Il silenzio nelle arti

 

di Ivana Rinaldi 

Questa riflessione nasce dal libro di Giuseppe Fabiano e Stefano Tonelli, Del silenzio non si può tacere Un viaggio nell’universo del silenzio (Presentazione di Luigi Cancrini, Franco Angeli, 2023). Si nasce custodi del silenzio, durante la vita ne siamo attratti, respinti, a volte curatori, a volte vittime. Espressione dell’umano, del divino e del demoniaco. Il silenzio consapevole unisce, il silenzio imposto divide.

Nel silenzio interiore si realizza l’accordo tra anima e l’armonia dell’universo, uno stato che ci viene invece negato invece dal gran fracasso, dal surplus di parole, suoni, eccesso di connessioni diremmo oggi nell’epoca dei social che ci sottraggono al silenzio e la necessità di abitarlo, di entrare davvero in noi stessi.

Rincorso lungo i secoli da filosofi – nella scuola di Pitagora veniva osservato un silenzio di cinque anni; lo stesso Socrate lo pratica in uno stupore mistico, nei monasteri, nelle abbazie era pratica quotidiana. Le stesse religioni, Ebraismo, Islam, fino all’Estremo Oriente, dove il Buddismo persegue la “vacuità”, danno grande valore ai momenti di silenzio, direi alla pratica del silenzio, specialmente il buddismo che dà meno valore alle parole, più all’interiorità.

In questo quadro appena delineato di connessione profonda tra spiritualità e silenzio, possiamo rintracciare ciò che caratterizza  molte forme artistiche a cominciare dalla pittura: “Gli artisti di oggi fanno molte chiacchiere ma al loro mestiere è indispensabile il silenzio” (Ernst Gombrich).

Henry Thoreau una notte di gennaio del 1953, dopo una camminata nei boschi scrive: “Desidero ascoltare il silenzio della morte, perché il silenzio è qualcosa di positivo da ascoltare. Di tanto in tanto mi metto in ascolto dei cani del silenzio che abbaiano alla luna. Il silenzio suona: è musicale e mi emoziona. Sento l’indicibile”. Ovvero gli elementi necessari: ascolto, suono che diventa musica, immagine, quindi poesia, composizione musicale, arti visive, scultura.

 

 

Molti artisti hanno fatto uso del silenzio, incorporandolo nella loro arte, ma anche decidendo di tacere pubblicamente riguardo al proprio lavoro, come James Joyce, per evitare il coinvolgimento che avrebbe potuto corrompere la sua creatività o J.D. Salinger, ritiratosi a Cornish, in New Hampshire, dopo il successo di Il giovane Holden.

Anche Aldous Huxley avrebbe desiderato un silenzio preventivo quando scrisse parafrasando le parole di Amleto morente: “ Ah, se solo il resto fosse silenzio!”.

Indipendentemente dal fatto che un’opera artistica o letteraria sia interessata al silenzio, questo lo riguarda: la sua esistenza come atto di linguaggio è strutturata intorno al silenzio. Anche la parola scritta lo rompe con i suoi significati e significanti. Samuel Beckett è talmente legato al silenzio che non può evitare di scrivere: “Ogni parola è una macchia muta sul silenzio e sul nulla”.

 

In Italia è inevitabile il riferimento a Giacomo Leopardi, ai sovrumani e infiniti silenzi, ai pensieri di Lo Zibaldone. Il linguaggio di tutte le forti passioni, dall’amore all’ira, dalla meraviglia al timore. Nella letteratura contemporanea, Camilleri quando parla della sua gente, della sua Sicilia, crea sempre una cornice di silenzi, espressi dai volti, dai gesti, nella consumazione dei pasti .

Anche l’amicizia contempla i non detti: tra amici non sempre è necessario parlare, basta la vicinanza. Anche per chi soffre di pene d’amore, scrive Ovidio nel suo Remedia amoris: “Non dire ciò che segretamente ti addolora, ma piangi segretamente. Chi tace, è forte”.

Diverso il discorso della pittura e delle arti figurative escluse dalla parola e dal suono, connotate da un certa sordità proporzionale al loro coinvolgimento nella materia. Su questa convinzione si basa la gerarchia delle arti di Arthur Schopenauer espresse in Mondo come volontà di rappresentazione, dove la musica è posta al vertice di questo percorso ascendente.

Giorgio De Chirico- autoritratto-

Merleau Ponty sosteneva che nell’azione pittorica, le cose nascono dal silenzio in cui sono poste, conferendo visibilità all’invisibile.  Molte correnti pittoriche del ‘900 sono immerse nel silenzio: la pittura metafisica di Giorgio De Chirico che sostituisce i corpi con i manichini, le nature morte di Carlo Carrà, il surrealismo di René Magritte. Un silenzio fatto di estraneità dell’artista rispetto alla realtà, non un mezzo per rappresentarla come è avvenuto nel corso dei secoli e nelle varie correnti pittoriche: pensiamo al realismo di Caravaggio.

La musica un tempo arte per colti, nobili e borghesi, poi divenuta popolare con il diffondersi dell’Opera, oggi così pervasiva – la ascoltiamo ovunque, in casa, in macchina, nei supermercati, nei luoghi pubblici, ci aiuta a superare la noia, l’isolamento, riempie il senso di vuoto, anche emotivo. In un certo senso disabilita il silenzio, cioè il tempo per immaginare e sognare. Eppure molti compositori del Romanticismo hanno utilizzato il silenzio “sublimale” con suoni così sottili confondendoli con quelli della Sala. Debussy in particolare, settantacinque anni dopo Beethoven, porta alle estreme conseguenze la scoperta delle sue potenzialità espressive.

In Italia Luigi Nono esalta il silenzio come componente essenziale nella composizione musicale. Nella musica leggera che definisce il mondo industrializzato non mancano numerosi esempi in cui il silenzio viene esaltato come nel celebre brano The sound of silence di Simone&Garkunfel, in cui il messaggio è legato alla difficoltà di comunicare e all’ignoranza della natura. L’oscurità senza la luna e le stelle, è artificiale, fredda, abbagliante. Quando non si concilia con il silenzio è un incubo.

Dopo Cage, le esperienze sul silenzio si sono moltiplicate in artisti come Miles Davis, “principe del silenzio” come veniva chiamato: “ La vera musica è il silenzio, tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio”.

Infine il cinema, settima arte, nata muta, e del muto Chaplin è tra i più grande esponenti e che continuò a usarlo anche dopo l’avvento del sonoro. L’unica forma di arte che può riprodurre il silenzio e il suono. E’ stato necessario che vi fossero rumori e suoni, affinché la loro sospensione generasse il silenzio. Il regista e scrittore ungherese Bolazs, pensava che nessuna altra arte potesse rappresentarlo, neanche il muto che paradossalmente  potenzia il suono.

Tante le tecniche per riprodurlo e su cui non mi soffermo, ma va sottolineato come il silenzio diventi protagonista nei film di Tarkosvkij, i cui film sono privi di dialoghi, di Bergman, di Kurosawa. E ancora Hitchcock. In Italia Antonioni e la sua trilogia del silenzio: L’Avventura (1960), La notte (1961) e L’eclisse (1962) in cui viene espressa in maniera sublime l’incomunicabilità tra i sessi. E ancora Fellini con il suo La voce della luna (1990), una presenza desiderata ma difficile da raggiungere.

Di recente abbiamo un esempio interessante dell’uso del silenzio nel cinema, A perfect day di Wim Wenders. Quello sospeso che si sperimenta guardando le luci e le ombre tra gli alberi attraversati da raggi di sole; immagini di foglie che si muovono al vento,  sorrisi e  non detti. A parlare è il volto del protagonista, Hirayama. La musica fa da contralto al silenzio e lo rompe inviandoci messaggi contrastanti, di gioia, felicità e forse, al contrario di ciò che si pensa, disperazione.

Tanti dunque gli spunti di riflessione che Del silenzio non si può tacere ci offre. Le sue infinite sfaccettature e il mistero profondo.

Un ritratto di Chandra Candiani

A conclusione una bellissima poesia di Chandra Livia Candiani  tratta da Il silenzio è cosa viva

Il silenzio onesto
Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie
alla consapevolezza del vivere, si diventa
sensibili alla luce, alle diverse sfumature di
luce in diversi luoghi, in differenti momenti
della giornata e delle stagioni, cosí si colgono
miriadi di sfumature nei silenzi nostri
e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali,
degli alberi, silenzi minerali.
Il silenzio non è tacere né mettere a tacere,
è un invito, è stare in compagnia di qualcosa
di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato
detto. Il silenzio sorride.
Caro silenzio, aiutami a non parlare di te,
aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami.
Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire.
Non lascio niente a casa, niente di intentato.
Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere.
Il silenzio semina. Le parole raccolgono.
Il silenzio è cosa viva.

 

 

 

Barbie: Life in plastic, it’s fantastic , but…

 

Superate alcune resistenze, dovute probabilmente alla mia idiosincrasia nei confronti del rosa, ma più opinatamene al fatto che Barbie di fatto rappresenta l’essenza stereotipata dell’americana californiana, bionda felice e ricca,  così come ce la racconta l’immaginario collettivo,  lontana dall’idea di una donna reale,  ho deciso di vedere il film della regista  Greta Gerwig, multiforme donna sceneggiatrice, attrice e regista di Piccole donne (2019)

Proverò a suddividere le mie considerazioni: la prima, meramente estetica riguarda la produzione, ben confezionata, adatta a un pubblico trasversale, ricca di “advertisement” piazzati con maestria e opportuna strategia di marketing.  Fin qui, nulla  da eccepire: la genealogia della bambola Mattel è rispettata in ogni dettaglio. In secondo luogo, la sceneggiatura:  non vorrei togliere piacere a chi non lo ha ancora  visto, ne dirò nelle linee essenziali:  in breve è una storia che per le sue finalità didascaliche, è divisa in due metà: il mondo di Barbie e il mondo reale che per strane congiunzioni immaginifiche si trovano in contatto.

L’assunto iniziale è che la Barbie ha rivoluzionato il mondo dei giochi infantili delle bambine dell’epoca, che oggi sarebbero “boomer”, perché ha dato loro un modello alternativo a quello delle mamme accudenti con i bambolotti. Carino l’esordio con apprezzata citazione Kubrickiana in salsa parodica. (2001 odissea nello spazio con tanto di intro )  In breve,  Barbieland diventa – secondo questo assunto inziale- un mondo ideale in cui le donne “possono essere tutto ciò che vogliono” , mamme, dottoresse, premi Nobel, avvocate, etc. Tutto è retto dalle donne, le istituzioni, i tribunali, le case che a loro appartengono. Le donne sono tutte amiche e tutto è molto patinato: begli abiti, belle case, belle acconciature. Insomma, è una sorta di mondo femminista in salsa glam. E gli uomini? Rappresentati da Ken, sono per lo più accessoriali e intervengono solo per dimostrare la loro inettitudine. In questo cosmo rosa confetto, però ben presto si staglia la lunga ombra della realtà: Barbie ha pensieri di morte, sviluppa la cellulite ed è depressa. Questo la porterà a visitare il mondo reale per porre rimedio a questa falla. Lei, lo stereotipo, non può soccombere. Questa, insomma, l’impalcatura che porta a confronto due posizioni che inizialmente manichee, tendono a screziarsi in considerazioni più complesse: il mondo di Barbie e quello reale si scontrano come si scontrano tutte le idee di perfezione iperuranica con il mondo reale.

Bibliovorax

Un fotogramma tratto dal film

Ecco, platonicamente il mondo delle idee(quello barbiesco) vede il mondo degli umani come un mondo strano, una copia imperfetta in cui le donne non hanno il ruolo assoluto, non sono al potere, non hanno una casa tutta loro, gli uomini considerano le donne “oggetti sessuali”. Di contro, Ken si lascia prendere dalla fascinazione del patriarcato, di un mondo dominato dagli uomini e dai cavalli in cui lui finalmente ritrova un ruolo. A questo rovesciamento, si aggiunge la verità delle bambine che detestano la bambola perfetta perché loro non saranno mai alte, bionde, con il fisico statuario. Si spiega così l’istinto di deturpazione della bambola che ha colto, me compresa, molte delle bambine che hanno avuto giocato con Barbie  con tanto di sfregi, tagli di capelli mutilazioni.

L’immaginario, insomma,  non ha sopperito alla realtà come era nell’assunto iniziale, così come tutti gli immaginari impossibili di perfezione sostitutiva, destinati a crollare con l’impatto dell’errore e dell’imperfezione. Il ragionamento però va oltre perché aziona una critica dell’utopismo (siamo  donne straordinarie solo nell’immaginazione e nel gioco della simulazione) e anche al mondo reale, che  costruito e modellato sull’uomo, è altrettanto suscettibile di essere letto nel segno di un utopismo che ha però radici storiche ben salde e con ricadute biopolitiche ben più tragiche del fumettistico scenario del film- Loro- gli uomini-  in fondo, lo hanno immaginato e realizzato.  Del resto, – ed  è un altro  livello di lettura-,  è possibile un mondo in cui gli uomini non hanno dimora e sono solo dei molluschi?

Dietro all’immaginario Barbieland si insinua, ed qui a mio parere il punto più interessante del film, una narrazione che non è prodotta dalle donne (il team di produzione della bambola è del tutto composto dagli uomini) sebbene abbia una grande madre originaria che è stata in seguito sostituita. Gli uomini hanno costruito un mondo irreale, relegato all’immaginario in cui coltivare il proprio sogno di gloria (da Barbie stereotipo si è passati  Barbie dottoressa, barbie incinta (poi tolta dalla produzione), barbie scrittrice etc. Tutte però devono essere straordinarie, fantastiche, sopra le righe. Nessuna può essere in definitiva una donna debole e fragile, che ha delle insicurezze;   Il successo, sì, ma a prezzo di una innaturale e deviante abnegazione.

Gli uomini sono relativi improduttivi, secondari. Casca il pero, l’edificio crolla.  L’autodeterminazione di una donna prevede anche lo scarto l’errore , l’ imperfezione, il diritto allo sbaglio alla cellulite alla depressione, al fallimento, al crollo. Include una relazione alla pari con l’altro che sia donna o uomo.  E’ una riflessione che, di rimando e forse più per conseguenza, tange anche il mondo maschile che viene fagocitato da Ken e poi rigettato come insulso soltanto dopo avere sperimentato l’egotismo, il mansplaining, il maschilismo, insomma tutte quelle cosette da maschi alfa che ancora oggi sperimentiamo sulla nostra pelle quotidianamente in modi e luoghi sempre più raffinati, orditi da uomini che hanno cavalcato l’onda dell’emancipazione femminile  solo per raggiungere la vetta più alta, e poter poi dire : “ma io amo le donne”, sono al loro servizio, le adoro mentre le dirigo, faccio selezione tra chi può stare in azienda, tra chi può darmi piacere, tra chi può servirmi per farmi sentire meno il peso della morte, quel senso che poteva innescare un cambiamento epocale come nella mente di Barbie, ma che forse oggi ci è scappato di mano. Insomma,  Barbara, c’è ancora tanto da fare, anche nella narrazione dell’autodeterminazione delle donne, ma grazie di avercelo fatto notare e con intelligente leggerezza.

Pirandello al quadrato

 

 Luigi Pirandello ritorna in Sicilia nell’occasione della morte della sua balia, e si imbatte nella compagnia dei tragicomici Onofrio e Bastiano, attore e aspirante drammaturgo di una compagnia di amatori in fase di realizzazione del loro spettacolo “La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu”.

Questa la  struttura realista del film di Andò, che ripercorre la tappa siciliana di Pirandello, il suo incontro con Verga, e conclude con la prima di  Sei personaggi in cerca di autore, fischiato dal pubblico romano del teatro Valle, poco prima che il dramma diventasse il modello di un nuovo teatro, nel podio dei piu grandi drammaturghi europei, fino al Nobel.   Interviene poi nella struttura a cornice, la storia parallela, innervata dalla stranezza, la stranizza tutta siciliana, visionaria e obliqua, che spezzetta la realtà in frammenti disseminati che tutti assieme hanno il loro senso, la loro “quadra”. È un senso che esige l’abbandono della verosimiglianza, delle regole classiche del teatro, di tutti quei patti narrativi che hanno permesso all’arte di svolgere il suo mestiere e al teatro di essere catarsi e rispecchiamento. La stranizza, come la rottura della quarta scenica è una folata di scirocco che ci rende tutti pazzi, ma lucidi, come Enrico IV alle prese con il suo sdoppiamento.  Non va compresa ma “intesa”, respirata, come tutte le piccole follie siciliane che Sciascia (cui peraltro è dedicato il film come si legge nei titoli di coda) ha tratteggiato, con la precisione di un cesellatore, di modo che apparissero- borgesianamente-  reali più del reale stesso. Andò tenta allora di applicare il metateatro pirandelliano ai personaggi che animano questo film, ne fa visioni, personaggi del processo creativo, follie animate, macchiette spiritate.  Gli appaiono, sono reali e surreali, immagini e persone, sono maschere anch’essi.  Il serbatoio di questo processo  che porta i segni del cortocircuito tra vertà e arte- già maturo –  è quella Sicilia che è rappresentata soprattutto dalla farsa, dalla battuta mordace, dallo stereotipo che si fa carne pensante, da quell’apparente semplicità che è complessa come il sorriso della balia morta, l’irrisione della morte, ancestrale e tragica. Come è arcaico, del resto, il legame con il farsesco e la commedia: non è forse stato Plauto ad anticipare il metateatro e la rottura della quarta parete? E si ride allora, con i magistrali Ficarra e Picone deuteragonisti invasati da una gioia della recitazione che si percepisce a ogni singola battuta. Si ride di noi, della vita che ci supera, di Pirandello che ci ha raccontato le nostre maschere, i nostri amari sorrisi, la nostra “stranizza”. E’ un film che ha reso meno cerebrale Pirandello e lo ha giustamente annodato a radici terragne che probabilmente, come tutti i siciliani emigrati, tendono a diventare vagheggiamento nostalgico. Un affastellarsi di grumi spazio temporali che – e ci sta pure- riportano tempo e memoria a uno stato coscienziale più che reale. Non cercate insomma la genesi dei Sei personaggi n Sicilia, non cercate il viaggio nostalgico di Pirandello, perchè la stranezza, come il flusso della vita,  non la puoi rinchiudere nelle forme.  Interviene la leggerezza della boutade siciliana a raccordare tutto, riuscendo nel suo intento primario.