Il coraggio di (non) lasciare il segno- La poesia di Dario Talarico-

 

Gabriella Grasso

 

Devo ammetterlo subito, le parentesi alla negazione le ho messe io. Il titolo di questo lavoro di Dario Talarico, giovane poeta romano, già molto apprezzato dalla critica e finalista al premio Carver, non le contiene. Ho espunto la negazione perché questo libro il segno lo lascia, eccome. Mi ha coinvolto a tal punto che per mesi ho trovato difficoltà a parlarne, pur desiderando farlo, tanto grande è la sua carica di umanità e, in alcuni punti, di sofferenza.

Il coraggio di non lasciare il segno, edito per i tipi di Puntoacapo Editrice nel giugno del 2019, è costruito sull’antitesi, a partire dal suo titolo e dall’effetto che produce. Nel suo articolarsi, procede attraverso cancellazioni e capovolgimenti, negazioni e presenze, aperture e chiusure, sin dalla disposizione dei contenuti in due parti, denominate Sistole e Diastole. Come avviene con i movimenti ritmici e antitetici del cuore, di contrazione e di distensione, così il testo si muove pulsando, aprendo spiragli subito negati, intravedendo possibilità che non hanno diritto di cittadinanza nella nostra vita, ma che desideriamo e sentiamo fortemente dentro di noi: “anche se la pensosa ansietà di esistere/ci ha negati a vivere-siamo qui./ E qui sono (…) solo come eco, come balbuzie del cielo”.

Anche il verso rispecchia questo movimento tra opposti, con il gioco di lunghezze variabili, di enjambment e di ulteriori, volute spezzature interne tramite il trattino (mai sintattiche, in questo caso, piuttosto a mo’ di brevissime pause) che sortiscono l’effetto non del frangere, ma dell’accompagnare e modulare il flusso del pensiero.

L’antinomia più grande, cruciale e paradigmatica, risiede però a monte del testo: è quella tra il silenzio e la voce del poeta, tra l’astenersi e il pronunciarsi. Pervade tutto il libro perché scandisce lo stare al mondo dell’essere umano, lacerato dal conflitto tra la stasi/scomparsa e il via, la scelta, l’azione.  Forse, tra rinunciare a vivere e provarci. “-Penso_E nel farlo/ riperdo senso. Penso/ e vorrei morirmi”. La spinta, individuale e filogenetica, alla fine prevale: “E’ il grido della specie/ a fare questa cagnara dentro di noi. Il grido-la specie-Il semaforo verde”.

Se la rinuncia sembrerebbe l’unica via percorribile, esiste tuttavia un richiamo più forte: il mandato che ci viene consegnato in quanto uomini, oggi, è quello di parlare e di farlo per sottrazione, alla ricerca dell’essenziale, addirittura attraverso il silenzio, perché “c’è un silenzio che non è pigrizia della parola./ E tanti silenzi quanti modi di parlare”.  Infatti “Noi siamo quelli in cui i tempi sono cambiati(…)-Siamo quelli-che dovettero piegarsi/ al gesto eroico del fare silenzio./ Eccoci, anfibi naufraghi/ o traghettatori della neonata specie/ dei condannati alla lucidità”. Lucidità che ci rende consapevoli della precarietà della nostra condizione e del carattere aleatorio della nostra evoluzione: “Abbiamo fatto un fosso di passi-credendo-/di tracciare un percorso. Credevamo di emulare le stelle./ Ma siamo foglie-costrette all’autunno”.

Nella sezione centrale, Autopsia (reiterata), definita da Mauro Ferrari “uno dei capisaldi della poesia contemporanea, per modalità espressive e qualità della riflessione”, la consapevolezza diventa condivisione, non da un pulpito, ma con un dire sommesso, dolce, a tratti quasi sussurrato: “Non è facile, ma non c’è/ nessuna idea da inseguire./Porta solo a compimento/ il silenzio da cui vieni”. Fuori dalla logica delle formule perentorie, dalle scelte facili, per arrivare al cuore dello slancio vitale e libero: “Diffida di chi scrive per non perdere/ Diffida-di chi ama e sa perché”.

Nell’ultima parte, Diastole, la poesia si apre a riferimenti personali, sofferti, connotati da una forte tensione spirituale: “Anch’io-/mi metterò nella schiera di chi ama Dio /d’amore non corrisposto”, in un travaglio che coinvolge ogni elemento della natura: “Come troppe altre bestie prima di me/anch’io ho perso tempo per portare alla luce/ cose che dentro avevano il sole”.

Il processo che conduce alla consapevolezza non è lineare, è irto di dolore ed è destinato a non essere compreso, perché impossibile da comunicare: “…se solo avessi avuto la forza di spiegare/ che quanto è vivo è ciò che per esso è morto,/che quella parola era un pezzetto di stomaco, quell’altra-un alveolo in meno/Se solo avessi avuto la forza di spiegare/ che una nota è anche tutto il resto./Ma non riuscii mai a dire niente./E chi poteva capire, piangeva./Chi non poteva-respirava.”

Leggere Il coraggio di non lasciare il segno è compiere un viaggio dentro se stessi, con lucida sincerità e con l’acume di uno sguardo che ci scava dentro. E ci svela, nel momento in cui ci nega: “Non pensare. Dimentica te.  Dimentica te nelle parole. -Noi siamo più grandi di noi./ -Respira. -Non troverai mai amore/senza dimenticare il tuo nome.”

Alla fine del viaggio “ci accorgeremo che non era poi così grande il mare. (…) Allora capiremo che il nostro progresso/ correva sul posto”.  E il cerchio si chiuderà, nella pregnanza e nella purezza dell’essenziale: “Pensa a quanti affanni/ per ricreare il suono adatto/e poi rendersi conto che la perfezione/ è propria solo del silenzio./ Del silenzio esatto. Intoccato./-Selvaggio”.

 

Alcune poesie

 

Barbarossa

Sono giorni di arrampicate sui tetti

durante i temporali, a fare legna nei boschi, a -11°

Non c’è tempo di domandarsi Schopenhauer.

Il futuro non esiste. Bisogna. Bisogna

solo avere fede e l’inverno passerà.

E se non si avrà fede – comunque passerà.

A domani si pensa domani. Ora

è il cinghiale, la gallina, la perdita alla caldaia.

Rimane dietro chi si prova a pensare.

Bruciano i propri libri, bruciano senza dolore.

Brucia la carta. La carta è combustibile, la carta

isola il calore. Brucia il nome, si scorpora il pronome.

E’ tempo di rendere il tuo saluto al giorno che è passato.

Guardati. Tutto oltre il passo è stella, sorpasso.

Guardati. Sei. Sei lacerto del creato.

 

Faber

Il bosco sta fogliando. Ci sono cose bellissime

e bellissime fatiche. Ma i ritmi-non li decidiamo noi.

Dobbiamo tenere il passo del sole, della terra, dei fiori.

Poco importa se queste lettere non sono mai state così dure.

C’è voluta la periferia del mare, la vanga, la mannaia

a insegnarmi che non sono-solo quando ero.

C’è voluto il fioccare della ghiandaia, la primizia di gelso

per portarmi qui-a scontare- l’abisso della pratica.

Perché la sfumatura uccide l’azione e di sole idee

si sta dove si stava. Poco importa se si lascia

il pallottoliere dei denti nella voragine della bocca.

Perché se il nostro fine fosse essere felici

non diventeremmo adulti

e se il nostro fine fosse essere non diventeremmo.

-C’è altro, lo sto imparando. Anche

smettere di scrivere-è un esercizio quotidiano.

 

Autopsia (reiterata) 

iii

E’ frustrante, ma ciò che stai cercando

potrà dirtelo solo ciò che stai cercando.

E non si comprende mai che ciò che si sa.

E’ frustrante, ma non è complicando

ciò che si ignora che si onora l’abisso.

 

Anima mundi-Anabasi dell’amore (I)

Non far rumore. Proteggimi.

Carezzami le tempie, i polsi asciutti,

le caviglie esili, i capelli corti.

Non svegliarmi. Sai che ti amo.

Non spegnere i miei sogni. Baciami.

Baciami se vuoi, ma che non restino

verità sulle mie labbra vuote. Contro te

anch’io ho aspettato che venisse notte

a diluirmi nel sonno. Lascia che resti

ancora qui, con questo strano Dio,

prima che i fiumi si dissolvano. Lascia che resti

qui, dove io non sono più mio.

 

Commiato dalla poesia (4)

Se potessi diluirmi nel sonno

come una prosa tra le pagine

lo avrei già fatto. Ma mi credo poesia.

E duro quanto il bel tempo.

Io, che in un sorso appena

ingoierei tutto il mondo.

Io, solo come una tenia

a far metri nelle viscere,

ho imparato dai fiumi

a divenire la mia stessa fenice.

Come troppe altre bestie prima di me

anch’io ho perso tempo per portare alla luce

cose che dentro avevano il sole.

Anch’io ho portato un sorso d’acqua fresca

alla trachea asciutta del grande oceano…

Ma per quale ragione? Ridatemi il mio sorriso

e toglietemi questo ghigno tra le fauci.

 

Tre domande a Dario Talarico

 

 D: La parola “silenzio” è una delle occorrenze più frequenti nel tuo libro. Quale valore le attribuisci, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

 

R:  Sono ossessionato dalla chiarezza. L’unica domanda che oramai mi pongo quando scrivo è perché scriverlo. Cosa dire che il silenzio non dica, cosa cavare dal bianco affinché non si intasi il senso, affinché un suono non sia chiasso? Questo libro non è figlio di buone poesie, ma di furiose cancellature, che pure non bastano mai. Quando preparai la presentazione dell’inedito per l’editore, conclusi il pezzo dicendo che proprio il silenzio era l’unico, vero soggetto del libro. Un libro faticato e svogliato, che inizialmente non sarebbe dovuto uscire e che in un secondo momento avevo pensato di pubblicare senza il mio nome. Entrambi, sia l’anonimato, sia la non pubblicazione, volevano incarnarsi nel silenzio (ma stando allo stato di cose presenti, viene da pensare che, probabilmente, questo silenzio non lo abbia rispettato poi fino in fondo).   Per quanto riguarda la mia vita, invece, il silenzio l’ho cercato a lungo, ma imparato davvero solo più tardi, quando decisi di andare a vivere in un bosco. Di lì a breve, erano ormai più di cinque anni fa, avrei concluso Il coraggio di non lasciare il segno, e avrei smesso completamente di scrivere per quasi altrettanti anni. Spiegare il silenzio a parole, però, è una contraddizione in termini. Posso dire che il silenzio è il solo autentico, ed è il primo e l’ultimo dei linguaggi. Tutto ciò che è mai stato detto non avrebbe alcun senso se non ci fosse il silenzio, eppure ogni nostro senso rincaserà comunque nel nulla quando su questo pianeta tornerà solo il silenzio.

 

D: Quanto della tua esperienza di musicista confluisce nella tua poesia?

R: Non ho mai suonato uno strumento, purtroppo. L’unica esperienza simile, da ragazzo, è stata quella di cantare in un gruppo punk. E come ogni gruppo punk che non si rispetti, il cantante non sapeva cantare. Quindi, l’unica speranza, è che questa esperienza non abbia influito sulla mia scrittura.

 

D: Definiresti “aforistico” il tono della tua produzione o questo aggettivo ti sta stretto?

Grazie di questa domanda. So che in molti, leggendo, hanno rintracciato questo tipo di taglio nella mia scrittura. Personalmente, però, non amo gli aforismi, non amo le loro verità comode, né il loro giudizio univoco che scende dall’alto. Mi piace di più pensare ai lati più sentenziosi della mia scrittura come a proverbi poveri, a massime “terra-terra”, dove la tautologia, il suono e il paradosso, vanno a creare una stratificazione di significati che si avverano annullandosi. Starà a ogni singolo lettore vedere se e quanto abbia mancato nel mio intento. Per ora, sto ancora cercando di capire se definire “poesia” la mia scrittura.

 

 

377 comments

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  14. Antonio says:

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    Grazie.

    1. antonella ( User Karma: 0 ) says:

      Grazie Antonio per le tue considerazioni. Convengo con quello che dici, sottrazione, forse ciò di cui abbiamo bisogno maggiormente.

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