
di Andrea Comincini
Incontri con Clemente Rebora di Gianfranco Lauretano, edito dalla Bur, è un libro scritto non soltanto da chi, con molta attenzione bibliografica, cerca di ricostruire l’itinerario di vita di una grande figura del nostro Novecento; è anche un viaggio nella nostra interiorità, nelle esistenze dei lettori, e probabilmente nella storia italiana. Com’è possibile tale poliedricità? Certamente non è frutto del caso, ma nasce sia dalla capacità analitica dello studioso, sia da quel “materiale umano” che è Clemente Rebora.
A metà strada tra il saggio critico e il dialogo spirituale, questo lavoro infatti non è solo l’esplorazione di un uomo, ma è anche un viaggio “nell’umano”, perché il poeta milanese si presta ad essere naturalmente una figura paradigmatica. Rebora è una sorta di Ulisse della coscienza, un navigatore tormentato che deve attraversare il mare dell’inquietudine esistenziale prima di arrivare in porto, e quel porto è la fede in Cristo.
Ecco perché è un simbolo: in quel tragitto non è solo, ci siamo anche noi e le nostre ansie, le paure dei fallimenti e le perenni insoddisfazioni. Quale sia l’approdo, poco importa: è la tempesta il luogo dove impariamo a misurarci.

Un ritratto dell’autore Gianfranco Lauretano
Dialogo spirituale quindi per l’afflato lirico che traduce il testo in metatesto, e la storia in metanarrazione. Tutto ciò senza perdere mai di vista la specificità del poeta, né la sua biografia, anzi: proprio da Torino comincia il racconto di Lauretano; una città diversa da oggi, ma sempre affascinate e allo stesso tempo velata di una impercettibile malinconia.
Non è una semplice ricostruzione biografica, né un’analisi esclusivamente filologica, ma un percorso di avvicinamento, un tentativo di entrare nella tensione interiore che attraversa tutta la poesia di Rebora. Lauretano non ne parla alla stregua di un monumento letterario, ma tratteggia una presenza viva, un autore che interpella ancora oggi il lettore. Il cuore del libro è l’idea dell’“incontro”: incontro con la parola poetica, con il dramma della modernità, con le donne, con l’esperienza della conversione religiosa.
Figlio di una Italia positivista e patriottica, cresciuto in una famiglia dai valori saldamente ancorati alla terra, positivista e mazziniana, questo giovane uomo tuttavia è “altro”, o meglio, ospita un Altrove, e Lauretano sa ben evidenziarlo attraverso le opere poetiche (dal “compito conoscitivo” p. 58) e i passaggi cruciali della sua vita. Ne emerge una figura lacerata, segnata dall’esperienza della guerra, in crisi esistenziale e rivolto a una ricerca radicale di senso che culmina nella scelta sacerdotale. Se Carducci vorrebbe smarrire il senso dell’Essere, Rebora vuole raggiungerlo.

Clemente Rebora
Uno degli aspetti più riusciti del volume è la capacità di mostrare la continuità tra la prima fase, segnata dai Frammenti lirici e da un linguaggio spirituale ma ancora irrisolto, e la successiva, più esplicitamente cristiana. Lauretano insiste sul fatto che non si tratta di una frattura, ma di un compimento: la tensione originaria verso l’assoluto trova una forma più chiara, ma non perde di intensità drammatica.
Un evento, una definizione fotografano al meglio tutta la “vicenda Rebora”: quando si trova in guerra, getta nervosamente un calamaio contro il suo ufficiale, a causa di una considerazione infelice del superiore:
“Quante storie! Lei è un nervoso, Lei è un bel giovane. Vada a donne che ne ha bisogno!” (p. 91)
Per non fargli subire una pesante condanna, il capo lo spedisce al nosocomio di San Lazzaro a Reggio Emilia.Nel referto medico si legge quale fosse la sua nevrosi: “mania dell’eterno”. Mai definizione fu più calzante. Rebora è ancora diviso da Dio, e questo lo affligge. Una tensione che ricorda un altro grande del Novecento, così affine e diverso da lui: Carlo Michelstaedter. Entrambi amanti della musica, entrambi coinvolti in una spasmodica ricerca di verità. Il torinese però la trova in un Assoluto cristiano, tanto da diventare sacerdote.
È qui che molti imputano alla sua poesia un cambiamento di registro, l’ingresso in una stagione infelice – ma sbagliano: il prete non cancella il poeta inquieto, bensì lo porta a una maggiore profondità. Lo stile di Lauretano è limpido, partecipe, mai retorico. L’autore alterna riflessione critica, citazioni poetiche e momenti quasi meditativi, rendendo il libro accessibile anche a chi non sia specialista di letteratura.
Si avverte la familiarità personale con la poesia reboriana, ma anche un rigore interpretativo che evita letture riduttive o puramente devozionali. Il libro risulta particolarmente prezioso perché restituisce Rebora alla propria dimensione autentica e indica anche i riferimenti più importanti dello scrittore, sia poetici che culturali: emerge così la poesia “dell’interrogazione”, prima ancora che della risposta.
L’opera diventa un laboratorio di linguaggio e di fede, dove la parola tenta continuamente di farsi carne, esperienza, verità vissuta. In definitiva, Incontri con Clemente Rebora è un testo che non si limita a spiegare un autore, ma invita a misurarsi con lui. È una lettura consigliata non solo agli studiosi, ma a chiunque sia attraversato da quel fermento chiamato Vita.