Atena, Odisseo e i popoli del mare, ricetta per l’Oscar?


di Stanislao Rossi 

Atena, Odisseo e i popoli del mare, ricetta per l’Oscar?

Un capolavoro o una solenne c……a?

Nolan è uno di quei registi che polarizza l’opinione pubblica tra detrattori e sostenitori, ed è piuttosto difficile trovare qualcuno che ne riconosca sia i meriti sia i difetti (tendenza, questa, della polarizzazione che molto sta danneggiando proprio la crescita culturale, ma questo è un altro discorso).

La sua ultima fatica ha causato polemiche, soprattutto legate alla scelta di affidare a Lupita Nyong’o il ruolo di Elena (e di Clitennestra). Tra polemiche di wokismo, ci si scusa per l’uso del neologismo, e di mancanza di verosimiglianza storica, peggiorate da una dichiarazione dell’attrice sul fatto che Omero avrebbe riservato poco spazio alle donne, forse questa scelta si è rivelata vincente, in quanto è stata scientemente e coerentemente sostenuta da tutta l’intelaiatura del film.

Inoltre, cosa che molti ignorano che i traffici commerciali in epoca antica arrivavano ben oltre quanto comunemente si pensa. Metto qui un link a un katharos di epoca classica con una testa di Etiope (e secondo una variante del mito l’eroina Andromeda sarebbe di colore). https://artmuseum.princeton.edu/art/collections/objects/20038

Questa polemica ha una sfumatura piuttosto razzista, perché nessuno chiede verosimiglianza storica a uno spettacolo teatrale o a un’opera non divulgativa… Quanto all’accusa del poco spazio alle donne, si vorrebbe ricordare l’importanza dei personaggi femminili, tra cui Nausicaa, dietro la cui figura Samuel Butler ha visto nascondersi la stessa autrice dell’Odissea, in un saggio più curioso (molto) che scientifico (per nulla) dal titolo “The authoress of Odyssey”, rielaborato in un romanzo di Graves (quello de “I miti greci” e “Io, Claudio”) “La figlia di Omero”.

Peraltro, c’è chi ancora oggi pensa che si tratti di un viaggio avvenuto in Sicilia e scritto da una nobildonna siciliana, si pensi ad Andrew Delby e al suo Rediscovering Homer! Tra i luoghi in cui è girato il film comunque non manca certo la Sicilia (e Ostia, e la Scozia, e l’Islanda).

Quello che molti non sanno è che la produttrice del film, nonché moglie di Nolan, Emma Thomas, è laureata in Storia Antica all’UCL e che come lei stessa ha dichiarato il lavoro che hanno svolto è andato dalla lettura di saggi sull’età del bronzo alla visione di peplum.

Questo è evidente dalla teoria cavalcata dal film, quella di Cline, in 1177 a. C.: i popoli del mare sarebbero anche gli Achei. Fa piuttosto sorridere la presenza di battute, in bocca ad Odisseo, riguardanti proprio la perdita della scrittura e la trasmissione orale che in un certo senso si riferiscono con una certa ironia alle scelta di Nolan nella sua riscrittura del mito.

Si dà qui un link a un informato contributo di Lucio Di Gaetano che ripercorre tutti i riferimenti culturali presenti nel testo:

https://luciodigaetano.substack.com/p/atena-e-morta-ma-nolan-si-sente-benissimo

Si avvisa subito di un’assenza, quella di Nausicaa, causata da motivi di lunghezza e anche perché in un certo senso l’episodio dei Feaci e del racconto di Odisseo è spesso visto come un doppione di quello dell’aedo, della struttura omerica, chiunque sia stato il rapsodo che per primo ha scelto questa tessitura.

In realtà in epoca classica erano presenti vari cicli, tra quello troiano e quello dei “Nostoi”, i “ritorni” degli eroi che avevano combattuto a Troia, o quello tebano che narrava le vicende di Edipo. Di molti ci sono arrivati solo frammenti, spesso con versioni completamente differenti dei miti, correlati magari a varianti locali e con una selezione diversa di episodi rispetto a quella magari scelta da Omero.

(Come sanno gli studenti del liceo classico si parla di questione omerica e non di Omero; una testimonianza di Giuseppe Flavio, spesso, e per troppi secoli, sottovalutata, prova che a lungo i testi erano stati trasmessi oralmente, come poi dimostrato da Perry con la sua teoria formulare, e che i vari aedi improvvisavano a seconda del contesto, facendo parte di confraternite come quella degli Omeridi.

Quanto a Omero, si consiglia la lettura della vita di Omero pseudo-erodoteo , in quanto divertentissima da leggere, o dell’intervista fattagli da Luciano sulle Isole dei Beati in un passo de “Storia vera”. Anche solo questi due riferimenti fanno comprendere come già gli antichi si divertissero a immaginare una biografia del poeta e fossero consapevoli della leggenda che circondava chi avesse fissato il poema.

Non è questa la sede per fare una lezione di dialettologia omerica, ma in Grecia si parlava -e si scriveva- in dialetti diversi. La lingua omerica è una lingua artificiale, ossia un Kunstsprache, costituita in modo da creare l’esametro. Proprio questa lingua prova una stratificazione di dialetti, tanto è che Fick, uno studioso, l’ha riscritta in eolico nell’Ottocento.

A tale proposito si rimanda a fin troppa bibliografia, tra cui lo studio seminale A History of Ancient Greek, from the beginning to late Antiquity a cura di A. F. Christidis del 2007 edito per i tipi della Cambridge University Press).

Torniamo al film, perché sennò rischio di divagare, come diceva sempre mia moglie, anzi ex moglie.

Il film di Nolan è girato con tecnologia Imax 70 mm, (rapporto 1,43: 1), il che rende impossibile fruirlo con la tecnologia con cui è stato girato, almeno in Italia. Chi scrive ha visto il film sia in imax (in un cinema a Roma) sia in una proiezione la mattina su pellicola 70 mm.

Lo ha anche visto sia in italiano (imax) sia in inglese (pellicola, vi prego, però, togliete i sottotitoli!). Il film è dedicato a David Keighley, uno dei pionieri della tecnica Imax – bello che gli sia dedicata un’opera sul viaggio di un uomo ingegnoso e capace di trovare soluzioni nuove (anche se con conseguenze un po’ più nefaste di una tecnologia cinematografica).

Il costo di produzione è stato di 250 milioni di dollari. In realtà Nolan aveva già rifiutato di lavorare su “Troy” (in cui la cosa migliore è Diane Kruger, scusate la nota da piccolo borghese). In varie interviste Nolan ha dichiarato di aver dato il cuore emotivo del film all’episodio di Argo e che molto del suo immaginario infantile si è rigirato nel film. L’episodio di Argo è brevissimo nell’Odissea, ma è uno di quelli che tutti coloro che lo hanno letto a scuola ricordano, spesso con un brivido.

Ha un fortissimo valore simbolico: il cane è colui che vede oltre il travestimento degli dei, in quanto appartiene a un mondo diverso rispetto a quello umano, ma soprattutto è un cane da caccia, attività tipica della nobiltà. Inoltre, lo stato di abbandono del cane è lo stesso della reggia (e dell’isola stessa). In un certo senso è come quel cane duplicasse la condizione di Odisseo. Di nuovo, nel canto XIX, detto già nel mondo antico ta niptra, ossia “i lavacri” anche Euriclea riconoscerà Odisseo da una ferita legata alla caccia al cinghiale, avvenuta per altro durante una “vacanza” presso il nonno, Autolico, noto per la sua astuzia, padre di Anticlea e colui che sceglie il nome di Odisseo “odiato”.

Nel mondo macedone, ancora in età ellenistica, l’uccisione di un cinghiale sanciva lo statuto di adulto da parte di un uomo appartenente a una famiglia nobile. Nel film questo riferimento allo stato sociale di Odisseo non è chiarissimo, ma l’episodio di Argo è adoperato per garantire il rientro nella famiglia di Odisseo.

Tra l’altro anche il riconoscimento da parte di Euriclea cambia parzialmente, così come le vicende che portano alla cicatrice sulle gambe di Odisseo. Autolico, nel mito, è figlio di Ermes, nel film di Nolan invece non sono presenti le divinità, tolta Atena che, però, si scoprirà nel film non è esattamente quello che sembra.

Atena, come emerge in un bel saggio divulgativo di Privitera su Odisseo, “Il ritorno del guerriero”, è la divinità che lo protegge, non tanto quella dell’inganno, che è Ermes, quanto quella della prudenza e della strategia. Da qui in poi chi vuole continuare a leggere rischia di avere delle anteprime sulla trama, si avvisa.

Suona un po’ strano parlare di spoiler parlando di un film che tratta di una storia conosciuta da 2000 anni, tendenzialmente la letteratura latina inizia con la traduzione di Livio Andronico dell’Odissea, il testo costituiva la base dell’educazione elementare per gli antichi greci, ma qualche scelta di Nolan va spiegata e rappresenta una novità significativa.

Non sono presenti gli dei, tolta Atena e Calipso, ma elementi fantastici sono presenti, spesso anche in modo anacronistico (le armature dei lestrigoni, la citazione darth vader – batman nell’armatura di Agamennone), non necessariamente coerenti dal punto di vista logico, ma che sono presenti soprattutto nel racconto di un Odisseo drogato dal fiore, che quindi sembra quasi giustificare la non del tutta affidabilità e una rielaborazione della memoria dell’uomo.

E’ noto che per poter accedere alle nomination all’Oscar sia necessario presentare anche degli attori appartenenti a minoranze etniche, qui vengono giustificati anche in maniera coerente a livello di costruzione dei dettagli e con ironiche battute -in bocca a Matt Damon- su come verrà cambiata la storia raccontandola oralmente.

Questo è chiaro dalla recitazioni delle attrici, tutte bravissime, ed è come se ognuna di loro avesse dato fondo a tutte le sue capacità recitative per avere una nomination (meno evidente è nella recitazione degli uomini, comunque tutti abbastanza convincenti nell’economia della loro parte: possono non piacere, ma ognuno recita la propria parte in modo piuttosto convincente).

Si veda come si è ottenuta coerenza nella scelta di un clan multietnico: Elena dalle bianche braccia è di colore, Melanzio, il cui nome rimanda a un colore scuro, è invece la pallidissima (e bravissima) Mia Goth; Menelao, l’eroe dalla folta chioma dai riflessi cuprei, è invece completamente pelato.

L’uso di un’attrice di colore per una figura che viene vista come “causa di una guerra” ma soprattutto come oggetto e possesso è sicuramente un modo per rendere la figura di Elena più chiara, in quanto non si può non pensare al precedente 12 anni schiavo per cui l’attrice ha vinto l’Oscar… Si ricorda che proprio il colore della pelle spesso in Usa è un grosso problema. Inoltre, il  viso -bellissimo- della Nyong’o viene sfregiato, il che in un certo modo ribalta ironicamente il suo statuto di donna più bella del mondo. Anche i vestiti – non fedeli all’epoca ma visivamente efficaci- la descrivono come prigioniera del suo ruolo, con dettagli africani che ne evidenziano l’alterità.

Il fatto che la stessa attrice sia anche l’interprete di Clitennestra veicola una vicenda che è la conseguenza stessa della violenza e della guerra, voluta da Agamennone per “motivi commerciali” (che sono la causa che di solito gli storici danno ai vari conflitti che coinvolgono lo stretto dei dardanelli in epoca antica).

L’unica cosa che mi ha disturbato nel trattare l’uccisione di Agamennone, del cui attore non vediamo mai il viso, è che lei sia stata fornita di un pugnaletto invece dell’ascia, labrys, con cui è tradizionalemente raffigurata. Però, detto questo, forse il cambiamento è avvenuto per non dare idee strane a donne come la mia ex moglie. Circe, figura di dea dall’aspetto di ragazza e seduttrice, è qui interpretata da Samantha Morton e ha tratti inquietanti piuttosto che seduttivi.

Non è una dea qui, ma una strega. In realtà proprio Circe è la figura che più è cambiata nella recezione nel corso dei secoli, sino a perdere lo statuto divino, che aveva in origine, a tale proposito si veda almeno “Circe, variazioni sul mito” a cura di Cristina Franco. Nel film è una strega, non una dea, anche molto spaventata e dotata di capacità di visione, femminista.

E’ una figura lunare, legata al nord, con tanto di corvo, laddove invece nella tradizione mitologica è la figlia del sole che vive al Circeo, in una zona certo mediterranea. La sua sequenza è una di quelle più interessanti del film, anche se proprio la prima parte del film, con il ricordo del viaggio di Odisseo è quella più debole, nonostante la bravura e la bellezza di Charlize Theron (Calypso).

La figura del Ciclope è ridotto a un pupazzone animato in animatronic, tipo quelli di Rambaldi per intenderci, e l’episodio, pur essendo presente il formaggio, riduce a nulla di dialoghi, Nolan l’ha giustificato perché sarebbe mancato il corrispettivo del gioco di parole in greco, in una sorta di ferinità. Questo un po’ mi ha sorpreso, perché la mia immagine del ciclope è legata a quella creata da Teocrito negli idilli, in cui alleva quattro teneri orsacchiotti per la ninfa di cui è innamorato (e che da brava emula della mia ex preferisce un altro).

Uno degli episodi visivamente più impattanti è quello dell’Ade, in cui però Odisseo non parla con Achille, bensì con un personaggio che si conosce dall’Eneide, Sinone. Interpretato da Elliot Page, è interessante la scelta fatta da Nolan nel preferire un soldato semplice, ribaltando anche qui l’immaginario complessivo e veicolando la sua sensibilità nella riscrittura, con la sua sensibilità moderna.

Non è arrivato l’Equos troianus di Nevio che dovrebbe parlare del suo inganno, e compare nell’Eneide (e in Quinto Smirneo, autore di cui, credetemi, se non avete letto nulla vi siete persi molto). Il termine sul merriam-webster dictionary risulta indicare un traditore e ha anche il passato, qui invece si tratta di un innocente che è vittima lui stesso di un inganno (per quel continuo ribaltamento su cui è costruito il film). Anche il background del personaggio è cambiato rispetto, ma in modo intelligente, come a creare un rapporto con Odisseo emotivo.

In un certo senso è già in questo che emerge la distanza tra una mentalità antica, aristocratica, come emerge nell’episodio di Tersite dell’Iliade, e una moderna, invece, in cui gli esseri umani sono rispettati (o dovrebbero) in quanto tale.  Tra l’altro, chi ricorda la sua vita sa che muore tra Scilla e Cariddi.

Molto è stato scritto sul fatto che Odisseo soffre di sindrome post traumatica, in realtà è assolutamente perseguitato da ciò, tanto è che Zendaya -la cui recitazione acquista un senso nella scena in cui si rivela chi è davvero- ha quella che ironicamente ho definito un triplice ruolo, Atena-Cassandra-Senso di Colpa.

Se è Cassandra, come sembra suggerire il film, in un certo senso, da visione il personaggio si trasforma in veggente. Proprio la distruzione del tempio (e l’omicidio di una sacerdotessa) per un antico poteva essere un evento traumatico (forse più della distruzione di una città e del passare a filo di spada tutti gli abitanti, come nel caso dei Meli ai tempi della guerra del Peloponneso).

Tornando alle attrici, promesse tutte a piene voti, Zendaya, Anne Hathaway (il monologo che recita a Tom Holland è da manuale di recitazione, purtroppo nel doppiaggio si perde la voce e il tono adoperato dall’attrice, tanto che in italiano sembra quasi isterica), Charlize Theron che è una Calipso bellissima e lontana davvero dal mondo, Samantha Morton Circe.

Detto questo, è bello il ruolo di Atena, dalla spilla (che ribalta la questione del letto). Molto bello è anche il ruolo di Eumeo, che nell’Odissea è il primo a riconoscere Odisseo quando rientra a Itaca. Dal punto di vista del film la funzione di Telemaco è più o meno la stessa del poema epico dal punto di vista narrativo, anche se protagonista di un episodio nel tempio di Atene a Pilos che è una simpatica esperienza padre-figlio fondamentale per cementare il rapporto di fiducia. Scherzi a parte, la scena è vivace e piuttosto bella.

A chi scrive è complessivamente piaciuta la colonna sonora, sia pure con delle riserve; Ludwig Göransson ha usato soprattutto percussioni e un aulos, oltre che delle lire. L’aulos è uno strumento a doppia ancia, un flauto di epoca antica. Ha dovuto collaborare con Callum Armostrong, che suona la ricostruzione dell’aulos greco-romano del Louvre.

La ricostruzione della musica antica è sempre molto difficile, anche perché spesso si rischia di confondere strumenti simili, ma differenti. Si pensi che il termine che indica il flauto e la tromba in egiziano è lo stesso e spesso le raffigurazioni non naturalistiche non aiutano a ricostruire i frammenti.

 

 

 

 

 

 

 

A Oxford esiste un gruppo che studia la musica antica, per esempio se ne occupa il professor D’Angour. Anche a Vienna ci si occupa di ricostruire strumenti antichi. In Italia anche però abbiamo i nostri esperti. Un aulos è stato ricostruito nel parco archeologico di Selinunte ed è possibile suonarlo. Un barbiton, una variante professionale ed esotica della cythara, usata in area egea è stata ricostruita da Antonino Marcellino, docente di storia degli strumenti musicali all’Università di Tor Vergata e già direttore del Conservatorio di Roma, ed è stata adoperata all’Inda per delle messe in scena in anni passati, per esempio dell’Elettra con le musiche di Marco Betta presentata nel 2000.

Alcuni punti della colonna sonora non sono sembrati del tutto convincenti, anche se gioca molto tra sintetizzatori e le note dell’arco di Odisseo. E’ una colonna sonora un po’ fredda, anche se chi scrive ha apprezzato il crescendo di percussioni nelle scene di climax, come avviene in quel capolavoro che è Experimentum mundi. Soprattutto la parte vocale non mi ha molto convinto, in quanto sì, accompagna il film, ma non risulta efficace nell’evidenziare gli strumenti.

Gli attori di sesso maschile sono bravi, ma si vede che sembrano più rilassati, forse perché hanno più scene per dimostrare che sono bravi e poter avere uno spazio per la nomination all’Oscar. Ottimo Robin Pattison, che nel ruolo di cattivo è sempre bravo. Bravo anche Himesh Patel, ma in realtà quasi tutti sono assolutamente convincenti. Ci si aspettano due tormentoni, quello sulla legge di Zeus e gli occhi di Atena (mi stava partendo in testa “Eyes of Tigers” ogni volta che Telemaco lo diceva), anche se lì, a un ospite che non rispettava le regole, ecco, tipo i Proci, altro che esilio, ti regalavano una statua d’oro nell’antichità.

Una citazione d’onore ai cagnolini, dei podeghi portoghesi, scelta per l’antichità della razza in uno degli aspetti verosimile dell’opera, che risultano degli attori di prima scelta. In un’intervista alla BBC 1, Nolan ha confessato di aver preso da poco un cane, qui rispetto all’Odissea il ruolo è ampliato, ma risulta funzionale ai fini della trama e perché nei pochi versi in cui vive Argo, di fatto, c’è tutto quello che il regista ha posto sullo schermo. https://www.digitalspy.com/movies/a73250180/christopher-nolan-reason-the-odyssey/

La fotografia del film è visivamente impressionante, con una predilezione da parte di chi scrive per quella in pellicola, nonostante la riduzione dell’immagine. I costumi sono efficaci nell’evidenziare il ruolo del personaggio, ma il montaggio spesso si rivela perdere di mordente, si cerca di tenere alta l’attenzione insistendo continuamente sul montaggio incrociato.

Le autocitazioni e i riferimenti pop sono godibili, ma a volte troppo telefonati, tipo la fine dell’età del bronzo (che però è divertente e fa sorridere, perché ha una valenza metacinematografica, soprattutto nel finale, quando Penelope e Odisseo partono. Non è più Odisseo, ma Matt Damon -o Nolan- che sta parlando di quell’abisso in cui stiamo precipitando, complici le guerre in corso e la catastrofe climatica che incombe.).

Si tratta quindi di un film intelligente, che funziona, con momenti anche piuttosto belli. Sicuramente farà incetta di premi agli Oscar. Nolan ha letto e amato l’Odissea e ha fatto quello che io definisco “i compiti a casa”, da bravo studente. Personalmente pur non trovandolo un capolavoro, non sono uscito arrabbiato dal cinema, cosa che era a rischio. E’ un film che porta una sensibilità moderna (quella del senso di colpa) in una cultura che Dodds definiva della vergogna.

Memore di un saggio, fondamentale, di Ruth Benedict, “Il crisantemo e la spada, modelli di cultura giapponese”, che teorizza l’esistenza di una shame culture opposta a una guilt culture, Dodds applicò in modo convincente il senso di cultura della colpa al mondo dei poemi epici nel suo seminale “I greci e l’irrazionale”.

Qui ovviamente questo non c’è, ma è chiaro che Nolan conosce questo libro e lo ribalta. E’ un film necessario: in qualche recensione che ho letto online, su facebook o nelle storie di instagram, Nolan è stato tacciato di moralismo, in quanto, proprio come in Oppenheimer, parla di responsabilità individuale e delle conseguenze delle nostre scelte. Proprio questo può piacere a chi ama Nolan e ha amato Oppeneheimer, da farlo gridare al capolavoro, cosa che però questo film non è.

A ogni modo proprio questo moralismo risulta oggi, nell’assistere a quello che sta succedendo nel mondo, assolutamente necessario. Non è l’Odisseo omerico, con la sua ubris, il suo rapporto diretto con gli dei e il sacro, con il suo contesto storico.

E’ un uomo che compie delle azioni, oggi, ora, nel nostro modo di vivere, con il nostro senso morale. E’ ciò che abbiamo per ricordarci quello che stiamo causando, per le nostre scelte, per il nostro senso di superiorità, con ogni azione che compiamo, anche con la nostra indifferenza alle conseguenze, in troppe parti del mondo. E’ il nostro modo, nelle lacrime di Odisseo, per ricordarci le nostre azioni, ciò che comportano, per non dimenticare che siamo, e dobbiamo rimanere, umani.

P.s. Ma con una moglie laureata in Storia Antica poteva permettersi di fare un film brutto?

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *