia

 

D: Quali sono le tue personali terre che la poesia ha fatto emergere?

R: La Poesia, così come l’Arte tutta, almeno per come io la intendo, è processo sottile e multi-sensoriale che slatentizza Verità e Bellezza in chi la dona e in chi la riceve. L’assenza di queste due dimensioni o il loro mancato nutrimento sono infatti alla base di ogni forma di disarmonia individuale e collettiva e questi tempi ne stanno impietosamente certificando gli effetti. La vorticosità del vivere, l’inaridimento dei contatti interpersonali, il rarefarsi progressivo di strumenti cognitivi e animici per sbrecciare il muro della superficialità, inibendo la capacità di arrivare e di arrivarsi dentro, sono solo alcuni degli indicatori di una mancanza profonda di Verità e di Bellezza nelle nostre vite. 

Ecco che, attraverso la Poesia, sono riuscito a catalizzare un percorso di auto-guarigione, in divenire perpetuo, a far riaffiorare l’humus del vissuto e del sofferto per concimare cambi di traiettoria e a farne un pur piccolo e marginale strumento terapeutico di testimonianza e condivisione. Sono infatti tanti i riscontri in termini di gratitudine da parte delle lettrici e dei lettori che, attraverso l’empatia e l’immedesimazione, hanno tratto un qualche ristoro dai libri che ho consegnato alle stampe. Io ho avuto il privilegio di essere semplicemente un tramite, di ricordare loro, attraverso la parola, cose che già sapevano ma di cui si erano scordati. L’Arte bisbiglia appena alla coscienza, ma sa essere la più persuasiva tra i messaggeri, la più potente tra i guaritori.

 

 D: Cosa significa il viaggio, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

R: Il viaggio, almeno nella sua accezione del piacere, è una delle esperienze umane maggiormente predisponenti al cambiamento se, come ci ricorda Henry David Thoreau, si è davvero pronti a essere completamente liberi, finanche facendo testamento (!), prima di mettersi in marcia.

Viaggiare è la sublimazione del movimento, del dinamismo fisico, che poi si traduce spesso in plasticità mentale; è il più ampio ventaglio di possibilità cui potenzialmente attingere per qualunque cambio di prospettiva. Un mutamento di contesto è funzione biunivoca, che alimenta sia la dimensione dell’andata che quella del ritorno. Perché se l’assuefazione che deriva dall’essere stanziali offusca la visione, l’astrazione da cambio di stato restituisce invece messe a fuoco e dettagli altrimenti cristallizzati nella normalità. 

Condanna e rivalutazione di ciò che si lascia, di ciò che si perde, di ciò che si trova o si ritrova fanno pure parte del bagaglio del viandante, in un caleidoscopio esperienziale che tanto sa porre in sorprendente connessione realtà fenomenica e mondo onirico.Ecco, non è forse questa la sala d’attesa in cui si accomoda il processo creativo prima di partorire la sua materia? Personalmente, non sarei in grado di scrivere, senza la possibilità di leggere e di viaggiare. Scrisse in proposito Sant’Agostino: “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”.

D: Quali sono i tuoi progetti al momento?

 R: Dal punto di vista esistenziale, tento faticosamente di predispormi ogni giorno a un abbandono fluido lungo la strada intrapresa per diventare ciò che sono nato per essere. Sul piano pratico, questo approccio dovrebbe auspicabilmente consentirmi, tra le altre cose, di essere ancora quel tramite sopra richiamato per il mio infinitesimale contributo all’espansione della coscienza collettiva attraverso altre sillogi. La prossima, a carattere sperimentale e a doppia firma, potrebbe vedere la luce già entro questo necessario 2020.

Matteo Maxia è nato nel 1976 a Cagliari, città nella quale vive e lavora attualmente. Strimpellatore di chitarra e cantautore per pochi intimi, ama la Sociologia, la Musica, la Poesia e ogni declinazione espressiva dell’Arte che sa emozionare. Sin dalla più tenera età, è attratto da tutto ciò a cui la Scienza non sa dare risposta e non esce mai di casa senza il suo taccuino, in cui cerca di catturare prospettive provenienti da ogni piano dell’esistente.

 

 

Conversando con…Maria Attanasio

 

CONVERSANDO CON…MARIA ATTANASIO

di Gabriella Venera Grasso

Conversare con Maria Attanasio è arricchirsi dei frutti di esperienze molteplici e di un punto di vista che invita a problematizzare. La incontriamo in occasione della presentazione della sua ultima fatica, Lo splendore del niente, racconti pubblicati quest’anno per la casa editrice Sellerio.

Attanasio è artista complessa, che si è inoltrata nei campi della poesia, della narrativa e della saggistica, offrendoci piste di riflessioni interessanti tanto sul presente, quanto su nodi e temi del passato. I suoi romanzi, editi tutti da Sellerio, attingono dalla storia e ne illuminano aspetti e figure meno conosciute (Rosalie Montmasson, unica donna al seguito dei Mille, ne La ragazza di Marsiglia, per fare un esempio), arricchendoli di un “surplus” di vita come l’arte sa fare. I saggi ci parlano di Sicilia, nei suoi aspetti di luce (i grandi contributi artistici dei conterranei che per l’autrice sono un riferimento costante: Verga, Sciascia, Piccolo, Cattafi, Addamo…) e in quelli oscuri e problematici (il sistema mafioso).

Destinataria di numerosi riconoscimenti in ambito letterario (ultimo in ordine di tempo il Premio Pino Veneziano, proprio in questi giorni),  Maria Attanasio è scrittrice meticolosa e “lenta”, come scherzosamente si definisce, considerando la cura e il grande lavoro variantistico che accompagna ogni suo scritto, in special modo quelli poetici, dove ogni parola è ponderata a lungo ed acquista un peso tutto suo. Nelle poesie l’autrice sviluppa temi che riprenderà nella narrativa e che costituiscono il fulcro dei suoi interessi: la microstoria come  modo preferenziale di accostarsi alla storia, le “storie di emblematica alterità” di chi paga il prezzo di un mondo sempre più violento e lanciato in una cieca corsa verso la produttività, le spinte di sopraffazione e il contraltare dell’indifferenza e dei particolarismi, e poi le figure di donne, la fragilità e la potenza del corpo e il suo valore semantico. Tutti temi che stanno a cuore alla scrittrice, espressi con l’intensità che il dettato poetico conferisce ai suoi contenuti.

Ma in quale rapporto stanno la produzione narrativa e quella poetica nel percorso dell’autrice? Maria ci rivela che le narrazioni si sono sempre “imposte” a lei con una certa urgenza: proprio quelle vicende, quelle persone chiedevano attenzione e spazio e volevano essere raccontate, perentoriamente; nella poesia, invece, i tempi si dilatano, le parole affiorano con lentezza e lentamente vengono cesellate, acquisendo uno spessore proprio.

Le chiediamo poi qual è la narrazione del “corpo” che emerge dalle sue opere, in cui è un elemento ricorrente (corpo-cretto, spaccatura, corpo d’argilla…), anche in riferimento ad una narrazione del femminile che vuole essere sganciata da logiche mercificanti e da un’ottica utilitaristica. Quello del corpo in cambiamento, ci spiega, è un campo (semantico ma anche esperienziale) nel quale diventano evidenti le crepe, le fragilità, le sovrapposizioni, “concretizzazioni di memorie arcaiche”, come le definisce Anedda, che l’autrice non intende nascondere dietro immagini patinate da photoshop, ma mostrare nella loro verità.

L’opera della maturità artistica di Maria Attanasio, nella quale sono confluiti molti testi degli anni precedenti, è indubbiamente Blu della cancellazione, pubblicato nel 2016 da La Vita Felice, con prefazione di Antonella Anedda e vincitore del Premio Brancati-Zafferana e del Premio internazionale Gradiva di New YorK.

É una poesia quanto mai attuale e incisiva, che “mette in campo il problema del male”, ma non in quanto “poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo” (Milo De Angelis).

Il titolo, suggestivo e carico di una certa inquietudine, richiama il blu del mare profondo, che custodisce tesori, ospita la vita e la bellezza in forme varie e misteriose, ma è diventato spesso, nel corso della storia e drammaticamente in questi nostri tempi, sudario per troppe morti. Il motivo dell’acqua, delle sue infinite sfumature, dei suoi inquieti movimenti, del suo apparire, levigare, colpire, fluire, inghiottire, percorre tutte le parti della raccolta e quasi ci trascina nel gorgo misterioso di un declino personale e collettivo, quello, sempre più evidente, di un “occidente spaesato”.

 

Da Blu della cancellazione proponiamo alcune poesie.

Dell’acqua caìna

Piovve quel giorno, a diluvio a tempesta,

fu un fuggi fuggi per la sopravvivenza,

io, nel mio guscio di orfanità,

già pensavo a decostruirti, farti testo.

Non smise però, e ancora adesso piove:

un’acqua caìna che ha divelto radici,

sciolto inchiostri tracce: inutilmente

mi misi in ascolto tra i dettagli nel folto

-la serranda abbassata, la tivù spenta

In cucina-rilucendo adesso,

imprevisto, l’oscurato alfabeto.

Ma più ti assomiglio, più m’incazzo,

ritrovandola chiara-la password-

tra detriti e pretrisco

nelle crepe della muta domanda allo specchio

 

Frammenti dell’acqua mutante

…non incrocio di linee

ma angoli ciechi parallele

tra suppellettili e battito di ciglia

immagini difformi frammenti di figure

nel reset conclusivo

forzando tempi migrando

verso sterili costellazioni d’altri…

…oscilla s’increspa

al vento della forma-segno

che l’indomito cerca l’intero

l’intatta armonia-un brusio

dilaga dal fondo: frusciare

d’acqua alta crepitare di fiamma…

 

Sono il bambino della grotta

Sono il bambino della grotta

-il poliglotta, il diverso, a forza

chiuso nel recinto del nome-

adesso clandestino

-luce migrante, fiato di candela

tra le catene dell’oscuro-

sono occhi e lingua straniera:

l’isola all’orizzonte

lo stelo d’oro splende oltre il confine

 

Rosso

Rosso
che adesso è lama e cesoia
muro scrostato ombra
che s’allunga e ballarìa
– la zattera dei nomi alla deriva –
occidente spaesato
nel blu della cancellazione,
maria del declinare,
addio.

 

Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza  edito da Arkadia  nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente -) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere la pagine delle tua scrittura, un battere e levare che dà vita a  situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo.  Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq-  anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir,  ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

R: E’ un noir che si può leggere a strati, chiaramente.  Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”.                                                  

La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale – mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità.-” Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato?  Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella  donna, non sua, solo perché  sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica.

Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo.

Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

D :Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo.  Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza.
Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Scrittore milanese, Franz Krauspenhaar è di origine tedesca per parte di padre, madre calabrese. Ha pubblicato ad oggi, dodici romanzi, un saggio narrativo, cinque libri di poesie e ha collaborato alla stesura di raccolte poetiche e narrative.. Per Marco Saya Edizioni sono usciti nel 2012 il poemetto Biscotti Selvaggi (edito in anche in e-book nel 2014), nel 2014 il poema in versi dal titolo Le belle stagioni e la sua più recente raccolta di poesie Capelli Struggenti, 2016.Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume. Dal 2004 è stato redattore di Nazione Indiana, Dal 2014 al 2017 è nella redazione milanese della rivista ACHAB-scritture solide in transito, fondata da Nando Vitali (scrittore 1953). Dal 2017 è nel comitato di redazione della rivista letteraria Il Maradagàl.  Nel 2017 Krauspenhaar, con un nuovo progetto, Nerolux, torna alla musica con i dischi solisti Light obsession, 2017, Un viaggiatore, 2018, Nerolux 3, 2018, il doppio Il viaggio immenso, 2019, Electrosymphonies Vol 1, 2020, tutti con etichetta Symposion Records.

LE STANZE DI SCIASCIA

La scrivania personale di Leonardo Sciascia

 

 

 

 

 

 

 

di Antonina Nocera

Faccio il compleanno l’undici Maggio e l’undici Luglio, due mesi dopo, ho ricevuto un prezioso regalo: Fabrizio Catalano mi apre le porte della casa del nonno, Leonardo Sciascia, a Palermo. Difficile dire le sensazioni senza incorrere nella retorica della reverenza: se si può parlare di aura, per come la intese Benjamin,  ecco quella sicuramente è presente in questa casa. Meglio ancora risponderebbe Bachelard, questo è lo spazio “dell’immensità intima”, e io ne sto varcando la soglia.

C’è la scrivania intatta, per come l’ha lasciata lui, gli oggetti disposti con un ordine che  si presume non casuale (mi piace immaginare che la lucida ragione speculativa intervenisse anche in queste minuzie della vita quotidiana) , una macchina da scrivere , cimelio di ‘antico scrittore’, una foto di Pirandello a lato, una di quelle foto  ampie, con la cornice argentea che solitamente si riservano alle madri, ai fratelli, ai grandi affetti. E ancora oggetti che parlano di lui: sulla scrivania, un piccolo calendario manuale con i numeri girevoli, ne ricordo l’esistenza perché anche il mio, di nonno, segnava i giorni in questo modo, i singoli giorni che devono essere segnati, altrimenti si perdono nel vuoto, nell’oblio. Quel piccolo oggetto reca la data del  19 novembre, data della  vigilia della sua morte. La moglie ha voluto fermare il tempo, o per lo meno quel tempo,  quell’istante in cui  dolore ha scoccato la sua ora.  

Il calendario manuale

Immagino che la grande riflessione sulla morte e sull’esistenza prendesse vita anche da queste vicende personali che generavano poi grandi immagini, grandi personaggi. Il suo studio ha anche una particolarità: è una stanza avvolta dai libri. Avrei potuto dire piena, come lo sono le stanze e gli studi degli scrittori e degli artisti, ma questo verbo rende meglio la sensazione di piena avvolgenza.  I libri sono disposti su una parete e dirigono lo sguardo in orizzontale, quasi fosse l’immanenza a prevalere in questa teoria di scritti, chissà voglio immaginare e speculare un po’ anche io. Di contro, le altezze verticali delle pareti sono occupate da una quadreria importante: riconosco quello a me più familiari: Guttuso, Caruso suo grande amico. Amava l’arte,  i romanzi dialogano spesso con le opere d’arte; si capisce che ogni singolo quadro di questa stanza è una piccola finestra su un senso ulteriore.

Renato Guttuso : La morte dell’inquisitore

Molti surrealisti, come se la realtà, allo stesso modo la verità, potesse essere raccontata attraverso una necessaria deformazione , per apparire più nitida.   Il mio sguardo si dirige ora verso un quadro che è posto dietro la scrivania, messo lì per essere guardato e per interrogare chi guarda. È un’illustrazione di Guttuso “La Morte dell’inquisitore” un’opera dai tratti decisi, una “visione” che contiene la realtà e tutto ciò che potrebbe essere, in un unico spazio.

Nella mia mente si affastellano dei fotogrammi in sequenza rapida: quella macchina da scrivere che ticchetta rapida, il fumo della sigaretta che esala dal portacenere, una ruga pensosa, quella che si piega tra un occhio e l’altro, sollecitata da due pensieri, quello dei giusti e quell’altro dell’inquisitore che emette la sentenza definitiva, mentre una nota si fa più acuta e stringente, e riverbera sulla morte…   le ultime parole di Frate Diego la Matina “dunque Dio è ingiusto” è la formula chiave del romanzo saggio del 1964.  E qui ritorna, e lo sento vivido e forte, lo Sciascia dostoevskiano, quello che oppone al male del mondo contro gli innocenti la il dubbio di una fede che si interroga, – lampi di Ivan Karamazov- vissuta un po’ come Fëdor nel crogiuolo del dubbio, quello di ogni vero libero pensatore.Nonostante una piccola foto incorniciata di Tolstoj che Fabrizio mi mostra a conferma dell’amore letterario per questo autore, ci sono delle frequenze dostoevskiane che vibrano, costanti.

Nell’’ultima stanza, quella intima, entro con pudore. Non è reverenza, ma la stanza da letto è un luogo sacro e varcarlo è per me entrare in una dimensione da preservare. Non dirò nulla se non che il Cristo di Odilon Redon accanto al capezzale mi ha catturato per un minuto eterno, tanto misterioso e abissale è il volto di quest’uomo, un volto glabro, ben lontano dalla classica iconografia. A me sembra un Cristo che potrebbe essere chiunque, un bambino un giovane un adulto, un uomo di qualsiasi nazionalità di qualsiasi etnia, o forse anche un uomo semplice, uno che incontri per strada, o che hai già incontrato. Lascio questo mistero per rivolgere un’ultima domanda a Fabrizio. Abbandono lo scrittore e il nipote del grande scrittore: adesso voglio un momento speciale, un aneddoto, voglio un bambino e suo nonno a scambiarsi un momento indimenticabile.

Fabrizio e il nonno, seduti nelle campagne di Racalmuto nella residenza alla Noce, le pietre che rilucevano della luce lunare, si parlava della vita dopo la morte. Sì, era un bambino molto curioso, Fabrizio, il nonno lo sapeva e così gli rispose: “Di fronte a questo dilemma c’è soltanto il dubbio”. Mai risposta fu più sciasciana.

La nostra classe sepolta

 

di Gabriella Grasso

Vogliamo dedicare questo articolo a Christian Tito, poeta di rara sensibilità, che ha fortemente voluto l’antologia La nostra classe sepolta, ma non ha potuto vederne la pubblicazione. La sua voce ha ancora molto da donarci.

Mi fa particolarmente piacere inaugurare questa rubrica ospitando non una, ma tante voci: quelle presenti nella bella antologia curata da Valeria Raimondi, dal titolo “La nostra classe sepolta”, edita dalla casa editrice Pietre Vive nell’aprile 2019. Si tratta di un progetto forte, necessario, che dà la parola a chi sperimenta ogni giorno, sulla propria pelle, le asperità di ambienti e condizioni lavorative che mortificano la vita: alienazione, sfruttamento, precarietà, mancato riconoscimento di diritti. Nodi e tematiche purtroppo nient’affatto risolti nella società del terzo millennio, a dispetto di tante nuove consapevolezze e innumerevoli battaglie, nelle quali anche l’arte ha offerto e offre il proprio contributo.

L’opera nasce infatti da un’esigenza precisa, quella di “testimoniare il lavoro attraverso la poesia” (dalla prefazione di Raimondi), disegnando “una sorta di mappa della poesia del lavoro in Italia in chiave attuale”. Ben oltre il valore documentaristico dell’opera -da non sottovalutare, peraltro- questa antologia aspira a ricucire lo strappo tra la parola evocativa, l’immaginazione da un lato e la volontà di incidere sulla realtà dall’altro, “senza tradire il linguaggio dell’arte e senza svuotare di forza la pratica politica”. Vengono compiute pertanto “scelte stilistiche ben precise, guidate dal desiderio che l’azione-parola sia praticata dentro i luoghi di lavoro o laddove si tocchino i nervi scoperti dello sfruttamento”, ben sapendo che “la dimensione lavorativa è per molte persone una tragedia quotidiana”. Impegno civile e tensione artistica si coniugano in un progetto che dà spazio “a chi avesse già una produzione dedicata al tema, ma anche a chi, per necessità, avesse scritto poesie dai luoghi del lavoro” o a coloro che sono “impegnati in realtà culturali, politiche, associative presenti sul territorio nazionale” (sempre dalla prefazione della curatrice).

L’antologia è divisa in tre sezioni: Il pane quotidiano, con le testimonianze di vita; Homo Aeconomicus, sul senso del lavoro e la riflessione sull’alienazione versus la nobilitazione; Colata continua, per parlare di morti sul e di lavoro.

Il vissuto del lavoratore che ne emerge è complesso, dalle molte sfaccettature: è meccanicistica prigione in Francesca Del Moro (Jobs Haiku “La vita esatta/ La corsa della cavia dentro la gabbia”), in Claudia Zironi (“Il giorno che hanno dipinto di blu/ le lamiere del capannone accanto/ c’era un’aria tersa, un cielo estivo:/ ti sei girata all’improvviso e /hai visto il mare”), in Fouad Lakehlal  (“Alluminio fuso./Tuta di amianto./ Forno a Settecento./ Io c’ero dentro”). É profonda delusione, rinuncia al sogno di una vita serena, dignitosa in Fabio Franzini e nei suoi bellissimi testi in veneto (Marta: ”tuta ‘na vita persa a gratàr, /a gratarse via dal corpo ‘a beézha” e Compleàno. “ Come che pòsse dirghe che poesia ghin vede senpre manco/ te ‘sto mondo de squai e de pòri sciavi?”), in Mario Durmishi, nei toccanti versi da canto popolare di Mario Archetti. E’ constatazione di  monotono scorrere di giorni, senza colore e apparentemente senza senso, in Lucianna Argentino (“Ma ecco/ ora è questo l’ombra, questo stare nell’affanno del fiato,/ nella me stessa di cui si spartiscono le vesti/ cose adiacenti al nulla”). É infine amara consapevolezza dei rischi e preannuncio di morte in Francesco Zannoncelli e in Alessandro Silva, nella sua potente Slopping I.

Un contributo importante, quello de “La nostra classe sepolta”, che si colloca nell’alveo della poesia civile che sa ancora parlare di lavoro (e il pensiero va a Dino Campana, Elio Pagliarani, Luigi Di Ruscio, Ferruccio Brugnaro o, in tempi più recenti, a Maria Grazia Calandrone e al giovane Antonio Lanza, nonché ai due collaboratori della curatrice, ossia Luca Bassi Andreasi e Francesca Del Moro, solo per citare alcuni nomi); una tensione, secondo alcuni, fiacca o morente, in un mondo distratto e anestetizzato, dove opere come queste stanno invece a testimoniarne la vitalità e la validità. É un mondo, quello attuale, poco disposto ad ascoltare la voce dei poeti e il loro richiamo di verità; ma, come ci ricorda Christian Tito nel testo di apertura, “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

 

Alcune poesie

CHRISTIAN TITO Farmacista, Taranto-Milano

Istantanea

Tra la tangenziale e l’inferno

in un cubo grigio a molte stelle

l’opportuna sede del meeting sul mercato

ed ecco il mercato in forma di torta

e attorno alla torta molti coltelli

e le figure coi coltelli pronte a scannarsi

un uomo scorre febbrile le diapositive

e febbrilmente cita uno scrittore che scrisse:

“non importa se tu non ti interessi della guerra

perché è la guerra che si interessa di te”

un poeta travestito da loro dipendente scrive:

“non importa se voi non leggete le poesie

perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

 

LUCA BASSI ANDREASI Geometra, operaio metalmeccanico, Brescia

Statuto dei lavoratori

E dello Statuto hai saputo?

Sì, m’è spiaciuto.

L’importante è che non abbia sofferto.

No, in realtà agonizzava da tempo.

Se n’è andato in punta di piedi.

Sei stato al funerale?

No, non mi han dato il permesso.

Neppure a me

 

FRANCESCA DEL MORO Traduttrice e editor, Bologna

La risorsa umana si è spezzata in più punti

Era poco flessibile, dicono, poco resistente

o forse è stato per via di quella parte male inserita.

Una volta sostituita si ignora la sua destinazione.

Ridenti i mercati assistono come gerani al balcone

 

MATTEO RUSCONI (Roskaccio) Operaio metalmeccanico, Lodi

D’ora in poi non saranno più tollerate

impaginazioni di corrieri sibillini

e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore

di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione.

In fondo è per grazia da noi concessa

timbrare un cartellino

perdere lo status di Poeta

Quindi si richiede la massima devozione

e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone.

 

FOUAD LAKEHAL Disoccupato, Algeria-Italia (Brescia)

Lavoro

Alluminio liquido, forno a Settecento.

Tuta in amianto, sali di condensa.

Passa il padrone: Io vi frusto!

Mi fermano i colleghi (l’avrei sciolto).

Venerdì è la nostra notte, ci fermiamo per mangiare qualcosa,

succede da sempre alle tre di notte.

Alluminio fuso, forno a Settecento.

Tuta di amianto, sali di fusione.

La pressa s’infuria, l’orologio la rincorre,

le nostre facce stravolte sono sbiadite

come la carta della busta paga.

Eravamo affiatati, solidali,

ci sosteneva lo scherzoso spirito di sfida,

ci si sfidava tra noi allo sfinimento.

Raffreddavamo le bibite

sotto il getto d’acqua arrugginita,

comunicavamo coi gesti,

parlavamo a intermittenza

tra un colpo e l’altro della pressa.

Mangiavamo panini ossidati dall’usura,

riscaldati sui bordi dei forni aspettando le sei.

Una gioia quando arrivava il camionista francese

che ci portava sempre una bottiglia:

mi piaceva sbirciare l’orologio

quando erano le cinque e quarantasei.

Alluminio fuso.

Tuta di amianto.

Forno a Settecento.

Io c’ero dentro.

 

ED WARNER  Magazziniere, Crema

Ninna nanna per l’Italia

Piangi pure, bambina.

Il mio tempo te l’ho dato.

Di quello buono

tagliato bene di spalle aperte e sicure

di fronte imperlata, sudori gibbosi.

È il mio di tempo che se n’è andato via

passato direttamente dalle Marlboro

alla droga pesante

del cambiare canale.

’Fanculo bambina.

’Fanculo a te e al tuo pianto.

Alle borse svuotate.

Alle falde degli occhi

per un terzo turno

che assapora polvere e amianto.

Almeno tre figli al giorno

impolverano un’alba già nera.

Non piangi per loro

caduti in battaglia per difendere te?

E allora piangi bambina

quando sarai madre io t’abbraccerò

 

MARIA NARDELLI Maestra, Locorotondo

Il lavoro l’ho preso da mio padre

una volontà inesatta rispetto alla paga

idee e soluzioni astruse rispetto alla richiesta

vocazione imperfetta fino alla pensione una stanchezza

ripagata nell’ultimo suo faticoso respiro.

Il lavoro è la cosa più difficile

il debito insanabile che ho con te.

 

 

FRANCESCO TOMADA  Insegnante e poeta, Gorizia

Double face (pensiero all’uscita del turno di notte)

Guarda le gru di Marghera altissime

e bianche nel buio come radici

di alberi piantati a rovescio

nella terra

dunque questo non è cielo

ma un cielo capovolto questa non è

vita

ma quello che alla vita viene tolto

 

MARJO DURMISHI Operaio metalmeccanico, disoccupato, Albania-Italia (Brescia)

Al mattino e un grado

si hanno buoni propositi:

strizzare i rami dalla rugiada

lavare carote e barbabietole.

Sogno, dopo aver sognato

lungo l’intera tiepida tenebra.

Sogno di parlare

dopo non aver emesso

per ore neppure un suono

neppure con uno come me.

Al mattino e un grado

il recinto provinciale gronda di lamenti.

Sui fili freddi, orme

e capelli di animale.

Tra la Romania e il Nord-Est un bulgaro è quotato all’incirca tre dollari

con tanto di contributi versati.

Si sapeva.

Scegliemmo i tre dollari.

Mai più abbandonammo l’Occidente generoso:

loro ci avrebbero accolti e

una volta inquadrati

ci avrebbero dato dignità e parecchio lavoro.

“E l’aumento?” chiedemmo dopo decenni, all’unisono,

sudici, con occhi mesti e gonfi.

“C’è la crisi!”

fu la tagliente sentenza.

 

ALESSANDRO SILVA  Ex-disoccupato, ricercatore, Parma-Taranto

Slopping* I

La fumata rossa è perdita di ossigeno

che reagisce con carbonio.

[In effetti la fornace ha un corpo

di aspirazione ma se qualche ossicino

della bocca chiude male il muro

di vertebre e le gambe si scoprono fragili.

Accade una schiuma eccessiva e

nell’aria del mare rivive un sudario

di polveri che infiamma la luce].

Sul labbro scivola una goccia

di sangue minerale.

Ci vogliono poi micidiali cure per le malattie

da detriti con il nome della morte in bocca.

 

Tre domande a Valeria Raimondi

 D: Cosa ci dice di quest’opera il suo titolo, peraltro molto suggestivo?

R: La prima parte del titolo di questa antologia, frutto di una scelta condivisa con l’editore Antonio Lillo di Pietre Vive, richiama un verso di Luigi di Ruscio: “noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti/ sino a che rimarrà uno solo la sconfitta non è ancora avvenuta/ sino a quando rimarranno le nostre pagine/ non la rosa sepolta ma la nostra classe sepolta/ siamo nel caos prima della creazione del verbo”. Per Luigi di Ruscio, presenza che sorvola l’intera raccolta e che abbiamo voluto omaggiare con questo titolo, il mondo del lavoro è senz’altro la materia prima della condizione personale, nonostante egli non si consideri solo un poeta-operaio (come sbrigativamente si è detto tante volte) ma un poeta capace di introiettare, trasformare e rievocare la condizione umana tutta. Questa dovrebbe essere anche la funzione del poeta civile, non un’etichetta, dunque, ma una scrittura di volta in volta necessaria. Il titolo richiama immediatamente ad una lotta (e ad una sconfitta) dei protagonisti del mondo del lavoro, di quel mondo che fino a qualche tempo prima abitava per sua natura un’unica Classe, che ora è stata sepolta.

Di Ruscio, tuttavia, ci lascia in eredità un’idea di lotta politica irriducibile, ancora praticabile e reale: siamo nella creazione prima del caos, quindi siamo ancora a costruire qualcosa come lotta viva, solo momentaneamente indistinta, sepolta sì, ma non arresa.

Nel sottotitolo i mondi del lavoro, al plurale, si contrappongono al singolare Classe. Non un mondo omogeneo per caratteristiche, declinazioni e appartenenze riconoscibili e riconosciute: la precarietà, il ricatto della delocalizzazione, la riduzione del ruolo pubblico dell’economia hanno lasciato i lavoratori e le lavoratrici soli, ognuno con sé stesso e con la sua particolare e solitaria condizione.Cronache perché, citando la postfazione di Alberto Mori: …spesso, non siamo di fronte a versi oppure a prosimetri veri e propri, ma ad interrogazioni, in scrittura, delle proprie urgenze esistenziali, laddove le forme e le costruzioni sono sempre esplicite e tengono la lettura tra incudine e martello: forgiano, mettono in opera quello che sono in relazione all’oggetto... Come dire che sono proprio i versi, più di qualsiasi altra forma della parola, quelli in grado di cogliere gli attuali caratteri di precarietà, frammentarietà, paura e alienazione: i segni lasciati da questi scritti sono anch’essi frammenti e documenti efficacemente lanciati con rabbia e dolore, atti d’accusa e denuncia.

Dunque le testimonianze rilasciate dagli autori/trici sono quelle di testimoni a conoscenza dei fatti, dentro lo stesso ingranaggio oppure fuori, a rifiutarlo, o anche a raccontarne la trasformazione: la produzione sul nastro di montaggio (L. Bassi Andreasi) o il forno con l’alluminio fuso che ingoia lo stesso complice lavoratore (F. Lakeal), o l’altro, diverso eppure simile, osservato dalla postazione della cassa di un supermarket (L. Argentino). Ma come ancora dirà Mori… che cos’è la parola per un lavoratore? Gesto di sussistenza, spesso vera e propria sopravvivenza primaria; azione della parola soprattutto. Ma se questa azione non entra in patto concreto, il diritto perché sia considerata tale è già prosciolto ed asimmetrico. Allora bisogna testimoniare. Dire. Esserci per non essere cancellati e, nella sparizione, divenire pretesto per coloro che sono sempre presenti nei mezzi di produzione decisionale del lavoro.Il sottotitolo rivela anche l’intenzione di mettere sullo stesso piano i diversi protagonisti senza distinzioni di età, riconoscimenti, linguaggi utilizzati.

D: Com’è stato accolto e vissuto questo progetto da chi ne è stato coinvolto?

R:Grazie per la domanda che mi consente di dire della genesi di questo progetto.
L’idea prende origine da una serie di “occasioni”: la necessità, la volontà, il desiderio di fare il punto, anche dopo alcuni percorsi personali, sullo stato della produzione poetica contemporanea allo scopo di recuperare un po’ di tessuto nell’eterna frattura tra arte e impegno. Ma non secondaria è stata l’uscita, nel 2016, di due raccolte che, gettando luce in una certa direzione, mi hanno costretta a seguirla.
Ho lanciato così un appello ai lavoratori, lavoratrici, precari e disoccupati prima ancora che agli artisti: intendo con ciò sottolineare l’orizzontalità di tale progetto dove non vien distinto ciò che è alto da ciò che potrebbe non essere considerato tale. Questo non significa che la poesia, lo stile, il linguaggio ne abbiano fatto le spese. Significa che tutto il lavoro di cura è stato svolto con molta attenzione (questo lo ribadisco consapevole di alcuni limiti). Cura per la parola, certo, ma anche per le intenzioni. Di volta in volta ho scelto cosa valesse la pena valorizzare e spesso, vista la natura della raccolta, è stata l’esigenza di verità ad avere la meglio, non per dovere di cronaca ma piuttosto per “dovere di poesia”. Hanno risposto soggetti diversi tra loro per genere, occupazione, provenienza ed esperienze.

Anche le diverse scritture mostrano tali discrepanze e differenti punti di vista, una narrazione che attraverso versi di volta in volta graffianti, ironici, drammatici e lirici, racconta il precariato, le lotte dimenticate, le vittime del lavoro. Perciò qui non si parla solo di lavoro ma, via via che le poesie (non i poeti) vengono raccolte, quasi imprevedibilmente emergerà altro: che è in atto la compromissione del tempo libero oltre che del tempo lavorativo (che viene occupato dalla redazione di curricoli, da colloqui, da lavoretti, da tentativi di rientrare nel mercato); che tuttora la società riconosce l’individuo associandolo alla mansione sociale; che vale ancora rivendicare l’autodeterminazione del proprio tempo di vita; che lo scontro tra poveri (come accade dal conflitto orizzontale contro i migranti dei campi) può collocarsi proprio dentro questo imbarbarimento. Si renderà necessario ad un certo punto introdurre dopo la sezione Pane Quotidiano (le cronache dirette dai luoghi del lavoro) e Homo Aeconomicus (atto d’accusa verso il lavoro come alienazione), una terza sezione di testi, Colata Continua, dedicata alle morti sul lavoro e ai danni all’ambiente nella quale si pone l’accento sulla reificazione dell’uomo: l’oggetto vale più della sicurezza e la salute meno della sopravvivenza economica obbligando dunque ad una scelta che tale non può definirsi.Perciò ho chiesto ad ognuno di introdurre i propri testi con una citazione, una breve riflessione, una sorta di chiave di lettura.

La raccolta si apre con i testi di Christian Tito il quale rappresenta la congiunzione tra la poesia storica di Luigi Di Ruscio e il tema oggi più attuale, quello della precarietà. Ma ospita anche Ferruccio Brugnaro, non con un suo scritto (nonostante le sue rabbiose testimonianze rappresentino, nel metodo e nella direzione, un messaggio per tutti) ma con un’immagine che generosamente mi donò tempo addietro: un volantino “ciclostinato” del 1969 per la proclamazione di uno sciopero alla Chatillon di Mestre, che riporta in calce una poesia dello stesso. Ma soprattutto l’antologia contiene alcuni poeti che hanno fatto del lavoro e dello sfruttamento la materia principale della propria poetica: Francesco Tomada, lo stesso C.Tito, Fabio Franzin, Francesca del Moro, solo per citarne alcuni. Franzin, unico poeta dialettale presente nel libro, racconta una fabbrica diversa: la fabbrichetta del Nordest nella quale si vive gomito a gomito senza essere compagni, nella tragicità dell’individualismo. Il progetto ospita anche due cantautori-poeti la cui produzione artistica ha già affrontato, in maniera consapevole e anche qui prevalente, la materia del Lavoro. Si è cercato in qualche modo di costruire un paesaggio complessivo e variegato.

Ho cercato di condividere con gli autori tutti gli intenti e i passaggi ma progettualmente e idealmente alcune scelte sono state sostenute da alcuni compagni di viaggio. Altre ed altri si sono presi invece l’impegno della diffusione e organizzazione di iniziative collegate all’antologia e alla sua vocazione politica, mentre altri ancora hanno proposto nuove modalità e interscambi. Un aspetto non secondario è stato condividere con un gruppo di poeti della stessa area geografica la costruzione di incontri, ogni volta diversi in contesti diversi, con contaminazioni video o musicali. Normalmente ognuno di loro durante i reading o le presentazioni sceglie di leggere autori non presenti.
Ciò è in continuità con quanto cerco di fare da un decennio, ossia cercare la sinergia, l’aiuto, la condivisione con realtà sociali e politiche esterne ai movimenti poetici.

D: Come si coniugano fare poetico ed agire politico nel disegno di questa iniziativa?

R: Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di comprendere e poi di risolvere in qualche modo la frattura tra poesia e vita, arte e impegno, tra ciò che nobilita e ciò che mobilita.
Ho cercato di trovare il modo per consentire alla lingua-linguaggio poetici di raccontare un mondo che si è ribaltato nel corso di pochissimi anni, attribuendole così anche la funzione di rivolta civile, ma facendolo oltre gli slogan, le analisi, il troppo pensiero o la morale ideologica.

Direi che si manifesta l’occasione per ripensare alla poesia come qualcosa che ci riguarda di qualsiasi cosa o argomento si occupi! Oggi nel tritatutto che ha ingoiato valori, idee, parole e significati, sono finite anche le intenzioni e le regole dell’ispirazione e produzione poetica: al poeta tocca decidere in quale posizione collocarsi. Il poeta traduce sempre anche il frastuono del suo tempo, ma oggi dovrà scegliere se replicarlo nell’effimero di una cultura di massa, oppure ricordare che, di qualsiasi contenuto si tratti, la poesia sorge pur sempre come mistero, come parola stupefacente, senza tradire il proprio linguaggio, come scrivo nella prefazione.

Questa antologia, tengo a ribadirlo, rimane una raccolta in versi, curata stilisticamente nonostante la presa diretta sull’attualità. Diciamo che questa antologia lascia senza risposta un interrogativo: -che fare?- Ossia fotografa uno stato, non indica soluzioni, dunque non rappresenta un processo o un percorso finale e finito, piuttosto, un punto di inizio.

È stato detto: “l’ultima sezione non è ancora scritta, riguarda il futuro e la riconquista della sua nobiltà. È una visione che non concede arresti, che invita a raccogliere le forze: non sprecare un attimo di vita, non abbassare la guardia, non abbassare la testa“.
Esistono già, prima di questa, antologie sul Lavoro dove però non vengono raccolte scritture esclusivamente poetiche. Inoltre, ospitano, tra gli altri, poeti della generazione precedente per la quale il lavoro, con tutto il suo corredo di sfruttamento, è dato per certo, per un tempo e in condizioni indeterminati, e non con il carattere attuale di precarietà e scomposizione di una intera classe (come ci dice Eliana Como che non a caso ho coinvolto nell’introduzione politica).
Mi auguro questa raccolta divenga strumento nelle mani o per sostenere le lotte di lavoratori e lavoratrici, in una ri-creazione o in commistione con i linguaggi che le caratterizzano.Si tratta quindi di voler dare una risposta all’inefficacia di certa poesia civile e uno stimolo creativo al mondo politico e sindacale. Si tratta, infine, di un desiderio piuttosto comune: parlare degli esseri umani agli esseri umani, comprendere che la tragedia riguarda il cittadino globale e dunque si abbatte su ognuno di noi, sulle disillusioni, sui sogni, sull’umanità mancata, sulla relazione con l’altro e la natura. Insomma, non si può più agire da soli né nella vita né nell’arte; unirsi significa rimettersi al centro. L’augurio è che il progetto letterario possa coincidere con una pratica politica di lotta e rinascita.

 

Valeria Raimondi vive a Brescia dove nel 2010 fonda l’associazione culturale Movimento dal Sottosuolo che promuove incontri e progetti internazionali di poesia.  Nel 2016 viene tradotta in lingua albanese (Gilgamesh ed.) insieme ai poeti Beppe Costa e Jack Hirschman: antologia a tre voci presentata nelle principali università di Albania. Partecipa ad antologie sui temi dei respingimenti, delle carceri e delle guerre.
Alcuni inediti sono ospitati in Distanze, Fara ed., ed alcune invettive nella Gazzetta dei Dipartimenti del Collage de ‘Pataphysique.  Un suo testo è “intro” dell’album musicale dei DUNK.
Una decina di testi inediti vengono tradotti nel 2018 in lingua portoghese e presentati a San Paolo del Brasile. Con Donne A(t)traverso propone un recital narrativo sulle origini della violenza di genere. Nel 2011 esce la silloge poetica  Io no (ex-io) e nel 2014, Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kaìros, entrambe ripubblicate con Pellicano ed.
Nel 2019 La nostra classe sepolta, cronache poetiche dai mondi del lavoro, Pietre Vive ed., raccoglie una selezioni di testi in versi, di lavoratori e lavoratrici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tra marzo e giugno 2020 scrive alcuni articoli sull’emergenza CoVid in Lombardia per i blog Carmilla, Social rights, Critica Impura e per MicroMega.

 

 

Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri

Leggendo questo romanzo strutturato in quadri, fotogrammi di vita, mi è balenato in mente un oggetto che tutti possediamo: un album di fotografia del passato, di quelli che ricevono la polvere durante gli anni e che ogni tanto vengono sfogliati con rammarico, malinconia, nostalgia. Per vedere le immagini, devi rimuovere la polvere.

 Rimuovere la polvere è un gesto che ritorna come un filo conduttore in questo romanzo a incastro, che ti conduce a interrogarti sul senso di questa azione.  Mi vine in mente Chiedi alla polvere  di John Fante, e anche io, leggendo, ho chiesto alla polvere cosa volesse dirmi. Forse la polvere non ha risposte ma ha il potere di innescare domande sul tempo, sul passato, sulle cose che passano e lasciano un segno indelebile. In questo modo si comporta la polvere del resto, è residuo quando si smette di vivere, è nuvola quando c’è un’immensa esplosione.

La polvere di Come eliminare la polvere e altri brutti pensieri ( Edizioni Spartaco 2019) di Daniele Germani  si muove tra questi due estremi: fugacità e permanenza.  In mezzo, quell’accadimento che si chiama vita e che coinvolge un Pazzo, una donna stremata dalla vita e un uomo che vaga alla ricerca del senso. La pazzia, quella cosa che Foucault ha compreso essere un affare ben più complesso della deviazione dalla norma, è trattata con rispetto, con lucidità, ci ricorda che disciplinare la follia è rischioso.

Il Pazzo conduce il lettore in un tour orrifico, spalanca la porta dell’istituto psichiatrico, espone senza filtri le scene di  tortura dei malati  prima della legge Basaglia, gettati nella stanza fredda, tra gli escrementi, abbandonati nelle periferie dell’esistenza.  I pazzi sono fuori, recitava la scritta di un quadro di Bruno Caruso, amato artista siciliano, lo stesso pensiero del Pazzo che spesso ripete come un ritornello : “Chi sono i pazzi?”

La polvere del Pazzo, la polvere della donna e le povere dell’uomo sono il deposito di un’esistenza che vive sulla soglia: il Pazzo costruisce bombe per fare giustizia nel mondo, per detonare le follie dei normali.  Entra in campo un’altra pazzia, forse più corrosiva e ambigua, quella dei presunti sani. Lui sa com’è la vita prima di prima di essere “pazzo”.  Ci sputa in faccia la verità, senza fronzoli:

“Sono finito in Istituto per un motivo particolare. Io sono frocio, omosessuale, pervertito, chiamatemi come vi fa comodo, come vi viene meglio, come vi fa sentire meglio”

In questa storia si legge il dramma di una società che ha stigmatizzato, ostracizzato e ancora prima catalogato l’omosessualità come devianza da punire.  Si sente un’ eco pasoliniana, e più recentemente tondelliana, attraverso cui egli  ci conduce alla radice di questa impasse storica, sociale, antropologica. Ed è qui la storia di un’Italia retriva, e fortemente ancorata alle certezze piccolo borghesi.

“La società non aveva spazio per quelli come me. Per noi non c’erano più treni diretti ai campi di concentramento, ma auto della polizia che ci portavano dritti dritti ai trattamenti sanitari obbligatori […] grazie a questi trattamenti ci hanno spiegato che eravamo malati e che dovevamo essere curati e per un po’ ci abbiamo anche creduto e, in cuor nostro, abbiamo accettato che saremmo potuti guarire: «Tornerete a esser normali» ci dicevano.”

Poi c’è Lei, la donna, fragile, inconsistente come quei pulviscoli leggeri che si trovano negli oggetti di casa perché non hai avuto proprio il tempo per spolverare, perché il tempo fugge e ti divora, senza che tu te ne sia resa quasi conto. Lei ha una dalla  vita “ordinata” ha vissuto come si deve vivere, in quella medietà rassicurante  che ci fa dimenticare l’essenza. Come nel racconto di Joyce – Clay-  tradotto in Italia con Polvere,  questa donna fa i conti con la sua esistenza: tre figli, uno arrivato per sbaglio dopo una notte ubriaca, il lavoro, la fatica, la routine, i pacchi pesanti della spesa e all’improvviso una granello di polvere alzato dal vento che le entra nella testa e scava, scava:

“Cercò di ricordare quando era stata davvero  felice per l’ultima volta. La nascita dei suoi figli? Sì, ma. […]   il mondo si evolveva, lei restava ferma , immobile, fedele al suo personaggio così distante dq quello che immaginava che Satie scrivesse musiche per i giorni di pioggia. Era come il canarino che suo marito aveva comprato a uno dei suoi figli: le faceva pena vederlo in gabbia , per cui un giorno che era sola in casa gli aveva aperto la porticina e lo aveva liberato.”

La sua soglia è quella dell’incompiutezza, del richiamo assordante di una vita non vissuta pienamente,  di quella nota di Satie mai suonata  e dei sogni che spesso vengono sepolti sotto la polvere del dover essere, delle formule costruite dagli altri.  La nota stonata è la sua rovina e la sua salvezza: cercare l’accordo sul piano per cercare l’accordo col passato.

Poi c’è Lui, l’uomo qualunque che si risveglia grazie a un soffio di vento da un torpore che è durato tanto, troppo tempo. I figli, il caffelatte al mattino, la moglie che sembra una sconosciuta. Ingarbugliato tra le maglie della quotidianità, questo uomo è un nuovo pirandelliano che sta facendo i conti con la forma, sempre quella, che blocca e congela. La sua soglia è nel  cortocircuito tra due mondi in contiguità, quello della normalità asfissiante e quello della vera vita che palpita, da qualche parte, tra le onde del mare mai visto:

“Come faccio a eliminare la polvere e i brutti pensieri”? […] Si guardò allo specchio e si sorrise compiaciuto. Era stempiato e la giacca di panno gli cadeva sulle spalle come su quei manichini del grande magazzino. […] Aveva quarant’anni e non era mai stato al mare […]  perché ho fatto, perché non ho mai viaggiato fino a una spiaggia qualsiasi? E com’è fatta una cazzo di spiaggia? Di cosa odora? Ci saranno sassi o solo sabbia? Com’è la sabbia?  E silicio, sì, lo conosco alla perfezione. Dopo l’ossigeno, è per abbondanza l’elemento più presente del pianeta […]”

Bruno Caruso- Punizione-

Un romanzo scritto con uno stile maturo e consapevole, costruito con dei quadri autonomi che si incastrano perfettamente in sfalsamenti temporali, anticipazioni, riprese. Un tentativo ben riuscito di trattare la malattia mentale allargando il campo di azione e di osservazione che non è più solo quello del malato oggetto o del malato soggetto che si racconta – di quello la letteratura del Novecento è stata maestra – ma nella relazione tra questi e la società, le famiglie, gli affetti. Il puzzle è più ampio e articolato: si invocano le responsabilità di chi “non ha capito”, di chi non ha agito in coscienza, di chi ha ignorato.

Il grande tema della guarigione diviene così occasione di una riflessione sulle cure e sulle metodologie terapeutiche, spesso violente e invasive, e soprattutto su quel crinale che la scienza più avanzata non riuscirà mai del tutto a decifrare tra la consapevolezza di essere “malati” e l’inadeguatezza a comunicare il proprio malessere. Una scrittura che si spinge sulle soglie: la malattia dell’anima, spesso si annida nella presunta normalità, nelle vite che scorrono lente, nei bei progetti di vita.

Ed è pure un bel romanzo di odori e profumi, quello delle mandorle amare, che nei gialli preludeva all’assassinio, quello del gelsomino, associato alla perdita, al dissolvimento, e quelle polveri di vario ordine che accompagnano i gesti del nostro esistere e che sono brutti pensieri, ma forse necessari. Un libro da leggere, da cui farsi toccare.

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.

Caravaggio contemporaneo: la finzione della luce nei tableaux vivants

 di Floriana Giallombardo

Quanto un medium può spingersi nell’altro? Inutile aspettare la risposta: andate a vedere la mostra sul Caravaggio contemporaneo a Siracusa, che inaugura venerdì 26 giugno alla chiesa di Santa Lucia alla Badia. Nulla rende meglio del vestibolo settecentesco del convento per ospitare i tableaux vivants di Toni Mazzarella. L’ambientazione in penombra delle gigantografie caravaggesche, ispirate ai quadri del maestro e dei suoi seguaci siciliani, spinge al massimo i limiti della fotografia, che gioca magistralmente con l’illusionismo pittorico. Nulla a che fare con le estroversioni kitsch di Cindy Sherman: qui tutto riconduce a quello che definirei una rigorosa ricerca ottica e compositiva.

Rigore nella ricerca luministica, innanzitutto impressionante l’esattezza delle linee luminose ottenuta nella finzione dell’allestimento scenico, che ricalca fedelmente le composizioni dei maestri: Caravaggio, ma anche Ludovico Carracci, Carlo Saraceni, Mario Minniti, J. De Ribera, P. P. Rubens. Si badi, nessuna intenzione di celare la finzione, che emerge senza mezzi termini dalla coiffure contemporanee dei ragazzi, dal lumeggiare delle quinte di tessuto dietro i figuranti, da qualche dettaglio di costume.

Con non chalance dicevo, esattamente come una scenografia teatrale contemporanea non intacca il senso esistenziale di una rappresentazione di Macbeth. Qual è l’oggetto della ricerca? Direi l’umano, la corporeità drammaticamente svelata dalla luce (come nell’omaggio alla crocifissione di Rubens) ma soprattutto il senso di disvelamento dei meccanismi della visione. Molto si è scritto sullo strumento analitico della camera ottica che consentiva a Caravaggio, come agli esponenti della cultura visuale olandese, di ottenere una resa cruda e senza compromessi della realtà visiva, trasposta direttamente nei loro quadri. Una rivoluzione tecnica, si badi, che veniva gestita con la sapienza della composizione classica e con un uso espressivo, metafisico della luce.

Quasi come una dimostrazione ‘e contrario’, la fotografia digitale contemporanea, in questi tableaux vivants, prende coscienza delle scelte culturali alla base dei quadri più fotografici della storia dell’arte. Una tensione conoscitiva che s’intuisce nel processo di ricostruzione – che non può non immaginarsi ispirato all’antecedente pasoliniano de ‘La Ricotta’ – e che si ritrova perfettamente nella resa delle opere.

Morte della vergine

Longhiano del resto è anche il curatore, Michele Romano, che impersona un severo San Girolamo contemporaneo intento sullo schermo. Come se non bastasse, il divertissement diventa serissimo nel momento in cui, nella medesima sede espositiva, si accede al cospetto dell’autentico capolavoro caravaggesco del Seppellimento di Santa Lucia, dipinto per la città nel 1608 e oggetto di un recente (e non finito) contenzioso per il suo trasferimento temporaneo al MART di Rovereto, che implicherebbe una non opportuna movimentazione dell’opera, caratterizzata, come tutte quelle dipinte durante la fuga di Caravaggio in Sicilia, da una tecnica esecutiva furiosa e una pellicola pittorica sottile e delicatissima.

Seppellimento di S.Lucia (particolare)

 Link:

Info su inaugurazione della mostra, foto di San Girolamo contemporaneo.
https://caravaggionews.com/2020/06/14/caravaggio-siracusa-i-tableaux-vivants-di-toni-mazzarella/

Info sulla querelle non finita sulla movimentazione del Caravaggio aretuseo
https://www.wltv.it/caso-caravaggio-funzionari-dellistituto-centrale-di-restauro-a-siracusa/

Floriana Giallombardo è laureata in storia dell’arte a Palermo ed è dottore di ricerca in studi culturali europei. Si è occupata di iconologia, storia della scienza e storia culturale con particolare riguardo allo studio della comunità scientifica siciliana del Seicento. Fra 2016 e 2018 è stata borsista presso istituti di ricerca europei quali l’accademia nazionale di scienze tedesca Leopoldina, lo Scaliger Institute di Leida, Naturalis Museum di Leida, il Warburg Institute di Londra. Ha partecipato a conferenze internazionali e pubblicato vari articoli su riviste scientifiche e atti di convegno. Dal 2018 presta servizio come funzionario presso il Ministero per i Beni e le attività Culturali.https://beniculturali.academia.edu/FlorianaGiallombardo