G. Dambrosio, Spazio delle mie brame.

di Andrea Comincini

Che cos’è la società occidentale? La domanda potrebbe sembrare troppo generica, persino difficilmente inquadrabile in un contesto sistematico quale spesso è il processo filosofico. Sebbene dunque sia compito ostico, si può tentare di scorgerne alcuni elementi che identificano, incidono o focalizzano quel mondo intorno a noi in termini di apparato sociale e culturale. A procedere in questa direzione è l’ultimo saggio di Giuseppe Dambrosio, docente e studioso di filosofia: Spazio delle mie brame (Mimesis 2023) rimanda ovviamente al celebre specchio in cui la perfida regina dialoga con il proprio subconscio, portandola a compiere scelte inenarrabili.

È un percorso ben lontano dalla fiaba a lieto fine, tuttavia, quello dell’autore, impegnato invece a mostrare quanto – come specchio, doppio dell’anima – la nostra società menta a se stessa, e lo fa proprio nella misura in cui a sbandierate pubblicità sulla nostra libertà e sicurezza corrispondano in realtà politiche vessatorie e della sorveglianza. Le “riflessioni sul potere, lo spazio e l’educazione diffusa” – così il sottotitolo – si concentrano su quell’ambiente che troppe volte è relegato a ruolo di secondo grado o trattato alla stregua di un problema di soprannumero o cattedre scoperte.

Parliamo della scuola, la quale è ben altro da questo. La scuola è fondamentalmente chi la vive (docenti e alunni) e ciò che crea (cittadini e cittadine di domani). Per tale motivo il saggio suddetto è estremamente benvenuto, perché la società è tale dalle sue fondamenta educative, e soltanto a partire da queste si può trasformare. L’autore accoglie l’impostazione e la lettura foucaultiana del vivere comune e attraverso le sue lenti arriva a definire il quadro della propria investigazione:

“Di Michel Foucault ho condiviso in prima battuta l’idea che l’istanza di disciplina e di controllo che presiede al sorgere delle carceri si sia affermata – e perduri ancor oggi – anche in altre “istituzioni segregative” che nascono parallelamente in seno alla società occidentale: ospedali, manicomi, scuole, caserme (p. 8)

Come si può leggere, e facilmente prevedere, il quadro teorico può essere accusato di esser ideologico e radicale. Ai critici l’onere delle controprove. Qui conta l’impostazione teorica di fondo che attraversa il libro, un percorso interessante e chiaro all’interno del mondo della scuola.  Una educazione fondata su codici asfissianti, norme restrittive, interrogazioni e voti conduce – così Dambrosio – a una scuola totalmente alienante e alienata, priva di empatia, dalle gerarchie rigide e inutili. Una scuola dove gli alunni e le alunne sono trattati alla stregua di carcerati, di numeri, di soggetti privati di affetto e comprensione. Esiste una alternativa? Certamente.

È la scuola dell’ascolto, dell’educazione reciproca, e degli spazi “altri”. Proprio sulla spazialità viene offerta una produttiva riflessione, a conferma della necessità di riconsiderare la scuola non soltanto alla stregua di un edificio da riempire, fatto di mura grigie e fredde, ma spazio da creare insieme, anche immaginario, attraverso il quale l’alunno/a possa ritrovare la propria personalità e farla crescere. Se si insiste sulla posizione avversa, allora:

La scuola è una parte dell’istituzione Stato, particolarmente deputata al mantenimento del potere, dell’oppressione e che tutt’al più è chiamata a farsi carico di mutamenti che siano voluti da classi dominanti e che siano funzionali al mantenimento del potere costituito (p. 26)

La scuola quindi come luogo di potere e di scontro tra poteri, in una prospettiva panottica dove il carcerato necessita di libertà nuove e della possibilità di sovvertire il sistema che lo ha reso tale. “Lo spazio, oltreché essere spazio-visibile e spazio-dicibile, è spazio potere” (p. 27).

Il saggio ripercorre poliedricamente vari aspetti del nostro sistema educativo, confrontandosi anche con le teorie dei pedagogisti alternativi al modello coercitivo, al fine di immaginare una trasformazione che da spazio-dominio possa essere spazio-desiderio. Fedele ancora una volta alla lezione foucaultiana, Dambrosio coglie perfettamente la necessità di riaccendere il desiderio di vita in una ipercittà fatta di corpi-oggetto il cui eros ormai apparirebbe offuscato o tutto al servizio del mercato. Si è parlato di specchi, prima, perché l’istruzione pianificata è l’immagine riflessa della metropoli alienata intorno a noi, della vita ingabbiata in schemi frastornanti e crudeli dove l’atomismo impera e riduce tutto a solitudine. Come suggerisce invece lo studioso Mottana, è d’obbligo pensare una contro-scuola che:

preceda e s’intrecci con l’oltrescuola in uno spazio urbano ed extraurbano non più interdetto ma rigato dai percorsi dei bambini e dei ragazzi, animato e abitato da loro e perciò riattivato, restituito ad una formidabile vitalità (p. 61)

“L’essere umano non è proprietà di nessuno”, diceva Mario Lodi e da questo principio deve nascere una educazione diffusa che si trasformi in pratiche comunitarie del desiderio libero. La scuola deve tornare a essere “gaia”, e non austera; deve offrire gli strumenti per una emancipazione universale, e non imporre l’obbedienza coatta al potere. Come si può intendere, e lo sottolinea F. Muraro nella postfazione, si tratta di una bella sfida, alla cui base ci sono tre domande da illuminare chiaramente: a che cosa educare? Come educare? Perché educare?, alle quali si aggiunge poi una quarta: dove educare?

Se l’autonomia scolastica ha risolto la scuola a una mini azienda asettica e cinicamente attenta alla formalità della modulistica e non alle esigenze dei ragazzi, se quanto descritto è vero, appare chiara l’urgenza di ricominciare a pensarla in maniera differente, senza perder tempo. Proprio la dimensione temporale, oltre alla spazialità, reclama ancora attenzione. I giovani crescono rapidamente, e rapidamente possono esser rovinati o fatti fiorire.

L’alternativa possibile, il contributo che pedagogisti e insegnanti sul campo hanno offerto e offrono ogni giorno va almeno ascoltato senza perdere più tempo, sia per criticarne le soluzioni, sia per accoglierle: l’importante è ricollocare la scuola al centro del processo formativo perché da essa nasceranno le future generazioni che dovranno vincere le sfide di domani. Sono ragazzi e ragazze da immaginare liberi e libere, capaci di autodeterminazione, e non soggetti funerei e addomesticati ad un potere incapace di salvare il pianeta da se stesso.

Il ruolo della scuola in generale, ma a maggior ragione di quella pubblica, risulta e risulterà fondamentale: senza una educazione diffusa all’autocoscienza, alla libertà e alla responsabilità collettiva saremo vittime di persone il cui unico scopo sarà vincere e non costruire insieme, sopraffare e non collaborare, infine prendere il posto dei carcerieri che un tempo misero loro le catene al collo.

Altro da Palermo- di Michele Burgio

di Antonina Nocera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ammiccante già dal paratesto  – una copertina che incrocia tre R negli spigoli di una figura geometrica  – il nuovo romanzo di Michele Burgio, per i tipi di Ianieri edizioni inaugura una cifra più esistenziale e ruvida, che tocca corde intime, sapientemente dosate da una scrittura elegante e mai eccessiva, lontanissima dall’espressionismo monocorde di certa letteratura contemporanea, avvinghiata a pratiche autoreferenziali, in odore di psicodramma, di confessione egotica.

Burgio intreccia tre storie, incastrate nella struttura “a scatola cinese” in cui  le vite di  tre uomini il cui cognome inizia per R si trovano a collimare per caso, come spesso accade nella vita, nel flusso degli eventi di cui non abbiamo nessun controllo. Rizzica, Ruvolo, Romanò sono tre personae nel senso originario del termine, tre maschere di  un unico atto scandito in tre momenti, dove una voce onnisciente, cui è affidata la narrazione, scandaglia i passaggi salienti delle tre personalità, caratterizzate da un’attitudine raziocinante e meditabonda, ciascuno a suo modo, chi per la strada della dissimulazione, chi per un’autoconfessione scomoda.

Il  magistrato Rizzica vive la parte sbiadita della sua esistenza, quella che si affaccia  come le nubi livide di un crepuscolo, dopo il fulgore della carriera, delle tangenze scomode, della giustizia che deve fare i conti con quel sottobosco di connivenze, imposture, brogli e pasticciacci di un’epoca non troppo lontana, quella degli anni novanta, quando essere magistrato a Palermo era una scommessa con la vita, in guerra con un nemico che stava ovunque, ma che era indicibile, indecifrabile, o volutamente ignorato.

Esiste un riferimento storico che ha ispirato la storia di Rizzica –  ci tiene a dire l’autore – e mi pare di intravedere anche una fisiologica vena “sciasciana”  ad accompagnare la storia  di un errore giudiziario, che travalica le aule di giustizia per diventare microstoria, nelle vicende del figlio di un povero cristo divenuto pedina di un potere maligno di cui ignorava gli ingranaggi.  Fa capolino  il Riches de  Il contesto sciasciano, come rimando concettuale, sebbene qui con tutt’altra tempra e riferibile a questo tipo inusitato di “uomo di tenace concetto”, che a suo modo è il magistrato Rizzica:

“vedi Pietro, io ho molto rispetto per il tuo dolore. L’errore giudiziario è ciò in cui nessuno di voi vorrebbe incappare, e quando succede, è per noi stessi una sconfitta, un tormento. E’ come una malattia che non ha ancora, di cui hai il terrore di ammalarti,  e dalla quale cerchi di sottrarti. Fai di tutto per evitare le abitudini sbagliate, ti nutri al meglio, pratichi il giusto sport. Poi c’è un momento in cui non sai come, ma qualcosa va storto. […] Credi veramente che un professionista sbagli volontariamente?”

Con lo stesso scandaglio privo di indulgenze, Burgio interseca la storia di Anna, (domestica del magistrato Rizzica)  e del professore Ruvolo. Qui, la storia si avviluppa intorno a un vagheggiamento erotico, ma più di intelletto in verità, in cui la più classica delle situazioni, si screzia di inaspettate sfaccettature; il setting è quello scolastico,  delle scuole serali, frequentate da studenti lavoratori, spesso adulti che non hanno potuto completare gli studi ordinari. Ruvolo la osserva, la segue, la  immagina sua,  tenta la  seduzione con la goffa improntitudine dell’inetto (più Saba che Pavese) e ne esce sconfitto, irrimediabilmente:

“nel frattempo, nascosto dalla vetrata del bar, riusciva a ritagliarsi del tempo per rimuginare senza sosta. Tracciava bilanci,  ripercorreva gli errori della sua vita, mandava giù insoddisfazioni.”

Il gioco abile di Burgio è quello di mascherare gli intenti dietro il paravento del professore imborghesito che fa il suo dovere, timbrato il cartellino delle pratiche coniugali; dietro gli argini di una tollerabile normalità, delinea, con efficaci e brevi pennellate, il mostro riprovevole. Viene qui in soccorso un altro elemento del paratesto, in questo caso l’esergo del romanzo nella citazione di  Claudio Lolli: “nessun uomo è un uomo qualunque”.

Intento a rinverdire un’esistenza bolsa e ingrigita, il professore è la pedina di un meccanismo di violenza sottaciuta e passiva che alligna segretamente, come nel sottosuolo dostoevskiano dove l’impiegato più ordinario diceva:

ci sono cose nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela neanche agli amici, ma solo a se stesso,  e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare perfino a se stesso.

 

Prende l’abbrivio la terza storia, inanellata con un fulmen  in cauda alle due precedenti: entra in campo Romanò, portiere dello stabile da cui tutto ebbe inizio. Un altro spaccato dei costumi nostrani, del “tipo” di pratica cui abbiamo probabilmente assistito, volenti o nolenti, nel corso della nostra vita: lo scambio di voti e favori raccattati tra la gente nomale, quella che crede nel sogno della raccomandazione  salvifica e che poi viene abbandonata a sé stessa.

Romanò ci crede, fortemente, fino alla fine, che quel politico altisonante possa cambiargli la vita. Invece, sarà il destino, o quell’incrocio maledetto di R – che è la vita – a fornirgli la risposta.  Si ha la sensazione, a leggere questo romanzo tripartito, che il riscatto sia possibile a condizione di accettare la vita dentro la morte, come prescriverebbe il senecano morimur cotidie.

L’inversione dei termini esistenziali dei personaggi di Burgio:  l’eros come antidoto alla morte di Ruvolo, l’etica del sacrificio come extrema ratio di Rizzica  e  il lasciarsi vivere degli inetti alla vita di Romanò, rendono questo romanzo ruvido, scomodo nelle intenzioni, nell’indagine lucida e veritiera degli abissi umani.

La scrittura di Burgio, elegante, ricca di termini inusitati per questi tempi di barbarie linguistica, opera per sottrazione: niente esagerazioni, con la sua prosa lenta e possente che concede sul finale delle increspature, vergate con un’ attitudine gnomica, che non prescrive, ma suggerisce.

Ultima,  ma non certo per importanza, la città di Palermo, vero e proprio quarto personaggio del romanzo, che erompe in immagini vere, intense, del tutto prive di edulcorate lambiccature, anni luce dalla patinata Palermo felicissima, la città dell’inciampo, tra rancore e sottomissione, come direbbe Bufalino, illuminata in frammenti dipinti alla maniera del testo pietroburghese, dove il riscatto e l’abisso si alternano furiosamente, senza concedere respiro.

Una Palermo che ha cambiato volto, nel tempo che mostra le sue cicatrici senza pudore, che vive di soglie, limiti impensabili per qualunque altra città, come quello dei quartieri bene, separati dai bassifondi da pochi metri di cemento, dalla fatiscenza e della bellezza dei vicoli, degli odori, anche nauseabondi, mischiati agli effluvi miracolosi degli intingoli agrodolci. È la Palermo metafisica dei fantasmi agostani, quando si spopola e tutto appare spettrale, e ci si rende conto che quella stessa umanità brulicante che la uccide, viene a sua volta divorata. Lontano dai fulgori, il quarto personaggio è quello che diviene metonimia assoluta di uno stato del vivere, che brilla di quella luce indecisa e abbacinante che noi sappiamo.

Animali bianchi di Cristina Caloni

In natura gli animali bianchi sono considerati un’anomalia. Il gene del mantello bianco determina la loro marginalità. Questa condizione li espone a una maggiore vulnerabilità nei confronti dei predatori. Al contempo, questo essere neutri, li rende unici, incomparabili, non classificabili secondo i consueti parametri.

“Gli animali bianchi sono diversi dagli altri, hanno un’ anomalia nei loro geni, una mancanza che rende faticoso il loro adattarsi alle abitudini e alle regole condivise.  Se esistessero gli angeli avrebbero probabilmente quelle fattezze “

Una metafora  molto centrata, quella che Cristina Caloni sceglie per il suo secondo romanzo “Animali Bianchi” per i tipi di Golem

 Un cambiamento cromatico netto, rispetto al  primo romanzo, dove prevaleva il nero, come atmosfera, ambientazione, latitudine emozionale. Se nello spettro cromatico il nero assorbe i colori, il bianco li  riflette tutti, diventando un contenitore invisibile di mille modalità. Contiene in potenza  il maschile e il femminile e le  sue  forme intermedie, frantuma l’esistenza nelle mille possibilità.

I colori che sono dentro,  come imprigionati, erompono quando è il momento di toccare il rosso, il viola, il blu, il fucsia.  Assorbono il male, il bene, le contraddizioni in un mondo dove la moralità è appunto un possibile colore dell’essere dei sette animali bianchi che animano la scena di questa estenuata storia antiborghese.

Fran è certamente quella che incarna i personaggi preferiti di Caloni, maledetti, estremamente dandy in un senso più contemporaneo, tra bollicine di champagne e concerti rock, locali fumosi e auto di lusso.

Essere androgino dotato di un fascino che centrifuga tutto quello che le gira attorno, Francoise, “Fran” è Ulisse e Penelope assieme, il viaggio e l’attesa, il maschile che scommette il destino, il femminile che attende in astuta attesa e con intelligenza multiforme si barcamena tra le tregende del caso. Sin dall’incipit del romanzo,  il vagheggiamento omerico del viaggio del ritorno spalanca la trama diffusa del romanzo in una possibile epica del presente dove riconosciamo i sempiterni sentimenti che ricongiungono i sette animali bianchi: Neva,  Amen, Amelia, Ivana, Lucy, Fran:

La nave era un enorme gioiello incagliato che luccicava e ansimava, un  insetto meccanico che esalava gemiti metallici, nobilmente sdraiato sul suo fianco destro in un mare tranquillo dai bagliori dorati.

Inizia tutto con  un naufragio, saltato alle cronache italiano di qualche anno fa;  Neva che parla per prima è vittima del suo analogo simbolico,  un naufragio esistenziale, fa l’inventario delle macerie, quelle della Costa crociere inabissate, le sue ancora galleggianti nella psiche.

 Nelle frange sterminate delle personalità degli animali bianchi, perfette e misteriose come i frattali, ognuna contiene l’altro da sé in un drama queer che ci porta al cuore di una questione soprattutto umana, prima che di genere,.

Quante volte siamo uomini e donne indipendentemente dal nostro genere di appartenenza?  Quante volte incarniamo lo stereotipo, quante volte lo scardiniamo? “Eravamo animali albini usciti dai sotterranei per sconvolgere i perbenisti” rimane quell’esigenza di rompere le barriere, un salto nel buio che il motore di tutto, l’animale principale Fran non riesce ad abbracciare completamente, circondandosi di feticci da ricconi, fino al trash, all’esagerazione compiaciuta:

Fran si era trasformata nella superficie levigata e innocua delle cose, ogni angolo smussato, ogni ombra fugata. C’è chi è disposto ad accettare pesanti compromessi, a pagare qualsiasi cosa pur di arrivare in alto: rinunciare  a se stesso in nome dell’apparenza, piegarsi e vendersi all’ideale del potere come se fosse tutto uno scherzo, un gioco

In questo mondo che tanto mi ricorda  gli anni novanta delle supermodel di Altman, mischiati con lo stile grunge-chic di Caloni, mi sembra di scorgere una scrittura che riesce a stento a trattenere l’emotività, – qualche volta questa si frantuma letteralmente nelle scene parossistiche –  dove gli umori mascolini e femminili, a dispetto di ogni categoria, conflagrano. Animali bianchi che annaspano tra le gabbie di una società giudicante e il loro vitalismo sfrenato, sessuale, o più semplicemente umano.

Nel raccordare questi intensi quadri umani, Caloni si conferma scrittrice colta e attenta alle suggestioni musicali, estetiche in senso lato: una sensibilità che raccoglie il vissuto, lo incasella in una cornice precisa, in un’atmosfera culturale, entro la quale agilmente compone canzoni, riflessioni, abbandoni nichilisti,  amori amari, tragiche morti consumate sulla spider a suon di Metallica: ampie le  citazioni musicali sempre precise e coerenti, non sono un ornamento ma la colonna sonora delle vite, esattamente come sarebbe nel montaggio di un  film, con tempi e scansioni perfette.  Ha i sensi acuiti, Caloni, e la sua è una scrittura che si deve prima sentire, senza alcuna forma di pregiudizio.

 

 

 

 

 

Qualche riflessione su La memoria della Shoah: Didattica, riflessione, impegno a cura di Gianluca Attademo e Nicola Rizzuti

di Sergio Daniele Donati

 

All’abisso – così come al sublime – ci si può avvicinare, con le dovute cautele in due modi differenti ma tra loro non alternativi. Abisso – e sublime – non sono identificabili mai nella loro interezza; se ne possono descrivere le scaglie, i residui; si può farne oggetto di narrazione, raccontarne le storie. Ed è questo l’approccio del poeta a quei temi. Oppure, se ne possono ricercare le ragioni, le cause, e se ne possono descrivere i movimenti e gli esiti. Ed è questo il metodo dello storico.

Entrambe le vie, se percorse con l’etica che le caratterizza, non possono, per forza di cose ignorare che abisso – e sublime – non sono fenomeni di cui si possa cogliere l’unità, la completezza. Deve esistere dunque sia per lo storico che per il poeta una umiltà di fondo che contempli la nostra umana piccolezza di fronte a ciò che di abissale – ed anche di sublime – l’uomo stesso ha saputo creare.

La Shoah è il campo d’elezione per queste valutazioni. Esiste sempre un dato che sfugge alla comprensione del fenomeno e l’approccio razionale, scientifico e storico
necessariamente di quel dato deve tener conto, sopratutto quando si accinge a tentare non solo la descrizione della Shoah stessa, ma anche a comprenderne le ragioni profonde, soprattutto nel tentativo di trasmettere alle nuove generazioni una sorta di antidoto affinché ciò che è stato non si ripeta.

Nel testo che qui si commenta, molto più che altrove, questo rispetto di fondo si
percepisce come basso continuo di tutti gli interventi di autorevoli studiosi.
Così, ad esempio, la minuziosa descrizione delle fonti di conoscenza (da un lato) e di causazione (dall’altro) della Shoah è trattata con estrema cautela. Ed anche le riflessioni, i tentativi di spiegazione del fenomeno Shoah, di quella profonda
ferita nella cultura europea non ancora rimarginata e insuturabile, sono sempre espresse sul filo di lino sacro di un eppure battente.

Questo elemento – la consapevolezza di trattare di un tutto indistricabile, ma allo stesso tempo della necessità di svolgere quel tentativo, sopratutto ai fini didattici per le nuove generazioni – ha spostato la mia attenzione di lettore più che sulla indiscutibile competenza storica, sociologica e psicologica degli interventi, sulla spinta etica che in quest’opera si sente molto presente e pulsante.

So bene che affiancare i termini etica e ricerca storica è elemento di rischio e in
controtendenza rispetto al moderno pensiero. Eppure non credo, quando si tratta di Shoah, che la domanda battente sul senso e sulla possibilità di dare spiegazione ad un fenomeno abissalmente indescrivibile sia di poco peso. Non che questa questione sia dagli autori esplicitamente affrontata, ma la delicatezza (che ossimoro vivace parlare di descrizione delicata della Shoah) con cui il tema viene affrontato dimostra appieno che quella linea etica non è ignorata affatto da chi gli interventi ha scritto.

A parer mio questo libro è una vera lezione per le nuove generazioni, non solo sulla Shoah in sé, ma anche e, forse, soprattutto, su come si debba affrontare il tema della Shoah e con quali sostegni morali ci si possa alla stessa avvicinare.

Esiste, certo, voglio dire, una didattica della Shoah, ma quella didattica, per essere
efficace, non può non interrogarsi sui limiti di conoscibilità che la Shoah stessa ci mette di fronte. E questo il tema centrale da cui, a mio avviso, dovremmo tutti partire. Ed è lo stesso tema che, come si diceva sopra, affronta chi alla Shoah si avvicina con gli strumenti della narrazione, poetica o narrativa che sia poco conta.
Perché la domanda pressante per tutti noi non è tanto cosa sia stata la Shoah ma chi sono io, coi miei limiti, con la mia piccolezza, per cercare di com-prendere la Shoah e, per contraltare, chi sono io, con gli stessi limiti e la stessa piccolezza, per rinunciare a farlo?

E, badate bene, queste sono domande, pur se non espresse che sono alla base di questa ricerca storico-didattica di sicura profondità e valore come quella in esame.
Il testo che sto commentando lo consiglierei, anzi l’ho fatto, a mio figlio di sedici anni,
perché capisca che lavoro di razionalizzazione dell’irrazionale ci sia dietro l’attività dello storico o del sociologo. Ma lo consiglierei, e non so se avrò il coraggio di farlo, a tanti adulti, della mia stessa generazione (la seconda dopo la Shoah) che credono di poter dare alla Shoah stessa  risposte posticce e preconfezionate.

“Eh, c’è stato Weimar, la crisi economica post bellica (primo conflitto mondiale) della
Germania”. Quante volte abbiamo sentito dirci, ad esempio, che fosse questa la sorgente dell’abisso con la sicumera di chi alla Shoah pretende di dare un causa sola. Ecco, con estremo piacere mio di lettore, in questo testo la banalizzazione della cause non è presente, anzi questo, in tutti i suoi interventi, è un testo che incita il lettore a comprendere la fatica enorme che esiste nella raccolta dei dati e, soprattutto, nella loro interpretazione. Per questo parlo dell’etica sottesa a questo testo e per questo lo consiglierei a persone molto diverse tra loro per età, esperienza di vita e cultura.

Habermas, Una storia della filosofia. Per una genealogia del pensiero metafisico

di Antonio Coratti

La pubblicazione di una nuova Storia della filosofia oggi non avrebbe rappresentato un evento per studiosi e appassionati se a scriverla non fosse stato un autore del calibro di Jürgen Habermas.
Uscita in Germania nel 2019, con il titolo Auch eine Geschichte der Philosophie, l’opera è pubblicata in Italia da Feltrinelli che, al momento, ha editato solo il primo dei tre volumi previsti (Una storia della filosofia. Per una genealogia del pensiero metafisico, Feltrinelli 2022).
Non può non sorprendere fin dal principio la scelta dell’editore italiano di pubblicare il volume elidendo dal titolo l’avverbio auch (ancora) che lo stesso Habermas nella prefazione mette ben in rilievo per la sua ascendenza herderiana, con chiaro riferimento all’ Auch eine Philosophie der Geschichte zur Bildung der Menschheit (Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità). D’altra parte, enfatizzando quell’ancora, l’autore pare fin da subito voler rispondere alla eventuale, legittima domanda sul perché di una (ennesima) storia della filosofia. La risposta è delle più ambiziose: comprendere il proprio tempo riscoprendo il senso autentico della filosofia.

L’eurocentrismo delle storie della filosofia tradizionali non pare infatti offrire modelli interpretativi in grado di dar conto adeguatamente delle dinamiche complesse del mondo globalizzato, in cui agli sforzi per lo sviluppo di un’infrastruttura comune che coinvolga tutti gli Stati del mondo, o comunque una buona parte di essi, allo scopo di promuovere la condivisione di progressi scientifici e tecnologici, rispondono quasi ovunque politiche nazionalistiche sempre più rigide, volte a salvaguardare le culture particolari e la loro storia; in cui lo spirito del capitalismo più sfrenato anima (anche) nazioni dominate da forti ideologie conservatrici o, addirittura, da fondamentalismi religiosi; in cui l’«autocomprensione secolarizzata» della filosofia occidentale ha perso (non da ora) la sua forza esplicativa della modernità.

In questo contesto, determinati «tipi di ragioni», validi in altre epoche, non contano più e «noi dobbiamo accettare altre classi di ragioni, differenziate secondo aspetti di validità». Per la sua ontologia del presente, Habermas si ispira espressamente alla Legittimità dell’età moderna di Blumenberg che, contrariamente alle «storie del declino della modernità», ha saputo mettere in luce le «buone ragioni» dei Moderni nell’abbandonare idee, concetti, domande centrali in epoche precedenti e nell’adottarne di nuove. Così, come Blumenberg aveva teorizzato l’affermazione di sé della modernità a partire dalla ricostruzione del pensiero filosofico-teologico precedente, Habermas intende «contribuire al chiarimento razionale della comprensione di noi stessi e del mondo» partendo da «una genealogia del pensiero postmetafisico». A questo fine, la prima operazione che si impone è quella di allargare l’orizzonte della storia della filosofia e scardinare la prospettiva “occidentalista”, per quanto possibile da parte di un pensatore europeo (è Habermas stesso a mettere in rilievo il problema della sua posizione inevitabilmente parziale).

D’altro canto, lo stesso Blumenberg, fissandosi sulle dottrine monoteistiche, non ha saputo cogliere la varietà di volti che la modernità assumeva e continua ad assumere in contesti filosofico-religiosi distanti dal Vecchio continente. Su questo punto, la genealogia habermasiana trae linfa dalla teoria dell’età assiale di Jaspers fondata sulla tesi pluralistica della co-originarietà delle grandi civiltà euroasiatiche. Identificando il VI secolo a. C. come l’asse attorno al quale la rotazione della storia del mondo, per così dire, “accelera”, Jaspers mette in rilievo il fatto che quasi contemporaneamente sorgano le immagini del mondo cosmologiche e le grandi religioni asiatiche.

In entrambi i casi si tratta del superamento del mito a favore di un logos, inteso in senso lato, che non è più prerogativa esclusiva della filosofia greca: «Jaspers amplia lo sguardo europeo su uno sfondamento cognitivo “dal mito al logos” che si compie su “scala mondiale”». In questa prospettiva, la storia della filosofia greca è pari alla storia del monoteismo ebraico, a quella del buddhismo, del confucianesimo e del taoismo: in tutti i casi si è trattato di un «mutamento da un’immagine del mondo mitologico-cosmogonica a un’immagine del mondo razionalizzata nella forma di etiche cosmologiche».

Tanto l’idea della trascendenza di un Dio rispetto al mondo quanto la teoria dell’immanenza di una regolarità cosmica creatrice di unità e coerenza, hanno operato nella stessa direzione di liberazione dello spirito umano dalla morsa del «continuo fluire di eventi più o meno ordinati narrativamente e governati da divinità e forze magiche», oggettivando, per la prima volta nella storia, «il mondo del suo insieme e, al suo interno, la posizione dell’uomo». Il Dio degli ebrei svolge la stessa funzione delle leggi fisico-morali del buddhismo, della legge naturale universalistica del confucianesimo, dell’equilibrio tra forze cosmiche del taoismo e dell’essere e del logos greci: «I concetti di “Dharma”, “Tao” o “Logos” richiedono la stessa astrazione del mondo dall’accadere intramondano che è richiesta da un’idea teologica del mondo e della storia del mondo intesa come ordine del creato e della salvezza concepito e prodotto da Dio».

Tuttavia, Habermas rileva una prima importante differenza dovuta al diverso contesto socio-politico in cui le immagini del mondo si sono costituite. In particolare, mentre le «ingiuste contingenze della guerra, dell’oppressione e dello sfruttamento» determinarono in Israele, in India e in Cina, in maniera certo non uniforme, «dissonanze cognitive» sul piano pratico-morale che andavano ad aggiungersi e a fondersi con quelle scaturite sul piano teorico dal crescente «sapere mondano» sui processi naturali traducendosi in un’unica immagine del mondo, in Grecia la situazione relativamente tranquilla a livello di ordine politico e sociale non ingenerò dissonanze cognitive rilevanti dal punto di vista pratico, e la nuova immagine del mondo fu così, inizialmente, fondata sulle sole dissonanze cognitive di ordine teorico che erano state favorite dall’ «appropriazione produttiva di un patrimonio di conoscenze scientifiche e tecniche accumulate da lungo tempo in Oriente».

La conseguenza più importante di tale differenza fu il diverso rapporto che venne a stabilirsi tra salvezza e potere: la «moralizzazione del sacro», ovvero la sua integrazione nelle immagini del mondo dell’età assiale, determinò in Israele, India e Cina l’emergere di un potere, totalmente altro da quello politico, che prometteva la salvezza dalla miseria terrena in cambio del «rispetto di un ethos universalistico». In Grecia, al contrario, «la simbiosi mondana di salvezza e potere politico» non ha trovato, nella prassi, ragioni sufficienti per dissolversi e il culto degli dei ha continuato a persistere all’interno della polis affianco all’operazione di svalutazione e delegittimazione del mito e della magia messa in atto da tempo in campo “scientifico”.

Corollario di tale situazione è che, contrariamente a quanto avveniva nelle altre parti del mondo, la nuova immagine del mondo era appannaggio dei soli filosofi, gli unici in grado di immergersi nel tutto del cosmo attraverso l’esercizio della contemplazione, non a caso «privo del carattere rituale che contraddistingue le tecniche di meditazione dell’Estremo Oriente».
Anche quando al centro del discorso filosofico emergerà la polis e le sue costituzioni saranno fondate sulla politicizzazione dei concetti fondamentali della filosofia naturale (logos, isonomia, nomos, dike), il divario tra i filosofi e la massa non tenderà a ridursi. La teoria politica di Platone è, in questo senso, esemplare: se il telos di ogni uomo è raggiungibile solo in quanto cittadino della polis, la salvezza per “l’uomo del popolo” è rappresentata semplicemente da una «buona vita» condotta all’interno di una polis ben ordinata. E solo i filosofi, che tale ordine dovrebbero reggere, avendo essi soli accesso al mondo delle idee, possono aspirare a una doppia salvezza, da uomini e da cittadini esemplari.

La differenza con i sapienti cinesi, i sacerdoti ebrei e i monaci buddhisti è sostanziale: mentre questi amministrano i beni della salvezza e della conoscenza «solo per trasmetterli in linea di principio a tutti i cittadini in quanto membri della comunità» e non si fanno governanti in virtù di tale funzione, i re-filosofi non si limitano a insegnare e diffondere le verità salvifiche ma, da governanti, decidono ciò che è meglio per tutti, «anche per le “nature minori” che non possono effettuare l’ascesa epistemica alle idee». L’apparente contraddizione risiede nel fatto che gli stessi filosofi, che hanno superato la visione mitica del cosmo approdando a una nuova immagine del mondo, ritengano politicamente necessario che la massa della popolazione creda ancora negli dei e trovi sostegno nel mito.

Allo stesso modo, mentre nelle altre dottrine dell’età assiale la ritualità del culto assume un valore fondamentale per tutti, nella teoria politica platonica essa è perlopiù funzionale al governo del popolo, ma ininfluente per la «reale comprensione filosofica del mondo e di sé». La teoria diventa così l’unica via di salvezza.
Tuttavia, se la teoria del tutto permane invisibile e inaccessibile ai più, in caso di crisi o di conflitto sociale nessuno sarà in grado di riconoscere «una giustizia che lo obbliga a travalicare il quadro istituzionale della polis». Così, quasi paradossalmente, proprio nel contesto politicamente più avanzato dell’età assiale, veniva sbarrata la via a una forma di salvezza universale e si lasciava libero spazio alle «forze esplosive dell’individualizzazione e dell’illuminismo».

Il riferimento all’illuminismo merita un’ultima considerazione. Distante dalla critica senza appello ai Lumi di Adorno e Horkheimer, Habermas intende qui mettere in discussione soprattutto l’idea secondo cui lo sviluppo delle scienze e delle tecniche sia, quasi automaticamente, garanzia per un conseguente progresso sociale. Il paradosso greco, per cui al principio dell’isonomia in campo politico, derivato direttamente dalla nuova teoria cosmologica, non corrispose, nella prassi, un processo di radicale distacco dal culto degli dei, è la prima manifestazione di ambiguità e contraddizioni che contrassegneranno la vita politica occidentale, dall’antica Roma fino alle nostre attuali democrazie. D’altro canto, le altre civiltà dell’età assiale, avendo fondato i legami sociali sul processo di moralizzazione del sacro, sono riuscite a compattare i rispettivi popoli nell’idea di una salvezza accessibile potenzialmente a tutti nonostante la realtà politica cui erano sottoposti. In questo senso, la riscoperta della comune origine delle diverse immagini del mondo, da cui la storia della filosofia di Habermas prende avvio, sembra rappresentare l’invito a riprendere un dialogo che potrebbe condurre le diverse culture del mondo globalizzato a recuperare nell’altro «potenziali semantici» inespressi nella propria storia.

Sciara, di Marina Mongiovì. Una polifonia etnea


di Floriana Giallombardo
Come spesso avviene per le ricette, conoscere l’elenco degli ingredienti non è sufficiente senza addentrarsi nelle alchimie del procedimento. Non basterebbe quindi a restituire l’agrodolce di Sciara, opera prima di Marina Mongiovì, l‘elenco dei suoi riferimenti più palesi: il sapiente mescolamento di un’Antologia di Spoon River, nell’alternarsi in controcanto delle voci di un luogo lontano nel tempo, con un pizzico di realismo magico, dove le mavarie, i rituali e le superstizioni si confondono con la realtà. E nemmeno gli ingredienti hanno sempre lo stesso sapore, soprattutto se colti lontano dalla terra arida dove hanno messo radici, come le arance di uno dei personaggi più riusciti di questa personalissima Macondo etnea, Fofò:
“A mani nude, scavava e strappava via la gramigna e, quando era tempo, raccoglieva i sanguinelli. Che apriva, con le stesse mani ruvide, spremendone il succo rosso. Quel sangue dolce impregnato di tutti gli umori che le radici erano riuscite a rubare all’ardore della terra” (Radici).
Fofò fa parte di quella schiera di personaggi che per trauma, tara o ribellione abitano ai margini del piccolo presepe arroccato sulla sciara lavica: Angelina, la babba, Michele, tuccatu ra rannula, e Assunta, la Marchisa. L’autrice dà loro voce, insieme agli altri, senza sconti. E forse, oltre all’esergo dedicato a Battiato, fra gli ingredienti si potrebbe ricordare la poetica di De André.
Eppure, ancora, nulla si direbbe di Sciara se non si entrasse nelle alchimie sotterranee della lingua, di una prosa evocativa e immaginifica, impreziosita da incursioni dialettali, con cui l’autrice sostanzia il suo omaggio, malinconico e feroce, alla memoria della propria infanzia etnea. Una prosa certamente matura, non usuale per un’opera prima, con risonanze  poetiche di felice perfezione ritmica, che avrà certamente determinato la fiducia dell’editore. Fra due punti, quasi un haiku, certe immagini emergono nel racconto con la potenza metamorfica dell’inconscio:
“Le sue mani sono diventate radici di magnolia” (Sonnu).
Ancora, è  una sfera sensoriale primaria, l’olfatto, a rendere la porosità psichica del paesaggio, come nel racconto d’iniziazione adolescenziale:
“La città era nera, bruciava, emanava afrore di pietra lavica e piscio” (Pari o dispari).
Ad attraversare il testo è, in generale, la vividezza percettiva propria dell’eros e dell’infanzia. Ma forse è il gusto la sfera sensoriale più carica di implicazioni, con esiti specifici di disvelamento. Il sapore unto e rotondo degli arancini e del sugo di maiale, infatti, si mescolano più e più volte, nei diversi capitoli, a quello dolciastro della morte. Ma non prima di avere solleticato i sensi. È il caso della rosticceria fratelli Russo, luogo per antonomasia del desiderio gastronomico (Requiem per Giorgio Privitera, Arancini). Ma soprattutto, con implicazioni di sublimato cannibalismo, del sugo preparato da Carmela, la cornuta:
“ci siamo, il grasso si è mischiato al pomodoro. La carne comincia a staccarsi dagli ossi. Carmela afferra le salsicce, ne strappa un pezzo e lo divora avidamente. Sente la carne cruda sotto i denti, il pizzicore del pepe nero” (Il sugo della festa).
La scelta di legare una sfera primaria della memoria familiare, quella della cucina, ad alcune delle immagini più violente del testo, rimanda alla tonalità emotiva ambivalente, di malinconia e di repulsione, che attraversa tutto il racconto. Allo sguardo gentile e sensibile dell’infanzia si alterna l’ironia lucida e feroce della ragione, che, adulta, disvela l’impostura. Per inciso, questa tonalità emotiva connota, all’estremo, la protagonista nel primo e nell’ultimo racconto, Teresa.
Situata ormai al crepuscolo della storia del paese, all’esaurirsi del tempo vitale dei suoi abitanti, Teresa si affaccia alla vita adulta in un tempo prossimo al nostro. La sua vicenda è avvolta dall’ottundimento: del sonno, dell’afa, della noia. E forse, nello spazio del sogno che collega i due racconti, dal rituale familiare del pomodoro fino al dubbio di una dissacrante esecuzione, sta la chiave del rapporto con l’infanzia: uccidere i propri mostri, nominandoli uno a uno.

Ada Negri- La cacciatora-

 

 

 

Ritratto autografo di Ada Negri

Il nome di Ada Negri  non figura tra le scrittrici italiane  del secolo, nelle antologie scolastiche, relegata al ruolo di minore o marginale.  Un vero peccato, considerata la soave scrittura, lo spessore d’intelletto e l’originale capacità di “dipingere” un mondo femminile in trasformazione, energico e lontano dalle rappresentazioni canoniche.  All’altezza del 1920 Ada Negri scrive una breve raccolta di racconti “Le  sorelle, ritratti di donne”, oggi contenuta nella raccolta Prose, tra cui spicca un gioiello : La cacciatora.  

“Di che colore erano gli occhi della Cacciatora? Non riesco, per quanto mi ci sforzi, a ricordarmene.
Forse, azzurri. Forse, grigi. Piccoli, certo, e vaghi: non mai risolutamente fermi su una persona o una cosa: tanto da far pensare come mai ella potesse avere, cacciando, così giusta mira. Altro, di quegli occhi, non so più; mentre invece, dopo tant’anni, ho vivissima nella memoria la figura di lei. Sembrava alta, più che non fosse in realtà: era larga di spalle e di torace, forte nei fianchi e nelle gambe, ben presa nel costume maschile di velluto a coste color verde bottiglia o marrone scuro, e sotto il cappellaccio di feltro a larghe tese. Sempre in stivaloni: il fucile ad armacollo lo portava per abitudine, anche quando non andava a caccia, ma semplicemente a passeggio per la campagna.”

Sin dall’incipit, La cacciatora emerge prepotente con la sua carica fisica:  i suoi occhi, forse azzurri sono grigi, piccoli e vaghi.  Sono gli occhi di una cacciatora, di una donna che indossa vestiti maschili e si fa chiamare Eddie. Il personaggio viene presentato attraverso le fattezze fisiche, come spesso accade nella prosa ottocentesca. Qui però, avviene un rovesciamento speculare del topos della donna della tradizione letteraria (gli occhi non sono azzurri ma grigi, e l’aggettivo vaghi che appartiene alla tradizione petrarchesca, delinea una personalità sfuggente e del tutto priva dell’aura angelicata della letteratura). I colori sono utilizzati per i vestiti maschili, lontani dai tradizionali colori associati agli abiti femminili. Sono anche i colori che riprendono tradizionalmente i cromatismi del bosco in funzione mimetica. La cacciatora come creatura boschiva, selvatica.

La proposizione avversativa “mentre…invece”…segna una cesura: lo sguardo non restituisce una lettura trasparente:  altro rovesciamento del topos degli occhi come “specchio dell’anima”. La figura esteriore, dalla forma del corpo all’abbigliamento definisce lo status . Lo definisce ulteriormente la funzione espressiva dei nomi alterati: cappellaccio e stivalone che richiamano quasi grottescamente a un vestiario abbondante, logoro, quasi una divisa scelta appositamente per distinguersi. Più sopra, l’abbigliamento viene definito infatti “costume”

un ritratto della scrittrice “Ada Negri”

Una donna che travalica gli steccati delle convenzioni con naturalezza  e impone anzitempo un modello di vita e identitario che è difficile riassumere nella formula donna-uomo che la scrittrice usa risolutamente . La cacciatora è una rivoluzione in atto che attraversa – anzi fende- la tradizione dia da un punto di vista letterario che storico:  in una realtà in cui le donne erano ancora relegate in ruoli casalinghi e appartati, la Cacciatora diviene un modello assolutamente estraneo e trascinante: una sorta di ibrido maschile e femminile che partecipava e dell’una e dell’altra regione, rimanendo nella sua sfera intima una straniera assoluta, in senso camusiano.  Vi erano in lei le vestigia di  una remota femminilità che si riverberava nella capacità di ascoltare i racconti delle donne di Motta, paesino piemontese, con la sua empatia e vigoria assieme. Tutto ciò conferiva alla Cacciatora un’aura speciale , quasi di divinità decaduta:

suonava la chitarra  con mano esperta, con sentimento forte ma un po’ rigido, volutamente compresso. A vederla seduta in un angolo, con lo sguardo assente, le gambe accavallate, la testa dai capelli recisi china verso il collo dello strumento cos’ poco adatto al costume che mascherava grossolanamente  la femminile floridezza del suo corpo, destava un senso di pena, p piuttosto di curiosità turbata, malsana: anche in coloro che, come noi alla sua presenza eravamo avvezzi.

Il suo passato da donna angelicato è racchiuso in un album segreto, che mostra alle donne del paese fino allo scoperchiamento del lato di sé che aveva seppellito  e che costringe le altre donne a una feroce autoanalisi: siamo vigliacche perché Eddie è scomoda, ci interroga, ci scuote nelle fondamenta,  ci dice che dobbiamo capire.  Della bambina dei riccioli d’oro, paffuta e rassicurante, emerge una giovane con le fattezze da amazzone che si trasforma e cavalca caparbiamente i cavalli e poi la donna risoluta con fucile da caccia in spalla, puntato contro il nemico esterno, la società giudicante e anche il pensiero maschio introiettato in quelle ragazze di paese  che soffrivano per la sua deviazione ma intimamente ne ammiravano la forza. Leggere Ada Negri provoca felicità, una sensazione di pienezza, che solo le straniere assolute possono raccontare, lasciando il segno sui tempi e insegnandoci la libertà dell’essere “cuori frecce lance ridenti.”

Il tempo lento e crudele del deserto. Su Takyr di Andrej Platonov

di Antonina Nocera

 

Vi era un tempo lontano in cui i nomadi si spostavano sulle lande deserte del takyr, nei territori curdi e aspri dell’antico Turkmenistan sovietico  degli anni trenta. Si fatica a pensare a un tempo preciso, perché takyr, il nome delle terre argillose che davano nutrimento e patimento alle orde carovaniere,  è una dimensione del tempo, dell’anima, sospesa nello spazio liscio e galleggiante della sabbia. In questo tempo, lungo e circolare, si consumano le vite delle donne coperte dai veli, vendute dai genitori al loro padrone,  consumate dal vento arido, dalle carestie e dalla consunzione delle carni troppo  presto esposte alla vecchiaia.  Il tempo di essere adolescente e di accarezzare i granelli di sabbia, di sincronizzare la propria malinconia con quella dei cavalli e delle pecore viandanti, che si è già pronti per una solitudine eterna.  Il tempo della memoria lunga era una somma di attimi fugaci , come le voci di chi passa velocemente per passare la notte e poi fugge all’alba , toglie le tende,  cena con il respiro dell’animale, sugge acqua dai pozzi disseminati, sente il peso della bisaccia.  La piccola Giumal, nasce così, pura come un fiore del deserto , subita esposta alla morte e ai pericoli del deserto turkmeno.  Sopravvive e diviene adolescente conoscendo presto le ineluttabili leggi della sua gente: un corpo prestato al piacere altrui, la prostrazione, il duro lavoro.

“Cresciuta nell’angoscia e nella malinconia, nella fame e nella schiavitù, ma viva pura e paziente”.

Giumal non sapeva cosa vi fosse al di là del deserto, non conosceva l’altrove. Quando morivano i mariti, le donne del takyr, bagnavano lo jasmak per simulare le lacrime. Lei non conosceva l’amore non lo sapeva, il suo cuore era arido come le dune desertiche che aggiungono granelli al vento e seppelliscono cammelli malati. Dove è condotta Giumal? Verso un sogno che non esiste come le allucinazioni della dune, quando il caldo e la sete si impossessano della mente. La sua vita ha una dolcezza silente che si scopre solo nei dettagli, quando adulta, laureata in agraria ritorna nel takyr per recuperare le specie di piante perdute, in un palazzo dal serpente dorato sulla sommità, una croce russa che conserva i resti della madre, lo scheletro del suo amante polverizzato, una storia controrivoluzionaria che non porta nessuna bandiera, nessun vessillo: tutto è nello  spazio di un takyr, dove vita e morte si avvicendano come petali cadenti.

La Sicilia “weird” di Sigonella Secrets

Sigonella secrets, sequel del precedente Sigonella Files è il nuovo  romanzo di Vincenzo Sacco (Biblioteka 2022) che si muove nell’alveo della tradizione del thriller, sci-fi, del distopico e che al contempo attinge a una ricca fonte di ispirazioni, molto eterogenee, tra le quali spicca sicuramente il romanzo americano contemporaneo. La sua  fisionomia ibridata ha una base autoctona: Sigonella Secrets, infatti, è ambientato nella base militare di Sigonella in Sicilia e da lì prende avvio una fittissima trama di eventi che ruotano attorno al tema della cospirazione, del complotto dei poteri forti  di stampo terroristico e dei giochi di potere. L’intreccio tra America e Sicilia si spoglia degli abiti logori della tradizione migrante  novecentesca e si apre a nuovi e originali scenari: questa cellula di americanità incistata nella terra sicula diviene occasione per guardare in faccia, senza infingimenti, “l’innata rabbia cieca dell’America”, per dirla alla Roth, autore che spicca nel sottotesto del romanzo spesso e volentieri.

 Pastorale americana e La macchia umana sono sicuramente testi che sovvengono a un lettore attento che voglia andare oltre per leggere nelle anime dei protagonisti le vere contraddizioni  di un sistema di vita che non è soltanto americano ma che è occidentale, col suo carico di automatismi e aberrazioni. Lo sguardo narrante è affidato a voci spesso irriverenti- anche nel linguaggio- che portano il loro carico di esistenza prima di diventare macchine da guerra: tra tutte, spicca una voce femminile che è lontana dallo stereotipo di genere almeno tanto quanto lo scenario siciliano che fa da sfondo alle azioni dell’agente segreto; lei si chiama Violet Mc Bain, una donna  dal passato tormentato, temprata dalla vita che non le ha risparmiato nessun dolore fisico e morale. La sua personalità scompagina ogni ordine precostituito, chiunque si infranga nel suo mondo frastagliato, nel suo modo maschile, violentemente sensuale,  ne rimane segnato,  sebbene “detesti che le diano del maschiaccio”. A metà tra le Tank girl e  le virago del fumetto americano anni ‘60,  l’agente Mc Bain si rivelerà fondamentale per dipanare con intuito e determinazione un’ intrigata storia che vede curiosamente uniti carabinieri, militari e agenti segreti. Nessuno si aspetti un’eroina salvifica, la sua missione è in fondo un tentativo di recuperare individualisticamente un senso, di là dal progetto. Se il mondo è finzione, complotto e maschera, la scrittura di Sacco tenta di restituire una verità scomoda e indicibile.

Non ci sono assunti manichei in questo romanzo: il genere  umano si abbevera alla fonte del bene tanto quanto a quella del male, l’impasto che ne deriva vive nella sua zona grigia senza interventi moralistici. Il romanzo di Vincenzo Sacco è scritto come se al posto della penna ci fosse una videocamera; i riferimenti filmici sono tanti e non sono ridondanti citazioni, fungono da raccordo visivo a una scrittura veloce,  da action movie , che snocciola un mondo a scatole cinesi, dove gli eventi nascondono sempre un significato altro, da ricercare tra  i grandi marchingegni del potere o tra le pieghe intime dei personaggi sempre ben delineati psicologicamente. Vincenzo Sacco riesce a ricostruire l’identità siciliana in uno scenario contemporaneo dove l’isolitudine siciliana si confronta con stimoli di diversa estrazione; ne viene fuori una Sicilia “weird”, che si riconosce solo dopo uno sguardo attento, dopo aver collocato l’american dream ai margini della nostra aspra Trinacria e averne colto le ceneri ancora fresche. Da leggere con un Americano in mano.

Veleni palermitani ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov

 

Di Antonina Nocera

Nel capitolo XXIII del  romanzo di Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, quest’ultima, dopo aver  incontrato Woland, ricevuto il battesimo satanico,  conosciuto i suoi comprimari, il grottesco Begemoth con i suoi travestimenti  e le sue risate sardoniche, Korov’ëv e  Azazello,  viene invitata a una festa di ballo cui prendono parte personaggi eccentrici e a dir poco inquietanti. Questi si muovono all’interno di uno scenario che sfida ogni legge della verosimiglianza: uomini in frac  e donne in abito da sera che spuntano dalle cenere, nobiluomini coinvolti in curiose storie di avvelenamenti. Tra questi spicca una donna:

A Margherita stava accostando, zoppicando con uno strano stivale di legno sulla gamba sinistra, una signora con gli occhi bassi come una monaca, magrolina , ritrosa,  e per un qualche motivo, con una larga fascia verde al collo. Chi è questa…verde?  Domando macchinalmente Margherita. «Una signora incantevolissima e posatissima, » gliela presento: la signora Tofana. Era estremamente popolare tra le napoletane giovani e graziose, e anche tra le abitanti di Palermo , e in particolare tra quelle che si erano stufate dei loro mariti.  [….]

Così, dunque,  la nostra signora Tofana entrava nei panni di quelle poverette  e vendeva loro una certa acqua in boccetta. La moglie versava  quest’acqua nella minestra del marito , quello se la mangiava, ringraziava per la gentilezza e stava benone, Vero è che alcune ore dopo gli veniva una gran voglia di bere, poi si stendeva a letto, e il giorno dopo la splendida napoletana che aveva dato da mangiare al marito la minestra era libera come il vento di  primavera»

Quando  mi sono imbattuta in questo brano, ho cominciato a intrecciare una serie di associazioni mentali: Palermo…acqua tofana, l’avvelenatrice. Era chiaro che il riferimento bulgakoviano aveva smosso una casella della memoria. Mi è subito balenata un’espressione popolare palermitana usata  nei confronti di donne machiavelliche e avanti con l’età, di aspetto sgradevole :a vecchia r’acitu”, tradotto “la vecchia dell’aceto”. Somigliare o essere paragonata alla vecchia dell’aceto, insomma non era proprio un complimento, anzi un’ingiuria.

Da piccola mi chiedevo chi potesse essere questa signora che immaginavo piegata in due, con un bastone a sorreggerla, un naso bitorzoluto, una gonna lunga e logora e in mano una boccettina di aceto, di cui però ignoravo la funzione.  Da grande venni a scoprire  che la figura di questa donna era legata a una leggenda ben precisa che rientrava a diritto nei “cunti” della Palermo  misterica, quella sotterranea  di cui oggi sono visibili le tracce nelle carceri segrete, nei luoghi dell’inquisizione, nei vicoli , nei selciati che ancora oggi di notte si screziano alla luce gialla dei lampioni della città antica.  Non viene difficile immaginare la vecchia dell’aceto aggirarsi per le strade del Cassaro, di via Maqueda e dei Quattro canti. Prima di Luigi Natoli, della vecchia ci parla Antonio Linares, scrittore agrigentino nato nel 1804,  in una novella dal titolo : L’avvelenatrice  del 1836.

Giovanna Bonanno, la “vecchia dell’aceto”

In questa novella la protagonista è lei Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice, autrice della famosa acqua tofana una mistura di acqua e arsenico che  veniva utilizzata per avvelenare i mariti delle donne oppresse da gelosie, prepotenze, violenze  Erano tempi di cambiamento, alla fine del ‘700, Napoli e Palermo capitali del regno delle sue Sicilie, si portavano ancora dietro i segni di un governo autoritario e centralista in cui i vecchi baroni spadroneggiavano a piacimento nelle città. Nonostante ciò,  l’Inquisizione ancora mieteva vittime: le fattucchiere e le maliarde come Giovanna Bonanno venivano punite con la morte.  Nella novella, una giovane fanciulla, angosciata da un fidanzato gelosissimo fino alla paranoia, si reca disperata presso l’abitazione della vecchia dell’aceto: “. L’età sua pareva quasi cadere col secolo  che allora era giunto all’86 , di sembianze orride, del colore del rame, con occhi incavernati e rossi come bragia.” A lei toccherà in sorte la boccetta magica.

 Giovanna Bonanno fu giustiziata in piazza Vigliena, oggi Quattro canti, nel luglio 1789. 

Resta da capire come questa leggenda abbia varcato il tempo e lo spazio e sia giunta alla lettura di Michail Bulgakov che la recupera e la rigenera artisticamente nella scena del ballo satanico. Il russo venne a contatto con la leggenda più antica, quella risalente a Tofania d’Adamo, antecedente napoletana,   considerata la prima inventrice della formula, ripresa dalla bella  e giovane nipote Giulia. Questa prima versione fu ritrovata  nel Dizionario enciclopedico Brockaus-Efron, (Энциклопедический словарь Брокгауза и Ефрона) che riporta  la voce Ackva Tofana  (Acqua tofana)

In Europa la leggenda era nota a Stendhal e Dumas e molto probabilmente Bulgakov ne venne a conoscenza grazie ai suoi interessi di medicina e soprattutto agli studi di demonologia che si svilupparono dagli anni venti in Russia e che il padre, Afanasij Ivanovič Bulgakov, eruditissimo uomo, dottore in teologia,  apprese a sua volta da Jankovič, esperto di magia e leggende popolari.

Da lì a  Palermo fu un volo, come quello magico di Margherita.