
di Emilia Pietropaolo
“Il cinema è considerato da tutti un potente mezzo di comunicazione che ha rivoluzionato il modo di comunicare alle masse” (Poli 2024: 44)
Come sostiene Annamaria Poli nel saggio “ Cinema, inclusione e disabilità , il cinema è un “potente mezzo di comunicazione”, è uno strumento che permette alle audience, alle persone con disabilità di indentificarsi in determinati personaggi e personagge. Il saggio divulgativo e didascalico ha come scopo di analizzare il cinema da una prospettiva inclusiva, ossia esamina come il cinema sia mutato per “superare alcune barriere, prima quelle di tipo fisico-architettonico e quello sensoriale”.
La docente e ricercatrice Annamaria Poli analizza in che modo il cinema sia inclusivo, accessibile, e mostra le persone con disabilità nell’ottica cinematografica. Il cinema, nonostante sia un potente mezzo di comunicazione, quando si tratta di fare film sulla disabilità o su un/una personaggio/e con disabilità, tende spesso e volentieri a tratteggiarlo come sofferente e tragico, oltre che a settarlo in un ambiente ospedaliero. Ciò dà modo di mostrare una falsa rappresentazione degli individui con disabilità.
Inoltre, in un film in cui si parla della disabilità, come nel caso della sordità, (i sordi non si definiscono “disabili”), la scelta del regista cade, spesso e volentieri, su un/una attore e attrici udenti. Per fare un esempio significativo, basta pensare al film horror HUSH di Mike Flanagan (2016), in cui l’attrice scelta per interpretare una scrittrice sorda, è caduta su Kate Siegel, attrice udente. In questo modo, si è pensato che interpetrare una scrittrice sorda, in questo caso, fosse facile, ma non si pensa a come comunicano le persone sorde, e non sto parlando della LIS (Lingua dei segni italiana), ma delle espressioni facciali, e non è affatto semplice.
La docente e ricercatrice Annamaria Poli analizza in che modo il cinema sia inclusivo, accessibile, e mostra le persone con disabilità nell’ottica cinematografica. Le persone con disabilità fisica e sensoriale, spesso riscontrano difficoltà a partecipare alle attività sociali e culturali, come anche solo all’andare al cinema a causa dell’accessibilità limitata.
Come persona sorda e impiantata, conosco bene la sensazione di venire esclusa dai luoghi sociali e culturali, come, appunto, il Cinema, poiché solo “alcune sale cinematografiche in città europee e statunitensi” (Poli 2024: 26) sono attrezzate nel rendere il cinema fruibile alle persone sorde e cieche. Ma cosa significano i concetti come Accessibilità e Inclusione?
L’inclusione delle persone con disabilità nelle attività culturali si intende quando si persegue e si promuove la partecipazione attiva di tutte le persone in ogni ambito culturale e sociale, mettendo al centro le necessità delle persone con disabilità per offrire loro una produzione di programmi educativi inclusivi (workshop artistici accessibili) (Poli 2024: 27)
Per rendere ogni attività sociale e culturale, come il Cinema, un “processo partecipativo”, sostiene Poli, è necessario per le persone sorde, cieche e ipovedenti, di includere (sorde) la sottotitolazione e l’audiodescrizione (cieche). Spesso, però, e lo si può vedere in Televisione, che la sottotitolazione non è attendibile, cioè non segue il “parlato”, bensì dicono tutto altro, in qualche modo, per “semplificare”?
Le persone pensano che il Cinema sia fruibile a tutti, ma non è così, tutt’altro, è “pienamente fruibile solo da quelle persone che hanno integri i canali sensoriali percettivi del sistema visivo e del sistema uditivo” (Poli 2024: 89). Difatti, la specificazione al sistema visivo e uditivo, in quest’ultimo, crea una discriminazione, ossia l’audismo. L’audismo è un termine coniato da Tom L. Humphries nel 1975:
“l’Audismo si manifesta in credenze e comportamenti che assumono la superiorità dell’essere udente rispetto all’essere sordo” (Bauman 2004: 240).
Il primo cinema inclusivo è stato fatto in Francia con l’associazione Valentin-Haüy nel 1889, il quale si occupava di fornire assistenza alle persone con disabilità visive, rendendo il cinema accessibile, inserendo l’audiodescrizione. in Italia, ci sono molte associazioni interessanti, che si occupano di inclusione e accessibilità, però non comprendono tutte le regioni.
Per esempio: a Milano c’è la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità (LEDHA) e la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH), essi promuovono a rendere il cinema e il teatro accessibile, includendo sottotitoli, audiodescrizione, e cancellando ostacoli per le persone con disabilità fisica. (In altre parti non è così).
Fare un film non è solo “montaggio” ma anche informare le persone su temi, in questo caso, sulla disabilità. È un modo permettere alle persone con disabilità di indentificarsi in quel determinato personaggio come può farlo, se il Cinema mostra la disabilità in una falsa rappresentazione? Che cosa bisogna inquadrare, a cosa bisognare dare la priorità per parlare dell’individuo con disabilità? Di certo non è inquadrarlo in un luogo medico o dove la persona sorda viene mostrata come incapace di “comunicare” e di stare in società, senza l’aiuto della famiglia.
Come, per esempio, nel film La Famille Bélier di Eric Lartigau, in una delle scene “iconiche” la figlia udente accompagna i genitori sordi (attori udenti) a una visita medica perché deve fare da interprete. Questo incrementa la percezione nelle persone udenti che le persone sorde non siano in grado di fare nulla senza aiuto.

Un fotogramma dal film La Famille Belièr
Inoltre, Poli si concentra sull’aspetto tecnico per la narrazione sulle persone con disabilità, oltre al fatto che gli attori con un corpo abile, interpetrano ruoli di persone con disabilità, non “garantendo l’autenticità della storia” (62), sostiene che è il Direct Cinema (una forma cinematografica) a promuovere la “rappresentazione positiva e rispettosa” delle persone con disabilità e a rimuovere stereotipi.
Questa tecnica ha la capacità di parlare della disabilità in una maniera autentica e senza mostrare interferenze da parte del regista. La questione innovativa di questo approccio, se si usasse, non solo mostrerebbe la disabilità priva di stereotipi, ma lo farebbe coinvolgendo esperti nel campo della disabilità, e non solo, anche le persone interessate, attuando il motto:” Nothing about us without us”.
Ma non è una questione semplice, per il semplice fatto che stiamo ancora cercando di eliminare le barriere architettoniche e sensoriali, ossia l’“intralcio” (Monceri 2024), nel senso che è ancora un “diritto” e non una richiesta scontata.
Annamaria Poli mostra la possibilità di far comprendere a tutti e a tutte, che il Cinema non è solo un “intrattenimento culturale e sociale” e “privato”, ossia rivolto solo a coloro che hanno i parametri visivi, fisici e uditivi integri, ma a tutte le persone che necessitano di vedersi indentificati nello schermo e che necessitano di entrare a far parte del processo culturale e sociale.
Come persona sorda e impiantata che ha fatto recentemente “coming out”, l’esperienza filmica, la provo a casa e non al Cinema, proprio perché non c’è la possibilità di inserire i sottotitoli. Inoltre, c’è anche da dire che il luogo per provare l’esperienza cinematografica è cambiato: non è più in luogo aperto come il Cinema, ma luogo chiuso, come la casa, con tutti i comfort.