Fossili in rivolta

di Ivana Rinaldi

Fossili  di rivolta (Tlon, 2024, pp.398, Euro 20) è una raccolta di scritti che Giorgiomaria Cornelio ci propone con uno sguardo a tutto tondo e il cui intento si trova già nel titolo. Sono fossili abbandonati dal tempo, dall’incuria, dalla dimenticanza, che molto hanno invece ancora da dirci, se riletti con occhi immaginifici. Si tratta di fare archeologia della memoria, un’esperienza  che sempre mi ha attratto quando si va a riscoprire storie e vissuti caduti nel dimenticatoio della Storia.

In Fossili in rivolta si scava nel passato per restituirlo diverso, vivace, ancora attuale se letto con occhi di meraviglia, per farne una rinascita a venire. Solo un giovane autore, con il suo amore per la cultura, anche popolare, si poteva cimentare in quest’avventura che spazia dal teatro alla poesia, dalla natura ai luoghi <morti> come la Fornace di Valle Cascia, ri-nati perché ri-vissuti con creatività, rispetto per la tradizione, la storia operaia e di una comunità, fino ai corpi celesti, alla natura:

l’albero con il suo carattere vitale che cresce, fiorisce, estende le sue radici nel terreno e i suoi rami e le sue foglie verso il cielo – è metafora, simbolo e soggetto allegorico- (p.107).

Infine gli animali. L’autore riprende la storia <ombrosa> degli Ikhwān al-Safā, i cosiddetti Fratelli della Purezza, una società segreta islamica che operò a Bassora tra l’VIII e il X secolo, autori di un’Enciclopedia, in cui appare una favola dove gli animali che popolavano un’isola al centre del Mar Verde, presso l’Equatore, misero a processo gli uomini: commercianti, uomini di industria, studiosi, naufragati lì a causa di una tempesta.

È evidente l’allegoria della sopraffazione umana sul non umano, l’abuso, il saccheggio, la vessazione dell’uomo sulla natura. Scrive Giorgiomaria Cornelio nell’introduzione:

In un mondo paralizzato dal pericolo dell’estinzione, i fossili quando riaffiorano, danzano la propria rivolta contro la nozione di fine già decretata, di un passato irrimediabilmente trascorso, di memoria per sempre smarrita: questa danza si dona come sfida enigmatica e annuncia una rinascita immaginativa>. (p.15).

Ci tiene a dire Giorgiomaria che è nato in gennaio, rappresentato da un giovane alato vestito di bianco. Questo mese è chiamato Jano Januario con le sue due facce: una che guarda al passato, l’altra a ciò che ha da venire. E’ lo spirito che anima questo viaggio nel passato e nel futuro.

É dalle res derelictae che parte l’autore, espressione del diritto romano, rimasto in uso nel linguaggio moderno, cose abbandonate e di cui si appropria chi ne ha bisogno, come nella spigolatura. Comanda Mosè nel Levitico: <Non mietete fino alla fine del campo, lo lascerete per il povero e il forestiero>. Riconquistare ciò che è stato abbandonato è una restituzione di visibilità che offre alle cose la possibilità di una seconda vita. La filosofia che anima questa ricerca è riformulare il possibile, la vita invissuta, ed è una bella filosofia, pregna di speranza e futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno in tempi bui.

La ricerca di Giorgiomaria Cornelio parte dai manoscritti nascosti nei conventi, fino alle prime Università dove la letteratura si fa colta, non senza lasciare segni marginali, fori e buche da esplorare. Un’avventura fino ai nostri giorni nel mondo sotterraneo e sempre capovolto della poesia, della parola e delle pietre d’inciampo fino al fuoco visionario dei poeti pastori che albergano in montagna. Come Renato Marziale, <l’ultimo di una tradizione millenaria> che ancora vive a Ussita, nell’Alto Maceratese, ferita dal sisma, lui con la sua poesia che cura e che Giorgiamaria ha incontrato nell’estate appena passata nell’ambito delle iniziative di Marchestorie, <per fare di ogni maceria un nuovo vocabolario, un’altra preistoria dello sguardo>.

Iniziative che si incrociano con i Fumi della Fornace, quel luogo di sudore e di fuoco che si trova a Vallecascia, una frazione di Montecassiano, non lontana da Macerata, e che da fuoco spento, ritrova vigore attraverso la poesia, la parola, il gesto teatrale.

Davvero straordinario come attraverso il teatro, la poesia, la riflessione personale e collettiva, un luogo operaio ridotto a triste rudere di archeologia industriale, torna a essere cuore vivo e pulsante, dimostrando quanto spazi fisici, geografici e dell’anima, siano più efficaci quando si fondono in un progetto unitario.

Il lavoro di Giorgiomaria Cornelio è dunque rivolto a quei <fossili> lasciati indietro perché ritenuti superati, inutili, pesanti, che intralcerebbero il futuro, e che invece hanno ancora tanto da dirci, se guardati con occhi magici e sorpresi. Mentre creano sì un futuro incerto, non prevedibile,  ma ricco di suggestioni e promesse. Cosa succede, si chiede Giorgiomaria Cornelio, se il futuro vuole rubarci l’anima?

Se il futuro attacca il presente, lo colonizza, lo vincola a un giaciglio di disperazione, o a un guscio di cupa rassegnazione> (p.275).

 

È questa la sfida per il giovane autore, per i giovani. Saper abitare la turbolenza, esercitare uno scatto, malgrado tutto. Laddove si incontrano magia, religione, tecnica, automazione, spettro e asservimento. Dare insomma aria allo stupore e all’avventura del possibile, di cui Giorgiomaria è promotore e protagonista.

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