L’amore che canta. La poesia di Lucianna Argentino

 

 

di Gabriella Grasso

Un’esperienza così pervasiva come l’incontro d’amore genera poesia in forma di canto, rendimento di grazie, lode. E’ quello che avviene nel penultimo ultimo lavoro di Lucianna Argentino, autrice romana, dal titolo In canto a te, edito per Samuele Editore nel 2019. Canto, amore e dono sono, del resto, realtà legate a doppio filo, come ci indica Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: “ Ciò che io dono cantando è al tempo stesso il mio corpo (attraverso la mia voce) e il mutismo di cui tu ti servi per colpirlo. (L’amore è muto, dice Novalis; solo la poesia lo fa parlare). Il canto non vuol dire niente: perciò tu sentirai che finalmente io te lo dono; inutile quanto può essere il filo di lana o il sassolino che il bambino porge alla madre”.

L’incontro da cui scaturisce il canto di Lucianna Argentino è quanto mai singolare, poiché avviene tra un uomo e una donna che avevano vissuto una relazione negli anni dell’adolescenza, si erano poi persi di vista, per ritrovarsi in età matura, disorientati, sgomenti dalla forza che il loro amore possiede ancora intatta. Ne nasce un testo composito, in versi nella prima parte (con qualche pagina di prosa), con andamento narrativo nella seconda, dal respiro ampio, arioso, denso di riferimenti biblici e letterari, tessuti in un ordito personalissimo, struggente, evocativo di un’esperienza interiore profonda. Corpo, mente e spirito sono coinvolti, in modo indistinguibile, in un flusso che ha i tratti di un iter mistico e di un’esperienza totalizzante, a cui, nonostante le resistenze iniziali, è impossibile opporsi.

Tutta la scrittura di Lucianna Argentino dialoga con le Sacre Scritture, non solamente negli inevitabili echi del bellissimo Cantico dei Cantici, ma nel costante richiamo a precisi campi semantici o a episodi evangelici: da un lato parole come “agnello sacrificale”, “tempio”, “offerta”, “aspersorio”, “gazzella occidentale”; dall’altro la rivisitazione delle Beatitudini alla luce della relazione d’amore, l’immagine di lei sulle spalle di lui, come Zaccheo sul sicomoro, o lei che tocca un lembo dei vestiti di lui, come nell’episodio dell’emorroissa. Ancora una volta, l’idea sottesa è quella del contatto come occasione di guarigione, di crescita: “Toccami / ricreami l’anima con le tue mani”.

Altre volte il richiamo al codice della preghiera diventa occasione quasi di un capovolgimento di segno, come nella “parafrasi” sensuale dell’Atto di dolore, assurta a rivendicazione del diritto alla felicità dell’amplesso: “Non mi pento e non mi dolgo del puro peccato / commesso tra le sue gambe di maschio / capace di farmi tenera e audace”. Non mancano, infine, suggestioni pagane in immagini forti: “ Strega folle brucio sul rogo del suo corpo / sfavillo felice sotto il crepitìo delle sue mani”.

Siamo nella festa del “desiderio goduto”, come lo definisce ancora Barthes: “così come avviene nel canto, nel proferimento dell’io-ti-amo, il desiderio non è né represso (…), né riconosciuto (…), ma semplicemente: goduto”. La duplice – ma, a pensarci bene, non contraddittoria – natura dell’amore è espressa del resto sin dalla scelta dei due esergo, che citano Goliarda Sapienza e la mistica Angela da Foligno.

Un’altra direttrice su cui si muove la riflessione dell’autrice è quella dello spazio-tempo, dilatata e allo stesso tempo annullata dalla dimensione dell’attesa, quell’attesa feconda, non sterile, che prepara all’incontro profondo: “ (…) offro in sacrificio la decima del mio coraggio / per il riemergere di lui dalle carni /– dannazione e salvezza – / a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo / per me che l’ho aspettato / confidando di conoscere la mia verità attraversando la sua. / Guardando negli occhi gli occhi opachi del suo passato, / mentre mi cresceva lontano, ma già veniva, già si avvicinava. / Ma non finiva – mai finita – / l’attesa di lui che mi possiede”.

La seconda parte, denominata “Il poema della luce (o il teorema della ricorrenza)” svolge, in versi lunghi dal tono narrativo, il tema dell’incontro tra gli amanti, che saldano la “slogatura del tempo” e si comunicano – in un dialogo intimo che avviene con se stessi, prima ancora che con l’altro – dubbi, remore, aperture, consapevoli della gravità del passo: “qualcuno ne soffrirà, si disse”.

Lo slancio passionale e mistico della prima parte qui si compone in una conversazione vibrante, sussurrata, in riflessioni che spingono l’uno nelle braccia e nella vita dell’altra: “Si confidarono dal margine di quella stagione accesa dal destino o fu questo, colluso col divino, a cambiare la loro linea d’universo? Lascia andare il rimpianto, lascia che cresca lontano da noi e poi torni e di noi faccia corpo materno, le disse lui, pensando a quante soglie non attraversate penavano il loro nitore, orfane di passi”.

Non c’è  spazio per paure e ripensamenti: l’amore diventa occasione di vita, cammino di conoscenza di se stessi, dell’altro, del mistero dentro ogni personale percorso. Sarà scoperta di una sensualità ancora vivida, feconda di fantasie e di frutti da offrire all’amato; scoperta di quell’audacia che genera libertà e costruisce sapienza. Sarà coscienza felice della propria e altrui fragilità, da scambiarsi tra amanti, come il dono più bello, “perché ne nasca una parola prima della parola – la rincorsa del cuore – lo sperpero del sangue – l’esercizio dei sensi”.

 

 

Alcuni testi

 

Dalla prima parte

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura

perché il giorno in lui trovasse la sua voce

e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome

vero sì, ma distante ancora.

Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei

pelle del mio abisso e di sconfinati dubbi pregarlo:

toccami, ricreami l’anima con le tue mani,

il corpo con il tuo sguardo; rendimi il tuo genitivo

di pertinenza, cambiami la desinenza.

 

*

 

Metto la mano sinistra sul suo petto

giuro che sarà sempre verità

l’amore cresciuto nell’attesa,

dall’attesa redento.

E sento gentile il gesto del nostro amarci

se per noi più dolce è il tempo

privo dell’affanno del fare:

tempo ordinario, senza freccia,

così commutano in noi vita e passione

e il raggio verde di questa luce mite

è soltanto l’aurora.

 

*

 

Io sono l’agnello

e lui la lama cui offro il collo

il coltello per il sacrificio

a un dio che dimora nel mio ventre.

 

*

 

Dopo, quando nudi e abbracciati

non so dove finisco io e comincia lui,

il battito del cuore è silenzio

che prende lezioni di dizione

dal corpo stupefatto.

 

*

 

Pensami vicina

come un sentiero

sciolto dalla meta

buono per i lombrichi e le api

e per i passi di angeli

senza annunci.

Ora che sono per te

colei che moltiplica

e ho l’andamento

dei verbi all’infinito.

 

 

*

 

Non hanno lettere le parole

che le sue mani tracciano sul mio corpo.

Sono fuoco aria acqua terra elementi primi

di ciò che nasce e si separa

– quadruplice radice di ogni pensiero

che in noi si fa carne incorruttibile

e gioca con la sana imperfezione del tempo

– noi sfera dell’universo in espansione

nella materia oscura del nostro domani.

 

*

 

Non mi pento e non mi dolgo

del puro peccato commesso

tra le sue gambe di maschio

capace di farmi tenera e audace –

mai docile sotto l’aspersorio

con cui benedice e lacera la passione

che di lui avvince me

che dal suo corpo torno

come il grano dopo la trebbiatura.

 

*

 

Geometria non euclidea

 

E non è bastato toccarsi, abbracciarsi, c’era la gravità del vuoto a inter-ferire sulla superficie curva del cuore dove la geometria euclidea non s’avvera e il primo postulato enuncia che l’amore è la distanza più breve tra due solitudini, ma solo se sanno di esserlo. Solo se non stanno l’una di fronte all’altra come semplici presenze, ma si riconoscano mistero nella reciproca ospitalità.

 

 

Dalla seconda parte

 

Che dici è grave se ti penso? le scrisse lui. Spero di no perché ti penso anch’io, gli fece eco lei sgomenta dei cigolii sospetti nella struttura intera della sua biografia.

 

*

 

Alle spalle di lui le folaghe nel lago mescolavano luce e acqua, ne facevano un’unica sostanza e lei assaporava la bellezza di quella danza in accordo con quanto le vibrava dentro. Qualcuno ne soffrirà, si disse.

 

*

 

Lascia che io dimentichi ciò che senza noi non è stato, veglia sul mio sonno e poni rimedio al danno, pregò lui il dio degli incompiuti. Ti aiuterò a dimenticarlo, ma non te lo lascerò scordare, offrì lei il suo corpo terreno per la cova di quel miracolo (…)  Aggiungeremo giorni ai calendari, moltiplicheremo i pani e i pesci della nostra devozione, ci basterà una fede piccola quanto un seme di sesamo, disse lei sporgendosi nel verde degli occhi di lui.

 

*

 

s’avviarono così, con una corrente di risacca alle caviglie, lungo un’altura ancora senza nome ma, istante dopo istante, battezzata da una luce futura e in quel cammino di poco lui la precede e senza guardarla le tende la mano.

 

 

 

Tre domande a Lucianna Argentino

 

Quanto dell’esperienza biografica dell’autore è presente in un’opera come questa e quanto la trascende?

In “In canto a te” c’è molto della mia esperienza biografica così come c’è anche negli altri miei libri perché credo che non si possa prescindere da questa. Siamo esseri incarnati in un dato tempo storico, con una data storia famigliare, con un dato percorso di vita e quindi ciò che siamo non può restare fuori dalla poesia, vuoi anche solo per i temi trattati o per lo sguardo con cui guardiamo al mondo. La poesia penetrando a fondo nella realtà nostra, interiore, e in quella del mondo che ci circonda e che è in relazione con noi, la trapassa e trapassandola ne rivela l’essenza che a sua volta ne svela la bellezza. Ce ne offre un’ immagine nuova, inedita e la trascende in forza del suo stesso essere un gesto potente che del mondo e di noi ci mostra il volto più vero attraversandone tutte le ombre. Il nocciolo della questione direi che è più nel linguaggio attraverso il quale la nostra personale esperienza viene tradotta nella pagina e nel coraggio di penetrare nel profondo di sé stessi, là dove il nostro io incontra l’io collettivo – il noi del mondo. In “In canto a te” sono stata aiutata dall’amore perché anche l’amore, come la poesia, è uno spogliarsi di sé per raggiungere e accogliere l’altro. L’amore è un sentimento universale e unito alla parola poetica ci fa scendere nelle profondità dell’essere dove non c’è più distinzione alcuna tra noi e il mondo, tra l’io e il tu.  Inoltre, nonostante l’oggetto dell’amore sia un tu che ha un nome e un cognome, in fondo non è mai un tu ben definito, credo, infatti, che quando si scrive d’amore ci si rifaccia ad una immagine ideale dell’amato o dell’amata – o dell’amore stesso – che per questo diviene universale. L’amore e la poesia sono di per sé un trascendere.

 

Esiste una diversa esigenza (psicologica o di scrittura) a monte della scelta di distinguere formalmente le due parti del libro?

Le poesie e le brevi prose che compongono la prima parte del libro sono state scritte quasi tutte tra il 2014 e il 2015 quando ero nel pieno dello sconvolgente stupore che l’amore, la passione, avevano portato nella mia vita e dal quale la poesia sgorgava mio malgrado, per cui la scrittura non è stata un argine, ma uno spazio immenso e libero in cui quel sentimento ha trovato la sua piena espressione. “Il poema della luce” è nato dopo, con l’intento ben preciso di raccontare cos’era accaduto e ha ragione Daniele Piccini che mi ha detto che “Il poema della luce” avrei dovuto metterlo all’inizio perché in effetti è una sorta di prologo anche se cronologicamente è stato scritto dopo. Ma  la tensione psicologica e poetica è la stessa.

 

Possono l’incontro e la conoscenza nell’amore considerarsi una sorta di “itinerarium mentis in deum”?

Certamente sì! E certamente è un tema immenso che necessiterebbe di molte pagine. L’amore è un’esperienza travolgente e sconvolgente che come l’esperienza mistica ci può condurre all’estasi, ossia allo stare fuori di sé, all’uscire da sé stessi quindi può essere uno stare tutto nell’altro/Altro, un annullamento di sé per ritrovarsi nell’altro/Altro. Insito in esso c’è, infatti,  il desiderio di fusione con l’essere amato quasi per riappropriarsi della totalità che si perde nascendo. E il primo passo è la nudità, Marina Cvetaeva diceva che amare è vedere l’altro come Dio lo ha fatto e Dio ci fa nudi anche perché, come invece scrive George Bataille nel suo bel saggio “L’erotismo”, la nudità è uno stato di comunicazione e, aggiungo, di ricerca e di apertura alla totalità. L’amore è un percorso dentro noi stessi che sfocia inevitabilmente nell’alterità, è la promessa con cui rispondiamo al dono della vita. E io credo che quando si ama nella sacralità del corpo e del cuore l’io e il tu possono veramente essere il nucleo di un amore che si apre al “loro”, al “noi” perché siamo tutti dentro lo stesso mistero.

 

 

Echi e persistenze nella polvere. La poesia di Guido Mattia Gallerani

di Gabriella Grasso

La poesia è epos dalla notte dei tempi: attraverso l’energia della parola intreccia trame di popoli, il noto e il mistero delle loro vicende. Oggi questa vocazione epica sembrerebbe scomparsa e forse, per molti motivi, improponibile. Potremmo ritrovarla, in chiave nuova e problematica, in alcune opere che illuminano aspetti critici della convivenza sociale nell’epoca post-industriale e digitale, quali la mercificazione e la spersonalizzazione dei rapporti, la precarietà delle condizioni economiche, lo squallore degli ambienti urbani, il carattere aleatorio degli spazi digitali.

Di contro, la poesia proposta da Guido Mattia Gallerani nel suo ultimo lavoro, I popoli scomparsi, edito da Pequod nel 2020, sembrerebbe riallacciare i fili dell’epica tradizionale. Non è del tutto così, come vedremo.

I protagonisti della lunga incursione che Gallerani compie nel passato, a ritroso nel tempo, sono gli antichi popoli succedutisi in aree ed epoche diverse e di cui, spesso, sono rimaste rare tracce. L’autore ce ne offre rapidi quadri, excursus che si coagulano attorno ad elementi salienti, caratterizzanti. Si parte dall’uomo di Neandhertal, con un esordio che la dice lunga sull’angolatura scelta dal poeta nel presentare lui e gli altri compagni della specie umana: “Si credeva la creatura più speciale, / ma era solo il più giovane / tra gli abitanti effimeri del mondo”. Il suo destino appare quasi ridicolo: “Da cacciatore a vittima, dietro le teche di un museo”. Si prosegue con le prime civiltà, scrigno di misteri e di graduali conquiste, puntualmente  travolte dal movimento dialettico dell’apparire e della dissolvenza.

Quello che Gallerani mette in luce, con raffinata ironia, resta sempre il carattere effimero, transitorio di ogni acquisizione, la labilità di ogni traguardo. I Sumeri “non ebbero epiteti al loro nome / poi che il sole tramontò oltre le foreste dei cedri. / L’onda increspata dell’immortalità / non bagnò la loro fronte”. Gli Hyksos furono ingoiati dall’imbuto del tempo: “senza coltivare una memoria / lasciarono il campo a una nuova rivolta /  e così come vennero senza incontrare resistenza / senza flettere la linea del tempo /  saltarono l’ostacolo, tornarono nel nulla  / da cui nacquero”

’ una vis interna alle dinamiche della storia, cancellatrice, che non risparmia nemmeno gli animali: “pur anch’esse in predicato di estinzione, / rapide nel tuffo ancora / s’inabissano le foche”. Talvolta il gioco perverso del caso si serve di qualcosa di invisibile, un batterio, come nel caso di Harappa: “Ma prima di precipitare nel clinamen / dei popoli scomparsi nell’Indo / avvenne la loro spoliazione / in un batterio. Perirono così, aspettando il bisbiglio / della pioggia e che le bolle del vapore / s’involassero, centellinassero dal cielo / un raggio di sole, / una bugia / sulla fine dell’epidemia”.

Un ritratto dell’autore Guido Maria Gallerani

Dei popoli si perdono i manufatti, le iscrizioni, la voce e i pensieri ad essi sottesi: “Ne sparì la voce e la scritta / con qualche chilogrammo di oggetti lavorati”, “Capitolano dalle arcate dei portici / i nostri come i loro voti e giudizi”. La polvere sollevata dalla storia travolge uomini e idee, corpi e parole. Si succedono imprese e sorti alterne, dubbi, fedi, responsi : “mentre i popoli più poveri (…) già attendevano ormai corrotti / una fede altra dagli oracoli”.

L’incontro-scontro con l’altro, che provoca la fine e il mutamento, non avviene necessariamente tra etnie: in gioco possono esserci gruppi sociali o categorie (di lavoratori, ad esempio i barilai, o di costume, come i punk) che subiscono il confronto con nuove realtà emergenti e le inevitabili novità che ne conseguono: “Sopravvissuto alla macchina fordiana / finì in distilleria qualche anno dopo il cooper, il mastro barilaio /(…) Sarebbero arrivate le industrie dei vuoti in bottiglia / per lui e la sua famiglia”(i barilai); “volendo annunciarne la fine, negli anni ’80 / divennero i cattivi di tutte le anime del progresso” (i punk).

Parallelamente, nuovi paesaggi sconvolgono gli antichi, inesorabilmente: “Erano un grattacapo a latere le pagode, una disarmonia per le vette di grattacieli – uno sbaglio cancellabile dalla gomma dei bulldozer”(Rohinga, Birmania).

In questo percorso, la parola poetica rappresenta il tentativo di riportare il passato in vita, forse, ma può farlo solo in termini di antilirismo, di narrazione disincantata. Certo, la ricostruzione puntuale e dettagliata genera nel lettore la sensazione di un viaggio nel tempo, esaltante. Tuttavia, è proprio la scelta di quegli elementi attorno a cui si sviluppa ogni quadro a rivelare l’originalità e l’atipicità (rispetto al genere letterario) dello sguardo del poeta. I popoli scomparsi, lo dice già il titolo, si sono succeduti, scalzati o sovrapposti, comunque inceneriti dall’incedere impietoso del tempo e dal gioco delle parti, mostrando le proprie fragilità.

Ieratici se visti da lontano, come l’epica classica e la storia ce li hanno sempre fatti vedere; incoerenti, a tratti bizzarri, instabili se visti da vicino, come accade leggendo questi testi.  Unici se considerati singolarmente, simili nelle loro debolezze, se visti nella cordata del cammino dell’umanità.

Popoli scomparsi, mentre cancellato – nella polvere della storia – appare ogni confine, strenuamente difeso, ma, in fondo, banalmente riduttivo. Come ogni tassonomia che ci riguardi, del resto.

 

 

 

 

 

Alcuni testi

 

 

Uomo di Neanderthal

 

Si credeva la creatura più speciale,

ma era solo il più giovane

tra gli abitanti effimeri del mondo.

Nelle steppe spiluccava le bacche,

collezionava gemme colorate

accompagnato dal mugugno delle scimmie.

Ben prima della nascita dei miti,

fuggiva dietro le sue frecce

l’orso bruno, il Grizzly.

Velocemente la terra si raffredda,

le risorse decrescono e induriscono

di promesse. Uscito indenne

da un’altra glaciazione uno più intelligente

avvolto dalla corteccia cerebrale

avanza al riparo, acclimatato alle foreste.

Smise di mettere su bivacchi

al di là del vallo alpestre

e di comunicare cogli antichi gesti.

I fratelli lo abbandonavano,

lo guardavano con la famiglia scemare

anno dopo anno, separandosi solitario

dalla protezione del fuoco.

Da cacciatore a vittima,

dietro le teche di un museo

raffermo nella sua requie

di cera e tende di cartone

solleva compassione

nei visitatori. Nessuna parola

dalle sue vittorie, né leggenda

per un’anima preumana e impaurita,

con la sua cena ancora lì

lontana un passo nel diorama,

imbalsamata nella formalina.

 

*

 

Gli oracoli

 

L’oracolo spezzò i cieli, le nuvole,

le migrazioni del falco col bastone.

Se vedeva uno scorcio nel sereno

alle sue parole seguiva un fuoco,

un bagliore che avvertiva le torrette

in riva al mare e la legione.

Non accettava rimproveri

qualora il fato si mettesse di lato.

Ma ogni destino si svela al seguito

di un’orda ignota e del suo esodo.

Quando ritornò a volteggiare sulle teste

dalla cresta intangibile dei monti

il viaggio ingannò gli interpreti

del verso e solo vaticini ambigui

preservarono la città dalla follia

mentre fuori dalle porte abbandonavano

i popoli più poveri, che già attendevano

ormai corrotti una fede altra dagli oracoli.

 

*

 

 

I punk

 

Incerti tra il babelismo verticale

delle chiome e una scapigliata

fluorescenza delle tinte

andavano alla mascherata compatti

nel combattuto chiasmo del vestiario.

Portavano la cresta viola

come i cavalieri romani

e i corazzieri italiani.

Repulsione destavano

all’entrata nell’aula

davanti ai giudici in toga.

Volendo annunciarne la fine,

negli anni ’80 divennero i cattivi

di tutte le anime del progresso.

Accorpati alla classe dei nemici

a uno a uno li cacciarono

dal teatro urbano, molti ne dilaniarono

i dobermann dell’unità cinofila.

Furono fatti esplodere in bulbi di luce venosa

dai pugni e dai calci

di Ken il guerriero.

Vennero investiti da Mad Max

sulle strade australiane.

Sotto lo sguardo di fanciulli persi,

finirono giustiziati a morte

sullo schermo, pubblicamente

loro innocui gladiatori di spray,

precursori dagli elmi rosa.

 

 

Metamorfosi, continua nascita: la poesia di Eloisa Ticozzi

 

di Gabriella Grasso

 

I figli segreti di Eloisa Ticozzi, giovane autrice milanese, sono poesie nate da una cova di buio, di solitudine, di sofferta percezione del corpo, di simbiosi con le forme primigenie della natura. Il suo libro d’esordio – che reca proprio questo titolo, Figli segreti, edito da Kolibris nel 2019 – è un lungo svolgersi di metamorfosi, in un continuum tra essere umano, animale, pianta, tipico del mondo poetico dell’autrice

Nella dimensione della notte e della veglia solitaria, in opposizione ad un mondo che dorme, statico e inconsapevole, la poesia evoca il mistero di una continua nascita, dolorosa, non esente da sangue e da tormento. Lo fa però con toni non esasperati, ma sommessi, quasi da nenia ancestrale che dà nuova forma a processi e rituali antichi come la terra: “Di notte le vene sputano l’anima / di corridoi di sangue nell’aria / gli oggetti nell’oscurità / hanno contorni che assomigliano / a proboscidi vuote d’elefante”.

E’ in questo spazio (psichico, più che temporale) che avviene il passaggio verso l’età adulta: “Sembra che la notte mi prometta / incenso d’universo /e irrequietezza di preghiere d’amore (…) Non sembra perdere la sua femminilità di strega / che incanta i figli d’immaginazione feconda / mi ha seguito dall’infanzia alla maturità”. La notte lusinga offrendo promesse e balenando sembianti, per rivelare al mattino la cruda realtà degli oggetti: “Succede che la mattina mi sveglio e con questi / stessi occhi fingo di vedere per la prima volta gli oggetti / e tutto mi sembra un letto disfatto da un’ombra / di corpo”. Resta però un ventre accogliente e fecondo in cui ciclicamente rifugiarsi, con confidenza “Conosco la notte / perché è una madre universale / che appartiene solo a me / conosco i desideri e le paure che porta nel seno / conosco l’innocenza che apre il mio cuore lento, / l’inconscio che crea la vita e non la distrugge”.

La lingua – ariosa, evocatrice, incantatrice- si rivela strumento duttile per assecondare le evoluzioni di uno spirito che cambia: è organismo vivente anch’essa, limitata nel singolo atto di espressione, ma aperta ad infinite possibilità: “Dal mio corpo proviene una discendenza di angeli / dall’anima scaturisce un’amnesia che la divide / in tante parti, come nazioni di un unico mondo”.  Metafore, analogie e sinestesie veicolano questo continuo trasmutarsi che significa crescita. Cambiare ed evolversi non è altro che sperimentare realtà animali, vegetali, maschili e femminili, per poi ricomporle “in un’unica forma di mondo / compatta con Dio e con la terra”.

Un percorso arcano ed intimo, quello di “un’anima (…) nutrita da seduzioni sotterranee / e da raccoglimenti sacri di donna”.

 

 

Alcuni testi

Ho figli segreti, nati da una magia di cielo

concepiti nella riservatezza di un lampo,

cresciuti come uccelli che volano

fuori dal mio ventre.

 

Semineranno la terra dei miei occhi,

si ciberanno del cibo che ha nutrito anche me

 

si spingeranno con l’anima e il corpo

in luoghi lontani per assaporarne

l’andatura degli autoctoni

 

colmeranno la terra con fame di sorrisi

certi e sinceri

 

e il mio silenzio che misura la distanza fra me

e gli altri, sarà una congettura antica e vuota

perché avrò donato il mio seme ricco di donna

alla terra arida di sentimento.

 

 

*

 

Il silenzio ha un rumore di mondo,

genera un suono interno straziante.

 

Una volta ho ascoltato il freddo che ricomponeva

il mio corpo duro come uno scoglio

 

e l’inconscio riaffiorava in me prepotente

e astuto.

 

Sull’altro lato del mare la terra è ventre abbondante

che contiene ciclicità d’ulivi

 

solo il silenzio conosce la curiosità che porto nell’anima

come urlo incontaminato

 

conosce il raduno solitario dei miei pensieri,

quella luce magnetica che mi rende viva

senza concitazione di sillabe.

 

*

 

 

La notte definisce i contorni

del mio corpo e la mia voce diventa

gemito di farfalla

 

appartengo alla stessa dinastia di soli

e di lune dell’universo,

appartengo allo stesso vortice

di sangue d’animale.

 

Sento occhi e bocca pulsarmi nelle mani

dove c’era il silenzio

 

ogni goccia delle vene

mi sussurra una creazione di terra pura.

 

Nella notte, le gambe crescono con sincerità

di una preda inseguita

 

e l’inconscio preme sul cuore

prima come randagio, poi come domestico consigliere

per vanificare la ragione del mattino.

Errare tra case sepolte: la poesia di Pietro Romano

di Gabriella Grasso

“Non valica parola la presenza-scure dell’erranza. Sguarnita voce: luce emanata da occhi che non sono”.

Voce e luce, luce e voce, un viaggio attraverso non luoghi – le case sepolte –  per parlare di un “impossibile incontro con se stesso” (come lo definisce Franca Alaimo nella post-fazione). Ce lo propone l’ultimo libro di prose poetiche del poeta palermitano Pietro Romano, pubblicato nell’ottobre 2020 dai Quaderni del Bardo. E’ un errare nella polisemia delle possibilità che questo termine – errare, appunto –  offre; così la parola trova la sua condizione di vita, perché “la parola si invera nell’erranza”.  Un viaggio che è condotto da uno sguardo che “setaccia le vertebre di un corpo rinsecchito su mani senza resurrezione”, espresso da una lingua che “vortica in suoni senza crescita”, perché “oggi l’idioma è la non adesione”.

Il soggetto che guarda, conosce o cerca di conoscere, che prova ad esprimere, si frantuma in un “io distorto esploso”, diventa – immagine bellissima – “sciame”, si coagula nelle proprie percezioni; la parola non incide, perde precisione, l’etimo è deviato dalla radice e la sfida diventa  “misurare l’adombrato che fugge l’etimo”.

Nel vagare tra relitti, ombre, case sepolte di cui non c’è parvenza, vetri graffiati “sciolti in urla”,  nel muoverci attraverso le crepe, le fratture di un paesaggio non più (forse mai?) integro, tutti noi “cerchiamo varchi verso voci perdute”.

La preghiera del poeta è un sussurro: “Invisibile, lasciaci entrare”.

 

Alcuni testi

 

Lontane, mani lontane. Gli sguardi battono contro i vetri notturni, zona di transito tra nome e nome.

 

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa-nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro, rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede se stessa.

 

Il corpo si è destato nel coro di fratture: canta ora il dolore, da lontano risponde il lontano.

 

La poesia, chiedi. Solo mani per acqua e potatura posso darti. In cambio chiedo colori, profumi, essenze del tempo che si ripete senza consistenza, delle sue ossa deposte all’ombra di un battito senza pompaggio. E’il vento, forse, floricoltore di voci e assenze? Sono foglie in esilio su selciati di scontentezza. Occhi negli alberi, nei cieli: tu ti moltiplichi, vento. In questo assedio che cosa chiedi? La parola trema. Nelle sue crepe altri scompigli: voci dove trovo riparo.

 

Ventre chiuso di terra: la polvere e i resti compongono i volti che ci si affanna a cecare nel graffio degli specchi.

 

Secca il corpo per troppa mancanza, residuo di un passato dissepolto. Vado via in forma di sciame. Come abitare la dimenticanza?

Suite Etnapolis: l’epos di un mondo in vetrina. La poesia di Antonio Lanza.

Di Gabriella Grasso

 

C’è una dimensione epica e al contempo paradigmatica nel quotidiano, che l’arte talvolta riesce a cogliere e restituire, facendoci un grande dono, specie se quel quotidiano è logorante, spersonalizzante, quanto di più lontano dall’armonia, dalla sobrietà e, in ultima analisi, dalla gratuità. Appare così al poeta la sfibrante routine di un centro commerciale ipertrofico, caleidoscopio di luci colori suoni rumori sollecitazioni d’ogni genere, meccanismo senza anima che tritura tutto quello che contiene (merci, persone, idee, relazioni) in una catena senza respiro e sempre uguale a se stessa.

Il poeta in questione è Antonio Lanza, autore originario di Biancavilla, paese etneo, che quel contesto ha conosciuto bene, avendoci lavorato e avendolo osservato (e vissuto) nelle sue dinamiche. Il suo Suite Etnapolis, edito nel 2019 da Interlinea, è ambientato proprio nel centro commerciale di Etnapolis, alle falde dell’Etna, progettato dall’architetto Fuksas nel 2004, quinto in Italia per dimensioni e vivace attrattiva per molti abitanti della zona pedemontana e non solo. L’autore lo fa rivivere, nitido e spietato, in un libro complesso tanto dal punto di vista tematico quanto sotto l’aspetto formale, con una grande carica di umanità che non lascia indifferente il lettore.

Si tratta di un lavoro che può ascriversi al filone della poesia civile, nell’alveo di una tradizione ricca di contributi importanti (da Pagliarani a Di Ruscio, solo per citare alcuni nomi, fino alle più recenti uscite di Targhetta, Ilaria Grasso e l’antologia La nostra classe sepolta). Questo macrotesto, che al suo interno contiene trame intersecantesi e varie piste di riflessione, è però una realtà composita e sfugge ad una definizione univoca.

La prima scelta strutturale che balza agli occhi è quella di una sorta di prosimetro, che, a ben guardare, va oltre l’alternanza prosa-poesia e coinvolge modalità espressive diverse, dai messaggi social all’intervista, a tratti “censurata” alla Isgrò, dalla conversazione telefonica al monologo al flusso di coscienza, in una sorta di zapping, un susseguirsi e incastrarsi, in giochi di costruzione e decostruzione di senso.

Ne consegue un’interessante commistione di linguaggi, di materiali anche extra-letterari e di registri talvolta molto diversi tra loro, ma sempre funzionali ad una rappresentazione vivida, da presa diretta. Un’atmosfera tuttavia così onirica, atemporale, per quella ciclicità spietata che caratterizza la scansione del tempo nel centro commerciale, quasi novella creazione-coazione a ripetere di una serie di operazioni che tengono in vita quel mondo.

Il libro abbraccia infatti un arco temporale di una settimana lavorativa di Etnapolis, che inizia però dalla domenica, non a caso giorno di non riposo, in una cosmogonia centrata sulla vendita e sul profitto: “Santa e benedetta la domenica di Etnapolis, / santo il profitto santo lo sfruttamento santa la pena”.

È un mondo dentro il mondo, un’antonomasia, un congegno che si mette in moto, inesorabilmente uguale a se stesso, suadente e perentorio: “s’infratta distorto il messaggio: acquistare è buono. Tutta / Etnapolis è raggiunta da etnapolis, / non c’è angolo che scampi al suono / della sua voce”. Le ore, monotone e prevedibili, piatte e orizzontali nonostante il loro scorrere, sono scandite dagli annunci delle voci al microfono, la maschile, autoritaria, normativa, e la femminile, suasoria, invitante: “Il lavoro che sta per iniziare l’inizio / del lavoro il lavoro che sta per finire / la fine del lavoro tutto qui è predefinito / da voci registrate tutto qui è finalizzato / e che siano in sincrono tutte le attività”.

Nella bolla artificiale del centro commerciale “il tempo / pur passando anche di qui, qui / non lascia storia, perentorio / big bang di cemento da cui d’un colpo / questo bianco Etnapolis è sorto”.

Dentro questo ambiente si muovono personaggi molto diversi, ognuno con il proprio carico di sofferenza, ignoto al carosello che li circonda. I loro discorsi sono contraddistinti dall’uso di registri differenti tra loro: Alfredo, in crisi per l’imminente nascita di un figlio e con poche certezze nella vita, Samuele, dallo sguardo curioso e critico su ciò che lo circonda, Cinzia, che lo ama e condivide con lui la “prigionia” del lavoro di commessa, Vanessa inquieta neomamma, tormentata da una nuova immagine di sé- che non accetta- e dal pensiero di un bimbo che rivedrà solo a sera, Daria, assetata di vita, Laura, che vive nella paura di dover pagare cara la propria avvenenza, con l’ombra di uno stalker alle spalle.

Li accomuna l’opprimente sensazione di essere dei forzati del lavoro (“puntuale nel respiro / la coda dell’obbedienza”, “Etnapolis dei cani / sedati dietro le gabbie”), la “prigionia” (“Ti ricordi, con un misto / di eroismo e malinconia / il cielo com’era chiaro / prima di entrare / stamattina”, “Poi ci si ingrotta”), l’ansia sottile, persistente, della precarietà (“Un diffuso stato di allarme, inudibile / perché chiuso nel buoi dei polsi, / nei turni trascorsi / in solitaria: le lamentele, le minacce dei titolari perché / gli incassi sono al di sotto/ delle aspettative, la probabile / riduzione del personale”).

Accanto ai commessi, intorno, altre presenze che sembrano sagome, disegnate dai loro ruoli, ma che rivelano la propria umanità attraverso piccoli gesti, come la guardia giurata Nuccio o le addette alla pulizia, che, nel “coro” intitolato Le silenziose, esprimono attraverso la voce del poeta le frustrazioni di una vita: “(…) da ragazze, giovanotti / e buona sorte si alternarono in ginocchio, / i gradini delle scuole sembrando / un trampolino di tre metri da cui / staccarsi fiduciose per il tuffo: e poi, / come fu che poi l’aria a tradimento / si assottigliò”.

Sono tessere di un’umanità mortificata da tempi, ruoli, contesti che la costringono in una gabbia, reboante, di luci e ombre: “colonia penale, Etnapolis / pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia – / piàcciati entrare intera nel mio canto, / le luci come l’immondo”.

Originale, nel suo attingere alla tradizione, appare lo stile. E non è un paradosso, ma una delle operazioni più delicate che un autore possa decidere di compiere. Nella scrittura di Antonio Lanza troviamo rimandi alle narrazioni più antiche, dalle Sacre Scritture all’epica classica, poiché è costante tanto il richiamo alla forza declamatoria dell’epos quanto ad una sorta di nuova “sacralità” del contesto commerciale, entrambe in chiave non direi parodistica, ma comunque rovesciata e problematica.

Ecco dunque, da una parte, la descrizione dei personaggi mediante epiteti (i clienti “camicia a scacchi”), inconsueti patronimici (“Laura di Lovable”) e accusativi alla greca, la costruzione della frase con i gerundi e con calchi dell’ablativo assoluto; dall’altra parte, il tono salmodiante di alcune parti e il richiamo esplicito ai costrutti di Qoèlet (“Etnapolis di etnapolis” come “Vanità di vanità”).  L’uso di artifici retorici si muove su una doppia linea di intenti: è aderente, quasi in modo mimetico, all’oggetto, nel caso dell’accumulatio, coerente al susseguirsi convulso di clienti, di merci, di scontrini; risulta invece “straniante” nel ricorso all’aggettivazione spinta, articolata in endiadi e in ossimori, che collocano Etnapolis in una dimensione atemporale e dialettica: “Materna e Moloch / Etnapolis, Mammona e Maschera / di lupa – Multisala, Multicefala” o le dedicano complesse litanìe: “Amaro e noia Etnapolis, pletora / di insegne Etnapolis, macropaese / di sconosciuti, Idolo, Edicola, / Obolo, Offerta Votiva”.

La bulimia di Etnapolis, “nuvola a vuoto dell’euro”, sembra inarrestabile: solo un evento o una presenza esterna, più volte confusamente immaginata, paventata e allo stesso tempo quasi desiderata dalla voce narrante, potrebbe portare un cambiamento di segno. Sarà quel che accadrà nella parte finale del libro, schiudendo nuovi scenari nei quali l’autore non si inoltra.

Al di là delle scene concitate (e profetiche) dell’epilogo, che non voglio anticipare, resta impressa nella memoria di chi legge la scena potente, centrale, nella quale si lacera la borsa degli acquisti con l’eloquente logo Hevel, termine che rimanda al campo semantico dell’inutilità, del non senso, ennesimo richiamo all’Ecclesiaste. La borsa della spesa si squarcia e tutte le merci si spargono caoticamente per terra: immagine emblematica del vano affannarsi ed accumulare, tanto nel micromondo di Etnapolis quanto, a più larga e drammatica scala, nel villaggio globale, iperattivo e miope del consumismo odierno.

 

 

 

 

 

Alcuni testi

 

Vergine e pubica la domenica di Etnapolis

pochi minuti prima dell’apertura

al pubblico, ma già la percorrono

i primi polpacci pelosi e carrelli

Iperfamila che sferragliano vuoti.

Al mattino le commesse hanno il volto

tagliato di sghimbescio da un tratto

rosso di uniposca e bevono decine

di caffè al bar di Prestipino.

 

 

La vita, poi, si attiva con precisa

lentezza dentro e fuori i negozi;

la vita è cieca, automatica: erompe

da gesti meccanici, mnemonici,

minimi, quotidiani, come la spazzata,

i numeri a tre o quattro cifre sul registro

dei corrispettivi, l’avvio dei computer.

 

*

 

“Ma ce l’abbiamo il tempo, ce l’abbiamo?”

ancora sott’acqua, sotto il lenzuolo

blu, la mente è un’alga

marina che si presta alle correnti

e le parole brillano su, a scaglie.

Cinzia è stesa su un fianco,

il viso disteso dal sonno

“Voglio dormire ancora” lamenta

“e poi fare l’amore” e imbroncia le labbra.

La sveglia: Zivago

 

e un fazzoletto sul comodino;

il corridoio, la cucina,

la rapida colazione, l’aperto

mattino all’imbocco

della SS 284, e le ombre

dei cavi elettrici

sull’asfalto, il bordo

della strada disseminato di cani.

 

Poi ci si ingrotta.

 

*

 

Il cliente ha bisogno

di sicurezza il cliente

ha bisogno di divieti il cliente

necessita di regole

il cliente vuole l’ora

esatta e l’esatta

sua posizione, che ci siano

le guardie con l’uniforme, le telecamere,

e che qualcuno gli rammenti le telecamere,

la squadra antincendio,

il pavimento pulito, che tutto

funzioni, confini certi,

che il sapone nei bagni, che di domenica

la messa, che le eventuali informazioni,

che i prezzi ben esposti, che tutto

torni.

 

*

 

DARIA (A CINZIA; ORA DI PRANZO, IN CASSA)

Bedda, ma come riesci a mangiartela tutta, quella bolognese è due volte la tua faccia! Un euro e cinquanta, grazie! Ma hai saputo che è successo? Come, no?! La macchina di Laura. Poco fa, non lo hai sentito? Le hanno fatto trovare tutti e due gli sportelli aperti e una bottiglietta di benzina sul sedile. Ma com’è che non hai sentito nulla?

 

*

MAMMA: Non sei tu, io lo vedevo che non eri tu, e lo vedo ora, ma adesso senti, un bar, non c’è un bar, che so, lì vicino, ti prendi un bicchiere d’acqua, che so, una…per non metterti subito a guidare, una fanta, troppo agitata sei per guidare, post parto, ossantiddio, così la chiamavano lì, perché non devo ricordarmi subito le cose, depressione post parto, quel programma che fanno dopo il tiggì, che tuo padre ogni volta, ma gioia mia credimi, non è niente, un bar, allora, ché lì vicino un bar ci deve essere, ti fai due passi, ti lavi il viso…

 

*

 

Chiaro e sorridente si apre l’allegro

carnevale di volti, chiaro

perché cola dai lucernari umana

una luce dietro cui Etnapolis per ora

un passo indietro si ritrae a

trattenere fiato e incantamenti.

 

 

*

Volge in sera

il pomeriggio (…)

(…) e per congiura manda

pane più buono la radio, la voce

roca di Bonnie Tyler che dichiara

che è stato solo un gioco folle

nient’altro che un gioco folle,

e a qualcuno dei distratti

o dei commessi potrebbe persino

avvenire di sentirsene punto,

lì dove più molle e non difeso

da ossa attende paziente il dolore

di essere vivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre domande ad Antonio Lanza

 

 D: Da quale sostrato personale nasce Suite Etnapolis?

R: L’idea di scrivere Suite Etnapolis nasce da una esperienza lavorativa in una libreria di catena proprio a Etnapolis, dal 2011 al 2015. Nonostante la stesura del poema mi abbia preso soltanto gli ultimi due anni, tra l’agosto del 2013 e l’agosto del 2015, posso affermare che Etnapolis è stato da subito uno straordinario motore di immaginazione e di scrittura. L’ambiente lavorativo rilassato, le luci, la musica, la festa perenne mi suggerivano però storie, idee e temi improntati a un tono ironico, giocoso, al più sarcastico. E la poesia sembrava restarne fuori. Poi però è arrivata la crisi economica, con il conseguente dramma dei negozi che chiudono, degli amici che perdono il lavoro, dell’allarme sempre più prossimo che tra poco potrebbe travolgere anche te, appena sposato e con un figlio in arrivo. Mi trovavo al punto in cui storia personale e destino collettivo si incontrano, e contavo di poterlo raccontare, che ne valesse la pena, e stavolta sì, attraverso la poesia. 

Ero ossessionato dalla poesia, ormai da anni, da sempre. La mia scrittura, mi sembrava, era uscita già da un po’, anche se in ritardo, da quel limbo che è il puro esercizio. Ero approdato a una più consapevole necessità espressiva, ma era come se non riuscissi ancora a incanalare bene una “forza” che avvertivo dentro, a darle una forma. Ciononostante, la presentivo. Il pensiero ostinato della scrittura, la cieca tensione verso la scrittura, ma senza che niente sgorgasse davvero, o quanto meno nulla che mi convincesse. Poi un giorno di agosto del 2013, “Vergine e pubica la domenica di Etnapolis”, il verso di apertura del mio poema, è stato insieme un dono venuto da chissà dove e una sfida lanciata e non più ritrattabile, il momento in cui per la prima volta mi sono sentito finalmente straniero a me stesso, e fino in fondo me stesso. 

 

D: La scelta di una pluralità di voci, di linguaggi e di registri è nata a monte o in itinere, nel percorso di elaborazione dell’opera?

R: Probabilmente era proprio il sentirmi costretto all’uso di una sola voce – autobiografica e solipsistica – che ingabbiava la mia voce, il motivo per cui sentivo un abisso tra le risorse espressive che pensavo di avere e l’asfittico rivolo di scrittura che veniva fuori nella pagina nel corso delle prove precedenti, di cui non ero mai soddisfatto. L’insoddisfazione era del resto generale, investiva anche le mie letture di allora. Ero convinto che la poesia fosse un mezzo potentissimo di presa di possesso e di trasfigurazione del reale, eppure leggevo tanta poesia contemporanea che mi pareva rinunciare a quell’impresa, farsi pigramente frammentaria, monolinguistica e monostilistica, adagiarsi su alcuni facili trucchetti, giungere in fretta a una qualche epifania, fare bene il compitino, non sbagliare, non rischiare. Desideravo andare invece nella direzione opposta, anche se più esposta al rischio del fallimento. Nonostante avessi pensato inizialmente a un solo personaggio (quello del commesso di libreria, che per di più aveva il mio stesso nome) capace di portare su di sé il significato dell’opera, gli altri personaggi pirandellianamente reclamavano più spazio, desideravano muoversi, avere una loro storia da compiere, ciascuno era certissimo di poter arricchire con pari dignità il senso del libro. Sono quindi giunto presto alla convinzione che non sarebbe esistito un corifeo che parlasse al posto o per conto del coro. Non mi sono dato limiti, del resto. L’unico limite era: è davvero necessario questo o quell’espediente, questo o quel salto linguistico o stilistico? L’opera è cresciuta su sé stessa, portata dalla sua stessa forza, direi, fino a rompere gli argini della poesia e diventare, nella quinta sezione, quasi per naturale conseguenza, anche prosa. Suite Etnapolis mi è cresciuta come un albero. 

 

D: Se dovessi pensare ad un’altra versione di Suite Etnapolis, come la immagineresti? Una rappresentazione teatrale, una versione cinematografica o altro? 

R: Spero che chi legga Suite Etnapolis senta che l’autore, come notava Andrea Accardi in un suo intervento sul mio libro, stia in realtà muovendo una telecamera, che le “voci” che lo abitano non siano soltanto voci, ma personaggi che si muovono e interagiscono in uno spazio fisico, che infine “suite” rimandi già dal titolo alla musica, alle suite della musica rock in particolare. Ho sempre amato quelle opere che non abitano soltanto un genere, che riescono a sconfinare, a straripare, a trarre linfa da altri linguaggi: penso a un album come The Wall dei Pink Floyd, per esempio, diventato poi un film, o a Dogville di Lars Von Trier, recitato in uno spazio che potrebbe essere il palcoscenico di un teatro, scandito in capitoli e raccontato da una voce esterna, che può far pensare al narratore di un romanzo. Ho avuto già due contatti per una possibile riduzione teatrale di Suite, poi per vari motivi naufragati. Sarebbe un sogno, poi, se si potesse realizzarne una versione cinematografica, ma non oso sperare tanto. Da qualche tempo, invece, mi è saltata in mente l’idea di cercare contatti nel mondo editoriale del graphic novel. Insomma, come uno dei personaggi che mi è più caro di Suite Etnapolis, Daria, la cassiera del bar che infine compie una radicale, splendida “metamorfosi”, mi piacerebbe che anche il mio libro smetta di essere soltanto un poema.

 

 

Oltre la violenza. La poesia di Felicia Buonomo.

di Gabriella Grasso

Se esiste l’opinione che vede la poesia come espressione immediata e anarchica dell’impulso, del sentimento o, dal lato opposto, come codice avulso dall’esperienza comune, geroglifico di un mondo precluso a molti, un libro come Cara catastrofe le fa incrinare entrambe. Nella sua opera prima (per quanto concerne la poesia, essendo giornalista) Felicia Buonomo affronta un tema di scottante attualità ed un grumo di dolore pulsante, l’esperienza dolorosa del rapporto d’amore disfunzionale, asimmetrico, connotato di violenza. Lo fa con strumenti precisi, mai banali, quasi “chirurgici”, sia nell’aprire e mostrare le ferite che queste relazioni producono, sia, a livello formale, nel ricorrere ad una lingua aderente al suo oggetto, ma al tempo stesso evocativa, non meramente mimetica.

Il fenomeno è presente, in modo sempre più drammatico, nella vita di molti e nella cronaca quotidiana, e a questa urgenza di verità e di denuncia l’autrice non si sottrae.  Potremmo anzi dire che va oltre: nell’opera il tema assurge a paradigma dell’incomunicabilità o della distorta comunicazione di un’umanità fragile, spingendo il livello della riflessione ad un orizzonte più generale: “Aggrappata ai fragili rami delle mie paure, nelle intemperie del tuo vento, ti guardo oltre il fiume. Ci separano secoli di distanze, poggiati su una bilancia traboccante di tristezza”.

Ogni incontro che facciamo nel corso della vita racchiude infinite potenzialità: l’altro, come dice Natalia Ginzburg nel racconto I rapporti umani (da Le piccole virtù), “possiede una infinità facoltà di farci tutto il male e tutto il bene”. Il momento in cui si decide la direzione che quell’incontro intraprenderà non è unico e fulmineo, ma la sommatoria di situazioni che ci rendono quelli che siamo. Ed è cruciale, per ogni relazione umana: “Il mio errore è stato credere a una mano che si congiunge all’altra in preghiera supplicando l’amore, il mio. Il mio errore è stato credere all’uomo”.

La materia della poesia scaturisce dall’acquisizione, da parte dell’autrice, di molte testimonianze, in varie parti del mondo. Vissuti complessi a cui lei dà voce, con un alto grado di empatia, ma anche con la lucidità di chi sa scandagliare, senza sconti e senza perifrasi, le pieghe della psiche e i suoi movimenti talvolta contraddittori, come indica la scelta del titolo e l’appellativo ossimorico di “cara catastrofe”, attribuito a quel rapporto che è gabbia e palliativo insieme, schiavitù e sicurezza.

L’autrice ci conduce così nella sofferta via crucis di un rapporto che si trasforma in violenza, dipingendone i sintomi sul corpo di chi ama: “Ti ho trovato nelle pieghe delle mie clavicole, / parte visibile di un corpo smunto dalla tristezza. / Ero stesa sulle mie paure, /con gli occhi aperti al dolore / e le braccia molli della resa”. Sono segni descritti nella loro evidenza visiva, ma che rimandano ad una dimensione più profonda: “Non è il tocco livido a fare male,/ ma il ricordo del suo alone. / Dormiamo insieme ogni notte, / ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. / Fai piano, che anche la luce è dolore, /dopo la culla di un buio così violento”. Le parole si fanno sempre più taglienti e se ne avverte tutto il peso: “Ho un battito di polso fragile / per ogni percossa taciuta”.

La stessa lucidità ispira la descrizione di chi perpetra la violenza: “Anche l’ultima volta che mi hai amata avevi gli occhi rossi della rabbia e le mani forti che premevano sulla carne debole. Ho pronunciato il tuo nome per dirti addio con l’afonia della paura, lo sguardo di un cervo abbagliato dai fari. I segni rossi sul collo sono l’ultimo ricordo che ho di me”.

Ciò che viene subìto diventa marchio che segna a fuoco e attorno a cui si struttura l’identità di chi lo ha vissuto, in un giogo-circolo vizioso difficile da spezzare: “sempre confonderai il sadismo e l’amore / – dico, mentre lucido le catene a cui mi costringo”. E’ scattata la dipendenza, l’impossibilità di pensarsi in una dimensione diversa: ”E ora che nemmeno l’idea di te mi fa compagnia / mi sento orfana di desideri che non ho”. La violenza si consuma nel silenzio di case che non comunicano, di una società sorda, anestetizzata: ”I vicini di casa hanno sentito il mio dolore / e – come tutti – lo hanno ignorato. / Non so nulla delle pareti delle loro case”.

Spezzare le catene, però, non solo è possibile, ma salvifico. La voce che parla in questi versi ci fa intuire un percorso di aiuto, una persona che tende una mano, nonostante la ritrosia della vittima: ”Ho detto a Jessica / che quel test di valutazione del rischio ha una falla. / E che il modo in cui accarezzo / il mio martirio / è la prova dell’errore. / Non si può portare una donna fuori dalla sua colpa”. Il primo passo è prendere coscienza, guardarsi dentro e vedere anche lati di se stessi che il dolore rivela: “Il mio sguardo su di te era un punto di sutura, / su ferite che non sapevo di avere. / Che fanno male, ora”.

Recidere il legame significa dare un nome alle cose e indossare abiti nuovi, sotto una carne che non dimenticherà le sue ferite: “Indosserò / un abito di ferro colorato, / lacrime di ruggine /  e carezze solide, / per svanire nel miraggio / che ci tiene stretti / a una falsa idea di felicità”.

 

 

Alcune poesie

 

Da quando ti ho incontrato

la mia vita

procede per sottrazione.

Mi hai portato via

l’amore per l’amore,

la fiducia verso la parola,

la complicità di un abbraccio.

E anche questi immeritati versi

aggiungono alla tua vita

la bellezza di cui mi privi.

Ora mi vendo a buon mercato

nella piazza della tua rivoluzione.

Mi conto come unica ferita.

 

*

 

Oggi ho preso ad amarmi come fai tu:

con la ferocia del disgusto

come un insulto figlio dell’alterazione

un cucciolo rinnegato

il difetto gettato dalla rupe.

Nei secoli dei secoli. Amen.

 

*

 

Mi domandi cosa sia la colpa,

se non questo incedere verso l’abisso

delle cose certe e ignorate.

Hai lo sguardo di chi vince la guerra

del dominio interiore,

io di chi partorisce invidia di viscere.

Mi stendo sul letto della sconfitta,

guardo il soffitto delle parole scritte per te.

Mi dici che alzare gli occhi al cielo,

movimento di collo, diventa peso di spalle.

Non è la stessa direzione quella che conta, per te.

 

*

 

Mi sei venuto dentro per rendere

gravida la mia dipendenza. Perché la paura

diventi figlia del nostro amore.

La porto in grembo

con la colpa di una madre degenere,

che mantiene in vita la sua creatura

nutrendosi delle tue bastonate,

che mi fanno il male che merito.

 

*

 

Ti devo il tormento di una tempesta,

una rosa inchiodata al muro,

il tintinnare di parole taglienti,

la solitudine della mia tristezza mentre ti guardo

e ti domando della bellezza dei fiori.

Vorrei sapere dove cercarti

quando un giorno prenderò quel treno

per non tornare.

 

 

 

 

 

Tre domande a Felicia Buonomo

 

D: L’equilibrio dei toni e delle scelte lessicali, nella tua poesia, quasi contrasta con l’incandescenza dei temi. Quali riflessioni e quali scelte hai fatto, dal punto di vista linguistico, durante la scrittura?

R: Proprio per l’incandescenza dei temi che ho deciso di affrontare in versi in questo mio lavoro poetico, ho voluto ancora più concentrarmi sull’essenza delle cose, come ci ricorda Marina Cvetaeva – che ha contribuito fortemente alla mia formazione letteraria. La poetessa russa sosteneva: «Come posso io poeta, persona dell’essenza delle cose, farmi sedurre dalla forma? Io sono sedotta dall’essenza, la forma arriverà e arriva. Io sono sedotta dall’essenza e poi incarno. Ecco il poeta». E la forma di fatti arriva, ma senza incanalarsi nella dicotomia serrata tra significato e significante. La poesia che amo è la parola che ti aspetti, che evita di girare intorno. Ma – come dicevamo – non si è solo poeti, la poesia la si fa. Come scrive la poetessa Isabella Leardini in “Domare il drago” il lavoro che fanno i poeti è di «scegliere un’immagine e non un’altra, rinunciare a una parola perché un’altra abbia più peso». Il movimento, il ritmo linguistico di questo mio tentativo di poesia segue questa sequenza: essenza-immagine (poetica)-parola-scelta/sostituzione. Scegliere parole, in parte anche abusate, come “tristezza”, “dolore”, “tormento”, “massacro” all’interno dei miei testi rappresenta una scelta di precisione rispetto ai temi affrontati, che ruotano intorno alla semantica dei sentimenti di colpa e punizione, in quel rapporto vittima-carnefice che tento di narrare al lettore. Non potrei mai usare, in poesia, parole che “normalmente” non userei, sarebbe violare la mia scelta di onestà. Il lettore attento lo percepisce quando sei stato disonesto.

 

D: Quanto della tua esperienza di giornalista è confluito nella stesura di questo lavoro?

R:La mia esperienza di giornalista è stata il punto di partenza. Nella seconda sezione della raccolta, in particolare, vesto i panni della testimone, traslando in versi alcuni universi di violenza e dolore di donne che ho incontrato, in alcuni casi direttamente, altri per interposta persona, nella mia professione di giornalista. Mischiando personalismi rispetto al modo in cui si può entrare, empaticamente, in contatto con alcuni moti interiori. Ho da sempre un’ossessione tematica, ovvero i rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone. L’Altro è un concetto fondante per me. È per questo che lo “racconto”.

 

D: Perché questo titolo?

R: “Cara catastrofe” è il titolo di una canzone di Vasco Brondi, artista musicale che amo molto (e che cito anche in esergo). Credo che incarni in pieno l’universo emotivo che tento di raccontare con questi versi: una catastrofe che arriva improvvisa, improvvisa perché nasce da un’idea di perfezione a cui il carnefice ci abitua nella fase iniziale del rapporto, e che finisce col diventarci indispensabile, cara, anche quando la perfezione diventa violenza e abuso emotivo e/o fisico. La “contropartita” della violenza è la dipendenza affettiva, in molto casi. Non capire quanto alla persona abusata possa diventare cara questa catastrofe, significa giudicarla. Non a caso ho dedicato molti dei miei versi al concetto della colpa, sentimento provato non dal carnefice ma dalla vittima. Comprendere quanto cara arrivi a diventare la catastrofe di una violenza spero posso aiutare a superare uno dei tanti stereotipi che ruotano attorno a questo macro-tema.

 

Il coraggio di (non) lasciare il segno- La poesia di Dario Talarico-

 

Gabriella Grasso

 

Devo ammetterlo subito, le parentesi alla negazione le ho messe io. Il titolo di questo lavoro di Dario Talarico, giovane poeta romano, già molto apprezzato dalla critica e finalista al premio Carver, non le contiene. Ho espunto la negazione perché questo libro il segno lo lascia, eccome. Mi ha coinvolto a tal punto che per mesi ho trovato difficoltà a parlarne, pur desiderando farlo, tanto grande è la sua carica di umanità e, in alcuni punti, di sofferenza.

Il coraggio di non lasciare il segno, edito per i tipi di Puntoacapo Editrice nel giugno del 2019, è costruito sull’antitesi, a partire dal suo titolo e dall’effetto che produce. Nel suo articolarsi, procede attraverso cancellazioni e capovolgimenti, negazioni e presenze, aperture e chiusure, sin dalla disposizione dei contenuti in due parti, denominate Sistole e Diastole. Come avviene con i movimenti ritmici e antitetici del cuore, di contrazione e di distensione, così il testo si muove pulsando, aprendo spiragli subito negati, intravedendo possibilità che non hanno diritto di cittadinanza nella nostra vita, ma che desideriamo e sentiamo fortemente dentro di noi: “anche se la pensosa ansietà di esistere/ci ha negati a vivere-siamo qui./ E qui sono (…) solo come eco, come balbuzie del cielo”.

Anche il verso rispecchia questo movimento tra opposti, con il gioco di lunghezze variabili, di enjambment e di ulteriori, volute spezzature interne tramite il trattino (mai sintattiche, in questo caso, piuttosto a mo’ di brevissime pause) che sortiscono l’effetto non del frangere, ma dell’accompagnare e modulare il flusso del pensiero.

L’antinomia più grande, cruciale e paradigmatica, risiede però a monte del testo: è quella tra il silenzio e la voce del poeta, tra l’astenersi e il pronunciarsi. Pervade tutto il libro perché scandisce lo stare al mondo dell’essere umano, lacerato dal conflitto tra la stasi/scomparsa e il via, la scelta, l’azione.  Forse, tra rinunciare a vivere e provarci. “-Penso_E nel farlo/ riperdo senso. Penso/ e vorrei morirmi”. La spinta, individuale e filogenetica, alla fine prevale: “E’ il grido della specie/ a fare questa cagnara dentro di noi. Il grido-la specie-Il semaforo verde”.

Se la rinuncia sembrerebbe l’unica via percorribile, esiste tuttavia un richiamo più forte: il mandato che ci viene consegnato in quanto uomini, oggi, è quello di parlare e di farlo per sottrazione, alla ricerca dell’essenziale, addirittura attraverso il silenzio, perché “c’è un silenzio che non è pigrizia della parola./ E tanti silenzi quanti modi di parlare”.  Infatti “Noi siamo quelli in cui i tempi sono cambiati(…)-Siamo quelli-che dovettero piegarsi/ al gesto eroico del fare silenzio./ Eccoci, anfibi naufraghi/ o traghettatori della neonata specie/ dei condannati alla lucidità”. Lucidità che ci rende consapevoli della precarietà della nostra condizione e del carattere aleatorio della nostra evoluzione: “Abbiamo fatto un fosso di passi-credendo-/di tracciare un percorso. Credevamo di emulare le stelle./ Ma siamo foglie-costrette all’autunno”.

Nella sezione centrale, Autopsia (reiterata), definita da Mauro Ferrari “uno dei capisaldi della poesia contemporanea, per modalità espressive e qualità della riflessione”, la consapevolezza diventa condivisione, non da un pulpito, ma con un dire sommesso, dolce, a tratti quasi sussurrato: “Non è facile, ma non c’è/ nessuna idea da inseguire./Porta solo a compimento/ il silenzio da cui vieni”. Fuori dalla logica delle formule perentorie, dalle scelte facili, per arrivare al cuore dello slancio vitale e libero: “Diffida di chi scrive per non perdere/ Diffida-di chi ama e sa perché”.

Nell’ultima parte, Diastole, la poesia si apre a riferimenti personali, sofferti, connotati da una forte tensione spirituale: “Anch’io-/mi metterò nella schiera di chi ama Dio /d’amore non corrisposto”, in un travaglio che coinvolge ogni elemento della natura: “Come troppe altre bestie prima di me/anch’io ho perso tempo per portare alla luce/ cose che dentro avevano il sole”.

Il processo che conduce alla consapevolezza non è lineare, è irto di dolore ed è destinato a non essere compreso, perché impossibile da comunicare: “…se solo avessi avuto la forza di spiegare/ che quanto è vivo è ciò che per esso è morto,/che quella parola era un pezzetto di stomaco, quell’altra-un alveolo in meno/Se solo avessi avuto la forza di spiegare/ che una nota è anche tutto il resto./Ma non riuscii mai a dire niente./E chi poteva capire, piangeva./Chi non poteva-respirava.”

Leggere Il coraggio di non lasciare il segno è compiere un viaggio dentro se stessi, con lucida sincerità e con l’acume di uno sguardo che ci scava dentro. E ci svela, nel momento in cui ci nega: “Non pensare. Dimentica te.  Dimentica te nelle parole. -Noi siamo più grandi di noi./ -Respira. -Non troverai mai amore/senza dimenticare il tuo nome.”

Alla fine del viaggio “ci accorgeremo che non era poi così grande il mare. (…) Allora capiremo che il nostro progresso/ correva sul posto”.  E il cerchio si chiuderà, nella pregnanza e nella purezza dell’essenziale: “Pensa a quanti affanni/ per ricreare il suono adatto/e poi rendersi conto che la perfezione/ è propria solo del silenzio./ Del silenzio esatto. Intoccato./-Selvaggio”.

 

Alcune poesie

 

Barbarossa

Sono giorni di arrampicate sui tetti

durante i temporali, a fare legna nei boschi, a -11°

Non c’è tempo di domandarsi Schopenhauer.

Il futuro non esiste. Bisogna. Bisogna

solo avere fede e l’inverno passerà.

E se non si avrà fede – comunque passerà.

A domani si pensa domani. Ora

è il cinghiale, la gallina, la perdita alla caldaia.

Rimane dietro chi si prova a pensare.

Bruciano i propri libri, bruciano senza dolore.

Brucia la carta. La carta è combustibile, la carta

isola il calore. Brucia il nome, si scorpora il pronome.

E’ tempo di rendere il tuo saluto al giorno che è passato.

Guardati. Tutto oltre il passo è stella, sorpasso.

Guardati. Sei. Sei lacerto del creato.

 

Faber

Il bosco sta fogliando. Ci sono cose bellissime

e bellissime fatiche. Ma i ritmi-non li decidiamo noi.

Dobbiamo tenere il passo del sole, della terra, dei fiori.

Poco importa se queste lettere non sono mai state così dure.

C’è voluta la periferia del mare, la vanga, la mannaia

a insegnarmi che non sono-solo quando ero.

C’è voluto il fioccare della ghiandaia, la primizia di gelso

per portarmi qui-a scontare- l’abisso della pratica.

Perché la sfumatura uccide l’azione e di sole idee

si sta dove si stava. Poco importa se si lascia

il pallottoliere dei denti nella voragine della bocca.

Perché se il nostro fine fosse essere felici

non diventeremmo adulti

e se il nostro fine fosse essere non diventeremmo.

-C’è altro, lo sto imparando. Anche

smettere di scrivere-è un esercizio quotidiano.

 

Autopsia (reiterata) 

iii

E’ frustrante, ma ciò che stai cercando

potrà dirtelo solo ciò che stai cercando.

E non si comprende mai che ciò che si sa.

E’ frustrante, ma non è complicando

ciò che si ignora che si onora l’abisso.

 

Anima mundi-Anabasi dell’amore (I)

Non far rumore. Proteggimi.

Carezzami le tempie, i polsi asciutti,

le caviglie esili, i capelli corti.

Non svegliarmi. Sai che ti amo.

Non spegnere i miei sogni. Baciami.

Baciami se vuoi, ma che non restino

verità sulle mie labbra vuote. Contro te

anch’io ho aspettato che venisse notte

a diluirmi nel sonno. Lascia che resti

ancora qui, con questo strano Dio,

prima che i fiumi si dissolvano. Lascia che resti

qui, dove io non sono più mio.

 

Commiato dalla poesia (4)

Se potessi diluirmi nel sonno

come una prosa tra le pagine

lo avrei già fatto. Ma mi credo poesia.

E duro quanto il bel tempo.

Io, che in un sorso appena

ingoierei tutto il mondo.

Io, solo come una tenia

a far metri nelle viscere,

ho imparato dai fiumi

a divenire la mia stessa fenice.

Come troppe altre bestie prima di me

anch’io ho perso tempo per portare alla luce

cose che dentro avevano il sole.

Anch’io ho portato un sorso d’acqua fresca

alla trachea asciutta del grande oceano…

Ma per quale ragione? Ridatemi il mio sorriso

e toglietemi questo ghigno tra le fauci.

 

Tre domande a Dario Talarico

 

 D: La parola “silenzio” è una delle occorrenze più frequenti nel tuo libro. Quale valore le attribuisci, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

 

R:  Sono ossessionato dalla chiarezza. L’unica domanda che oramai mi pongo quando scrivo è perché scriverlo. Cosa dire che il silenzio non dica, cosa cavare dal bianco affinché non si intasi il senso, affinché un suono non sia chiasso? Questo libro non è figlio di buone poesie, ma di furiose cancellature, che pure non bastano mai. Quando preparai la presentazione dell’inedito per l’editore, conclusi il pezzo dicendo che proprio il silenzio era l’unico, vero soggetto del libro. Un libro faticato e svogliato, che inizialmente non sarebbe dovuto uscire e che in un secondo momento avevo pensato di pubblicare senza il mio nome. Entrambi, sia l’anonimato, sia la non pubblicazione, volevano incarnarsi nel silenzio (ma stando allo stato di cose presenti, viene da pensare che, probabilmente, questo silenzio non lo abbia rispettato poi fino in fondo).   Per quanto riguarda la mia vita, invece, il silenzio l’ho cercato a lungo, ma imparato davvero solo più tardi, quando decisi di andare a vivere in un bosco. Di lì a breve, erano ormai più di cinque anni fa, avrei concluso Il coraggio di non lasciare il segno, e avrei smesso completamente di scrivere per quasi altrettanti anni. Spiegare il silenzio a parole, però, è una contraddizione in termini. Posso dire che il silenzio è il solo autentico, ed è il primo e l’ultimo dei linguaggi. Tutto ciò che è mai stato detto non avrebbe alcun senso se non ci fosse il silenzio, eppure ogni nostro senso rincaserà comunque nel nulla quando su questo pianeta tornerà solo il silenzio.

 

D: Quanto della tua esperienza di musicista confluisce nella tua poesia?

R: Non ho mai suonato uno strumento, purtroppo. L’unica esperienza simile, da ragazzo, è stata quella di cantare in un gruppo punk. E come ogni gruppo punk che non si rispetti, il cantante non sapeva cantare. Quindi, l’unica speranza, è che questa esperienza non abbia influito sulla mia scrittura.

 

D: Definiresti “aforistico” il tono della tua produzione o questo aggettivo ti sta stretto?

Grazie di questa domanda. So che in molti, leggendo, hanno rintracciato questo tipo di taglio nella mia scrittura. Personalmente, però, non amo gli aforismi, non amo le loro verità comode, né il loro giudizio univoco che scende dall’alto. Mi piace di più pensare ai lati più sentenziosi della mia scrittura come a proverbi poveri, a massime “terra-terra”, dove la tautologia, il suono e il paradosso, vanno a creare una stratificazione di significati che si avverano annullandosi. Starà a ogni singolo lettore vedere se e quanto abbia mancato nel mio intento. Per ora, sto ancora cercando di capire se definire “poesia” la mia scrittura.

 

 

Gesualdo Bufalino poeta: “L’amaro miele”

 

di Gabriella  Venera Grasso

 

Gesualdo Bufalino può essere considerato a buon diritto un gigante della letteratura italiana del Novecento. La sua ricca prosa, intessuta di elementi colti, vibrante di lirismo e nello stesso tempo incisiva, è inconfondibile: ci ha introdotti all’interno di un sanatorio sperduto nella campagna siciliana, tra i deliri e le speranze dei malati terminali di tubercolosi, nel capolavoro Diceria dell’untore, così come negli anfratti di una Sicilia da scoprire con disincanto nuovo in La luce e il lutto, solo per citare due tra le sue opere più rappresentative.

Di Bufalino poeta si conosce meno-almeno questa è la mia percezione. Eppure anche la sua produzione poetica ha molto da offrire al lettore attento. Molti testi riprendono i temi che, parallelamente, l’autore affrontava nella narrativa; alcuni di essi, addirittura, erano stati concepiti come integrazione dei capitoli della Diceria, articolando un’alternanza prosa-poesia poi non realizzata.

Il corpo a corpo col dolore e l’imminenza della morte, il tormentato rapporto con Dio e con un Cristo sofferente ed offeso, il tentativo di lasciare un testamento spirituale mediante l’arte sono alcuni degli spunti che ritroviamo tanto in queste poesie quanto nel capolavoro narrativo. La tensione etica, l’aridità spirituale e la fame di risposte, il gorgo del dubbio sono gli stessi che vengono rivelati, nel romanzo, dalle indimenticabili, struggenti conversazioni tra il protagonista e Padre Vittorio, riflesso delle frequentazioni letterarie dell’autore (su questi temi Claudel, Pascal, ma soprattutto Bernanos e la poesia di David Maria Turoldo).

Costante è il rapporto intimo e dialettico con la propria terra, luogo di archetipiche contraddizioni che attraversano la Storia come un filo rosso e uniscono i paladini di ieri e i personaggi del presente, in  un “personalissimo teatrino di memorie” (N.Zago) in cui lo scrittore è il “vecchio puparo”, funambolo dell’affabulazione, tra nostalgia e cupo pessimismo.

La produzione poetica di Bufalino, partita da scelte ancora molto legate alla tradizione, come testimonia la raccolta I languori e le furie, caratterizzata dal lessico tardo ottocentesco e da forme metriche come il sonetto e le quartine di endecasillabi in rima, trova poi la sua espressione più matura e “novecentesca” nelle poesie della raccolta Amaro miele, nella quale lo spettro dei toni indubbiamente si arricchisce (dallo gnomico al cronachistico, al colloquiale della sezione Senilia) e le forme si fanno più libere. L’opera, edita da Einaudi nel 1982, viene oggi riproposta in un’edizione arricchita da nuovi testi (come già era avvenuto nel 1996) e da alcuni dipinti di Alessandro Finocchiaro, nell’ambito delle iniziative per il centenario dalla nascita dell’autore, promosse dalla Fondazione Bufalino nel giugno di quest’anno.

Da Amaro miele proponiamo alcune poesie. A Maria Allo, autrice di testi poetici (“ Al dio dei ritorni”, “La terra che rimane”, “Solchi”) e di numerosi studi di letteratura, abbiamo poi posto alcune domande su Gesualdo Bufalino poeta.

 

Alcune poesie

 

Altri versi scritti sul muro

Dunque è vero, Signore, somigliarti

nel nome, nella sorte, nella morte;

avere entro le palme due coltelli,

il costato corrotto;

pendere così freddi, così nudi,

con le vergogne battute dal vento.

Dolce Signore, perché ci abbandoni?

a noi anche Tu devi una donna

che ci schiodi e ci lavi,

un fantaccino cieco che ci vegli,

una resurrezione

 

 

Allegoria

Sulla usata scacchiera

enumeriamo i loschi personaggi,

gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,

logori lindi scheletri di bosso,

unghia contr’unghia di sterile luce,

dove il sangue s’inerpica a squillare:

 

e tu, spettro monotono, mio re,

chiuso fra quattro lance

d’infallibili alfieri, vestito di rosso broccato,

mio scabro Cristo chiodato, mio re,

in un angolo, matto come me.

 

 

Suasoria

Le mie ragioni, amici:

la metrica e il dolore, l’ordine e la follia,

spazio e mura che invento tentoni,

gogne guardinghe del cuore…

 

Trovare un mattino la via,

la pietra dove si volta…

Una volta, una sola volta,

in un pugno di sillabe nude

donarvi una leggenda che fu mia!

 

Ma non altro che polvere scavo;

o qualche gonfia maschera d’atride

che la luce deprava:

un volto putrefatto e fuggitivo.

 

O mentitemi, ditemi ch’è vivo.

 

 

Risarcimento

La vita non sempre fa male,

può stracciarti le vele, rubarti il timone,

ammazzarti i compagni a uno a uno,

giocare ai quattro venti con la tua zattera,

salarti, seccarti il cuore

come la magra galletta che ti rimane,

per regalarti nell’ora

dell’ultimo naufragio

sulle tue vergogne di vecchio

i grandi occhi, il radioso

innamorato stupore

di Nausicaa.

 

Tre domande a Maria Allo

 

D:-All’uomo che ha sperimentato un’emergenza globale e invasiva come quella che stiamo vivendo in questo difficile 2020, cosa trasmette l’esperienza e la sensibilità di Gesualdo Bufalino?

R:-Bufalino rappresenta un intellettuale atipico perché difficilmente inseribile in un movimento letterario ben definito, proiettato nella dimensione sospesa della realtà simbolica, ove il reale è assieme fisico e metafisico, ove il simbolo non è mai rarefatto né ermetico, ma nasce sempre da un’esperienza di vita vissuta. E’ noto che l’esperienza drammatica della degenza in un sanatorio nell’estate del ’46 del giovane reduce malato di tbc e la prossimità della morte, ha segnato tutta la sua produzione, caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura poetica (“Con un sonetto, a undici anni… Lo conservo, ho conservato qualunque inezia, della mia vita… Poi, fino a vent’ anni, scrissi poesie a centinaia: a rileggerle parrebbero di cinquant’anni prima. ma nessuno in quegli anni mi parlò di Ungaretti, di Montale…”).” Amaro miele”, infatti, è frutto di una «lunga attesa e persuasione di morte all’ombra grave della guerra», ma anche della presenza della Sicilia, la terra che porta con sé una valenza morale e può gettare luce sul senso delle cose al di là della dimensione privata. («Come ci brucia in quest’ora le labbra/ l’amaro miele della giovinezza»). Come Dante, egli infatti mira a trasformare la propria esperienza individuale in un modello di carattere universale, rivolto a tutti gli uomini. Questo il messaggio dei principi umanistici della bellezza, dell’arte, della cultura, a quelli più universali del bene, della solidarietà, della speranza nel futuro. Il buio si addensa senza più domande ma il vento negli occhi ostinato brilla, direbbe oggi Bufalino.

 

D:-Quale linea di continuità si può riscontrare tra i temi della grande narrativa di Bufalino e quelli della sua poesia?

 

R:-Accanto alla formazione classicistica, Bufalino sentì l’esigenza di aprirsi al contemporaneo dove c’è spazio per riferimenti autobiografici (la tubercolosi contratta in guerra) e lo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini). Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte…”. Bufalino dunque, sul tema dominante, a partire dal titolo di Amaro miele che richiama il tentativo di cogliere tracce di bellezza nella negatività del presente, va intessendo motivi ricorrenti: il tema della memoria, il desiderio di Dio, l’inesorabilità verso il nulla, il dissidio morte-vita. Il titolo stesso Amaro miele è un ossimoro, cioè una figura fondata sull’opposizione: le gioie del vivere e il dolore umano come l’azione impietosa del tempo, presenti anche in Diceria dell’untore, Argo il cieco e in altri luoghi dell’opera bufaliniana.

 

D:-Quali sono gli elementi di lirismo che molti critici hanno individuato nella prosa di Bufalino?

R:-La prosa di Bufalino, estremamente ricercata e raffinata, manieristica e metaforica, molto lontana dalla sensibilità del tempo, scaturisce da termini preziosi per timbro, tono, musicalità in cui si può cogliere la presenza di una patina arcaicizzante.  Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato di matrice simbolista, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi della raccolta Il Malpensante: “Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”. L’ autore stesso ha dichiarato che il motivo delle sue scelte stilistiche, (” il registro alto, l’oltranza dei colori, lo scialo degli aggettivi”) e di tutti i moduli espressivi adottati, ha il compito di nutrire fiducia nelle capacità conoscitive e interpretative dell’intelletto umano, l’unico spiraglio per un mondo migliore e al senso ultimo a cui rimandano tutte le opere: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.

La vita non sempre fa male, /può stracciarti le vele, rubarti il timone, /ammazzarti i compagni a uno a uno, /…per regalarti nell’ora dell’ultimo naufragio/sulle tue vergogne di vecchio/i grandi occhi, il radioso/ innamorato stupore/ di Nausicaa. 

In Diceria dell’untore, Cap. 3, pag.18 il brano offre un chiaro esempio della raffinatissima prosa di Bufalino, intessuta di termini preziosi e letterari e di metafore intensamente liriche, che per esempio trasfigurano l’alba “nell’indorarsi fulmineo del mondo”, la Terra in “una stella infedele” e il sanatorio in “un’arce lambita appena dai frangenti dell’esistere”. Particolarmente frequente è, in particolare, in un tessuto sintattico complesso ed elaborato, la presenza di ossimori (per es. “Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi”), che rimandano tutti alla contrapposizione fondamentale tra vita e morte con il sapiente intarsio, ora occulto, ora esplicito di riferimenti classici e letterari che aumentano il livello poetico ed estetico dell’intera produzione poetica e narrativa di Bufalino.

Per ulteriori approfondimenti: https://poetarumsilva.com/2019/09/16/maria-allo-memoria-e-identita-nella-sicilia-di-gesualdo-bufalino/

 

 

Dalle Terre riemerse al Bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

Dalle terre riemerse al bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

di Gabriella Venera Grasso

Ho unito in un unico segmento (ma in realtà è solo la parte di una retta…)  i titoli delle due raccolte poetiche di Matteo Maxia, poeta cagliaritano, musicista, appassionato di arti visive e di viaggi. L’autore coglie a piene mani dalla ricca messe di spunti che queste sue passioni gli offrono; si muove sulla spinta di una curiosità vivace e una sensibilità accesa (“morso anch’io da un ramarro/quand’ero troppo giovane/ perché la vita/ mi facesse da antidoto”), proponendoci itinerari suggestivi: dalle terre riemerse dei ricordi, tanto quelli indelebili quanto le impressioni di un momento, delle consapevolezze che affiorano, fino a nuove, misteriose prospettive, verso realtà non monolitiche, al bivio del tempo. Ecco perché le due raccolte possono leggersi quasi come un continuum, con una coerenza tematica e di resa linguistica.

I temi sono tanti e vari, ma gravitanti attorno al gioco del tempo, flusso e baleno, magma e spuntone di roccia, al suo legame indissolubile con lo spazio e con i tanti luoghi che il poeta ha visitato e amato, dei quali ci restituisce colori e luci, come sfumature spirituali (“Il Tempo e lo Spazio/ imbavagliarono il Silenzio/Indossarono occhi di bimbo/ e si fecero ovatta e vapore”).

 

La lingua è una risorsa preziosa, di cui essere responsabilmente consapevoli (“Il linguaggio fallisce/ quando smette di creare il mondo/ quando resta muto/ di fronte al suo sfacelo”), anche di fronte alla sua fallibilità (“si assolva il linguaggio/ per aver battezzato/ dal latino cum-vergere/ due linee all’incoccio/ in cui collassa il percorso”).  E’ sempre strumento duttile e generoso di opportunità, con cui l’autore gioca (e torna il motivo del gioco, serissimo approccio alla vita per un poeta che non nasconde il suo lato malinconico e bambino). Frequente il gusto di scomporre le parole, separandone le parti o “aprendole” e rivelandone così il nòcciolo e più di una possibilità: ”s(tralci) di vite dal gusto di-vino”,  “di-versi (monologo di un clochard)”, “tra(s)guardi comuni”, “terap(oes)ia”.

Le atmosfere sono cariche (di dettagli, di spunti sensoriali, di sentimento e sensualità) e rarefatte al tempo stesso, come sospese, appena prima di aprirsi ad un bivio sconosciuto.

 

Alcune poesie

Da “Terre riemerse” (Edizioni Ensemble, 2017)

 

Sens’azioni

 Ricordi?

Ci si acquattava

in quel luogo inviolabile,

di pensieri disinnescati

e parole inesplose.

La pelle bramava

ciò che la mente ignorava,

nei limiti imposti

dai sensi mendaci.

Un solo pendolo,

rintocchi del presente

rubato al controllo:

due cuori all’unisono

non sbagliano il ritmo.

 

 

Entanglement

 Echi lontanissimi

dejà vu di frammenti sconnessi

mi rimbombano muti

a tutte le latitudini del cuore.

Il tuo volto,

mosaico discreto che riappare

in ogni vuoto non colmato

in ogni istante trascurato.

Le distanze son scorciatoie,

codici di ingresso

per rincorrerci nel tempo

tra risurrezioni di memorie.

Saremo sempre noi,

rumore di passi nella notte senza patria

foto da scattare su pellicole di stelle

orme di battigia da imprimere col pianto

 

 

 

 

Da Al bivio del tempo” ((Edizioni Ensemble, 2018)

 

Il viaggio più lungo

 Ho visitato molti luoghi

senza mai viverne alcuno.

Dovrei imparare prima ad abitarmi,

con la mia facciata decadente

la lotta senza quartiere ai pensieri in fuga

un cantiere aperto nell’anima.

Il prossimo viaggio lasciami lì,

in quell’angolo di valigia

dove trovano alloggio

le cose più fragili.

 

 

Abdicare

Dovremmo preservare le nostre stagioni

scegliere il tempo

per andare incontro all’autunno

e farci melagrane.

Essere disposti

a perdere la corona

pur di donare i rubini del cuore.

 

Akoya

 

Hai nell’iride

un esito di madreperla

ferite di sabbia

e sedimenti del tempo

nel miracolo della vita

quando si fa ost(r)ica

 

 

Tre domande a Matteo Maxia

 

D: Quali sono le tue personali terre che la poesia ha fatto emergere?

R: La Poesia, così come l’Arte tutta, almeno per come io la intendo, è processo sottile e multi-sensoriale che slatentizza Verità e Bellezza in chi la dona e in chi la riceve. L’assenza di queste due dimensioni o il loro mancato nutrimento sono infatti alla base di ogni forma di disarmonia individuale e collettiva e questi tempi ne stanno impietosamente certificando gli effetti. La vorticosità del vivere, l’inaridimento dei contatti interpersonali, il rarefarsi progressivo di strumenti cognitivi e animici per sbrecciare il muro della superficialità, inibendo la capacità di arrivare e di arrivarsi dentro, sono solo alcuni degli indicatori di una mancanza profonda di Verità e di Bellezza nelle nostre vite. 

Ecco che, attraverso la Poesia, sono riuscito a catalizzare un percorso di auto-guarigione, in divenire perpetuo, a far riaffiorare l’humus del vissuto e del sofferto per concimare cambi di traiettoria e a farne un pur piccolo e marginale strumento terapeutico di testimonianza e condivisione. Sono infatti tanti i riscontri in termini di gratitudine da parte delle lettrici e dei lettori che, attraverso l’empatia e l’immedesimazione, hanno tratto un qualche ristoro dai libri che ho consegnato alle stampe. Io ho avuto il privilegio di essere semplicemente un tramite, di ricordare loro, attraverso la parola, cose che già sapevano ma di cui si erano scordati. L’Arte bisbiglia appena alla coscienza, ma sa essere la più persuasiva tra i messaggeri, la più potente tra i guaritori.

 

 D: Cosa significa il viaggio, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

R: Il viaggio, almeno nella sua accezione del piacere, è una delle esperienze umane maggiormente predisponenti al cambiamento se, come ci ricorda Henry David Thoreau, si è davvero pronti a essere completamente liberi, finanche facendo testamento (!), prima di mettersi in marcia.

Viaggiare è la sublimazione del movimento, del dinamismo fisico, che poi si traduce spesso in plasticità mentale; è il più ampio ventaglio di possibilità cui potenzialmente attingere per qualunque cambio di prospettiva. Un mutamento di contesto è funzione biunivoca, che alimenta sia la dimensione dell’andata che quella del ritorno. Perché se l’assuefazione che deriva dall’essere stanziali offusca la visione, l’astrazione da cambio di stato restituisce invece messe a fuoco e dettagli altrimenti cristallizzati nella normalità. 

Condanna e rivalutazione di ciò che si lascia, di ciò che si perde, di ciò che si trova o si ritrova fanno pure parte del bagaglio del viandante, in un caleidoscopio esperienziale che tanto sa porre in sorprendente connessione realtà fenomenica e mondo onirico.Ecco, non è forse questa la sala d’attesa in cui si accomoda il processo creativo prima di partorire la sua materia? Personalmente, non sarei in grado di scrivere, senza la possibilità di leggere e di viaggiare. Scrisse in proposito Sant’Agostino: “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”.

D: Quali sono i tuoi progetti al momento?

 R: Dal punto di vista esistenziale, tento faticosamente di predispormi ogni giorno a un abbandono fluido lungo la strada intrapresa per diventare ciò che sono nato per essere. Sul piano pratico, questo approccio dovrebbe auspicabilmente consentirmi, tra le altre cose, di essere ancora quel tramite sopra richiamato per il mio infinitesimale contributo all’espansione della coscienza collettiva attraverso altre sillogi. La prossima, a carattere sperimentale e a doppia firma, potrebbe vedere la luce già entro questo necessario 2020.

Matteo Maxia è nato nel 1976 a Cagliari, città nella quale vive e lavora attualmente. Strimpellatore di chitarra e cantautore per pochi intimi, ama la Sociologia, la Musica, la Poesia e ogni declinazione espressiva dell’Arte che sa emozionare. Sin dalla più tenera età, è attratto da tutto ciò a cui la Scienza non sa dare risposta e non esce mai di casa senza il suo taccuino, in cui cerca di catturare prospettive provenienti da ogni piano dell’esistente.

 

 

Conversando con…Maria Attanasio

 

CONVERSANDO CON…MARIA ATTANASIO

di Gabriella Venera Grasso

Conversare con Maria Attanasio è arricchirsi dei frutti di esperienze molteplici e di un punto di vista che invita a problematizzare. La incontriamo in occasione della presentazione della sua ultima fatica, Lo splendore del niente, racconti pubblicati quest’anno per la casa editrice Sellerio.

Attanasio è artista complessa, che si è inoltrata nei campi della poesia, della narrativa e della saggistica, offrendoci piste di riflessioni interessanti tanto sul presente, quanto su nodi e temi del passato. I suoi romanzi, editi tutti da Sellerio, attingono dalla storia e ne illuminano aspetti e figure meno conosciute (Rosalie Montmasson, unica donna al seguito dei Mille, ne La ragazza di Marsiglia, per fare un esempio), arricchendoli di un “surplus” di vita come l’arte sa fare. I saggi ci parlano di Sicilia, nei suoi aspetti di luce (i grandi contributi artistici dei conterranei che per l’autrice sono un riferimento costante: Verga, Sciascia, Piccolo, Cattafi, Addamo…) e in quelli oscuri e problematici (il sistema mafioso).

Destinataria di numerosi riconoscimenti in ambito letterario (ultimo in ordine di tempo il Premio Pino Veneziano, proprio in questi giorni),  Maria Attanasio è scrittrice meticolosa e “lenta”, come scherzosamente si definisce, considerando la cura e il grande lavoro variantistico che accompagna ogni suo scritto, in special modo quelli poetici, dove ogni parola è ponderata a lungo ed acquista un peso tutto suo. Nelle poesie l’autrice sviluppa temi che riprenderà nella narrativa e che costituiscono il fulcro dei suoi interessi: la microstoria come  modo preferenziale di accostarsi alla storia, le “storie di emblematica alterità” di chi paga il prezzo di un mondo sempre più violento e lanciato in una cieca corsa verso la produttività, le spinte di sopraffazione e il contraltare dell’indifferenza e dei particolarismi, e poi le figure di donne, la fragilità e la potenza del corpo e il suo valore semantico. Tutti temi che stanno a cuore alla scrittrice, espressi con l’intensità che il dettato poetico conferisce ai suoi contenuti.

Ma in quale rapporto stanno la produzione narrativa e quella poetica nel percorso dell’autrice? Maria ci rivela che le narrazioni si sono sempre “imposte” a lei con una certa urgenza: proprio quelle vicende, quelle persone chiedevano attenzione e spazio e volevano essere raccontate, perentoriamente; nella poesia, invece, i tempi si dilatano, le parole affiorano con lentezza e lentamente vengono cesellate, acquisendo uno spessore proprio.

Le chiediamo poi qual è la narrazione del “corpo” che emerge dalle sue opere, in cui è un elemento ricorrente (corpo-cretto, spaccatura, corpo d’argilla…), anche in riferimento ad una narrazione del femminile che vuole essere sganciata da logiche mercificanti e da un’ottica utilitaristica. Quello del corpo in cambiamento, ci spiega, è un campo (semantico ma anche esperienziale) nel quale diventano evidenti le crepe, le fragilità, le sovrapposizioni, “concretizzazioni di memorie arcaiche”, come le definisce Anedda, che l’autrice non intende nascondere dietro immagini patinate da photoshop, ma mostrare nella loro verità.

L’opera della maturità artistica di Maria Attanasio, nella quale sono confluiti molti testi degli anni precedenti, è indubbiamente Blu della cancellazione, pubblicato nel 2016 da La Vita Felice, con prefazione di Antonella Anedda e vincitore del Premio Brancati-Zafferana e del Premio internazionale Gradiva di New YorK.

É una poesia quanto mai attuale e incisiva, che “mette in campo il problema del male”, ma non in quanto “poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo” (Milo De Angelis).

Il titolo, suggestivo e carico di una certa inquietudine, richiama il blu del mare profondo, che custodisce tesori, ospita la vita e la bellezza in forme varie e misteriose, ma è diventato spesso, nel corso della storia e drammaticamente in questi nostri tempi, sudario per troppe morti. Il motivo dell’acqua, delle sue infinite sfumature, dei suoi inquieti movimenti, del suo apparire, levigare, colpire, fluire, inghiottire, percorre tutte le parti della raccolta e quasi ci trascina nel gorgo misterioso di un declino personale e collettivo, quello, sempre più evidente, di un “occidente spaesato”.

 

Da Blu della cancellazione proponiamo alcune poesie.

Dell’acqua caìna

Piovve quel giorno, a diluvio a tempesta,

fu un fuggi fuggi per la sopravvivenza,

io, nel mio guscio di orfanità,

già pensavo a decostruirti, farti testo.

Non smise però, e ancora adesso piove:

un’acqua caìna che ha divelto radici,

sciolto inchiostri tracce: inutilmente

mi misi in ascolto tra i dettagli nel folto

-la serranda abbassata, la tivù spenta

In cucina-rilucendo adesso,

imprevisto, l’oscurato alfabeto.

Ma più ti assomiglio, più m’incazzo,

ritrovandola chiara-la password-

tra detriti e pretrisco

nelle crepe della muta domanda allo specchio

 

Frammenti dell’acqua mutante

…non incrocio di linee

ma angoli ciechi parallele

tra suppellettili e battito di ciglia

immagini difformi frammenti di figure

nel reset conclusivo

forzando tempi migrando

verso sterili costellazioni d’altri…

…oscilla s’increspa

al vento della forma-segno

che l’indomito cerca l’intero

l’intatta armonia-un brusio

dilaga dal fondo: frusciare

d’acqua alta crepitare di fiamma…

 

Sono il bambino della grotta

Sono il bambino della grotta

-il poliglotta, il diverso, a forza

chiuso nel recinto del nome-

adesso clandestino

-luce migrante, fiato di candela

tra le catene dell’oscuro-

sono occhi e lingua straniera:

l’isola all’orizzonte

lo stelo d’oro splende oltre il confine

 

Rosso

Rosso
che adesso è lama e cesoia
muro scrostato ombra
che s’allunga e ballarìa
– la zattera dei nomi alla deriva –
occidente spaesato
nel blu della cancellazione,
maria del declinare,
addio.