G. Dambrosio, Spazio delle mie brame.

di Andrea Comincini

Che cos’è la società occidentale? La domanda potrebbe sembrare troppo generica, persino difficilmente inquadrabile in un contesto sistematico quale spesso è il processo filosofico. Sebbene dunque sia compito ostico, si può tentare di scorgerne alcuni elementi che identificano, incidono o focalizzano quel mondo intorno a noi in termini di apparato sociale e culturale. A procedere in questa direzione è l’ultimo saggio di Giuseppe Dambrosio, docente e studioso di filosofia: Spazio delle mie brame (Mimesis 2023) rimanda ovviamente al celebre specchio in cui la perfida regina dialoga con il proprio subconscio, portandola a compiere scelte inenarrabili.

È un percorso ben lontano dalla fiaba a lieto fine, tuttavia, quello dell’autore, impegnato invece a mostrare quanto – come specchio, doppio dell’anima – la nostra società menta a se stessa, e lo fa proprio nella misura in cui a sbandierate pubblicità sulla nostra libertà e sicurezza corrispondano in realtà politiche vessatorie e della sorveglianza. Le “riflessioni sul potere, lo spazio e l’educazione diffusa” – così il sottotitolo – si concentrano su quell’ambiente che troppe volte è relegato a ruolo di secondo grado o trattato alla stregua di un problema di soprannumero o cattedre scoperte.

Parliamo della scuola, la quale è ben altro da questo. La scuola è fondamentalmente chi la vive (docenti e alunni) e ciò che crea (cittadini e cittadine di domani). Per tale motivo il saggio suddetto è estremamente benvenuto, perché la società è tale dalle sue fondamenta educative, e soltanto a partire da queste si può trasformare. L’autore accoglie l’impostazione e la lettura foucaultiana del vivere comune e attraverso le sue lenti arriva a definire il quadro della propria investigazione:

“Di Michel Foucault ho condiviso in prima battuta l’idea che l’istanza di disciplina e di controllo che presiede al sorgere delle carceri si sia affermata – e perduri ancor oggi – anche in altre “istituzioni segregative” che nascono parallelamente in seno alla società occidentale: ospedali, manicomi, scuole, caserme (p. 8)

Come si può leggere, e facilmente prevedere, il quadro teorico può essere accusato di esser ideologico e radicale. Ai critici l’onere delle controprove. Qui conta l’impostazione teorica di fondo che attraversa il libro, un percorso interessante e chiaro all’interno del mondo della scuola.  Una educazione fondata su codici asfissianti, norme restrittive, interrogazioni e voti conduce – così Dambrosio – a una scuola totalmente alienante e alienata, priva di empatia, dalle gerarchie rigide e inutili. Una scuola dove gli alunni e le alunne sono trattati alla stregua di carcerati, di numeri, di soggetti privati di affetto e comprensione. Esiste una alternativa? Certamente.

È la scuola dell’ascolto, dell’educazione reciproca, e degli spazi “altri”. Proprio sulla spazialità viene offerta una produttiva riflessione, a conferma della necessità di riconsiderare la scuola non soltanto alla stregua di un edificio da riempire, fatto di mura grigie e fredde, ma spazio da creare insieme, anche immaginario, attraverso il quale l’alunno/a possa ritrovare la propria personalità e farla crescere. Se si insiste sulla posizione avversa, allora:

La scuola è una parte dell’istituzione Stato, particolarmente deputata al mantenimento del potere, dell’oppressione e che tutt’al più è chiamata a farsi carico di mutamenti che siano voluti da classi dominanti e che siano funzionali al mantenimento del potere costituito (p. 26)

La scuola quindi come luogo di potere e di scontro tra poteri, in una prospettiva panottica dove il carcerato necessita di libertà nuove e della possibilità di sovvertire il sistema che lo ha reso tale. “Lo spazio, oltreché essere spazio-visibile e spazio-dicibile, è spazio potere” (p. 27).

Il saggio ripercorre poliedricamente vari aspetti del nostro sistema educativo, confrontandosi anche con le teorie dei pedagogisti alternativi al modello coercitivo, al fine di immaginare una trasformazione che da spazio-dominio possa essere spazio-desiderio. Fedele ancora una volta alla lezione foucaultiana, Dambrosio coglie perfettamente la necessità di riaccendere il desiderio di vita in una ipercittà fatta di corpi-oggetto il cui eros ormai apparirebbe offuscato o tutto al servizio del mercato. Si è parlato di specchi, prima, perché l’istruzione pianificata è l’immagine riflessa della metropoli alienata intorno a noi, della vita ingabbiata in schemi frastornanti e crudeli dove l’atomismo impera e riduce tutto a solitudine. Come suggerisce invece lo studioso Mottana, è d’obbligo pensare una contro-scuola che:

preceda e s’intrecci con l’oltrescuola in uno spazio urbano ed extraurbano non più interdetto ma rigato dai percorsi dei bambini e dei ragazzi, animato e abitato da loro e perciò riattivato, restituito ad una formidabile vitalità (p. 61)

“L’essere umano non è proprietà di nessuno”, diceva Mario Lodi e da questo principio deve nascere una educazione diffusa che si trasformi in pratiche comunitarie del desiderio libero. La scuola deve tornare a essere “gaia”, e non austera; deve offrire gli strumenti per una emancipazione universale, e non imporre l’obbedienza coatta al potere. Come si può intendere, e lo sottolinea F. Muraro nella postfazione, si tratta di una bella sfida, alla cui base ci sono tre domande da illuminare chiaramente: a che cosa educare? Come educare? Perché educare?, alle quali si aggiunge poi una quarta: dove educare?

Se l’autonomia scolastica ha risolto la scuola a una mini azienda asettica e cinicamente attenta alla formalità della modulistica e non alle esigenze dei ragazzi, se quanto descritto è vero, appare chiara l’urgenza di ricominciare a pensarla in maniera differente, senza perder tempo. Proprio la dimensione temporale, oltre alla spazialità, reclama ancora attenzione. I giovani crescono rapidamente, e rapidamente possono esser rovinati o fatti fiorire.

L’alternativa possibile, il contributo che pedagogisti e insegnanti sul campo hanno offerto e offrono ogni giorno va almeno ascoltato senza perdere più tempo, sia per criticarne le soluzioni, sia per accoglierle: l’importante è ricollocare la scuola al centro del processo formativo perché da essa nasceranno le future generazioni che dovranno vincere le sfide di domani. Sono ragazzi e ragazze da immaginare liberi e libere, capaci di autodeterminazione, e non soggetti funerei e addomesticati ad un potere incapace di salvare il pianeta da se stesso.

Il ruolo della scuola in generale, ma a maggior ragione di quella pubblica, risulta e risulterà fondamentale: senza una educazione diffusa all’autocoscienza, alla libertà e alla responsabilità collettiva saremo vittime di persone il cui unico scopo sarà vincere e non costruire insieme, sopraffare e non collaborare, infine prendere il posto dei carcerieri che un tempo misero loro le catene al collo.

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