PARLIAMONE CON MARIA SILVIA BAZZOLI, AUTRICE DEL ROMANZO LA VOCE DI AJLA

di Emilia Pietropaolo

 

Maria Silvia Bazzoli, laureata al DAMS, giornalista free-lance, curatrice di rassegne e festival di cinematografici, autrice di saggi, pubblica con la casa editrice “Forum Editrice” il suo primo romanzo La voce di Ajla, un romanzo crudo e intenso. Un romanzo capace di attirare il lettore, tanto da trasportarlo attraverso la Voce di Ajla, tra madre e figlia (Alina) nel passato, nella guerra dei Balcani negli anni Novanta. Un romanzo che tratta tematiche attuali: le guerre che si sentono ancora, e che, coinvolgono specialmente le Donne. 

Quando si addormenta stremata gli incubi la risvegliano. Per questo non vuole dormire. Perché non c’è niente di più atroce che svegliarsi e scoprire che l’incubo non è un sogno. Finché cammina è obbligata a concentrarsi, a stare all’erta, a fare attenzione a ogni minimo indizio che percepisce, vede, sente, annusa. Questo le permette di non pensare, di scacciare l’orrore e il dolore, di non farsi sopraffare dalla disperazione. Ma appena si addormenta tutto ritorna talmente vivido da farle sentire ancora il puzzo del loro alito imbevuto d’alcool, le risate sguaiate, i loro gemiti osceni mentre la umiliano gettandosi su di lei come bestie in calore possedendola fino a lacerarla. (p. 93)

Dato che lei ha trattato la violenza sessuale durante la guerra in Jugoslavia, negli anni Novanta, volevo sapere se c’è qualche legame con altri romanzi, in particolare “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini e “Come se io non ci fossi”, romanzo della scrittrice croata Slavenka Drakulić, poiché questi parlano della violenza sessuale proprio in quel periodo.

  • No, non c’è nessun legame perché io non ho letto questi due romanzi, poi magari i legami ci sono, ma non intenzionali, potrebbero esserci dei temi ricorrenti, come appunto atmosfere e problematiche comuni.

 

Per quanto riguarda il mutismo della madre di Alina, il fatto che lei non parli più dopo la guerra può essere considerato come una protesta?

 

  • No, non è una protesta. Quando si subisce un trauma come lo stupro la maggior parte delle donne reagisce con il silenzio, il silenzio perché da un lato le donne che sono stuprate non sono in guerra, questo generalmente ma soprattutto in guerra sono stigmatizzate dalla società e quindi non troverebbero il giusto supporto, e dall’altra parte è la stessa società che preferisce il silenzio, perché comunque lo stupro, anche a livello istituzionale, per la società è un’onta, rimanda comunque a scenari arcaici, di violenza e bestialità, quindi la stessa società che l’ha subita preferisce negarla; inoltre le donne che hanno subito stupri durante la guerra sono allo stesso tempo anche testimoni molto scomode, perché sono le uniche che testimoniano l’orrore, scavalcando ogni gerarchia e classificazione etnica o confessionale. E poi c’è anche un altro motivo, tra un trauma così profondo com’è lo stupro e l’outing, la parola, c’è un gap, un gap che va colmato, e di solito non si riesce a colmarlo da solo: molte donne che hanno subito stupri nell’ex Jugoslavia si sono suicidate e quindi hanno scelto il silenzio per sempre, e le altre hanno trovato la parola attraverso il supporto di altre donne, di contesti come ad esempio le donne in nero, che hanno lavorato moltissimo in quegli anni e subito dopo per creare contesti in cui la donna violentata si senta accolta e riesca a ritrovare una parola, cioè tra il silenzio e il desiderio di dimenticare della stessa donna e la voglia di raccontare c’è veramente un gap profondissimo, e quindi io ho scelto proprio madre e figlia perché l’una ha bisogno dell’altra, la figlia Alina ha bisogno del silenzio della madre per arrivare a capire che deve farsi delle domande sull’identità della madre e sulla sua stessa identità, e Ayla, la mamma, ha bisogno della voce della figlia per ritrovare la propria.

 

Infatti, anche il rapporto madre-figlia mi è piaciuto tantissimo, la loro simbiosi risulta molto interessante, perché comunque alla fine la figlia riesce a capire il dolore della madre, essa stessa dice che lei è figlia di una guerra.

  • Sì, chiaramente essendo figlia di una donna che ha subito una guerra, anche lei è figlia di una guerra, però ecco il romanzo rimane molto vago, aperto, e l’ho voluto tenere aperto volontariamente, proprio perché la stessa Alina decide che non è importante chi sia il suo effettivo vero padre biologico, e quindi traccia un nuovo modello di appartenenza che non è più quello della famiglia patriarcale ma è quello della scelta di una famiglia allargata, che supera i legami di sangue e tracciando il perimetro di Parigi, nella quale è vissuta, e rivedendo le persone con le quali ha condiviso la propria infanzia decide lei di tracciare questo perimetro all’interno del quale scegliere chi fare entrare e chi non fare entrare, e quindi questo è, almeno per me, il messaggio più innovativo e anche sovversivo, radicale, di Alina, cioè “la mia identità me la costruisco io indipendentemente da chi sia mio padre”, cosa che rimane vaga, perché comunque il libro non lo svela.

 

Sono d’accordo con lei.

 

Come mai ha scelto proprio questo contesto storico, della guerra nei Balcani, per parlare di questa storia?

 

  • Avrei potuto veramente collocarla nell’attualità, poteva essere siriana, afghana, sudanese, di qualsiasi altra nazionalità, palestinese adesso, libica, in realtà perché noi adesso ragioniamo solo in termini di attualità, di emergenza, e così facendo non avanziamo mai, invece c’è questa guerra, che è stata la prima guerra, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Europa, che è una guerra che è stata dimenticata, rimossa dalla memoria collettiva, tant’è che allo scoppio della guerra in Ucraina più di una persona, compreso il nostro ex Ministro degli Esteri Di Maio, hanno sostenuto che la guerra in Ucraina fosse la prima guerra dopo la seconda guerra mondiale, e io mi chiedo, le persone che hanno vissuto la guerra nei balcani si stanno rivoltando nella tomba a sentire parole simili, perchè mi chiedo allora quella cos’era? Ed è una guerra che si è voluto per mille ragioni dimenticare ma che invece è molto importante, perché è stata una disfatta totale dell’Europa e io credo che gli scheletri nell’armadio non facciano bene a nessuno, perché anche se sono nascosti comunque vanno ad incidere sulla nostra convinzione, sul nostro pensiero, tant’è che appunto, il fatto di averla rimossa fa sì che oggi ci siano persone che dicano che la guerra in Ucraina sia la prima guerra in Europa.

 

Anche del genocidio degli armeni non si parla.

 

  • Sì, ma io sto parlando proprio di guerre avvenute in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e questa è stata proprio la prima guerra che è stata una sconfitta, la sconfitta dell’Europa che si è dimostrata incapace di gestirla, incapace di affrontarla, si è divisa, non ha trovato una politica comune e ha permesso che questo avvenisse in nome del Nazionalismo. Tra l’altro appunto non è una guerra etnica come ci è stata raccontata perché quello lo possono credere solamente i “fessi”, è stata una guerra studiata in laboratorio, e appunto va ricordata e non va dimenticata.

 

Sono d’accordo però fortunatamente ci sono scrittrici come *nome* che parlano proprio di questa guerra nei Balcani, si prova comunque a non dimenticarla.

 

  • La conosco molto bene, ho letto molti suoi libri, non quello che ha citato ma molti altri ed è una scrittrice che apprezzo moltissimo.

 

Come mai non ha terminato il romanzo con l’incontro padre-figlia fisicamente, ma solo virtualmente? Il finale mi ha lasciato un po’ interdetta perché io speravo che tutti e tre si ricongiungessero.

 

  • Perché volevo appunto lasciarlo aperto, perché non è importante il rincontro, questo dà inizio ad una nuova storia perché non si sa chi è, non si sa che vita ha fatto, cosa ha costruito alle sue spalle, né tantomeno si sa se è effettivamente il padre: si sa che è una figura importante per Ayla, ma per Alina, nessuno sa se è il vero padre di Alina, se lei è nata dal suo seme o da quello degli stupratori. Quindi, non volevo un finale chiuso, era secondario, mi interessava sollevare appunto il discorso dell’identità e di come ci si possa ricostruire un’identità dopo una tale violenza, dopo la guerra e dopo un esilio interiore, cioè Ayla è muta perché è alienata da se stessa, perché vive perennemente in un passato che le mangia il presente e quindi anche lei deve ritrovare la propria identità.

 

Anche perché dopo una questione del genere perdono completamente tutto, non solo l’identità, ma anche la lingua.

  • Certo, quando si è esuli si perde tutto, anche la propria lingua nei paesi stranieri poi la si parla difficilmente e Ayla l’ha persa completamente perché comunque l’indicibile non trova nessuna lingua per essere raccontato, ha bisogno di una lingua particolare che va trovata col tempo, con l’accoglienza, ripeto le donne in nero hanno lavorato moltissimo su questo, un tema importante del romanzo è il filo, l’arte del ricamo del cucito, ha un valore narrativo ma anche un valore simbolico perché da sempre le donne tessono legami, e per ritrovare la voce dopo lo stupro c’è bisogno di ritrovare, di ricucire un senso all’esperienza drammatica che si è vissuta. Per fare questo è indispensabile ritessere il passato, trovarne il filo, e per farlo è necessario tessere relazioni che accolgano e che permettano alla voce di ritrovarsi, quindi diciamo che il tema del filo, del ricamo e del cucito non è casuale, se pensiamo alla mitologia ci sono delle figure, come Penelope, che è una figura emblematica perché attraverso il fare e disfare della tela riesce ad essere artefice e controllare la propria vita, ma ci sono altre figure mitologiche importantissime, come Arianna, è lei che dà il filo a Teseo per ritrovare la strada nel labirinto, perché? Perché Teseo è un uomo e non gli viene assolutamente in mente di usare un filo, non sa nemmeno che cos’è. I Proci non hanno minimamente idea di quanto tempo Penelope debba impiegarci a tessere il sudario per Laerte, quindi è un’arte prettamente femminile. Aracne, che è una delle figure mitologiche più importanti legate all’arte della tessitura, la usa nella sfida con la Dea Atena, che esalta nel suo arazzo la grandezza degli Dei; infatti, punisce Aracne perché ha avuto la spudoratezza di sfidarla, ma che cosa invece tesse Aracne? Narra l’abuso del potere degli Dei, che si trasforma in animale per violentare le fanciulle indifese; quindi, narra uno stupro ed è per quello che è punita da Atena, non tanto per la sua tracotanza. La figlia di Pandione, re di Atene, anche lei usa la tessitura perché le viene tagliata la lingua dal suo stupratore che è il marito della sorella e decide che, anche senza lingua, lei vuole denunciare lo stupro, quindi la tessitura è la voce delle donne in quel periodo: non avevano altro modo per esprimersi se non la tessitura, che non era solo un’attività ricreativa o necessaria per cucire e tessere, ma era anche il pennello e i colori delle donne a cui non era dato accesso ad altre arti, e quindi è strettamente legato alla voce, per me sono fondamentali queste prime figure mitologiche che hanno usato la tessitura per denunciare uno stupro, Aracne a livello del mondo degli Dei, e Filomena; ha quindi un valore simbolico e narrativo molto potente.

 

Infatti, la questione del ricamo è come se fosse un’eredità che si trasmette tra madre e figlia, tant’è che la figlia diventa una persona importante anche grazie alla madre che le aveva insegnato l’arte del ricamo. 

  • Ci sono tante figure nel corso della storia che rappresentano ed interpretano l’arte del ricamo, che è l’arte femminile per eccellenza, va a simboleggiare la relazione con il passato, il presente ed il futuro. Alina con la sua opera d’arte unisce queste tre dimensioni temporali, e così hanno sempre fatto le donne attraverso la tessitura. E rappresenta anche la genealogia che Alina sta cercando di dare forma a qualcosa che ancora non ce l’ha, cioè appunto la sua genealogia, perché da sempre il filo genealogico è nelle mani delle donne: i re una volta quando avevano una moglie che non dava figli la uccidevano e ne prendevano un’altra e sono le madri in realtà che assicurano una genealogia, perché appunto i padri possono partire, rinnegare i figli, ma sono sempre le madri che accudiscono e assicurano la crescita dei figli. Alina fa proprio questo, ripercorre la propria genealogia ma decide di essere ancora più sovversiva, perché non le va bene quella genealogia, non lo sa, non le importa alla fine, decide di disegnare lei il perimetro all’interno del quale inserire la sua famiglia, e chi è e chi non è la sua famiglia, e questo credo che dovremmo farlo tutti noi oggi, cioè comunque il rapporto genitori-figli è sempre un’adozione, anche quando si è genitori biologici, c’è bisogno dell’atto d’amore dell’adozione.

 

Sono d’accordo, assolutamente, e devo ammettere che nel romanzo ha inserito davvero molti temi, che mi hanno molto colpito.

 

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