Pascoli maledetto

di Andrea Comincini

Se pensiamo ai poeti maledetti, immancabilmente ci vengono in mente i grandi autori francesi: Rimbaud, Mallarmé, Corbière, Baudelaire tracciano i confini immaginari di un mondo dissolto, bistrattato, dove l’essere umano affonda nell’oppio, nell’alcool, ma soprattutto è attraversato da forze cosmiche inaudite, pulsioni travolgenti come l’Assoluto in cui si immergono.

È davvero un affondare negli abissi, a volte luminosi, il gesto quasi eroico che il poeta d’oltralpe si trova a compiere. E in Italia? Nel bel paese la tradizione decadentista, maudit, pare abbia avuto diverse sorti. Ci si poteva aspettare altro?

“Luminosamente mediterranea, massivamente rurale, in ritardo sulla strada delle trasformazioni economiche e sociali iniziate in Europa nel tardo Settecento, l’Italia romantica e tardo-romantica, con le sue élite culturali aristocratiche e borghesi, si concentra sulla sua storia passata in vista della costruzione di un’epica nazionale” ([…] p. 12).

Una sola figura spicca nell’immaginario collettivo nostrano, ovvero Gabriele D’Annunzio: il suo estetismo è la risposta decadente a una borghesia in crisi e ala ricerca di miti consolatori, spesso avvolta da un irrazionalismo nervoso e a tratti isterico.

Questo il quadro approssimativo generale, senza dubbio; eppure, quando si decide di immergersi in profondità nelle trame della storia, o si vuole sollevare il velo di Maya e andare oltre le apparenze, ecco che qualcosa di nuovo e inaspettato può mostrarsi.

È possibile registrare, sostenere, per esempio, che il poeta maledetto italiano non fu D’Annunzio, ma in realtà il suo “fratello maggiore”: Giovanni Pascoli! Con Pascoli maledetto. Il ritorno (Il Melangolo, 2026), Francesca Sensini, scrittrice, docente e raffinata studiosa di italianistica presso l’università di Nizza, conduce un vero e proprio lavoro “archeologico”, spingendosi oltre la soglia del ‘già detto’: attraverso una disamina meticolosa di documenti, testimonianze, carteggi ecc. ricompone un mosaico di immagini e idee che indubitabilmente segnano uno spartiacque negli studi pascoliani.

Un ritratto dell’autrice Francesca Sensini

Per troppo tempo Giovanni Pascoli è stato definito “semplice” poeta, fragile uomo risolto nell’immagine fanciullesca di distorte letture ermeneutiche. La verità è altra: egli fu “maledetto” a tutti gli effetti – e potremmo aggiungere: a tutti gli affetti – e la sua vita fu un incredibile, cosciente, meticoloso viaggio nell’Assoluto poetico e nelle sue leggi.

A differenza di quanto si percepisce ancora oggi, il poeta è figura eminentemente europea, e se di Baudelaire si ricordano i paradisi artificiali o di Verlaine la relazione con Rimbaud, troppe volte in Italia si è pensato a lui soltanto nei termini del “fanciullino” (concetto tra l’altro ben più profondo di quello spacciato nella manualistica italiota), di adulto ingenuo e quasi inconsapevole.

Sensini esplora tutto di Pascoli: vita, opere, epistolari, amicizie. Quanto emerge è esattamente l’opposto, ovvero un grande autore consapevole, con una poetica ben precisa, condizionato certamente dai rapporti famigliari ma in una dimensione ben più articolata di quella digerita dalla vulgata. Maledetto quindi non solo perché vicino ai grandi francesi, ma anche per un destino beffardo, non solo personale. Parlare di Pascoli per anni ha significato incamminarsi per sentieri pretracciati, luoghi comuni, concetti triti e ritriti.

Cosa ha pesato in questa deformazione critica? Benedetto Croce, padre dell’idealismo italiano, il quale oltre a dare notevoli contributi in vari ambiti ha parimenti segnato spesso in maniera negativa la critica letteraria, soffocandola con la sua autorità e condizionando le esegesi alternative.

Il lavoro di Francesca Sensini è duplice, e bisogna ringraziarla, perché oltre a ricostruire la vita di Giovanni Pascoli semplicemente osservandola con scrupolo e meticolosità, ci fornisce anche gli strumenti ermeneutici – gli attrezzi dell’archeologo di cui sopra – per rileggere le opere del poeta scevre da sovrastrutture.

Il saggio comincia dalle vicende biografiche, da cui emerge una vita ben più complessa e frenetica di quella troppe volte letta a scuola. Pascoli sovversivo, socialista, “agitato”; Pascoli che sprofonda nei sensi di colpa, ma conosce anche la vita, la passione, l’autenticità; Pascoli “spirito amante”, non certo triste ameba per tutta l’esistenza. Insomma, finalmente un lavoro, come dice l’autrice, “di parte”, nel senso che si colloca dalla parte vera della storia e dei fatti.

Sensini rimette ordine e lo dimostra anche quando affronta alcuni dei testi più importanti dell’autore, evidenziandone la caratura intellettuale e soprattutto la consapevolezza completa della propria produzione, i riferimenti letterari, le scelte stilistiche. Un autore complesso, stratificato, in perenne tumulto, turbato, disperso e lucido contemporaneamente.

Un grande artista europeo in cerca ancora di giustizia: di profondo interesse la terza parte del saggio, dove Sensini ripercorre antologie e testi contemporanei e dimostra, dati alla mano, quanto il caso Pascoli sia ancora bel lungi dall’essere risolto e vada riesaminato senza pregiudizi di sorta.

Il poeta solitario, il dantista, il latinista, l’uomo che scrisse un inno a Passanante: Giovanni Pascoli è un prisma multicolore, ed è gran merito di Francesca Sensini aver pubblicato un testo affascinante come un romanzo, un punto di svolta nell’ambito degli studi letterari di italianistica e non solo.

Il miracolo Spinoza

di Andrea Comincini

A volte la filosofia appare come una materia astrusa e staccata dalla realtà: Platone ci ricorda, nel Teeteto, l’aneddoto della servetta di Tracia che prende in giro Talete: immerso nei suoi pensieri a contemplare il cielo, il filosofo cade rovinosamente in una buca. La storiella, oltre a strapparci un sorriso, ci dice anche quanto una passione, addirittura una ossessione, possa catturare completamente un essere umano, tanto da trasformare l’esistenza.

Per molti filosofi, quel fuoco che arde è la ricerca della verità, e nulla può opporsi al suo inseguimento, nemmeno quando i rischi sono altissimi. Una delle figure del mondo della filosofia che ha davvero – intimamente e integralmente – dedicato l’intera vita al sapere è Baruch Spinoza. A raccontarci biografia e pensiero c’è oggi un agile volume dello scrittore francese Frédéric Lenoir: Il miracolo Spinoza, pubblicato dalla casa La  nave di Teseo. L’autore parte da una domanda essenziale: “Come ha potuto un uomo, in meno di due decenni, erigere una costruzione così profonda e rivoluzionaria?”

In effetti, a guardare l’opera dell’ebreo portoghese, c’è da restare strabiliati. Non si tratta soltanto di registrare l’incredibile potere emancipatorio, la maestosità dell’architettura filosofica, la ferrea volontà di erigere un’etica come fosse un perfetto teorema geometrico. A stupire è l’effetto generale che Spinoza produce. Il sottotitolo dice: “Una filosofia per illuminare la nostra vita”, ovvero un pensiero il quale, dopo aver demolito le false concezioni che lo circondavano, riesce nell’intento di sigillare la pace nei cuori.

Ma quali sono i nemici di tale pensare altro? La vicenda di Spinoza è anch’essa nota: ebreo intelligentissimo, bambino prodigio, ben presto si trova ad affrontare i travagli del quotidiano e a scontrarsi con la propria comunità. Costretto a fuggire via, trasloca in Olanda, dove “quelli come lui” potevano vivere un po’ più sereni; si dedicherà all’ottica, facendo il molatore di lenti per vivere (E sarà un artigiano di fama europea!)

La tranquillità però non fa parte del vocabolario spinoziano, e tra attentati e complicazioni varie visse sempre guardingo, impossibilitato a firmare le proprie opere e a divulgare quelle idee che mettevano decisamente in crisi il potere religioso costituito.

Lenoir ci conduce con energia in questa avventura così grandiosa e parimenti modesta, in quanto Baruch è uomo schivo, vive di poco, si accontenta “semplicemente” della propria integrità. Spinoza è un animo sereno perché profondamente coerente con se stesso. Così lo descrive il francese: “Amo profondamente Baruch Spinoza e lo considero un caro amico.

Quest’uomo mi commuove per la sua autenticità e immensa coerenza, per la sua dolcezza e tolleranza, anche per le sue ferite e sofferenze, che ha sublimato nella sua incessante ricerca di saggezza”. Anch’egli ovviamente fu vittima di alcuni atavici pregiudizi dell’epoca, ma non di meno appare nella sua figura un atteggiamento che ogni filosofo dovrebbe mostrare:

“Spinoza propone un percorso di liberazione fondato su una osservazione minuziosa di noi stessi, delle nostre passioni, delle nostre emozioni, dei nostri desideri, della nostra costituzione fisica che, da solo, ci renderà liberi” (p. 16) Che prezzo pagò per questo?

Ebbene il 27 luglio 1756 nella sinagoga di Amsterdam, dopo una giovinezza già travagliata, subisce per esempio un herem, cioè una scomunica. Oggi forse la cosa potrebbe farci sorridere, ma a quei tempi significava la fine sociale dell’individuo. Leggiamola, per ricordarci sempre cosa comporta il fanatismo religioso: “Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra.

Il Signore non lo risparmierà: al contrario, la collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest’uomo, e tutte le maledizioni scritte penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo”. (p. 31).

Parole orribili, ma inutili. Egli non si pentirà mai di aver messo al primo posto della vita non il dogma ma la libera ricerca. Precursore dell’illuminismo, strenuo difensore della libertà, amante di un dio non personale o vendicativo, Spinoza continuerà a scrivere fin quando si spegnerà, avvolto in quella serenità che lo accompagnò per tutta la vita. È lui ad aver riscritto le regole del desiderio, è lui ad averci spiegato come sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, in fondo pervasi da un legame indissolubile con il tutto.

È grazie a Spinoza che parole come “peccato” e “punizione” sono state abbandonate per una teologia altra. Il libro di Lenoir ci parla di amore, fratellanza, passione e umiltà perché immerso nel mondo di Spinoza: “Gli animi si vincono non con le armi ma con l’amore e la generosità. Non desideriamo qualcosa perché lo giudichiamo buono, bensì, al contrario, definiamo buono ciò che desideriamo”. Una rivoluzione dello spirito, testimonianza di come la filosofia, oltre a farci cadere nelle buche, può essere anche uno straordinario strumento di emancipazione.

“Scrivere al buio”: Intervista a Mirko Zilahy

 

Un ritratto dell’autore Mirko Zilahy

di Andrea Comincini

Mirko Zilahy, nato a Roma nel 1974, ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il Corriere della Sera ed è stato editor per Minimum fax, nonché traduttore letterario dall’inglese ( tra i tanti titoli, il premio Pulitzer 2014 Il cardellino di Donna Tartt e il celebre bestseller Mystic River di Dennis Lehane)

Debutta nel 2016 – quest’anno si festeggiano i dieci anni!  – con un thriller mozzafiato: È così che si uccide, tradotto in molte lingue e con una diffusione internazionale, tanto da renderlo subito uno degli scrittori più interessanti del panorama italiano. Prosegue trionfalmente con altri due libri che segnano una svolta nel genere: La forma del buio e Così crudele è la fine, dove abbiamo una Roma che assomiglia alla Dublino di Joyce, descritta passo dopo passo, rione dopo rione, e rivelatrice di un lato oscuro e insolito della capitale.

Dopo la Trilogia del Caos arriva L’uomo del bosco, un thriller ambientato a Civita di Bagnoregio, la città che muore. Altro successo e rinnovata curiosità da parte di critica e pubblico per la sua poetica letteraria.

Reduce dal meritato successo, Zilahy si prende una pausa dal genere e si dedica a un romanzo lirico e autobiografico, mostrando di essere anche in questo scrittore fuori dagli schemi: esce Nostra signora delle nuvole (2023) candidato al Premio Strega 2024, e qui raggiunge vette liriche incredibili mostrando la sua versatilità di scrittore.

 

 

Nell’anno appena passato riprende a investigare nel cuore nero di Roma. Difficile pensare, dopo 5 libri così potenti, di ricominciare con la stessa verve, e invece Zilahy non solo torna alla grande – vince premi letterari e il libro vola nelle classifiche – ma addirittura scrive forse uno dei suoi testi più enigmatici e oscuri, dove filosofia, psicanalisi, arte e scienza si intrecciano, e la storia viene raccontata attraverso uno stile che rivela una maturità eccezionale. La stanza delle ombre, edito da Mondadori, è il suo ultimo lavoro.

Abbiamo incontrato lo scrittore, e gli abbiamo posto alcune domande: Continua a leggere

Lucetta Scaraffia: Otto mistiche laiche del Novecento

di Andrea Comincini

Lucetta Scaraffia, giornalista, storica e femminista di profonda esperienza, ci consegna un libro davvero difficile da definire. Si può parlare di semplice saggio, di un romanzo di vite altrui, ma in realtà, attraversandolo, ci accorgiamo che si tratta di una dichiarazione d’amore per la condizione umana, soprattutto e principalmente quando è fragile: Dio non è così. Otto mistiche laiche del Novecento”, edito da Bompiani, è già nel titolo una dichiarazione controcorrente, come le esistenze di queste donne. Vite di mistiche che hanno in qualche modo cambiato la storia, prima di tutto la loro, il cui percorso è ben distante da quanto ci si potrebbe aspettare.

Cosa c’è di più scontato infatti se non immaginare una santa figura adamantina, irreprensibile, e soprattutto sana? Una prima caratteristica di questi ritratti infatti è mostrare come le protagoniste – da Catherine Pozzi a Charlotte von Kirschbaum, da Adrienne von Speyr a Banine, da Élisabeth Behr Sigel, Simone Weil, fino a Chiara Lubich o Romana Guarnieri  – siano persone fuori dal comune in tutti i sensi. Alcune, perfino considerabili pazze.

Pensiamo a Simone Weil: donna che odia sentirsi donna, tanto da vestirsi da uomo, certamente con un animo tormentato e spesso vittima di crisi profonde, credente “sulla soglia” – non aderì mai al Cattolicesimo con un battesimo, perché quella Chiesa corrotta le dava l’impressione di un corpo malsano – diventa tuttavia una icona ormai mondiale del misticismo, della fede e del femminismo.

La ricerca di Scaraffia si intreccia infatti con un altro tema a lei molto a cuore, la questione dell’emancipazione, ma è un femminismo, quello dell’autrice, ben lontano da certe mode attuali, e volto invece a sottolineare la necessità di un confronto con il trascendente. Un ritratto dell'autrice, Lucetta Scaraffia

Proprio in questo rapporto dialettico costante, sofferto, “folle”, emergono figure anche poco conosciute ma incredibilmente illuminanti. Si leggano le pagine, per esempio, dove scopriamo che il famoso teologo Hans Kung viveva una relazione a tre, con le sue donne, ma ben lontana dall’essere quel ménage che molti sognano e negano dentro i confessionali delle loro coscienze; possiamo approfondire la personalità fuori dal comune di R. Guarnieri, amica della scrittrice che così la descrive: Continua a leggere

Paolo Massari, La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia

di Andrea Comincini

Se l’essere umano sopraffatto dal traffico abbandona la caotica Roma e percorre una strada sgangherata e pericolosa per un’ora in cerca di pace, allora può arrivare a Sabaudia, una giovane città sul litorale laziale. Ma sarà vero? Perché a ben vedere tutto il bel libro di Paolo Massari La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia, Utet, 2025ci racconta che sì, la meta geografica è indubbiamente quell’impennata di marmi bianchi incastonati tra dune antiche, ma in fondo a Sabaudia non si arriva quasi mai solo con il corpo: ci vuole altro.

Sabaudia è la città dell’immaginazione, dell’incompiutezza. Riposa silente e vuota su quella che era una antica palude ma non è mai ultimata. Per “concluderla”, e svegliarcisi dentro, è necessario che il viaggiatore sappia osservarla. Ecco allora sorgere mille città. Quando nacque fu giudicata “ridicola”, poi metafisica, infine simile ai tropici. Paolo Massari, grazie a un lavoro certosino tra carte, testimonianze e ricordi, ci porta esattamente in un luogo privilegiato, le pagine del suo lavoro, per osservare la città e viverla nel profondo.

E così emergono propensioni, suggestioni e definizioni di grandi scrittori e scrittrici che proprio nel “paese nuovo” hanno deciso di assaporare la serenità e il tempo della solitudine, del pensiero. E in questa osservazione d’artista sorge la vera cittadina, capace di trovare nel cuore di Alberto Moravia, Laura Betti, Pier Paolo Pasolini, Emilio Greco e tanti altri protagonisti del Novecento un posto speciale, lontano dai riflettori. Continua a leggere