Dieci di dieci: una breve rassegna sulla letteratura russa contemporanea

 

 

 

Nella sterminata produzione della narrativa russa contemporanea, non è stato facile fare una selezione e scegliere i dieci che personalmente mi sembrano i romanzi più interessanti. A rigor del vero, ci sono due imboscati, due testi di autori vissuti tra ottocento e novecento che ho citato perché sono degli importanti precursori di certi stilemi della letteratura più vicina a noi e importanti autori di snodo tra la letteratura russa più tradizionale e quella contemporanea. Per il momento mi limiterò a parlarvi dei primi 5 (i titoli si riferiscono ai romanzi editi in traduzione italiana) :

  1. MOSKA PETUVSKI’ di  Venedikt Erofeev
  2. MARANAGA di Vladimir Sorokin
  3. PALISSANDREIDE di Saša Sokolov
  4. PROPAGANDA MONUMENTALE di Vladimir Vojinovic
  5. IL BIGLIETTO STELLATO di Vasilij Aksënov

Va fatta una doverosa premessa: l’era postsovietica, da un punto di vista dell’estetica, è stata caratterizzata dall’eclettismo e dall’etichetta di postmodernismo. Tale tendenza si può sintetizzare nella volontà di utilizzare uno stile ibrido tra ironia, grottesco, apocalittico, visionario. Insomma, un impasto che è forse espressione di quel delicato passaggio tra due mondi in contrapposizione, di un passaggio traumatico ed epocale che ha segnato generazioni di artisti e scrittori.

 

Il primo libro, che consiglio vivamente è Moska – Petuškì di Venedikt Erofeev (Quodlibet 2014) un “poema in prosa” originale, visionario.

 Pubblicato per la prima volta in Israele nel 1973, e divulgato inizialmente come samizdat, il romanzo oggi è leggibile in italiano nella traduzione di Paolo Nori. La vicenda si svolge all’interno di un treno che percorre la tratta da Mosca a Petuskiì. Il protagonista Vanicka, in preda di fumi dell’alcool intraprende un percorso torbido, dove l’ubriachezza rappresenta sia una piaga sociale che un escamotage per rappresentare un mondo alla deriva, sopraffatto dall’ideologia del regime.  In questo viaggio fisico e visionario, Petuškì rappresenta l’utopia della citta perfetta, dove si vagheggia la resurrezione, desiderio inconscio e  inconsistente come un sogno di ubriaco.  Lo stile incarna la mistura tra tragico grottesco e comico tipica della corrente postmodernista russa anche se permane quel senso dicotomico tra male e bene che è un retaggio del romanzo tradizionale.

Altro rappresentante del postmodernismo più maturo che ha preso campo soprattutto dagli anni ‘90 in poi è Vladimir Sorokin. Continua a leggere

Premio Strega 2020

 

 

Sono cinquantaquattro i libri proposti dagli Amici della domenica per la LXXIV edizione del Premio Strega, il riconoscimento letterario promosso da Fondazione Maria e Goffredo Bellonci e Liquore Strega con il contributo di Camera di Commercio di Roma, in collaborazione con Bper Banca, sponsor tecnico Ibs.it.

Spetta ora al Comitato direttivo del premio – composto da Pietro Abate, Valeria Della Valle, Giuseppe D’Avino, Ernesto Ferrero, Alberto Foschini, Paolo Giordano, Helena Janeczek, Melania G. Mazzucco, Gabriele Pedullà, Stefano Petrocchi, Marino Sinibaldi e Giovanni Solimine – scegliere i dodici titoli che si disputeranno l’edizione 2020, sia tenendo conto delle proposte degli Amici, sia sulla base di valutazioni proprie che potranno eventualmente integrare la lista iniziale.

I dodici candidati saranno annunciati domenica 15 marzo, alle ore 12.30, nell’incontro che avrà luogo nella Sala Ospiti dell’Auditorium Parco della Musica, durante Libri come. Festa del Libro e della Lettura, a Roma.

Interverranno Giuseppe D’Avino, Presidente di Strega Alberti Benevento, Valeria Della Valle, Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Bellonci, Melania G. Mazzucco, Presidente del Comitato direttivo del Premio Strega e Giovanni Solimine, Presidente della Fondazione Bellonci. Coordinerà l’incontro Stefano Petrocchi, Direttore della Fondazione Bellonci.

I libri candidati saranno letti e votati da una giuria composta dai 400 Amici della domenica, ai quali si aggiungono 200 voti espressi da studiosi, traduttori e intellettuali italiani e stranieri selezionati da 20 Istituti italiani di cultura all’estero, 40 lettori forti selezionati da 20 librerie indipendenti distribuite in tutta Italia, 20 voti collettivi espressi da scuole, università e 15 circoli di lettura presso le Biblioteche di Roma, per un totale di 660 aventi diritto.

I finalisti saranno annunciati martedì 9 giugno al termine della prima votazione. La proclamazione del vincitore avverrà giovedì 2 luglio 2020.

 

L’elenco dei cinquantaquattro libri segnalati: Continua a leggere

Chi guarda chi? Una piccola riflessione su “Las meninas” di Velasquez

velasquez

Uno dei quadri più importanti e ricchi di implicazioni e simbolismo della storia dell’arte moderna, è Las meniñas di Velasquez, del 1656.
 
Seguendo una linea che a me piace chiamare, della “perspicuità”, la pittura olandese del 600 è sempre stata accostata al realismo dettagliato e vivido, basti pensare a Vermeer, Van Dyck, alle loro luci precise, diurne. Vedere meglio, ma vedere anche oltre, i quadri di questi pittori ci catapultano non solo nel doppio della realtà come la vediamo, restituendo una copia che fa a gara con il reale, ma ci rendono pienamente partecipi dell’esperienza visiva, dell’esperienza della rappresentazione e della composizione dell’opera d’arte. Con Velasquez e Las meniñas questo processo giunge al culmine: siamo parte del quado che ritrae le giovani eredi del trono di Spagna. Come riesce a fare ciò ce lo spiega bene Foucault in una celebre lettura acuta del quadro.
Anzitutto ci invita a guardare agli attori che campeggiano in prima linea nel quadro: al centro è l’infanta Margherita, erede al trono di Spagna. Il palcoscenico sembrerebbe suo, ma è soltanto una fugace impressione. A lato le comprimarie della piccola, col loro seguito di pose e un cane che dorme beato.
A lato il pittore, che guarda. Chi per l’esattezza? Il re Filippo IV e la regina che si specchiano e si mostrano a dal riflesso? In questo momento, dice Foucault, egli esce dal quadro e dialoga con noi spettatori che lo guardiamo. Si apre il primo squarcio tra visibile e invisibile. Siamo già parte della rappresentazione del quadro. E anche il pittore, figura solitamente anonima una presenza assente per così dire, trova il suo spazio e la sua parola. Ma aggiunge, siamo veduti o in atto di vedere, soggetti o oggetti della rappresentazione? La presenza del cortigiano Josè Nieto, sullo sfondo mi sembra essere il vero punto di fuga della composizione. Nella rappresentazione del potere, e nel gioco degli sguardi multipli, Velasquez sembra darci la possibilità di uscire da questa parata. Mi sembra suggerire, “se volete uscire ecco pure la porta, se rimanete qui, viceversa, sappiate che il potere ha sempre lo sguardo altrui come alimento e mai potrà essere diversamente. Noi spettatori alimentiamo la corte e i suoi rituali. E lo specchio, vero protagonista e strumento della duplicazione semantica, è quasi dimenticato in un angolo. Come nell’altro celebre e magnifico quadro dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck,  sicuro modello del Velasquez.
 
Vale la pena ricordare la citazione sotto forma di ecfrasi inventata che fa Sciascia nel finale del romanzo Il contesto del 1971. Rogas , il commissario e Amar vengono trovati uccisi in due sale adiacenti della Galleria Nazionale, l’uno sotto «il quadro della Madonna della Catena di ignoto fiorentino del quattrocento», l’altro «sotto il famoso ritratto di Lazaro Cardenas del Velasques» In realtà questi quadri non esistono e il nome di Lazaro è quello di un rivoluzionario messicano. Ma il riferimento al pittore dei re è emblematico: prefigura la morte degli ideali in nome della rivoluzione che poi diventa immobilismo. E aggiungo, nel contesto, “Il travestimento comico di un’opera seria”, la grande riflessione sul potere si dipana nei mille rivoli della pusillanimità e dell’omertà, delle minacce velate, delle finte risate, delle smorfie consapevoli, in in tutta quella fisiognomica dello sguardo che tanto ricorda l’arte di Vealsquez.  E poi, come non ricordare Innocenzio X di Francis Bacon? Ma qui si apre un altro denso capitolo. Alla prossima.
 
#pilloledarte

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

Il romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, quei visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui  all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffo in morte di Julien raccontato da Julien stesso: Continua a leggere

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

 

ll romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffio in morte di Julian raccontato da Julian stesso: Continua a leggere

Palermo infelix- una riflessione-

Stato

 

Ci sono due fatti, uno dei quali sovrasta per sproporzione e importanza l’altro. Ma per un caso di debolezza tutta umana, il primo ha assunto una visibilità e un’importanza preponderante.

Il primo fatto ha generato ed è stato sorretto dalla retorica dell’autocompiacimento ed è sfociato nell’ebbrezza collettiva dello slogan “Palermo capitale della cultura”. È evidente la sostanza politica di questo slogan, nel senso che i discorsi si producono sempre dentro una rete di significati e semantiche condivise e questo messaggio prende corpo proprio nel discorso della polis, ma, beninteso, una polis immaginaria, e immaginifica, cioè quella di un presunto  passato glorioso (Palermo fenicia-arabo-normanna e via discorrendo) e di una modernità popolata dal mito dell’autonomia borbonica e quindi sostanzialmente nostalgica e passatista. Sono questi fondamentalmente i discorsi che sorreggono la beatitudine della città premiata.  Niente di male, per carità. Ci si può lecitamente  rifugiare in un’immagine, in una proiezione umbratile della realtà, in un racconto fantastico popolato da monumenti meravigliosi, tempi di convivenze e passati fulgidi, di una belle epoque in bianco e nero. Così lo slogan non ci sembra tanto lontano e immeritato, anzi ci sembra proprio dovuto e bisogna festeggiare.

Poi c’è il secondo fatto: c’è l’homo sacer. Chi è l’homo sacer?

Giorgio Agamben ne ha circoscritto in maniera molto puntuale il senso: nell’antichità l’homo sacer era un individuo che viveva in una terra di mezzo, escluso sia dal diritto umano sia dal diritto divino. Poteva essere ucciso e chi lo uccideva non poteva essere condannato a morte.  Da qui un’ambiguità semantica che ha fatto della parola “sacro” un termine labile e doppio. L’  “uomo sacro” ha vestito le figure del bandito dalla comunità, del diverso, dello straniero, di chi vive per strada diremmo oggi, di un senzatetto. L’uomo sacro non è tale nel senso della sacralità religiosa con la quale si usa di norma il termine, ma è sacro in quanto di lui tutto si può fare e disporre, è un corpo, una “nuda vita” che vive ai margini della città, delle istituzioni e della socialità. Lo si può deridere, violentare, uccidere. Lo si può anche bruciare, sì, bruciare come si fa con un clochard che si ripara dal freddo sotto le coperte di una città fino ad allora tutto sommato tollerante e accogliente. Si puo’ prendere un po’ di benzina e cospargerlo interamente, poi appiccare una fiamma e fuggire come un verme.  E questo puo’ avvenire a Palermo in una tranquilla serata di Marzo. La nuda vita è stata eliminata, e si ritorna alle solite attività quotidiane.  Poi il discorso diviene mediatico, una fiaccolata e tutti si ritorna alle proprie attività. Questa uccisione non ci riguarda, non la vogliamo guardare in faccia per ciò che ci dimostra palesemente: che siamo incapaci di immergerci nel nostro sottosuolo, che ci riguarda esattamente nella stessa misura in cui ci riguarda lo slogan della Palermo felix che siamo pronti a condividere e fare diventare fenomeno virale.  Vogliamo vedere solo  il bello e il buono e il piccolo olocausto non ci riguarda, non farà certo parte della  nostra storia gloriosa. Non è tanto un sacrificio, questo, è solo carne bruciata.

 

 

Il 2017 porta bene

Stato

Il 2017 inizia con un omaggio molto gradito da parte della casa editrice Corrimano Edizioni, il romanzo La tua presenza è come una città di Ruska Jorjoliani.

Sono curiosa di entrare dentro questa storia, che so già essere densa di riferimenti alla storia dell’ ex-Unione sovietica, un passato non tanto remoto ma i cui strascichi emotivi e culturali sono giunti fino ai nostri giorni, in varie forme.

A presto 

Ricettari letterari

La cena di Trimalchione, tratta dal Satirycon di Petronio, il Gargantua e Pantagruel di Rabelais, banchetti bulimici del I° secolo d.C e della prima modernità, sono due tra gli esempi più attraenti del binomio tra letteratura e cibo.  Attraenti perché  il cibo viene portato alla sua estrema rappresentazione, presentato e servito in maniera opulenta. Questa ostentazione ha un preciso significato: è veicolo dell’affermazione del potere del parvenue nel primo caso e come espressione di un naturalismo gioioso e spregiudicato, nel secondo. Le rappresentazioni del cibo nella letteratura sono sterminate: descrizioni vere e proprie di ricette, piatti realizzati con minuziosa cura, passioni culinarie dei protagonisti dei romanzi.

(NON SOLO) RICETTARI. LETTERATURA GASTRONOMICA 

La produzione di ricette in veste letteraria costituisce un genere a sé stante, la letteratura gastronomica: non semplici ricette ma veri e propri tesori della cultura materiale, linguistica, letteraria. L’opera antesignana del ricettario moderno, è  quella di  Pellegrino Artusi (1820-1911), appassionato di gastronomia e autore de La scienza in cucina e l’arte di  mangiare bene 

La ricezione di questo manuale  fu piuttosto controversa ma un’ampia compagine di intellettuali ne intravide le interessanti potenzialità letterarie e linguistiche. Tra i sostenitori più accesi , Prezzolini e Camporesi che ne lodarono la capacità di innovare, attraverso un linguaggio specialistico come quello della cucina,  la lingua ottocentesca. I gallicismi e i francesismi usati dagli chef  d’oltralpe furono, per esempio, sostituiti da termini italiani, talvolta regionali. Tra i più interessanti,  entrati a far parte del vocabolario  e giunti fino a noi, segnalo:

 

 

Odori o mazzetto guarnito: erbaggi odorosi come carota, sedano, prezzemolo, basilico, ecc. Il mazzetto si lega come un filo […] Zucchero vanigliato: zucchero biondo a cui è stato l’odore della vaniglia […] Lardo: strutto di maiale che serve a vari usi ma più che altro per friggere. (A Napoli nzogna).

Oltre a diventare un modello gastronomico e linguistico per i futuri foodieteller, quest’opera ha avuto il merito di stabilire le linee base per una moderna “dietetica” intendendo con il mangiare bene non soltanto una scienza della buona condotta alimentare ma  anche una gestione globale della vita privata e dell’economia domestica.Il buon cibo non è solo nutrimento ma richiama il “gusto”, concetto di chiara derivazione estetica ma qui ampliato alle molteplici sensazioni sensoriali che un buon piatto può suscitare:

Perché quel che sodisfa ( sic)  gli altri sensi, pittura, musica, ecc., si dice arte, si ritiene cosa nobile, ed  ignobile invece ciò che sodisfa il gusto? Perché chi gode vedendo un bel quadro o sentendo una bella sinfonia è reputato superiore a chi gode mangiando un’eccellente vivanda?  Ci sono dunque tali ineguaglianze anche tra i sensi che chi lavora ha una camicia e chi non lavora ne ha due?

 

Nella prefazione alla terza edizione, Artusi coglie il nesso tra il cibo e il desiderio sessuale  anticipando uno dei leitmotiv di certa letteratura, prevalentemente sudamericana, che fa l’occhiolino all’eros in cucina:

Due sono le funzioni principali della vita: la nutrizione e la propagazione della specie; coloro quindi che rivolgendo la mente a questi due bisogni dell’esistenza , li studiano e suggeriscono norme onde vengano soddisfatti nel miglior modo possibile, per rendere meno triste la vita stessa, e per giovare all’umanità, sia lecito sapere che questa, non apprezzando le loro fatiche, sia almeno prodiga di un benigno compatimento.

 

RECETA PASIONARIA

  • Da menzionare, tra i ricettari di fine Ottocento,  un esempio che mi è particolarmente caro: il Ricettario di Juana  Manuela Gorriti  (1818- 1892) dal titolo Cocina Eclectica  ( in italiano nella traduzione di Edoardo Balletta, Cucina eclettica, l’America latina a tavola nell’800, Roma, Nova Delphi 2013) Continua a leggere