“Regalasi disperazione!” Come i mezzi di comunicazione e la politica stanno mortificando l’uomo

di Lucrezia Lombardo

La disperazione è diventata uno stile di vita: incrementata dai mezzi di comunicazione, abilissimi nell’inscenare e documentare catastrofi ed emergenze continue, l’angoscia costituisce oggi il sentimento dominante per molti.

Caratterizzata dall’assenza di speranza e dalla nichilistica convinzione “che nulla valga la pena” e che non vi siano possibilità per cambiare il corso delle cose, la disperazione ammala l’uomo contemporaneo e da questo virus invisibile non sono protetti neppure i giovani che, al contrario, nel loro stile di vita, sempre più aggressivo e autodistruttivo, dimostrano di aver introiettato in pieno tale senso d’impotenza.

Eppure, l’allontanamento dalla speranza -come l’etimologia del termine “disperazione” indica- può essere indotta mediante una pervasiva di manipolazione, che da sociale si fa individuale: accendendo qualsiasi tivù, sfogliando qualsiasi giornale e navigando sul web, infatti, la maggior parte delle notizie che vengono veicolate hanno un carattere negativo e risultano funzionali a costruire una narrazione angosciosa della realtà, nella quale l’individuo finisce con il percepirsi sempre più solo e in trappola.

Ciò non significa che i problemi che attanagliano il presente non vadano visti e discussi, bensì che, anche dinnanzi alle crisi più tremende possono darsi due atteggiamenti contrapposti: il primo è costruttivo, e si sforza comunque di progettare, crede nella bontà della natura umana, nonostante tutto, e nella vita, che ha in sé la spinta per ripartire; l’altro atteggiamento, invece, è distruttivo e legittima una passività rinunciataria, nichilistica, che si unisce all’assenza di ogni rischio. Da questo secondo atteggiamento -che si fa oggi forma mentis diffusa- deriva quell’egoismo che fa pensare esclusivamente al proprio orticello, anche se intorno piovono bombe.

L’azione martellante della disperazione -raccontata e filmata di continuo, attraverso narrazioni e scene di morte in cui l’abuso del forte, che schiaccia e deride l’innocente, non ha fine- è dunque uno strumento di potere finalizzato a generare nell’animo degli individui un sentimento definitivo di resa, lo stesso che prova colui che si consegna volontariamente tra le mani del carnefice.

Ecco, pertanto, che emerge chiaramente il fine nascosto nell’odierna retorica dell’angoscia, che si nutre di violenza continua: rendere gli individui impotenti, incapaci di riconoscere l’abuso e, quindi, propensi ad accettarlo, normalizzando la prevaricazione.

Così, del resto, accade ormai sia a livello politico, che nella vita quotidiana.  Tant’è che, quanto più la violenza subita e vista è frequente, tanto più la psiche si abitua ad essa e, per difesa, le riconosce come “atteggiamento accettabile”, sebbene, nel profondo, resti viva la consapevolezza di un simile autoinganno.

Attraverso strumenti di manipolazione di massa, come quelli messi in atto dagli attuali mezzi di comunicazione e dalla politica -che, a propria volta, ha normalizzato la legge della “violenza-disperazione”-, perciò, i soggetti vengono espropriati della capacità di vedere in modo razionale e analitico la realtà, diventando, di conseguenza, incapaci di progettare qualsiasi forma di resistenza alla logica di morte dilagante, che finisce con il togliere la gioia di vivere, consegnandoci tutti alla disperazione.

Se, tuttavia, l’azione del potere si fa tanto pervasiva e tale da riplasmare il nostro modo di percepire la realtà e il futuro -che viene completamente amputato in quanto orizzonte di senso-, l’individuo possiede ancora in sé gli strumenti per porre fine all’odierna violenza normalizzata.

Il primo di questi strumenti non è sociale ma, in qualche modo, “religioso”: prima ancora che dare vita a movimenti collettivi -come già è avvenuto nel corso della storia- occorre oggi proteggere, anzitutto, se stessi e la propria psiche dalle continue sollecitazioni negative a cui si è sottoposti e che finiscono con l’essere reiterate persino nella propria casa e nei propri rapporti interpersonali.

Tale protezione della psiche è “un atto religioso” –e, per questo, profondamente rivoluzionario- in quanto richiede di costruire il cambiamento non all’esterno, proiettando le nostre speranze in un partito o in un gruppo, bensì all’interno, a partire dalla riscoperta di sé stessi e della propria interiorità.

Tornare ad ascoltarsi senza martellamenti televisivi o mediatici e senza essere perennemente immersi nel flusso delle informazioni, delle immagini, e dei rumori significa, infatti, avvicinarsi a quel nucleo duro -la coscienza, o anima, che dir si voglia- che è presente in ciascuno, sebbene la società odierna faccia di tutto per rimuovere tale certezza.

Questo nucleo duro si riattiva ogniqualvolta si fa pulizia delle maschere, dei rapporti di convenienza e di atteggiamenti conformistici tesi al rispetto sociale, al successo, al potere, al riconoscimento e così via. Allorché l’individuo guarda sé stesso in verità e sceglie la verità, egli dà automaticamente avvio a un processo rivoluzionario: tant’è che il potete odierno, per creare individui omologati e che abbiano in odio la vita -arrivando persino a gettar via la propria e accettando passivamente l’abuso- necessita proprio di soggetti alienati dalla consapevolezza più importante: quella dell’unicità del proprio essere, della sacralità di esso e della non casualità dell’esistenza in quanto tale.

In tal senso, nel corso della storia sono state molte le epoche segnate da guerre, massacri, stermini, ma nessuna, come la nostra, è riuscita a fare della disperazione la propria bandiera. Il crollo degli “apparati ideali” -se così vogliamo definirli- ha potenziato tale esito, di cui oggi -nell’epoca del postmoderno e della post-metafisica- subiamo in pieno le conseguenze.

Di contro, laddove l’individuo torna ad avere dei valori, a condividere degli ideali, a creare solide relazioni e a credere nella progettualità per il futuro, tale disegno di morte si spezza. Così hanno fatto gli uomini e le donne che si sono rialzati dalla guerra, come i nostri nonni, e così hanno fatto quelle donne che hanno messo al mondo i loro figli nonostante le bombe e le occupazioni straniere.

Così hanno fatto pure quegli intellettuali che sono stati deportati e perseguitati per le loro idee e, nonostante il prezzo da pagare, non hanno rinunciato alla forza della verità, che è la sola forma di libertà possibile. Quest’ultima, dunque, non consiste nel conformarsi ai modelli designati da una società ormai incapace di custodire la vita e che ha mercificato tutto -idolatrando il profitto e la potenza-, ma consiste, piuttosto, nel coraggio di idee e pratiche che vadano contro la disperazione imposta dal sistema attuale.

 Un sistema di potere e sapere che vuole che l’uomo rinunci alla vita e all’amore per essa, in modo tale da immolarsi volontariamente per il “mostro politico” che vorrebbe ridurre la terra all’inferno e privare l’essere umano della sua nobile natura: una natura che -a differenza di ciò che si crede- è ancora capace di amare, di perdonare, di sacrificarsi per gli altri, di credere, di immaginare, di creare.

“Topologia del caos” La crisi del vecchio ordine e il mondo contemporaneo

 

di Lucrezia Lombardo 

Se l’Occidente rivela oggi la propria stanchezza, quasi implodendo, il resto del mondo è invece in fibrillazione. Non assistiamo, infatti, a una semplice moltiplicazione dei conflitti globali, ma a una trasformazione della forma stessa dell’ordine mondiale, per cui il caos non è assenza di struttura, ma il prodotto di un eccesso di connessioni. Da ciò deriva che l’odierna instabilità politica non è sintomo di un vuoto, ma, piuttosto, il prodotto di una sovrasaturazione.

Dopo la fine della Guerra fredda, celebrata come “fine della storia”, si è affermata l’illusione di un ordine lineare, governato dal mercato e dalla tecnica. Oggi, quella linearità si frantuma. Il mondo non è più organizzato attorno a un centro egemonico stabile, ma attraversato da molteplici poli di potere che si attraggono e si respingono. Il caos, difatti, non esplode solo ai margini, ma emerge dal cuore  stesso del sistema. Le guerre non sono più soltanto territoriali, ma ibride, informatiche, economiche e tecnologiche.

La battaglia si combatte così attraverso reti, algoritmi e flussi finanziari, tanto che l’informazione e la contro-informazione diventano armi pericolosissime. La verità -in questo crogiolo- perde la propria  autenticità e viene misconosciuta, ma non per effetto della censura, bensì a causa di una sovrapproduzione di narrazioni. In mezzo ad un rumore incessante, il discernimento degli individui si indebolisce e il disordine si fa,  prima di tutto, cognitivo.

 

La globalizzazione, che prometteva integrazione e commistione, si sta rivelando come motivo di frizioni, mentre le catene di approvvigionamento si rivelano sempre più fragili. Una crisi sanitaria, un conflitto regionale, una decisione politica in un punto del pianeta, generano ormai onde d’urto globali. L’interdipendenza, celebrata come garanzia di pace, si è pertanto trasformata in vulnerabilità sistemica, per cui ogni nodo della rete è anche un punto di collasso potenziale.

 

Entro tale contesto, il caos globale non è soltanto geopolitico, ma dovuto al vacillare dell’idea moderna di “dominio tecnico”. L’essere umano scopre, pertanto, di non essere sovrano, ma parte di una complessa ecologia che lo trascende, tanto che persino l’economia è entrata in una fase di turbolenza permanente. Continua a leggere

“Poesie 1975-2025” Franco Buffoni e il viaggio nella poetica dell’identità per comprendere l’uomo contemporaneo

 

di Lucrezia Lombardo

Con Franco Buffoni, la poesia italiana degli ultimi cinquant’anni trova una delle sue voci più limpide, rigorose e insieme inquietamente mobili. Il volumePoesie 1975-2025”, pubblicato da Mondadori nella prestigiosa collana “Lo Specchio”, non è soltanto un’opera omnia poetica: è il racconto di un attraversamento. Attraversamento del tempo storico, delle trasformazioni linguistiche, dell’identità personale e collettiva.

Riunire la produzione poetica di un autore significa infatti rendere possibile la comprensione di un’evoluzione coerente ma mai statica. Dalle prime raccolte degli anni Settanta -dove già si avverte un’ironia sottile, quasi britannica nella misura e nella distanza- fino ai testi più recenti, Buffoni costruisce un percorso in cui i versi diventano strumento di conoscenza, verifica morale e dispositivo critico. Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è la capacità di coniugare autobiografia e dimensione pubblica.

L’esperienza personale, in tal senso, non si chiude mai nel privato, ma dialoga costantemente con il contesto storico, politico, culturale. Nei versi di Buffoni, così, la memoria individuale s’intreccia con la storia europea, con la riflessione sulla scienza, con l’attenzione alle questioni civili. Il risultato è una poesia che non rinuncia alla precisione del dato, ma lo trasfigura in meditazione.

Poesia Franco Buffoni

Un ritratto del poeta

L’autore lavora quindi sulla lingua con una tensione quasi filologica: il lessico è sorvegliato, la sintassi controllata, la musicalità mai esibita ma sempre presente. La sua è infatti una poesia che rifugge l’enfasi e preferisce la chiarezza, ma sotto questa apparente limpidezza si avverte una stratificazione culturale profonda. Il poeta, anche traduttore e studioso, porta nei testi un dialogo costante con la tradizione inglese e con quella italiana, senza mai indulgere in citazionismi gratuiti.

Particolarmente significativa, nell’arco complessivo del volume, è la riflessione sull’identità e sulla corporeità: l’io poetico non è mai monolitico, ma esposto, interrogato, messo alla prova dalla relazione con l’altro e con il mondo. In questa prospettiva, la poesia diventa spazio di verifica dell’esistenza, luogo in cui la fragilità si trasforma in consapevolezza.

In modo coerente con la ricerca condotta, negli anni più recenti, la scrittura di Buffoni si apre con maggiore evidenza a una dimensione etica e quasi “cosmica”: il rapporto tra umano e non umano, tra cultura e natura, tra antropocentrismo e responsabilità si fa centrale. Tuttavia, tale interrogazione non sfocia mai in moralismo, bensì si fa invito alla riflessione, affidato alla precisione dell’immagine e all’incisività del pensiero poetico.

“Poesie 1975-2025” è pertanto un’opera destinata a lasciare un segno, poiché la sua  forza sta nella compattezza: pur attraversando stagioni diverse, il testo restituisce l’impressione di un unico grande libro, in cui ogni fase prepara la successiva e ogni mutamento di tono appare necessario. Il lettore assiste così a una maturazione che non cancella gli esordi ma li integra, li rilegge, li rilancia.

In definitiva, questa raccolta rappresenta non solo il bilancio di un autore centrale nella letteratura contemporanea, ma anche un documento prezioso per comprendere l’evoluzione della poesia italiana dagli anni Settanta a oggi. Buffoni dimostra infatti che la poesia può essere insieme esattezza e vibrazione, studio e passione, memoria e interrogazione del futuro.

 

L’Oltre: Eugenio Montale tra filosofia, fisica e religione di Adriana Beverini

di Lucrezia Lombardo 

Il libro di Adriana Beverini si propone come un ponte tra due mondi spesso percepiti come separati: quello della scienza e quello del sapere umanistico. Partendo dall’analisi della poesia di Eugenio Montale, Beverini mostra come il linguaggio poetico possa farsi strumento di indagine sul reale, capace di accostarsi alla complessità della fisica contemporanea e alle domande fondamentali della filosofia del XX secolo.

Il nucleo concettuale dell’opera si fonda sulla distinzione tra spiegazione scientifica e contemplazione poetico-filosofica, riprendendo Wittgenstein nella sua riflessione sul linguaggio. La scienza indaga strutture e leggi del mondo, mentre la poesia, come il sapere etico o religioso, ne coglie la meraviglia, restituendo un senso che sfugge alla mera oggettività. Beverini evidenzia come il Novecento abbia visto la filosofia confrontarsi con i limiti del razionalismo, interrogandosi sul rapporto tra percezione soggettiva e realtà oggettiva, tema centrale anche nella fisica quantistica, che mostra un mondo subatomico governato da leggi non deterministiche.

Il libro si colloca quindi in un orizzonte filosofico contemporaneo, facendo dialogare Montale con figure come Schopenhauer e, indirettamente, con Kant e la tradizione dei Veda. Beverini riprende la distinzione tra “velo di Maya” e “volontà” per esplorare la tensione tra il reale percepito e il fondamento ultimo dell’esistenza, problematica che la poesia sa rappresentare con intuizioni e immagini capaci di “ricomporre il molteplice in unità”. In questo senso, il testo si confronta con questioni care alla filosofia della scienza contemporanea, alla fenomenologia e alla metafisica, in particolare sullo statuto della realtà e della verità in un mondo sempre più esplorato attraverso la lente della fisica moderna.

Un merito particolare dell’opera è mostrare come la poesia di Montale non si limiti a riflettere sul senso della vita, ma dialoghi con le categorie scientifiche del tempo, del vuoto, della realtà subatomica e dell’origine dell’universo. Beverini mostra così come l’azione poetica possa assumere un ruolo epistemologico: non spiegare, ma rivelare, con la stessa profondità e rigore di una teoria scientifica, il legame tra umano e divino, tra visibile e invisibile.

Un ritratto di Adriana Beverini

Un ritratto dell’autrice Adriana Beverini

Al centro dell’opera si trova, dunque,analizzata non solo poeticamente, ma in un dialogo con la filosofia contemporanea e la fisica moderna. La riflessione sull’indeterminazione della realtà subatomica, propria della fisica quantistica, viene perciò messa in relazione con la percezione poetica, evidenziando la relatività del soggetto conoscente e la pluralità dei livelli della realtà.  

In chiave contemporanea, il testo chiama in causa autori come Hans-Georg Gadamer, per il quale la comprensione è sempre mediazione tra soggetto e mondo e Bruno Latour, che problematizza il confine tra fatti scientifici e costruzioni sociali. Persino la filosofia di Jean-Luc Nancy è riscontrabile nel testo, in quanto  la realtà risulta un intreccio di presenza e percezione, un campo in cui linguaggio ed esperienza coincidono nel loro valore rivelativo. Beverini mostra come Montale anticipi, in chiave poetica, alcune di queste riflessioni, facendo della poesia uno strumento per indagare la realtà senza ridurla a misurabilità scientifica.

In conclusione, LOltre si distingue per la capacità di mostrare la continuità tra saperi diversi e la necessità di un approccio interdisciplinare per affrontare le domande fondamentali sul reale e sul senso dell’esistenza. Beverini invita, così, il lettore a riscoprire la meraviglia e l’intuizione come strumenti fondamentali per ogni conoscenza.

 

Il rapporto tra uomo e mondo: da Hannah Arendt all’odierna società della tecnica

di Lucrezia Lombardo

In ogni epoca, il rapporto che l’uomo intrattiene col mondo è condizionato da quella che possiamo definire vita activa. La vita activa è un concetto che comprende in sé tre tipologie di attività, imprescindibilmente legate alla “condizione umana”: il lavoro, l’operare e l’agire. La prima di queste attività, il lavoro, si lega allo sviluppo biologico del corpo. L’uomo lavora per la necessità biologica dell’ auto-sostentamento e, in questo modo, incide direttamente sulla natura, che viene trasformata diventando “mondo”.Scrive infatti Arendt che

«l’attività lavorativa corrisponde allo sviluppo biologico del corpo umano, il cui accrescimento spontaneo, metabolismo e decadimento finale sono legati alle necessità prodotte e alimentate nel processo vitale della stessa attività lavorativa. La condizione umana di quest’ultima è la vita stessa» [1].

Il lavoro, quindi, ricopre l’arco della vita di ogni singolo individuo e, se da un lato sana le necessità biologiche del sostentamento, dall’altro crea ulteriori necessità che possono essere soddisfatte solo reiterando “il fare” per la durata dell’intera esistenza.

Tuttavia, l’intero genere umano trae beneficio dall’attività lavorativa in quanto si vede garantita la sopravvivenza. In tal modo, l’uomo crea dei prodotti a partire dalla trasformazione dell’ambiente circostante e amplia il proprio orizzonte proiettandosi nel futuro. Il prodotto del proprio lavoro diventa per l’uomo l’emblema della possibilità d’incidere sul corso del tempo, in quanto ciò che viene creato dura oltre la limitatezza dell’attività produttiva stessa.

Rispetto al lavoro, l’operare implica la creazione estesa di un mondo artificiale, che si differenzia radicalmente dall’ambiente naturale. Si passa, dunque, dalla mera trasformazione lavorativa del materiale disponibile, alla creazione di un vero e proprio sovra-mondo artificiale, che si affianca, o rimpiazza del tutto -come nel caso della società tecnicizzata– il mondo naturale.

 

 

Nella propria condizione, perciò, l’uomo non intrattiene soltanto un rapporto con l’ambiente che lo circonda, ma anche con i suoi simili.  L’universo della pluralità e della socialità, che scaturisce dall’incontro fra più individui, dà vita all’azione, che, a parere di Arendt, partorisce la vita politica e crea la storia.

Pertanto, la condizione umana implica immediatamente un rapporto tra gli individui e ciò che li circonda. Questo rapporto dà forma alla vita activa e alla produzione di cose e, gli oggetti artificialmente prodotti dall’uomo, da un lato influiscono sull’ambiente trasformandolo, dall’altro, condizionano la stessa vita umana.

Vi è quindi un legame imprescindibile tra l’uomo ed il mondo e, quest’ultimo, è anche il prodotto dell’attività del primo. Infatti, l’esistenza dell’umanità necessita delle cose prodotte per potersi auto-sostentare ma, d’altro canto, le cose del mondo ricevono un ordine ed un senso a partire dalla loro incidenza sulla vita degli uomini.

La vita activa, ovvero la vita incentrata sulla produzione di oggetti e sulla trasformazione della natura in ambiente abitabile, tuttavia, non è l’unica modalità con cui l’essere umano si relazione alla realtà.

Ad essa si affianca la vita contemplativa che per secoli -fin dall’antichità- è stata considerata superiore alla vita activa, in quanto non presuppone l’impiego della forza fisica in vista dell’auto-sostentamento, ma si avvale interamente dello sforzo del pensiero, dell’otium, poiché presuppone la soddisfazione -a monte- dei bisogni primari.

Un murale di Bansky presso Coney Island Avenue a New York

La vita contemplativa è sempre stata prerogativa di pochi privilegiati -uomini liberi, filosofi, uomini di religione o, semplicemente, aristocratici- che, nell’antichità e ancora oggi, hanno potuto delegare il lavoro agli schiavi oppure, nella contemporaneità, al sistema industriale. Ed è proprio a partire dall’età moderna che il trionfo della “attività lavorativa” diventa una delle prerogative principali della condizione umana, determinando il rovesciamento della secolare priorità della vita contemplativa su quella attiva.

Con la modernità, infatti, si afferma l’hanimal laborans, un soggetto che, grazie al proprio corpo e alla sua forza-lavoro, produce merce e che, nell’odierna economia immateriale, produce anche competenze e informazioni. Il lavoro diventa, così, la prerogativa principale della vita moderna e pone al centro dell’attenzione i corpi e le loro facoltà psico-fisiche e cognitive, in quanto è grazie a tutti questi elementi che l’attività lavorativa stessa si reifica.

Il fatto che, a partire dall’età moderna, il lavoro occupi un ruolo centrale nell’esistenza umana occidentale, deriva dall’accrescimento della produttività e dall’affermarsi del capitalismo che comporta, quindi, l’aumento della resa della forza-lavoro. Ciò determina una sistematizzazione dell’attività lavorativa che si specializza e usufruisce -incrementandola- della tecnica. Quest’ultima diventa, inoltre, il mezzo in grado di generare un surplus di produzione, che eccede la mera necessità, partorendo il consumismo. Il rapporto tra uomo e mondo s’incentra, da adesso in poi, sulla portata trasformatrice dell’attività umana nei confronti della natura.

Image: Zhivotov, E. and Svetkov, S. Cartoon. Krokodil Jan. 1987: 16. Krokodil Digital Archive

È quest’attività di trasformazione incessante che caratterizza la gestione della vita umana moderna e contemporanea. La forza umana si fa perciò elemento capace di creare sempre nuovi prodotti e saperi, riducendo il mondo a cosa. Del resto, la dimensione cosale si accresce proprio con l’aumentare dell’importanza conferita dall’uomo alla propria attività lavorativa.

A partire dalla modernità, allora, l’uomo scopre in sé la forza per dominare la natura. Questa forza -che è il lavoro- non soltanto trasforma il mondo, ma incide su di esso incrementandone la dimensione cosale. Mutando l’auto-percezione dell’uomo rispetto al mondo, muta anche il ruolo rivestito dal lavoro che, da oggetto del disprezzo per gli antichi, diventa adesso oggetto d’idolatria. Il lavoro tuttavia, in quanto attività, non è sufficiente alla creazione di oggetti duraturi.

È quindi l’operare che supplisce a questo deficit e dà vita alle “cose del mondo”, tra cui si annoverano i beni di consumo, che diventano gli oggetti d’uso delle società contemporanee.

I beni di consumo conferiscono una nuova fisionomia all’esistenza ed incidono direttamente sul rapporto tra il mondo e l’uomo e sulla relazione tra gli individui. Tali oggetti hanno infatti per scopo l’incessante sostituibilità reciproca: nessuno di essi è tanto importante da non poter essere rimpiazzato da un altro oggetto più nuovo.

In questo modo, la dimensione cosale del mondo, finanche dello stesso essere umano, non soltanto viene incrementata, ma diventa il modo principale con cui l’uomo si rapporta a ciò che lo circonda e ai suoi simili. La riduzione del mondo a cosa abitata da altre cose, crea tuttavia il paradosso per cui le cose si rivelano più durature rispetto all’attività lavorativa che le produce.

L’esistenza umana, allora, si ritrova incastrata in un universo che funziona solo grazie alla reificazione. Il mondo diviene, così, un cosmo artificiale, abitato da un “universo di cose” riproducibili ed interscambiabili e da uomini-cose.

Se lavoro ha per finalità il consumo, allora, sia il lavoro che il consumo altro non sono che processi di modificazione della materia. Il lavoro ed il consumo, infatti, “afferrano la materia” allo scopo di modificarla e, così facendo, la “artificializzano” e la piegano al disegno produttivista umano. Ne deriva che, l’idea del lavoro come attività necessaria all’emancipazione da uno stato di necessità in vista del soddisfacimento dei bisogni essenziali, dalla modernità in poi, si trasforma in una vera e propria dipendenza dell’uomo dal proprio apparato di produzione e dagli oggetti d’uso e consumo da cui è circondato, nonché dalle pratiche di riconoscimento e status sociale che dall’apparato produttivo derivano.

In questo modo, la vita dell’uomo si meccanicizza e si consuma nella produzione, mentre le cose che egli ha prodotto durano assai più dell’esistenza di qualsiasi essere umano. Nonostante ciò, l’individuo contemporaneo pare non riuscire a concepire un nuovo modo di vivere e una nuova società, proprio perché nelle cose prodotte dalla catena industriale egli trova un senso di stabilità, che sfugge alla sua natura transeunte.

Questo significa che le merci hanno il ruolo di “strumenti stabilizzatori per la vita umana”, di per sé incerta, precaria e breve. L’universo duraturo sovraccarico di oggetti nel quale il soggetto contemporaneo si ritrova immerso, costituisce, cioè, l’illusione di una stabilità che oltrepassi la morte.

 

All’interno di un quadro simile, la tecnica diviene lo strumento che consente alla reificazione di durare e di trovare sempre nuovi stimoli per imporsi. Essa determina, infatti, il trionfo dell’homo faber, colui che, per creare, distrugge la natura artificializzandola.

Affinché la tecnica prenda vita, tuttavia, l’homo faber abbisogna d’impiegare la violenza che estragga dalla natura la materia e l’energia, al fine di trasformarle in oggetti. La tecnica, allora, ha per criterio guida un “modello” che orienta l’operare umano in vista della realizzazione di beni di consumo e di una società di oggetti, in cui persino le relazioni interpersonali vengono cosalizzate. La reificazione tecnica altro non è che il trionfo del finalismo: tutti i mezzi ed i processi industriali attuali hanno per scopo la creazione di oggetti e di relazioni strumentali.

L’identità dell’homo faber, ovvero del soggetto contemporaneo, è quindi data dalla sua incessante produttività ed il solo tipo di rapporto con gli altri che egli concepisce, è un rapporto di scambio di prodotti, informazioni, emozioni, sesso e così via, secondo una logica che prevede un flusso incessante. In questo modo, il consumismo identifica il valore delle cose col loro “valore di scambio”.

La società tecnica, perciò, è di per sé intimamente legata alla società dei consumi e delle cose, poiché solo grazie ai consumi e alla mentalità strumentale, la tecnica è legittimata a continuare la propria incessante corsa. A ben guardare, tuttavia, dietro a questo incessante carosello di merci e di scambi, si cela null’altro che vanità: è, difatti, in nome della vanità e del surplus di merci, di cui essa si nutre, che la società dei consumi continua a durare, facendo dell’uomo “un oggetto che fabbrica altri oggetti”, siano essi cose, servizi, idee, saperi o persone ridotte a cose.

Tant’è che entro tale scenario, l’uso che l’individuo fa di questi oggetti diviene la misura suprema dell’agire stesso. Per la “mentalità strumentale” che guida l’agire tecnico contemporaneo e la società dei consumi, allora, ogni fine che non sia riducibile a cosa dev’essere sacrificato; è così che la vita umana si riduce a mero numero e a valere zero.

[1] H. Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2006, p.7.

“L’odore delle sere.” Poesie di Lucrezia Lombardo”

NOTA DI LETTURA DI MAURO MACARIO:
Mi domandavo quale magica percezione olfattiva può ancora infiltrarsi e sopravvivere nel bosco metallico del nostro Tempo ? Quale ritorno possibile ai sensi originari, quale eco, quale richiamo avvertibile oltre le barriere elettroniche, oltre l’offesa dell’intelligenza artificiale ?
Chi mai sarà in grado di ricongiungersi con i soffi segreti della vita, di una vita minima nel suo successivo espandersi cosmico ? Chi saprà fuggire dagli innesti bionici, resistere alla clonazione robotica ? Chi sentirà il bisogno dell’odore di sere arcaiche, contadine, naturalistiche ? Quale karma guiderà questi versi e chi reincarnato potrà tornare disinquinato dal monossido e dal plutonio 235, per anelito catartico ad accorciare la distanza tra un filo d’erba e un tramonto ?
Solo il karma di una nativa di una tribù d’America istruita alla spiritualità animista, reincarnata in una poetessa del nostro malato e oscuro Occidente. Quell’Occidente che ha sterminato gli indiani, gli animali, la Natura.
Lucrezia, ribattezzata Chaska che significa Dea delle stelle, in lingua cheyenne. Oppure Tala che vuol dire Lupa, o Nizhoni, semplicemente Bella. Bella nel suo recuperare gli odori come un filo d’Arianna nel viola dei crepuscoli tra boschi, torrenti, campagne, monti. Perchè la Natura, per gli indiani era il Grande Spirito, presente in ogni creazione : il vento, la pioggia, i fulmini, il sole, gli animale, ogni fiore, la sabbia, le rocce, le pietre, e gli alberi che parlano a chi sa dialogare con loro.
In queste poesie Lucrezia/Chaska, Dea delle stelle, le crea in un firmamento poeticamente didattico per chi, affetto da amnesia, ha dimenticato la Madre Terra oggi più attraversata dal sangue che da fresche acque sorgive. Chissà da quale squaw, Apache ? Cheyenne ? Kiowa ? Cherokee ? Chaska viene ri-condotta sui sentieri della Grande Origine china a ri-conoscere i fratelli e le sorelle vegetali,le erbe mediche da portare all’Uomo di medicina nel suo campo tendato, e i fiori per adornare il suo tepee pieno di pittografie…
La poetessa odierna combatte anche così le brutture di questa epoca esortando, senza enfasi né anatemi, un ritorno alla Natura dalla quale un Sistema chirurgico infame ci ha diviso separandoci da quell’armonia universale in cui gli indiani fondavano una religione del vivere e una civiltà tribale in un eden che da lì a poco sarebbe stato distrutto.
Oggi siamo tutti indiani e l’eden è vicino alla sua distruzione. Ma finché Chaska continuerà a camminare tra i sentieri e le sue memorie incontrando piccoli e grandi fratelli con le loro anime nei sassi, nell’acqua, nel fuoco, nel vento, a noi indiani non ci fermerà nessuno. Il suo canto lieve e profondo, commovente ed evocativo, unirà le voci passate con le nostre.
Mauro Macario

Esoterismo e Postumano: legami e derivazioni

Historia Mundi

di Lucrezia Lombardo

L’idea che sia possibile manipolare le forze della natura, concependole come parti di “un’unità viva”, appartiene alla magia che, a propria volta, affonda le radici nelle antiche tradizioni rituali provenienti dall’Oriente, dalla civiltà egizia e persiana, oltre che da scuole di pensiero come la teurgia, il pitagorismo, l’ermetismo e la gnosi. L’uomo, all’interno di simili concezioni, sarebbe in grado di apprendere le nozioni utili a manipolare le forze della natura, pilotandole e indirizzandole per scopi specifici.

Etimologicamente, difatti, il mago magòs o magidan nella tradizione persiana- è colui che purifica, onora e sacrifica. La sua è dunque una funzione sacerdotale e viatica, in quanto, grazie alle pratiche rituali che compie, prende forma una purificazione che onora le divinità, servendosi di un sacrificio. Per comprendere meglio il ruolo del mago e gli aspetti che si legano a tale figura, occorre anzitutto approfondire tre concetti fondamentali: politeismo, dualismo-purificazione e sacrificio-iniziazione.

Il primo concetto, quello di politeismo, mette in luce il presupposto immanentistico proprio della pratica magica, che si basa sull’idea panpsichista per cui la natura sarebbe animata da spiriti e perciò viva e organica. Il mago -che è interprete di sogni, guaritore, negromante, sciamano e veggente nel senso di “colui che vede più in là degli altri” e oltre i limiti imposti dai sensi e dalla stessa ragione- basa il proprio sapere sulla capacità di decifrare e pilotare le forze naturali, che animerebbero l’intero universo, le cui parti sarebbero connesse l’una all’altra secondo analogie tra il microcosmo e il macrocosmo. 

Sebbene possa apparire lontana dall’impostazione razionale e materialista propria dell’Occidente, la tradizione magica è invece intimamente connessa allo sviluppo di alcune delle maggiori teorie che hanno segnato la storia della filosofia, tra cui l’odierna corrente del Postumano, la quale, se da un lato rifiuta ogni metafisica, dall’altro, a causa della deturpazione che attua nei confronti del vivente, finisce con l’incrementare una ricerca spirituale in termini esoterici.

L’esoterismo, del resto, è il prodotto di una concezione che disprezza la vita sua questa terra e che diffida pessimisticamente dell’uomo: per tale approccio diviene necessario amplificare le facoltà e le capacità dell’individuo iniziato, con il medesimo fanatismo con cui il Postumano intende far tramontare la specie umana, trasformando l’individuo in un cyborg, allo scopo di perfezionarlo. Il mito che fonda sia la magia che il Postumano è, difatti, il medesimo: trasformare la materia grezza in oro, secondo gli antichi precetti alchemici. 

Quale maggior disprezzo verso l’uomo, di quello che lo considera incapace di ascendere alla vera conoscenza, se non grazie a saperi elitari, che chiamano in causa forze superiori? Quale maggior disprezzo verso la persona -e quindi per il corpo, concepito come aggregato imperfetto- di quello prodotto dalla concezione magico-dualsitica e postumana?

La magia tornata, pertanto, ad occupare un ruolo preponderante nel mondo fluido contemporaneo, nelle pratiche di potere e sapere, e persino nel sistema politico ed economico attuale, ed è spesso camuffata in termini di appartenenza a gruppi specifici, che si ritiene detengano conoscenze non accessibili ai più, mentre, per le masse, tornano in auge culti pagani di tipo sciamanico e pratiche di meditazione, le più varie e ibride. 

Alla base della magia vi è dunque un presupposto politeistico, per cui esisterebbero molteplici forze spirituali intermedie tra l’uomo e la divinità, quest’ultima non più concepita personalisticamente, bensì in forma di energia che emana e che risiederebbe sin nel seme più grezzo -l’uomo, appunto-, il quale, mediante pratiche iniziatiche e saperi elitari, può riuscire a riscattarsi e a risvegliarsi. Una simile spasmodica ricerca di ciò che giace al di sotto dell’evidenza, è indice del bisogno di senso da cui la nostra epoca è affamata e lo è tanto più, quanto maggiormente le certezze dei riferimenti vengono negate.

In assenza di radici stabili e di fondamenta su cui edificare la propria personalità nella realtà ibrida e frenetica attuale, e afflitti da un materialismo radicale che non soddisfa più, in quanto non fornisce risposte all’angoscia della morte, tornano in auge dottrine che ripropongono pratiche magiche, secondo una concezione vitalistica e dinamica della natura. Ed è proprio il legame tra tale concezione vitalistica e la scienza, che ha permesso, in Occidente, la graduale sostituzione della teologia cristiana con pratiche esoteriche, che chiamano in causa la natura-organica e che risultano maggiormente accettabili, dal punto di vista razionale, rispetto a una fede basata su di un Dio-persona e su di un Dio-incarnato, che muore sulla croce e che dichiara quindi come inevitabile la sofferenza. 

Il politeismo odierno –che sostituisce all’idea di un solo Dio, quella di molteplici forze naturali e spirituali vicine all’uomo e con cui poter interagire- deve il proprio trionfo a una concezione disincarnata della libertà, che è poi il fondamento dell’Occidente, una cultura che ha ormai rinnegato sé stessa, negando le proprie radici classiche e giudaico-cristiane, per sostituire ad esse una liberazione che pone al centro la spinta di un desiderio inappagabile e l’edonismo, ovvero il simulacro della proiezione.

Tale espressione -coniata in questa sede- indica infatti l’odierna affermazione di una “cultura” che sostituisce, in modo crescente, l’universo carnale e reale con quello astratto, potenziato dalla virtualità tecnologica e dalla stessa idea di una libertà illimitata e perciò incapace di stare nel presente, in quanto perennemente proiettata in un non-ancora immaginario, potentissimo simbolicamente

Il politeismo dei nostri giorni -erede della tradizione magica analizzata- si basa, a propria volta, sull’idea gnostica per cui la materia e lo spirito sarebbero elementi inconciliabili, tanto che l’esistenza altro non sarebbe che un cammino espiatorio e ascensionale. Entro tale visione, il corpo coinciderebbe con la prigione corrotta di uno spirito dominatore e perfetto ma decaduto, per questo, affinché lo spirito si evolva, occorrerebbe seguire esclusivamente il principio immateriale, sino a liberarsi dal marciume vivente.

Tale spirito -lungi dall’essere nobilitato nella carne, dando vita ad una chiasma che, già nella Genesi, è ciò che rende l’uomo “a immagine e somiglianza del Dio della vita”– è esaltato in quanto elemento smaterializzante, che deve piegare a sé l’intero universo esistente. È da una simile impostazione che deriva il delirio della ragione che oggi ha la pretesa di soggiogare ogni forma di vita, con un disprezzo che subordina gli uomini, gli animali e l’ambiente al profitto e al potere. Del resto, tale concezione è anche alla base del Postumano e della sua fede fanatica nella possibilità di riprogrammare la natura umana e la specie, salvandole da se stesse, attraverso le nuove scoperte scientifiche e tecnologiche. 

In quest’ottica, nella misura in cui il corpo è la parte corrotta e corruttibile che limita il delirio della ragione e la sua volontà di oltrepassare i confini della natura (e, quindi, la morte, la malattia, la sofferenza), esso deve essere purificato. Tale pratica trova così sfogo nella fanatica credenza postumana secondo cui i corpi sarebbero modificabili ad infinitum, al pari di un gioco, di una mucchio di creta, o di un programma informatico. La purificazione della natura tout court –e di quella umana in particolare- spetta adesso alla pseudo-scienza al potere, che incanala in sé il fanatismo esoterico appena descritto, tanto da spingersi ad abbracciare l’ideologia della riprogrammazione genetica della vita dell’intera specie, mediante la riprogrammazione della vita dei singoli.

Secondo tale concezione vivere non è più un dono, bensì il prodotto di reazioni chimiche e fisiologiche, oltre che di passaggi biologici non ancora perfetti, in quanto ammettono l’errore nei termini di morte, malattia, vecchiaia e sofferenza psicologica. La pseudo-scienza esoterica posta al servizio della riprogrammazione del vivente e del dominio capitalistico, perciò, non assume più un valore conoscitivo, ma normativo ed etico, ergendosi a paladina del bene nella misura in cui ha per obiettivo salvare l’uomo dal suo destino mortale.  Lungi dal farsi metodo di ricerca capace di autocritica, la scienza posta al servizio del biocapitale è oggi una pratica dis-umanizzante, che intende epurare l’uomo dal suo più grande limite: essere, appunto, finito. 

Il terzo concetto che caratterizza l’odierna deriva esoterica insita nel Postumano e nel suo fanatismo pseudo-scientista, è quello di sacrificio-iniziazione. I due termini sono correlati poiché ogni iniziazione passa sempre attraverso un rituale sacrificale, che prevede che qualcosa sia reso sacro attraverso una rinuncia e una sofferenza-morte, che consenta l’acquisizione di un livello maggiore di conoscenza.

Il sacrificio corrisponde, in qualche modo, alla forza del negativo attraverso la quale si giungerebbe a un livello di consapevolezza più elevato. Nel sacrificio iniziatico, difatti, l’accesso a una conoscenza di grado superiore, passa sempre dalla morte di ciò che era. L’iniziato muore a se stesso, allorché intraprende la via della vera conoscenza. Questa morte simbolica, e realmente compiuta nei rituali iniziatici per millenni, è il mezzo attraverso cui ascendere, ecco perché il sacrificio -ovvero la morte- si fa strumento d’iniziazione. 

Con la sua esasperazione razionalizzante -che cela in realtà un delirio panico, irrazionalistico ed esoterico– il Postumano è disposto a sacrificare “la vita così com’è” e “l’uomo-così-com’è”, per raggiungere una condizione identificabile con la definitiva liberazione dai limiti della morte, della sofferenza e della caduta. Il mito che il nostro tempo insegue è, dunque, quello dell’onnipotenza completa. 

Superare i limiti mortali significa, tuttavia, privare l’uomo del libero arbitrio, poiché la libertà dimora esclusivamente nella possibilità di errare -in quanto non vi è nulla che sia predeterminato- mentre, di contro, non vi è libertà nell’algoritmo meccanico. Espropriato della capacità di scelta, l’uomo è concepito adesso come incapace di decidere per il proprio bene, tanto che, per il delirio postumano, la massa degli individui andrebbe riplasmata (ennesimo archetipo tratto dalla tradizione alchimistica ed esoterica).Tuttavia, ogni ri-progettazione e ri-creazione è un’uccisione condotta in nome di un’ideologia, che non ha mai davvero a cuore il bene del singolo e la vita. 

Classificazioni psicologiche – I legami tra la psicologia contemporanea e il potere-

di Lucrezia Lombardo 

“Classificazioni psicologiche”

Che legami intercorrono tra la psicologia contemporanea e il potere?

L’ingerenza della psicologia e delle sue categorie si fa crescente nella società di oggi, coinvolgendo ambiti come il lavoro, la formazione e la scuola. L’avanzata della disciplina che tenta di decifrare l’uomo e la sua mente, tuttavia, porta con sé anche degli elementi autoritari, nella misura in cui manca, ad affiancare tale sapere, un’epistemologia della psicologia, ovvero una riflessione -di stampo critico e filosofico- che s’interroghi sui presupposti teorici, nonché sui mezzi e gli scopi portanti avanti da un simile settore.

La presenza dello sportello psicologico, negli istituti dei vari ordini e gradi, è ormai una prassi diffusa e gli esperti della mente svolgono un ruolo da protagonisti nelle nostre società, incarnando, in un certo senso, la figura di “sacerdoti laici” del mondo secolarizzato. All’esperto della psiche si rivolgono ormai tutti: famiglie in crisi, giovani ribelli, lavoratori stressati, coppie, personalità in carriera, nomi di rilievo, quasi come se ognuno cercasse, nel profondo, qualcuno che gli indichi cosa fare della propria vita e quali scelte intraprendere. Al contempo, un simile fenomeno mette in luce l’incapacità crescente, negli individui dei nostri giorni, di gestire il dolore, le prove, le delusioni, le conseguenze delle proprie scelte, nonché un mondo divenuto iper-complesso, caotico su tutti i fronti e che non perdona chi resta indietro (pensiamo agli indigenti, ai disoccupati, ai malati cronici e terminali, ai disabili e così via).

Proliferano ovunque corsi di formazione incentrati sull’evoluzione personale, sulla gestione delle relazioni di coppia e di lavoro, incontri che insegnano come gestire l’ansia, lo stress, oppure come fare a potenziare le qualità personali e di gruppo. Tant’è che la psicologia si divide ormai in una miriade di scuole e diramazioni: esiste la psicologia clinica, quella del lavoro, quella di comunità, la psicologia dell’età evolutiva nei suoi filoni cognitivista, relazionale, comportamentale, dinamico… Dinnanzi a tale fenomeno è quindi interessante domandarsi a che tipo di società siamo davanti, nella misura in cui, la stragrande maggioranza dei suoi membri, dimostra di aver bisogno di un supporto psicologico per via di un malessere che non si origina nel corpo, bensì nell’interiorità.

Da qui deriva una seconda domanda: qual è la causa di un simile malessere, talmente diffuso da contagiare persino i giovani e i giovanissimi? E se la ragione di tutta questa sofferenza, prima ancora che psicologica, fosse sociale? O meglio, se la ragione di tale malessere si radicasse nell’assenza di senso collettiva a cui la nostra contemporaneità ci sta abituando?

Il mondo di oggi, difatti, ha investito tutto sull’arrivismo, sul carrierismo, sull’efficienza, sulla fretta, sulla visibilità, sull’aspetto fisico, sul denaro, sul potere, sul successo, sulla prevaricazione reciproca, sulla massimizzazione di forze e risorse, sull’aziendalizzazione della vita e sulla trasformazione delle relazioni umane in relazioni di fabbrica, sin dalla scuola

. All’interno di tale contesto l’individuo tenta, da prima, di adeguarsi agli imperativi sociali, tuttavia, essendo disumani, il soggetto finisce con l’esplodere o con il ripiegarsi su se stesso, smarrendo la gioia di vivere che abbisogna, di contro, di relazioni autentiche, di contatto vero con la propria interiorità, di una concezione di sé e degli altri come esseri non oggettificabili e di un progetto di vita che oltrepassi il successo, il guadagno e la carriera.

Davanti alla frustrazione derivante dall’impossibilità, per i più, di realizzare la propria fioritura in quanto persone e non solo in quanto risorse sociali, la psicologia si presenta come l’unica àncora di salvezza a cui le folle accorrono. Eppure, si tratta soltanto di una soluzione fittizia, nella misura in cui un simile atteggiamento non risolve il problema -che è, appunto, collettivo e sociale- ma tampona unicamente i sintomi.

Il ruolo rivoluzionario della psicologia, in quanto scienza del profondo, come avveniva nelle teorie di Fromm e di Lacan, del resto, è ormai evaporato da tempo e  oggi assistiamo a una psicologia di sistema, asservita a quel medesimo potere che finge di contrastare, nella misura in cui essa è impiegata come strumento di normalizzazione, che forma i lavoratori all’attività di squadra e che educa i giovani a inserirsi in un società che è, essa stessa, malata, invece di smontarne i paradigmi.

Il monitoraggio psicologico -oggi vero e proprio strumento disciplinare, sociale e politico- si esprime, dunque, sin dalla giovane età, attraverso la mediazione di specialisti e il ricorso a quiz, questionari, categorie, classificazioni, diagnosi, che vanno a delineare le caratteristiche degli individui.

E, tuttavia, se tale monitoraggio apportasse davvero un miglioramento e rendesse la collettività più sensibile verso coloro che hanno fragilità, ciò sarebbe da benedire, il fatto è, di contro, che la sorveglianza psicologia comporta un’amplificazione del distanziamento umano, delegando a quantificazioni, statistiche e diagnosi anche quel malessere che andrebbe invece affrontato, avendo delle concause sociali e culturali, legate al tipo di valori che il nostro tempo insegue.

Pensiamo, a tal proposito, all’iper-produzione di diagnosi e certificazioni psicologiche per gli studenti, fenomeno che cela una tendenza alla medicalizzazione coatta dei giovani, che vengono etichettati invece di approfondire il legame intercorrente tra questa loro sofferenza e il modello educativo che ricevono e invece di aiutare i nostri ragazzi ad auto-indagarsi e a diventare autonomi, attraverso una responsabilizzazione che richiede di crescere davvero.

Un ruolo centrale, nel processo di medicalizzazione estesa della gioventù a cui stiamo assistendo, è giocato, oltre che dalla scienza in questione, anche dalle figure genitoriali ed educative che, per comodità, spesso preferiscono assecondare “il male del ragazzo” e consegnarlo alle cure di un esperto. Questo significa che la genitorialità ha perduto la propria autorevolezza -non parliamo poi del mondo pedagogico- a causa di adulti che, per primi, preferiscono non crescere e a causa dell’incapacità di costoro di porre dei limiti ragionevoli alle pretese dei ragazzi. Tutto ciò si reitera quindi in ambito scolastico, settore a cui si aggiungono le criticità dovute al precariato diffuso dei docenti e allo sfruttamento lavorativo.

L’ingerenza crescente dei modelli psicologici già nelle scuole costringe, perciò, a un’analisi che approdi alle reali cause del malessere che si riscontra negli adolescenti. Malessere che rivela come i vecchi parametri psico-pedagogici siano ormai inefficaci. Le sfide che questa generazione di ragazzi si trova a dover fronteggiare sono nuove e prevedono una completa ridefinizione del ruolo della didattica, della pedagogia e della psicologia.

Difatti, se questa generazione soffre pur avendo tutto, i motivi di tale prostrazione vanno ricercati in qualcosa che non ha origini materiali e che non si vede né si tocca, qualcosa che manca a questi ragazzi, immersi sin da piccoli nella virtualità e nella violenza veicolata dal web, dalla politica internazionale e dalla realtà attuale.

Ci dimentichiamo, troppo spesso e forse per una questione di comodità, che le scienze che hanno a che fare con l’uomo e con la sua mente non sono ancora -e forse non lo diverranno mai- scienze esatte. Esse si fondano, anzitutto, su interpretazioni, in quanto chi studia (lo scienziato della mente) non è sperabile da ciò che studia (la mente stessa), pertanto, le teorie prodotte vanno considerate come ipotesi provvisoriamente valide e non come teorie definitive ed esaustive sull’essere umano. Il ricorso, poi, ad una vasta gamma di categorie psicologiche e di diagnosi anche sui giovani sin dall’ambiente scolastico, rischia, troppo spesso, di produrre nei ragazzi la convinzione di esaurire le proprie risorse entro il confine di quella medesima certificazione, amputando così il cammino di curiosità e  scoperta di sé che il sapere vero dovrebbero innescare.

La medicalizzazione mentale dei giovani va analizzata, allora, anche in quanto fenomeno sociale che prevede l’uso estensivo di classificazioni psicologiche e tipologiche, sin dalla più tenera età. Tale monitoraggio, compiuto in nome “del bene dei ragazzi”, non ne tutela le fragilità, ma finisce, al contrario, col potenziare il processo di normalizzazione -già analizzato dal filosofo Foucault- che applica criteri di sorveglianza e controllo alle condotte umane, andando a potenziare modelli politici distopici. Tale progetto sociale, com’è ovvio, inibisce le risorse autenticamente politiche presenti negli individui, come la responsabilità, la capacità di dialogo, la condivisione, la  fiducia e la valorizzazione dei talenti di ciascuno, oltre all’azione politica.

La tendenza odierna a classificare psicologicamente gli individui e la gioventù -dunque, la società intera- si fonda, pertanto, su di un presupposto difficile da ammettere: la demarcazione tra normalità e anormalità in quanto criterio irrinunciabile dell’odierno sistema biopolitico e neoliberista, finalizzato a orientare le condotte degli individui -sia economicamente, che politicamente- in modo da espropriarli della capacità di partecipazione attiva e di analisi critica.

Il continuo scrutamento a cui la psicologia, la psichiatria, e le scienze cognitive tout court sottopongono la popolazione ed i giovani altro non sono, in un’ottica decostruzionista, che il tentativo di sorvegliare l’individuo attraverso un processo costante di auto-vigilanza, che il soggetto stesso è chiamato ad applicare su di sé, inconsapevolmente.

L’azione incessante di sorveglianza che le scienze della mente rivolgono agli individui, a partire da luoghi come la famiglia -essa stessa medicalizzata- la scuola, gli ospedali, e così via, è altresì indice di una duplice azione portata avanti dal potere contemporaneo: da un lato vi è in esso, già dall’infanzia, una volontà di controllo crescente sulle condotte individuali al fine di rendere i soggetti socialmente conformi, dall’altro, l’effetto principale di tale sorveglianza è un crescente malessere negli individui, che si riflette poi in fenomeni come la formazione di baby gang e altre espressioni di violenza esplosiva.

I giovani, sradicati e senza riferimenti già in famiglia e a scuola, costituiscono quindi le principali vittime dell’attuale trasformazione autoritaria del potere politico e degli effetti della virtualizzazione dell’esistenza. Oscillando tra rabbia e tristezza, questa generazione cerca disperatamente dei valori a cui aggrapparsi e che oltrepassino il mero materialismo in cui sono stati cresciuti, lo stesso che li consegna precocemente tra le mani di esperti della mente, pronti a classificarli e a medicalizzarli.

“Bossing: piegare chi sta sotto” Il problema dell’inclusione nella scuola e nel mondo del lavoro contemporanei

Bullismo, opera dell'artista Gino Tonelli

Bullismo- opera dell’artista Gino Tonelli

di Lucrezia Lombardo 

Il mondo del lavoro contemporaneo è crudele. Nell’essenza dell’economia capitalistica, così come nel “modello educativo” che tale economia reitera e sostiene, l’elemento centrale è il livellamento delle coscienze, in modo tale che gli individui obbediscano ciecamente a chi pilota le masse, così che non sia possibile la sovversione di un simile “ordine di cose”.

Come in natura, in cui i predatori divorano le loro prede e i forti s’impongono sui deboli, nella nostra società, vi è chi è destinato, ineludibilmente, a essere schiacciato. Per comprendere la logica della prevaricazione che, subdolamente e con camuffamenti, permea la nostra epoca, occorre partire dalla scuola, poiché è proprio in questo luogo che le generazioni di domani vengono abituate a “un certo modo di pensare e di concepire la realtà”.

Nelle scuole di oggi, i ragazzi respirano quello stesso spirito gerarchico che poi troveranno nel mondo del lavoro. Sin da subito, grazie all’esempio dei loro docenti, i ragazzi comprendono quali sono gli insegnanti che contano e quali quelli superflui e applicano questa “logica distintiva” anche nei confronti dei loro coetanei: ecco che “il disabile” diventa, nella maggior parte dei casi, il debole dal quale tenersi alla larga, così da non subire la sorte di “chi è escluso dal gruppo dei forti”.

Man mano che scendiamo nella piramide scolastica, così come in quella sociale, c’imbattiamo in esistenze segnate dall’ingiustizia. E dire, invece, che un luogo educativo dovrebbe scardinare, anzitutto, proprio le gerarchie, proponendo un modello d’eguaglianza che dia l’esempio alla collettività intera. 

In fondo alla scala sociale s’incontrano dunque coloro che, per l’ingranaggio collettivo (la scuola, in quanto microcosmo, e la società, in quanto macrocosmo) non contano nulla. Costoro conducono vite di continue vessazioni e sono abituati a ingoiare le umiliazioni, senza poter reagire. Il lavoro, pertanto, non è più un diritto, anzi, non lo è mai stato: a seconda del ruolo che il lavoratore occupa, si rendono possibili una serie di abusi che, di per sé, sarebbero inaccettabili.

Il sistema socio-economico odierno -entro cui si annovera anche la nostra scuola, che si è perfettamente adeguata al modo di pensare collettivo- concepisce il lavoratore non più come “persona”, bensì come numero e ingranaggio, il cui dovere sociale è quello di produrre, impiegando tutte le proprie energie mentali e fisiche nel minor tempo possibile. 

Oggi, il mobbing, il burnout ed il bossing sono concetti all’ordine del giorno e costituiscono la fenomenolgia del sistema-lavoro, assurgendo al ruolo di “mentalità dominante” nella quale non vi è rispetto per chi socialmente “sta sotto”. Questa mentalità ha preso il sopravvento anche nel sistema educativo, non soltanto perché, in esso, i deboli (docenti di sostegno, giovani insegnanti precari, bidelli, famiglie povere, ragazzi disagiati e disabili etc.) sono soggetti ad abusi, ma soprattutto perché, ai giovani stessi s’insegna a considerare come “normale”, già a scuola, quella gerarchia che sta alla base del mobbing, del bossing e del burnout.

Proprio questa è la questione centrale: la scuola non dovrebbe reiterare le diseguaglianze, veicolandole ed applicandole per prima, tanto da dare un esempio assolutamente errato, essa dovrebbe, al contrario, scardinare tutte le logiche che si approssimano alla verticalità, all’abuso, alla creazione di barriere, al distanziamento e al disciplinamento mediante la normalizzazione. Essa dovrebbe cancellare e smontare –rivelandone la falsità- tutte quelle “ideologie”, ancora forti, che pretendono di privare alcuni soggetti di una piena dignità e dovrebbe farlo non soltanto a parole, ma con esempi validi. 

Mobbing, bossing e burnout hanno pertanto in comune una concezione del lavoratore “in quanto oggetto”: nei primi due concetti, infatti, si reitera un comportamento degradante verso il dipendente, allo scopo di distruggerne l’autostima e, dunque, la percezione di sé come “soggetto degno”. Nel burnout, di contro, la dimensione lavorativa diventa totalizzante e talmente opprimente da annientare l’individuo, che s’ammala e subisce conseguenze dannose per via dello stress, sia sul piano psichico, che su quello fisico. In tutt’e tre i casi menzionati, il lavoro si trasforma, così, in “danno”, in attività che non conferisce dignità, né soddisfazione al soggetto, ma che, al contrario, lo depriva di ogni valore, annientandone la personalità.

La mentalità che oggi permea il sistema-lavoro e quello scolastico, e che finisce col condizionare le nostre relazioni sociali, spersonalizza il lavoratore e l’alunno non considerando i bisogni di costoro, né i loro desideri, o le loro fragilità, e lo fa allo scopo di ridurli, il più possibile, ad automi incapaci di pensare e di agire. Tale processo di scissione e di demolizione dello studente-lavoratore si attua, oramai, anche nelle scuole, realtà in cui la forte gerarchia e l’aziendalizzazione producono risultati assolutamente anti-educativi e di distruzione del personale che vi prende servizio.

Tale modello spersonalizzante e denigratorio nei confronti della dignità dell’uomo, viene messo in scena quotidianamente dinnanzi allo sguardo dei ragazzi. Il risultato che ne consegue è l’interiorizzazione, da parte dei giovani, di un modus operandi et pensandi disumano, che finisce col diventare un serbatoio di (dis)valori da imitare.

Come nel mondo lavorativo, anche nelle scuole, sono soprattutto coloro che “stanno più in basso”, ed i più fragili, le principali vittime di simili processi di spersonalizzazione e demolizione dell’identità. Il fatto che la spersonalizzazione e la demolizione dell’identità dell’individuo vadano di pari passo nella nostra economia e nella nostra società, mette in luce la prevaricazione che fonda il nostro attuale modo di vivere: a partire dalle scuole, ciò che si spalanca dinnanzi ai nostri occhi, è la crudeltà senz’anima di un sistema che non ha alcun interesse reale verso i propri giovani.

 La sola cosa che alla scuola odierna interessa, è infatti reiterare “il modello prevaricatorio, produttivo ed efficientistico” che vige nel mondo, in modo tale che gli studenti siano “già addestrati” ad omologarsi, adottando, a loro volta, una simile mentalità. Non siamo quindi davanti a una scuola capace di scardinare il conformismo e la violenza -esplicita ed implicita- che dominano il nostro modo di vivere, ma, al contrario, siamo alle prese con un modello educativo che ha smarrito completamente la propria ragion d’essere e il bene dei ragazzi, poiché non possiede più valori in base a cui orientare le condotte delle generazioni future e, prima ancora, degli stessi maestri.

Giovani insegnanti precari, docenti di sostegno, famiglie fragili, ragazzi disabili ed in difficoltà e tutti coloro che occupano “posizioni invisibili” sono le vittime principali della mentalità spersonalizzante vigente anche a scuola e che ha per obiettivo la demolizione dell’identità del soggetto e, dunque, della sua dignità, al fine di renderlo innocuo, incapace di agire, proprio per mezzo della quotidiana esperienza del “proprio-non-valere-nulla”.

Il precariato -oggi modello diffuso e portatore del falso mito della “flessibilità lavorativa”- in base al quale un incessante dinamismo del proprio ruolo produttivo sarebbe una virtù, è un ottimo mezzo per attuare il processo di spersonalizzazione sopra descritto, che fa presa, tanto più facilmente, proprio su chi non può contare su di una stabilità economica ed è quindi costretto ad accettare qualsiasi condizione lavorativa pur di sopravvivere.

Nella scuola questo è il caso dei tanti docenti precari, degli insegnanti di sostegno e del personale tecnico-assistenziale che vi opera. Sulla precarietà economica si radicano anche altri due elementi, che abbisognano dell’instabilità delle condizioni di vita degli individui, per accrescersi. Questi due elementi sono il classismo e la paura

Il primo è sorretto dalla mentalità del mobbing, del bossing e del burnout, nella misura in cui i tre concetti fungono da strumenti in grado di demarcare in profondità -tanto da incidere sulla psiche del lavoratore- la differenza di classe e l’invalicabile “fossato” che divide “chi ha diritto di parola” da chi invece non lo possiede.

Dunque, la nostra società, proprio a partire dai luoghi deputati all’educazione dei giovani ed alla “formazione” dei futuri lavoratori, intende potenziare la differenza di classe, così che essa appaia come legge naturale delle cose. La scuola stessa, del resto, si fonda sull’incessante demarcazione tra le famiglie ricche e le famiglie disagiate; tra i ragazzi “normali” ed i ragazzi “a-normali”; tra i docenti di “serie A” (curricolari) ed i docenti di “serie B” (precari e di sostegno, oltre al personale tecnico-assistenziale).

Nelle scuole, quella che potremmo definire “la classe dominante” gode di privilegi ed è impegnata, quotidianamente, a difendere il proprio status di comodità, per ottenere il quale è stato sputato sangue, mentre, dall’altro lato, si trovano coloro che sono destinati a soccombere e che sono oggetto di avvilenti denigrazioni, come i ragazzi “meno dotati” ed i disabili, per cui si spendono centinaia di belle parole, quando poi, di fatto, non vi è una reale inclusione e, spesso, l’unico modo con cui la didattica si rapporta a questi soggetti è la marginalizzazione, o la negazione del problema.

Il classismo viene infine attuato anche nei confronti degli insegnanti precari che, per via della loro condizione, sono costretti spesso ad accettare incarichi temporanei, e nei confronti delle famiglie con maggiori difficoltà, alle quali, a differenza delle famiglie “che contano”, non si dà udienza, mentre la massa dei loro figli -figli di operai, di disoccupati, d’immigrati- è abbandonata a se stessa.

La paura costituisce l’altro imprescindibile elemento che il processo di spersonalizzazione e di annichilimento dell’identità applica ai lavoratori e ai futuri adulti e, anche in questo caso, la scuola se ne fa promotrice. Essa consiste infatti in un atteggiamento d’indifferenza e omertà nei confronti delle ingiustizie, oltre che in una forma di servilismo verso le gerarchie.

Per via di tale sentimento, che diviene un vero e proprio modo di vivere, l’individuo rinuncia a sé, alle proprie aspirazioni, a quel che ha da dire, per rimettersi alla volontà altrui -quella di chi conta di più- sperando nella clemenza dei forti. Il timore pervade, così, anche la mente dei docenti precari, oltre che dei ragazzi più fragili, ed è il sentimento dilagante nei corridoi scolastici: paura del preside, paura dei richiami disciplinari, paura delle famiglie che contano e dei loro ricorsi, paura di sbagliare, paura di chiedere ferie, malattia, maternità, paura di un confronto, paura degli studenti di esporre ai docenti il loro disagio… Ogni paura, del resto, altro non è che il non credere di poter vivere meritando amore e felicità

La paura contagia l’aria che si respira nelle scuole e si mischia all’arroganza di coloro che vivono il mestiere di educatore non come un servizio, ma come uno status sociale da difendere, vedendo nel titolo  di “Professore” un traguardo per il quale hanno sputato sangue e che nessuno deve osare screditare.

La paura genera altresì una spaccatura nella psiche di chi la prova e questa frattura non fa che incrementare la differenza di classe tra coloro che sono condannati a vivere senza diritto di esistere e coloro che, di contro, possono permettersi persino di giudicare, oltrepassando il limite della dignità altrui.

Se la scuola è ormai diventata, per molti docenti, un fatto di status sociale e di rivincita, oltre che un luogo in cui fare sfoggio del proprio sapere, la scuola che io desidero è invece il contrario di una fucina di diseguaglianze, che sforna, ogni anno, migliaia di giovani impauriti, rabbiosi e già troppo rassegnati per la loro tenera età.