PAUL ÉLUARD: UN POETA SURREALISTA

di Francesco Cocorullo

Eugène Émile Paul Grindel nacque il 14 dicembre 1895 a Saint-Denis; sceglierà lo pseudonimo di Paul Éluard nel 1916, prendendo il cognome della nonna materna. È uno dei principali poeti surrealisti francesi: studiò dapprima a Saint-Denis e poi a Parigi dove la famiglia si trasferì nel 1908; in seguito ad un attacco violento di emottisi, fu ricoverato in un sanatorio in Svizzera dove rimase per circa un anno e mezzo. Proprio in quel sanatorio iniziò giovanissimo a scrivere poesie. 

Un ritratto di Paul Eluard e Nitsch

Ispirato da Whitman e Verlaine, pubblicò su varie riviste poetiche i primi versi; nel 1914 allo scoppio della guerra è destinato ai servizi ausiliari. Diventato fante di prima linea su sua esclusiva richiesta, nel 1917 si sentì nuovamente male e fu quindi definitivamente assegnato ai servizi ausiliari: nel frattempo, sposò una ragazza russa conosciuta in sanatorio, Gala, e nel 1918 divenne padre di Cécile. Sempre nel 1918 diede alle stampe la raccolta poetica Le Devoir et l’Inquiétude e i Poèmes pour la paix. Strinse amicizia con i rappresentanti del movimento dadaista e della contestazione artistica francese, che lo influenzarono profondamente. Nel 1923, colto da una crisi interiore, sparì senza lasciare tracce per otto lunghi mesi. Tutti a Parigi lo credevano morto ma Paul in realtà aveva intrapreso un lungo viaggio fino in Oceania per scappare dalle contraddizioni che lo affliggevano; dopo essere rientrato nella capitale francese nel 1924 si gettò a capofitto nella scrittura, aderendo al movimento surrealista.

 E nel 1926 pubblicò la celebre opera Capitale de la douleur. Tale opera fu tra le prime ad essere pubblicate dalla casa editrice transalpina più importante, Gallimard. Il poeta, fedele al surrealismo di Breton, se ne distanziò però nel 1938 quando dichiarò la sua fedeltà all’Unione Sovietica, mentre Breton aderì alla variante trotzkista, avendo conosciuto Trotzkij in persona.

Allo scoppio della guerra nel 1939 fu arruolato come tenente; nel 1946 pubblicò la sua opera principale, Poesie ininterrompue (Poesia ininterrotta). Eluard continuò a viaggiare fino al termine della sua vita, diffondendo sempre le proprie idee socialiste e surrealiste in ogni città che visitava. Morì a Parigi, a causa di un attacco di angina pectoris, il 18 novembre 1952 ed è sepolto nel celebre cimitero Père Lachaise. 

 

Paul Eluard e Gala

La poesia di Éluard è allo stesso tempo impegnata e commovente, raccontò l’amore, la libertà, il suo disprezzo per la guerra, egli infatti ebbe una vita sentimentale molto tormentata. La prima moglie, la russa Elena Ivanovna Diakonova, detta Gala, lo tradì svariate volte (rimanendo addirittura incinta di un altro uomo), fino alla definitiva rottura a causa di Salvador Dalì (del quale poi divenne consorte) che fece sprofondare Éluard in una grave depressione.

 

Poi sposò una delle muse di Picasso, che lui chiamava Nutsch, nel 1934, che poi morì nel 1951; infine, l’ultima moglie è stata Dominique, con la quale visse l’ultimo anno prima di spirare. 

 

Qualche poesia di Paul Éluard nella mia traduzione: 

 

La curva dei tuoi occhi 

La curva dei tuoi occhi gira intorno al mio cuore,

un cerchio di danza e di dolcezza,

aureola del tempo, culla notturna e sicura, 

e non so più tutto quello che ho vissuto

i tuoi occhi non mi hanno sempre veduto. 

Foglie del giorno e spuma di rugiada,

Fuscelli del vento, risa profumate, 

Ali che coprono il mondo di luce, 

Battelli caricati di cielo e mare, 

Cacciatori di rumori e sorgenti di colori,

Profumi schiusi da una covata d’aurore

Che giace sempre sulla paglia degli astri, 

come il giorno dipende dall’innocenza

il mondo intero dai tuoi occhi puri

e tutto il mio sangue scorre nei loro sguardi. 

***

 

La morte nella conversazione 

Chi ha il vostro viso?

La buona e la cattiva

La bella immaginabile 

Ginnastica all’infinito

Che sorpassa nei movimenti

I colori e i baci

I grandi gesti di notte 

***

La tua fede

Sono io qualcos’altro che la tua forza?

La tua forza nelle tue braccia,

La tua testa nelle tue braccia,

La tua forza nel decomposto cielo,

La tua triste testa, 

la tua testa che io porto.

Più con me non giocherai,

Perduta eroina, 

la mia forza si muove tra le braccia tue. 

*** 

La vita 

Sorriso ai visitatori

Che escono dal loro nascondiglio

Quando lei esce dorme

Ogni giorno più mattiniera

Ogni stagione più nuda

Più fresca

Per seguire i suoi sguardi

Si dondola

*** 

L’innamorata 

Lei è in piedi sulle mie palpebre

I suoi capelli sono nei miei, 

Lei ha la forma delle mie mani,

Lei ha il colore dei miei occhi,

Lei sprofonda nella mia ombra

Come una pietra sopra il cielo. 

Lei ha sempre gli occhi aperti

E non mi lascia dormire. 

I suoi sogni in piena luce

Fanno evaporare i soli,

mi fanno ridere, piangere e ridere

e parlare senza aver nulla da dire. 

*** 

 

YULIA DRUNINA: UNA POETESSA COMBATTENTE

Un ritratto della poetessa combattente Yulia Drunina

di Francesco Cocorullo

La poetessa russa Yulia Vladimìrovna Drùnina (Юлия Друнина) è stata un fulgido esempio di poetessa combattente. Nata a Mosca il 10 maggio 1924 dal professore di storia Vladimir Pàvlovich Drunin e dalla libraia e insegnante di musica Mathilde Borìsovna Drunina, iniziò a scrivere versi intorno alle 11 primavere e sul finire degli anni Trenta riuscì a vincere un concorso letterario ottenendo la prima pubblicazione di un suo componimento su una rivista specializzata.

Quando nel 1941 l’URSS fu attaccata dalla Germania, la diciassettenne Yulia si diplomò al corso per infermiera impiegandosi come volontaria, per poi partire per il fronte dove riuscì a ottenere il grado di soccorritore militare, specializzata in trattamenti di emergenza per aiutare i feriti; dopo la morte del padre nel 1942, Yulia Drunina andò a Khabarovsk, nell’estremo oriente russo, dove si iscrisse alla scuola per diventare aviatrice, ma siccome desiderava combattere al fronte, non volle aspettare la conclusione del corso e preferì tornare al ruolo di soccorritore militare: venne dunque inviata al fronte bielorusso.

Durante quell’esperienza conobbe Zinaida Samsonova, un’altra soccorritrice che morì in combattimento nel 1944 e ricevette l’onorificenza postuma di Eroe dell’Unione Sovietica: a lei, Yulia dedicò la poesia “Zinka”, uno dei suoi lavori più sentiti. Nel 1943 rimase gravemente ferita quando una scheggia le trapassò il collo finendo a pochi millimetri dalla carotide: ricoverata a lungo in ospedale, iniziò a scrivere numerosi componimenti incentrati sulla guerra.

Sul fronte sentimentale, sposò nel 1944 il compagno di classe Nikolaj Starshinov e da lui ebbe due anni dopo la sua unica figlia, Elena. La famiglia visse in condizioni di estrema povertà nella periferia di Mosca: Drunina provò senza successo ad essere ammessa all’istituto letterario Gor’kij ma la sua poesia non fu ritenuta abbastanza matura. Dunque, tornò al fronte a combattere, stavolta nell’area baltica: solo al rientro, alla fine del 1944, ottenne l’ammissione all’Istituto come veterano di guerra. Pubblicò nel 1948 un libro di poesie e nel 1960 divorziò da Starshinov e sposò lo scrittore Alexej Kapler, che teneramente amò sino alla morte di lui nel 1979. A Kapler dedicò numerose poesie. Durante l’era della perestrojka fu una delle intellettuali elette al Consiglio supremo dell’URSS.

Ma nel 1991 cadde in una terribile depressione a causa della dissoluzione dello stato sovietico che la portò al desiderio di morire, non riconoscendo più nel nuovo stato gli ideali per i quali aveva lottato tutta la vita. Così il 24 novembre 1991 decise di suicidarsi soffocandosi con i gas di scarico della sua auto nel garage di casa. Fu sepolta accanto al secondo marito Alexej Kapler.

Qualche poesia di Yulia Drunina nella mia traduzione:

L’amore passa.

Il dolore passa.

I grappoli d’odio appassiscono.

Solo l’indifferenza –

Ed ecco il guaio –

si congela, come fosse un blocco di ghiaccio.

 

***

 

Ti stavo aspettando. E credevo. E sapevo:

Ho bisogno di credere per sopravvivere

Alle battaglie, ai cambiamenti, all’eterna stanchezza,

alle terribili tombe-rifugi.

Sono sopravvissuta. E l’incontro vicino Poltava.

Un maggio in trincea.

Non è comodo per i soldati.

Nei codici il diritto non scritto

Di un bacio, per cinque dei miei minuti.

Dividiamo in due parti un minuto di felicità,

Che ci sia un attacco di artiglieria,

che la morte da noi scivoli nei capelli.

Un’esplosione! Ed accanto c’è la tenerezza dei tuoi occhi

E l’affettuosa voce rotta.

Dividiamo in due parti un minuto di felicità

 

***

C’è un tempo per amare,

c’è per scrivere d’amore.

Perché chiedere:

“le mie lettere strappi”?

Per me è una gioia

che un uomo sia vivo sulla terra

il quale non vede

che è giunta l’ora della neve.

Da molto tempo ho portato

nella testa quella ragazza

Che ha bevuto abbastanza

Lacrime e gioia.

Non si deve chiedere:
“le mie lettere strappi!”

C’è un tempo per amare

E ce n’è uno per leggere d’amore.

 

***

Non mi importa

Non sono felice,

può darsi che domani

mi impiccherò.

Non ho mai posto un veto

Alla felicità,

alla disperazione,

alla tristezza.

 

A nessuna cosa

Ho posto un veto,

dal dolore io mai griderò.

Mentre vivo – combatto.

Non sono felice,

Ma non potranno spegnermi

Soffiando, come una candela.

 

***

Questa fu l’ultima poesia che ella scrisse, poco prima di porre fine alla sua vita:

 

Il cuore si copre di brina,

fa molto freddo nell’ora del giudizio…

Voi avete gli occhi come quelli di un frate,

Non ho mai incontrato occhi come questi.

 

Vado via, più non ho forze.

Solo da lontano

(sono ancora battezzata!)

Pregherò

Per quelli come Voi

Per gli eletti

Tenere la Rus’ oltre il burrone!

Non temo che voi di forze siate privi,

perciò scelgo la morte.

Come la Russia vola in discesa,

non posso e non voglio guardare!

 

 

Traduttrice a sedici anni: Aurora D’Archi e i racconti di Ellen Glasgow (Divergenze, 2023)

di Nina Nocera

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D'Archi (Divergenze, 2023)

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D’Archi (Divergenze, 2023)

Aurora D’Archi ha sedici anni, è una  studentessa del liceo classico – linguistico “Scipione Maffei” di Verona. É stata protagonista di una vicenda straordinaria ma al contempo “normale, perché quando esiste il talento e qualcuno, in questo caso la professoressa Luisa Campedelli, che  ha il coraggio e la volontà di valorizzarlo, tutto è  naturale.  Grazie al progetto di lettura e traduzione promosso dalla casa editrice Divergenze e alla “visione” dell’editore Fabio Ivan Pigola, Aurora  ha avuto la possibilità di essere scelta per la traduzione di due racconti della scrittrice statunitense Ellen Glasgow: “The past” e “The difference”.  Il risultato è  la pubblicazione  del libro “Di infedeltà e altri fantasmi“(Divergenze, 2023).  Di questo e tanto altro, abbiamo parlato nell’intervista che ha rilasciato.

Aurora D'archi

  • D:  COME HAI VISSUTO L’ESPERIENZA DI TRADUZIONE PER LA QUALE HAI OTTENUTO UN IMPORTANTE RICONOSCIMENTO? RACCONTACI COME E’ NATA E COME SI  SVILUPPATA.

R: Tutto iniziò un freddo giorno di gennaio, quando la professoressa Campedelli mi propose di tradurre un paio di racconti con la scusa che, facendo l’anno all’estero, l’anno successivo non avrei potuto prendere parte al progetto che aveva in mente. Ecco che, senza sapere assolutamente nulla né di come si traducesse concretamente un testo letterario, né di quale fosse l’effettiva entità di ciò che stessi facendo, iniziai a tradurre un primo racconto; poi arrivarono The past e The difference. Esponenzialmente ho avuto sempre meno tempo a disposizione per tradurre, arrivando ad ultimare The difference in un paio di settimane (per mia personale imposizione eh, sia chiaro, nessuno mi ha costretto). Da lì, svelando a poco a poco il mistero, si è giunti alla pubblicazione e alla presentazione a scuola il 2 giugno. Ancora adesso, riguardandomi indietro, non so bene nemmeno io che cosa abbia fatto esattamente, ma in ogni caso sono fiera del risultato.

 

  • D: RACCONTA UN PO’ DI TE: QUAL  È LA TUA GIORNATA TIPO, IL TUO HOBBY, LE TUE LETTURE, IL GUSTO DEL GELATO PREFERITO.

R: Non c’è nulla di troppo entusiasmante nella mia “giornata tipo” in realtà. Mi alzo, vado a scuola, torno a casa e studio fino a sera. Da brivido eh? Fortunatamente tra gli allenamenti di pallavolo, le sessioni di D&D o simili, e il corso di doppiaggio riesco a non uscirne pazza. La lettura è un po’ un tasto dolente ultimamente, ma perlomeno quando tutto ti annoia, quei pochi libri che non lo fanno colpiscono nel profondo. Per il gelato… non ho mai amato questa ansia del dover classificare colori, gusti, amici, genitori… quindi potrei iniziare un elenco infinito o semplicemente ammettere che non ne ho idea, è una domanda troppo difficile. Perlomeno adesso che è estate posso dedicarmi allo studio del giapponese, chimera che rincorro da anni e spero di poter acciuffare in questi mesi.

 

  • D: SI DICE CHE TRADURRE SIA ANCHE TRADIRE. COSA NE PENSI? QUAL È STATO IL TUO APPROCCIO AL TESTO?

RCome ho provato ad accennare nel commento, tradurre non è propriamente tradire, ma la perpetua ricerca del modo migliore per non farlo, che è ciò che gli dona valore. Quello che perdi da una parte devi essere capace di restituirlo da un’altra… diciamo che, se la traduzione è la strada tra due scarpate, l’inglese e l’italiano, tradurre è cercare di camminare né troppo vicini né troppo lontani dal dirupo originale, è una questione di equilibrio ecco. Certo, poi quando ci si trova il testo davanti e di fianco un foglio bianco da riempire, nemmeno la metafora migliore del mondo ti può salvare. Il mio approccio comunque è stato quello di una totale incompetente: mi sono gettata nella mischia di parole con la spada smussata di una scrittrice dilettante e un inglese più o meno solido come scudo. Che poi ne sia uscita vincitrice, saranno i lettori a dirlo.

 

  • D: HAI INCONTRATO DELLE DIFFICOLTA’. SE SÌ, QUALI?

R:  Considerando le premesse sarebbe stato più strano se non ne avessi incontrate: tra righe allagate di pronomi personali e varie incomprensioni nella formalità o meno di certi personaggi, c’era e c’è – perché se potessi tornare indietro riscriverei quasi tutto da capo – un amplissimo margine di miglioramento. Sulla mia copia – e non dirlo all’editore perché non so come la prenderebbe – ho apposto a matita una gran bella quantità di correzioni. Quindi sì, la traduzione è un coacervo di problemi da risolvere, tanti rompicapi apparentemente senza via d’uscita, ma quando poi trovi il modo di sbloccarli e metterli in ordine, la soddisfazione è immensa. La “tecnica” che l’editore e la curatrice mi hanno invitato ad adoperare per superare queste difficoltà è stata quella di scrivere di pancia, senza scervellarmi troppo, ma sciogliendo i nodi narrativi come per doverli spiegare ad un amico. In fondo questo è un progetto scolastico, volto più a mostrare e dimostrare che i ragazzi giovani hanno un potenziale spesso ignorato, e non a produrre una traduzione impeccabile e magistrale dei racconti.

 

  • D: CAMBIAMO PROSPETTIVA: SE FOSSI INSEGNANTE, CHE CAMBIAMENTI PROPORRESTI PER LA SCUOLA?

R:  Così, su due piedi, proporrei un riscaldamento che funziona, perché senza di quello potremmo anche studiare nel regno delle fate, ma comunque col cervello ghiacciato si fa poco. A parte gli scherzi, credo che la sopravvivenza della scuola dipenderà molto da quanto i professori riusciranno a scendere dal piedistallo e mettersi al fianco dei ragazzi, piuttosto che davanti a loro. Se io fossi un’insegnante tenterei di abbattere il più possibile questa barriera di rispetto forzato, e ne costruirei uno nuovo, basato sull’ammirazione e non sul terrore. Perché, personalmente, la consapevolezza di essere ricordata dai miei alunni solo per quanto mi hanno odiato, toglierebbe ogni senso alla professione stessa di insegnante. Poi di innovazioni se ne possono trovare a bizzeffe, si potrebbe anche cambiare tutto per quanto mi riguarda, dal rapporto studente-professore, alle modalità di insegnamento. Ad esempio – e non dico troppo perché ho ancora altri due anni di liceo da portare a casa – credo che come insegnante non esista realizzazione più grande del vedere che questi ragazzini mezzi sconosciuti con cui sei forzato a convivere per ore tutti i giorni, ti guardino con la passione per la tua materia negli occhi, e pendano dalle tue labbra.

 

  • D: COSA È PER TE LA CREATIVITA’? CREDI CHE A SCUOLA VENGA ADEGUATAMENTE INCENTIVATA E VALORIZZATA?

R:  Beh dipende, in quanto a modi per copiare, credo che il liceo sia un pozzo inesauribile di creatività. In quanto a valorizzazione dell’estro artistico, della fantasia, del talento individuale, è un’altra storia. Ora, per quanto possa non essere trasparso dalle mie precedenti parole, in realtà la mia scuola è abbastanza avanti in questo campo; perciò tenterò di dare una testimonianza abbastanza neutrale. Ad ogni modo, con creatività l’enciclopedia Treccani si riferisce ad una «virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia.» Quindi un concetto davvero ampio e variegato. Per me la creatività è legata all’idea di “creare”, cioè di produrre con mano qualcosa. E forse sì, la scuola pecca in questo, perché molto spesso sei più vittima della conoscenza che fautore di essa. La assorbi passivamente come una spugna, che inevitabilmente ad un certo punto è zuppa e non trattiene più niente; invece di formarla tu stesso attraverso il ragionamento, le idee o l’esperienza concreta. Non la maneggi, né la manipoli, ma la guardi scorrere via, e quella sosta giusto il tempo per passare una verifica, poi scompare.

 

  • D:  IL TESTO CHE HAI TRADOTTO È DI UN’AUTRICE. QUALI ASPETTI TI HANNO COLPITO IN PARTICOLARE?  PERCHE’ PROPRIO LEI? 

R: La scelta non è stata mia, bensì di Divergenze, eppure non credo ci fosse scelta più appropriata. Ho sentito molti parlare di un’atmosfera alla Poe per The past, e d’una sfumatura gotica e introspettiva in The difference. Personalmente di Ellen Glasgow, per ora, non ho letto molto, ma è bastato per capire che la sua è una scrittura poetica – perché è ritmata come una poesia –, leggiadra, ricca di immagini, chiara mi verrebbe da definirla; ma che allo stesso tempo è velata di malinconia, come un sospiro arrancante, un urlo soffocato di personaggi posati e imperturbabili all’esterno, ma che dentro di sé celano una profonda oscurità. The difference in particolare lascia addosso un’angoscia che è propria solo di un certo modo di costruire la narrazione: creando esponenzialmente l’aspettativa di un climax che poi viene negato, e poi tagliando brutalmente la storia per lasciarti con un retrogusto di confusione e amarezza. Ecco, questo è il genere di scrittura che mi piace; dove fino alla fine non sei conscio di ciò che ti aspetta e quando finalmente lo realizzi, è troppo tardi, e la penna ti è già arrivata al cuore.

 

  • D: CHE NE PENSI DEL FATTO CHE MOLTE VALIDE AUTRICI NON COMPAIONO NELLE ANTOLOGIE LETTERARIE E NEI MANUALI SCOLASTICI? 

R: L’arte è l’arte: se si escludono degli autori dalle antologie, indipendentemente dal loro sesso, che sia per qualche bigottismo o per semplice noncuranza, allora è chiaro che cercare di recuperare i loro testi sia la cosa migliore. La letteratura è un organo vario e meraviglioso, e rinchiuderla entro i canoni dei classici e delle classificazioni vecchie di secoli non le garantirà longevità, di questo sono convinta. Se vogliamo salvare la letteratura, consegnandola nelle mani dei più giovani, è necessario modernizzarla: nel metodo, come nelle proposte di letture. E una via per perseguire questo scopo, può sicuramente essere quella di ripristinare la sfaccettata varietà di autori del nostro territorio e non. Perché, per quanto nessuno potrà mai negare il fascino di Dante, Pascoli, Pirandello, è il momento di distaccarci dalle catalogazioni dell’arte operate da uomini che non hanno più nulla a che fare con noi, se non che apprezziamo le stesse opere; e anche lì, se non siamo disposti ad estendere il concetto di arte pure a ciò che non ci sembra evidente, ciò che non è facile e noto, non possiamo aspettarci che tutti gli studenti liceali ne colgano fino in fondo la meraviglia.

 

  • COME TI VEDI TRA QUINDICI ANNI?

R: Vecchia. Già mi fa impressione il fatto che tra poco compirò diciassette anni, figurati quando ne avrò 32. Spero anche felice come lo sono adesso, ma quello mette già meno angoscia. Spero che sarò riuscita a realizzare un po’ delle cose che ho in ballo, tra traduzione, doppiaggio, cinema, teatro, audiolibri, adattamento… C’è un sacco da fare! A trentadue anni immagino che avere un lavoro sia già un gran risultato, e chissà, forse vivrò a Roma, o forse a Milano, per la necessità di stare dove si fa doppiaggio. Spero per allora di aver già appreso almeno un altro paio di lingue: dopo il giapponese mi interessano cinese, francese e spagnolo, ma non si può mai sapere che cosa mi passerà per la testa quando avrò il doppio dei miei anni. Quasi non me lo immagino, è come vivere un’altra vita.

 

  • PENSI CHE QUESTA ESPERIENZA POSSA DIVENTARE L’OCCASIONE PER INTRAPRENDERE UNA PROFESSIONE FUTURA?

R: Il piano, appunto, sarebbe più o meno quello. Il mondo della traduzione mi affascinava già da prima che la professoressa Campedelli mi proponesse il progetto, ed ero intenzionata di avventurarmici prima o poi. Vorrei che questa fosse l’occasione per aprirmi una strada in un mondo affascinante che ho appena lambito, ma che ha tantissimo da offrire.

 

  • LASCIAMOCI CON  UN MOTTO E UNA FRASE DEL LIBRO DA TE TRADOTTO 

R: Se devi colpirlo, fallo finché non si rompe! Citazioni permettendo, c’è un fondo di vero, sono il genere di persona che porta a compimento tutto quello che fa, e se bisogna fare qualcosa, è bene che ci si metta tutto l’impegno possibile, altrimenti è privo di senso.

«Affrontare la vita spogliati di ogni salvaguardia, di ogni restrittiva tradizione, con solo il coraggio dell’ignoranza, dell’inesperienza sprezzante, per proteggere qualcuno. Quella ragazza non era crudele per sua volontà. Era semplicemente avida di sentimento: restava senza fiato di fronte alla messa in scena della felicità come tutto il resto della sua generazione ribelle.» Da La differenza. Per qualche motivo che non so bene definire mi sento particolarmente vicina a questo pensiero.

Ondine Valmore

 

di  Francesco Cocorullo

Marceline Junie Hyacinthe Valmore, detta Ondine, nacque a Lione il 2 novembre 1821 dalla poetessa Marceline Desbordes-Valmore e da François Lanchatin, detto Valmore, nonostante anche il letterato Henry Hyacinthe de Latouche pensasse di esserne il padre. Difficile la sua infanzia, affetta da problemi respiratori
e polmonari fin dall’età di dodici anni, verso i venti i suoi problemi si aggravarono, tanto da costringere la mamma ad inviarla a Londra da un medico che aveva un’ottima reputazione, il dottor Curie.Purtroppo, questi si rivelò un ciarlatano e la povera Ondine peggiorò rapidamente; ammalata di tubercolosi, trascorse il resto dei suoi anni tra un ricovero e l’altro in ospedali e sanatori, fino alla morte a soli 31 anni, il 12 febbraio 1853 tra le braccia della madre a Passy.

Ragazza dotata di grande talento letterario, imparò presto il latino e l’inglese, traducendo molte opere, tra cui quelle di Shakespeare; pressata dalla madre affinché si sposasse, accettò la proposta dell’avvocato Jacques Langlais. Dalle nozze nacque un figlio, che ben presto rimase orfano a causa della prematura morte di Ondine. La giovane donna ha pubblicato alcune raccolte poetiche, vivendo con una spada di Damocle sulla testa a causa della precaria salute, nei suoi versi sono molto presenti i temi dell’inverno, dell’autunno, del ciclo della vita. Ecco alcune poesie nella mia traduzione:

Addio all’infanzia

Addio miei giorni infantili, effimero paradiso!
Fiore che brucia già lo sguardo del sole,
Fonte dormiente dove ride una dolce chimera,
Addio! Fugge l’alba. Giunge il momento del risveglio!
Ho invano cercato di trattenere le tue ali
Sul mio cuore che batteva, dicendo: “Ecco il giorno!”
Ho invano cercato tra i miei giochi fedeli
Di prolungare il mio destino nel tuo calmo soggiorno;
Giunta è l’ora, addio mia primavera, selvaggio fiore;
Domani questa allegria un ricordo sarà.
Addio! Ecco l’estate; temo il temporale;
Mezzogiorno porta il fulmine, e mezzogiorno arriverà.
Autunno
Vedi questo frutto, ogni giorno più tiepido e vermiglio,
Dolcemente gonfiarsi sotto i raggi del sole!
La sua linfa ad ogni istante più ricca e feconda,
Lo riempie, diremmo, di voluttà profonda.
Sotto i fuochi d’un sole invisibile e potente,
Il nostro cuore assomiglia a questo frutto che matura,
Di succhi più abbondanti ogni giorno inebriato,
Felice di vivere, or maturato.
L’autunno giunge: il frutto si svuota e cadrà
Ma la sua buccia è viva e di germogliare chiederà.
L’età arriva, il cuore si ferma in silenzio,
Ma, per l’estate promessa, il suo seme conserverà.

La Voce

La neve da lontano copre la nuda terra;
I deserti boschi si estendono verso le nubi
I loro grandi rami che, neri e separati,
d’alcuna foglia ancora non sono adornati;
Dorme la linfa e la gemma senza forza
È per molto tempo sotto la corteccia intorpidita;
L’uragano soffia annunciando l’inverno
Che gela l’orizzonte scoperto.
Ma io sotto invisibili fiamme ho rabbrividito
Voce di primavera che muove le anime,
Quando tutto è freddo e morto intorno a noi,
Voce di primavera, o voce, da dove vieni?….
Quando in primavera
Quando in primavera la verde foglia
Prova a adornare i rami,
Quando dal seno della terra aperta
Si innalzano alberi nuovi,
Quando tutto sorride, quando tutto si rischiara,
Quando la stella tiepida e trionfante
Pare misurare la sua luce
Con la forza dell’occhio d’un infante:
Amo vedere la bambina,
fresco fiore, correre per i prati.
Amo vedere la sua corona dove brilla (sic)
I primi bottoni colorati.
Ammirare il bimbo che si è lanciato
Sotto il cielo privo di vento
Amo il Dio che ha l’infanzia ha creato
E che gli dona la primavera.