La “biscrittora” Maria Attanasio

di Ivana Rinaldi

La scrittura di Maria Attanasio, che sia poesia o prosa, è una scrittura a tutto tondo. Nata poeta, poi autrice di romanzi memorabili come La ragazza di Marsiglia, in lei ritroviamo il valore della parola che origina e da cui hanno origine tutte le cose, costruisce e ri-costruisce la Storia, che ha spazzato via popoli e civiltà, le storie che si con-fondono, l’amore e la pietas per gli ultimi presente ovunque nei suoi lavori. In Nero barocco nero la citazione di Democrito: < Bella in tutte le cose l’uguaglianza, l’iperbole e l’ellisse non mi piacciono>.

La parola di Maria Attanasio disfa l’ingiusto silenzio, non quello buono, intimo, creativo, ma quello che trama per nascondere e occultare, zittire il presente e il passato; crea senso, è capace di ricucire quella trama sottile tra il nostro sentire e il mondo, a contrastare frontalmente il linguaggio contraffatto, manipolatorio, che si prospetta alll’orizzonte e su ogni realtà, eclissandola, velandola di menzogna. Quando si ha il privilegio della parola potente come Maria Attanasio, allora sì che si può parlare di scrittura.

Nero Barocco Nero

La copertina di “Nero Barocco Nero”

Protagonista di Nero barocco nero, è Pellegrina Vitello, accusata di <magaria> (stregoneria) che rischiò di essere arsa viva davanti alla cattedrale di Messinanel 1555: subì solo(!)la tortura della corda e della fustigazione:

Nero barocco nero/ nel muro gocciolante sterco e gigli (…). Da una fessura sbuca l’assassino:/ un grande inquisitore con paramenti/incensi e attrezzi di tortura/ un freddo di spalle alle lamiere.

Sono tante le storie narrate da Maria Attanasio, quelle del passato e quelle del presente, dalle zolfare, lo zolfo è stato infernu veru negli anni ’50, alle Poesie d’amore in tempi di guerra. Probabilmente la seconda guerra del Golfo (2003); dalle vittime della Seconda Guerra mondiale, agli schiavi deportati dalla loro Africa, all’America del maccartismo, alla tragedia delle migrazioni e alla melanconia degli sradicati. Una parola che ha sempre tenuto testa alle storture della Storia. Un tentativo di mutare la tenebre in luce per mezzo di un io non più io: <Dire uomo torre martello/ Dire cosa/E’ mondo dire/che esce dalla notte/e di nuovo si incammina tra le forme>.

Rileggere e riscrivere del passato non è mero esercizio archivistico e neanche metafora del presente – come è ad esempio in Vincenzo Consolo, suo maestro – ma è un ritrovare una realtà che sostanzia il presente grazie a un empatico e ininterrotto dialogo tra vivi e morti.

Alla doppia scrittura di Maria Attanasio è stato dedicato un anno fa (14-15 ottobre 2022) un convegno internazionale all’Università di Valencia dal titolo Maria Attanasio. Quatro Décades de Bifronte Escritura Desobediente, i cui interventi sono stati curati da Giuliana Adamo e Miguel Angel Cuevas e pubblicati da Castevecchi nel 2023 e dal quale emerge nella sua complessità la persona, la poetica, l’opera.

La <biscrittora>, come ama definirsi, calatina, nata a Caltagirone nel 1943, ci viene restituita nella sua fedeltà a se stessa, al proprio talento creativo e alla sua etica. Tre aspetti che non vanno separati e costituiscono un unicum. Scrive di lei Sebastiano Burgaretti in Maria Attanasio madre di poeti, madre di libertà: <Io credo che Maria Attanasio sia nata poeta di vita, prima ancora che di penna e di carta. Solo una virtù petica e poietica ha potuto ispirare in lei il coraggio e l’impegno civile ne hanno sigilillato e contradistinto la vita>. (P. 82).

Qualche nota sui suoi romanzi.

La ragazza di Marsiglia è il più conosciuto. Narra la storia di Rosalìe Montmasson, seconda sposa di Francesco Crispi, da lui poi ripudiata, contro la legge che vietava la bigamia, mentre si univa in terze nozze illegali con un’altra donna. Il romanzo è costruito secondo le modalità della militanza narrativa di Maria Attanasio: rendere voce a coloro a cui è stata silenziata dalla storia ufficiale e denunciare l’impostura storica tramandata come verità. Lo stesso fa con Paolo Ciullo in Il Falsario di Caltagirone, che prima di diventare personaggio letterario, sconvolse la storia della Sicilia con la sua vita fuori dai limiti. Studente di disegno e pittura, anarchico e rivoluzionario, consigliere comunale, bohémien a Parigi, migrante in Brasile e in Argentina, falsario di bancanote e quindi frequentatore di manicomi e carceri, morì nel 1931, cieco e in assoluta povertà.

Da queste figure, possiamo capire chi siano i personaggi dell’autrice creati su carta e con l’inchiostro, ma terribilmente carnali. Sono tanti/e le scrittrici da cui Maria Attanasio <prende lezioni>, dal Manzoni di La colonna infamealla Yourcenar di L’opera in nero, fino a Sciascia e Consolo, suoi conterranei. Merito e paradigma della narrazione storica di Maria Attanasio, è aver inventato un metodo che coniuga il documento con l’invenzione verosimile rispetto ai fatti che restano nel buio e in silenzio. Tanto innovatrice nel raccontare, così nella poesia di cui abbiamo cinque raccolte tradotte, come i romanzi, in varie lingue, di cui segnalo Amnesia del movimento delle nuvole e Paesaggi. Sempre alla ricerca della lingua perduta.

Non so dove sei persa lingua
un tempo parlavi mille dialetti
ora balbetti inciampi
sibilante fax a vuoto nella stanza
segreto crepitare che di notte
senza segni di riconoscimento spinge
tra le atone dune,
l’implacabile vento.

Amnesia del movimento delle nuvole

Barbie: Life in plastic, it’s fantastic , but…

 

Superate alcune resistenze, dovute probabilmente alla mia idiosincrasia nei confronti del rosa, ma più opinatamene al fatto che Barbie di fatto rappresenta l’essenza stereotipata dell’americana californiana, bionda felice e ricca,  così come ce la racconta l’immaginario collettivo,  lontana dall’idea di una donna reale,  ho deciso di vedere il film della regista  Greta Gerwig, multiforme donna sceneggiatrice, attrice e regista di Piccole donne (2019)

Proverò a suddividere le mie considerazioni: la prima, meramente estetica riguarda la produzione, ben confezionata, adatta a un pubblico trasversale, ricca di “advertisement” piazzati con maestria e opportuna strategia di marketing.  Fin qui, nulla  da eccepire: la genealogia della bambola Mattel è rispettata in ogni dettaglio. In secondo luogo, la sceneggiatura:  non vorrei togliere piacere a chi non lo ha ancora  visto, ne dirò nelle linee essenziali:  in breve è una storia che per le sue finalità didascaliche, è divisa in due metà: il mondo di Barbie e il mondo reale che per strane congiunzioni immaginifiche si trovano in contatto.

L’assunto iniziale è che la Barbie ha rivoluzionato il mondo dei giochi infantili delle bambine dell’epoca, che oggi sarebbero “boomer”, perché ha dato loro un modello alternativo a quello delle mamme accudenti con i bambolotti. Carino l’esordio con apprezzata citazione Kubrickiana in salsa parodica. (2001 odissea nello spazio con tanto di intro )  In breve,  Barbieland diventa – secondo questo assunto inziale- un mondo ideale in cui le donne “possono essere tutto ciò che vogliono” , mamme, dottoresse, premi Nobel, avvocate, etc. Tutto è retto dalle donne, le istituzioni, i tribunali, le case che a loro appartengono. Le donne sono tutte amiche e tutto è molto patinato: begli abiti, belle case, belle acconciature. Insomma, è una sorta di mondo femminista in salsa glam. E gli uomini? Rappresentati da Ken, sono per lo più accessoriali e intervengono solo per dimostrare la loro inettitudine. In questo cosmo rosa confetto, però ben presto si staglia la lunga ombra della realtà: Barbie ha pensieri di morte, sviluppa la cellulite ed è depressa. Questo la porterà a visitare il mondo reale per porre rimedio a questa falla. Lei, lo stereotipo, non può soccombere. Questa, insomma, l’impalcatura che porta a confronto due posizioni che inizialmente manichee, tendono a screziarsi in considerazioni più complesse: il mondo di Barbie e quello reale si scontrano come si scontrano tutte le idee di perfezione iperuranica con il mondo reale.

Bibliovorax

Un fotogramma tratto dal film

Ecco, platonicamente il mondo delle idee(quello barbiesco) vede il mondo degli umani come un mondo strano, una copia imperfetta in cui le donne non hanno il ruolo assoluto, non sono al potere, non hanno una casa tutta loro, gli uomini considerano le donne “oggetti sessuali”. Di contro, Ken si lascia prendere dalla fascinazione del patriarcato, di un mondo dominato dagli uomini e dai cavalli in cui lui finalmente ritrova un ruolo. A questo rovesciamento, si aggiunge la verità delle bambine che detestano la bambola perfetta perché loro non saranno mai alte, bionde, con il fisico statuario. Si spiega così l’istinto di deturpazione della bambola che ha colto, me compresa, molte delle bambine che hanno avuto giocato con Barbie  con tanto di sfregi, tagli di capelli mutilazioni.

L’immaginario, insomma,  non ha sopperito alla realtà come era nell’assunto iniziale, così come tutti gli immaginari impossibili di perfezione sostitutiva, destinati a crollare con l’impatto dell’errore e dell’imperfezione. Il ragionamento però va oltre perché aziona una critica dell’utopismo (siamo  donne straordinarie solo nell’immaginazione e nel gioco della simulazione) e anche al mondo reale, che  costruito e modellato sull’uomo, è altrettanto suscettibile di essere letto nel segno di un utopismo che ha però radici storiche ben salde e con ricadute biopolitiche ben più tragiche del fumettistico scenario del film- Loro- gli uomini-  in fondo, lo hanno immaginato e realizzato.  Del resto, – ed  è un altro  livello di lettura-,  è possibile un mondo in cui gli uomini non hanno dimora e sono solo dei molluschi?

Dietro all’immaginario Barbieland si insinua, ed qui a mio parere il punto più interessante del film, una narrazione che non è prodotta dalle donne (il team di produzione della bambola è del tutto composto dagli uomini) sebbene abbia una grande madre originaria che è stata in seguito sostituita. Gli uomini hanno costruito un mondo irreale, relegato all’immaginario in cui coltivare il proprio sogno di gloria (da Barbie stereotipo si è passati  Barbie dottoressa, barbie incinta (poi tolta dalla produzione), barbie scrittrice etc. Tutte però devono essere straordinarie, fantastiche, sopra le righe. Nessuna può essere in definitiva una donna debole e fragile, che ha delle insicurezze;   Il successo, sì, ma a prezzo di una innaturale e deviante abnegazione.

Gli uomini sono relativi improduttivi, secondari. Casca il pero, l’edificio crolla.  L’autodeterminazione di una donna prevede anche lo scarto l’errore , l’ imperfezione, il diritto allo sbaglio alla cellulite alla depressione, al fallimento, al crollo. Include una relazione alla pari con l’altro che sia donna o uomo.  E’ una riflessione che, di rimando e forse più per conseguenza, tange anche il mondo maschile che viene fagocitato da Ken e poi rigettato come insulso soltanto dopo avere sperimentato l’egotismo, il mansplaining, il maschilismo, insomma tutte quelle cosette da maschi alfa che ancora oggi sperimentiamo sulla nostra pelle quotidianamente in modi e luoghi sempre più raffinati, orditi da uomini che hanno cavalcato l’onda dell’emancipazione femminile  solo per raggiungere la vetta più alta, e poter poi dire : “ma io amo le donne”, sono al loro servizio, le adoro mentre le dirigo, faccio selezione tra chi può stare in azienda, tra chi può darmi piacere, tra chi può servirmi per farmi sentire meno il peso della morte, quel senso che poteva innescare un cambiamento epocale come nella mente di Barbie, ma che forse oggi ci è scappato di mano. Insomma,  Barbara, c’è ancora tanto da fare, anche nella narrazione dell’autodeterminazione delle donne, ma grazie di avercelo fatto notare e con intelligente leggerezza.

YULIA DRUNINA: UNA POETESSA COMBATTENTE

Un ritratto della poetessa combattente Yulia Drunina

di Francesco Cocorullo

La poetessa russa Yulia Vladimìrovna Drùnina (Юлия Друнина) è stata un fulgido esempio di poetessa combattente. Nata a Mosca il 10 maggio 1924 dal professore di storia Vladimir Pàvlovich Drunin e dalla libraia e insegnante di musica Mathilde Borìsovna Drunina, iniziò a scrivere versi intorno alle 11 primavere e sul finire degli anni Trenta riuscì a vincere un concorso letterario ottenendo la prima pubblicazione di un suo componimento su una rivista specializzata.

Quando nel 1941 l’URSS fu attaccata dalla Germania, la diciassettenne Yulia si diplomò al corso per infermiera impiegandosi come volontaria, per poi partire per il fronte dove riuscì a ottenere il grado di soccorritore militare, specializzata in trattamenti di emergenza per aiutare i feriti; dopo la morte del padre nel 1942, Yulia Drunina andò a Khabarovsk, nell’estremo oriente russo, dove si iscrisse alla scuola per diventare aviatrice, ma siccome desiderava combattere al fronte, non volle aspettare la conclusione del corso e preferì tornare al ruolo di soccorritore militare: venne dunque inviata al fronte bielorusso.

Durante quell’esperienza conobbe Zinaida Samsonova, un’altra soccorritrice che morì in combattimento nel 1944 e ricevette l’onorificenza postuma di Eroe dell’Unione Sovietica: a lei, Yulia dedicò la poesia “Zinka”, uno dei suoi lavori più sentiti. Nel 1943 rimase gravemente ferita quando una scheggia le trapassò il collo finendo a pochi millimetri dalla carotide: ricoverata a lungo in ospedale, iniziò a scrivere numerosi componimenti incentrati sulla guerra.

Sul fronte sentimentale, sposò nel 1944 il compagno di classe Nikolaj Starshinov e da lui ebbe due anni dopo la sua unica figlia, Elena. La famiglia visse in condizioni di estrema povertà nella periferia di Mosca: Drunina provò senza successo ad essere ammessa all’istituto letterario Gor’kij ma la sua poesia non fu ritenuta abbastanza matura. Dunque, tornò al fronte a combattere, stavolta nell’area baltica: solo al rientro, alla fine del 1944, ottenne l’ammissione all’Istituto come veterano di guerra. Pubblicò nel 1948 un libro di poesie e nel 1960 divorziò da Starshinov e sposò lo scrittore Alexej Kapler, che teneramente amò sino alla morte di lui nel 1979. A Kapler dedicò numerose poesie. Durante l’era della perestrojka fu una delle intellettuali elette al Consiglio supremo dell’URSS.

Ma nel 1991 cadde in una terribile depressione a causa della dissoluzione dello stato sovietico che la portò al desiderio di morire, non riconoscendo più nel nuovo stato gli ideali per i quali aveva lottato tutta la vita. Così il 24 novembre 1991 decise di suicidarsi soffocandosi con i gas di scarico della sua auto nel garage di casa. Fu sepolta accanto al secondo marito Alexej Kapler.

Qualche poesia di Yulia Drunina nella mia traduzione:

L’amore passa.

Il dolore passa.

I grappoli d’odio appassiscono.

Solo l’indifferenza –

Ed ecco il guaio –

si congela, come fosse un blocco di ghiaccio.

 

***

 

Ti stavo aspettando. E credevo. E sapevo:

Ho bisogno di credere per sopravvivere

Alle battaglie, ai cambiamenti, all’eterna stanchezza,

alle terribili tombe-rifugi.

Sono sopravvissuta. E l’incontro vicino Poltava.

Un maggio in trincea.

Non è comodo per i soldati.

Nei codici il diritto non scritto

Di un bacio, per cinque dei miei minuti.

Dividiamo in due parti un minuto di felicità,

Che ci sia un attacco di artiglieria,

che la morte da noi scivoli nei capelli.

Un’esplosione! Ed accanto c’è la tenerezza dei tuoi occhi

E l’affettuosa voce rotta.

Dividiamo in due parti un minuto di felicità

 

***

C’è un tempo per amare,

c’è per scrivere d’amore.

Perché chiedere:

“le mie lettere strappi”?

Per me è una gioia

che un uomo sia vivo sulla terra

il quale non vede

che è giunta l’ora della neve.

Da molto tempo ho portato

nella testa quella ragazza

Che ha bevuto abbastanza

Lacrime e gioia.

Non si deve chiedere:
“le mie lettere strappi!”

C’è un tempo per amare

E ce n’è uno per leggere d’amore.

 

***

Non mi importa

Non sono felice,

può darsi che domani

mi impiccherò.

Non ho mai posto un veto

Alla felicità,

alla disperazione,

alla tristezza.

 

A nessuna cosa

Ho posto un veto,

dal dolore io mai griderò.

Mentre vivo – combatto.

Non sono felice,

Ma non potranno spegnermi

Soffiando, come una candela.

 

***

Questa fu l’ultima poesia che ella scrisse, poco prima di porre fine alla sua vita:

 

Il cuore si copre di brina,

fa molto freddo nell’ora del giudizio…

Voi avete gli occhi come quelli di un frate,

Non ho mai incontrato occhi come questi.

 

Vado via, più non ho forze.

Solo da lontano

(sono ancora battezzata!)

Pregherò

Per quelli come Voi

Per gli eletti

Tenere la Rus’ oltre il burrone!

Non temo che voi di forze siate privi,

perciò scelgo la morte.

Come la Russia vola in discesa,

non posso e non voglio guardare!

 

 

Traduttrice a sedici anni: Aurora D’Archi e i racconti di Ellen Glasgow (Divergenze, 2023)

di Nina Nocera

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D'Archi (Divergenze, 2023)

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D’Archi (Divergenze, 2023)

Aurora D’Archi ha sedici anni, è una  studentessa del liceo classico – linguistico “Scipione Maffei” di Verona. É stata protagonista di una vicenda straordinaria ma al contempo “normale, perché quando esiste il talento e qualcuno, in questo caso la professoressa Luisa Campedelli, che  ha il coraggio e la volontà di valorizzarlo, tutto è  naturale.  Grazie al progetto di lettura e traduzione promosso dalla casa editrice Divergenze e alla “visione” dell’editore Fabio Ivan Pigola, Aurora  ha avuto la possibilità di essere scelta per la traduzione di due racconti della scrittrice statunitense Ellen Glasgow: “The past” e “The difference”.  Il risultato è  la pubblicazione  del libro “Di infedeltà e altri fantasmi“(Divergenze, 2023).  Di questo e tanto altro, abbiamo parlato nell’intervista che ha rilasciato.

Aurora D'archi

  • D:  COME HAI VISSUTO L’ESPERIENZA DI TRADUZIONE PER LA QUALE HAI OTTENUTO UN IMPORTANTE RICONOSCIMENTO? RACCONTACI COME E’ NATA E COME SI  SVILUPPATA.

R: Tutto iniziò un freddo giorno di gennaio, quando la professoressa Campedelli mi propose di tradurre un paio di racconti con la scusa che, facendo l’anno all’estero, l’anno successivo non avrei potuto prendere parte al progetto che aveva in mente. Ecco che, senza sapere assolutamente nulla né di come si traducesse concretamente un testo letterario, né di quale fosse l’effettiva entità di ciò che stessi facendo, iniziai a tradurre un primo racconto; poi arrivarono The past e The difference. Esponenzialmente ho avuto sempre meno tempo a disposizione per tradurre, arrivando ad ultimare The difference in un paio di settimane (per mia personale imposizione eh, sia chiaro, nessuno mi ha costretto). Da lì, svelando a poco a poco il mistero, si è giunti alla pubblicazione e alla presentazione a scuola il 2 giugno. Ancora adesso, riguardandomi indietro, non so bene nemmeno io che cosa abbia fatto esattamente, ma in ogni caso sono fiera del risultato.

 

  • D: RACCONTA UN PO’ DI TE: QUAL  È LA TUA GIORNATA TIPO, IL TUO HOBBY, LE TUE LETTURE, IL GUSTO DEL GELATO PREFERITO.

R: Non c’è nulla di troppo entusiasmante nella mia “giornata tipo” in realtà. Mi alzo, vado a scuola, torno a casa e studio fino a sera. Da brivido eh? Fortunatamente tra gli allenamenti di pallavolo, le sessioni di D&D o simili, e il corso di doppiaggio riesco a non uscirne pazza. La lettura è un po’ un tasto dolente ultimamente, ma perlomeno quando tutto ti annoia, quei pochi libri che non lo fanno colpiscono nel profondo. Per il gelato… non ho mai amato questa ansia del dover classificare colori, gusti, amici, genitori… quindi potrei iniziare un elenco infinito o semplicemente ammettere che non ne ho idea, è una domanda troppo difficile. Perlomeno adesso che è estate posso dedicarmi allo studio del giapponese, chimera che rincorro da anni e spero di poter acciuffare in questi mesi.

 

  • D: SI DICE CHE TRADURRE SIA ANCHE TRADIRE. COSA NE PENSI? QUAL È STATO IL TUO APPROCCIO AL TESTO?

RCome ho provato ad accennare nel commento, tradurre non è propriamente tradire, ma la perpetua ricerca del modo migliore per non farlo, che è ciò che gli dona valore. Quello che perdi da una parte devi essere capace di restituirlo da un’altra… diciamo che, se la traduzione è la strada tra due scarpate, l’inglese e l’italiano, tradurre è cercare di camminare né troppo vicini né troppo lontani dal dirupo originale, è una questione di equilibrio ecco. Certo, poi quando ci si trova il testo davanti e di fianco un foglio bianco da riempire, nemmeno la metafora migliore del mondo ti può salvare. Il mio approccio comunque è stato quello di una totale incompetente: mi sono gettata nella mischia di parole con la spada smussata di una scrittrice dilettante e un inglese più o meno solido come scudo. Che poi ne sia uscita vincitrice, saranno i lettori a dirlo.

 

  • D: HAI INCONTRATO DELLE DIFFICOLTA’. SE SÌ, QUALI?

R:  Considerando le premesse sarebbe stato più strano se non ne avessi incontrate: tra righe allagate di pronomi personali e varie incomprensioni nella formalità o meno di certi personaggi, c’era e c’è – perché se potessi tornare indietro riscriverei quasi tutto da capo – un amplissimo margine di miglioramento. Sulla mia copia – e non dirlo all’editore perché non so come la prenderebbe – ho apposto a matita una gran bella quantità di correzioni. Quindi sì, la traduzione è un coacervo di problemi da risolvere, tanti rompicapi apparentemente senza via d’uscita, ma quando poi trovi il modo di sbloccarli e metterli in ordine, la soddisfazione è immensa. La “tecnica” che l’editore e la curatrice mi hanno invitato ad adoperare per superare queste difficoltà è stata quella di scrivere di pancia, senza scervellarmi troppo, ma sciogliendo i nodi narrativi come per doverli spiegare ad un amico. In fondo questo è un progetto scolastico, volto più a mostrare e dimostrare che i ragazzi giovani hanno un potenziale spesso ignorato, e non a produrre una traduzione impeccabile e magistrale dei racconti.

 

  • D: CAMBIAMO PROSPETTIVA: SE FOSSI INSEGNANTE, CHE CAMBIAMENTI PROPORRESTI PER LA SCUOLA?

R:  Così, su due piedi, proporrei un riscaldamento che funziona, perché senza di quello potremmo anche studiare nel regno delle fate, ma comunque col cervello ghiacciato si fa poco. A parte gli scherzi, credo che la sopravvivenza della scuola dipenderà molto da quanto i professori riusciranno a scendere dal piedistallo e mettersi al fianco dei ragazzi, piuttosto che davanti a loro. Se io fossi un’insegnante tenterei di abbattere il più possibile questa barriera di rispetto forzato, e ne costruirei uno nuovo, basato sull’ammirazione e non sul terrore. Perché, personalmente, la consapevolezza di essere ricordata dai miei alunni solo per quanto mi hanno odiato, toglierebbe ogni senso alla professione stessa di insegnante. Poi di innovazioni se ne possono trovare a bizzeffe, si potrebbe anche cambiare tutto per quanto mi riguarda, dal rapporto studente-professore, alle modalità di insegnamento. Ad esempio – e non dico troppo perché ho ancora altri due anni di liceo da portare a casa – credo che come insegnante non esista realizzazione più grande del vedere che questi ragazzini mezzi sconosciuti con cui sei forzato a convivere per ore tutti i giorni, ti guardino con la passione per la tua materia negli occhi, e pendano dalle tue labbra.

 

  • D: COSA È PER TE LA CREATIVITA’? CREDI CHE A SCUOLA VENGA ADEGUATAMENTE INCENTIVATA E VALORIZZATA?

R:  Beh dipende, in quanto a modi per copiare, credo che il liceo sia un pozzo inesauribile di creatività. In quanto a valorizzazione dell’estro artistico, della fantasia, del talento individuale, è un’altra storia. Ora, per quanto possa non essere trasparso dalle mie precedenti parole, in realtà la mia scuola è abbastanza avanti in questo campo; perciò tenterò di dare una testimonianza abbastanza neutrale. Ad ogni modo, con creatività l’enciclopedia Treccani si riferisce ad una «virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia.» Quindi un concetto davvero ampio e variegato. Per me la creatività è legata all’idea di “creare”, cioè di produrre con mano qualcosa. E forse sì, la scuola pecca in questo, perché molto spesso sei più vittima della conoscenza che fautore di essa. La assorbi passivamente come una spugna, che inevitabilmente ad un certo punto è zuppa e non trattiene più niente; invece di formarla tu stesso attraverso il ragionamento, le idee o l’esperienza concreta. Non la maneggi, né la manipoli, ma la guardi scorrere via, e quella sosta giusto il tempo per passare una verifica, poi scompare.

 

  • D:  IL TESTO CHE HAI TRADOTTO È DI UN’AUTRICE. QUALI ASPETTI TI HANNO COLPITO IN PARTICOLARE?  PERCHE’ PROPRIO LEI? 

R: La scelta non è stata mia, bensì di Divergenze, eppure non credo ci fosse scelta più appropriata. Ho sentito molti parlare di un’atmosfera alla Poe per The past, e d’una sfumatura gotica e introspettiva in The difference. Personalmente di Ellen Glasgow, per ora, non ho letto molto, ma è bastato per capire che la sua è una scrittura poetica – perché è ritmata come una poesia –, leggiadra, ricca di immagini, chiara mi verrebbe da definirla; ma che allo stesso tempo è velata di malinconia, come un sospiro arrancante, un urlo soffocato di personaggi posati e imperturbabili all’esterno, ma che dentro di sé celano una profonda oscurità. The difference in particolare lascia addosso un’angoscia che è propria solo di un certo modo di costruire la narrazione: creando esponenzialmente l’aspettativa di un climax che poi viene negato, e poi tagliando brutalmente la storia per lasciarti con un retrogusto di confusione e amarezza. Ecco, questo è il genere di scrittura che mi piace; dove fino alla fine non sei conscio di ciò che ti aspetta e quando finalmente lo realizzi, è troppo tardi, e la penna ti è già arrivata al cuore.

 

  • D: CHE NE PENSI DEL FATTO CHE MOLTE VALIDE AUTRICI NON COMPAIONO NELLE ANTOLOGIE LETTERARIE E NEI MANUALI SCOLASTICI? 

R: L’arte è l’arte: se si escludono degli autori dalle antologie, indipendentemente dal loro sesso, che sia per qualche bigottismo o per semplice noncuranza, allora è chiaro che cercare di recuperare i loro testi sia la cosa migliore. La letteratura è un organo vario e meraviglioso, e rinchiuderla entro i canoni dei classici e delle classificazioni vecchie di secoli non le garantirà longevità, di questo sono convinta. Se vogliamo salvare la letteratura, consegnandola nelle mani dei più giovani, è necessario modernizzarla: nel metodo, come nelle proposte di letture. E una via per perseguire questo scopo, può sicuramente essere quella di ripristinare la sfaccettata varietà di autori del nostro territorio e non. Perché, per quanto nessuno potrà mai negare il fascino di Dante, Pascoli, Pirandello, è il momento di distaccarci dalle catalogazioni dell’arte operate da uomini che non hanno più nulla a che fare con noi, se non che apprezziamo le stesse opere; e anche lì, se non siamo disposti ad estendere il concetto di arte pure a ciò che non ci sembra evidente, ciò che non è facile e noto, non possiamo aspettarci che tutti gli studenti liceali ne colgano fino in fondo la meraviglia.

 

  • COME TI VEDI TRA QUINDICI ANNI?

R: Vecchia. Già mi fa impressione il fatto che tra poco compirò diciassette anni, figurati quando ne avrò 32. Spero anche felice come lo sono adesso, ma quello mette già meno angoscia. Spero che sarò riuscita a realizzare un po’ delle cose che ho in ballo, tra traduzione, doppiaggio, cinema, teatro, audiolibri, adattamento… C’è un sacco da fare! A trentadue anni immagino che avere un lavoro sia già un gran risultato, e chissà, forse vivrò a Roma, o forse a Milano, per la necessità di stare dove si fa doppiaggio. Spero per allora di aver già appreso almeno un altro paio di lingue: dopo il giapponese mi interessano cinese, francese e spagnolo, ma non si può mai sapere che cosa mi passerà per la testa quando avrò il doppio dei miei anni. Quasi non me lo immagino, è come vivere un’altra vita.

 

  • PENSI CHE QUESTA ESPERIENZA POSSA DIVENTARE L’OCCASIONE PER INTRAPRENDERE UNA PROFESSIONE FUTURA?

R: Il piano, appunto, sarebbe più o meno quello. Il mondo della traduzione mi affascinava già da prima che la professoressa Campedelli mi proponesse il progetto, ed ero intenzionata di avventurarmici prima o poi. Vorrei che questa fosse l’occasione per aprirmi una strada in un mondo affascinante che ho appena lambito, ma che ha tantissimo da offrire.

 

  • LASCIAMOCI CON  UN MOTTO E UNA FRASE DEL LIBRO DA TE TRADOTTO 

R: Se devi colpirlo, fallo finché non si rompe! Citazioni permettendo, c’è un fondo di vero, sono il genere di persona che porta a compimento tutto quello che fa, e se bisogna fare qualcosa, è bene che ci si metta tutto l’impegno possibile, altrimenti è privo di senso.

«Affrontare la vita spogliati di ogni salvaguardia, di ogni restrittiva tradizione, con solo il coraggio dell’ignoranza, dell’inesperienza sprezzante, per proteggere qualcuno. Quella ragazza non era crudele per sua volontà. Era semplicemente avida di sentimento: restava senza fiato di fronte alla messa in scena della felicità come tutto il resto della sua generazione ribelle.» Da La differenza. Per qualche motivo che non so bene definire mi sento particolarmente vicina a questo pensiero.

RHITA BENJELLOUN- Spettatrice della vita-

di Francesco Cocorullo

Cari amici, vi presento la poetessa marocchina Rhita Benjelloun, nata nel 1990 a Fes, è poetessa e creatrice. di gioielli. Inizia a scrivere versi all’età di undici anni, la sua prima raccolta poetica “Spettatrice di vita” è pubblicata nel 2017; per Rhita la poesia è un canto dell’anima, i versi sono ispirati dalla sua esperienza di vita, dalla sua storia. La definisce “un canto che culla lo spirito”, che “origina dal cuore”.
Eccovi tre componimenti nella mia versione italiana:

 

 

La mia corona

Uomo coraggioso dal portamento molto saggio
Ampiamente attivo nonostante la tua età
Tanti sacrifici, tanto coraggio
Per il benessere della tua piccola realtà
Tu fosti per me l’esempio da seguire
Imitavo i tuoi gesti, le tue parole e le tue stesse risate
Il mio idolo, così ti chiamo
L’uomo verso cui provo un amor sovrumano
La giovincella che fui, io te ne faccio dono
Tu ci hai sempre regalato felicità, amore e gioia
Papà sei il mio ideale, sei la mia retta via

La notte
L’intimo nel quale mi confido
La culla dei miei pensieri e delle mie noie
Io ti sarò Riconoscente
Dalla genesi fino alla tomba
Tu che la mia avventatezza hai domato
Che tanta stima e attenzione mi hai donato
Che mi hai saputo ascoltare e preservare i miei segreti
Che eri complice d’un sogno ora realizzato
Nella tua calma io trovo rifugio
Nelle tue tenebre sono confusa
E nel tuo regno tu sei la mia musa

Silenzio

…Silenzio d’una parola, silenzio d’una lacrima
Silenzio d’un brivido da sotto una trama
D’una rabbia rinchiusa sul fondo
Del buio, isolata, nel profondo abisso
Silenzio d’un decennio
Di terrore che li ha separati
Silenzio d’anime lasciate del tutto
Di dittatori avidi soprattutto…

 

La figura femminile in Andrić e Gogol: La prospettiva Nevskij e I tempi di Anika

di  Emiliya Pietropaolo

L’articolo si concentra sulla figura femminile presente all’interno dei romanzi: la  prospettiva Nevskij (Невский проспект) dell’autore ucraino naturalizzato russo Nikolaj Vasilevicč Gogol e i tempi di Anika (Anikina Vremena) del diplomatico e  scrittore jugoslavo Ivo Andrić. Con il racconto di Gogol, La prospettiva Nevskij, desidero concentrarmi sul protagonista Piskarëv, un artista timido, che proprio su  questa via,incontra una  donna e ne rimane incantato, fino a seguirla, ignorando che sarà la causa della sua distruzione. Questo tipo di donna, seduttiva e rovisnosa, viene rappresentata anche in Andrić, in particolare nel breve racconto I tempi di Anika.

Durante la narrazione assistiamo alla sua  evoluzione, inizialmente viene vista da tutto il villaggio come la “Bellissima” ragazza,  alta e magra, in seguito alla sua delusione d’amore, si trasforma, diventa per tutti una strega. Entrambi gli scrittori idealizzano la figura femminile, rappresentandola come una Donna Angelo.

La rappresentazione della figura  femminile come Donna Angelicata è un topos noto nella letteratura italiana; dallo Stilnovo fino a Italo Svevo, per esempio, dove  in  Senilità, una delle protagoniste è  Angiolina che tuttavia presenta deelle caratteristiche ambigue, si trasforma in una donna fatale, che distrugge il sogno dell’uomo. Tornando però, ai romanzi citati sopra, osserviamo come si attua la metamorfosi di  queste donne.

Dall’antichità fino ai testi sacri come la Bibbia la figura femminile è sempre stata  osteggiata, additata come una strega, un demonio, che con un solo sguardo o tramite  la parola, è capace di ammaliare e distruggere l’uomo. Nella vicenda biblica di Adamo  ed Eva, quest’ultima è additata come colei che ha portato alla catastrofe dell’uomo, facendogli assaggiare ill frutto proibito.  Si pensi ai tempi  dell’inquisizione, il tempo della caccia alle streghe, o ancora, alla chiesa cattolica  oscurantista fautrice dei sensi di colpa sulle donne, che non potevano avere rapporti sessuali prima del matrimonio che doveva, peraltro, avere scopi  riproduttivi. Per controllare se le donne avessero commesso atti impuri, la chiesa cattolica già ai tempi dell’inquisizione usava lo strumento della confessione.  La donna deve essere sottomessa all’uomo e se provoca ribellione contro l’uomo che  può essere il marito o il padre, è una strega, è una Lilith.  Ivo Andric e  Gogol, con i loro racconti hanno mostrato la figura della donna come peccatrice,  come femme fatale.

Nikolaj Vasilevič Gogol con il racconto breve, contenuto nei racconti di  Pietroburgo, La prospettiva Nevskij, allestisce una scenografia piena di sogni, perché  leggendo il racconto si ha la percezione che tutto è un sogno; in realtà è un sogno reale che fa il protagonista Piskarëv, l’artista timido. Prima di incontrare il protagonista  Piskarëv, Gogol, fa una descrizione della Nevskij, dove si vede la gente che  cammina sulla Neva, con i tratti caricaturali, come si evince dalla  descrizione delle  barbe degli uomini

.Gogol la definisce “una prospettiva  pedagogica” e proprio su questa via Piskarëv incontra la Bianca del perugino. Non è un caso che Gogol abbia dato il ruolo dell’artista al protagonista e soprattutto che abbia assegnato come  nome alla ragazza  la Bianca del perugino, perché lo stesso  autore amava l’Italia e conosceva gli artisti italiani, come Dostoevskij che all’interno delle sue opere come ad esempio nell’’Idiota riferisce di molti quadri di artisti italiani  conosciuti durante il soggiorno italiano. L’artista timido segue la giovane:

“Con segreta trepidazione egli si affrettava dietro l’oggetto che l’aveva tanto fortemente colpito, e pareva stupirsi lui stesso della propria temerarietà.  L’ignota creatura verso la quale erano così attratti i suoi sguardi, pensieri e  sentimenti, a un tratto voltò la testa e lo guardò. Dio, che divini lineamenti! La  deliziosa fronte d’abbagliante candore era ombreggiata da capelli stupendi  come l’agata. Essi s’avvolgevano in riccioli meravigliosi, e una parte, cadendo di sotto  al cappellino, sfiorava una guancia soffusa d’un tenue rossore causato dalla frescura  serale. Le labbra erano suggellate da un intero sciame di deliziosi sogni. Tutto ciò che  resta dei ricordi dell’infanzia, tutto ciò che produce la fantasticheria e la quieta  ispirazione davanti al lume della lampada, tutto ciò sembrava essersi concentrato,  fuso e riflesso nelle sue armoniose labbra”

Quindi l’artista giovane rimane incantato da questa figura, inizia a seguirla, la  ragazza se ne accorge, più avanti si scoprirà che non è propriamente una ragazza angelica, semplicemente il ragazzo l’aveva idealizzata. È un Icaro caduto,  come se stesse su una verticale, dove in alto c’è l’idealizzazione  e sotto l’inferno, l’abisso, per certi versi baudelariano.

Il  sogno s’infrange in un attimo, una volta entrato nella casetta di modeste  condizioni della ragazza diciassettenne, perché si accorge che qualcosa non andava, e se ne scappa a gambe levate. Tornato a casa, immagina di essere invitato dalla stessa creatura, pura e tenera ragazza, a casa  sua, dove loro due si guardano, ma il sogno è ingannevole,perché  la sua mente sofferente,  a causa dell’oppio, gli aveva resttituisce  un’immagine  deformata, la donna pura e angelicata.

Rimane sconvolto dalla visione, e fa l’unica cosa che poteva fare:  andare da lei. Arrivato da lei, la chiede in sposa, ma lei rifiuta. Pensava Piskarev di  salvarla come tutti gli altri uomini che rimangono affascinati da una ragazza che non  è quella che sembra realmente. Si prodigano questi uomini cavalieri. L’artista timido  che non riesce ad affrontare quella triste condizione, ormai perso per quella Bianca  del perugino, si uccide, si taglia la gola, abbandonato da tutti.

Gogol con questo racconto ma anche con le altre sue opere, rende le donne streghe, le  rappresenta come demoni, capaci di distruggere l’uomo attraverso la  seduzione. In questo caso Gogol le definisce  Rusalche, delle sirene  sessualizzate. Anche in un altro racconto di quest’ultimo, Taras Bul’ba,  il cosacco Taras, uccide il figlio Andrij, perché innamorato del suo nemico, questa donna polacca, andando contro la comunità dei cosacchi.

La donna di Andrić, invece, è una donna scacciata dal paradiso e mandata all’inferno,  perchè Anika è proprio come Lilith, una demone, indipendente, libera, che non si  sottomette all’uomo: è una ribelle. In un villaggio oscuro della Bosnia, Visegrad, si  cela una donna misteriosa, che con la sua presenza sconvolge gli animi del villaggio, in particolare l’esistenza degli uomini.Il racconto prende inizio come una cronaca,  inizia a raccontare la storia del figlio del pope Kosta, Vujadin, che anch’esso segue la  strada paterna. Ma l’esistenza del pope Vujadin non persegue la serenità, al contrario,  è un tipo taciturno, solitario, e perde la moglie di parto. La perdita della moglie acuisce il suo stato d’animo, ormai traballante. In  quel villaggio la gente diffidava delle persone tristi e taciturne. Un giorno però, la  vita del pope Vujadin, viene scombussolata, quando, a  seguito della morte della moglie, comincia anche a provare disgusto e ripugnanza per le donne:

“si voltava con disgusto verso la stanza soffocante e semivuota, insultandole ad alta voce con gli epiteti più oltraggiosi. Un odio incomprensibile gli saliva alla gola,  le parole e il respiro gli venivano meno”.

Un giorno ormai il pope odiava se stesso e al suo quinto anno di stato vedovile,  assiste a una scena che crea turbamento: due donne con due ufficiali stranieri seduti a  terra. Quella scena gli provoca turbamento come se non avesse mai provato emozioni  di quel tipo, così intense, tanto da avere di essere scoperto. Da quel momento in poi, decide di avventurarsi nel bosco, pensa di aver immaginato tutto, di non aver visto veramente quelle donne. Così, in quel bosco, durante una notte afosa d’estate, spara con il suo fucile a dei contadini che stavano attorno al fuoco con delle ragazzine. Quell’immagine delle donne che si divertivano per lui era  inaccettabile, era arrivato ai limiti della follia. Il clou della storia prende avvio come  se fosse una leggenda, quando in questo villaggio appare Anika, ma allo stesso  tempo arriva la figura di Mihailo, un forestiero che stava fuggendo dal suo segreto, che coinvolgeva proprio una donna.

Anika viene descritta come alta, magra, bella, con un rapporto conflittuale con la  madre che non le prodigava amore materno, con il padre accusato di omicidio e con il  fratello malato di mente che avrà un suo ruolo all’interno della storia. Anika così  bella,  come la Elena di Troia, che proprio a causa della sua bellezza viene  condannata; è una donna, una Lilith, perché subisce  una trasformazione. In  seguito al rifiuto dell’amore da parte di Mihailo, lei inizia a mutarsi, diventa la  meretrice per tutti, la donna che accoglie uomini in casa, sfasciando intere famiglie  del villaggio. A differenza del racconto di Gogol, qui  la donna non si  lascia corrompere con il denaro, non si fa pagare, neanche con i doni. È una donna emancipata che con il suo carattere forte e la sua  determinazione, anche se porta alla distruzione anche il figlio del pope Jaksa, non si  sottomette ai canoni sociali e ai costumi di quella società primitiva, dove si   accoglievano solo mogli-madri. 

 Perché Andrić e Gogol rappresentano e le figure femminili come donne demoniache, streghe? La risposta a questa domanda è questa: perché sono donne che non si  sottomettono all’autorità dell’uomo, sono libere e questo, per esempio, alla gente del  villaggio di Visegrad non piace. Se pensiamo alle donne in generale,  anche nelle  icone, sono rappresentate come esseri vergini, pure, delicate.

Anika è una donna onsapevole del fatto  che può trovare la salvezza solo nella morte, un po’ come succede a Nastas’ja Filippovna nel romanzo I demonî di F.M Dostoevskij, che muore per mano di un uomo o a Desdemona nell’Otello.  Nella seduzione, come dice Aldo Carotenuto: ” L’individuo sedotto è catturato, sottratto ad un preciso ordine di significati,  condotto “altrove”, afferrato da una forza a cui non può opporre resistenza “. (Riti e  miti della seduzione.)

E per concludere con Andrič:

In ogni donna c’è un diavolo che bisogna uccidere facendola lavorare oppure  partorire, o tutte e due le cose; se la donna si sottrae all’una e all’altra, allora bisogna  ucciderla.

 

 

 

 

 

Qualche riflessione su La memoria della Shoah: Didattica, riflessione, impegno a cura di Gianluca Attademo e Nicola Rizzuti

di Sergio Daniele Donati

 

All’abisso – così come al sublime – ci si può avvicinare, con le dovute cautele in due modi differenti ma tra loro non alternativi. Abisso – e sublime – non sono identificabili mai nella loro interezza; se ne possono descrivere le scaglie, i residui; si può farne oggetto di narrazione, raccontarne le storie. Ed è questo l’approccio del poeta a quei temi. Oppure, se ne possono ricercare le ragioni, le cause, e se ne possono descrivere i movimenti e gli esiti. Ed è questo il metodo dello storico.

Entrambe le vie, se percorse con l’etica che le caratterizza, non possono, per forza di cose ignorare che abisso – e sublime – non sono fenomeni di cui si possa cogliere l’unità, la completezza. Deve esistere dunque sia per lo storico che per il poeta una umiltà di fondo che contempli la nostra umana piccolezza di fronte a ciò che di abissale – ed anche di sublime – l’uomo stesso ha saputo creare.

La Shoah è il campo d’elezione per queste valutazioni. Esiste sempre un dato che sfugge alla comprensione del fenomeno e l’approccio razionale, scientifico e storico
necessariamente di quel dato deve tener conto, sopratutto quando si accinge a tentare non solo la descrizione della Shoah stessa, ma anche a comprenderne le ragioni profonde, soprattutto nel tentativo di trasmettere alle nuove generazioni una sorta di antidoto affinché ciò che è stato non si ripeta.

Nel testo che qui si commenta, molto più che altrove, questo rispetto di fondo si
percepisce come basso continuo di tutti gli interventi di autorevoli studiosi.
Così, ad esempio, la minuziosa descrizione delle fonti di conoscenza (da un lato) e di causazione (dall’altro) della Shoah è trattata con estrema cautela. Ed anche le riflessioni, i tentativi di spiegazione del fenomeno Shoah, di quella profonda
ferita nella cultura europea non ancora rimarginata e insuturabile, sono sempre espresse sul filo di lino sacro di un eppure battente.

Questo elemento – la consapevolezza di trattare di un tutto indistricabile, ma allo stesso tempo della necessità di svolgere quel tentativo, sopratutto ai fini didattici per le nuove generazioni – ha spostato la mia attenzione di lettore più che sulla indiscutibile competenza storica, sociologica e psicologica degli interventi, sulla spinta etica che in quest’opera si sente molto presente e pulsante.

So bene che affiancare i termini etica e ricerca storica è elemento di rischio e in
controtendenza rispetto al moderno pensiero. Eppure non credo, quando si tratta di Shoah, che la domanda battente sul senso e sulla possibilità di dare spiegazione ad un fenomeno abissalmente indescrivibile sia di poco peso. Non che questa questione sia dagli autori esplicitamente affrontata, ma la delicatezza (che ossimoro vivace parlare di descrizione delicata della Shoah) con cui il tema viene affrontato dimostra appieno che quella linea etica non è ignorata affatto da chi gli interventi ha scritto.

A parer mio questo libro è una vera lezione per le nuove generazioni, non solo sulla Shoah in sé, ma anche e, forse, soprattutto, su come si debba affrontare il tema della Shoah e con quali sostegni morali ci si possa alla stessa avvicinare.

Esiste, certo, voglio dire, una didattica della Shoah, ma quella didattica, per essere
efficace, non può non interrogarsi sui limiti di conoscibilità che la Shoah stessa ci mette di fronte. E questo il tema centrale da cui, a mio avviso, dovremmo tutti partire. Ed è lo stesso tema che, come si diceva sopra, affronta chi alla Shoah si avvicina con gli strumenti della narrazione, poetica o narrativa che sia poco conta.
Perché la domanda pressante per tutti noi non è tanto cosa sia stata la Shoah ma chi sono io, coi miei limiti, con la mia piccolezza, per cercare di com-prendere la Shoah e, per contraltare, chi sono io, con gli stessi limiti e la stessa piccolezza, per rinunciare a farlo?

E, badate bene, queste sono domande, pur se non espresse che sono alla base di questa ricerca storico-didattica di sicura profondità e valore come quella in esame.
Il testo che sto commentando lo consiglierei, anzi l’ho fatto, a mio figlio di sedici anni,
perché capisca che lavoro di razionalizzazione dell’irrazionale ci sia dietro l’attività dello storico o del sociologo. Ma lo consiglierei, e non so se avrò il coraggio di farlo, a tanti adulti, della mia stessa generazione (la seconda dopo la Shoah) che credono di poter dare alla Shoah stessa  risposte posticce e preconfezionate.

“Eh, c’è stato Weimar, la crisi economica post bellica (primo conflitto mondiale) della
Germania”. Quante volte abbiamo sentito dirci, ad esempio, che fosse questa la sorgente dell’abisso con la sicumera di chi alla Shoah pretende di dare un causa sola. Ecco, con estremo piacere mio di lettore, in questo testo la banalizzazione della cause non è presente, anzi questo, in tutti i suoi interventi, è un testo che incita il lettore a comprendere la fatica enorme che esiste nella raccolta dei dati e, soprattutto, nella loro interpretazione. Per questo parlo dell’etica sottesa a questo testo e per questo lo consiglierei a persone molto diverse tra loro per età, esperienza di vita e cultura.

Ondine Valmore

 

di  Francesco Cocorullo

Marceline Junie Hyacinthe Valmore, detta Ondine, nacque a Lione il 2 novembre 1821 dalla poetessa Marceline Desbordes-Valmore e da François Lanchatin, detto Valmore, nonostante anche il letterato Henry Hyacinthe de Latouche pensasse di esserne il padre. Difficile la sua infanzia, affetta da problemi respiratori
e polmonari fin dall’età di dodici anni, verso i venti i suoi problemi si aggravarono, tanto da costringere la mamma ad inviarla a Londra da un medico che aveva un’ottima reputazione, il dottor Curie.Purtroppo, questi si rivelò un ciarlatano e la povera Ondine peggiorò rapidamente; ammalata di tubercolosi, trascorse il resto dei suoi anni tra un ricovero e l’altro in ospedali e sanatori, fino alla morte a soli 31 anni, il 12 febbraio 1853 tra le braccia della madre a Passy.

Ragazza dotata di grande talento letterario, imparò presto il latino e l’inglese, traducendo molte opere, tra cui quelle di Shakespeare; pressata dalla madre affinché si sposasse, accettò la proposta dell’avvocato Jacques Langlais. Dalle nozze nacque un figlio, che ben presto rimase orfano a causa della prematura morte di Ondine. La giovane donna ha pubblicato alcune raccolte poetiche, vivendo con una spada di Damocle sulla testa a causa della precaria salute, nei suoi versi sono molto presenti i temi dell’inverno, dell’autunno, del ciclo della vita. Ecco alcune poesie nella mia traduzione:

Addio all’infanzia

Addio miei giorni infantili, effimero paradiso!
Fiore che brucia già lo sguardo del sole,
Fonte dormiente dove ride una dolce chimera,
Addio! Fugge l’alba. Giunge il momento del risveglio!
Ho invano cercato di trattenere le tue ali
Sul mio cuore che batteva, dicendo: “Ecco il giorno!”
Ho invano cercato tra i miei giochi fedeli
Di prolungare il mio destino nel tuo calmo soggiorno;
Giunta è l’ora, addio mia primavera, selvaggio fiore;
Domani questa allegria un ricordo sarà.
Addio! Ecco l’estate; temo il temporale;
Mezzogiorno porta il fulmine, e mezzogiorno arriverà.
Autunno
Vedi questo frutto, ogni giorno più tiepido e vermiglio,
Dolcemente gonfiarsi sotto i raggi del sole!
La sua linfa ad ogni istante più ricca e feconda,
Lo riempie, diremmo, di voluttà profonda.
Sotto i fuochi d’un sole invisibile e potente,
Il nostro cuore assomiglia a questo frutto che matura,
Di succhi più abbondanti ogni giorno inebriato,
Felice di vivere, or maturato.
L’autunno giunge: il frutto si svuota e cadrà
Ma la sua buccia è viva e di germogliare chiederà.
L’età arriva, il cuore si ferma in silenzio,
Ma, per l’estate promessa, il suo seme conserverà.

La Voce

La neve da lontano copre la nuda terra;
I deserti boschi si estendono verso le nubi
I loro grandi rami che, neri e separati,
d’alcuna foglia ancora non sono adornati;
Dorme la linfa e la gemma senza forza
È per molto tempo sotto la corteccia intorpidita;
L’uragano soffia annunciando l’inverno
Che gela l’orizzonte scoperto.
Ma io sotto invisibili fiamme ho rabbrividito
Voce di primavera che muove le anime,
Quando tutto è freddo e morto intorno a noi,
Voce di primavera, o voce, da dove vieni?….
Quando in primavera
Quando in primavera la verde foglia
Prova a adornare i rami,
Quando dal seno della terra aperta
Si innalzano alberi nuovi,
Quando tutto sorride, quando tutto si rischiara,
Quando la stella tiepida e trionfante
Pare misurare la sua luce
Con la forza dell’occhio d’un infante:
Amo vedere la bambina,
fresco fiore, correre per i prati.
Amo vedere la sua corona dove brilla (sic)
I primi bottoni colorati.
Ammirare il bimbo che si è lanciato
Sotto il cielo privo di vento
Amo il Dio che ha l’infanzia ha creato
E che gli dona la primavera.

Ragionamento su Rosa Mangini- di Daniela Piana

di Daniela Piana

«L’unica guerra vinta
è quella che si smette di combattere»

ROSALYN VIVIENNE MANGINI

Un ritratto di Rosa Mangini

Nessuno sente il profumo delle ginestre quando, dopo la tempesta, sbarca su una costa che credeva di non poter toccare più. Sente invece che il vento si è calmato, la vela ha smesso di urlare gonfiata e sferzata dagli elementi di cui è stato in balìa. Pochi fanno caso al «rumore della salvezza», tranne quando coincide con una ricostruzione a una certa distanza dai fatti. Basti pensare alla guerra. Il giorno dopo la fine si ode il silenzio degli ordigni caduti, e quel languido sapore dolce che è l’essere salvi. Nella liberazione dalle tenaglie dell’incerto, dalle incursioni delle tenebre interiori nel chiarore degli animi che colmano di scheletri la trama sociale, vi è la luce di un’alba: la possibilità. E proprio perché possibile, è libera da ciò che non la rendeva possibile, benché indeterminata.

La liberazione, infatti, è più questione del domani che di uno e di tanti ieri. Perché il 25 aprile e i giorni a seguire si avvertì l’assenza di quanto prima si era mangiato la vita. Animare quella assenza e farla diventare una presenza chiede un’energia coraggiosa e umanissima. La presenza, del resto, è più forte di qualunque tempesta. Oggi esperiamo quella presenza, o neppure la sappiamo più dire? La ribellione è qualcosa di estemporaneo, destinato a finire appunto in quell’alba che rimane ad esprimere la possibilità? La risposta è in ciò che tiene uniti, nel senso comunitario che è collante della società. E la storia è punteggiata di prove, di vicende nelle quali ancora prima di giungere a una salvezza materiale si è passati per quella spirituale, in cui un gruppo di uomini uniti gli uni agli altri si sono rivelati il tappo che trattiene l’aroma, la cerniera che argina la falla e fa navigare – ancora, e più saldi – sulle onde dell’identità.

La rivoluzione forse domani- Divergenze

Rosa Mangini racconta, anzi, offre il diario dal vero di com’è nata e si è sviluppata quella salvezza spirituale prima che materiale; come e tramite chi, con tanto di nomi, luoghi e fatti. In quei nomi, luoghi e fatti c’è la storia delle storie di un mondo che ha tramutato la speranza, fatta proprio di coesione e affinità di idee, vedute e valori, in una promettente opportunità. Alla quale, con il comodo ma sincero senno di poi, le generazioni a venire debbono molto. Forse, tutto. Non è dato sapere se e in quante altre aree d’Italia si siano verificati episodi come quelli narrati dall’autrice, ma i fatti del romanzo tendono a dimostrare come il ragionamento sulla salvezza materiale preparata da un atteggiamento spirituale, ne abbia agevolati di identici anche altrove.

 

Una copia del manoscritto

Certo, non c’era un’altra penna a salvarli su carta, ma la psiche dell’individuo è figlia di quella del gruppo, e il gruppo che la plasma è cresciuto nella «educazione all’attenzione» che per Simone Weil (ne) determina la cultura. Perciò la rivoluzione è un “tornare e rivoltare” in un approdo di imperfetta conoscenza eppure da conoscere, è un embrione vivo nelle formule emotive del popolo attraverso cui tentare di annullare, o almeno ridurre, gli elementi di inquietudine, di sofferenza o di tragedia. La rivoluzione che invera la promessa di un’esistenza migliore, che porta con sé la capacità di esserci anche per chi la pensa e la penserà diversamente da noi, è proprio in quel tornare e rivoltare libero dalla violenza di ripartire da capo, cioè da un’idea che domini, sinottica e foriera di verità, che non si confronta volentieri col dissenso

 Quella rivoluzione è collettiva e lavora sulla consapevolezza, dunque è lontana dalle odierne forme di pluralismo che, secondo Robert Wolff, è del tutto «cieco di fronte ai mali che affliggono l’intero corpo sociale» perché diverge l’attenzione dalle revisioni radicali necessarie a porre rimedio a quei mali. E La rivoluzione, forse domani è un viaggio che ognuno dovrebbe fare dentro di sé, perché è un viaggio di cittadinanza attiva e vissuta nell’esperienza del “fare il pane di ogni giorno”. Un pane che chiede parsimonia nel consumo, però profuma e sazia la fame di buono, che prevede un tempo di gestazione come tutte le cose nelle quali la natura umana si manifesta, ed è fatto per essere al centro di un tavolo conviviale. Quello sarebbe, in fondo, lo Stato di diritto: prima di ogni rigida scrittura, l’interazione con l’alterità

. Nella sua sostanza vi è un grido senz’armi di offesa, piuttosto di difesa dei rapporti, di cura della vicinanza. Rosa Mangini dà a intendere come quattro anni prima del fatidico 25 aprile quel «domani» era un «forse» difficile eppure intatto, possibile, grazie a quella cura ancora viva in un presente semplice, mai fuori misura. Per questo il nostro presente, frutto della analisi critica dei fatti storici, dovrebbe essere libero da una progettualità ingegneristica che arroga in sé quanto serve per fare il comodo tramite il superfluo, in favore di quanto è utile a «fare bene per ognuno» affinché nell’ognuno ci siano l’oggi e il domani.

Il 25 aprile 1945 si aprì uno squarcio nel cielo, e il cielo fu diviso. Per giorni, anzi, per mesi il fiat iustitia come vendetta galleggiò nell’aria e nell’animo di molti, quasi fosse promessa del ripristino di un ordine che – però – nulla aveva della cura dell’altro, pertanto non prevalse. Più forte fu il ridare vita al tessuto sociale, tornare subito a fare pane e ciò che tiene insieme con le forme del diritto che Piero Calamandrei avrebbe messo nelle azioni e nel pensiero di tutti, a partire dai giovani.

La grande sfida di oggi è qui. Agire liberati dalla presunzione dell’idea perfetta ex ante, per rivolgersi al presente e quindi al futuro con la forza con cui i narcisi, a dispetto di ogni gelo, alluvione o siccità, torneranno ad annunciare la primavera.

Habermas, Una storia della filosofia. Per una genealogia del pensiero metafisico

di Antonio Coratti

La pubblicazione di una nuova Storia della filosofia oggi non avrebbe rappresentato un evento per studiosi e appassionati se a scriverla non fosse stato un autore del calibro di Jürgen Habermas.
Uscita in Germania nel 2019, con il titolo Auch eine Geschichte der Philosophie, l’opera è pubblicata in Italia da Feltrinelli che, al momento, ha editato solo il primo dei tre volumi previsti (Una storia della filosofia. Per una genealogia del pensiero metafisico, Feltrinelli 2022).
Non può non sorprendere fin dal principio la scelta dell’editore italiano di pubblicare il volume elidendo dal titolo l’avverbio auch (ancora) che lo stesso Habermas nella prefazione mette ben in rilievo per la sua ascendenza herderiana, con chiaro riferimento all’ Auch eine Philosophie der Geschichte zur Bildung der Menschheit (Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità). D’altra parte, enfatizzando quell’ancora, l’autore pare fin da subito voler rispondere alla eventuale, legittima domanda sul perché di una (ennesima) storia della filosofia. La risposta è delle più ambiziose: comprendere il proprio tempo riscoprendo il senso autentico della filosofia.

L’eurocentrismo delle storie della filosofia tradizionali non pare infatti offrire modelli interpretativi in grado di dar conto adeguatamente delle dinamiche complesse del mondo globalizzato, in cui agli sforzi per lo sviluppo di un’infrastruttura comune che coinvolga tutti gli Stati del mondo, o comunque una buona parte di essi, allo scopo di promuovere la condivisione di progressi scientifici e tecnologici, rispondono quasi ovunque politiche nazionalistiche sempre più rigide, volte a salvaguardare le culture particolari e la loro storia; in cui lo spirito del capitalismo più sfrenato anima (anche) nazioni dominate da forti ideologie conservatrici o, addirittura, da fondamentalismi religiosi; in cui l’«autocomprensione secolarizzata» della filosofia occidentale ha perso (non da ora) la sua forza esplicativa della modernità.

In questo contesto, determinati «tipi di ragioni», validi in altre epoche, non contano più e «noi dobbiamo accettare altre classi di ragioni, differenziate secondo aspetti di validità». Per la sua ontologia del presente, Habermas si ispira espressamente alla Legittimità dell’età moderna di Blumenberg che, contrariamente alle «storie del declino della modernità», ha saputo mettere in luce le «buone ragioni» dei Moderni nell’abbandonare idee, concetti, domande centrali in epoche precedenti e nell’adottarne di nuove. Così, come Blumenberg aveva teorizzato l’affermazione di sé della modernità a partire dalla ricostruzione del pensiero filosofico-teologico precedente, Habermas intende «contribuire al chiarimento razionale della comprensione di noi stessi e del mondo» partendo da «una genealogia del pensiero postmetafisico». A questo fine, la prima operazione che si impone è quella di allargare l’orizzonte della storia della filosofia e scardinare la prospettiva “occidentalista”, per quanto possibile da parte di un pensatore europeo (è Habermas stesso a mettere in rilievo il problema della sua posizione inevitabilmente parziale).

D’altro canto, lo stesso Blumenberg, fissandosi sulle dottrine monoteistiche, non ha saputo cogliere la varietà di volti che la modernità assumeva e continua ad assumere in contesti filosofico-religiosi distanti dal Vecchio continente. Su questo punto, la genealogia habermasiana trae linfa dalla teoria dell’età assiale di Jaspers fondata sulla tesi pluralistica della co-originarietà delle grandi civiltà euroasiatiche. Identificando il VI secolo a. C. come l’asse attorno al quale la rotazione della storia del mondo, per così dire, “accelera”, Jaspers mette in rilievo il fatto che quasi contemporaneamente sorgano le immagini del mondo cosmologiche e le grandi religioni asiatiche.

In entrambi i casi si tratta del superamento del mito a favore di un logos, inteso in senso lato, che non è più prerogativa esclusiva della filosofia greca: «Jaspers amplia lo sguardo europeo su uno sfondamento cognitivo “dal mito al logos” che si compie su “scala mondiale”». In questa prospettiva, la storia della filosofia greca è pari alla storia del monoteismo ebraico, a quella del buddhismo, del confucianesimo e del taoismo: in tutti i casi si è trattato di un «mutamento da un’immagine del mondo mitologico-cosmogonica a un’immagine del mondo razionalizzata nella forma di etiche cosmologiche».

Tanto l’idea della trascendenza di un Dio rispetto al mondo quanto la teoria dell’immanenza di una regolarità cosmica creatrice di unità e coerenza, hanno operato nella stessa direzione di liberazione dello spirito umano dalla morsa del «continuo fluire di eventi più o meno ordinati narrativamente e governati da divinità e forze magiche», oggettivando, per la prima volta nella storia, «il mondo del suo insieme e, al suo interno, la posizione dell’uomo». Il Dio degli ebrei svolge la stessa funzione delle leggi fisico-morali del buddhismo, della legge naturale universalistica del confucianesimo, dell’equilibrio tra forze cosmiche del taoismo e dell’essere e del logos greci: «I concetti di “Dharma”, “Tao” o “Logos” richiedono la stessa astrazione del mondo dall’accadere intramondano che è richiesta da un’idea teologica del mondo e della storia del mondo intesa come ordine del creato e della salvezza concepito e prodotto da Dio».

Tuttavia, Habermas rileva una prima importante differenza dovuta al diverso contesto socio-politico in cui le immagini del mondo si sono costituite. In particolare, mentre le «ingiuste contingenze della guerra, dell’oppressione e dello sfruttamento» determinarono in Israele, in India e in Cina, in maniera certo non uniforme, «dissonanze cognitive» sul piano pratico-morale che andavano ad aggiungersi e a fondersi con quelle scaturite sul piano teorico dal crescente «sapere mondano» sui processi naturali traducendosi in un’unica immagine del mondo, in Grecia la situazione relativamente tranquilla a livello di ordine politico e sociale non ingenerò dissonanze cognitive rilevanti dal punto di vista pratico, e la nuova immagine del mondo fu così, inizialmente, fondata sulle sole dissonanze cognitive di ordine teorico che erano state favorite dall’ «appropriazione produttiva di un patrimonio di conoscenze scientifiche e tecniche accumulate da lungo tempo in Oriente».

La conseguenza più importante di tale differenza fu il diverso rapporto che venne a stabilirsi tra salvezza e potere: la «moralizzazione del sacro», ovvero la sua integrazione nelle immagini del mondo dell’età assiale, determinò in Israele, India e Cina l’emergere di un potere, totalmente altro da quello politico, che prometteva la salvezza dalla miseria terrena in cambio del «rispetto di un ethos universalistico». In Grecia, al contrario, «la simbiosi mondana di salvezza e potere politico» non ha trovato, nella prassi, ragioni sufficienti per dissolversi e il culto degli dei ha continuato a persistere all’interno della polis affianco all’operazione di svalutazione e delegittimazione del mito e della magia messa in atto da tempo in campo “scientifico”.

Corollario di tale situazione è che, contrariamente a quanto avveniva nelle altre parti del mondo, la nuova immagine del mondo era appannaggio dei soli filosofi, gli unici in grado di immergersi nel tutto del cosmo attraverso l’esercizio della contemplazione, non a caso «privo del carattere rituale che contraddistingue le tecniche di meditazione dell’Estremo Oriente».
Anche quando al centro del discorso filosofico emergerà la polis e le sue costituzioni saranno fondate sulla politicizzazione dei concetti fondamentali della filosofia naturale (logos, isonomia, nomos, dike), il divario tra i filosofi e la massa non tenderà a ridursi. La teoria politica di Platone è, in questo senso, esemplare: se il telos di ogni uomo è raggiungibile solo in quanto cittadino della polis, la salvezza per “l’uomo del popolo” è rappresentata semplicemente da una «buona vita» condotta all’interno di una polis ben ordinata. E solo i filosofi, che tale ordine dovrebbero reggere, avendo essi soli accesso al mondo delle idee, possono aspirare a una doppia salvezza, da uomini e da cittadini esemplari.

La differenza con i sapienti cinesi, i sacerdoti ebrei e i monaci buddhisti è sostanziale: mentre questi amministrano i beni della salvezza e della conoscenza «solo per trasmetterli in linea di principio a tutti i cittadini in quanto membri della comunità» e non si fanno governanti in virtù di tale funzione, i re-filosofi non si limitano a insegnare e diffondere le verità salvifiche ma, da governanti, decidono ciò che è meglio per tutti, «anche per le “nature minori” che non possono effettuare l’ascesa epistemica alle idee». L’apparente contraddizione risiede nel fatto che gli stessi filosofi, che hanno superato la visione mitica del cosmo approdando a una nuova immagine del mondo, ritengano politicamente necessario che la massa della popolazione creda ancora negli dei e trovi sostegno nel mito.

Allo stesso modo, mentre nelle altre dottrine dell’età assiale la ritualità del culto assume un valore fondamentale per tutti, nella teoria politica platonica essa è perlopiù funzionale al governo del popolo, ma ininfluente per la «reale comprensione filosofica del mondo e di sé». La teoria diventa così l’unica via di salvezza.
Tuttavia, se la teoria del tutto permane invisibile e inaccessibile ai più, in caso di crisi o di conflitto sociale nessuno sarà in grado di riconoscere «una giustizia che lo obbliga a travalicare il quadro istituzionale della polis». Così, quasi paradossalmente, proprio nel contesto politicamente più avanzato dell’età assiale, veniva sbarrata la via a una forma di salvezza universale e si lasciava libero spazio alle «forze esplosive dell’individualizzazione e dell’illuminismo».

Il riferimento all’illuminismo merita un’ultima considerazione. Distante dalla critica senza appello ai Lumi di Adorno e Horkheimer, Habermas intende qui mettere in discussione soprattutto l’idea secondo cui lo sviluppo delle scienze e delle tecniche sia, quasi automaticamente, garanzia per un conseguente progresso sociale. Il paradosso greco, per cui al principio dell’isonomia in campo politico, derivato direttamente dalla nuova teoria cosmologica, non corrispose, nella prassi, un processo di radicale distacco dal culto degli dei, è la prima manifestazione di ambiguità e contraddizioni che contrassegneranno la vita politica occidentale, dall’antica Roma fino alle nostre attuali democrazie. D’altro canto, le altre civiltà dell’età assiale, avendo fondato i legami sociali sul processo di moralizzazione del sacro, sono riuscite a compattare i rispettivi popoli nell’idea di una salvezza accessibile potenzialmente a tutti nonostante la realtà politica cui erano sottoposti. In questo senso, la riscoperta della comune origine delle diverse immagini del mondo, da cui la storia della filosofia di Habermas prende avvio, sembra rappresentare l’invito a riprendere un dialogo che potrebbe condurre le diverse culture del mondo globalizzato a recuperare nell’altro «potenziali semantici» inespressi nella propria storia.