Come nei drammi classici, ma oggi. Qui. In dialogo con Arianna Sobrero

di  Antonello De Rosa

Il complesso dell’abitudine è una novella che si legge in una manciata di minuti, un libriccino che una colomba potrebbe portare nel becco.

«Vale la spesa?» domanda un compagno di studi, e non gli so rispondere. Sarebbe come irrompere nella scena del fariseo e della peccatrice, con il primo che invita Gesù e rimane formale, vive tutto nella Legge ma ha pochi riverberi umani, mentre la donna è carica di colpe ma pure di abbagliante ricchezza affettiva.

L’uomo è gentile, ammodo nei gesti e pieno di guardinga curiosità; la donna invece lo unge, lo bacia, e la sua indagine non è cieca adorazione ma accoglienza, disposizione ad ascoltare, a capire. Perciò allargo le braccia e dico che la spesa, per me, non è l’unità di misura della bontà di qualcosa. Mettere le mani nel gusto altrui è un’operazione delicata. Lui però aggiunge «con quei soldi prendo una pizza», e io «oppure fai un viaggio».

L’ho visto riflettere un poco. E ho cominciato a ragionare ad alta voce. Il disinteresse, se non proprio il pregiudizio a prescindere nei confronti di certe proposte, oggi nasce tutto dal marketing. Ma che marketing può avere, dietro di sé, una autrice neomaggiorenne? Dovrebbe essere uno di quei fenomeni da ba(ld)raccone che imperversano sui social, che si vendono a qualunque offerente, che non hanno tempo da impiegare nella qualità artistica perché devono investirlo nella quantità di contatti.

È amichettismo da borghesi, e funziona tantissimo. Ma non qui, in quest’opera prima. Qui il viaggio dura una manciata di minuti però non finisce, tranne se a volerlo siamo noi. Qui due giovani donne, due ventenni si frequentano, si vogliono bene al presente, ma è un presente funzionale all’antefatto: dalla fine del secondo capitolo infatti l’inquadratura si sposta su lettere cariche di sentimento che Noemi, due anni dopo, scrive senza mai spedire a Giorgia, in un presente parallelo che si rivela essere l’autentico.

Allora l’attimo narrativo si fonde, si compenetra, e fa percepire l’abilità dell’autrice. Che spalanca la vita intima di due ragazze come tante, diverse tra loro, ma che si ha la sensazione di avere incontrate. Entrambe hanno obiettivi e fragilità. Noemi è perfezionista, sogna di fare la sceneggiatrice per il cinema ed è ombrosa, selvatica; Giorgia non ha l’urgenza di affermarsi ed è più trasparente, socievole, al punto che da sola si sente «vulnerabile, priva di difese, nuda dinanzi al vento gelido della consapevolezza».

Qui, in questo libello dalla carta giallina e profumata come i volumi antichi, stampato a caratteri grandi e panciuti che paiono usciti anch’essi da un trapassato remoto, nulla somiglia alle linee attuali – che si inchinano all’impero del digitale – tranne gli oggetti, gli apparecchi e i modi di dire. La tematica no.

La tematica è connaturata all’uomo, però è trattata con il giusto grado di contemporaneità. Chi vive per l’affezione, chi per l’ambizione. Come nei drammi classici. Nessuna delle due, affezione o ambizione, è negativa, o peggio un errore, tutt’altro, ma c’è una grossa differenza tra “vivere con” e “vivere per”. E la scintilla che dà origine alle lettere di Noemi è in quella particella. Che può formare o negare l’esperienza. «Quella buona,» scrive l’autrice nel sesto capitolo, «che maturiamo dentro di noi, e quella cattiva che cresce a prescindere, come l’erba nei prati, e che generosamente ci concede di fare chi, alla generosità, non pensa affatto, poiché concentrato su di sé».

Qui, dunque, in questo volumetto dove lo spasmo delle consuetudini diventa complesso dell’abitudine (complesso inteso nel senso di insieme e in quello di patema, di blocco), vi è una novella che con un andamento quasi elementare – fintamente elementare! – parla con un rigore da antropologo di un tipo comunissimo di uomo.

«Convinto che non sia né male né bene e soprattutto che chiunque possa e debba cercare il proprio spazio nel mondo sacrificando qualcosa, o qualcuno, sull’altare delle priorità, è colui che, per paradosso, introduce alla desertificazione emotiva dell’adulto».

Non voglio troppo dettagliare, troppo riportare. Farei uno sgarbo ai lettori, uno “spoiler”, eppure anche riportando decine di frasi e situazioni e concetti sono sicuro che non priverei del piacere di precipitare nel dramma, che come tutti i drammi ha aperture spiritose. Quando Tellino Saltamerenda, detto “merendina” apre il repertorio, non ci si trattiene.

«Attorno ai vent’anni, gli amici erano riusciti a trascinarlo in quella che per lui era una discoteca (una balera). A un tratto, l’avvicinò una donna sui trentacinque, sicuramente non ammaliata dal suo fascino. Cercava, infatti, un pollastro per allargare la sua ragnatela d’affari, ignara che lui avesse in tasca pochi spiccioli, che aveva già impiegati in due calici di rosso appena entrato.

— Sei un uomo solo? — gli aveva chiesto, sensuale.

— E quanti dovrei essere? — ribatté lui, e tutto il bar era esploso a ridere».

 

 Non resisto a domandare all’autrice delle figure fra una scena e l’altra, perché tutte hanno qualcosa di teatrale, con il teatro inteso alla maniera di Eduardo De Filippo, cioè vivere sul serio quello che gli altri recitano male. È soltanto una mia impressione?

Nonostante la mia carriera da attrice sia stata messa da parte, ho avuto l’opportunità di relazionarmi con il mondo del teatro fin da piccola, e questo ha sicuramente influenzato il modo in cui approccio un personaggio: che faccia parte di un copione, di un romanzo, o che stia nascendo dalla mia penna. Amo guardare dentro di loro, analizzare le sfaccettature di cui sono composti, tentare di coglierne o inventarne il più possibile, e mi ritengo soddisfatta solo quando ho terminato quel procedimento. Per la creazione di questo racconto, l’umanità realistica era l’unica cosa che stavo cercando: non apprezzo i personaggi privi di difetti, i miei devono esserne carichi a sufficienza. Mi impongo che quanto scrivo sia credibile, poiché nella mia poca esperienza ho notato che spinge il lettore a restare incollato a semplici segni d’inchiostro, ed è proprio ciò che voglio suscitare quando scrivo. I miei personaggi potrebbero essere gente qualunque oppure tipi che il lettore conosce benissimo; come, per esempio, le macchiette che ho inserito nel racconto. Non ho sentito il bisogno di dargli un volto preciso: tutti noi sappiamo già che caratteri affidargli, ma non tutti ne conoscono l’anima. E questa amo tirare fuori dai miei personaggi: le loro storie devono essere intrecci di anime, non di banali eventi. Ne Il complesso dell’abitudine ho provato a normalizzare le scelte delle due figure principali senza tuttavia giustificarle o giudicarle. Mi piace pensare che leggendo il racconto in tempi della vita diversi, il lettore approcci i suoi personaggi in maniera altrettanto diversa; un modo comunque autentico e spontaneo come se fosse la prima volta che li incontra. Potrei dire di essermi tenuta fuori da ciascuno dei protagonisti o delle comparse, invece chiunque ha qualcosa che mi appartiene. Forse il verbo esorcizzare non è appropriato, o al contrario è troppo abusato, ma di certo la stesura del racconto è stata terapeutica: l’ho scritto in un periodo in cui affezione e ambizione erano il mio dilemma e volevo ragionare sulle risposte al dubbio interiore che attanagliava me e chi, come me, ci navigava, o magari ci naviga tuttora in mezzo. Anche le figure dell’opera sono state e sono libere di evolversi nel tempo, secondo gli sguardi dei lettori e i miei, quando torno a trovarli.

 

In un passaggio – che mi pare piuttosto importante – accenni alla felicità. È davvero un miscuglio di appagamento e insoddisfazione, di incertezza e spavalderia, di cautela e di slancio, a modello delle tue creature di carta e di carne?

La felicità non credo sia un amalgamarsi di quelle caratteristiche, perché macchierebbero l’individuo di instabilità. Il contrasto, nell’essere umano, lo vedo – ancora? – come uno squilibrio e temo che quella sfiorata non sarebbe, appunto, una felicità pura. Se infatti prendiamo a modello Giorgia e Noemi, la felicità la sfiorano soltanto grazie all’amore, all’affetto, all’amicizia. Ma loro, assieme, non possono generare felicità: le loro fonti di quest’ultima sono distanti. Per questo non potrei rispondere con uno dei più classici stereotipi, secondo il quale «dipende da persona a persona», perché lì si parla di dove si trova la felicità, non di cos’è effettivamente. Il sentimento che si prova è lo stesso, anche se la sorgente da cui scaturisce non è identica. Se dovessi determinare la felicità sarebbe forse un misto tra euforia e appagamento, anche se non sempre bilanciate: le sfumature sono possibili grazie alla prevalenza di uno o dell’altro stato. Per capirci: una cosa che mi rende felice è leggere un libro al sole; ecco, quel genere di felicità ha in sé una quantità maggiore di appagamento rispetto alla pura euforia, la quale, tuttavia, contribuisce all’espressione della felicità. Alla fine, ritengo che anche qui incida molto la bellezza della soggettività dell’essere felici come misteriosa sensazione: nessuno vive con le stesse proporzioni. Giorgia e Noemi le affidano in modo opposto a ciò che si presenta loro davanti; per questo il loro concetto di felicità è discordante, e incompatibile sotto molteplici punti di vista.

 

Potrei supportare la lucidità delle risposte dell’autrice con altri segmenti del racconto ma ci insisto: non voglio togliere il piacere di impattare, di scoprire, che il racconto è una forma breve capace di “fare romanzo” in un mazzetto di pagine come fiori, i primi fiori che rompono la crosta degli inverni e lasciano intuire la magnificenza della primavera che verrà.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *