Scoprirsi creature. La poesia di Pietro Russo in “Tutte le ossa cantano la canzone d’amore”

 

 

di Gabriella Grasso

Tra le innumerevoli piste di riflessione che si aprono alla lettura dell’ultimo, densissimo libro di Pietro Russo,Tutte le ossa cantano la canzone d’amore” (peQuod, 2025, collana Portosepolto, diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti), quella che qui voglio percorrere è quella della creaturalità, dello “scoprirsi creature”.

Scoprirsi, sì, perché si tratta di un cammino di consapevolezza e di continuo stupore, termine non a caso ricorrente nel libro e indicatore di resistenza rispetto a un mondo greve di contraddizioni: “si resiste al mondo / grigio e gonfio di pioggia” e, davanti a un’alba che infiamma le case, “si resiste / come una forma di stupore”(p.18).

Si tratta di una scoperta che avviene tanto nella dimensione verticale quanto in quella orizzontale. E dunque, da un lato, nel legame tra il creatore e il mondo, tra il cielo e la terra, ma anche tra il poeta-uomo-padre e i suoi figli, a cui spesso nei testi egli rivolge “parole che  giungano (…) e vi restino più delle paure del mondo”(p.24).

Risalire al cuore, al nocciolo della paternità significa confrontarsi con l’origine, al di là delle sovrastrutture, delle narrazioni, delle mistificazioni: “C’è un uomo all’inizio di questa luce / io l’ho chiamato padre / ed è un uomo / non un dio che blatera di assurde stelle / e dinastie tra la sabbia“(p.10).

Dall’altro lato, nell’orizzontalità, scoprirsi creature avviene nel gioco di simmetrie e di rispecchiamenti che ci lega agli altri esseri viventi e ai nostri simili : “ho un cuore di animale e uno / a partire da come mi guardi”(p.67). Gli echi di suggestioni francescane e i costanti riferimenti biblici rinsaldano questa idea di appartenenza a un unico progetto creativo che però, lungi dall’essere idilliaco e scevro da ogni idealizzazione, si inscrive in una realtà complessa e di dolore, che irrompe prepotentemente nella poesia di Russo, con i suoi umori e i suoi colori.

Le tessere di questo mosaico composito sono i migranti, stipati in navi stracolme o incontrati nelle rotte della quotidianità, sono la vecchietta Sarina, il kebabbaro, il manager che muore a quarant’anni…sono le trame di una realtà che si rivela “povera di carezze”, molto più amara di ciò che ipocritamente vorremmo consegnare ai posteri, quella “nostra migliore immagine d’asporto”(p.26), così finta.

Ecco dunque che i riferimenti spirituali e letterari del poeta, i salmi e il salmodiare, ad esempio, o la frase-testimonianza-testamento di Etty Hillesum nel lasciare il lager (“abbiamo lasciato il campo cantando”), diventano, attualizzandosi, strumenti per esprimere nuovi contesti e antichi dolori, nonché ataviche vessazioni, laddove Auschwitz prelude ad altri drammatici campi odierni.

Un ritratto dell’autore, Pietro Russo

Il passato, così vivido nei riferimenti culturali e storici della poesia di Pietro Russo, è qualcosa di quanto mai concreto, è quella “sapienza minerale delle ossa” che ci unisce al creatore e al creato tutto, in un unico intreccio, un unico textus, sulla scorta di altre sapienze millenarie, quella ebraica, e poi la buddista, e la francescana e così continuando.

Il tema del canto, infine, ricorrente nel libro, a partire dal titolo, annulla non solo le barriere tra gli individui, ma anche la separazione tra la vita e la morte: “in questa canzone non ci sono né vivi né morti, solo il Vivente, che è canto e vento che lo trasporta”. Il respiro è soffio vitale e manifestazione dell’oltre, ruah veterotestamentaria che si fa canzone d’amore nell’interpretazione di “tutte le ossa”.

Scoprirsi creature attraverso la lettura del libro di Pietro Russo ci conduce  a questo punto a fare un passo in più, che mi pare cruciale: il passaggio da un’idea di paternità viscerale e pregna di antichi simboli a una nuova postura. Una posizione che riguarda non solo la ‘generatività’ in senso letterale, ma ogni incontro con un altro essere: quella della prossimità e del rispetto, del “saper diventare distanza, saper stare nelle fughe / tra libertà e amore” (p.23).

 

 

Alcune poesie

 

Lo chiamo padre

C’è un uomo prima di tutto

e io lo chiamo padre

 

e non vedo la casa costruita

con gli occhi miopi della rinuncia

 

Io nella foto sono quello tra le braccia

ancora non lo so

ma quello che chiamiamo cadere

è il modo in cui una stella declina la propria luce

 

C’è un uomo all’inizio di questa luce

la montatura squadrata degli occhiali

che sembra un telescopio di precisione –

io l’ho chiamato padre, ed è un uomo

non un dio che blatera di assurde stelle

e dinastie tra la sabbia

 

***

 

Fare parte di una storia

Siamo persone che spariscono dai radar

e si ritrovano nelle abitudini di un altro

fissiamo identità che non ci comprendono

mai del tutto

Parlare di un amore cresciuto come tacche su un muro

una cosa tra la gioia e pareti da ridipingere

 

E’ bello che il cuore non è solo un muscolo

ma quando c’è da prendere un auto e sparire

noi siamo i primi

 

Fuori il cielo fa presto a ingabbiare la luce

sarà che è sera, tutti paiono ombre felici

 

Ma il cuore è una meccanica rodata

e pure nell’apnea di questa immagine

continuiamo a cadere come una preghiera dalle labbra del vento

 

***

 

Lettera extrasistema

A volte qui scopriamo denti affilati

quando muore un manager di quarant’anni

di fronte a una nave di migranti

ci dividiamo in clan come alla prima notte

 

ma poi la notte si apre come al fondo di un trucco

e non c’è inganno alla luce del giorno

niente che giustifichi questo odio

 

Siamo poveri di carezze, ecco

 

Ma dimmi di te, piuttosto,

come stai su Betelgeuse?

E il dna che abbiamo impiantato

con la nostra migliore immagine d’asporto –

anche lì una vita che si alza dal fango

per vedere, da esseri con la schiena eretta,

che non sempre ne varrebbe la pena?

E la gioia, dopotutto?

Con amore terrestre,

tuo Pietro

 

***

 

sono davanti alla mia solitudine

Dio è il teschio che ogni giorno divengo

 

la lettera mutila la casa dove credevo

di poter vivere per sempre

 

ho un cuore di animale e uno da costruire

a partire da come mi guardi

 

Visioni e testimonianza ne L’ora del sole medio. La poesia di Antonella Rizzo

di Gabriella Grasso

 

Rileggo L’ora del sole medio, ultima raccolta di Antonella Rizzo (ed. I Quaderni Del Bardo, 2023), e mi appresto a scriverne, mentre dai giornali e dalla rete mi raggiungono e mi assediano notizie di morti e di guerre, fotogrammi già visti troppe volte, squarci di dolore che si imprimono come visioni. Visioni, non a caso, è il titolo della poesia che apre la raccolta. L’arte è nello sguardo che sa cogliere, obliquo, e nello stesso tempo sa sentire, con la percezione del corpo e con la partecipazione emotiva. E poi restituisce, attraverso trame inattese, aprendo varchi. Visioni, appunto. L’ora del sole medio è “il momento della scrittura senza ombra”, come afferma l’autrice nella nota introduttiva, “un’apocalisse” che “giunge mentre guardi in basso / come il più cieco degli esseri”. Il momento in cui avviene un disvelamento, a cui la parola rimanda, e nello stesso tempo si presagisce una fine, un crollo imminente che resta come una realtà sospesa nell’aria, ma non per questo meno concreta: “Resta qui su quella soglia di filo ricamato e ultimo / e che non cade eppure non si impicca”. 

Edward Hopper – Ricreazione al sole mattutino.

Percepire con tutta la vasta gamma della sensorialità, non nascondersi e non chiudere gli occhi sono caratteristiche a cui ci ha abituati la poesia di questa autrice, sin dalla sua opera prima, il bellissimo Addio ai platani. Lavoratori sfruttati e prostitute, situazioni di marginalità che hanno in sé qualcosa di primordiale (come il vecchio Klaus, che sta tra cani perduti e gigli, prima che giunga “il verbo”), sirene di guerra, bunker reali benché mai dichiarati, tutto sfila davanti ai nostri occhi nella luce netta dell’ora media, nell’ “ora degli eroi perduti”,  perché “sia chiara la miseria, la malattia, l’abbandono”, affinché comprendiamo “le ragioni del morire in pace”.

Il passo successivo non sarà la rassegnazione, bensì la presa di coscienza che ha in sé i germi dell’azione: “Fuggi da questa terra / prima che ti renda pietra di inciampo / prima che ti appenda al chiodo per l’inverno / prima che ti condanni ai campi di schiavi / prima che di te faccia rima di poesia morta”. Non è semplicemente la fuga da un luogo fisico problematico, che anzi, amato nelle sue mille sfumature e nelle suggestioni che evoca, viene cantato, perso e ritrovato lungo tutto il filo del libro. Si tratta di una fuga da un modo disumano di declinare l’umanità, quando “il marcio dei giorni corre ai lati delle case […], la domenica si impicca all’attesa / e nemmeno chi sa respira”.

 Le apocalissi collettive intersecano ( o forse contengono in sé, come una struttura di frattale) quelle personali, quali l’esperienza dell’addio o la morte del padre: “Dove stai portando mio padre? […] Siamo cose gettate che raccontano storie / ai margini del pensiero dell’altro / al centro di una voce sola, perduta”. Allo stesso modo, la microstoria si rivela negli squarci biografici di  uomini e donne che appaiono e poi scompaiono nel nulla (la donna di “Diceva”, Johnny, Edda), onde di un mare più ampio, oltre la singola vita, perché l’ora del sole medio “giunge come se fossi tu l’unica viva / e dovesse insegnarti a morire. / Ma non è solo per te che giunge / perché “tu” non vuol dire niente”. Darne testimonianza non è così immediato come potrebbe sembrare, quasi una semplice sequenza di frame: la storia si snoda invece attraverso “domande [che] risalgono rapide / come gechi. / Il tempo del dubbio è straniero, / cancella ogni collina, ogni croce, ogni ricamo all’uncinetto […] e porta vocali impossibili da ospitare”.

Le ‘apocalissi minime’ di Antonella Rizzo danno corpo a questa esigenza – problematica – di testimonianza, balenando scene di morte, di distacco, di ritorno, in una spirale che non è cerchio, ma piuttosto vortice lento. Se infatti una cifra di lettura possibile per queste poesie sarebbe l’immobilità (“Ogni cosa deve crollare / invece resta immobile […]  tutto è sfinito e non muore, consuma e paga”), con l’ eterno ripetersi di violenze e patimenti, con l’irresolutezza della storia che non insegna e non salva, io trovo invero nell’opera il gesto di chi non si arrende a tutto questo, di “chi sopravvive” [e] “ha fame vera”, di chi “abbassa i finestrini e alza il volume di tutto”. E non è poco.

 

Alcuni testi

 

Odio

 

E noi che andiamo senza origine di verbo

di là dal fiume

diamo assedio alle ombre.

 

Qualcuno è venuto dall’altra parte

dove le rive si uniscono in trincee

e le soste non fanno pane.

 

Prendiamo le case e le teste bruciamo

e i denti e i cani e i tappeti buoni di storia

ogni cosa qui è nulla.

 

Due proiettili nella tasca fanno odio

e per quello che sappiamo

da questa parte del fiume nulla fa più differenza.

 

*

 

Non esserci

 

In questo luogo ultimo il vecchio Klaus divide il suo anno.

Sta tra cani perduti e gigli

ripete i giorni d’acqua nell’aria più chiara.

Il primo uomo doveva essere come lui

solo e sazio di luce.

Poi giunge il verbo e tutto scompare.

In queste mattine di vento ho imparato a stare e andare come lui.

Essere ultima come onda nell’ora del sole medio.

 

*

 

Fame

 

Ogni cosa deve crollare

invece resta immobile

tutto l’inutile è ancora qui a chiudere le porte

a farsi memoria senza aria, pietra per case.

 

Se non ci fosse più nulla da riconoscere

se sparisse l’albero dal ramo storto

e la rosa malata

ogni cosa sarebbe nuova, potrebbe pensarsi.

 

Abbiamo bisogno di distruzione,

la presenza occupa ogni spazio tra cielo e strade

impossibile ogni verso rapace

ogni predazione innocente

tutto è sfinito e non muore, consuma e paga.

 

Abbiamo bisogno di essere macerie

di quel silenzio del crollo quando chi sopravvive ha fame vera.

“Anch’io sarò una perla / sfuggita al filo” Omaggio alla poesia di Antonio Caldarella (1959-2009)

 

di Gabriella Grasso

Antonio Caldarella è stato un artista quanto mai versatile: si è espresso nella poesia, nella pittura, nella scrittura teatrale, è stato anche attore e regista. Ha operato nella Sicilia orientale dalla fine degli anni Settanta in poi, nel pieno di quei fermenti che portarono novità e sperimentazioni, specie in campo teatrale e radiofonico, accanto a nuove consapevolezze, generazionali e collettive. Anni di impegno, di scrittura instancabile, di amicizie e collaborazioni.

La morte ha interrotto tutto questo troppo presto, ma Cardarella è stato comunque in grado di lasciarci un ricco patrimonio di idee e progetti, un saggio della sua profonda sensibilità e della dolce ironia con cui guardava e raccontava il mondo.

Cantore di sentimenti eterni e radicati (quella “social catena” di amicizie, sodalizi, affetti, di cui si nutriva la sua vita), si trova a vivere gli anni in cui avviene, in modo apparentemente indolore, il passaggio dall’epoca delle lettere d’amore a quella della comunicazione digitale e spersonalizzante: “La mia ragazza mi aveva lasciato / per un nuovo arrivato, uno del web-est / un pivello molto più giovane di me. / Non lo sopportavo / e mi rifugiai nella mia chat (…) chiesi uno Skinflix doppio, /mi servirono un Avatar caldo e senza ghiaccio” e via proseguendo, con sottile ironia.

Un mondo che sta cambiando rapidamente, in cui l’artista esprime il proprio disorientamento, senza rinunciare a uno sguardo critico, talvolta beffardo, talvolta tenero, verso ciò che lo circonda.  La sua poesia si snoda tra l’intensità a volte esondante del sentimento, registrato nella purezza del suo nascere, e la consapevolezza amara di un’altra realtà, accovacciata dietro l’apparenza, pronta a svelarsi nel suo lato aggressivo. “Mi chiedi due parole / una dedica /per un evento importante della tua vita / ma non faccio più la radio, / ma la radioterapia / ed ogni giorno è un giorno importante / in cui aspetto l’alba / con la scusa di un nuovo amore. / Sono ascendente cancro e discendente di un DNA / che mi ha lasciato un cancro in eredità”. L’amore è esperienza totalizzante e quasi panica: “Ho bevuto un frullato di stelle / quando la tua mano / s’è poggiata sulla mia nuca. / Un vortice di desiderio / ha aperto tutte le porte ancora chiuse / e tolto tende / a tutte le finestre sul mare”.

Tuttavia, porta con sé un carico di dolore: “La cura per gli amori / come per le parole / è non cercarle. / Arrivano da noi dopo un lungo viaggio / ti racconteranno loro / e tu allora saprai”. Il tema del sentimento si intreccia spesso con quello del viaggio, ricorrente nella poesia di Caldarella e declinato nei suoi risvolti sentimentali, esistenziali o come esperienza estetica. Spiagge, conchiglie, arance, rose, nuvole popolano la poesia dell’autore, piccoli oggetti da niente, generosi di profumi e di vita, che si concede mentre si nega, malinconicamente: “Uno strano profumo / di zagara e ulivo /e carrubba seccata / e verdello e salvia / mi confonde il torace. / Appoggiata all’ibiscus / pare la sera di tulle e rame”.

Accanto agli spazi, l’altro protagonista è il tempo, traditore, inaffidabile e al tempo stesso forziere, foriero di nuove promesse: “Hai perduto. Tutto è perduto” / Hai perso tutto. Stai per trovare (…) Ho perso. Tutto è perso. Ascolto il nuovo. / Un masso, una montagna, un promontorio”. Lo sguardo è sempre vigile, quasi cinico, e al contempo pronto ad aprirsi allo stupore, alla gratitudine: “Che piccola vita abbiamo / fatta di sperma, piscia e nascondimenti. / Di mutilazioni del corpo e dell’anima. / Che piccola vita abbiamo / funamboli della mollica / e della tela del ragno.”

Infine, pilastro centrale della poesia di Antonio Caldarella è l’impegno, sganciato da ipoteche ideologiche o confessionali, ma vissuto come espressione di autenticità, attraverso la scelta di scrivere, di fare radio, di fare teatro, e, prima ancora, di vivere pienamente ogni esperienza, anche i tabù del dolore, del rifiuto, delle attese deluse, dell’incapacità (in apparenza paradossale) di dire tutto: “ Ci sono cose / che non diremo mai / e che saranno luce e buio / solo per noi”.

 

Alcuni testi (da “Minuscola briciola”, 2015)

 

Disertare la vita quotidiana

 

Disertare la vita quotidiana.

Abitare il deserto dei tartari.

Un assalto improvviso,

vomitato da una nuvola.

Difendere la postazione

dello sterno,

finché non sia spenta

anche l’ultima luce dello schermo.

Leggere tutti i titoli di coda.

Tutti, fino a THE END.

 

E non verrà l’amore con te

 

E non verrà l’amore con te

almeno stasera

e le risate

che spappolano i cuscini

non verranno neanche

come il seguire la tua schiena

vertebra per vertebra

e non verrà l’amabile voglia

dello schernirsi a distanza

forse troppo distanti

molto più in là di un domani

e quasi a un arrivederci.

Voglia di venire

nella stazione dei tuoi desideri

ed invece rimango sulla giostra.

Non voglio scendere

e non voglio vincere

nessun peluche

e non voglio tirare palle ai pesci

o salire sui dischi volanti

voglio solo ridere di me

che grido sulle montagne russe

dei miei pensieri sbalzati

sulla ferrovia dell’Up and Down.

Non voglio scendere

e neanche salirti sulle trecce,

i balconi vanno bene per i gerani

io sono stato già piantato

e fuori come un balcone.

Non voglio scendere

dal treno di seconda classe

che non arriva prima

ma ti parla di persone

dalle valigie pesanti

ed ora viaggiatori leggeri.

E non verremo

sorpresi senza biglietto in tasca

e non verremo sorpresi

senza palle di Natale

e petardi di Capodanno.

Voglio solo festeggiare il tuo compleanno

senza augurarti il viaggio

che non partiremo.

Chiedo perdono,

sempre persi i treni.

 

Che piccola vita abbiamo

 

Che piccola vita abbiamo

fatta di sperma, piscia e nascondimenti.

Di mutilazioni del corpo e dell’anima.

Che piccola vita abbiamo

funamboli della mollica

e della tela del ragno,

scienziati del nascondimento

eroi della bugia, del non guardare negli occhi

tanto…chi ci ammazza a noi?

Siamo già morti.

Lapidi di viaggi, amori e sogni

ladri di un futuro, ammanettati subito

al primo desiderio.

Che piccola vita abbiamo

così piccola, da sembrarci enorme, infinita

così piccola, da sembrarci la nostra vita.

Che grande vita,

che bella vita, per questo non è finita.

Che grande, piccola vita.

 

Visioni e locuzioni lungo il filo del tempo. “Il canto della Moabita” di Sergio Daniele Donati

 

di Gabriella Grasso

 

 

Se in principio era la Parola, questa era sicuramente in forma di poesia. E’ quello che ho pensato addentrandomi nella lettura de “Il canto della Moabita” di Sergio Daniele Donati (Ensemble, 2021), intenso dedalo di visioni, predizioni, locuzioni interiori, che il poeta rivolge alla figura biblica della Moabita (esempio di tenerezza, di fedeltà e amore incondizionato, capace di scelte coraggiose), a se stesso e al figlio, più volte nominato e destinatario di benedizioni. Come un flusso o un vortice, il percorso della parola si snoda  in una dimensione atemporale, non semplicemente onirica quanto, direi, filogenetica, che, scavalcando l’esperienza del singolo, assume quasi la forma di un dettato proveniente da un Oltre: “Senza fine, senza inizio / ho sognato il grande sogno / e la Moabita e il cedro / e il canto e le radici / e il mio occhio nero / erano la stessa cosa”.

Quello che circola tra queste presenze e per tutta l’opera è un sapere che si tramanda e rinnova in una catena d’amore (Dio Padre, i Padri, l’autore nella sua veste di padre, il figlio) e che si traduce, paradossalmente,  nella consapevolezza, da parte del poeta, della propria afonia, dell’essere recipiente di silenzio e di risonanze:

“ Se torno / le lettere migrano, altrove. / Nel cardo restano spine, /non più piume di ricordo /né promesse d’ascolto. /Resto là; /la parola afona, /e il sangue schiavo del silenzio”.

La risonanza, espediente testuale e, non a caso, anche pratica di meditazione, costituisce l’ordito di tutto il tessuto formale e sonoro dell’opera. L’elemento ridondante, il ritorno ciclico di parole, stilemi e concetti sono pratiche che attengono tanto al campo del salmodiare biblico quanto a quello delle narrazioni ataviche e dell’oralità primigenia, all’origine di ogni sapere e di ogni tradizione.

L’idea-immagine si palesa, poi scompare, poi ritorna nelle innumerevoli occorrenze e variazioni di significanti che rappresentano una porta appena schiusa verso significati intravisti, mai del tutto posseduti, ineffabili.

Innanzitutto, gli elementi della natura: il vento e ciò che attiene al suo campo semantico, per fornire solo qualche esempio (nuvole, pulviscolo, soffio), col suo richiamo biblico all’alito vitale e alla brezza che è presenza divina e forza creatrice:

“Esiste un vento, / un aliseo divino, / che rende brace / l’ossidiana delle mie pupille, / quando mi guardi (e io ti guardo) / e il tempo si ferma. / Mi copro pudico, / i volti, / allora, /e si dispiega alto / il nostro canto vitale”. Poi il cielo e i suoi corpi, il gioco del buio e della luce, il nulla fecondo che genera il creato; e ancora la notte, quasi palinsesto di antiche verità:  “Restano tracce, / nelle notti di luna calante, /d’un passaggio sacro, /cieco e di sogno / tra le grida e le nebbie / della tua profezia”.  E a seguire le lacrime, il pianto, il tentativo prezioso e fallimentare di dare una forma compiuta alle intuizioni del profondo: “ tramutando in strozzi parole antiche”,  “E la lacrima bruna / del mio passato palustre / cade nel secchio, / guardia d’un abisso fertile”. Infine il mito, archetipo di un eterno ritorno: “Immergiamo nel mito, / dita bambine”, consapevoli che “s’appoggia sul mito / ogni dolore”.

D’altro canto, il poeta ammette la possibilità di una forma di conoscenza e di espressione, attraverso il canto e il sogno, ponte tra il passato e varco verso il futuro.

“Le nuvole in cielo sognano. Io canto il canto del futuro dal passato. Sia questo il tuo sogno”), che può tradursi in possibilità di un valido pronunciamento: “Fiori azzurri e frutti rossi / nella tua mano / e non c’è giustizia /nel “bianco o nero” / che sia la giustizia il tuo sogno / figlio mio”.

 

 

 

La parola resta la protagonista, nonostante tutto, di questo ipnotico, salmodiante lavoro: è afona, strozzata, impotente, si sgretola, si nega perché si nasconde nell’alcova di ciò che precede l’umano:

“(se) ci sedessimo su quella pietra, / ad ascoltare il canto, / che lento si fa strada, / sulla via della nostra fine, / se ci specchiassimo nei volti dei poeti / prima di rubare i loro lemmi, / e tentare voli di tacchino, / tramutando in strozzi parole antiche, /se guardassimo quelle pieghe della pelle, / dove tutto è scritto, / prima della parola, / prima dell’incontro e dell’incaglio, / prima della seduzione”. E tuttavia sa trovare il suo vigore originario, rivelandosi urlo: “La vita è un chiasmo. / La mia. /E nel punto di intersezione, /l’urlo mio di bimbo /sparito, spaurito”.  Resta comunque la parola di chi è dolorosamente consapevole dei propri limiti, l’inciampo (termine non casuale, in un testo così impregnato di suggestioni della cultura ebraica) di chi si riconosce balbuziente e imperfetto, perché “di cos’altro vuoi parlare, / poeta, / che non sia il tuo inciampo?”

 

Alcuni testi

 

Teshuvah (il ritorno)

Se torno

le lettere migrano, altrove.

Nel cardo restano spine,

non più piume di ricordo

né promesse d’ascolto.

Resto là;

la parola afona,

e il sangue schiavo del silenzio.

 

*

 

Sesta benedizione per mio figlio mentre sogna 

Fiori azzurri e frutti rossi

nella tua mano

e non c’è giustizia

nel “bianco o nero”,

che sia la giustizia

il tuo sogno

figlio mio.

 

*

 

Ali di falco 

Ali di falco,

tagliano cieli

e separano e spezzano

e dicono «Luce»

al buio,

prima che luce sia.

Di cos’altro vuoi parlare,

poeta,

che non sia il tuo inciampo?

 

*

 

Errore 

È un errore attingere sempre

allo stesso pozzo,

elevare l’assenza

a rango di saggezza.

È ora di tornare

al luogo sacro dell’ignoranza,

ed evitare nel cammino

i ghiacci sottili d’una scrittura

debole e seducente.

È ora di dirsi

finalmente vinti.

 

*

 

Sei milioni

Si crepano maschere d’argilla

sui miei volti

e lo sguardo si perde

su un orizzonte

assente;

avanzano lenti

i passi del silenzio

e ardono i fuochi

sacri

della memoria.

In alto,

sei milioni di voci evanescenti,

coperte da fumi e grida,

osservano e sostengono

una tenacia bambina.

Per loro solo

canto nenie primordiali,

inni d’elevazione nella notte

senza stelle.

 

Poesia pubblicata sul blog «Le parole di Fedro» in occasione della Giornata della Memoria 2021.

Il viaggio è dentro. La poesia di Antonella Rizzo

di Gabriella Grasso

 

Una tensione elastica attraversa tutta l’opera di esordio di Antonella Rizzo, “Addio ai platani, minima raccolta poetica di 33 vite”, come la definisce la stessa autrice nel sottotitolo (Oistros, 2020). Sono oscillazioni tra poli, ma al tempo stesso tappe di un cammino spiraliforme, che assume a volte le forme di un ritorno, mentre contiene già in sé nuovi germi. Dal Salento a Milano, all’Africa amata nei suoi angoli e nella sua gente, a quella ritrovata in vesti nuove in altrettanti angoli della metropoli italiana.

Tutto il libro è mosso da una dialettica interna, dinamica, tra il moto e la permanenza, tra le radici e i paesaggi che mutano, elementi non in aperta antitesi, ma in continuo, fertile richiamo, perché il viaggio è innanzitutto un’attitudine e una conquista interiore, mai definita una volta per tutte: “Milano è un’altalena / è sempre là dove non sei più” e ancora: “Giunge la fine tra la pioggia e le alici / un venerdì di memorianegata /fino ai confini del mare. / Giunge e piove, senza dubbio / Sotto l’ombrello rosso / un cielo d’assenza scrive la fine. / Giunge doppia ogni vita, / una tace come morte / l’altra si impiega dopo l’inizio. / Giunge ogni cosa che finisce”.

Ogni movimento è un cambiamento, è una morte e una nascita, uno sguardo che si
rinnova sulle cose che si lascia alle spalle e su quelle a cui va incontro: “Quella
tovaglia ha l’odore delle cose perdute / rimettila nella credenza / accanto alle mie
assenze”, “Qui ogni cosa finisce al mattino / (…) Milano non sa che vado via, non
chiede. /Dopo la luce apre il ventre fino a sera /Se non dormi, / lei ti porta il profumo
dei platani. / Se ti accorgi che è bella, /ti toglie il sonno / e succede di notte”. Tutto è
inciso dentro, tutto è dato, ma allo stesso tempo lascia margini da scoprire, da
interpretare, per una continua, forse impossibile, ridefinizione: “Non sono morte / si
nascondono ancora le cicale, / in lontananza tornano a battere / la terra che ho
dentro”. I luoghi, evocati con la precisione dei nomi mentre assurgono a contesti dell’anima, non perdono la loro materialità, resi attraverso una sensorialità vivida, legata alle suggestioni che ogni ambiente suscita: la poesia di Antonella Rizzo è infatti una trama di profumi (limone, menta, arance), sensazioni del gusto (miele, latte, “storia fritta”, succo del mango, kebab…), dati visivi relativi sia a paesaggi urbani, sia a lande esotiche, tanto note e care all’autrice. Nel richiamo di luoghi e sapori tutto si confonde, senza perdere – che mistero – la propria identità. Un trionfo di sensualità che si celebra anche nell’incontro con l’altro e nella relazione d’amore e che si declina come stupore e devozione: “bacio i tuoi piedi come radici / la notte sbuccio i tuoi giorni”, “la mia notte ti ascolta devota / come la baia il mare”.Corpo, volizione, tensione del movimento si contrappongono alla stasi, all’immaterialità, queste ultime però non segno di resa, ma di resistenza: “Audace è andare / audace è stare / audace è il niente che qui succede”.

Che cosa lega contesti e vissuti, anche a volte molto distanti tra loro, cosa li rende molto più di semplici fotogrammi giustapposti nella memoria di chi li descrive? Li accomuna un filo profondo, quello della partecipazione e della fratellanza, anche nel dolore.Due temi ricorrenti sono infatti quello di un dio morto e ritrovato in un dialogo audace e confidenziale, oltre gli steccati delle etichette confessionali, nel ruggito vitale di un’anima, e quello della guerra. Ogni guerra ha il suo portato di sradicamento, di azzardo, di morte, il cui prezzo non sarà mai pagato dai “sazi”, ma dai fragili: sono bambini privati del nome, a cui solo il gesto poetico può tentare di restituirne uno, uno per tutti, Ibrahim. A lui la voce dell’autrice rivolge l’invito più accorato: “Ibrahim, canta!” La poesia germina proprio in queste anse della storia, nella spirale del ritorno e dell’incontro, nel movimento mai unidirezionale tra l’origine e la meta, dove tutto è mutare e ri-conoscere, nominare “senza dire, senza nome”. E’ così che l’arte può diventare creazione di nuove possibilità: “Fammi radice e frutto /dammi ragioni e follie /trasformami in Africa / perché il suo viaggio non abbia un ritorno lontano”.

Alcuni testi

Trieste al molo

Qui non succede niente.
Non può succedere niente.
Tutto è audace qui.

Audace è andare
audace è stare

audace è il niente che qui succede.

Salento

Non sono morte,
si nascondono ancora le cicale,
in lontananza tornano a battere
la terra che ho dentro,
quella addosso, quella che è carne.

Il limone con le foglie nere
fa frutti sul muro della vicina,
accanto all’agave.
Ancora.

Tante cose ho portato per tornare,
e qui non so più nulla.

Sto con la terra,
con il limone, in una luce che mi tiene ferma
a un passo dal tempo.

Dea

Tu non sai, uomo.
Io ho tradito,
io ho portato
oltre la vita,
oltre le parole
oltre ogni peccato,
oltre ogni regola,
oltre ogni regola.

Cosa dici al tuo Dio, ora?
Inshallah?
Tu non sai, credi a me.

Io parlo al tuo Dio.
Desidero,
corro,
mento
me ne frego.

Io e il tuo Dio, uomo,
sappiamo più di te.
As-salam aleikum. Amen.

Ibrahim, canta!
Dopo la pioggia Ibrahim prese soldi muti
e sua madre cadde nel blu.
La storia è rotta nei canti del mare,
ha racconti finiti quel giorno.

Un legno orfano
galleggia piano sull’acqua di un porto chiuso.
Dopo la pioggia nessun nome è storia.

Tre domande ad Antonella Rizzo

D: Quanto le radici sono un limite (se lo sono) e quanto una risorsa nel tuo fare
poesia?
R: Le radici in generale e le mie in particolare sono un luogo mitico, inesistenti
eppure essenziali per ogni inizio e ogni fine. In quanto tali esse per me sono
ovunque, in ogni storia che ascolto, in ogni vita che incontro. La scrittura
poetica per prima è radice e fine.

D: Trovo che l’esperienza dell’incontro sia protagonista in questo libro. Cosa
rappresenta nella tua vita e per la tua scrittura?
R: Accolgo questo tuo sguardo sulla raccolta e la proposta che per te l’incontro
sia centrale in essa. Non lo so se lo sia, se hai visto questo probabilmente è
anche così. L’incontro è per me un movimento di smarrimento, una ricerca
continua di aggiustamenti di sé, un esercizio fallito di tracciamento di confini.

D: Cosa intendi con l’aggettivo “minima” attribuito alla tua raccolta? Una scelta
stilistica o una postura esistenziale?
R: Fatico a vedere una differenza tra una scelta stilistica e una postura
esistenziale. Intendo “minima” una scrittura che è prossima al necessario pur
non essendo tale. Un po’ come una fonte di energia portata al suo limite
minimo, garantisce le funzioni o gli affari vitali, non superflui.

Voci – Incursioni nella poesia contemporanea

A cura di Gabriella Grasso

 

Alfredo Rienzi,  Sull’improvviso (Arcipelago Itaca, 2021)

 

Questa luce che ora

torna a crescere

dove la deporremo

spenti gli occhi in una notte a dicembre?

c’è stato tempo per disporsi, dici

verso il giusto angolo d’occidente

è che il tempo non è mai quello giusto

e le partenze hanno il suono ottuso

della frana che coglie all’improvviso

 

***

 

Aveva l’occhio il compito suo certo

(socchiuso, semiaperto o spalancato):

l’esaminare nudo stelle

di sesta e di settima grandezza

è lì la linea che flette il visibile

al nascosto, e al nero

la ritrosia dei fuochi

 

***

 

C’è nel silenzio ogni voce ogni suono

possibile: il bianco che si disfa

nell’iride, molecole-galassie

che ronzano, uova incerte se aprirsi

o indugiare nel loro simbolismo

ci sono nel silenzio

gli elementi al precipitarsi nudi

nei loro mulinelli

i canti di meduse e di sterne

poi l’infinita serie delle favole

quei loro finali mai ascoltati

 

Anna Maria Curci, Opera incerta (L’arcolaio, 2020)

 

Avvistamenti

 

In bilico su toni e fenditure,

cerca il prodigio il varco quotidiano

senza i sipari i tuoni e le tribune.

 

Tu prova a decifrare

linee forme colori.

della sciarada resta

l’anelito, l’attesa

 

***

 

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario

iris indaco aroma della cerca

ombroso nella prole variopinta

bivio tra sensi desti e l’oltremare

 

Ti invoco ancora e già torna la sera.

Distendo le narici rattrappite

da frenesia di merci afrori spicci.

Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,

cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.

Pure ti scoveranno, non badare

alla torma dei cani, avido strazio.

 

***

 

Posa la mano

 

Posa la mano ora sul ghigno amaro

la ruga appiana di constatazione.

Prenditi sottobraccio il riso

saluta i sassi e cammina nel sole.

 

Enzo Cannizzo, Il cielo pende dai lampioni (Algra, 2020)

 

il vespro

consuma

la zoppia

del buio

 

l’inverno

stringe

i cani

ai lampioni

 

il pane spezza

la lama

del giorno

 

***

 

arrancano i cumuli alti

sulle radici d’ombra

e semina tardiva

 

se il gelo creperà le arance

avremo labbra

propizie alla sete e doni

buoni per dèmetra

 

***

 

seme di luna greve

palude e pianoro

 

gonfia la malaria ingravida

la ferula il biviere

 

***

 

madre che taci il tuo dolore

vocale ossidata dal respiro

soffio sul tornio del viso

“Ho trecce indocili d’aglio”. La poesia di Margherita Ingoglia

Di Gabriella Venera Grasso

 

Un tessuto poetico che è contrappunto tra norma ed eresia, appartenenza e libertà eslege, ‘abiti buoni’ in un imbroglio di corpo’: è questa la trama attraverso la quale si snoda la scrittura di Margherita Ingoglia, autrice pluripremiata all’Etnabook 2022. Strega vestita di “un nero profondo che è luce”, alla perenne, inquieta ricerca di un codice che possa essere ponte con l’altro, ma senza quei compromessi che portano inevitabilmente a “mentire di sguardo e parola”, false soluzioni che lei aborrisce.
Nella scrittura di Ingoglia, il gioco delle antinomie è veicolato da un lessico mai piatto, spiazzante (“sono azzima”, “sono candeggiata”) e punteggiato spesso da allitterazioni che rimandano a scioglilingua, al gioco divertito e apparentemente anarchico, quasi in fertile lotta con il linguaggio e con la vita.
Gabriella Grasso

Alcuni testi di Margherita Ingoglia

Non so trovare un dio.
Le chiese sono vuote.
Il cielo è freddo,
il lampione stanco, balbetta.
La strada è caduta nell’incantesimo.
Ho la febbre,
la fede malata.
Un’amara stanchezza di gioia.
*
Per la cena di famiglia mi vesto con gli abiti buoni:
organdi vermiglio con strascico;
integerrimo nero a righello;
blu scorrevole in omaggio alle Muse
o gladiolo di cielo filato.
Ho la scelta dell’imbarazzo,
l’eleganza di etichetta e sbiadisco al solo pensiero.
Mi addobbo per manifesta apparenza,
l’appartenenza al ramo di ruoli.
Arruolata all’interpretazione del nome
sono candeggiata come l’ultima liturgica star
nel salmo della Messa in quaresima:
l’ultima o una qualunque.
Sono azzima.
Sono l’apparizione fulminea e frugale di tirlindana.

Una santacecilia in esca d’esibizione.
Un latte grasso di capra munta,
rinverginita. Chiodata alla specie del cognome tramandato.
La passerella mi increspa come la carta
per i fantocci di carnevale.
Ciarlo
con i cenci dei ceci accoccati dai ceti
per apparire leziosa
e mi incarto
in un’ impronunciazione d’annodamento verbale.
Nera come i fondali dei mari,
sono un querulo questuo.
Vorrei astrarmi. Mi sformo e deformo, per apparire diversa.
Ma finita la fiera del turpiloquio torno al covile,
al gramaglio di nervi agganciati alla gruccia.
Mi rimetto il mio imbroglio di corpo
e nella mia giara di carne pastello,
tra le rovine,
mi rifaccio medusa.
Ora sono me stessa.
*

Grazia, aggraziata, graziosa
non sono mai stata,
di grazia!
Mi manca l’abbiccì delle buone maniere.
Porto nel ventre un animale superbo.
Sono stata intagliata
con fine scalpello
nella corteccia dell'albero scemo,
e nel ventre nutro clemenza
in spine di rosa.
Ho la pelle secca delle vedove illacrimate.
Potrei diventare pia
forse,
o come il XII che non si oppose al massacro
e appoggiò la Shoah, venerata.
E fu papa.
Ma non ambisco a tanto clamore di Storia,
temo possa io fare la fine di Zoilo, San Valentino o  Stuarda Maria la regnante,
con la testa che rotola nel piatto dei cani.
Povere bestie!
Mi piacerebbe piuttosto scoprire
come avviene il passaggio al simpatico,
la conversione alla avvenenza.
All’addomesticamento.
Quella maestria di ridente scioltezza che a me ha sempre atterrito.
Chi lo sa, me lo insegni.

È un cambio di stoffe? un doppio lavaggio e centrifuga?
un passaparola all’essenza di gioia?
Come accade la malìa
per essere sempre gaudenti e accoglienti?
Sono cresciuta avvezza alle mal educate cose di niente,
pestando madonnari nel porto
camminando in parsimonia di giudizi precoci,
con vesti poco curate e capelli in disordine di spartiti.
Ho negli orecchi suoni zigani,
zingari per essere precisi. Il temine non sia offesa,
per me che mi chiamano negra e finocchia
è vezzeggiativo espansivo.
Mentire di sguardo e parola,
mi ferisce più che cadere sui sassi.
Indosso un nero profondo che è luce,
i tacchi li indosso per colpire le noci più dure.
Sono come Locusta: bestiale, e avveleno.
Ho affinità con le aspidi,
mi difendo con gli artigli.
Delle madri passate ho ereditato le stelle ingiuriose,
delle condanne ho il segno dei denti sulle caviglie.
Non ho mai imparato a giocare.
Forse sono corrotta di senno e di vene.
Parlo ai defunti per lasciarmi insegnare a fuggire
dalle parole melliflue che non so pronunciare
senza provare scontento:
un arrotolamento di intestino a coccarda.
Custodisco nelle teche, in dono di donne,
quella brezza sinistra e traversa
che orna la sopravvivenza,
diserta le trappole
e declina gli inviti alle cene con commensali sgraditi.
Ho trecce indocili d’aglio.
Sono nata nel mese delle orchidee
nella notte della luna nuova: dicono sinistra.
Partorita di scarto
nel doppio can can della sorte.
Ho lasciato il tetto per andare coi lupi, nel bosco.
Mi tengo la maleducazione dei secoli,
questi capelli di raffa, le gonne sotto i talloni
e la malagrazia delle femmine folli.
Voi che potete e ne siete capaci, siate gentili.
Con me, siate chi siete.

Voci – Incursioni nella poesia contemporanea

a cura di Gabriella Grasso

 

Antonino Bondì. Osceno mobile (Oèdipus, 2019)

 

metafisica per il XXI Secolo

 

Adesso non puoi addormentarti sulle verità

se non dietro il sogno di facce distratte,

e nemmeno stornare lo sguardo

dallo spettacolo di un grattacielo in frantumi.

Lì, nella vertigine di una storia,

l’eco di genti ha sfiorato lo sguardo di un bonsai

che si annienta inebetito;

e altrove, fra diamanti, cadaveri e cascate

un volo di pellicani si mette a disegnare

una vecchia ombra di morte

sopra le terre più sbigottite.

Ci hanno fatto cenno di scappare

e cancellare le tracce dell’uomo

da una lavagna insanguinata in ogni modo.

Ma sogna di essere un tentacolo

la mano dell’uomo fra amore ed assassinio.

 

***

 

volto

Alzo gli occhi e punto in direzione di una nave

che si ingrassa addormentata nel porto.

E’ gonfia una scatola di parole

e fitta di segreti, consunti in un ingranaggio

d’elementari ripetizioni.

Respiro nell’asma straziante del tuo amore

e m’impunto su un dettaglio d’universo

idiota:

una goccia di pioggia,

un bottone di camicia

in corsa verso un tombino.

Allora punto i piedi in groppa a un sogno

a forma di stella filante,

mentre sento scivolare sulle tende

un odore agro che non riconosco;

e quasi quasi pure gli occhi scivolano

su uno stuolo mangiucchiato dal tempo

dove un veleno mai gustato s’allinea al desiderio:

trattengo il respiro che strazia d’asma

il tuo cuore non allenato.

Allora, timida e querula voce trasferita

al vano del silenzio, mi rivolto in uno spicchio

incomprensibile di mondo e assomiglio

– caricatura e rischio – a un muratore nomade:

le mie case si chiudono e si aprono

se c’è vento.

 

Valentina Calista. L’abbraccio che manca al giorno (Delta3, 2022).

 

La linea bianca 

C’è una linea bianca che traccio la sera

tra il buio della velocità fuori la porta

e labbra che non baciano più labbra né mani

che prendono visi o mani.

Fatemene una colpa se ho l’anima antica,

vecchia donna curva

che raccoglie sole e grano.

Di questi occhi ho fatto corazza

quando nella notte non ho di che difendermi

quando il sonno si ribella alle mie vite passate.

 

***

 

Che le cose che aspetti siano tue, sue 

Che le cose che aspetti siano tue, sue:

per tutte le parti della gola rimaste afone

per tutte le cellule del corpo mancanti d’aria.

Che le cose che ami siano tue, del creato:

per tutte le rollate d’aria sui campi riarsi

per tutte le fiamme del sole scagliate sui rami.

Lascia la lingua gettare sillabe

all’aria divampante il suono allo spazio,

al tempo superbo che sa tutto, anche l’Ora.

Lascia, lascia, lascia.

Che le cose possedute siano lasciate, abbandonate e

ritrovate nel cassetto delle sciocchezze.

Che le cose mai avute siano possedute e lasciate

dal pensiero, dal sogno e dal desìo che non tace.

E che l’aria sia l’unica vita nella vita.

 

Loriana D’Ari. Silenzio, soglia d’acqua (Arcipelago Itaca, 2021)

 

il ramo sussulta, stacca e plana la foglia

appena un dorato fruscìo. culla d’aria

la fine di qua dalla soglia

 

***

 

perdona voce bianca mia chiara

di luna nota d’ortica strinata

crepa, perdona verde linfa tra

i denti filo d’erba corda

tesa in eclissi perpetua di fiato

questo nodo scorsoio che stringo

e allento, l’estrema torsione

di abisso e canto

 

***

 

sei andata via, ma la voce resiste

e propaga infinita oltre la fonte

tutto il mistero della cosa viva.

per sempre rideremo dei capelli

arruffati, dirai per sempre a presto

dall’ultimo vocale, nell’azzardo

del respiro la piena dell’affanno,

prenderemo per vere le parole

 

***

 

ma se vedere è restituire

qui di te ogni cosa è salva

dov’è un lampo l’innesto

del suono, e ti sono

nel cono d’ombra appesa

ciondolando. sarai nido

di frontiera in ogni giuntura

 

Pasquale Pietro Del Giudice. Piste ulteriori per oggetti dirottati (Ensemble, 2019).

 

La manutenzione 

Sono vivo, un cantiere aperto,

una macchina usata, un mostro precario

civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,

il sebo si accumula nei pori,

il mondo è la criniera di un cavallo,

ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,

della sua lametta e del suo giardiniere,

di revisioni, di versioni, di una controllatina

ai freni, alla tenuta dei bulloni;

la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,

ciclicamente sono necessarie

radiografie, controlli delle pompe

del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,

è opportuno ridurre a ordine umano

la matematica delle sterpaglie,

più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,

più perdi illusioni, più i tuoi gesti

si sommano negli errori degli anni,

hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,

hanno deluso e smentito se stessi.

Esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo

la vita è un cadavere sezionato

dunque le cose muoiono con gusto

e ogni giorno implica lo sforzo

di tenere a bada il loro disfacimento,

la loro fuga, la loro tentata ribellione

rimandando la loro fine,

ritinteggiando le porte, i capelli e le pareti.

La manutenzione tiene sveglio il mondo

il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,

che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza

a usare le ore nel migliore o nel peggiore dei modi,

sperperando quello che resta in affronto al tempo

e a se stessi, costantemente ridare

senso dove si era dato senso,

nei rapporti sociali

nei propri spazi, nel cassetto

delle delusioni, opponendosi alla forza

centrifuga che mette in moto la macabra pantomima.

Bisogna immaginare Sisifo barbiere,

crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti

quando ti sommergono i piatti da lavare,

quando la tua casa si arrende

alla forza riassorbente dell’edera

e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,

dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

 

***

 

Pattumiere 

L’astuccio degli occhiali, dei pastelli

il borsellino, il raccoglitore delle monete

dei trucchi e dei gioielli, bare

dove riposano ordinatamente le cose

buche, raccolte di comunità

tenute insieme da precise caratteristiche

che ne determinano la cerchia e la fratellanza,

i cassetti invece sono fosse comuni

di spaghi, biglietti, calzini

graffette buttate a casaccio, periferiche usb

cassettoni dell’immondizia a cui siamo destinati

noi buste di organi aperti e sezionati

dopo la morte, dopo un’autopsia, da una zip

un’incisione che lascia la cicatrice

supini sull’ultimo lettino

contenitori misti di liquidi, carne e ossa

per i cani che verranno, denti

che torneranno a battere, a spezzare

la parentesi di ciò che siamo stati,

scatolette di tonno, sardine parlanti

battibeccanti, appassionati di ingiurie,

foderi di pelle senza padrone

sputacchianti impuniti parole senza pudore.

 

Un ricordo di Giovanni Prosperi

di Ivana Rinaldi

(a cura di Gabriella Grasso)

Il 3 luglio 2021 l’artista, poeta e scrittore Giovanni Prosperi si spegne improvvisamente, nella sua casa di Roma, accanto alla sua compagna Ivana Rinaldi. Una partenza fulminea, che lascia familiari e amici attoniti. Inizialmente, per tutti, c’è solo un grande vuoto con cui fare i conti; poi, nei mesi, l’esigenza e il desiderio di godere ancora della presenza di Giovanni, mediante l’ascolto della sua voce e la condivisione della sua scrittura. Nasce così la volontà di incontrare una figura ricca e complessa del panorama letterario italiano, attraverso una conversazione con Ivana, nostra collaboratrice tra le pagine di Bibliovorax.

D- Cara Ivana, questi mesi senza Giovanni sono stati difficili per te. Cosa ti manca di più e cosa torna prepotentemente alla tua memoria? 

R- Domanda spiazzante, Gabriella. E’ sentirsi come un viandante nel deserto a cui manca l’acqua, ovvero tutto. Torniamo a terra. La nostra era una vita semplice, fatta di piccoli gesti quotidiani. Ecco: è la quotidianità che mi manca, i soliti gesti, i riti dell’esistenza comune, il sostegno reciproco, l’affetto, le lunghe discussioni sulla vita, la morte, l’aldilà, la politica, l’arte, le preoccupazioni del vivere che accomunano tutti. Una vita scandita da impegni e piccoli piaceri, una gita al mare, al lago, nei piccoli paesi del circondario e nelle Marche, qualche viaggetto, il cinema, una mostra, una cena con gli amici o i parenti. Non sono io a richiamare i ricordi, sono loro che si presentano in ordine sparso ma netti e precisi. Arrivano specialmente la sera nel tempo che precede il sonno.

D- Come ci descriveresti Giovanni, compagno di vita e Giovanni, intellettuale e artista? 

R- Non riesco a distinguere Giovanni compagno di vita e Giovanni intellettuale e artista. Era un unicum che metteva l’arte nella vita e la vita nell’arte. Non ha mai rivestito ruoli, la libertà era la cifra della sua esistenza e in lui si conciliavano perfettamente il sé e il fuori di sé. Aveva una mente androgina, la mente creativa per eccellenza, diceva Virginia Woolf. Tanto è vero, che era innamorato di “Orlando” su cui abbiamo lavorato insieme a un adattamento teatrale. Era predisposto per “natura” alla generosità e alla cura degli altri, capace di ascolto e di attenzione, profondamente buono, qualità che lo hanno fatto amare da tutti. Sempre felice di scrivere una nota o una critica per i suoi tanti amici artisti, di offrire la mano a chi amava e a chi ispirava la sua  simpatia ed empatia. Negli ultimi tempi osservava dalla finestra un senzatetto che dimora sotto casa nostra, per vedere se gli succedesse qualcosa. A Roma, dove si era trasferito dai primi anni del duemila, si faceva voler bene dai miei colleghi e compagni di partito, dai suoi amici artisti, dal parrucchiere, dalla farmacista, dal pizzicagnolo. Ha lasciato un ricordo indelebile in chi ha avuto la fortuna di incrociarlo sul suo cammino. 

Mi chiedi di Giovanni artista e intellettuale. Tutto per Giovanni era arte. Dalla cucina, ai piccoli lavori di restauro, ai libri usati e recuperati dalle sue mani con maestrìa e poesia. “Faremo arte con tutto”, motto che credo abbia ereditato dal suo maestro ideale Emilio Villa, con cui era entrato in contatto e del quale amava parlare spesso, specialmente del loro incontro avvenuto a Roma negli anni Novanta. La sua formazione intellettuale era sterminata; se per la poesia visiva si sentiva debitore di Apollinaire e Villa, i suoi riferimenti letterari erano Rabelais e Cervantes, per il teatro il suo “idolo” intoccabile Carmelo Bene. Le sue letture spaziavano dalla letteratura, alla filosofia, fino alla teologia. Negli ultimi anni era particolarmente attratto dalla storia delle religioni e dei miti: la sua biblioteca si era arricchita delle opere di Robert Graves, Calasso, Kerényi, Zolla, Frazer al cui Ramo d’oro si era ispirato per una delle sue ultime opere “Laggiù qualcosa per Bene”. Frequentava con assiduità la biblioteca di quartiere Giordano Bruno da dove tornava con i testi di Heidegger, Levinás, Derrida, Husserl, Wittgenstein. Si chiedeva, quasi ossessivamente, se la filosofia avesse ancora qualcosa da dire. Ciò che lo stimolava era la filosofia del linguaggio, una ricerca estenuante che lo sfidava quotidianamente nella creazione artistica. Non posso entrare nel merito della sua scrittura, non ne ho le competenze, ma ho assistito a “parti”, alcuni semplici, altri dolorosi.

D- Qual era il rapporto tra Giovanni e il nostro tempo? 

R- Un rapporto difficile, che si esprime in alcuni racconti e opere  teatrali, specialmente. Per Giovanni era centrale l’esserci, la sacralità della vita, la bellezza, mentre la storia dissacra la vita. La poesia e la scrittura segnano il suo saper stare in presenza del mondo:”La poesia è male incurabile e contagioso, sfonda le pareti contorte del labirinto, tende alla sanità e si autocura, forse non è perfetta, non ha l’autofarmaco, non è rimediabile, ma, il ma non manca mai: è.” (Giovanni Prosperi).

D- Cosa ti piacerebbe che si conoscesse di più dell’attività e della produzione di Giovanni? 

R- Mi chiedi cosa mi piacerebbe che si conoscesse della produzione di Giovanni. Io mi chiedo cosa piacerebbe a lui. 

Ci sono lavori a cui teneva particolarmente come lo studio dell’Angelo antropomorfo nella storia dell’arte. Un saggio ispirato al pensiero di Aby Warburg e dedicato alla sua forza e passione.  Avrebbe voluto continuare a lavorare per apportarvi “migliorie” e per vederlo pubblicato. L’unico che avrebbe voluto vedere in stampa.

Gli erano care anche le fiabe dedicate a sua figlia Martina. Non credeva invece che la poesia potesse avere uno spazio nell’editoria contemporanea, nonostante ogni occasione fosse buona per scriverne: su un conto di ristorante, una velina che ricopre le arance, un pacchetto di sigarette, un libricino creato da lui. Le sue poesie sono l’espressione che sento più vicina alla mia sensibilità, arricchite da un fiore, un coriandolo, un segno, un disegno, alcune semplici, alcune complesse, come la vita e come era Giovanni.

D-Ci salutiamo con alcuni testi di Giovanni a te particolarmente cari e con l’invito a scoprire il tesoro artistico e spirituale che questo autore ci ha lasciato.

R- Grazie Gabriella. Scelgo qualche verso inedito di Giovanni che ho pubblicato su facebook e che amo particolarmente.

 

Tu vai avanti

che il tempo

sviene

e

se lo porta via

la sirena dei ricordi

nella meridiana

del pendolo

o

del quarzo

.

(s. d.)

 

Anche nel più scuro

e acuto

dolore

vi è una scintilla

di felicità

che spacca l’angolo

e

illumina

l’estrema periferia

.

(s.d.)

 

Prova tu

a sognare

con passi zig zag

nel cuore.

E poi scendi

veloce

strette scale

pettinandoti

per un amore

nel passato.

Prova a stringere

una stella filante

per lanciarla in aria.

Prova tu ad avere

un ricordo cosi:

raro il sorriso

in quell’incontro

retto da soavi

ventate di timo.

Anima se oggi

ti inganni

dì al giorno

che converte

la notte

in alba

di prendere

il mio corpo

non dico in lui

ma appena

nell’alba

.

Venezia 1978

 

Piangendo e navigando,

onde

lieta la gioventù

cercava acqua

e accendeva fuochi

,

Sibilla

ecco il tempio

del decoro:

il labirinto che vola;

per un tributo

miserabile

ho tirato i dadi

con lo stile di una mano

che cede nel tempo:

offre il mistero

che nel monte

entra:

100 vie,

metà porte

e meno voci

per risposta

.

Ecco la soglia

e il dio

che compare

e muore

in volti

e colori

spettinati

fammi vedere

il tuo seno

!

Prima parte dell’opera “Laggiù una parte per Bene”

Roma 2015

 

Tu che onori

Scienza e Arte:

onora il poeta

l’ombra sua

torna

sorridi

parliamo

di cose

che al tacere

è bello:

un prato

di fresca verdura

,

Toh

Ecco

!

Tutta la filosofia

che molte volte

al fatto

il dire

viene meno

e in molti

canti

si divide

 

.

Ultima parte di

“Laggiù una parte per Bene”

Roma 2015

 

Lettera a un numero

 

Piove a casaccio

senza luce e tono

alza almeno un braccio

di saluto

o

arresa

verrà il tutto a farti da sponda

E’ tempo di mettere ordine

nella credenza

dopo

nevica

grandine bianca

sopra numeri in palline.

scordati della periferia

delle pagine

mai arriverai alla fine

senza la decenza del caos

Roma, 2020

 

I giorni

se ne vanno

alcuni indifferenti

altri commossi

come la chiusura

di un libro

.

(s.d.)

VOCI – Incursioni nella poesia contemporanea

 

a cura di Gabriella Grasso

 

Michele Nigro – Pomeriggi perduti, Kolibris, 2019

 

Acqua di ritorno 

Adorava i temporali

estivi, tra sprazzi e lazzi

erano meme bagnati

su gambe scoperte

alla sua natura autunnale

dimenticata tra eccessi di

sole e promesse di viaggi.

Ora le campane chiamano

all’ordine di civiltà domenicali e

tuoni ribelli e grondaie impreparate

ad acque inattese alla vita ormai persa

che scorre nel mare calmo

della morte che accoglie,

sperando di ritornare

giovane umidità

e nuvole

e di nuovo pioggia

tra i vivi di domani

 

*

 

Poesia a sua insaputa 

Non sarà ora che le vedrai

mentre ti chiedo di leggerle

ma in un giorno qualunque

venute fuori per caso, a dorso di libro

da pagine cadute in terra

riverse a mo’ di mort’ammazzati

e aperte sulla fatalità

di un attimo tra tanti,

ritornerai su parole ignorate

come è normale che sia

da rimasticare

eppure sempre presenti

tra pazienze impolverate

e le cose da fare

senza pretese, a sperare di essere

se stesse, nient’altro che verbi d’anima

amate per quelle che sono

umili

silenziose

già eterne a loro insaputa.

 

*

 

Palestra di vita 

Non credo più nei riti

musicati del fitness

effimeri miracoli

in mostra al sabato sera,

il corpo modellato

dalla vita

dal dolore ben portato

da scelte coraggiose

a lungo andare incise

lì dove conta,

mappe graffiate sul volto

nel timore di perdersi

tra le vie

di una finta bellezza,

è come un libro

letto e riletto, unto, macchiato trascritto,

abbandonato strappato,

da qualcuno amato sottolineato

sfogliato dal vento

di nuove avventure

che sommate alla storia di altre pelli

cadute e rinate intaccano inattese

l’adipe convinta

della premorte in divano.

Siamo tutto quello che viviamo,

e la carne

in silenzio

lo sa.

 

 

 

 

Roberto Crinò Ineffabile mutazione, Ensemble 2019

 

E’ tuo dovere

E’arrivata

la bella stagione

l’ho vista passeggiare

stamattina

baciata

dal sole e dalla leggerezza,

teneva in un lembo

di stoffa,

dondolava, saltellava,

libera, incantevole

com’è suo costume,

sapeva di frutti

promesse,

profumava di gioie,

speranze.

Stamattina la vita

s’è cambiata d’abito

per celebrare

un nuovo inizio.

Mi hai guardato,

un sorriso,

mi ha detto

“E’ tuo dovere”

 

*

 

Check Point 

L’anima ha una linea di confine

una linea di demarcazione,

una frontiera che non può

essere oltrepassata a piacimento,

perché essa non è terra di conquista.

 

Nessun’anima è suolo di calpestìo

per saccheggiatori e vandali

e non è colonia di eserciti

dalle scintillanti fallaci armature.

Si passa solo con trattati di pace.

 

Ugo Mathuè Il silenzio non tace, Ensemble, 2019

 

c’è l’assenza di peso

d’ogni passata stagione

 

calendario di atti

unici come ogni atto

 

c’è il loro greve sipario

sceso senza discrezione

 

*

 

infiniti sono gli dei

infinito è il disamore del mondo

 

*

 

il mio miglior nemico sono io

io che mi do del tu

 

*

 

dimmi tu da cosa sono preso

forse da senile spreco del vivere

oggi che mi sento stranamente febbrile

 

*

 

terza quintetà

seduto su una sedia

guardava il passato

senza esserne ricambiato

 

Nunzio di Sarno – Mu (Oèdipus edizioni 2020)

 

Rimetto ogni immagine

Al vuoto

 

Perdono

 

Nel vuoto mi perdo

Non un dono che perdo

 

*

 

A una procidana 

Il mare

Del primo contatto

A cui non posso

Che ritornare

Lo trovo in un particolare

Mio palpitare

Al di là di spazio e tempo

E ciclico incespicare

Come ciò che ci lega

E non si può

Tagliare

 

*

 

Capodanno 

Spaghetti di riso

Verdura e spigola

In piatti vecchi

Su una tovaglia

Stinta

 

Ancora

Malesseri condivisi

Di una famiglia nuova

E un fratello acquisito

A compartire

 

Soli

In quattro stanze

Chi cerca di risplendere

Chi di non morire

Solo

 

Ognuno

A disagio con la forma

Si accosta cauto

Al fuoco

 

Chi si accontenta del calore

Chi si abbaglia alla luce

 

Pochi

Disposti

A bruciare

Avranno

In cambio

Cenere