L’angelo di sangue – di Valeria Bianchi Mian –

di Serena Vinci

L’angelo di sangue (Edizioni del Capricorno, 2026) di Valeria Bianchi Mian, noir psicologico che si è aggiudicato il 2° posto nella Sezione Classico del prestigioso premio letterario «Garfagnana in Giallo», è il terzo romanzo di quella che potremmo definire la prima e finora unica trilogia dell’horror torinese di penna femminile.

L’autrice ha una formazione psicoanalitica di orientamento junghiano e ha creato il marchio Tarotdramma per i suoi percorsi psicoterapeutici, che si avvalgono della suggestione dei tarocchi,  all’intersezione con gli strumenti dello psicodramma.

Il riverbero nella letteratura di questo suo approccio professionale è evidente, soprattutto per il lavoro profondo sulle matrici inconsce della natura umana e della scrittura stessa, come Bianchi Mian dichiara nella dedica alle due madrine Carolina Invernizio e Rosa Mogliasso, le «due muse che mi regalano consigli nei momenti medianici, ovvero l’arte dello scrivere ascoltando la voce dell’inconscio».

Un ritratto di Carolina Invernizio

Le due scrittrici piemontesi, la prima instancabile romanziera di horror ottocenteschi (che oggi sono considerati stucchevoli ma che all’epoca hanno fatto la storia di quel particolare filone del genere incentrato sull’oltretomba, che esplora regni di spiriti e dimensioni infernali) e la seconda, venuta a mancare nel 2024, che ha reso l’horror al femminile portavoce di un’aperta denuncia sociale, sono il manifesto della poetica di Bianchi Mian.

 

 

 

La trilogia noir è pubblicata dalla casa editrice torinese Edizioni del Capricorno e curata dalla direttrice editoriale di Valentina Castellan, che ha fatto della sezione noir la sua punta di diamante, insieme ad altri noti autori come Giorgio Ballario e Massimo Tallone.

Va detto che Bianchi Mian è una delle rarissime penne femminili che si dedicano con successo a questa forma di romanzo, possedendo in particolare due specificità di rilievo. Prima di tutto, la capacità di contestualizzare nella contemporaneità le vicende, sia linguisticamente che in relazione ai riferimenti culturali.

Infatti, capita spesso di vedere i personaggi alle prese con la tirannia dei social e dei messaggi di whatsapp, irrinunciabili quanto invadenti, nella vita vera ancor più che nella finzione, la quale aiuta a svelarne la macchinosità e la pervasività nella vita quotidiana.

In secondo luogo, ma non di secondaria importanza, è il rilievo del contesto storico e soprattutto geografico. Infatti, già dai titoli dei capitoli incontriamo luoghi cari a quel lettore che conosce il Piemonte e l’area torinese in particolare: il monte Musiné, Casellette, Parco delle Vallere, Villa della Regina.

Se ci addentriamo nei luoghi battuti dai torinesi, Caffè Elena e via Sant’Anselmo aprono scenari complessi nella mente di chi ha vissuto quei quartieri e ne comprende la connotazione. Se qualsiasi lettore ignaro del significato intrinseco di questi luoghi, si gode appieno la fase immaginativa che accompagna ogni lettura di finzione, nel caso di un lettore con conoscenza  diretta della toponomastica, l’esperienza risulta altamente immersiva.

I tre romanzi sono autonomi nella narrazione e nelle vicende, nonostante alcuni personaggi ritornino come la coppia “detective” Viola/Pietropaoli, ma lo spessore valoriale di ognuno di essi aumenta se messo in relazione all’altro.

Il primo romanzo della trilogia, Il corpo crudo (2023), si apre il 23 dicembre 2022 con la scoperta di un omicidio brutale a sfondo esoterico nel quartiere di San Salvario. La vittima è Bruno Sirio, un fotografo e artista di successo di trentatré anni, noto nell’ambiente dell’arte contemporanea con lo pseudonimo di “Dio+”. Il suo cadavere viene rinvenuto nella sua casa-studio di via Ormea in condizioni raccapriccianti: è stato costretto a ingurgitare dell’acido disgorgante ed è stato privato del membro virile, che sembra essergli stato strappato via con violenza ferina.

Copertina del romanzo "Il corpo crudo"

Le indagini seguono due piste principali, quella del movente artistico/economico, fa pensare a un assassino proveniente dall’ambiente cinico e competitivo dell’arte contemporanea torinese, e quella passionale/psicologica che sospetta di qualche amante del passato. Infatti, Sirio, aveva l’abitudine di usare e manipolare i corpi delle donne per le sue opere provocatorie, provocando rancori nelle relazioni interrotte bruscamente.La narrazione oscilla continuamente avanti e indietro nel tempo per ricostruire i mesi precedenti al delitto e scavare nel passato profondo dei personaggi. Ad amplificare l’atmosfera cupa del quartiere (ben nota a chi ci ha vissuto o trascorso serate della movida) si aggiungono una serie di misteriose aggressioni notturne a opera di una presunta creatura feroce, che i testimoni descrivono come la figura mitologica di un lupo mannaro. Il fulcro della storia diventa così l’esplorazione del confine labile tra l’essere umano e l’istinto animale (l’Ombra), dove il corpo cessa di essere solo una forma per diventare “carne cruda”, vittima e carnefice dei desideri e delle psicopatologie umane.

Il secondo romanzo della trilogia, Le signore dei giochi (2024), affronta invece tematiche profonde e viscerali legate al femminile, alla maternità, alla perdita e al senso di colpa, muovendosi tra la Torino “bene” e le atmosfere inquietanti delle Valli di Lanzo. La storia si apre in medias res con un ritmo incalzante e una scena d’impatto: in una piovosa notte di giugno, nei boschi delle Valli di Lanzo, Greta Pietropaoli (anche già protagonista del precedente romanzo) è in fuga, è stata ferita gravemente ed è inseguita da qualcuno che intende ucciderla. Da questo momento, la narrazione fa un passo indietro nel tempo, quando un paio di settimane prima era apparso un misterioso documento risalente al 1995. Questo foglio sconvolge la routine di tre eccentriche anziane signore della Torino borghese. Le tre donne si professano medium e sensitive, sono dedite a pratiche esoteriche ed extrasensoriali, note nel loro giro di clienti affezionati come le “ziette”.  Gravita intorno a loro ruota anche la figura di Viviana, una tarologa.

Il documento riapre un cold case vecchio di trent’anni: la scomparsa di Eva Amariei, una giovane clochard che all’epoca era all’ottavo mese di gravidanza. Il nome di Eva diventa il fil rouge (un vero e proprio “filo rosso sangue”) che lega indissolubilmente il passato al presente, sollevando interrogativi su chi, a distanza di decenni, abbia interesse a dissotterrare o a coprire per sempre il destino di quella donna invisibile.

Il fulcro emotivo e concettuale dell’opera, in questo secondo romanzo, è l’esplorazione della maternità e del corpo femminile in tutte le sue declinazioni psicologiche e drammatiche. Nel corso della storia si confrontano e si scontrano infatti diverse figure di donne.

E dopo la bestialità e la maternità, Bianchi Mian posa il suo sguardo analitico e allo stesso tempo onirico sull’estrema contemporaneità, in particolare sui giovani nella loro solitudine, persi nella loro suscettibilità davanti all’uso e abuso tanto dei social quanto delle relazioni tossiche.

Anche L’angelo di sangue si apre in medias  res, con una drammatica seduta di psicoterapia online tra il dottor Daniel Viola e la sua paziente diciannovenne, Raffaella Montedori (soprannominata “Vega” su Zoom). Raffaella è in cura da lui da due anni, a seguito di un tentato suicidio. Vediamo che la ragazza si collega a schermo spento dal crepuscolo di un bosco sulle pendici del Musiné e annuncia di voler interrompere la terapia perché ormai ha incontrato l’angelo che aspettava.

All’improvviso, lo schermo si attiva e lo psicologo assiste impotente a una scena orrifica. Sullo schermo compare la schiena nuda di Raffaella, che mostra il tatuaggio di due ali sulle scapole. Ha la testa infilata in un sacchetto di plastica e qualcuno si muove sopra di lei con un coltello. La trasmissione si interrompe bruscamente prima del grido della ragazza, lasciando Daniel nel panico per non aver registrato la chiamata o fatto uno screenshot e di non sapere cosa sia successo davvero.

Con un escamotage ormai consolidato, la narrazione fa un salto indietro di circa due settimane, ai primi di dicembre, per ricostruire i fatti. Nel corso di una seduta online, Raffaella aveva confessato al terapeuta con grande entusiasmo di aver incontrato una persona “speciale” di nome Michael e di aver iniziato un percorso spirituale. Viola, che già nei giorni precedenti parlando con la compagna Greta Pietropaoli aveva confessato di percepire un’oscura sensazione di pericolo imminente legata ai suoi pazienti, ignora ancora che la sua giovane assistita sta cadendo nell’adescamento della setta di Metatron.

La setta è mossa da Salvatore Regis, un carismatico quanto arrogante maestro olistico che tra le altre stranezza partecipa a un’intervista presso Radio Happy Turin per promuovere il suo centro “Spirit Healing” di via delle Rosine a Torino. Regis predica una filosofia sincretica di “meditazione angelica” volta all’evoluzione dell’Io e alla purezza, nonostante intimamente provi profondo disprezzo per la gente comune e la sua mediocrità.

Raffaella aveva incontrato Michael, che a dispetto del nome è una bellissima ragazza androgina dai tratti angelici, proprio mentre era impegnata a fare volantinaggio per il centro Spirit Healing. Michael (che in realtà ha adescato Raffaella tramite chat mirate su WhatsApp, facendo leva sulla sua fragilità e sulla comune passione per la stella Vega) la invita quella sera stessa a un incontro di meditazione gratuito che prepara ai successivi step per celebrare il solstizio d’inverno, data cruciale nell’ambito del sistema esoterico fatto di simbologia, momenti di ritualità e talvolta crudeli sacrifici di trasformazione.

Del resto, la quarta di copertina lo dichiara: siamo in una Torino che sta per festeggiare il Natale e «qualcosa di malvagio sta per succedere», in un’eco referenziale, appena mascherata dalla traduzione in italiano, dell’inquietante serie horror Something Very Bad Is Going to Happen, degli stessi produttori dell’ormai epica Stranger Things, distribuita su Netflix proprio a marzo, in una concomitanza con l’uscita de L’angelo di sangue che ha dell’esoterico, appunto. E senza voler spoilerare altro, di angeli e demoni che mescolano il loro sangue si tratta.

 

Atena, Odisseo e i popoli del mare, ricetta per l’Oscar?


di Stanislao Rossi 

Atena, Odisseo e i popoli del mare, ricetta per l’Oscar?

Un capolavoro o una solenne c……a?

Nolan è uno di quei registi che polarizza l’opinione pubblica tra detrattori e sostenitori, ed è piuttosto difficile trovare qualcuno che ne riconosca sia i meriti sia i difetti (tendenza, questa, della polarizzazione che molto sta danneggiando proprio la crescita culturale, ma questo è un altro discorso).

La sua ultima fatica ha causato polemiche, soprattutto legate alla scelta di affidare a Lupita Nyong’o il ruolo di Elena (e di Clitennestra). Tra polemiche di wokismo, ci si scusa per l’uso del neologismo, e di mancanza di verosimiglianza storica, peggiorate da una dichiarazione dell’attrice sul fatto che Omero avrebbe riservato poco spazio alle donne, forse questa scelta si è rivelata vincente, in quanto è stata scientemente e coerentemente sostenuta da tutta l’intelaiatura del film.

Inoltre, cosa che molti ignorano che i traffici commerciali in epoca antica arrivavano ben oltre quanto comunemente si pensa. Metto qui un link a un katharos di epoca classica con una testa di Etiope (e secondo una variante del mito l’eroina Andromeda sarebbe di colore). https://artmuseum.princeton.edu/art/collections/objects/20038

Questa polemica ha una sfumatura piuttosto razzista, perché nessuno chiede verosimiglianza storica a uno spettacolo teatrale o a un’opera non divulgativa… Quanto all’accusa del poco spazio alle donne, si vorrebbe ricordare l’importanza dei personaggi femminili, tra cui Nausicaa, dietro la cui figura Samuel Butler ha visto nascondersi la stessa autrice dell’Odissea, in un saggio più curioso (molto) che scientifico (per nulla) dal titolo “The authoress of Odyssey”, rielaborato in un romanzo di Graves (quello de “I miti greci” e “Io, Claudio”) “La figlia di Omero”.

Peraltro, c’è chi ancora oggi pensa che si tratti di un viaggio avvenuto in Sicilia e scritto da una nobildonna siciliana, si pensi ad Andrew Delby e al suo Rediscovering Homer! Tra i luoghi in cui è girato il film comunque non manca certo la Sicilia (e Ostia, e la Scozia, e l’Islanda).

Quello che molti non sanno è che la produttrice del film, nonché moglie di Nolan, Emma Thomas, è laureata in Storia Antica all’UCL e che come lei stessa ha dichiarato il lavoro che hanno svolto è andato dalla lettura di saggi sull’età del bronzo alla visione di peplum.

Questo è evidente dalla teoria cavalcata dal film, quella di Cline, in 1177 a. C.: i popoli del mare sarebbero anche gli Achei. Fa piuttosto sorridere la presenza di battute, in bocca ad Odisseo, riguardanti proprio la perdita della scrittura e la trasmissione orale che in un certo senso si riferiscono con una certa ironia alle scelta di Nolan nella sua riscrittura del mito.

Si dà qui un link a un informato contributo di Lucio Di Gaetano che ripercorre tutti i riferimenti culturali presenti nel testo:

https://luciodigaetano.substack.com/p/atena-e-morta-ma-nolan-si-sente-benissimo

Si avvisa subito di un’assenza, quella di Nausicaa, causata da motivi di lunghezza e anche perché in un certo senso l’episodio dei Feaci e del racconto di Odisseo è spesso visto come un doppione di quello dell’aedo, della struttura omerica, chiunque sia stato il rapsodo che per primo ha scelto questa tessitura.

In realtà in epoca classica erano presenti vari cicli, tra quello troiano e quello dei “Nostoi”, i “ritorni” degli eroi che avevano combattuto a Troia, o quello tebano che narrava le vicende di Edipo. Di molti ci sono arrivati solo frammenti, spesso con versioni completamente differenti dei miti, correlati magari a varianti locali e con una selezione diversa di episodi rispetto a quella magari scelta da Omero.

(Come sanno gli studenti del liceo classico si parla di questione omerica e non di Omero; una testimonianza di Giuseppe Flavio, spesso, e per troppi secoli, sottovalutata, prova che a lungo i testi erano stati trasmessi oralmente, come poi dimostrato da Perry con la sua teoria formulare, e che i vari aedi improvvisavano a seconda del contesto, facendo parte di confraternite come quella degli Omeridi.

Quanto a Omero, si consiglia la lettura della vita di Omero pseudo-erodoteo , in quanto divertentissima da leggere, o dell’intervista fattagli da Luciano sulle Isole dei Beati in un passo de “Storia vera”. Anche solo questi due riferimenti fanno comprendere come già gli antichi si divertissero a immaginare una biografia del poeta e fossero consapevoli della leggenda che circondava chi avesse fissato il poema.

Non è questa la sede per fare una lezione di dialettologia omerica, ma in Grecia si parlava -e si scriveva- in dialetti diversi. La lingua omerica è una lingua artificiale, ossia un Kunstsprache, costituita in modo da creare l’esametro. Proprio questa lingua prova una stratificazione di dialetti, tanto è che Fick, uno studioso, l’ha riscritta in eolico nell’Ottocento.

A tale proposito si rimanda a fin troppa bibliografia, tra cui lo studio seminale A History of Ancient Greek, from the beginning to late Antiquity a cura di A. F. Christidis del 2007 edito per i tipi della Cambridge University Press).

Torniamo al film, perché sennò rischio di divagare, come diceva sempre mia moglie, anzi ex moglie.

Il film di Nolan è girato con tecnologia Imax 70 mm, (rapporto 1,43: 1), il che rende impossibile fruirlo con la tecnologia con cui è stato girato, almeno in Italia. Chi scrive ha visto il film sia in imax (in un cinema a Roma) sia in una proiezione la mattina su pellicola 70 mm.

Lo ha anche visto sia in italiano (imax) sia in inglese (pellicola, vi prego, però, togliete i sottotitoli!). Il film è dedicato a David Keighley, uno dei pionieri della tecnica Imax – bello che gli sia dedicata un’opera sul viaggio di un uomo ingegnoso e capace di trovare soluzioni nuove (anche se con conseguenze un po’ più nefaste di una tecnologia cinematografica).

Il costo di produzione è stato di 250 milioni di dollari. In realtà Nolan aveva già rifiutato di lavorare su “Troy” (in cui la cosa migliore è Diane Kruger, scusate la nota da piccolo borghese). In varie interviste Nolan ha dichiarato di aver dato il cuore emotivo del film all’episodio di Argo e che molto del suo immaginario infantile si è rigirato nel film. L’episodio di Argo è brevissimo nell’Odissea, ma è uno di quelli che tutti coloro che lo hanno letto a scuola ricordano, spesso con un brivido.

Ha un fortissimo valore simbolico: il cane è colui che vede oltre il travestimento degli dei, in quanto appartiene a un mondo diverso rispetto a quello umano, ma soprattutto è un cane da caccia, attività tipica della nobiltà. Inoltre, lo stato di abbandono del cane è lo stesso della reggia (e dell’isola stessa). In un certo senso è come quel cane duplicasse la condizione di Odisseo. Di nuovo, nel canto XIX, detto già nel mondo antico ta niptra, ossia “i lavacri” anche Euriclea riconoscerà Odisseo da una ferita legata alla caccia al cinghiale, avvenuta per altro durante una “vacanza” presso il nonno, Autolico, noto per la sua astuzia, padre di Anticlea e colui che sceglie il nome di Odisseo “odiato”.

Nel mondo macedone, ancora in età ellenistica, l’uccisione di un cinghiale sanciva lo statuto di adulto da parte di un uomo appartenente a una famiglia nobile. Nel film questo riferimento allo stato sociale di Odisseo non è chiarissimo, ma l’episodio di Argo è adoperato per garantire il rientro nella famiglia di Odisseo.

Tra l’altro anche il riconoscimento da parte di Euriclea cambia parzialmente, così come le vicende che portano alla cicatrice sulle gambe di Odisseo. Autolico, nel mito, è figlio di Ermes, nel film di Nolan invece non sono presenti le divinità, tolta Atena che, però, si scoprirà nel film non è esattamente quello che sembra.

Atena, come emerge in un bel saggio divulgativo di Privitera su Odisseo, “Il ritorno del guerriero”, è la divinità che lo protegge, non tanto quella dell’inganno, che è Ermes, quanto quella della prudenza e della strategia. Da qui in poi chi vuole continuare a leggere rischia di avere delle anteprime sulla trama, si avvisa.

Suona un po’ strano parlare di spoiler parlando di un film che tratta di una storia conosciuta da 2000 anni, tendenzialmente la letteratura latina inizia con la traduzione di Livio Andronico dell’Odissea, il testo costituiva la base dell’educazione elementare per gli antichi greci, ma qualche scelta di Nolan va spiegata e rappresenta una novità significativa.

Non sono presenti gli dei, tolta Atena e Calipso, ma elementi fantastici sono presenti, spesso anche in modo anacronistico (le armature dei lestrigoni, la citazione darth vader – batman nell’armatura di Agamennone), non necessariamente coerenti dal punto di vista logico, ma che sono presenti soprattutto nel racconto di un Odisseo drogato dal fiore, che quindi sembra quasi giustificare la non del tutta affidabilità e una rielaborazione della memoria dell’uomo.

E’ noto che per poter accedere alle nomination all’Oscar sia necessario presentare anche degli attori appartenenti a minoranze etniche, qui vengono giustificati anche in maniera coerente a livello di costruzione dei dettagli e con ironiche battute -in bocca a Matt Damon- su come verrà cambiata la storia raccontandola oralmente.

Questo è chiaro dalla recitazioni delle attrici, tutte bravissime, ed è come se ognuna di loro avesse dato fondo a tutte le sue capacità recitative per avere una nomination (meno evidente è nella recitazione degli uomini, comunque tutti abbastanza convincenti nell’economia della loro parte: possono non piacere, ma ognuno recita la propria parte in modo piuttosto convincente).

Si veda come si è ottenuta coerenza nella scelta di un clan multietnico: Elena dalle bianche braccia è di colore, Melanzio, il cui nome rimanda a un colore scuro, è invece la pallidissima (e bravissima) Mia Goth; Menelao, l’eroe dalla folta chioma dai riflessi cuprei, è invece completamente pelato.

L’uso di un’attrice di colore per una figura che viene vista come “causa di una guerra” ma soprattutto come oggetto e possesso è sicuramente un modo per rendere la figura di Elena più chiara, in quanto non si può non pensare al precedente 12 anni schiavo per cui l’attrice ha vinto l’Oscar… Si ricorda che proprio il colore della pelle spesso in Usa è un grosso problema. Inoltre, il  viso -bellissimo- della Nyong’o viene sfregiato, il che in un certo modo ribalta ironicamente il suo statuto di donna più bella del mondo. Anche i vestiti – non fedeli all’epoca ma visivamente efficaci- la descrivono come prigioniera del suo ruolo, con dettagli africani che ne evidenziano l’alterità.

Il fatto che la stessa attrice sia anche l’interprete di Clitennestra veicola una vicenda che è la conseguenza stessa della violenza e della guerra, voluta da Agamennone per “motivi commerciali” (che sono la causa che di solito gli storici danno ai vari conflitti che coinvolgono lo stretto dei dardanelli in epoca antica).

L’unica cosa che mi ha disturbato nel trattare l’uccisione di Agamennone, del cui attore non vediamo mai il viso, è che lei sia stata fornita di un pugnaletto invece dell’ascia, labrys, con cui è tradizionalemente raffigurata. Però, detto questo, forse il cambiamento è avvenuto per non dare idee strane a donne come la mia ex moglie. Circe, figura di dea dall’aspetto di ragazza e seduttrice, è qui interpretata da Samantha Morton e ha tratti inquietanti piuttosto che seduttivi.

Non è una dea qui, ma una strega. In realtà proprio Circe è la figura che più è cambiata nella recezione nel corso dei secoli, sino a perdere lo statuto divino, che aveva in origine, a tale proposito si veda almeno “Circe, variazioni sul mito” a cura di Cristina Franco. Nel film è una strega, non una dea, anche molto spaventata e dotata di capacità di visione, femminista.

E’ una figura lunare, legata al nord, con tanto di corvo, laddove invece nella tradizione mitologica è la figlia del sole che vive al Circeo, in una zona certo mediterranea. La sua sequenza è una di quelle più interessanti del film, anche se proprio la prima parte del film, con il ricordo del viaggio di Odisseo è quella più debole, nonostante la bravura e la bellezza di Charlize Theron (Calypso).

La figura del Ciclope è ridotto a un pupazzone animato in animatronic, tipo quelli di Rambaldi per intenderci, e l’episodio, pur essendo presente il formaggio, riduce a nulla di dialoghi, Nolan l’ha giustificato perché sarebbe mancato il corrispettivo del gioco di parole in greco, in una sorta di ferinità. Questo un po’ mi ha sorpreso, perché la mia immagine del ciclope è legata a quella creata da Teocrito negli idilli, in cui alleva quattro teneri orsacchiotti per la ninfa di cui è innamorato (e che da brava emula della mia ex preferisce un altro).

Uno degli episodi visivamente più impattanti è quello dell’Ade, in cui però Odisseo non parla con Achille, bensì con un personaggio che si conosce dall’Eneide, Sinone. Interpretato da Elliot Page, è interessante la scelta fatta da Nolan nel preferire un soldato semplice, ribaltando anche qui l’immaginario complessivo e veicolando la sua sensibilità nella riscrittura, con la sua sensibilità moderna.

Non è arrivato l’Equos troianus di Nevio che dovrebbe parlare del suo inganno, e compare nell’Eneide (e in Quinto Smirneo, autore di cui, credetemi, se non avete letto nulla vi siete persi molto). Il termine sul merriam-webster dictionary risulta indicare un traditore e ha anche il passato, qui invece si tratta di un innocente che è vittima lui stesso di un inganno (per quel continuo ribaltamento su cui è costruito il film). Anche il background del personaggio è cambiato rispetto, ma in modo intelligente, come a creare un rapporto con Odisseo emotivo.

In un certo senso è già in questo che emerge la distanza tra una mentalità antica, aristocratica, come emerge nell’episodio di Tersite dell’Iliade, e una moderna, invece, in cui gli esseri umani sono rispettati (o dovrebbero) in quanto tale.  Tra l’altro, chi ricorda la sua vita sa che muore tra Scilla e Cariddi.

Molto è stato scritto sul fatto che Odisseo soffre di sindrome post traumatica, in realtà è assolutamente perseguitato da ciò, tanto è che Zendaya -la cui recitazione acquista un senso nella scena in cui si rivela chi è davvero- ha quella che ironicamente ho definito un triplice ruolo, Atena-Cassandra-Senso di Colpa.

Se è Cassandra, come sembra suggerire il film, in un certo senso, da visione il personaggio si trasforma in veggente. Proprio la distruzione del tempio (e l’omicidio di una sacerdotessa) per un antico poteva essere un evento traumatico (forse più della distruzione di una città e del passare a filo di spada tutti gli abitanti, come nel caso dei Meli ai tempi della guerra del Peloponneso).

Tornando alle attrici, promesse tutte a piene voti, Zendaya, Anne Hathaway (il monologo che recita a Tom Holland è da manuale di recitazione, purtroppo nel doppiaggio si perde la voce e il tono adoperato dall’attrice, tanto che in italiano sembra quasi isterica), Charlize Theron che è una Calipso bellissima e lontana davvero dal mondo, Samantha Morton Circe.

Detto questo, è bello il ruolo di Atena, dalla spilla (che ribalta la questione del letto). Molto bello è anche il ruolo di Eumeo, che nell’Odissea è il primo a riconoscere Odisseo quando rientra a Itaca. Dal punto di vista del film la funzione di Telemaco è più o meno la stessa del poema epico dal punto di vista narrativo, anche se protagonista di un episodio nel tempio di Atene a Pilos che è una simpatica esperienza padre-figlio fondamentale per cementare il rapporto di fiducia. Scherzi a parte, la scena è vivace e piuttosto bella.

A chi scrive è complessivamente piaciuta la colonna sonora, sia pure con delle riserve; Ludwig Göransson ha usato soprattutto percussioni e un aulos, oltre che delle lire. L’aulos è uno strumento a doppia ancia, un flauto di epoca antica. Ha dovuto collaborare con Callum Armostrong, che suona la ricostruzione dell’aulos greco-romano del Louvre.

La ricostruzione della musica antica è sempre molto difficile, anche perché spesso si rischia di confondere strumenti simili, ma differenti. Si pensi che il termine che indica il flauto e la tromba in egiziano è lo stesso e spesso le raffigurazioni non naturalistiche non aiutano a ricostruire i frammenti.

 

 

 

 

 

 

 

A Oxford esiste un gruppo che studia la musica antica, per esempio se ne occupa il professor D’Angour. Anche a Vienna ci si occupa di ricostruire strumenti antichi. In Italia anche però abbiamo i nostri esperti. Un aulos è stato ricostruito nel parco archeologico di Selinunte ed è possibile suonarlo. Un barbiton, una variante professionale ed esotica della cythara, usata in area egea è stata ricostruita da Antonino Marcellino, docente di storia degli strumenti musicali all’Università di Tor Vergata e già direttore del Conservatorio di Roma, ed è stata adoperata all’Inda per delle messe in scena in anni passati, per esempio dell’Elettra con le musiche di Marco Betta presentata nel 2000.

Alcuni punti della colonna sonora non sono sembrati del tutto convincenti, anche se gioca molto tra sintetizzatori e le note dell’arco di Odisseo. E’ una colonna sonora un po’ fredda, anche se chi scrive ha apprezzato il crescendo di percussioni nelle scene di climax, come avviene in quel capolavoro che è Experimentum mundi. Soprattutto la parte vocale non mi ha molto convinto, in quanto sì, accompagna il film, ma non risulta efficace nell’evidenziare gli strumenti.

Gli attori di sesso maschile sono bravi, ma si vede che sembrano più rilassati, forse perché hanno più scene per dimostrare che sono bravi e poter avere uno spazio per la nomination all’Oscar. Ottimo Robin Pattison, che nel ruolo di cattivo è sempre bravo. Bravo anche Himesh Patel, ma in realtà quasi tutti sono assolutamente convincenti. Ci si aspettano due tormentoni, quello sulla legge di Zeus e gli occhi di Atena (mi stava partendo in testa “Eyes of Tigers” ogni volta che Telemaco lo diceva), anche se lì, a un ospite che non rispettava le regole, ecco, tipo i Proci, altro che esilio, ti regalavano una statua d’oro nell’antichità.

Una citazione d’onore ai cagnolini, dei podeghi portoghesi, scelta per l’antichità della razza in uno degli aspetti verosimile dell’opera, che risultano degli attori di prima scelta. In un’intervista alla BBC 1, Nolan ha confessato di aver preso da poco un cane, qui rispetto all’Odissea il ruolo è ampliato, ma risulta funzionale ai fini della trama e perché nei pochi versi in cui vive Argo, di fatto, c’è tutto quello che il regista ha posto sullo schermo. https://www.digitalspy.com/movies/a73250180/christopher-nolan-reason-the-odyssey/

La fotografia del film è visivamente impressionante, con una predilezione da parte di chi scrive per quella in pellicola, nonostante la riduzione dell’immagine. I costumi sono efficaci nell’evidenziare il ruolo del personaggio, ma il montaggio spesso si rivela perdere di mordente, si cerca di tenere alta l’attenzione insistendo continuamente sul montaggio incrociato.

Le autocitazioni e i riferimenti pop sono godibili, ma a volte troppo telefonati, tipo la fine dell’età del bronzo (che però è divertente e fa sorridere, perché ha una valenza metacinematografica, soprattutto nel finale, quando Penelope e Odisseo partono. Non è più Odisseo, ma Matt Damon -o Nolan- che sta parlando di quell’abisso in cui stiamo precipitando, complici le guerre in corso e la catastrofe climatica che incombe.).

Si tratta quindi di un film intelligente, che funziona, con momenti anche piuttosto belli. Sicuramente farà incetta di premi agli Oscar. Nolan ha letto e amato l’Odissea e ha fatto quello che io definisco “i compiti a casa”, da bravo studente. Personalmente pur non trovandolo un capolavoro, non sono uscito arrabbiato dal cinema, cosa che era a rischio. E’ un film che porta una sensibilità moderna (quella del senso di colpa) in una cultura che Dodds definiva della vergogna.

Memore di un saggio, fondamentale, di Ruth Benedict, “Il crisantemo e la spada, modelli di cultura giapponese”, che teorizza l’esistenza di una shame culture opposta a una guilt culture, Dodds applicò in modo convincente il senso di cultura della colpa al mondo dei poemi epici nel suo seminale “I greci e l’irrazionale”.

Qui ovviamente questo non c’è, ma è chiaro che Nolan conosce questo libro e lo ribalta. E’ un film necessario: in qualche recensione che ho letto online, su facebook o nelle storie di instagram, Nolan è stato tacciato di moralismo, in quanto, proprio come in Oppenheimer, parla di responsabilità individuale e delle conseguenze delle nostre scelte. Proprio questo può piacere a chi ama Nolan e ha amato Oppeneheimer, da farlo gridare al capolavoro, cosa che però questo film non è.

A ogni modo proprio questo moralismo risulta oggi, nell’assistere a quello che sta succedendo nel mondo, assolutamente necessario. Non è l’Odisseo omerico, con la sua ubris, il suo rapporto diretto con gli dei e il sacro, con il suo contesto storico.

E’ un uomo che compie delle azioni, oggi, ora, nel nostro modo di vivere, con il nostro senso morale. E’ ciò che abbiamo per ricordarci quello che stiamo causando, per le nostre scelte, per il nostro senso di superiorità, con ogni azione che compiamo, anche con la nostra indifferenza alle conseguenze, in troppe parti del mondo. E’ il nostro modo, nelle lacrime di Odisseo, per ricordarci le nostre azioni, ciò che comportano, per non dimenticare che siamo, e dobbiamo rimanere, umani.

P.s. Ma con una moglie laureata in Storia Antica poteva permettersi di fare un film brutto?

PARLIAMONE CON ANNA FOLCHI: FRA SEGNI E VOCI: STORIA DI UNA DONNA SORDA, DI UNA COMUNITA’, DI UNA LINGUA

di Emilia Pietropaolo

 

  1. Ciao Anna, sono davvero felice di avere l’opportunità di intervistarti sul tuo libro Fra segni e voci: “storia di una donna sorda, di una comunità, di una lingua”. È un titolo molto evocativo, che già anticipa il tema dell’incontro tra il mondo delle persone sorde e quello delle persone udenti, partendo dalla tua storia personale. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E, secondo te, oggi c’è ancora bisogno di raccontare alle persone udenti chi sono le persone sorde e che cosa significa davvero la «sordità»?
  • L’idea di scrivere Fra segni e voci nasce dall’esigenza di lasciare una testimonianza personale che, al tempo stesso, fosse anche una testimonianza collettiva. Non desideravo raccontare soltanto la mia storia, ma utilizzare la mia esperienza come filo conduttore per ripercorrere le trasformazioni vissute dalla comunità sorda italiana nel corso di diversi decenni: dall’educazione oralista alle battaglie per il riconoscimento della lingua dei segni, fino alle questioni dell’accessibilità, dei diritti e della piena partecipazione alla vita sociale.

 

  1. Ho trovato Fra segni e voci un libro molto importante perché affronta temi ancora oggi estremamente attuali: il lavoro, l’accessibilità, l’educazione e l’essere donna. Sono questioni fondamentali che, in parte, avevi già affrontato nel saggio The Social Condition of Deaf People (2022). Dal tuo punto di vista, il mondo del lavoro è cambiato per le persone sorde? Oggi ci sono maggiori attenzioni e opportunità rispetto al passato? E cosa significa, per te, essere una donna sorda? Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare?
  • Credo che il mondo del lavoro sia cambiato rispetto al passato e che oggi ci siano maggiori opportunità per le persone sorde. Le nuove tecnologie, una maggiore attenzione all’accessibilità e il riconoscimento dei diritti hanno sicuramente favorito questo cambiamento. Tuttavia, permangono ancora molte difficoltà. Le barriere non sono legate tanto alla sordità in sé, quanto alla mancanza di accessibilità e ai pregiudizi che ancora oggi influenzano il modo in cui vengono percepite le capacità delle persone sorde.

Per quanto riguarda la mia esperienza, essere una donna sorda ha significato affrontare una doppia sfida. Da una parte, ho dovuto confrontarmi con gli ostacoli legati alla sordità; dall’altra, con quelli che molte donne hanno incontrato nella vita professionale e sociale. Le difficoltà maggiori sono state dimostrare le mie competenze e conquistare la fiducia degli altri, in un contesto in cui spesso la sordità veniva vista prima delle capacità della persona.

Queste esperienze mi hanno insegnato quanto siano importanti l’accessibilità, il rispetto delle differenze e le pari opportunità. Credo che una società inclusiva non debba limitarsi a offrire un posto di lavoro alle persone sorde, ma debba creare le condizioni perché possano partecipare pienamente, esprimere le proprie competenze e avere le stesse possibilità di crescita di tutti gli altri.

 

3. Nel libro parli molto della voce, ed è un aspetto interessante e che conosco personalmente. Che cosa rappresenta per te la voce? È davvero la condizione necessaria per essere pienamente riconosciuti nel mondo degli udenti? Tu sei una persona oralizzata, ma usi anche la tua lingua materna, la lingua dei segni: secondo te, agli occhi delle persone udenti questo ti rende “più sorda” o “più udente”? Hai notato che lo sguardo degli altri cambia quando usi la voce oppure quando comunichi in lingua dei segni?

  • La voce ha avuto un ruolo importante nella mia vita, perché mi ha permesso di comunicare con il mondo degli udenti. Tuttavia, credo che una persona non debba essere riconosciuta o valorizzata in base al fatto che parli o meno. La voce è uno strumento di comunicazione, ma non è l’unico. Anche la lingua dei segni è una lingua completa e permette di esprimere pensieri, emozioni e identità.

Sono una persona oralizzata, ma la mia lingua naturale è anche la lingua dei segni. Non penso di essere “più sorda” quando segno o “più udente” quando parlo. Sono semplicemente la stessa persona che utilizza modalità comunicative diverse a seconda del contesto e delle persone con cui interagisce.

È vero, però, che lo sguardo degli altri cambia. Quando uso la voce, spesso la mia sordità passa inosservata; quando comunico in lingua dei segni, invece, viene subito percepita. Questo dimostra che molte persone continuano ad associare la sordità a un determinato modo di comunicare. Credo, invece, che sia importante superare questa visione e riconoscere che ogni persona sorda ha un proprio percorso e il diritto di scegliere come comunicare.

4. Nel libro non affronti il tema dell’impianto cocleare, e lo trovo del tutto comprensibile, trattandosi di un’autobiografia. Oggi, però, si parla sempre più spesso di terapia genica e di impianti cocleari di nuova generazione, sempre più avanzati. Come guardi a questi sviluppi? Che cosa rappresentano, secondo te, per le persone sorde e per la comunità sorda?

  • Devo essere sincera: non conosco in modo approfondito gli sviluppi più recenti degli impianti cocleari né le nuove prospettive della terapia genica. Per questo motivo non mi sento di esprimere un giudizio su tecnologie che non conosco direttamente. Credo che sia importante lasciare queste valutazioni agli specialisti e alle persone che hanno esperienza diretta di questi percorsi.

Quello che posso dire è che ogni persona sorda dovrebbe essere libera di scegliere il percorso che ritiene più adatto alla propria vita, sulla base di informazioni corrette e nel rispetto delle proprie esigenze e della propria identità. Al tempo stesso, qualunque sia la scelta individuale, resta fondamentale garantire il pieno rispetto dei diritti, dell’accessibilità e della dignità delle persone sorde.

  1. L’accessibilità è ancora oggi una questione molto critica in Italia. Nel libro racconti diversi esempi concreti: gli annunci fatti solo con l’altoparlante, la mancanza di allarmi luminosi nei luoghi di lavoro, i problemi dei sottotitoli in televisione. E spesso, quando si sollevano queste criticità, la risposta è: “Ma c’è il TG LIS”. È una frase che anch’io mi sono sentita dire molte volte. Tu cosa ne pensi? Rispetto al passato, ritieni che sia cambiato davvero qualcosa?
  • Sì, credo che l’accessibilità sia ancora una questione molto critica in Italia. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni progressi, ma sono ancora insufficienti. Molti servizi continuano a essere pensati principalmente per le persone udenti e questo crea ostacoli nella vita quotidiana delle persone sorde.

Per quanto riguarda il TG LIS, non credo che possa essere considerato una soluzione sufficiente. Non tutte le persone sorde conoscono la lingua dei segni e, soprattutto, l’accessibilità dovrebbe essere garantita nei programmi televisivi ordinari, non solo in spazi dedicati. Quando, ad esempio, ci sono dibattiti politici o trasmissioni di informazione, il riquadro dell’interprete è spesso molto piccolo e diventa difficile seguire correttamente la traduzione. Inoltre, mancano ancora molti sottotitoli, oppure sono incompleti o di scarsa qualità.

L’accessibilità non dovrebbe essere vista come un servizio speciale riservato a pochi, ma come un diritto. Rendere accessibili l’informazione, i servizi pubblici e i luoghi di lavoro significa permettere alle persone sorde di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e democratica del Paese.

  1. Nel libro scrivi una frase molto forte: “Nella mia vita ho riflettuto spesso se sia stata più una difficoltà essere sorda o essere donna.” Che cosa significa, per te, essere una donna sorda? Racconti anche che, durante gli anni nei convitti, ragazze e ragazzi venivano tenuti separati. Ci puoi spiegare meglio come vivevate questa separazione e quale significato aveva? Infine, vorrei chiederti cosa pensi del femminismo: secondo te, esiste oggi una riflessione femminista all’interno della comunità sorda italiana?
  • Essere una donna sorda ha significato, per molti aspetti, vivere una doppia discriminazione: come donna e come persona sorda. In diversi momenti della mia vita ho avuto la sensazione che questi due aspetti si sommassero, rendendo ancora più difficile essere riconosciuta per quello che ero e per le mie capacità.

Negli anni trascorsi nei convitti, ragazze e ragazzi venivano tenuti rigorosamente separati. Questa scelta era influenzata anche da una mentalità religiosa molto rigida: si temeva che la vicinanza tra ragazzi e ragazze potesse creare situazioni considerate inappropriate. Oggi quella visione può apparire superata, ma allora era espressione di una cultura molto chiusa, che limitava la libertà e le relazioni tra le persone.

Per quanto riguarda il femminismo, per me non significa essere contro gli uomini. Significa riconoscere il valore delle donne, condividere esperienze, emozioni e difficoltà comuni e impegnarsi perché donne e uomini abbiano gli stessi diritti e le stesse opportunità. Credo che anche all’interno della comunità sorda sia importante dare sempre più spazio alla voce delle donne e alle loro esperienze, perché la parità riguarda tutte e tutti.

Proprio per questo ho fondato un gruppo di donne sorde chiamato “Mimosette”. Ci incontriamo una volta al mese alla Casa delle Donne di Milano: è uno spazio in cui possiamo confrontarci, raccontare le nostre esperienze e parlare delle difficoltà che viviamo come donne sorde. Credo che creare questi momenti di incontro sia importante perché permette alle donne sorde di avere una propria voce, di sentirsi rappresentate e di partecipare anche al movimento per i diritti delle donne.

  1. Per concludere, Anna, vorrei chiederti una cosa. Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso questa parola rimane solo uno slogan. Che cosa vorresti che la nostra società promuovesse davvero? E se potessi cambiare una cosa, quale sarebbe?
  • Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso questa parola rischia di rimanere soltanto uno slogan. Per me l’inclusione vera significa creare le condizioni perché ogni persona possa partecipare pienamente alla società, senza dover continuamente superare barriere o dimostrare il proprio valore.

Nel caso delle persone sorde, questo significa garantire accessibilità nella comunicazione, nell’istruzione, nel lavoro, nell’informazione e nella vita quotidiana. Non basta parlare di inclusione: bisogna ascoltare le persone coinvolte e costruire soluzioni insieme a loro. Le persone sorde non devono essere considerate solo destinatarie di aiuto, ma protagoniste nelle decisioni che riguardano la loro vita.

Se potessi cambiare una cosa, vorrei cambiare il modo in cui la società guarda alla sordità. Vorrei che fosse vista non soltanto come una mancanza, ma anche come una differenza linguistica e culturale. Vorrei una società in cui la lingua dei segni, la comunicazione accessibile e le diverse modalità di espressione siano riconosciute come una ricchezza.

Credo che il cambiamento più importante sia culturale: imparare a conoscere l’altro senza pregiudizi. Solo attraverso la conoscenza e il dialogo tra persone sorde e udenti possiamo costruire una società davvero rispettosa e inclusiva.

 

“Regalasi disperazione!” Come i mezzi di comunicazione e la politica stanno mortificando l’uomo

di Lucrezia Lombardo

La disperazione è diventata uno stile di vita: incrementata dai mezzi di comunicazione, abilissimi nell’inscenare e documentare catastrofi ed emergenze continue, l’angoscia costituisce oggi il sentimento dominante per molti.

Caratterizzata dall’assenza di speranza e dalla nichilistica convinzione “che nulla valga la pena” e che non vi siano possibilità per cambiare il corso delle cose, la disperazione ammala l’uomo contemporaneo e da questo virus invisibile non sono protetti neppure i giovani che, al contrario, nel loro stile di vita, sempre più aggressivo e autodistruttivo, dimostrano di aver introiettato in pieno tale senso d’impotenza.

Eppure, l’allontanamento dalla speranza -come l’etimologia del termine “disperazione” indica- può essere indotta mediante una pervasiva di manipolazione, che da sociale si fa individuale: accendendo qualsiasi tivù, sfogliando qualsiasi giornale e navigando sul web, infatti, la maggior parte delle notizie che vengono veicolate hanno un carattere negativo e risultano funzionali a costruire una narrazione angosciosa della realtà, nella quale l’individuo finisce con il percepirsi sempre più solo e in trappola.

Ciò non significa che i problemi che attanagliano il presente non vadano visti e discussi, bensì che, anche dinnanzi alle crisi più tremende possono darsi due atteggiamenti contrapposti: il primo è costruttivo, e si sforza comunque di progettare, crede nella bontà della natura umana, nonostante tutto, e nella vita, che ha in sé la spinta per ripartire; l’altro atteggiamento, invece, è distruttivo e legittima una passività rinunciataria, nichilistica, che si unisce all’assenza di ogni rischio. Da questo secondo atteggiamento -che si fa oggi forma mentis diffusa- deriva quell’egoismo che fa pensare esclusivamente al proprio orticello, anche se intorno piovono bombe.

L’azione martellante della disperazione -raccontata e filmata di continuo, attraverso narrazioni e scene di morte in cui l’abuso del forte, che schiaccia e deride l’innocente, non ha fine- è dunque uno strumento di potere finalizzato a generare nell’animo degli individui un sentimento definitivo di resa, lo stesso che prova colui che si consegna volontariamente tra le mani del carnefice.

Ecco, pertanto, che emerge chiaramente il fine nascosto nell’odierna retorica dell’angoscia, che si nutre di violenza continua: rendere gli individui impotenti, incapaci di riconoscere l’abuso e, quindi, propensi ad accettarlo, normalizzando la prevaricazione.

Così, del resto, accade ormai sia a livello politico, che nella vita quotidiana.  Tant’è che, quanto più la violenza subita e vista è frequente, tanto più la psiche si abitua ad essa e, per difesa, le riconosce come “atteggiamento accettabile”, sebbene, nel profondo, resti viva la consapevolezza di un simile autoinganno.

Attraverso strumenti di manipolazione di massa, come quelli messi in atto dagli attuali mezzi di comunicazione e dalla politica -che, a propria volta, ha normalizzato la legge della “violenza-disperazione”-, perciò, i soggetti vengono espropriati della capacità di vedere in modo razionale e analitico la realtà, diventando, di conseguenza, incapaci di progettare qualsiasi forma di resistenza alla logica di morte dilagante, che finisce con il togliere la gioia di vivere, consegnandoci tutti alla disperazione.

Se, tuttavia, l’azione del potere si fa tanto pervasiva e tale da riplasmare il nostro modo di percepire la realtà e il futuro -che viene completamente amputato in quanto orizzonte di senso-, l’individuo possiede ancora in sé gli strumenti per porre fine all’odierna violenza normalizzata.

Il primo di questi strumenti non è sociale ma, in qualche modo, “religioso”: prima ancora che dare vita a movimenti collettivi -come già è avvenuto nel corso della storia- occorre oggi proteggere, anzitutto, se stessi e la propria psiche dalle continue sollecitazioni negative a cui si è sottoposti e che finiscono con l’essere reiterate persino nella propria casa e nei propri rapporti interpersonali.

Tale protezione della psiche è “un atto religioso” –e, per questo, profondamente rivoluzionario- in quanto richiede di costruire il cambiamento non all’esterno, proiettando le nostre speranze in un partito o in un gruppo, bensì all’interno, a partire dalla riscoperta di sé stessi e della propria interiorità.

Tornare ad ascoltarsi senza martellamenti televisivi o mediatici e senza essere perennemente immersi nel flusso delle informazioni, delle immagini, e dei rumori significa, infatti, avvicinarsi a quel nucleo duro -la coscienza, o anima, che dir si voglia- che è presente in ciascuno, sebbene la società odierna faccia di tutto per rimuovere tale certezza.

Questo nucleo duro si riattiva ogniqualvolta si fa pulizia delle maschere, dei rapporti di convenienza e di atteggiamenti conformistici tesi al rispetto sociale, al successo, al potere, al riconoscimento e così via. Allorché l’individuo guarda sé stesso in verità e sceglie la verità, egli dà automaticamente avvio a un processo rivoluzionario: tant’è che il potete odierno, per creare individui omologati e che abbiano in odio la vita -arrivando persino a gettar via la propria e accettando passivamente l’abuso- necessita proprio di soggetti alienati dalla consapevolezza più importante: quella dell’unicità del proprio essere, della sacralità di esso e della non casualità dell’esistenza in quanto tale.

In tal senso, nel corso della storia sono state molte le epoche segnate da guerre, massacri, stermini, ma nessuna, come la nostra, è riuscita a fare della disperazione la propria bandiera. Il crollo degli “apparati ideali” -se così vogliamo definirli- ha potenziato tale esito, di cui oggi -nell’epoca del postmoderno e della post-metafisica- subiamo in pieno le conseguenze.

Di contro, laddove l’individuo torna ad avere dei valori, a condividere degli ideali, a creare solide relazioni e a credere nella progettualità per il futuro, tale disegno di morte si spezza. Così hanno fatto gli uomini e le donne che si sono rialzati dalla guerra, come i nostri nonni, e così hanno fatto quelle donne che hanno messo al mondo i loro figli nonostante le bombe e le occupazioni straniere.

Così hanno fatto pure quegli intellettuali che sono stati deportati e perseguitati per le loro idee e, nonostante il prezzo da pagare, non hanno rinunciato alla forza della verità, che è la sola forma di libertà possibile. Quest’ultima, dunque, non consiste nel conformarsi ai modelli designati da una società ormai incapace di custodire la vita e che ha mercificato tutto -idolatrando il profitto e la potenza-, ma consiste, piuttosto, nel coraggio di idee e pratiche che vadano contro la disperazione imposta dal sistema attuale.

 Un sistema di potere e sapere che vuole che l’uomo rinunci alla vita e all’amore per essa, in modo tale da immolarsi volontariamente per il “mostro politico” che vorrebbe ridurre la terra all’inferno e privare l’essere umano della sua nobile natura: una natura che -a differenza di ciò che si crede- è ancora capace di amare, di perdonare, di sacrificarsi per gli altri, di credere, di immaginare, di creare.

PARLIAMONE CON SERENA VINCI: LA CINA (È DONNA) NEL SETTECENTO.

di Emilia Pietropaolo

PARLIAMONE CON SERENA VINCI: LA CINA (È DONNA) NEL SETTECENTO. Sguardi di genere ed esotismo nella Cultura letteraria e teatrale italiana (Mimesis, 2026)

 

Serena Vinci è assegnista di ricerca, ha tenuto la discussione di dottorato presso l’università di Modena e Reggio Emilia sulla Madrepatria, madrelingua, madre: declinazioni del materno nella letteratura italiana della migrazione (Unimore, 2026). I suoi interessi di ricerca vertono sulla prosa letteraria in una prospettiva transculturale e di genere.

È autrice del saggio Ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza (2024). Il sangue che ti scorre accanto (Les Flâneurs Edizioni, 2023) Il saggio La Cina (è Donna) nel Settecento, sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana, uscito per Mimesis (2026): a partire da Marco Polo, lo sguardo europeo sulla Cina ha costruito un immaginario dalle sfumature mitiche, che ha subìto variazioni nel corso dei secoli, contribuendo all’evoluzione della cultura europea stessa.

In questo percorso, l’elaborazione degli stereotipi ha coinvolto in modo particolare la rappresentazione della figura femminile. Infatti, la Cina ha rivestito un ruolo peculiare in quell’esotismo rintracciabile nel melodramma, nel teatro e nel romanzo del Settecento, secolo in cui i personaggi femminili emergono con una certa vivacità, e la fascinazione per le chinoiserie pervade tutta l’Europa.

Attraverso l’analisi delle protagoniste di opere più note, come la Turandot di Carlo Gozzi, e di quelle meno note, come Le cinesi di Metastasio e il romanzo La cinese in Europa di Pietro Chiari, viene esplorato l’ideale proposto, dal punto di vista dei costumi e delle istituzioni, rivelando figure magnetiche come dark lady e personaggi al limite del queer.[Vinci, Serena, 2026, https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222328188]

 

  1. Ciao Serena, ti sei appena addottorata con una tesi dal titolo Madrepatria, madrelingua, madre: declinazioni del materno nella letteratura italiana della migrazione presso l’università degli studi di Modena e Reggio Emilia, e, quasi in concomitanza, è uscito per Mimesis questo interessante volume dal titolo tanto provocatorio quanto attuale: La Cina è donna. Sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana. Come è nata l’idea di questo libro? E perché hai scelto di concentrarti proprio sul Rinascimento e sull’Illuminismo come cornici temporali della tua indagine?

Come rilevi correttamente tu, tra le due ricerche c’è un filo rosso sostanziale. Ho iniziato a occuparmi di letteratura in lingua italiana L2, cioè a opera di autrici e autori migrati in Italia da ogni parte del mondo e che hanno adottalo l’italiano come seconda lingua per raccontare le loro esperienze di vita, creando una letteratura transculturale a tutti gli effetti. In questo contesto ho individuato una particolare attenzione alla rappresentazione delle figure materne in associazione con l’idea della cultura d’origine e, scendendo ancora più in profondità, mi sono resa conto che le autrici avevano uno sguardo tematico peculiare che mi interessava molto. Da lì mi sono incuriosita e ho cominciato a indagare le aree complementari di ricerca e di verificare cosa fosse successo nei secoli passati. Così mi sono ritrovata tra le mani questo tesoro semisconosciuto della rappresentazione femminile della Cina nella letteratura italiana settecentesca.

  1. La Cina è donna è un titolo fortemente evocativo e, per certi versi, anche femminista. Già l’espressione “è donna” porta a interrogarsi su cosa significhi essere donna e su come questa identità venga costruita e rappresentata. Nel libro mostri come, da Turandot a Chiari, le personagge siano spesso ricondotte a ruoli funzionali al loro genere. Eppure sembra emergere, soprattutto a partire dalla figura di Turandot, un cambiamento di paradigma: una protagonista che rifiuta il matrimonio imposto e tenta di autodeterminarsi. Possiamo considerarla una sorta di figura femminista ante litteram?

Siamo portati tutti a pensare che le rivendicazioni dei diritti di genere siano un affare prettamente contemporaneo, ma non è così. Nel Seicento barocco la fluidità di genere, quel che oggi chiamiamo queer, era un elemento tipico della cultura letteraria e soprattutto teatrale grazie ai frequenti travestimenti e mescolanze di maschile e femminile. Nel Settecento illuminista poi, il ruolo della donna diventa il focus principale per la maggior parte delle riflessioni attorno all’educazione in un’accezione veramente rivoluzionaria, è il caso di dirlo. Per quanto riguarda la Turandot di Carlo Gozzi sicuramente la risposta è sì, si tratta di una bellissima figura femminista nel senso che il personaggio era cosciente del suo ruolo di donna, dei rischi che correva in quanto tale, e opera ogni scelta in suo potere per difendersi e affermarsi. E ci riesce, anche e soprattutto suscitando antipatie a destra e a manca. Le altre versioni scaturite dalla Turandot gozziana non sono altrettanto corrispondenti a questa idea di femminismo, perché cedono all’esotismo e alla romantizzazione del fascino orientale.

  1. Uno degli aspetti più interessanti del libro è che, pur avendo la Cina come sfondo geografico e culturale, il vero centro dell’analisi sono le donne. È una linea che ritroviamo anche nei tuoi lavori precedenti, come Le ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza (Divergenze, 2024). In questo caso, però, le protagoniste sono spesso intrappolate nei ruoli di figlie, mogli o madri. Eppure alcune di loro elaborano strategie di resistenza. Penso, ad esempio, agli enigmi di Turandot, che sembrano un espediente per sottrarsi a un destino già scritto. In una certa misura ricordano quei dispositivi narrativi attraverso cui, nella tradizione letteraria, si cerca di controllare l’accesso al matrimonio, come accade con la gara dell’arco legata a Penelope. Possiamo leggere questi “marchingegni” come forme di autodifesa e di autodeterminazione? In questo senso, le tue protagoniste sembrano avvicinarsi alle fanciulle selvagge del tuo precedente libro, donne che trovano da sole la strada per salvarsi.

 

Sì, la trama tra le mie ricerche è fitta e dialogante. Il parallelismo con Penelope è calzante. Penelope non è per niente una succube del marito che non cede ai tentativi di assalto dei Proci per essere fedele al marito: invece, si sottrae per mantenere la sua integrità di individuo, in autonomia e con l’esercizio dei poteri che ha a disposizione. Si tratta di ciò che oggi chiamiamo fase di empowerment. Anche la Turandot gozziana agisce così e anche le giovanissime protagoniste dei nove romanzi italiani contemporanei che ho analizzato nel saggio che citi. Le mie Ragazze selvagge rappresentano, con le madri della tesi di dottorato e le donne adulte cinesi del Settecento, il terzo polo di quella che è una sorta di taciuta trinità femminile, forse poco più nota come Triplice Dea nel campo della mitologia archetipica.

  1. Nell’introduzione scrivi: «Con il termine “genere” in italiano s’intende sia il gender (genere sessuale) sia il genre (genere letterario). A partire dal mio gender in quanto critica e lettrice…». Nel corso del volume compi una vera e propria ricerca comparativa tra rappresentazioni del femminile e rappresentazioni delle donne cinesi, mostrando come molti di questi testi fossero destinati a un pubblico femminile. Emerge con forza che le donne vengono definite soprattutto in relazione ai loro ruoli: mogli, sorelle, matrigne, madri, più che come soggetti autonomi. Inoltre affronti una questione centrale per i Gender Studies, quella del travestimento e delle identità di genere in una prospettiva queer. Mi riferisco in particolare alla vicenda di Quinsai nel testo di Chiari. Si tratta di un caso isolato nel corpus che hai studiato o hai rintracciato altre opere che affrontano temi simili?

Possiamo fare una distinzione tra pubblico del melodramma e delle rappresentazioni teatrali e lettori del romanzo di Chiari. Nel Settecento le diverse forme teatrali erano destinate a una fruizione su larga scala in occasione delle celebrazioni di rito, come matrimoni degli aristocratici e festeggiamenti per vittorie di guerra. C’erano poi molte microrappresentazioni che andavano in scena per un pubblico selezionato e limitato, quello delle sovrane che andavano a rispecchiarsi nei personaggi femminili, che quindi dovevano certamente essere donne di potere o che avevano accesso al potere. Da qui sicuramente deriva la particolare tipologia di donne orientali, i cui costumi erano di moda proprio nell’alta società, potenti, colte e intraprendenti. Il caso di Quinsai, protagonista dell’unico romanzo italiano a tema cinese finora rinvenuto in questa forma e completezza, è appunto una rarità. I travestimenti delle donne in panni maschili sono frequentissimi all’epoca, ma che una bambina sia allevata come un maschio e che viva davvero entrambe le esperienze di genere fino in fondo, è un caso rivoluzionario.

  1. Restando sul tema del travestimento, colpisce il fatto che il passaggio da donna a uomo sia presentato come una strategia per sfuggire a vincoli e limitazioni imposti dal genere. È una questione che sembra avere ancora una forte attualità. Anche oggi molte donne modificano comportamenti, abitudini o perfino il modo di vestirsi per sentirsi più sicure nello spazio pubblico, soprattutto di notte. Il caso di Quinsai appare particolarmente significativo: nata donna, trascorre dieci anni della propria vita venendo percepita come uomo. Quanto questa vicenda ci parla del rapporto tra corpo, percezione sociale e costruzione dell’identità di genere?

I romanzi del Settecento, quelli di Pietro Chiari e non solo, ci mostrano un panorama femminile che cerca di rompere i confini tra i generi, nel tentativo di appropriarsi di possibilità che all’epoca erano riservate agli uomini e precluse alle donne. Così è stato per molte cose fino a pochi decenni fa. Ricordiamo che le donne in Italia hanno il diritto di voto solo dal 1946 in poi! Detto questo, oggi ci troviamo in un momento storico in cui, per fortuna, le donne in Italia, e in una parte del mondo mai così vasta prima d’ora, sono nelle condizioni di fare praticamente tutto ciò che fa un uomo. Mi sembra un’assurdità che non sia sempre stato così e non lo sia ancora ovunque. Purtroppo però non siamo ancora al punto in cui abbiamo superato le gabbie del dire “mi vesto da uomo/ mi vesto da donna”. Continuiamo a stare lì in quella dicotomia e ad alimentarla.

  1. Questo tema richiama inevitabilmente anche altre narrazioni che conosci bene, penso ad esempio a Vergine giurata di Elvira Dones. Nel testo di Chiari emerge inoltre un elemento sorprendente: la Cina viene descritta come uno spazio in cui le donne possono muoversi di notte con maggiore sicurezza rispetto all’Europa. È un aspetto che apre interessanti riflessioni sul confronto culturale tra Oriente e Occidente. Allo stesso tempo emerge un’altra questione cruciale: quella della filiazione e della preferenza accordata agli eredi maschi. Personaggi come Dima mostrano come le figlie possano essere considerate sacrificabili rispetto ai figli. Viene spontaneo pensare, pur in contesti storici differenti, alle riflessioni sviluppate da Jung Chang in Cigni selvatici. Tre figlie della Cina. Eppure nel tuo libro queste donne non appaiono mai completamente passive: penso a Madama Zelida che tenta di salvare Quinsai favorendone la trasformazione sociale in uomo. Possiamo dire che una delle peculiarità del tuo studio sia proprio quella di mettere in luce le forme di agency femminile anche all’interno di sistemi fortemente patriarcali?

La protagonista di Vergine Giurata assume i panni maschili per evitare di sposarsi. Questo accade nell’area rurale dell’Albania raccontata da Elvira Dones nel 2009. Madama Zelida, la consigliera francese della madre di Quinsai, suggerisce di vestire la bambina con panni maschili e come maschio allevarla, per farne l’erede al trono imperiale nel romanzo di Chiari del 1779. Nel corso di tre secoli pare quindi che nulla sia cambiato. Però voglio ricordare il caso mitologico di Achille a Sciro, quando su idea della madre Teti, Achille si rifugia a Sciro in abiti femminili per evitare di andare in guerra e incontro al suo destino di morte. Forse, quindi, possiamo dire anche che le differenze tra i generi consentono di transitare dall’uno all’altro per trovare sé stessi e un modello di vita più consono a sé stessi. Sicuramente c’entra la struttura patriarcale, ma mi chiedo da quale punto in poi non diventi una scusa per il non saper stare al mondo. È una provocazione questa, ma ben calibrata.

  1. Nei tuoi lavori precedenti, così come nella tua tesi di dottorato, ritorna con insistenza la figura delle personagge e, in particolare, il tema della maternità. Sono questioni che attraversano gran parte della tua ricerca. Ti chiedo allora: in che modo questi temi dialogano con la tua esperienza personale e con il tuo modo di guardare alla letteratura? Quanto la studiosa e la persona si incontrano nel tuo percorso di ricerca? Inoltre, dopo aver portato in Italia una ricerca molto importante quella migrazione e della figura del materno nella tua tesi di dottorato, hai in mente altre cose da fare in questo momento o per il futuro ?

 

La mia esperienza personale di donna migrante dal Sud al Nord Italia, ha impattato fortemente sulla mia ricerca. Penso sia inevitabile una stretta relazione tra vita privata e temi di ricerca, soprattutto nel caso della ricerca in campo umanistico, perché riuscire a dire qualcosa di vero e originale non è possibile, se non lo vivi attraverso la tua pelle. In realtà, anche nel campo delle scienze dure è così: conosco molti medici che hanno scelto specializzazioni e ricerche che dialogano con la loro natura ed esperienza in quanto esseri umani e non mere macchine ricercanti dati. Nel caso delle mie tematiche preferite che hai citato, penso che soprattutto per quanto riguarda le questioni di genere e la maternità, io non abbia ancora trovato le risposte che mi soddisfano. Quindi continuerò a indagare, magari da adesso in poi accogliendo anche la possibilità di uno sguardo maschile da percepire come non minaccioso. Soprattutto perché non voglio fermarmi a quella fase della militanza, fondamentale ma dalla quale bisogna evolversi, in cui si è solo arrabbiate e si demonizza e decostruisce tutto. Un pensiero maturo è possibile solo quando hai veramente trasformato te stessa, non sei più prigioniera di gabbie interpretative e dicotomiche, hai tutti  poteri che ti servono

Singolare, femminile.

di Ivana Rinaldi

Femminile, singolare di Filomena Ciavarella rappresenta una svolta intima rispetto ai suoi precedenti lavori: Tra terra e cielo (Interno Poesia, 2017), Versi per l’invisibile (Transeuropa, 2020), Versi per Dino (Convivio, 2021) dedicati al fratello scomparso precocemente. Mentre le sue prime raccolte si muovono su altre coordinate, come il legame cosmico tra terra e cielo, la dialettica tra vita e morte, qui, nonostante la sensibilità e l’intima ricerca spirituale sempre presenti, il singolare del titolo non è una declinazione grammaticale, è un urto politico: il rifiuto della donna di farsi massa e di perdersi in un plurale indistinto.

Il focus della raccolta poetica, a cui si affiancano alcuni brani in prosa,  è su “l’esistere” e la propria identità di donna “singolare” che rivendica la propria unicità. – Io sono – in una realtà che spesso nega l’esistenza femminile, e dove le vengono cuciti addosso stereotipi e ruoli. Fare sacrificio di sé è un archetipo che si respira nelle radici geografiche e storiche di Filomena Ciavarella e che provoca ferite che la Poesia può sanare.

I primi versi della silloge sono dedicati a sé stessa: Meridiana è quella luce/ che vive dove l’ombra s’abbruna, illuminata/ e l’erba che sorge tra le materne cosce dell’oblio/ lei non si dimenticata mai di sé/ E’ così mia bella che devi vivere/ è così che devi essere donna. Versi potenti, un’esortazione a non dimenticarsi di sé.

E Filomena lo fa con grande pulizia emotiva e stilistica, attraverso la sua dimensione intima e quotidiana, dove gli oggetti prendono vita, il cibo e la sua preparazione quasi un rito che crea un legame con il fuoco interiore e le stelle:

Imbandivi la tavola con la frutta e ogni bene/ per accendere il fuoco nella tua notte (….) e tagliavi la polpa di ogni frutto/ ripassando la bellezza di stagioni/ a occhi pronti per la meraviglia/ isole bianche di afa sospese sul campo dell’infanzia/ e lo schiocco del sole tra le viti.(….). Più lucente rinascere.

Il titolo rivendica dunque una resistenza identitaria, attraverso la parola, un’affermazione del proprio corpo e del sentire che si sottrae a un noi generico, come spesso viene incasellata la poesia delle donne: poesia femminile. La creatività singolare passa attraverso la propria narrazione corporea e interiore in cui il flusso trova la sua dimora nel corpo femminile, e la fiamma che si profonda, resiste alla frammentazione imposta dall’ambiente:

Hai corso mia bella/ L’onda rincorre l’ignoto – lo sai? -/ e poi riappare dove si profonda la fiamma/ (…) Hai corso su quelle rive/ senza perderti tra le stoviglie stralunate. Le lucidavi/ a fuoco d’anima per vivere/ Ora sei petalo del tuo stelo/ della vita senza rimorso.

Con questi versi possiamo collocare Filomena Ciaverella in una genealogia di donne che scrive per “esistere” e resistere Il suo è un atto di libertà e di creatività espresso con voce forte e limpida, senza mai perdere di vista la fierezza della parola, né la sua delicatezza. Non a caso, cita versi di Annie Sexton, che ha fatto del furore interiore, poesia, e Emily Dicknson dell’intimo, una visione profonda.

Chissà dove va l’anima/ quando scompare? Divina e la sua sparizione/ sfiorando con le tua dita/ come fa un amante/ con la sua amata/ E’ l’arte di apprendere per il paradiso.

 

Filomena Ciavarella, Femminile, singolare. Poesie, RP Libri, 2026.

 

 

Pascoli maledetto

di Andrea Comincini

Se pensiamo ai poeti maledetti, immancabilmente ci vengono in mente i grandi autori francesi: Rimbaud, Mallarmé, Corbière, Baudelaire tracciano i confini immaginari di un mondo dissolto, bistrattato, dove l’essere umano affonda nell’oppio, nell’alcool, ma soprattutto è attraversato da forze cosmiche inaudite, pulsioni travolgenti come l’Assoluto in cui si immergono.

È davvero un affondare negli abissi, a volte luminosi, il gesto quasi eroico che il poeta d’oltralpe si trova a compiere. E in Italia? Nel bel paese la tradizione decadentista, maudit, pare abbia avuto diverse sorti. Ci si poteva aspettare altro?

“Luminosamente mediterranea, massivamente rurale, in ritardo sulla strada delle trasformazioni economiche e sociali iniziate in Europa nel tardo Settecento, l’Italia romantica e tardo-romantica, con le sue élite culturali aristocratiche e borghesi, si concentra sulla sua storia passata in vista della costruzione di un’epica nazionale” ([…] p. 12).

Una sola figura spicca nell’immaginario collettivo nostrano, ovvero Gabriele D’Annunzio: il suo estetismo è la risposta decadente a una borghesia in crisi e ala ricerca di miti consolatori, spesso avvolta da un irrazionalismo nervoso e a tratti isterico.

Questo il quadro approssimativo generale, senza dubbio; eppure, quando si decide di immergersi in profondità nelle trame della storia, o si vuole sollevare il velo di Maya e andare oltre le apparenze, ecco che qualcosa di nuovo e inaspettato può mostrarsi.

È possibile registrare, sostenere, per esempio, che il poeta maledetto italiano non fu D’Annunzio, ma in realtà il suo “fratello maggiore”: Giovanni Pascoli! Con Pascoli maledetto. Il ritorno (Il Melangolo, 2026), Francesca Sensini, scrittrice, docente e raffinata studiosa di italianistica presso l’università di Nizza, conduce un vero e proprio lavoro “archeologico”, spingendosi oltre la soglia del ‘già detto’: attraverso una disamina meticolosa di documenti, testimonianze, carteggi ecc. ricompone un mosaico di immagini e idee che indubitabilmente segnano uno spartiacque negli studi pascoliani.

Un ritratto dell’autrice Francesca Sensini

Per troppo tempo Giovanni Pascoli è stato definito “semplice” poeta, fragile uomo risolto nell’immagine fanciullesca di distorte letture ermeneutiche. La verità è altra: egli fu “maledetto” a tutti gli effetti – e potremmo aggiungere: a tutti gli affetti – e la sua vita fu un incredibile, cosciente, meticoloso viaggio nell’Assoluto poetico e nelle sue leggi.

A differenza di quanto si percepisce ancora oggi, il poeta è figura eminentemente europea, e se di Baudelaire si ricordano i paradisi artificiali o di Verlaine la relazione con Rimbaud, troppe volte in Italia si è pensato a lui soltanto nei termini del “fanciullino” (concetto tra l’altro ben più profondo di quello spacciato nella manualistica italiota), di adulto ingenuo e quasi inconsapevole.

Sensini esplora tutto di Pascoli: vita, opere, epistolari, amicizie. Quanto emerge è esattamente l’opposto, ovvero un grande autore consapevole, con una poetica ben precisa, condizionato certamente dai rapporti famigliari ma in una dimensione ben più articolata di quella digerita dalla vulgata. Maledetto quindi non solo perché vicino ai grandi francesi, ma anche per un destino beffardo, non solo personale. Parlare di Pascoli per anni ha significato incamminarsi per sentieri pretracciati, luoghi comuni, concetti triti e ritriti.

Cosa ha pesato in questa deformazione critica? Benedetto Croce, padre dell’idealismo italiano, il quale oltre a dare notevoli contributi in vari ambiti ha parimenti segnato spesso in maniera negativa la critica letteraria, soffocandola con la sua autorità e condizionando le esegesi alternative.

Il lavoro di Francesca Sensini è duplice, e bisogna ringraziarla, perché oltre a ricostruire la vita di Giovanni Pascoli semplicemente osservandola con scrupolo e meticolosità, ci fornisce anche gli strumenti ermeneutici – gli attrezzi dell’archeologo di cui sopra – per rileggere le opere del poeta scevre da sovrastrutture.

Il saggio comincia dalle vicende biografiche, da cui emerge una vita ben più complessa e frenetica di quella troppe volte letta a scuola. Pascoli sovversivo, socialista, “agitato”; Pascoli che sprofonda nei sensi di colpa, ma conosce anche la vita, la passione, l’autenticità; Pascoli “spirito amante”, non certo triste ameba per tutta l’esistenza. Insomma, finalmente un lavoro, come dice l’autrice, “di parte”, nel senso che si colloca dalla parte vera della storia e dei fatti.

Sensini rimette ordine e lo dimostra anche quando affronta alcuni dei testi più importanti dell’autore, evidenziandone la caratura intellettuale e soprattutto la consapevolezza completa della propria produzione, i riferimenti letterari, le scelte stilistiche. Un autore complesso, stratificato, in perenne tumulto, turbato, disperso e lucido contemporaneamente.

Un grande artista europeo in cerca ancora di giustizia: di profondo interesse la terza parte del saggio, dove Sensini ripercorre antologie e testi contemporanei e dimostra, dati alla mano, quanto il caso Pascoli sia ancora bel lungi dall’essere risolto e vada riesaminato senza pregiudizi di sorta.

Il poeta solitario, il dantista, il latinista, l’uomo che scrisse un inno a Passanante: Giovanni Pascoli è un prisma multicolore, ed è gran merito di Francesca Sensini aver pubblicato un testo affascinante come un romanzo, un punto di svolta nell’ambito degli studi letterari di italianistica e non solo.

“Topologia del caos” La crisi del vecchio ordine e il mondo contemporaneo

 

di Lucrezia Lombardo 

Se l’Occidente rivela oggi la propria stanchezza, quasi implodendo, il resto del mondo è invece in fibrillazione. Non assistiamo, infatti, a una semplice moltiplicazione dei conflitti globali, ma a una trasformazione della forma stessa dell’ordine mondiale, per cui il caos non è assenza di struttura, ma il prodotto di un eccesso di connessioni. Da ciò deriva che l’odierna instabilità politica non è sintomo di un vuoto, ma, piuttosto, il prodotto di una sovrasaturazione.

Dopo la fine della Guerra fredda, celebrata come “fine della storia”, si è affermata l’illusione di un ordine lineare, governato dal mercato e dalla tecnica. Oggi, quella linearità si frantuma. Il mondo non è più organizzato attorno a un centro egemonico stabile, ma attraversato da molteplici poli di potere che si attraggono e si respingono. Il caos, difatti, non esplode solo ai margini, ma emerge dal cuore  stesso del sistema. Le guerre non sono più soltanto territoriali, ma ibride, informatiche, economiche e tecnologiche.

La battaglia si combatte così attraverso reti, algoritmi e flussi finanziari, tanto che l’informazione e la contro-informazione diventano armi pericolosissime. La verità -in questo crogiolo- perde la propria  autenticità e viene misconosciuta, ma non per effetto della censura, bensì a causa di una sovrapproduzione di narrazioni. In mezzo ad un rumore incessante, il discernimento degli individui si indebolisce e il disordine si fa,  prima di tutto, cognitivo.

 

La globalizzazione, che prometteva integrazione e commistione, si sta rivelando come motivo di frizioni, mentre le catene di approvvigionamento si rivelano sempre più fragili. Una crisi sanitaria, un conflitto regionale, una decisione politica in un punto del pianeta, generano ormai onde d’urto globali. L’interdipendenza, celebrata come garanzia di pace, si è pertanto trasformata in vulnerabilità sistemica, per cui ogni nodo della rete è anche un punto di collasso potenziale.

 

Entro tale contesto, il caos globale non è soltanto geopolitico, ma dovuto al vacillare dell’idea moderna di “dominio tecnico”. L’essere umano scopre, pertanto, di non essere sovrano, ma parte di una complessa ecologia che lo trascende, tanto che persino l’economia è entrata in una fase di turbolenza permanente. Continua a leggere

Il miracolo Spinoza

di Andrea Comincini

A volte la filosofia appare come una materia astrusa e staccata dalla realtà: Platone ci ricorda, nel Teeteto, l’aneddoto della servetta di Tracia che prende in giro Talete: immerso nei suoi pensieri a contemplare il cielo, il filosofo cade rovinosamente in una buca. La storiella, oltre a strapparci un sorriso, ci dice anche quanto una passione, addirittura una ossessione, possa catturare completamente un essere umano, tanto da trasformare l’esistenza.

Per molti filosofi, quel fuoco che arde è la ricerca della verità, e nulla può opporsi al suo inseguimento, nemmeno quando i rischi sono altissimi. Una delle figure del mondo della filosofia che ha davvero – intimamente e integralmente – dedicato l’intera vita al sapere è Baruch Spinoza. A raccontarci biografia e pensiero c’è oggi un agile volume dello scrittore francese Frédéric Lenoir: Il miracolo Spinoza, pubblicato dalla casa La  nave di Teseo. L’autore parte da una domanda essenziale: “Come ha potuto un uomo, in meno di due decenni, erigere una costruzione così profonda e rivoluzionaria?”

In effetti, a guardare l’opera dell’ebreo portoghese, c’è da restare strabiliati. Non si tratta soltanto di registrare l’incredibile potere emancipatorio, la maestosità dell’architettura filosofica, la ferrea volontà di erigere un’etica come fosse un perfetto teorema geometrico. A stupire è l’effetto generale che Spinoza produce. Il sottotitolo dice: “Una filosofia per illuminare la nostra vita”, ovvero un pensiero il quale, dopo aver demolito le false concezioni che lo circondavano, riesce nell’intento di sigillare la pace nei cuori.

Ma quali sono i nemici di tale pensare altro? La vicenda di Spinoza è anch’essa nota: ebreo intelligentissimo, bambino prodigio, ben presto si trova ad affrontare i travagli del quotidiano e a scontrarsi con la propria comunità. Costretto a fuggire via, trasloca in Olanda, dove “quelli come lui” potevano vivere un po’ più sereni; si dedicherà all’ottica, facendo il molatore di lenti per vivere (E sarà un artigiano di fama europea!)

La tranquillità però non fa parte del vocabolario spinoziano, e tra attentati e complicazioni varie visse sempre guardingo, impossibilitato a firmare le proprie opere e a divulgare quelle idee che mettevano decisamente in crisi il potere religioso costituito.

Lenoir ci conduce con energia in questa avventura così grandiosa e parimenti modesta, in quanto Baruch è uomo schivo, vive di poco, si accontenta “semplicemente” della propria integrità. Spinoza è un animo sereno perché profondamente coerente con se stesso. Così lo descrive il francese: “Amo profondamente Baruch Spinoza e lo considero un caro amico.

Quest’uomo mi commuove per la sua autenticità e immensa coerenza, per la sua dolcezza e tolleranza, anche per le sue ferite e sofferenze, che ha sublimato nella sua incessante ricerca di saggezza”. Anch’egli ovviamente fu vittima di alcuni atavici pregiudizi dell’epoca, ma non di meno appare nella sua figura un atteggiamento che ogni filosofo dovrebbe mostrare:

“Spinoza propone un percorso di liberazione fondato su una osservazione minuziosa di noi stessi, delle nostre passioni, delle nostre emozioni, dei nostri desideri, della nostra costituzione fisica che, da solo, ci renderà liberi” (p. 16) Che prezzo pagò per questo?

Ebbene il 27 luglio 1756 nella sinagoga di Amsterdam, dopo una giovinezza già travagliata, subisce per esempio un herem, cioè una scomunica. Oggi forse la cosa potrebbe farci sorridere, ma a quei tempi significava la fine sociale dell’individuo. Leggiamola, per ricordarci sempre cosa comporta il fanatismo religioso: “Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra.

Il Signore non lo risparmierà: al contrario, la collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest’uomo, e tutte le maledizioni scritte penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo”. (p. 31).

Parole orribili, ma inutili. Egli non si pentirà mai di aver messo al primo posto della vita non il dogma ma la libera ricerca. Precursore dell’illuminismo, strenuo difensore della libertà, amante di un dio non personale o vendicativo, Spinoza continuerà a scrivere fin quando si spegnerà, avvolto in quella serenità che lo accompagnò per tutta la vita. È lui ad aver riscritto le regole del desiderio, è lui ad averci spiegato come sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, in fondo pervasi da un legame indissolubile con il tutto.

È grazie a Spinoza che parole come “peccato” e “punizione” sono state abbandonate per una teologia altra. Il libro di Lenoir ci parla di amore, fratellanza, passione e umiltà perché immerso nel mondo di Spinoza: “Gli animi si vincono non con le armi ma con l’amore e la generosità. Non desideriamo qualcosa perché lo giudichiamo buono, bensì, al contrario, definiamo buono ciò che desideriamo”. Una rivoluzione dello spirito, testimonianza di come la filosofia, oltre a farci cadere nelle buche, può essere anche uno straordinario strumento di emancipazione.

Voci dalle ossa

di Antonina Nocera 

Se esiste un libro che coniuga alla perfezione la complessità  di temi, dell’impianto strutturale con la chiarezza e il nitore formale,  questo è Voci dalle ossa di Alessia Franco, giornalista e scrittrice, nota anche come “La raccontatrice”. E se è ancora lecito, in questa età di semplificazione, di ampia tendenza all’intrattenimento e non solo in ambito letterario,  divulgare un’operazione culturale che ha anche una ricaduta sul piano dell’impegno sociale, penso che sia doveroso spiegare le ragioni e la genesi di questo lavoro.

Ho trovato interessante il progetto che sta a monte alla scrittura di un libro che è molto di più di un’opera di narrativa. Come necessaria premessa, è utile sapere che si tratta di un e-book concepito per essere distribuito e letto in forma gratuita, già tradotto in inglese, spagnolo e arabo. Sposando la politica dell’ open access, il lavoro di Franco intende coinvolgere studenti, lettori e lettrici in maniera trasversale e con l’intento di sollecitare, attraverso la narrazione, una riflessione ad ampio raggio che parte dal macro tema del dialogo con  i morti, con le ossa,  che nel simbolismo archetipico  sono l’anello di congiunzione del ciclo psichico vita-morte vita (PInkola Estes)

Tutto parte da un’idea di Franco che raduna  tutte le sue passioni: la fiaba, la narrativa, le storie scelte con cura e restituite con la cura di chi sa recuperare e raccontare, il giornalismo, l’ inchiesta, il realismo magico. Si aggiunge una collaborazione importante con l’antropologo forense Nicholas Marquez Grant.

In quattro anni di meticoloso lavoro,  Voci dalle ossa prende vita da quest’incontro, dalla sinergia di queste due voci, di queste visioni: la narrazione incontra il grande tema delle sparizioni forzate, dei desaparecidos di ogni paese del mondo; la ricerca meticolosa e faticosa dell’antropologia forense incontra la forza delle parole che ci restituiscono storie sepolte, come le ossa delle fosse comuni, destinate altrimenti a rimanere polvere tra la polvere, dimenticate dal mondo. Ce lo spiega Nicholas, che firma la prefazione:

In Voci dalle Ossa, la scrittrice Alessia Franco, mia cara amica, ha raccontato, spargendo luce con parole che ha scelto una per una, il fenomeno delle sparizioni forzate. Lo ha fatto da due prospettive: una è quella delle vittime che hanno perso la vita; l’altro è il punto di vista di chi resta vivo, con soltanto un ultimo ricordo e molte domande irrisolte. La storia scritta da Alessia rende onore anche tutti quegli scienziati – spesso molto coraggiosi – che operano in tutto il mondo per cercare appunto di dare risposte ai parenti degli scomparsi, cercando di colmare i vuoti di informazioni spesso insufficienti, lavorando senza sosta per ricercare e identificare i corpi delle persone che non hanno fatto più ritorno a casa.

Le voci narranti sono affidate ai ragazzi, i componenti del Discovery team,  adolescenti o poco più con un fuoco dentro, quello della curiositas, che da Apuleio a Collodi è il topos della conoscenza del mondo, della trasgressione positiva che insegna ad affrontare l’incognita, ad andare oltre lo steccato del conosciuto, della zona di comfort. Sono loro, i trasgressori positivi, che cambiano le regole imposte da un mondo alla deriva, che nasconde le “ossa” di omicidi scomodi, di vite innocenti strappate precocemente.

Nico e Rosa, sono i detonatori di questa esperienza di vita e narrazione: lui ritrova le ossa e lei le racconta, restituisce, attraverso la parola, le storie dei corpi dimenticati nelle fosse, delle memorie che vi sono appiccicate come residui di materia: la scienza e la narrazione si incontrano per svelare il sepolto, il “segreto” dell’osceno che ogni comunità desidera seppellire per sempre. Le ossa seppellite sono quelle degli scomparsi, dei desaparecidos, delle persone scomode eliminate, delle vittime della lupara bianca, dei bambini delle fosse comuni durante le guerre, degli scomodi, dei reietti, dei diversi.

Con grande abilità narrativa, Alessia Franco riesce a delineare personalità palpitanti e reali, con vite ed emozioni riconoscibili e al contempo (come ogni narrazione che si rispetti) funzioni e aspetti simbolici che ognuno di loro incarna:

 Perché tutte le narrazioni hanno uno strano modo di manifestarsi, sono vive. Capiscono chi le ascolterà, sanno aspettare.

In ognuna delle personalità del Discovery Team, possiamo scorgere una porzione del mondo che abitiamo: il ragazzo venuto dall’altra parte del mare, che ha conosciuto l’orrore e  cerca risposte, per quanto scomode, a domande che nessuno osa fare; un’adolescente che oggi rubricheremo con la frettolosa etichetta “problematica” che si emancipa dalle sicurezze della propria cameretta per intraprendere un percorso di maturità e conoscenza;  una piccola donna che non si lascia sovrastare dalla perdita forzata del padre e decide di unirsi alla ricerca di chi scompare, di riempire l’assenza con un progetto.

Le storie sono ricucite, come dice Nicholas Grant,  con un preciso metodo:  Raccogliere infor­mazioni, ricomporre un puzzle di luoghi e di persone. Un disegno che assolve a importanti funzioni sociali, antropologiche, narrative, che serve, in definitiva a ricomporre quel necessario tessuto identitario e mnestico in cui una comunità smembrata può ricongiungersi.

L’autrice viene da una terra, la Sicilia,  in cui questi territori opachi, queste terre di nessuno degli scomparsi, dei dimenticati, hanno segnato profondamente la storia. Anche il nostro mare può essere veicolo semantico di molteplici significati, alcuni molto poetici altri fortemente disturbanti, quando diventa- purtroppo sempre più spesso-  il cimitero liquido di corpi che mai verranno restituiti, di cui non si saprà mai nulla.

Insieme agli scomodi, ai diversi, ai reietti, costoro hanno diritto di esistenza, hanno diritto di essere raccontati e narrati e tramandati; nelle antiche comunità queto compito era affidato agli anziani, vengono chiamate in causa le nuove generazioni, a cui idealmente si rivolge questo testo, richiamando la sensibilità e la curiosità delle giovani menti.

Grazie a loro, il  racconto diviene universale, per tutti coloro che leggeranno, a prescindere dell’età e dalla formazione  come tiene a ribadire nella nota finale Alessia Franco, perché non esiste un’età per esplorare le profondità dell’animo umano, è un esercizio, come ci ha insegnato Seneca, necessario per divenire sapienti e consapevoli di noi stessi.

Questo prezioso libro ci insegna anche a farci guidare per mano, da maestri che hanno visto e sanno, da coloro che hanno gli strumenti e le abilità da tramandare, da chi ha le parole per curare, per raccontare.