
di Michele Burgio
D: “Te lo dico così a brutto muso: l’argomento, le dimensioni;, l’intreccio… non c’era un solo motivo per cui il tuo romanzo [Il male che fa bene] dovesse piacermi o interessarmi. Invece sei stato una grandissima sorpresa”. La prima volta che mi rivolsi a Italo Bonera, gli scrissi queste parole. Avrebbe potuto rispondermi male, e a ragione. Non lo fece, anzi fu gentile. Ma facciamo un salto indietro di qualche mese. Era una sera d’inverno piuttosto fredda quando, sotto casa loro, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, direttori della collana Le dalie nere per Ianieri Edizioni, mi dissero: «Abbiamo tra le mani l’inedito di un autore non siciliano. Una gran bella scrittura». Ecco, non dissero in sé “un romanzo”, dissero proprio “una scrittura”. Giacomo e Raffaella sanno che per me la storia è fondamentale, ma divento subito insofferente quando non è sorretta da una penna solida, sicura. La riservatezza proverbiale di questi due amici mi dissuase quella sera dal tentare di scoprire di cosa trattasse il romanzo e, a maggior ragione, chi ne fosse l’autore. Una curiosità di scuderia, visto che anch’io ho pubblicato due romanzi per Le dalie nere, collana che apprezzo per questa e altre ragioni. Come sei arrivato a Ianieri Edizioni?
R: Malgrado si parli parecchio di romanzo noir, per un piccolo autore di genere non sono tante le case editrici raggiungibili e ben distribuite. Avevo notato sui social la collana “Le dalie nere” che sembrava adatta al mio lavoro, così mi sono rivolto a Ianieri. Certo, non è stato l’unico editore a cui ho proposto “È stata legittima difesa”, ma è stato il primo a darmi un riscontro positivo – molto positivo devo dire, anzi, lusinghiero. Quando trovi un editore che crede nel tuo lavoro, non ci pensi due volte. Sono grato a Giacomo e Raffaella per il loro giudizio, davvero importante per me, e sono
contento di aver conosciuto la professionalità di Raffaella come editor, la competenza dello studio grafico, nonché la grande disponibilità di Mario Ianieri.
D: Ma vorrei tornare a ciò che dici riguardo alla scrittura. Lo condivido: secondo me è importante la qualità della scrittura; la narrazione conta, ma vale ancor più il piacere di leggere – tanto che, da lettore, se lo stile di un libro non mi convince, posso abbandonarlo anche soltanto dopo poche pagine. Per scoprire che Giacomo e Raffaella stavano parlando di Italo Bonera, ho aspettato che il freddo si mutasse nell’afa di luglio, quando è arrivata dall’editore l’ufficialità. L’uscita di “È stata legittima difesa” era prevista per settembre 2024, il libro non era ancora disponibile. Così, preso dalla curiosità, ho cercato altre sue pubblicazioni. Tra le altre, avrei potuto scegliere Io non sono come voi (Gargoyle, 2013), oppure Rosso noir. Un pulp italiano (Meridiano Zero, 2017); volendo approcciare a qualcosa di recente, ho scelto infine Il male che fa bene (Calibano Editore, 2023).Si tratta di un’avventura ad alta tensione giostrata tra Beirut, il deserto siriano, Istanbul e (sic) Brescia. Lo iniziai a leggere piuttosto perplesso, lo ammetto, non perché dubitassi delle capacità dell’autore o della forza della storia, ma perché ho orizzonti di lettura – ahimé – ristretti e comunque diversi. Lo scrittore di razza, però, traspare dalle prime righe, e quel romanzo l’ho divorato in pochi giorni. Chissà quali erano i modelli di Bonera, mi domandavo. Adesso, quella domanda posso farla. Quali sono stati gli elementi del tuo apprendistato letterario? Cosa hai letto? Cosa leggi?
R: Grazie per l’interesse, la fiducia e per le tue parole su “Il male che fa bene”: «l’ho divorato» è un commento che mi fa molto piacere, anche perché quello è stato il mio primo romanzo ambientato nella contemporaneità. Riguardo alla domanda, amo la narrativa di genere, italiana e non solo. Ho iniziato leggendo fantascienza, molti anni fa; successivamente sono passato al (come si dice oggi) mainstream contemporaneo e ho esplorato vari percorsi trovandomi a mio agio con il noir. Leggo anche gialli e spionaggio. Tovo sempre piacevoli le pagine di Georges Simenon, Ross Macdonald, Ed McBain, Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo. E poi Gérard de Villiers, Lee Child, Andy McNab, Stefano Di Marino, ma anche Philip Roth, Romain Gary, Niccolò Ammaniti, Luca Ricci, certo di aver dimenticato molti altri. Se sei curioso, sul mio profilo Anobii si trovano tutte le mie letture – il link è anche sul profilo Facebook. Di recente ho apprezzato “Bambino” di Marco Balzano: una scrittura magistrale con personaggi scolpiti e uno sguardo acuto su Trieste e sugli avvenimenti accaduti in Venezia-Giulia tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale.

Un ritratto dell’autore Italo Bonera
D: Finito di leggere un suo primo romanzo, è cresciuta in me la voglia di capire meglio chi fosse Italo Bonera. Ho scoperto che ha superato i sessant’anni e scrive da venti. Hai dunque iniziato a pubblicare in età adulta. Mi pare di capire che tutto inizi nel 2004 quando col racconto American dream vinci il premio Fredric Brown per racconti brevi indetto da Delos Books. Ci racconti com’è andata?
R: Avevo da poco letto “Gli apprendisti stregoni” di Robert Jungk, la storia degli uomini che costruirono l’atomica, dove si capisce come il progetto Manhattan sia stato possibile soltanto grazie agli scienziati emigrati in America per abbandonare un’Europa preda dei nazifascismi. Inoltre, avevo visto il film “Bowling for Columbine” di Michael Moore, ed era ancora forte il ricordo delle torri gemelle. Dalla contaminazione di quelle suggestioni nacque l’idea del racconto. Chi ha paura fugge oppure attacca. Se è armato, attacca. Nel raccontino ambientato in un prossimo futuro, l’America ha reagito in modo abnorme alle proprie paure usando nuovamente l’atomica,
isolandosi così dal mondo civile. Il protagonista, un americano medio(cre), contempla il suo Paese in declino, non più in grado di far promesse, abbandonato dal mondo e quindi da abbandonare, condannato dalla propria arroganza.
Quando Silvio Sosio di Delos book mi chiamò al telefono per invitarmi alla premiazione, non avevo capito che sarei stato il vincitore: dovette insistere. Ricevere in modo inaspettato il Premio Fredric Brown per “American dream” è stata una spinta decisiva verso l’attività della scrittura. Devo molto a Silvio Sosio.
D: Bonera appartiene alla tipologia di scrittori che riesce a scrivere in coppia, una cosa che mi ha sempre incuriosito. Esordisce per la grande editoria con un romanzo a quattro mani scritto con Paolo Frusca, scrittore bresciano come lui, che poi avrebbe avuto una fortunata carriera come scrittore sportivo. Tutto nasce da una telefonata di Sergio Altieri [ai più noto come Alan D. Altieri, scrittore di genere e curatore editoriale per Mondadori] che imprime una virata importante alla sua carriera di scrittore. Così arriva alle stampe Ph0xGen! (Mondadori, 2010).Con Frusca hai poi pubblicato anche Cielo e ferro. Il futuro è cambiato (La Ponga, 2014). Come nasce la vostra collaborazione?
R: È nata senza prenderci sul serio. Amici da diversi anni, lui trasferito a Vienna, nei primi anni Duemila siamo rimasti in contatto via e-mail, sfaccendati che strologano di massimi sistemi come perdigiorno da bar. “E se l’Austria avesse vinto la prima guerra mondiale?” fu una delle uscite di Paolo. Da lì, l’idea di una narrazione ambientata in quell’universo impossibile, idea che mi vedeva scettico, perché “io sono un fotografo, non uno scrittore”, dicevo. Quando però Paolo abbozzò alcune pagine, iniziai a metterci del mio. Da lì in poi fu un continuo scambiarsi file ai quali ognuno aggiungeva qualcosa, tagliava, modificava in modo caotico e senza un vero metodo. Alla fine ci
trovammo tra le mani una quantità di capitoli, scene di un film senza sceneggiatura. Le
“montammo” riuscendo a ottenere – con stupore di entrambi – qualcosa di leggibile.
D: Ecco, sono d’accordo. Più che cinematografica, definirei fotografica la scrittura di Bonera. Si va per scatti. Un vicolo, un lampo di sole, una donna grassa, un bar con la saracinesca semiabbassata. La fotografia è per te un riferimento per ciò che riguarda la costruzione letteraria delle scene, della narrazione? Quanto contano la luce, il movimento, l’inquadratura?
R: C’è qualcosa di vero. La pratica della fotografia obbliga a uno sguardo, a un punto di vista; fotografare significa incorniciare e isolare un lembo di realtà là dove gli altri vedono soltanto consuetudine. Forse sono state la ricerca di un punto di vista e di uno sguardo nuovo, più che la luce, ad avermi appassionato alla fotografia. Eppure, guardo con ammirazione le opere di grandi autori che sanno, in una sola immagine, raccontare una storia intera, come certe potentissime fotografie di Ernest Haas o di Margareth Bourke-White, che io non saprei mai realizzare. Sarà per questo che oggi mi trovo a mio agio con la narrativa, soprattutto nella forma breve del racconto, piuttosto che nella costruzione articolata di un romanzo: uno scatto, una storia.
