Un ricordo di Giovanni Prosperi

di Ivana Rinaldi

(a cura di Gabriella Grasso)

Il 3 luglio 2021 l’artista, poeta e scrittore Giovanni Prosperi si spegne improvvisamente, nella sua casa di Roma, accanto alla sua compagna Ivana Rinaldi. Una partenza fulminea, che lascia familiari e amici attoniti. Inizialmente, per tutti, c’è solo un grande vuoto con cui fare i conti; poi, nei mesi, l’esigenza e il desiderio di godere ancora della presenza di Giovanni, mediante l’ascolto della sua voce e la condivisione della sua scrittura. Nasce così la volontà di incontrare una figura ricca e complessa del panorama letterario italiano, attraverso una conversazione con Ivana, nostra collaboratrice tra le pagine di Bibliovorax.

D- Cara Ivana, questi mesi senza Giovanni sono stati difficili per te. Cosa ti manca di più e cosa torna prepotentemente alla tua memoria? 

R- Domanda spiazzante, Gabriella. E’ sentirsi come un viandante nel deserto a cui manca l’acqua, ovvero tutto. Torniamo a terra. La nostra era una vita semplice, fatta di piccoli gesti quotidiani. Ecco: è la quotidianità che mi manca, i soliti gesti, i riti dell’esistenza comune, il sostegno reciproco, l’affetto, le lunghe discussioni sulla vita, la morte, l’aldilà, la politica, l’arte, le preoccupazioni del vivere che accomunano tutti. Una vita scandita da impegni e piccoli piaceri, una gita al mare, al lago, nei piccoli paesi del circondario e nelle Marche, qualche viaggetto, il cinema, una mostra, una cena con gli amici o i parenti. Non sono io a richiamare i ricordi, sono loro che si presentano in ordine sparso ma netti e precisi. Arrivano specialmente la sera nel tempo che precede il sonno.

D- Come ci descriveresti Giovanni, compagno di vita e Giovanni, intellettuale e artista? 

R- Non riesco a distinguere Giovanni compagno di vita e Giovanni intellettuale e artista. Era un unicum che metteva l’arte nella vita e la vita nell’arte. Non ha mai rivestito ruoli, la libertà era la cifra della sua esistenza e in lui si conciliavano perfettamente il sé e il fuori di sé. Aveva una mente androgina, la mente creativa per eccellenza, diceva Virginia Woolf. Tanto è vero, che era innamorato di “Orlando” su cui abbiamo lavorato insieme a un adattamento teatrale. Era predisposto per “natura” alla generosità e alla cura degli altri, capace di ascolto e di attenzione, profondamente buono, qualità che lo hanno fatto amare da tutti. Sempre felice di scrivere una nota o una critica per i suoi tanti amici artisti, di offrire la mano a chi amava e a chi ispirava la sua  simpatia ed empatia. Negli ultimi tempi osservava dalla finestra un senzatetto che dimora sotto casa nostra, per vedere se gli succedesse qualcosa. A Roma, dove si era trasferito dai primi anni del duemila, si faceva voler bene dai miei colleghi e compagni di partito, dai suoi amici artisti, dal parrucchiere, dalla farmacista, dal pizzicagnolo. Ha lasciato un ricordo indelebile in chi ha avuto la fortuna di incrociarlo sul suo cammino. 

Mi chiedi di Giovanni artista e intellettuale. Tutto per Giovanni era arte. Dalla cucina, ai piccoli lavori di restauro, ai libri usati e recuperati dalle sue mani con maestrìa e poesia. “Faremo arte con tutto”, motto che credo abbia ereditato dal suo maestro ideale Emilio Villa, con cui era entrato in contatto e del quale amava parlare spesso, specialmente del loro incontro avvenuto a Roma negli anni Novanta. La sua formazione intellettuale era sterminata; se per la poesia visiva si sentiva debitore di Apollinaire e Villa, i suoi riferimenti letterari erano Rabelais e Cervantes, per il teatro il suo “idolo” intoccabile Carmelo Bene. Le sue letture spaziavano dalla letteratura, alla filosofia, fino alla teologia. Negli ultimi anni era particolarmente attratto dalla storia delle religioni e dei miti: la sua biblioteca si era arricchita delle opere di Robert Graves, Calasso, Kerényi, Zolla, Frazer al cui Ramo d’oro si era ispirato per una delle sue ultime opere “Laggiù qualcosa per Bene”. Frequentava con assiduità la biblioteca di quartiere Giordano Bruno da dove tornava con i testi di Heidegger, Levinás, Derrida, Husserl, Wittgenstein. Si chiedeva, quasi ossessivamente, se la filosofia avesse ancora qualcosa da dire. Ciò che lo stimolava era la filosofia del linguaggio, una ricerca estenuante che lo sfidava quotidianamente nella creazione artistica. Non posso entrare nel merito della sua scrittura, non ne ho le competenze, ma ho assistito a “parti”, alcuni semplici, altri dolorosi.

D- Qual era il rapporto tra Giovanni e il nostro tempo? 

R- Un rapporto difficile, che si esprime in alcuni racconti e opere  teatrali, specialmente. Per Giovanni era centrale l’esserci, la sacralità della vita, la bellezza, mentre la storia dissacra la vita. La poesia e la scrittura segnano il suo saper stare in presenza del mondo:”La poesia è male incurabile e contagioso, sfonda le pareti contorte del labirinto, tende alla sanità e si autocura, forse non è perfetta, non ha l’autofarmaco, non è rimediabile, ma, il ma non manca mai: è.” (Giovanni Prosperi).

D- Cosa ti piacerebbe che si conoscesse di più dell’attività e della produzione di Giovanni? 

R- Mi chiedi cosa mi piacerebbe che si conoscesse della produzione di Giovanni. Io mi chiedo cosa piacerebbe a lui. 

Ci sono lavori a cui teneva particolarmente come lo studio dell’Angelo antropomorfo nella storia dell’arte. Un saggio ispirato al pensiero di Aby Warburg e dedicato alla sua forza e passione.  Avrebbe voluto continuare a lavorare per apportarvi “migliorie” e per vederlo pubblicato. L’unico che avrebbe voluto vedere in stampa.

Gli erano care anche le fiabe dedicate a sua figlia Martina. Non credeva invece che la poesia potesse avere uno spazio nell’editoria contemporanea, nonostante ogni occasione fosse buona per scriverne: su un conto di ristorante, una velina che ricopre le arance, un pacchetto di sigarette, un libricino creato da lui. Le sue poesie sono l’espressione che sento più vicina alla mia sensibilità, arricchite da un fiore, un coriandolo, un segno, un disegno, alcune semplici, alcune complesse, come la vita e come era Giovanni.

D-Ci salutiamo con alcuni testi di Giovanni a te particolarmente cari e con l’invito a scoprire il tesoro artistico e spirituale che questo autore ci ha lasciato.

R- Grazie Gabriella. Scelgo qualche verso inedito di Giovanni che ho pubblicato su facebook e che amo particolarmente.

 

Tu vai avanti

che il tempo

sviene

e

se lo porta via

la sirena dei ricordi

nella meridiana

del pendolo

o

del quarzo

.

(s. d.)

 

Anche nel più scuro

e acuto

dolore

vi è una scintilla

di felicità

che spacca l’angolo

e

illumina

l’estrema periferia

.

(s.d.)

 

Prova tu

a sognare

con passi zig zag

nel cuore.

E poi scendi

veloce

strette scale

pettinandoti

per un amore

nel passato.

Prova a stringere

una stella filante

per lanciarla in aria.

Prova tu ad avere

un ricordo cosi:

raro il sorriso

in quell’incontro

retto da soavi

ventate di timo.

Anima se oggi

ti inganni

dì al giorno

che converte

la notte

in alba

di prendere

il mio corpo

non dico in lui

ma appena

nell’alba

.

Venezia 1978

 

Piangendo e navigando,

onde

lieta la gioventù

cercava acqua

e accendeva fuochi

,

Sibilla

ecco il tempio

del decoro:

il labirinto che vola;

per un tributo

miserabile

ho tirato i dadi

con lo stile di una mano

che cede nel tempo:

offre il mistero

che nel monte

entra:

100 vie,

metà porte

e meno voci

per risposta

.

Ecco la soglia

e il dio

che compare

e muore

in volti

e colori

spettinati

fammi vedere

il tuo seno

!

Prima parte dell’opera “Laggiù una parte per Bene”

Roma 2015

 

Tu che onori

Scienza e Arte:

onora il poeta

l’ombra sua

torna

sorridi

parliamo

di cose

che al tacere

è bello:

un prato

di fresca verdura

,

Toh

Ecco

!

Tutta la filosofia

che molte volte

al fatto

il dire

viene meno

e in molti

canti

si divide

 

.

Ultima parte di

“Laggiù una parte per Bene”

Roma 2015

 

Lettera a un numero

 

Piove a casaccio

senza luce e tono

alza almeno un braccio

di saluto

o

arresa

verrà il tutto a farti da sponda

E’ tempo di mettere ordine

nella credenza

dopo

nevica

grandine bianca

sopra numeri in palline.

scordati della periferia

delle pagine

mai arriverai alla fine

senza la decenza del caos

Roma, 2020

 

I giorni

se ne vanno

alcuni indifferenti

altri commossi

come la chiusura

di un libro

.

(s.d.)

VOCI – Incursioni nella poesia contemporanea

 

a cura di Gabriella Grasso

 

Michele Nigro – Pomeriggi perduti, Kolibris, 2019

 

Acqua di ritorno 

Adorava i temporali

estivi, tra sprazzi e lazzi

erano meme bagnati

su gambe scoperte

alla sua natura autunnale

dimenticata tra eccessi di

sole e promesse di viaggi.

Ora le campane chiamano

all’ordine di civiltà domenicali e

tuoni ribelli e grondaie impreparate

ad acque inattese alla vita ormai persa

che scorre nel mare calmo

della morte che accoglie,

sperando di ritornare

giovane umidità

e nuvole

e di nuovo pioggia

tra i vivi di domani

 

*

 

Poesia a sua insaputa 

Non sarà ora che le vedrai

mentre ti chiedo di leggerle

ma in un giorno qualunque

venute fuori per caso, a dorso di libro

da pagine cadute in terra

riverse a mo’ di mort’ammazzati

e aperte sulla fatalità

di un attimo tra tanti,

ritornerai su parole ignorate

come è normale che sia

da rimasticare

eppure sempre presenti

tra pazienze impolverate

e le cose da fare

senza pretese, a sperare di essere

se stesse, nient’altro che verbi d’anima

amate per quelle che sono

umili

silenziose

già eterne a loro insaputa.

 

*

 

Palestra di vita 

Non credo più nei riti

musicati del fitness

effimeri miracoli

in mostra al sabato sera,

il corpo modellato

dalla vita

dal dolore ben portato

da scelte coraggiose

a lungo andare incise

lì dove conta,

mappe graffiate sul volto

nel timore di perdersi

tra le vie

di una finta bellezza,

è come un libro

letto e riletto, unto, macchiato trascritto,

abbandonato strappato,

da qualcuno amato sottolineato

sfogliato dal vento

di nuove avventure

che sommate alla storia di altre pelli

cadute e rinate intaccano inattese

l’adipe convinta

della premorte in divano.

Siamo tutto quello che viviamo,

e la carne

in silenzio

lo sa.

 

 

 

 

Roberto Crinò Ineffabile mutazione, Ensemble 2019

 

E’ tuo dovere

E’arrivata

la bella stagione

l’ho vista passeggiare

stamattina

baciata

dal sole e dalla leggerezza,

teneva in un lembo

di stoffa,

dondolava, saltellava,

libera, incantevole

com’è suo costume,

sapeva di frutti

promesse,

profumava di gioie,

speranze.

Stamattina la vita

s’è cambiata d’abito

per celebrare

un nuovo inizio.

Mi hai guardato,

un sorriso,

mi ha detto

“E’ tuo dovere”

 

*

 

Check Point 

L’anima ha una linea di confine

una linea di demarcazione,

una frontiera che non può

essere oltrepassata a piacimento,

perché essa non è terra di conquista.

 

Nessun’anima è suolo di calpestìo

per saccheggiatori e vandali

e non è colonia di eserciti

dalle scintillanti fallaci armature.

Si passa solo con trattati di pace.

 

Ugo Mathuè Il silenzio non tace, Ensemble, 2019

 

c’è l’assenza di peso

d’ogni passata stagione

 

calendario di atti

unici come ogni atto

 

c’è il loro greve sipario

sceso senza discrezione

 

*

 

infiniti sono gli dei

infinito è il disamore del mondo

 

*

 

il mio miglior nemico sono io

io che mi do del tu

 

*

 

dimmi tu da cosa sono preso

forse da senile spreco del vivere

oggi che mi sento stranamente febbrile

 

*

 

terza quintetà

seduto su una sedia

guardava il passato

senza esserne ricambiato

 

Nunzio di Sarno – Mu (Oèdipus edizioni 2020)

 

Rimetto ogni immagine

Al vuoto

 

Perdono

 

Nel vuoto mi perdo

Non un dono che perdo

 

*

 

A una procidana 

Il mare

Del primo contatto

A cui non posso

Che ritornare

Lo trovo in un particolare

Mio palpitare

Al di là di spazio e tempo

E ciclico incespicare

Come ciò che ci lega

E non si può

Tagliare

 

*

 

Capodanno 

Spaghetti di riso

Verdura e spigola

In piatti vecchi

Su una tovaglia

Stinta

 

Ancora

Malesseri condivisi

Di una famiglia nuova

E un fratello acquisito

A compartire

 

Soli

In quattro stanze

Chi cerca di risplendere

Chi di non morire

Solo

 

Ognuno

A disagio con la forma

Si accosta cauto

Al fuoco

 

Chi si accontenta del calore

Chi si abbaglia alla luce

 

Pochi

Disposti

A bruciare

Avranno

In cambio

Cenere

 

 

 

 

Echi e persistenze nella polvere. La poesia di Guido Mattia Gallerani

di Gabriella Grasso

La poesia è epos dalla notte dei tempi: attraverso l’energia della parola intreccia trame di popoli, il noto e il mistero delle loro vicende. Oggi questa vocazione epica sembrerebbe scomparsa e forse, per molti motivi, improponibile. Potremmo ritrovarla, in chiave nuova e problematica, in alcune opere che illuminano aspetti critici della convivenza sociale nell’epoca post-industriale e digitale, quali la mercificazione e la spersonalizzazione dei rapporti, la precarietà delle condizioni economiche, lo squallore degli ambienti urbani, il carattere aleatorio degli spazi digitali.

Di contro, la poesia proposta da Guido Mattia Gallerani nel suo ultimo lavoro, I popoli scomparsi, edito da Pequod nel 2020, sembrerebbe riallacciare i fili dell’epica tradizionale. Non è del tutto così, come vedremo.

I protagonisti della lunga incursione che Gallerani compie nel passato, a ritroso nel tempo, sono gli antichi popoli succedutisi in aree ed epoche diverse e di cui, spesso, sono rimaste rare tracce. L’autore ce ne offre rapidi quadri, excursus che si coagulano attorno ad elementi salienti, caratterizzanti. Si parte dall’uomo di Neandhertal, con un esordio che la dice lunga sull’angolatura scelta dal poeta nel presentare lui e gli altri compagni della specie umana: “Si credeva la creatura più speciale, / ma era solo il più giovane / tra gli abitanti effimeri del mondo”. Il suo destino appare quasi ridicolo: “Da cacciatore a vittima, dietro le teche di un museo”. Si prosegue con le prime civiltà, scrigno di misteri e di graduali conquiste, puntualmente  travolte dal movimento dialettico dell’apparire e della dissolvenza.

Quello che Gallerani mette in luce, con raffinata ironia, resta sempre il carattere effimero, transitorio di ogni acquisizione, la labilità di ogni traguardo. I Sumeri “non ebbero epiteti al loro nome / poi che il sole tramontò oltre le foreste dei cedri. / L’onda increspata dell’immortalità / non bagnò la loro fronte”. Gli Hyksos furono ingoiati dall’imbuto del tempo: “senza coltivare una memoria / lasciarono il campo a una nuova rivolta /  e così come vennero senza incontrare resistenza / senza flettere la linea del tempo /  saltarono l’ostacolo, tornarono nel nulla  / da cui nacquero”

’ una vis interna alle dinamiche della storia, cancellatrice, che non risparmia nemmeno gli animali: “pur anch’esse in predicato di estinzione, / rapide nel tuffo ancora / s’inabissano le foche”. Talvolta il gioco perverso del caso si serve di qualcosa di invisibile, un batterio, come nel caso di Harappa: “Ma prima di precipitare nel clinamen / dei popoli scomparsi nell’Indo / avvenne la loro spoliazione / in un batterio. Perirono così, aspettando il bisbiglio / della pioggia e che le bolle del vapore / s’involassero, centellinassero dal cielo / un raggio di sole, / una bugia / sulla fine dell’epidemia”.

Un ritratto dell’autore Guido Maria Gallerani

Dei popoli si perdono i manufatti, le iscrizioni, la voce e i pensieri ad essi sottesi: “Ne sparì la voce e la scritta / con qualche chilogrammo di oggetti lavorati”, “Capitolano dalle arcate dei portici / i nostri come i loro voti e giudizi”. La polvere sollevata dalla storia travolge uomini e idee, corpi e parole. Si succedono imprese e sorti alterne, dubbi, fedi, responsi : “mentre i popoli più poveri (…) già attendevano ormai corrotti / una fede altra dagli oracoli”.

L’incontro-scontro con l’altro, che provoca la fine e il mutamento, non avviene necessariamente tra etnie: in gioco possono esserci gruppi sociali o categorie (di lavoratori, ad esempio i barilai, o di costume, come i punk) che subiscono il confronto con nuove realtà emergenti e le inevitabili novità che ne conseguono: “Sopravvissuto alla macchina fordiana / finì in distilleria qualche anno dopo il cooper, il mastro barilaio /(…) Sarebbero arrivate le industrie dei vuoti in bottiglia / per lui e la sua famiglia”(i barilai); “volendo annunciarne la fine, negli anni ’80 / divennero i cattivi di tutte le anime del progresso” (i punk).

Parallelamente, nuovi paesaggi sconvolgono gli antichi, inesorabilmente: “Erano un grattacapo a latere le pagode, una disarmonia per le vette di grattacieli – uno sbaglio cancellabile dalla gomma dei bulldozer”(Rohinga, Birmania).

In questo percorso, la parola poetica rappresenta il tentativo di riportare il passato in vita, forse, ma può farlo solo in termini di antilirismo, di narrazione disincantata. Certo, la ricostruzione puntuale e dettagliata genera nel lettore la sensazione di un viaggio nel tempo, esaltante. Tuttavia, è proprio la scelta di quegli elementi attorno a cui si sviluppa ogni quadro a rivelare l’originalità e l’atipicità (rispetto al genere letterario) dello sguardo del poeta. I popoli scomparsi, lo dice già il titolo, si sono succeduti, scalzati o sovrapposti, comunque inceneriti dall’incedere impietoso del tempo e dal gioco delle parti, mostrando le proprie fragilità.

Ieratici se visti da lontano, come l’epica classica e la storia ce li hanno sempre fatti vedere; incoerenti, a tratti bizzarri, instabili se visti da vicino, come accade leggendo questi testi.  Unici se considerati singolarmente, simili nelle loro debolezze, se visti nella cordata del cammino dell’umanità.

Popoli scomparsi, mentre cancellato – nella polvere della storia – appare ogni confine, strenuamente difeso, ma, in fondo, banalmente riduttivo. Come ogni tassonomia che ci riguardi, del resto.

 

 

 

 

 

Alcuni testi

 

 

Uomo di Neanderthal

 

Si credeva la creatura più speciale,

ma era solo il più giovane

tra gli abitanti effimeri del mondo.

Nelle steppe spiluccava le bacche,

collezionava gemme colorate

accompagnato dal mugugno delle scimmie.

Ben prima della nascita dei miti,

fuggiva dietro le sue frecce

l’orso bruno, il Grizzly.

Velocemente la terra si raffredda,

le risorse decrescono e induriscono

di promesse. Uscito indenne

da un’altra glaciazione uno più intelligente

avvolto dalla corteccia cerebrale

avanza al riparo, acclimatato alle foreste.

Smise di mettere su bivacchi

al di là del vallo alpestre

e di comunicare cogli antichi gesti.

I fratelli lo abbandonavano,

lo guardavano con la famiglia scemare

anno dopo anno, separandosi solitario

dalla protezione del fuoco.

Da cacciatore a vittima,

dietro le teche di un museo

raffermo nella sua requie

di cera e tende di cartone

solleva compassione

nei visitatori. Nessuna parola

dalle sue vittorie, né leggenda

per un’anima preumana e impaurita,

con la sua cena ancora lì

lontana un passo nel diorama,

imbalsamata nella formalina.

 

*

 

Gli oracoli

 

L’oracolo spezzò i cieli, le nuvole,

le migrazioni del falco col bastone.

Se vedeva uno scorcio nel sereno

alle sue parole seguiva un fuoco,

un bagliore che avvertiva le torrette

in riva al mare e la legione.

Non accettava rimproveri

qualora il fato si mettesse di lato.

Ma ogni destino si svela al seguito

di un’orda ignota e del suo esodo.

Quando ritornò a volteggiare sulle teste

dalla cresta intangibile dei monti

il viaggio ingannò gli interpreti

del verso e solo vaticini ambigui

preservarono la città dalla follia

mentre fuori dalle porte abbandonavano

i popoli più poveri, che già attendevano

ormai corrotti una fede altra dagli oracoli.

 

*

 

 

I punk

 

Incerti tra il babelismo verticale

delle chiome e una scapigliata

fluorescenza delle tinte

andavano alla mascherata compatti

nel combattuto chiasmo del vestiario.

Portavano la cresta viola

come i cavalieri romani

e i corazzieri italiani.

Repulsione destavano

all’entrata nell’aula

davanti ai giudici in toga.

Volendo annunciarne la fine,

negli anni ’80 divennero i cattivi

di tutte le anime del progresso.

Accorpati alla classe dei nemici

a uno a uno li cacciarono

dal teatro urbano, molti ne dilaniarono

i dobermann dell’unità cinofila.

Furono fatti esplodere in bulbi di luce venosa

dai pugni e dai calci

di Ken il guerriero.

Vennero investiti da Mad Max

sulle strade australiane.

Sotto lo sguardo di fanciulli persi,

finirono giustiziati a morte

sullo schermo, pubblicamente

loro innocui gladiatori di spray,

precursori dagli elmi rosa.

 

 

Errare tra case sepolte: la poesia di Pietro Romano

di Gabriella Grasso

“Non valica parola la presenza-scure dell’erranza. Sguarnita voce: luce emanata da occhi che non sono”.

Voce e luce, luce e voce, un viaggio attraverso non luoghi – le case sepolte –  per parlare di un “impossibile incontro con se stesso” (come lo definisce Franca Alaimo nella post-fazione). Ce lo propone l’ultimo libro di prose poetiche del poeta palermitano Pietro Romano, pubblicato nell’ottobre 2020 dai Quaderni del Bardo. E’ un errare nella polisemia delle possibilità che questo termine – errare, appunto –  offre; così la parola trova la sua condizione di vita, perché “la parola si invera nell’erranza”.  Un viaggio che è condotto da uno sguardo che “setaccia le vertebre di un corpo rinsecchito su mani senza resurrezione”, espresso da una lingua che “vortica in suoni senza crescita”, perché “oggi l’idioma è la non adesione”.

Il soggetto che guarda, conosce o cerca di conoscere, che prova ad esprimere, si frantuma in un “io distorto esploso”, diventa – immagine bellissima – “sciame”, si coagula nelle proprie percezioni; la parola non incide, perde precisione, l’etimo è deviato dalla radice e la sfida diventa  “misurare l’adombrato che fugge l’etimo”.

Nel vagare tra relitti, ombre, case sepolte di cui non c’è parvenza, vetri graffiati “sciolti in urla”,  nel muoverci attraverso le crepe, le fratture di un paesaggio non più (forse mai?) integro, tutti noi “cerchiamo varchi verso voci perdute”.

La preghiera del poeta è un sussurro: “Invisibile, lasciaci entrare”.

 

Alcuni testi

 

Lontane, mani lontane. Gli sguardi battono contro i vetri notturni, zona di transito tra nome e nome.

 

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa-nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro, rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede se stessa.

 

Il corpo si è destato nel coro di fratture: canta ora il dolore, da lontano risponde il lontano.

 

La poesia, chiedi. Solo mani per acqua e potatura posso darti. In cambio chiedo colori, profumi, essenze del tempo che si ripete senza consistenza, delle sue ossa deposte all’ombra di un battito senza pompaggio. E’il vento, forse, floricoltore di voci e assenze? Sono foglie in esilio su selciati di scontentezza. Occhi negli alberi, nei cieli: tu ti moltiplichi, vento. In questo assedio che cosa chiedi? La parola trema. Nelle sue crepe altri scompigli: voci dove trovo riparo.

 

Ventre chiuso di terra: la polvere e i resti compongono i volti che ci si affanna a cecare nel graffio degli specchi.

 

Secca il corpo per troppa mancanza, residuo di un passato dissepolto. Vado via in forma di sciame. Come abitare la dimenticanza?

Suite Etnapolis: l’epos di un mondo in vetrina. La poesia di Antonio Lanza.

Di Gabriella Grasso

 

C’è una dimensione epica e al contempo paradigmatica nel quotidiano, che l’arte talvolta riesce a cogliere e restituire, facendoci un grande dono, specie se quel quotidiano è logorante, spersonalizzante, quanto di più lontano dall’armonia, dalla sobrietà e, in ultima analisi, dalla gratuità. Appare così al poeta la sfibrante routine di un centro commerciale ipertrofico, caleidoscopio di luci colori suoni rumori sollecitazioni d’ogni genere, meccanismo senza anima che tritura tutto quello che contiene (merci, persone, idee, relazioni) in una catena senza respiro e sempre uguale a se stessa.

Il poeta in questione è Antonio Lanza, autore originario di Biancavilla, paese etneo, che quel contesto ha conosciuto bene, avendoci lavorato e avendolo osservato (e vissuto) nelle sue dinamiche. Il suo Suite Etnapolis, edito nel 2019 da Interlinea, è ambientato proprio nel centro commerciale di Etnapolis, alle falde dell’Etna, progettato dall’architetto Fuksas nel 2004, quinto in Italia per dimensioni e vivace attrattiva per molti abitanti della zona pedemontana e non solo. L’autore lo fa rivivere, nitido e spietato, in un libro complesso tanto dal punto di vista tematico quanto sotto l’aspetto formale, con una grande carica di umanità che non lascia indifferente il lettore.

Si tratta di un lavoro che può ascriversi al filone della poesia civile, nell’alveo di una tradizione ricca di contributi importanti (da Pagliarani a Di Ruscio, solo per citare alcuni nomi, fino alle più recenti uscite di Targhetta, Ilaria Grasso e l’antologia La nostra classe sepolta). Questo macrotesto, che al suo interno contiene trame intersecantesi e varie piste di riflessione, è però una realtà composita e sfugge ad una definizione univoca.

La prima scelta strutturale che balza agli occhi è quella di una sorta di prosimetro, che, a ben guardare, va oltre l’alternanza prosa-poesia e coinvolge modalità espressive diverse, dai messaggi social all’intervista, a tratti “censurata” alla Isgrò, dalla conversazione telefonica al monologo al flusso di coscienza, in una sorta di zapping, un susseguirsi e incastrarsi, in giochi di costruzione e decostruzione di senso.

Ne consegue un’interessante commistione di linguaggi, di materiali anche extra-letterari e di registri talvolta molto diversi tra loro, ma sempre funzionali ad una rappresentazione vivida, da presa diretta. Un’atmosfera tuttavia così onirica, atemporale, per quella ciclicità spietata che caratterizza la scansione del tempo nel centro commerciale, quasi novella creazione-coazione a ripetere di una serie di operazioni che tengono in vita quel mondo.

Il libro abbraccia infatti un arco temporale di una settimana lavorativa di Etnapolis, che inizia però dalla domenica, non a caso giorno di non riposo, in una cosmogonia centrata sulla vendita e sul profitto: “Santa e benedetta la domenica di Etnapolis, / santo il profitto santo lo sfruttamento santa la pena”.

È un mondo dentro il mondo, un’antonomasia, un congegno che si mette in moto, inesorabilmente uguale a se stesso, suadente e perentorio: “s’infratta distorto il messaggio: acquistare è buono. Tutta / Etnapolis è raggiunta da etnapolis, / non c’è angolo che scampi al suono / della sua voce”. Le ore, monotone e prevedibili, piatte e orizzontali nonostante il loro scorrere, sono scandite dagli annunci delle voci al microfono, la maschile, autoritaria, normativa, e la femminile, suasoria, invitante: “Il lavoro che sta per iniziare l’inizio / del lavoro il lavoro che sta per finire / la fine del lavoro tutto qui è predefinito / da voci registrate tutto qui è finalizzato / e che siano in sincrono tutte le attività”.

Nella bolla artificiale del centro commerciale “il tempo / pur passando anche di qui, qui / non lascia storia, perentorio / big bang di cemento da cui d’un colpo / questo bianco Etnapolis è sorto”.

Dentro questo ambiente si muovono personaggi molto diversi, ognuno con il proprio carico di sofferenza, ignoto al carosello che li circonda. I loro discorsi sono contraddistinti dall’uso di registri differenti tra loro: Alfredo, in crisi per l’imminente nascita di un figlio e con poche certezze nella vita, Samuele, dallo sguardo curioso e critico su ciò che lo circonda, Cinzia, che lo ama e condivide con lui la “prigionia” del lavoro di commessa, Vanessa inquieta neomamma, tormentata da una nuova immagine di sé- che non accetta- e dal pensiero di un bimbo che rivedrà solo a sera, Daria, assetata di vita, Laura, che vive nella paura di dover pagare cara la propria avvenenza, con l’ombra di uno stalker alle spalle.

Li accomuna l’opprimente sensazione di essere dei forzati del lavoro (“puntuale nel respiro / la coda dell’obbedienza”, “Etnapolis dei cani / sedati dietro le gabbie”), la “prigionia” (“Ti ricordi, con un misto / di eroismo e malinconia / il cielo com’era chiaro / prima di entrare / stamattina”, “Poi ci si ingrotta”), l’ansia sottile, persistente, della precarietà (“Un diffuso stato di allarme, inudibile / perché chiuso nel buoi dei polsi, / nei turni trascorsi / in solitaria: le lamentele, le minacce dei titolari perché / gli incassi sono al di sotto/ delle aspettative, la probabile / riduzione del personale”).

Accanto ai commessi, intorno, altre presenze che sembrano sagome, disegnate dai loro ruoli, ma che rivelano la propria umanità attraverso piccoli gesti, come la guardia giurata Nuccio o le addette alla pulizia, che, nel “coro” intitolato Le silenziose, esprimono attraverso la voce del poeta le frustrazioni di una vita: “(…) da ragazze, giovanotti / e buona sorte si alternarono in ginocchio, / i gradini delle scuole sembrando / un trampolino di tre metri da cui / staccarsi fiduciose per il tuffo: e poi, / come fu che poi l’aria a tradimento / si assottigliò”.

Sono tessere di un’umanità mortificata da tempi, ruoli, contesti che la costringono in una gabbia, reboante, di luci e ombre: “colonia penale, Etnapolis / pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia – / piàcciati entrare intera nel mio canto, / le luci come l’immondo”.

Originale, nel suo attingere alla tradizione, appare lo stile. E non è un paradosso, ma una delle operazioni più delicate che un autore possa decidere di compiere. Nella scrittura di Antonio Lanza troviamo rimandi alle narrazioni più antiche, dalle Sacre Scritture all’epica classica, poiché è costante tanto il richiamo alla forza declamatoria dell’epos quanto ad una sorta di nuova “sacralità” del contesto commerciale, entrambe in chiave non direi parodistica, ma comunque rovesciata e problematica.

Ecco dunque, da una parte, la descrizione dei personaggi mediante epiteti (i clienti “camicia a scacchi”), inconsueti patronimici (“Laura di Lovable”) e accusativi alla greca, la costruzione della frase con i gerundi e con calchi dell’ablativo assoluto; dall’altra parte, il tono salmodiante di alcune parti e il richiamo esplicito ai costrutti di Qoèlet (“Etnapolis di etnapolis” come “Vanità di vanità”).  L’uso di artifici retorici si muove su una doppia linea di intenti: è aderente, quasi in modo mimetico, all’oggetto, nel caso dell’accumulatio, coerente al susseguirsi convulso di clienti, di merci, di scontrini; risulta invece “straniante” nel ricorso all’aggettivazione spinta, articolata in endiadi e in ossimori, che collocano Etnapolis in una dimensione atemporale e dialettica: “Materna e Moloch / Etnapolis, Mammona e Maschera / di lupa – Multisala, Multicefala” o le dedicano complesse litanìe: “Amaro e noia Etnapolis, pletora / di insegne Etnapolis, macropaese / di sconosciuti, Idolo, Edicola, / Obolo, Offerta Votiva”.

La bulimia di Etnapolis, “nuvola a vuoto dell’euro”, sembra inarrestabile: solo un evento o una presenza esterna, più volte confusamente immaginata, paventata e allo stesso tempo quasi desiderata dalla voce narrante, potrebbe portare un cambiamento di segno. Sarà quel che accadrà nella parte finale del libro, schiudendo nuovi scenari nei quali l’autore non si inoltra.

Al di là delle scene concitate (e profetiche) dell’epilogo, che non voglio anticipare, resta impressa nella memoria di chi legge la scena potente, centrale, nella quale si lacera la borsa degli acquisti con l’eloquente logo Hevel, termine che rimanda al campo semantico dell’inutilità, del non senso, ennesimo richiamo all’Ecclesiaste. La borsa della spesa si squarcia e tutte le merci si spargono caoticamente per terra: immagine emblematica del vano affannarsi ed accumulare, tanto nel micromondo di Etnapolis quanto, a più larga e drammatica scala, nel villaggio globale, iperattivo e miope del consumismo odierno.

 

 

 

 

 

Alcuni testi

 

Vergine e pubica la domenica di Etnapolis

pochi minuti prima dell’apertura

al pubblico, ma già la percorrono

i primi polpacci pelosi e carrelli

Iperfamila che sferragliano vuoti.

Al mattino le commesse hanno il volto

tagliato di sghimbescio da un tratto

rosso di uniposca e bevono decine

di caffè al bar di Prestipino.

 

 

La vita, poi, si attiva con precisa

lentezza dentro e fuori i negozi;

la vita è cieca, automatica: erompe

da gesti meccanici, mnemonici,

minimi, quotidiani, come la spazzata,

i numeri a tre o quattro cifre sul registro

dei corrispettivi, l’avvio dei computer.

 

*

 

“Ma ce l’abbiamo il tempo, ce l’abbiamo?”

ancora sott’acqua, sotto il lenzuolo

blu, la mente è un’alga

marina che si presta alle correnti

e le parole brillano su, a scaglie.

Cinzia è stesa su un fianco,

il viso disteso dal sonno

“Voglio dormire ancora” lamenta

“e poi fare l’amore” e imbroncia le labbra.

La sveglia: Zivago

 

e un fazzoletto sul comodino;

il corridoio, la cucina,

la rapida colazione, l’aperto

mattino all’imbocco

della SS 284, e le ombre

dei cavi elettrici

sull’asfalto, il bordo

della strada disseminato di cani.

 

Poi ci si ingrotta.

 

*

 

Il cliente ha bisogno

di sicurezza il cliente

ha bisogno di divieti il cliente

necessita di regole

il cliente vuole l’ora

esatta e l’esatta

sua posizione, che ci siano

le guardie con l’uniforme, le telecamere,

e che qualcuno gli rammenti le telecamere,

la squadra antincendio,

il pavimento pulito, che tutto

funzioni, confini certi,

che il sapone nei bagni, che di domenica

la messa, che le eventuali informazioni,

che i prezzi ben esposti, che tutto

torni.

 

*

 

DARIA (A CINZIA; ORA DI PRANZO, IN CASSA)

Bedda, ma come riesci a mangiartela tutta, quella bolognese è due volte la tua faccia! Un euro e cinquanta, grazie! Ma hai saputo che è successo? Come, no?! La macchina di Laura. Poco fa, non lo hai sentito? Le hanno fatto trovare tutti e due gli sportelli aperti e una bottiglietta di benzina sul sedile. Ma com’è che non hai sentito nulla?

 

*

MAMMA: Non sei tu, io lo vedevo che non eri tu, e lo vedo ora, ma adesso senti, un bar, non c’è un bar, che so, lì vicino, ti prendi un bicchiere d’acqua, che so, una…per non metterti subito a guidare, una fanta, troppo agitata sei per guidare, post parto, ossantiddio, così la chiamavano lì, perché non devo ricordarmi subito le cose, depressione post parto, quel programma che fanno dopo il tiggì, che tuo padre ogni volta, ma gioia mia credimi, non è niente, un bar, allora, ché lì vicino un bar ci deve essere, ti fai due passi, ti lavi il viso…

 

*

 

Chiaro e sorridente si apre l’allegro

carnevale di volti, chiaro

perché cola dai lucernari umana

una luce dietro cui Etnapolis per ora

un passo indietro si ritrae a

trattenere fiato e incantamenti.

 

 

*

Volge in sera

il pomeriggio (…)

(…) e per congiura manda

pane più buono la radio, la voce

roca di Bonnie Tyler che dichiara

che è stato solo un gioco folle

nient’altro che un gioco folle,

e a qualcuno dei distratti

o dei commessi potrebbe persino

avvenire di sentirsene punto,

lì dove più molle e non difeso

da ossa attende paziente il dolore

di essere vivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre domande ad Antonio Lanza

 

 D: Da quale sostrato personale nasce Suite Etnapolis?

R: L’idea di scrivere Suite Etnapolis nasce da una esperienza lavorativa in una libreria di catena proprio a Etnapolis, dal 2011 al 2015. Nonostante la stesura del poema mi abbia preso soltanto gli ultimi due anni, tra l’agosto del 2013 e l’agosto del 2015, posso affermare che Etnapolis è stato da subito uno straordinario motore di immaginazione e di scrittura. L’ambiente lavorativo rilassato, le luci, la musica, la festa perenne mi suggerivano però storie, idee e temi improntati a un tono ironico, giocoso, al più sarcastico. E la poesia sembrava restarne fuori. Poi però è arrivata la crisi economica, con il conseguente dramma dei negozi che chiudono, degli amici che perdono il lavoro, dell’allarme sempre più prossimo che tra poco potrebbe travolgere anche te, appena sposato e con un figlio in arrivo. Mi trovavo al punto in cui storia personale e destino collettivo si incontrano, e contavo di poterlo raccontare, che ne valesse la pena, e stavolta sì, attraverso la poesia. 

Ero ossessionato dalla poesia, ormai da anni, da sempre. La mia scrittura, mi sembrava, era uscita già da un po’, anche se in ritardo, da quel limbo che è il puro esercizio. Ero approdato a una più consapevole necessità espressiva, ma era come se non riuscissi ancora a incanalare bene una “forza” che avvertivo dentro, a darle una forma. Ciononostante, la presentivo. Il pensiero ostinato della scrittura, la cieca tensione verso la scrittura, ma senza che niente sgorgasse davvero, o quanto meno nulla che mi convincesse. Poi un giorno di agosto del 2013, “Vergine e pubica la domenica di Etnapolis”, il verso di apertura del mio poema, è stato insieme un dono venuto da chissà dove e una sfida lanciata e non più ritrattabile, il momento in cui per la prima volta mi sono sentito finalmente straniero a me stesso, e fino in fondo me stesso. 

 

D: La scelta di una pluralità di voci, di linguaggi e di registri è nata a monte o in itinere, nel percorso di elaborazione dell’opera?

R: Probabilmente era proprio il sentirmi costretto all’uso di una sola voce – autobiografica e solipsistica – che ingabbiava la mia voce, il motivo per cui sentivo un abisso tra le risorse espressive che pensavo di avere e l’asfittico rivolo di scrittura che veniva fuori nella pagina nel corso delle prove precedenti, di cui non ero mai soddisfatto. L’insoddisfazione era del resto generale, investiva anche le mie letture di allora. Ero convinto che la poesia fosse un mezzo potentissimo di presa di possesso e di trasfigurazione del reale, eppure leggevo tanta poesia contemporanea che mi pareva rinunciare a quell’impresa, farsi pigramente frammentaria, monolinguistica e monostilistica, adagiarsi su alcuni facili trucchetti, giungere in fretta a una qualche epifania, fare bene il compitino, non sbagliare, non rischiare. Desideravo andare invece nella direzione opposta, anche se più esposta al rischio del fallimento. Nonostante avessi pensato inizialmente a un solo personaggio (quello del commesso di libreria, che per di più aveva il mio stesso nome) capace di portare su di sé il significato dell’opera, gli altri personaggi pirandellianamente reclamavano più spazio, desideravano muoversi, avere una loro storia da compiere, ciascuno era certissimo di poter arricchire con pari dignità il senso del libro. Sono quindi giunto presto alla convinzione che non sarebbe esistito un corifeo che parlasse al posto o per conto del coro. Non mi sono dato limiti, del resto. L’unico limite era: è davvero necessario questo o quell’espediente, questo o quel salto linguistico o stilistico? L’opera è cresciuta su sé stessa, portata dalla sua stessa forza, direi, fino a rompere gli argini della poesia e diventare, nella quinta sezione, quasi per naturale conseguenza, anche prosa. Suite Etnapolis mi è cresciuta come un albero. 

 

D: Se dovessi pensare ad un’altra versione di Suite Etnapolis, come la immagineresti? Una rappresentazione teatrale, una versione cinematografica o altro? 

R: Spero che chi legga Suite Etnapolis senta che l’autore, come notava Andrea Accardi in un suo intervento sul mio libro, stia in realtà muovendo una telecamera, che le “voci” che lo abitano non siano soltanto voci, ma personaggi che si muovono e interagiscono in uno spazio fisico, che infine “suite” rimandi già dal titolo alla musica, alle suite della musica rock in particolare. Ho sempre amato quelle opere che non abitano soltanto un genere, che riescono a sconfinare, a straripare, a trarre linfa da altri linguaggi: penso a un album come The Wall dei Pink Floyd, per esempio, diventato poi un film, o a Dogville di Lars Von Trier, recitato in uno spazio che potrebbe essere il palcoscenico di un teatro, scandito in capitoli e raccontato da una voce esterna, che può far pensare al narratore di un romanzo. Ho avuto già due contatti per una possibile riduzione teatrale di Suite, poi per vari motivi naufragati. Sarebbe un sogno, poi, se si potesse realizzarne una versione cinematografica, ma non oso sperare tanto. Da qualche tempo, invece, mi è saltata in mente l’idea di cercare contatti nel mondo editoriale del graphic novel. Insomma, come uno dei personaggi che mi è più caro di Suite Etnapolis, Daria, la cassiera del bar che infine compie una radicale, splendida “metamorfosi”, mi piacerebbe che anche il mio libro smetta di essere soltanto un poema.

 

 

Conversando con…Maria Attanasio

 

CONVERSANDO CON…MARIA ATTANASIO

di Gabriella Venera Grasso

Conversare con Maria Attanasio è arricchirsi dei frutti di esperienze molteplici e di un punto di vista che invita a problematizzare. La incontriamo in occasione della presentazione della sua ultima fatica, Lo splendore del niente, racconti pubblicati quest’anno per la casa editrice Sellerio.

Attanasio è artista complessa, che si è inoltrata nei campi della poesia, della narrativa e della saggistica, offrendoci piste di riflessioni interessanti tanto sul presente, quanto su nodi e temi del passato. I suoi romanzi, editi tutti da Sellerio, attingono dalla storia e ne illuminano aspetti e figure meno conosciute (Rosalie Montmasson, unica donna al seguito dei Mille, ne La ragazza di Marsiglia, per fare un esempio), arricchendoli di un “surplus” di vita come l’arte sa fare. I saggi ci parlano di Sicilia, nei suoi aspetti di luce (i grandi contributi artistici dei conterranei che per l’autrice sono un riferimento costante: Verga, Sciascia, Piccolo, Cattafi, Addamo…) e in quelli oscuri e problematici (il sistema mafioso).

Destinataria di numerosi riconoscimenti in ambito letterario (ultimo in ordine di tempo il Premio Pino Veneziano, proprio in questi giorni),  Maria Attanasio è scrittrice meticolosa e “lenta”, come scherzosamente si definisce, considerando la cura e il grande lavoro variantistico che accompagna ogni suo scritto, in special modo quelli poetici, dove ogni parola è ponderata a lungo ed acquista un peso tutto suo. Nelle poesie l’autrice sviluppa temi che riprenderà nella narrativa e che costituiscono il fulcro dei suoi interessi: la microstoria come  modo preferenziale di accostarsi alla storia, le “storie di emblematica alterità” di chi paga il prezzo di un mondo sempre più violento e lanciato in una cieca corsa verso la produttività, le spinte di sopraffazione e il contraltare dell’indifferenza e dei particolarismi, e poi le figure di donne, la fragilità e la potenza del corpo e il suo valore semantico. Tutti temi che stanno a cuore alla scrittrice, espressi con l’intensità che il dettato poetico conferisce ai suoi contenuti.

Ma in quale rapporto stanno la produzione narrativa e quella poetica nel percorso dell’autrice? Maria ci rivela che le narrazioni si sono sempre “imposte” a lei con una certa urgenza: proprio quelle vicende, quelle persone chiedevano attenzione e spazio e volevano essere raccontate, perentoriamente; nella poesia, invece, i tempi si dilatano, le parole affiorano con lentezza e lentamente vengono cesellate, acquisendo uno spessore proprio.

Le chiediamo poi qual è la narrazione del “corpo” che emerge dalle sue opere, in cui è un elemento ricorrente (corpo-cretto, spaccatura, corpo d’argilla…), anche in riferimento ad una narrazione del femminile che vuole essere sganciata da logiche mercificanti e da un’ottica utilitaristica. Quello del corpo in cambiamento, ci spiega, è un campo (semantico ma anche esperienziale) nel quale diventano evidenti le crepe, le fragilità, le sovrapposizioni, “concretizzazioni di memorie arcaiche”, come le definisce Anedda, che l’autrice non intende nascondere dietro immagini patinate da photoshop, ma mostrare nella loro verità.

L’opera della maturità artistica di Maria Attanasio, nella quale sono confluiti molti testi degli anni precedenti, è indubbiamente Blu della cancellazione, pubblicato nel 2016 da La Vita Felice, con prefazione di Antonella Anedda e vincitore del Premio Brancati-Zafferana e del Premio internazionale Gradiva di New YorK.

É una poesia quanto mai attuale e incisiva, che “mette in campo il problema del male”, ma non in quanto “poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo” (Milo De Angelis).

Il titolo, suggestivo e carico di una certa inquietudine, richiama il blu del mare profondo, che custodisce tesori, ospita la vita e la bellezza in forme varie e misteriose, ma è diventato spesso, nel corso della storia e drammaticamente in questi nostri tempi, sudario per troppe morti. Il motivo dell’acqua, delle sue infinite sfumature, dei suoi inquieti movimenti, del suo apparire, levigare, colpire, fluire, inghiottire, percorre tutte le parti della raccolta e quasi ci trascina nel gorgo misterioso di un declino personale e collettivo, quello, sempre più evidente, di un “occidente spaesato”.

 

Da Blu della cancellazione proponiamo alcune poesie.

Dell’acqua caìna

Piovve quel giorno, a diluvio a tempesta,

fu un fuggi fuggi per la sopravvivenza,

io, nel mio guscio di orfanità,

già pensavo a decostruirti, farti testo.

Non smise però, e ancora adesso piove:

un’acqua caìna che ha divelto radici,

sciolto inchiostri tracce: inutilmente

mi misi in ascolto tra i dettagli nel folto

-la serranda abbassata, la tivù spenta

In cucina-rilucendo adesso,

imprevisto, l’oscurato alfabeto.

Ma più ti assomiglio, più m’incazzo,

ritrovandola chiara-la password-

tra detriti e pretrisco

nelle crepe della muta domanda allo specchio

 

Frammenti dell’acqua mutante

…non incrocio di linee

ma angoli ciechi parallele

tra suppellettili e battito di ciglia

immagini difformi frammenti di figure

nel reset conclusivo

forzando tempi migrando

verso sterili costellazioni d’altri…

…oscilla s’increspa

al vento della forma-segno

che l’indomito cerca l’intero

l’intatta armonia-un brusio

dilaga dal fondo: frusciare

d’acqua alta crepitare di fiamma…

 

Sono il bambino della grotta

Sono il bambino della grotta

-il poliglotta, il diverso, a forza

chiuso nel recinto del nome-

adesso clandestino

-luce migrante, fiato di candela

tra le catene dell’oscuro-

sono occhi e lingua straniera:

l’isola all’orizzonte

lo stelo d’oro splende oltre il confine

 

Rosso

Rosso
che adesso è lama e cesoia
muro scrostato ombra
che s’allunga e ballarìa
– la zattera dei nomi alla deriva –
occidente spaesato
nel blu della cancellazione,
maria del declinare,
addio.