Come nei drammi classici, ma oggi. Qui. In dialogo con Arianna Sobrero

di  Antonello De Rosa

Il complesso dell’abitudine è una novella che si legge in una manciata di minuti, un libriccino che una colomba potrebbe portare nel becco.

«Vale la spesa?» domanda un compagno di studi, e non gli so rispondere. Sarebbe come irrompere nella scena del fariseo e della peccatrice, con il primo che invita Gesù e rimane formale, vive tutto nella Legge ma ha pochi riverberi umani, mentre la donna è carica di colpe ma pure di abbagliante ricchezza affettiva.

L’uomo è gentile, ammodo nei gesti e pieno di guardinga curiosità; la donna invece lo unge, lo bacia, e la sua indagine non è cieca adorazione ma accoglienza, disposizione ad ascoltare, a capire. Perciò allargo le braccia e dico che la spesa, per me, non è l’unità di misura della bontà di qualcosa. Mettere le mani nel gusto altrui è un’operazione delicata. Lui però aggiunge «con quei soldi prendo una pizza», e io «oppure fai un viaggio».

L’ho visto riflettere un poco. E ho cominciato a ragionare ad alta voce. Il disinteresse, se non proprio il pregiudizio a prescindere nei confronti di certe proposte, oggi nasce tutto dal marketing. Ma che marketing può avere, dietro di sé, una autrice neomaggiorenne? Dovrebbe essere uno di quei fenomeni da ba(ld)raccone che imperversano sui social, che si vendono a qualunque offerente, che non hanno tempo da impiegare nella qualità artistica perché devono investirlo nella quantità di contatti.

È amichettismo da borghesi, e funziona tantissimo. Ma non qui, in quest’opera prima. Qui il viaggio dura una manciata di minuti però non finisce, tranne se a volerlo siamo noi. Qui due giovani donne, due ventenni si frequentano, si vogliono bene al presente, ma è un presente funzionale all’antefatto: dalla fine del secondo capitolo infatti l’inquadratura si sposta su lettere cariche di sentimento che Noemi, due anni dopo, scrive senza mai spedire a Giorgia, in un presente parallelo che si rivela essere l’autentico.

Allora l’attimo narrativo si fonde, si compenetra, e fa percepire l’abilità dell’autrice. Che spalanca la vita intima di due ragazze come tante, diverse tra loro, ma che si ha la sensazione di avere incontrate. Entrambe hanno obiettivi e fragilità. Noemi è perfezionista, sogna di fare la sceneggiatrice per il cinema ed è ombrosa, selvatica; Giorgia non ha l’urgenza di affermarsi ed è più trasparente, socievole, al punto che da sola si sente «vulnerabile, priva di difese, nuda dinanzi al vento gelido della consapevolezza».

Qui, in questo libello dalla carta giallina e profumata come i volumi antichi, stampato a caratteri grandi e panciuti che paiono usciti anch’essi da un trapassato remoto, nulla somiglia alle linee attuali – che si inchinano all’impero del digitale – tranne gli oggetti, gli apparecchi e i modi di dire. La tematica no.

La tematica è connaturata all’uomo, però è trattata con il giusto grado di contemporaneità. Chi vive per l’affezione, chi per l’ambizione. Come nei drammi classici. Nessuna delle due, affezione o ambizione, è negativa, o peggio un errore, tutt’altro, ma c’è una grossa differenza tra “vivere con” e “vivere per”. E la scintilla che dà origine alle lettere di Noemi è in quella particella. Che può formare o negare l’esperienza. «Quella buona,» scrive l’autrice nel sesto capitolo, «che maturiamo dentro di noi, e quella cattiva che cresce a prescindere, come l’erba nei prati, e che generosamente ci concede di fare chi, alla generosità, non pensa affatto, poiché concentrato su di sé».

Qui, dunque, in questo volumetto dove lo spasmo delle consuetudini diventa complesso dell’abitudine (complesso inteso nel senso di insieme e in quello di patema, di blocco), vi è una novella che con un andamento quasi elementare – fintamente elementare! – parla con un rigore da antropologo di un tipo comunissimo di uomo.

«Convinto che non sia né male né bene e soprattutto che chiunque possa e debba cercare il proprio spazio nel mondo sacrificando qualcosa, o qualcuno, sull’altare delle priorità, è colui che, per paradosso, introduce alla desertificazione emotiva dell’adulto».

Non voglio troppo dettagliare, troppo riportare. Farei uno sgarbo ai lettori, uno “spoiler”, eppure anche riportando decine di frasi e situazioni e concetti sono sicuro che non priverei del piacere di precipitare nel dramma, che come tutti i drammi ha aperture spiritose. Quando Tellino Saltamerenda, detto “merendina” apre il repertorio, non ci si trattiene.

«Attorno ai vent’anni, gli amici erano riusciti a trascinarlo in quella che per lui era una discoteca (una balera). A un tratto, l’avvicinò una donna sui trentacinque, sicuramente non ammaliata dal suo fascino. Cercava, infatti, un pollastro per allargare la sua ragnatela d’affari, ignara che lui avesse in tasca pochi spiccioli, che aveva già impiegati in due calici di rosso appena entrato.

— Sei un uomo solo? — gli aveva chiesto, sensuale.

— E quanti dovrei essere? — ribatté lui, e tutto il bar era esploso a ridere».

 

 Non resisto a domandare all’autrice delle figure fra una scena e l’altra, perché tutte hanno qualcosa di teatrale, con il teatro inteso alla maniera di Eduardo De Filippo, cioè vivere sul serio quello che gli altri recitano male. È soltanto una mia impressione? Continua a leggere

In dialogo con Annachiara Biancardino. La Resistenza nella letteratura d’autrice: una questione privatissima (?)

 

 

Intervista a cura di Serena Vinci

– Allindomani della Liberazione, nel periodo che va allincirca dal 1945 ai primi anni Cinquanta, tra le file dellesercito partigiano si diffonde una sorta di pulsione di narrazione, unurgenza di raccontare la guerra civile che si estende ben oltre il mondo intellettuale, contagiando anche chi, fino a quel momento, non aveva intrattenuto rapporti di familiarità con la cultura letteraria. È la grande stagione della memorialistica partigiana». Lo storytelling attorno ai fatti della Seconda Guerra Mondiale è davvero tentacolare, direi in tutto il mondo occidentale, con una preferenza per le (auto)biografie e i memoir che ripercorrono il “farsi partigiani”, come nei diari di Ada Prospero e negli stralci di quotidianità di Gina Lagorio. Quali sono a tuo parere le ragioni di questo desiderio di convidere il racconto, in particolare da parte delle “tue” scrittrici?

 

Il desiderio di raccontare, che si diffonde a ridosso della Liberazione come una vera e propria febbre di scrittura, ha ovviamente diverse ragioni, ma nel caso delle donne – delle “mie” scrittrici – credo assuma una sfumatura ulteriore: non si tratta solo di ripercorrere un’esperienza straordinaria, ma anche di rivendicare il proprio spazio all’interno di una narrazione pubblica da cui si è state escluse. In altre parole, di testimoniare la propria verità.

E poi c’è un altro elemento altrettanto profondo: la scrittura, per molte di loro, è anche un modo per ricucire una ferita. La guerra civile lascia uno strappo – nella vita, nei legami, nella percezione del futuro – e raccontarla significa anche tentare una forma di guarigione, personale e collettiva. Lo si vede bene nella memorialistica di Ada Prospero e Gina Lagorio: nelle loro opere le autrici non si limitano al resoconto degli eventi, loro scrivono per far durare la lotta, far resistere la Resistenza; certo per trasmetterne il senso, ma anche per tenere in vita, attraverso il racconto, le persone e i valori perduti. 

 

– Come fai notare tu, «la produzione delle donne si colloca in una posizione di frontiera: da un lato, contribuisce a tramandare una memoria indispensabile per la nostra identità nazionale, dallaltro, la rielabora criticamente, denunciando le disuguaglianze (in primis di genere) che la caratterizzano». Quali sono, se ci sono, le differenze sostanziali tra le scritture partigiane femminili e quelle maschili? 

Ci sono di sicuro delle tendenze comuni che appartengono alla scrittura d’autrice, delle peculiarità che distinguono questo corpus dalla produzione ‘canonica’. In quest’ottica, non mi interessava tanto aggiungere altri nomi a una lista di titoli consigliabili, quanto scoprire nuovi aspetti della Resistenza che possano aiutarci a comprenderla meglio nella sua complessità, anche quando questo equivale a risemantizzarla. 

Le donne che scrivono la Resistenza, infatti, non si limitano a registrare i fatti, ma ne rielaborano il senso: spesso resistono anche alla retorica della Resistenza. All’epica celebrativa, si oppongono raccontando l’esperienza resistenziale attraverso frammenti di quotidianità, legami affettivi, dubbi e momenti di paura, mostrando come anche l’immobilità, il silenzio, la rinuncia possano essere forme di scelta.

Un altro tratto distintivo è la tendenza a una narrazione corale. Le scrittrici non pongono al centro solo sé stesse: anzi, spesso decentrano la propria voce per raccontare gli altri e le altre. Le loro opere diventano spazi di testimonianza in cui la memoria è condivisa e non gerarchica. In questo senso, le scritture partigiane d’autrice non solo integrano la memoria nazionale, ma la risignificano, introducendo un paradigma in cui la resistenza non è solo un atto eroico, ma una pratica diffusa, quotidiana, talvolta silenziosa (e per questo ancora più pervasiva e radicale).

 

– Il partigianato è una scelta, soprattutto per le donne, che si muovo non come Penelope nello spazio casalingo dell’attesa, ma piuttosto come Pentesilea, che si arma per prendere parte alla battaglia tra Ettore e Achille. È ciò che sceglie di fare l’Agnese di Viganò, per la quale «lo spazio di cura lasciato vuoto dalla scomparsa dellamato marito Palita viene riempito dai compagni». Sembra dunque che l’attivismo sia il modo di reagire alla perdita, invece di portare il nero a vita. È così? 

 

Sì, è proprio così. L’attivismo partigiano per molte donne non nasce solo da un’adesione ideologica, ma è una risposta radicale alla perdita, un modo di trasformare la passività del lutto in azione. L’Agnese di Renata Viganò è un esempio emblematico: non si limita a sopravvivere alla scomparsa del marito, si rigenera nella militanza. Lo fa a partire dalle le sue competenze quotidiane – cucinare, accudire, proteggere – che sposta su un piano pubblico, politico, condiviso, per poi abbracciare anche l’ideologia della lotta. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una forma di resistenza tutta femminile che trasforma il lutto in impegno, la vulnerabilità in forza. Come scrivi giustamente tu, non è Penelope che aspetta: è Pentesilea che combatte. E non lo fa nonostante il dolore, ma a partire da esso. 

 

– «Quello della amante del nemico’ è un personaggio molto presente nella letteratura resistenziale dautrice». La letteratura sulla Resistenza ha costruito e decostruito diversi stereotipi sulle partigiane: la staffetta mascolina, la combattente armata, in opposizione ai cliché delleducazione fascista, dalla madre casta alla femme fatale. Tu ne fai una descrizione molto materica, parli dei corpi di queste figure femminili, dei loro gesti fino ai loro scarti, all’urina. Mi hai ricordato le descrizioni di Curzio Malaparte in La pelle. Come si pongo le tue scrittrici in relazione a questi stereotipi?

È una suggestione molto interessante quella di Malaparte – e in effetti alcune opere analizzate nascono anche dal desiderio di ‘sporcare’ la narrazione resistenziale, di riportarla alla terra, nel corpo, nel gesto, nel sangue, nel sudore. Le “mie” scrittrici non rimuovono mai la fisicità della guerra: semmai, la abitano, la attraversano. E lo fanno non per creare uno stereotipo alternativo –l’eroina in armi – ma per sfuggire a tutte le immagini precostituite.

Le partigiane raccontate da Ada Prospero, Gina Lagorio, Renata Viganò sono donne vive, imperfette, contraddittorie, a volte eroiche, a volte spaventate, capaci di cura ma anche di rabbia, di desiderio, di odio. La staffetta non è un simbolo, è una ragazza che urina dalla paura in una galleria, che inciampa nella corsa. E anche la madre non è solo nutriente e accogliente, può essere lucida fino a diventare talvolta spietata.

 

– «Sono innumerevoli i modi in cui una donna può sentirsi madre e rivelarsi materna». Vorrei che ci soffermassimo su una rappresentazione chiave della figura femminile resistenziale, quella della mater dolorosa, che la storiografia ricostruisce come «maternage di massa». Adriana Cavarero ha descritto alcune icone dell’ipermaterno in Donne che allattano cuccioli di lupo. Nella vita delle resistenti, è dunque così importante riuscire a percepirsi madri?

 

È una domanda delicata, perché tocca una delle immagini più ambigue e affascinanti della Resistenza femminile. La figura della mater dolorosa è potentissima: da un lato restituisce tutta la forza di chi cura, accoglie, protegge – persino a costo della propria vita –; dall’altro rischia, se assolutizzata, di rinchiudere di nuovo le donne in un destino biologico, in un paradigma sacrificale che perpetua la subordinazione.

E invece, per molte partigiane, sentirsi madri non significava riprodurre un ruolo imposto. Prendersi cura di un compagno ferito, nascondere un ricercato, sfamare una banda intera era un modo per dire: io esisto, io agisco, io lotto. È un maternage che si politicizza, che esce dal privato per diventare gesto rivoluzionario.

Cavarero, in Donne che allattano cuccioli di lupo, ci mostra anche come l’ipermaterno vada ricondotto a una dimensione liminale. Nelle scrittrici resistenziali c’è qualcosa di simile: la madre non è mai uno stereotipo, ma una figura capace di contenere – e accogliere – moltitudini. 

 

– Mi piace molto il tema dell’amicizia femminile che attraversa i romanzi di cui parli. La particolare solidarietà che scaturisce dal desiderio di essere modello l’una per l’altra è molto delicata e forte al tempo stesso, in quanto manifestazione di lotta al patriarcato. Se la famiglia è allora quella «che si sceglie e che si costruisce a immagine e somiglianza delle proprie affinità e dei propri valori, e che forse proprio in virtù di questo può rivelarsi più resistente agli urti della vita dei legami di sangue», possiamo in qualche modo individuare una forma di militanza queer, ante litteram sicuramente, tra le fila delle resistenti? 

Mi piace molto questo spunto. In effetti, le “mie” scrittrici mettono spesso in scena un modo radicalmente altro di vivere i legami, i ruoli, i corpi, che eccede il modello eteronormato. In questo senso, sì, si potrebbe anche parlare di militanza queer ante litteram.

Pensiamo alla scelta di rompere con la famiglia tradizionale per creare una comunità resistente, fondata su affinità elettive e cura reciproca. O alla sorellanza che attraversa i testi: non è solo solidarietà tra donne, è un desiderio di rispecchiamento, di riconoscimento, di alleanza che ha qualcosa di intensamente erotico – nel senso etimologico del termine, come forza di attrazione e di creazione. E nella letteratura questa tensione emerge in filigrana, nei silenzi, nei gesti, nei dettagli.

Credo che il vero gesto queer sia proprio questo: il desiderio di sottrarsi al destino scritto, scartare rispetto alle attese di genere, scegliere chi essere e con chi essere. È quello che fanno tante partigiane. Non è un caso se nei testi resistenziali i legami nati nella clandestinità – anche solo amicali – sono rappresentati come assoluti, fondanti, trasformativi, mentre quelli più tradizionali sono spesso corrosi dall’interno, attraverso l’ironia di chi scrive.

 

– Giustamente ricordi a chi legge che il tuo saggio non ha «una pretesa di esaustività, di porsi come un canone», ma affronta solo una selezione delle possibili scritture femminili legate in vario modo alla Resistenza. Mi vengono in mente per esempio Benedetta Tobagi, per restare nella letteratura cosiddetta circostante, oppure a Fausta Cialente e Joyce Lussu. 

Come hai selezionato le autrici? Stai pensando a un secondo volume in cui includere le altre eventuali scrittrici rimaste fuori da questa trattazione?

 

È vero, lo dico chiaramente sin dall’introduzione: Scritture partigiane non vuole essere un canone, ma un viaggio soggettivo, parziale e al tempo stesso affettivo. E sì, certo, ci sono state esclusioni dolorose. Penso proprio come te a Joyce Lussu, figura straordinaria e difficilissima da incasellare, o ad autrici meno note ma altrettanto interessanti. 

In effetti sto sentendo più di quanto avevo previsto il desiderio di occuparmi di altre scrittrici partigiane. Non so ancora se questo desiderio si concretizzerà mai e in quale forma. Però, in fondo, la Resistenza è un inizio, non una fine. E anche il mio libro vorrei che fosse letto così: come un piccolo timido passo in una direzione ancora tutta da esplorare.

 

– Il libro è scorrevole e bello da leggere, come fosse un romanzo corale, eppure risponde appieno alla funzionalità critica e didattica che tu ti sei posta come obiettivo.  Ti sei ispirata ad altri studiosi o studiose per la struttura del saggio e per il tipo di analisi che hai condotto sui testi? Cosa consiglieresti come lettura ulteriore a quei ragazzi e quelle ragazze che, per abitudine o per scelta, usano la parola resilienza con più facilità che resistenza? 

Ti ringrazio molto, perché questo è forse il complimento più bello: che un saggio nasca da uno studio rigoroso, ma si legga agevolmente come un testo di narrativa, è esattamente ciò che desideravo ottenere. La mia ambizione era coniugare l’imprescindibile rigore nello studio all’accessibilità della forma per permettere anche a lettrici e lettori meno esperti (per esempio alle ragazze che cito nella Dedica) di entrare in dialogo con storie e parole che ci riguardano.

Quanto ai riferimenti, sì, ci sono moltissime autrici che mi hanno accompagnata silenziosamente lungo tutto il percorso. Se devo sceglierne una, faccio il nome di Benedetta Tobagi, perché le sono in buona parte debitrice per l’ispirazione. Dopo aver letto il suo meraviglioso La Resistenza delle donne mi sono chiesta se esistessero dei testi centrati sugli stessi contenuti ma interni alla dimensione  della critica letteraria, e da lì è partito il mio percorso.

 

– Una delle scrittrici cui hai dedicato il saggio è Ada Prospero, nota come Ada Gobetti, cioè con il cognome del marito, Piero Gobetti. Tu sei direttrice editoriale della casa editrice Les Flâneurs e in particolare curi la collana Le innominate, dedicata alle donne la cui attività intellettuale è stata – per così dire – oscurata dalla luce degli uomini che avevano accanto, la cui celebrità è stata invece favorita dall’habitus culturale. Credo che per ognuna di loro valga la tua chiosa «resistere non serve a niente. Spesso non è utile. Eppure, per fortuna, per qualcuna e qualcuno è necessario». Quanto ti è stata utile questo tipo di esperienza nell’ideare e poi nello scrivere Scritture partigiane? Affermi che nella tua esperienza sul campo con autori e autrici, hai imparato che «c’è chi scrive per scoprire e c’è chi scrive per scavare». Tu che tipo di scrittrice sei?

Devo subito precisare che non sono una scrittrice: sono una grande amante dei libri degli altri (e delle altre soprattutto). Ma questa domanda mi commuove, perché tocca un mio nodo profondo. Scritture partigiane nasce sì da uno studio letterario, ma anche da un’urgenza biografica. Per me, raccontare le partigiane è stato un modo per parlare anche di tante donne vissute nell’ombra della storia. Ho imparato che esiste una forma di resistenza sotterranea, quotidiana, che forse non fa notizia ma lascia traccia. 

Ada Prospero, ad esempio, che pure fu un’intellettuale straordinaria e un’attivista politica lucidissima, viene ancora oggi ricordata più spesso come la moglie di Gobetti. Ma la sua opera pedagogica, letteraria, partigiana è una costellazione complessa e autonoma, che ho sentito necessario riportare in primo piano. Lei è un’innominata per eccellenza.

 

– Ci ricordi che a partire dallultimo decennio del Novecento inizia a emergere il genere dalla postmemory che «fa riferimento alla risposta delle generazioni successive ai traumi personali e collettivi raccontati dai sopravvissuti». A questa categoria appartengono il romanzo/fiaba di Baldelli con la protagonista cinquenne, la staffetta adolescente di Soriga, le due protagonista di Verna. In che modo secondo te «raccontare il passato per parlare della violenza del presente»  può essere davvero una strategia incisiva e vincente? 

 È una strategia potente proprio perché non si limita alla commemorazione, ma trasforma la memoria in materia viva, politica, attuale. I romanzi della postmemory (come quelli di Baldelli, Soriga e Verna) non si accontentano di raccontare ciò che è stato, ma si chiedono cosa resta, cosa risuonacosa può ancora far male o guarire oggi. E in questo senso parlare della Resistenza non è solo un esercizio storico, è un gesto di alleanza intergenerazionale.

Raccontare il passato per parlare del presente significa mettere in scena il trauma non come evento concluso, ma come ferita aperta che attraversa i corpi, i linguaggi, le relazioni. E infatti nei romanzi della postmemory le protagoniste sono spesso bambine, adolescenti, figlie: soggetti in formazione, in divenire, proprio per questo in grado di ereditare e rielaborare i traumi che non hanno vissuto direttamente, ma che le abitano. I romanzi di Baldelli, Soriga e Verna riescono a far sentire sulla pelle di chi legge che la violenza non è finita, che ha solo cambiato forma – e che resistere è ancora un verbo al presente.

Intervista a Italo Bonera. La costante ricerca di un punto di vista

 

di Michele Burgio 

D: “Te lo dico così a brutto muso: l’argomento, le dimensioni;, l’intreccio… non c’era un solo motivo per cui il tuo romanzo [Il male che fa bene] dovesse piacermi o  interessarmi. Invece sei stato una grandissima sorpresa”. La prima volta che mi rivolsi a Italo Bonera, gli scrissi queste parole. Avrebbe potuto rispondermi male, e a ragione. Non lo fece, anzi fu gentile. Ma facciamo un salto indietro di qualche mese. Era una sera d’inverno piuttosto fredda quando, sotto casa loro, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, direttori della collana Le dalie nere per Ianieri Edizioni, mi dissero: «Abbiamo tra le mani l’inedito di un autore non siciliano. Una gran bella scrittura». Ecco, non dissero in sé “un romanzo”, dissero proprio “una scrittura”. Giacomo e Raffaella sanno che per me la storia è fondamentale, ma divento subito insofferente quando non è sorretta da una penna solida, sicura. La riservatezza proverbiale di questi due amici mi dissuase quella sera dal tentare di scoprire di cosa trattasse il romanzo e, a maggior ragione, chi ne fosse l’autore. Una curiosità di scuderia, visto che anch’io ho pubblicato due romanzi per Le dalie nere, collana che apprezzo per questa e altre ragioni. Come sei arrivato a Ianieri Edizioni?

 R: Malgrado si parli parecchio di romanzo noir, per un piccolo autore di genere non sono tante le case editrici raggiungibili e ben distribuite. Avevo notato sui social la collana “Le dalie nere” che sembrava adatta al mio lavoro, così mi sono rivolto a Ianieri. Certo, non è stato l’unico editore a cui ho proposto “È stata legittima difesa”, ma è stato il primo a darmi un riscontro positivo – molto positivo devo dire, anzi, lusinghiero. Quando trovi un editore che crede nel tuo lavoro, non ci pensi due volte. Sono grato a Giacomo e Raffaella per il loro giudizio, davvero importante per me, e sono
contento di aver conosciuto la professionalità di Raffaella come editor, la competenza dello studio grafico, nonché la grande disponibilità di Mario Ianieri.

D: Ma vorrei tornare a ciò che dici riguardo alla scrittura. Lo condivido: secondo me è importante la qualità della scrittura; la narrazione conta, ma vale ancor più il piacere di leggere – tanto che, da lettore, se lo stile di un libro non mi convince, posso abbandonarlo anche soltanto dopo poche pagine. Per scoprire che Giacomo e Raffaella stavano parlando di Italo Bonera, ho aspettato che il freddo si mutasse nell’afa di luglio, quando è arrivata dall’editore l’ufficialità. L’uscita di “È stata legittima difesa” era prevista per settembre 2024, il libro non era ancora disponibile. Così, preso dalla curiosità, ho cercato altre sue pubblicazioni. Tra le altre, avrei potuto scegliere Io non sono come voi (Gargoyle, 2013), oppure Rosso noir. Un pulp italiano (Meridiano Zero, 2017); volendo approcciare a qualcosa di recente, ho scelto infine Il male che fa bene (Calibano Editore, 2023).Si tratta di un’avventura ad alta tensione giostrata tra Beirut, il deserto siriano, Istanbul e (sic) Brescia. Lo iniziai a leggere piuttosto perplesso, lo ammetto, non perché dubitassi delle capacità dell’autore o della forza della storia, ma perché ho orizzonti di lettura – ahimé – ristretti e comunque diversi. Lo scrittore di razza, però, traspare dalle prime righe, e quel romanzo l’ho divorato in pochi giorni. Chissà quali erano i modelli di Bonera, mi domandavo. Adesso, quella domanda posso farla. Quali sono stati gli elementi del tuo apprendistato letterario? Cosa hai letto? Cosa leggi?

R: Grazie per l’interesse, la fiducia e per le tue parole su “Il male che fa bene”: «l’ho divorato» è un commento che mi fa molto piacere, anche perché quello è stato il mio primo romanzo ambientato nella contemporaneità. Riguardo alla domanda, amo la narrativa di genere, italiana e non solo. Ho iniziato leggendo fantascienza, molti anni fa; successivamente sono passato al (come si dice oggi) mainstream contemporaneo e ho esplorato vari percorsi trovandomi a mio agio con il noir. Leggo anche gialli e spionaggio. Tovo sempre piacevoli le pagine di Georges Simenon, Ross Macdonald, Ed McBain, Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo. E poi Gérard de Villiers, Lee Child, Andy McNab, Stefano Di Marino, ma anche Philip Roth, Romain Gary, Niccolò Ammaniti, Luca Ricci, certo di aver dimenticato molti altri. Se sei curioso, sul mio profilo Anobii si trovano tutte le mie letture – il link è anche sul profilo Facebook. Di recente ho apprezzato “Bambino” di Marco Balzano: una scrittura magistrale con personaggi scolpiti e uno sguardo acuto su Trieste e sugli avvenimenti accaduti in Venezia-Giulia tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale.

Un ritratto dell’autore Italo Bonera

D: Finito di leggere un suo primo romanzo, è cresciuta in me la voglia di capire meglio chi fosse Italo Bonera. Ho scoperto che ha superato i sessant’anni e scrive da venti. Hai dunque iniziato a pubblicare in età adulta. Mi pare di capire che tutto inizi nel 2004 quando col racconto American dream vinci il premio Fredric Brown per racconti brevi indetto da Delos Books. Ci racconti com’è andata?

 R: Avevo da poco letto “Gli apprendisti stregoni” di Robert Jungk, la storia degli uomini che costruirono l’atomica, dove si capisce come il progetto Manhattan sia stato possibile soltanto grazie agli scienziati emigrati in America per abbandonare un’Europa preda dei nazifascismi. Inoltre, avevo visto il film “Bowling for Columbine” di Michael Moore, ed era ancora forte il ricordo delle torri gemelle. Dalla contaminazione di quelle suggestioni nacque l’idea del racconto. Chi ha paura fugge oppure attacca. Se è armato, attacca. Nel raccontino ambientato in un prossimo futuro, l’America ha reagito in modo abnorme alle proprie paure usando nuovamente l’atomica,
isolandosi così dal mondo civile. Il protagonista, un americano medio(cre), contempla il suo Paese in declino, non più in grado di far promesse, abbandonato dal mondo e quindi da abbandonare, condannato dalla propria arroganza.
Quando Silvio Sosio di Delos book mi chiamò al telefono per invitarmi alla premiazione, non avevo capito che sarei stato il vincitore: dovette insistere. Ricevere in modo inaspettato il Premio Fredric Brown per “American dream” è stata una spinta decisiva verso l’attività della scrittura. Devo molto a Silvio Sosio.

D: Bonera appartiene alla tipologia di scrittori che riesce a scrivere in coppia, una cosa che mi ha sempre incuriosito. Esordisce per la grande editoria con un romanzo a quattro mani scritto con Paolo Frusca, scrittore bresciano come lui, che poi avrebbe avuto una fortunata carriera come scrittore sportivo. Tutto nasce da una telefonata di Sergio Altieri [ai più noto come Alan D. Altieri, scrittore di genere e curatore editoriale per Mondadori] che imprime una virata importante alla sua carriera di scrittore. Così arriva alle stampe Ph0xGen! (Mondadori, 2010).Con Frusca hai poi pubblicato anche Cielo e ferro. Il futuro è cambiato (La Ponga, 2014). Come nasce la vostra collaborazione?

 R: È nata senza prenderci sul serio. Amici da diversi anni, lui trasferito a Vienna, nei primi anni Duemila siamo rimasti in contatto via e-mail, sfaccendati che strologano di massimi sistemi come perdigiorno da bar. “E se l’Austria avesse vinto la prima guerra mondiale?” fu una delle uscite di Paolo. Da lì, l’idea di una narrazione ambientata in quell’universo impossibile, idea che mi vedeva scettico, perché “io sono un fotografo, non uno scrittore”, dicevo. Quando però Paolo abbozzò alcune pagine, iniziai a metterci del mio. Da lì in poi fu un continuo scambiarsi file ai quali ognuno aggiungeva qualcosa, tagliava, modificava in modo caotico e senza un vero metodo. Alla fine ci
trovammo tra le mani una quantità di capitoli, scene di un film senza sceneggiatura. Le
“montammo” riuscendo a ottenere – con stupore di entrambi – qualcosa di leggibile.

 D: Ecco, sono d’accordo. Più che cinematografica, definirei fotografica la scrittura di Bonera. Si va per scatti. Un vicolo, un lampo di sole, una donna grassa, un bar con la saracinesca semiabbassata. La fotografia è per te un riferimento per ciò che riguarda la costruzione letteraria delle scene, della narrazione? Quanto contano la luce, il movimento, l’inquadratura?

R: C’è qualcosa di vero. La pratica della fotografia obbliga a uno sguardo, a un punto di vista; fotografare significa incorniciare e isolare un lembo di realtà là dove gli altri vedono soltanto consuetudine. Forse sono state la ricerca di un punto di vista e di uno sguardo nuovo, più che la luce, ad avermi appassionato alla fotografia. Eppure, guardo con ammirazione le opere di grandi autori che sanno, in una sola immagine, raccontare una storia intera, come certe potentissime fotografie di Ernest Haas o di Margareth Bourke-White, che io non saprei mai realizzare. Sarà per questo che oggi mi trovo a mio agio con la narrativa, soprattutto nella forma breve del racconto, piuttosto che nella costruzione articolata di un romanzo: uno scatto, una storia.

Erika La Ragione e le donne libere dello Spazio Donna Zen

a cura di Ivana Margarese e Nina Nocera 

Conversiamo con Erika La Ragione, attrice e regista teatrale, curatrice di “LIBERE” lo spettacolo che conclude l’esperienza del laboratorio teatrale dello Spazio Donna Zen,  al quale hanno partecipato le donne del quartiere palermitano, andato in scena – per la prima volta – al Teatro della Chiesa San Filippo Neri e in  replica a Capaci per l’apertura della manifestazione “Muliebris_festival dei diritti delle donne”.

Il titolo evoca la scelta di campo, oltre che la tematica dominante, improntata alla libertà creativa e alle energie positive  che si sprigionano attorno a un progetto di espressione teatrale costruito dalle donne del quartiere.

Nina: Nell’attuale panorama culturale – mi riferisco in particolare all’ambito teatrale -l’esperienza dello Spazio Donna Zen riflette l’esigenza di creare un ponte tra società civile e arte, condividendo e fondendo socialità e spettacolo, spazio collettivo e personale .Lo spettacolo racconta un vissuto di storie che ci restituiscono la poesia dei quartieri “difficili” coniugata alla capacità di toccare temi che partono da un vissuto personale, per diventare parte di una narrazione universale. Quanto e come ha inciso l’esperienza del teatro nella vita delle donne coinvolte? Cosa ha significato mettersi in gioco in maniera così profonda e autentica?

 Erika: Lo spettacolo “L I B E R E” nasce dal laboratorio di teatro che quest’anno ho condotto allo Spazio Donna Zen, che nel 2024 compie dieci anni, dieci anni di attività continua e costante in cui le operatrici non si sono mai arrese, un esempio di resistenza, forza e coraggio. Con la tua espressione “poesia dei quartieri difficili” centri proprio l’essenza del mio lavoro, ritengo che ogni essere umano, che viva o meno in contesti difficili, abbia dentro una sua poesia e un’incredibile bellezza, poesia e bellezza di cui tutte e tutti siamo portatori sani, ed io con il mio lavoro cerco di tirarle fuori. Ad uno degli incontri abbiamo lavorato su una poesia di Gianmaria Testa,La bellezza esiste”, frase che è diventata il nostro motto alla fine di ogni incontro e prima di andare in scena, insieme all’importantissimo “Merda, Merda, Merda!!!”.

Sicuramente i contesti popolari e periferici hanno una teatralità diffusa e più accentuata, avevo sempre con me un quaderno in cui appuntavo frasi, battute, sogni, speranze che poi a poco a poco sono diventate le otto scene dello spettacolo.

Penso che l’esperienza teatrale di quest’anno abbia inciso molto positivamente nella vita delle donne coinvolte donando loro una maggiore fiducia in se stesse e nel gruppo, accrescendo la loro autostima. Durante gli incontri le donne si aprivano sempre di più lasciando vedere in tutta onestà chi erano e cosa volevano, ho sempre apprezzato la loro autenticità e sincerità. Quasi tutte erano al loro debutto teatrale e in alcune scene hanno interpretato se stesse, il ruolo più difficile per un’attrice/attore,  interpretare un personaggio è più facile in quanto ti protegge non facendo capire chi davvero sei, e loro si sono messe in gioco in modo straordinario, e grazie al processo laboratoriale durato dieci mesi in cui si sono analizzate e affrontate anche le loro paure e angosce, hanno  superare la prova di esibirsi davanti a un pubblico numeroso in maniera a mio parere sublime, riuscendo ad ottenere quell’unione tra processo e prodotto artistico finale che nel mio modo di lavorare è molto importante. Spesso si pensa che il teatro sociale non debba essere anche bello, invece per me è essenziale coniugare etica del processo ed estetica del prodotto e dare al teatro sociale la sua dignità estetica. 

 Ivana: L’ascolto dei vissuti e dei desideri delle donne, che animano ogni giorno lo Spazio Donna Zen, immagino sia stato fondamentale nel progetto del lavoro teatrale. Quanto questa fase di ascolto reciproco è stata preziosa? Cosa è emerso e cosa hai e avete scelto di mettere in scena?

 Erika: L’ascolto dei vissuti e dei desideri delle donne sono stati fondamentali nel lavoro teatrale. Sin dal primo incontro avevo sempre con me un quaderno in cui appuntavo le cose che mi colpivano maggiormente, come la frase “Non avevo stima di me, non credevo in me, qui ho trovato la luce” che poi è diventata parte della drammaturgia insieme ad altre frasi ed episodi venuti fuori durante il nostro percorso.

Non sono arrivata allo Spazio Donna con un’idea precostituita e confezionata, con un copione già scritto da mettere in scena, non è nel mio modo di lavorare e penso anche sia più semplice scegliere un testo e rappresentarlo, per me è una sfida anche il tema che si affronterà e il modo in cui viene sviscerato, mi piace analizzarlo insieme a3 partecipant3 del laboratorio, facendo anche degli esercizi di scrittura creativa e chiedendo loro di svolgere dei piccoli compiti che servono a me per capire sempre di più chi ho di fronte, chi sono, cosa vogliono, cosa desiderano. Nella costruzione del copione sono partita dalle donne e dai racconti delle operatrici dello Spazio Donna, all’interno dello spettacolo c’è anche un’intervista che ho fatto a Lara Salomone, la presidente di Hàndala, l’associazione che gestisce da dieci anni lo Spazio Donna Zen, e  che mi ha dato l’opportunità di condurre il laboratorio di teatro.

Nina: Come hai affrontato il ruolo di regista in questo contesto? Ci sono stati momenti in cui hai incontrato difficoltà o resistenze?

Erika: Una piccola premessa sulla mia formazione. Nasco attrice, sono diplomata alla Scuola per Attori del Teatro Stabile di Torino, ma ad un certo punto del mio percorso artistico sentivo che mi mancava qualcosa, che non mi bastava stare in quinta ad aspettare il mio ingresso in scena, fare solo provini e casting. Sentivo di tenere tra le mani una ricchezza che andava condivisa, il teatro è un meraviglioso strumento di conoscenza di se stessi e della realtà che ci circonda, e ho sempre avuto una predisposizione per l’impegno sociale, così a 25 anni mi sono iscritta anche al corso di laurea in Scienze dell’Educazione dell’Università degli Studi di Torino per indagare l’aspetto educativo e pedagogico e poterlo applicare alla mia  parte teatrale. Dunque ho quella che si chiama doppia competenza, artistica ed educativa, che per agire nei contesti difficili ritengo sia fondamentale, e non sempre è richiesta e magari alle volte ci si improvvisa conduttori di teatro sociale. Questo per dire che ho studiato sodo per raggiungere i miei obiettivi e l’esperienza di quest’anno allo Spazio Donna Zen si va ad aggiungere ad altre esperienze di conduzione di laboratori con non professionisti, ma sicuramente è stata finora per me la più importante perché mi ha permesso di agire in maniera costante e continuativa con un gruppo di donne di un contesto difficile come quello dello Zen che non offre tanti spazi di socialità e aggregazione, e il cambiamento avviene proprio nella costanza, spesso invece i ritmi dei laboratori teatrali sono scanditi da ore terminate le quali il cambiamento in atto si interrompe, e a quel germoglio di bellezza seminato non si permettere di sbocciare e fiorire.

Per quanto riguarda i momenti di difficoltà e resistenze, imposto tutta la prima parte del lavoro sul creare un ambiente ottimale e piacevole in cui ci sia una fiducia reciproca tra conduttrice e partecipanti e in cui ci si possa sentire davvero libere di essere se stesse, senza imbarazzi e senza giudizio. Questo ha permesso di arrivare senza eccessive difficoltà alla preparazione dello spettacolo e alla sua messinscena che sicuramente è un momento che può generare ansie e tensioni. Certo, ce ne sono state, ma l’aver costruito un terreno precedente di fiducia nei miei confronti ha permesso di affrontarle senza problemi.

 Ivana: Ho conosciuto le donne dello Spazio Zen due anni fa durante una visita con la mia classe quinta per un progetto scolastico. Sono rimasta incantata dal loro spontaneo talento espressivo e dalla capacità di coinvolgere gli studenti. È stata una giornata memorabile che mi ha anche fatto riflettere su quanto avrei potuto imparare da queste donne in termini di coraggio e ironia. Ti chiedo quindi cosa hai imparato tu a livello di esperienza personale ( e professionale)?

Erika: Sì, sono delle donne meravigliose e per me è stato un onore conoscerle e poterle condurre per mano sulla scena. Mi hanno permesso di vedere tutta la loro bellezza e poesia, ognuna a suo modo, uniche nella loro diversità. Lo spettacolo ho deciso di chiamarlo “L I B E R E” perché nei mesi trascorsi le parole libertà, libera, libere, sono quelle che sono venute maggiormente fuori. Le donne che frequentano lo Spazio Donna Zen sono delle donne che hanno conquistato a poco a poco la loro libertà, che settimana dopo settimana si prendono cura di loro se stesse e lo fanno insieme alle altre in un luogo che per loro è ormai casa. Dunque queste donne mi hanno insegnato che bisogna prendersi i propri spazi di libertà, che quando entro allo Spazio Donna lascio un po’ le preoccupazioni fuori e mi godo le attività proposte che iniziano tutte con una bella tazza di caffè che ci gustiamo in tutta calma e serenità. Mi hanno anche insegnato che non c’è fretta, che bisogna rilassarsi e ridere, ridere tanto, come solo le donne sanno fare quando stanno insieme. Penso anche di aver migliorato la mia capacità di ascolto dei bisogni di una comunità teatrale, di analisi di una situazione, con lo scopo di far vivere in maniera più serena possibile un’esperienza. Dunque sia dal punto di vista personale che professionale mi hanno insegnato molto, sono il mio piccolo tesoro che custodirò per sempre nel cuore.

 Ivana: Vorrei chiederti come nasce l’incontro con la Consulta di Capaci e il Festival dei diritti delle donne, Muliebris?

Erika: Fiorenza Giambona, Assessora alla cultura e alle pari opportunità di Capaci, è stata attratta dai post, dalle foto e dai video pubblicati sulle pagine social dell’Associazione Hàndala. Da lì l’incontro con noi e la proposta di aprire con il nostro spettacolo la quarta edizione del Muliebris, festival sui diritti delle donne.

Le donne hanno debuttato il 9 luglio presso il Teatro della Parrocchia San Filippo Neri davanti un pubblico di duecento persone, composto da abitanti del quartiere Zen e persone venute appositamente dal centro della città per assistere allo spettacolo, e nella stessa settimana hanno replicato il 12 luglio a Capaci, in un palco allestito in piazza all’aperto, un’altra grande prova per un gruppo di donne non professioniste. In entrambe le repliche sono state bravissime.

 Nina: Pensi che questo progetto possa diventare un laboratorio residenziale per continuare proficuamente l’opera di riqualificazione del quartiere? Avete altri progetti in cantiere?

Erika: Abbiamo intenzione di portare lo spettacolo in tournée, devo giusto partorire un bimbo, Diego, al quale sto già insegnando l’arte della poesia e della bellezza, e che ha un sacco di zie pronte ad accoglierle allo Spazio Donna Zen. Io mi occupo in particolare di teatro comunitario che nasce in Argentina, a Buenos Aires  nel 1983, all’indomani della dittatura militare appena conclusa. Ha alla base l’idea che tutti possono fare teatro e recitare, e non solo gli attori professionisti perché tutti abbiamo un bisogno di espressione che va soddisfatto. Il teatro è inteso come strumento di trasformazione sociale e attiva processi di coscienza collettiva. La mia esperienza  come artista, conduttrice di laboratori di teatro e regista nasce a Torino con la compagnia assaiASAI e con Paola Cereda che reputo la mia mentore e mi ha formata come operatrice di teatro sociale. Dopo 14 anni ho deciso di fare ritorno a Palermo, nella mia città natale per la quale nutro un amore viscerale, proprio per contribuire anch’io al cambiamento sociale, già in atto da anni, di questa nostra meravigliosa città, la mia forza è il teatro, credo nelle collaborazioni e nella condivisione. Dunque mi auguro di poter continuare a seminare bellezza e poesia a Palermo.

PARLIAMONE CON MARIA SILVIA BAZZOLI, AUTRICE DEL ROMANZO LA VOCE DI AJLA

di Emilia Pietropaolo

 

Maria Silvia Bazzoli, laureata al DAMS, giornalista free-lance, curatrice di rassegne e festival di cinematografici, autrice di saggi, pubblica con la casa editrice “Forum Editrice” il suo primo romanzo La voce di Ajla, un romanzo crudo e intenso. Un romanzo capace di attirare il lettore, tanto da trasportarlo attraverso la Voce di Ajla, tra madre e figlia (Alina) nel passato, nella guerra dei Balcani negli anni Novanta. Un romanzo che tratta tematiche attuali: le guerre che si sentono ancora, e che, coinvolgono specialmente le Donne. 

Quando si addormenta stremata gli incubi la risvegliano. Per questo non vuole dormire. Perché non c’è niente di più atroce che svegliarsi e scoprire che l’incubo non è un sogno. Finché cammina è obbligata a concentrarsi, a stare all’erta, a fare attenzione a ogni minimo indizio che percepisce, vede, sente, annusa. Questo le permette di non pensare, di scacciare l’orrore e il dolore, di non farsi sopraffare dalla disperazione. Ma appena si addormenta tutto ritorna talmente vivido da farle sentire ancora il puzzo del loro alito imbevuto d’alcool, le risate sguaiate, i loro gemiti osceni mentre la umiliano gettandosi su di lei come bestie in calore possedendola fino a lacerarla. (p. 93)

Dato che lei ha trattato la violenza sessuale durante la guerra in Jugoslavia, negli anni Novanta, volevo sapere se c’è qualche legame con altri romanzi, in particolare “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini e “Come se io non ci fossi”, romanzo della scrittrice croata Slavenka Drakulić, poiché questi parlano della violenza sessuale proprio in quel periodo.

  • No, non c’è nessun legame perché io non ho letto questi due romanzi, poi magari i legami ci sono, ma non intenzionali, potrebbero esserci dei temi ricorrenti, come appunto atmosfere e problematiche comuni.

 

Per quanto riguarda il mutismo della madre di Alina, il fatto che lei non parli più dopo la guerra può essere considerato come una protesta?

 

  • No, non è una protesta. Quando si subisce un trauma come lo stupro la maggior parte delle donne reagisce con il silenzio, il silenzio perché da un lato le donne che sono stuprate non sono in guerra, questo generalmente ma soprattutto in guerra sono stigmatizzate dalla società e quindi non troverebbero il giusto supporto, e dall’altra parte è la stessa società che preferisce il silenzio, perché comunque lo stupro, anche a livello istituzionale, per la società è un’onta, rimanda comunque a scenari arcaici, di violenza e bestialità, quindi la stessa società che l’ha subita preferisce negarla; inoltre le donne che hanno subito stupri durante la guerra sono allo stesso tempo anche testimoni molto scomode, perché sono le uniche che testimoniano l’orrore, scavalcando ogni gerarchia e classificazione etnica o confessionale. E poi c’è anche un altro motivo, tra un trauma così profondo com’è lo stupro e l’outing, la parola, c’è un gap, un gap che va colmato, e di solito non si riesce a colmarlo da solo: molte donne che hanno subito stupri nell’ex Jugoslavia si sono suicidate e quindi hanno scelto il silenzio per sempre, e le altre hanno trovato la parola attraverso il supporto di altre donne, di contesti come ad esempio le donne in nero, che hanno lavorato moltissimo in quegli anni e subito dopo per creare contesti in cui la donna violentata si senta accolta e riesca a ritrovare una parola, cioè tra il silenzio e il desiderio di dimenticare della stessa donna e la voglia di raccontare c’è veramente un gap profondissimo, e quindi io ho scelto proprio madre e figlia perché l’una ha bisogno dell’altra, la figlia Alina ha bisogno del silenzio della madre per arrivare a capire che deve farsi delle domande sull’identità della madre e sulla sua stessa identità, e Ayla, la mamma, ha bisogno della voce della figlia per ritrovare la propria.

 

Infatti, anche il rapporto madre-figlia mi è piaciuto tantissimo, la loro simbiosi risulta molto interessante, perché comunque alla fine la figlia riesce a capire il dolore della madre, essa stessa dice che lei è figlia di una guerra.

  • Sì, chiaramente essendo figlia di una donna che ha subito una guerra, anche lei è figlia di una guerra, però ecco il romanzo rimane molto vago, aperto, e l’ho voluto tenere aperto volontariamente, proprio perché la stessa Alina decide che non è importante chi sia il suo effettivo vero padre biologico, e quindi traccia un nuovo modello di appartenenza che non è più quello della famiglia patriarcale ma è quello della scelta di una famiglia allargata, che supera i legami di sangue e tracciando il perimetro di Parigi, nella quale è vissuta, e rivedendo le persone con le quali ha condiviso la propria infanzia decide lei di tracciare questo perimetro all’interno del quale scegliere chi fare entrare e chi non fare entrare, e quindi questo è, almeno per me, il messaggio più innovativo e anche sovversivo, radicale, di Alina, cioè “la mia identità me la costruisco io indipendentemente da chi sia mio padre”, cosa che rimane vaga, perché comunque il libro non lo svela.

 

Sono d’accordo con lei.

 

Come mai ha scelto proprio questo contesto storico, della guerra nei Balcani, per parlare di questa storia?

 

  • Avrei potuto veramente collocarla nell’attualità, poteva essere siriana, afghana, sudanese, di qualsiasi altra nazionalità, palestinese adesso, libica, in realtà perché noi adesso ragioniamo solo in termini di attualità, di emergenza, e così facendo non avanziamo mai, invece c’è questa guerra, che è stata la prima guerra, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Europa, che è una guerra che è stata dimenticata, rimossa dalla memoria collettiva, tant’è che allo scoppio della guerra in Ucraina più di una persona, compreso il nostro ex Ministro degli Esteri Di Maio, hanno sostenuto che la guerra in Ucraina fosse la prima guerra dopo la seconda guerra mondiale, e io mi chiedo, le persone che hanno vissuto la guerra nei balcani si stanno rivoltando nella tomba a sentire parole simili, perchè mi chiedo allora quella cos’era? Ed è una guerra che si è voluto per mille ragioni dimenticare ma che invece è molto importante, perché è stata una disfatta totale dell’Europa e io credo che gli scheletri nell’armadio non facciano bene a nessuno, perché anche se sono nascosti comunque vanno ad incidere sulla nostra convinzione, sul nostro pensiero, tant’è che appunto, il fatto di averla rimossa fa sì che oggi ci siano persone che dicano che la guerra in Ucraina sia la prima guerra in Europa.

 

Anche del genocidio degli armeni non si parla.

 

  • Sì, ma io sto parlando proprio di guerre avvenute in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e questa è stata proprio la prima guerra che è stata una sconfitta, la sconfitta dell’Europa che si è dimostrata incapace di gestirla, incapace di affrontarla, si è divisa, non ha trovato una politica comune e ha permesso che questo avvenisse in nome del Nazionalismo. Tra l’altro appunto non è una guerra etnica come ci è stata raccontata perché quello lo possono credere solamente i “fessi”, è stata una guerra studiata in laboratorio, e appunto va ricordata e non va dimenticata.

 

Sono d’accordo però fortunatamente ci sono scrittrici come *nome* che parlano proprio di questa guerra nei Balcani, si prova comunque a non dimenticarla.

 

  • La conosco molto bene, ho letto molti suoi libri, non quello che ha citato ma molti altri ed è una scrittrice che apprezzo moltissimo.

 

Come mai non ha terminato il romanzo con l’incontro padre-figlia fisicamente, ma solo virtualmente? Il finale mi ha lasciato un po’ interdetta perché io speravo che tutti e tre si ricongiungessero.

 

  • Perché volevo appunto lasciarlo aperto, perché non è importante il rincontro, questo dà inizio ad una nuova storia perché non si sa chi è, non si sa che vita ha fatto, cosa ha costruito alle sue spalle, né tantomeno si sa se è effettivamente il padre: si sa che è una figura importante per Ayla, ma per Alina, nessuno sa se è il vero padre di Alina, se lei è nata dal suo seme o da quello degli stupratori. Quindi, non volevo un finale chiuso, era secondario, mi interessava sollevare appunto il discorso dell’identità e di come ci si possa ricostruire un’identità dopo una tale violenza, dopo la guerra e dopo un esilio interiore, cioè Ayla è muta perché è alienata da se stessa, perché vive perennemente in un passato che le mangia il presente e quindi anche lei deve ritrovare la propria identità.

 

Anche perché dopo una questione del genere perdono completamente tutto, non solo l’identità, ma anche la lingua.

  • Certo, quando si è esuli si perde tutto, anche la propria lingua nei paesi stranieri poi la si parla difficilmente e Ayla l’ha persa completamente perché comunque l’indicibile non trova nessuna lingua per essere raccontato, ha bisogno di una lingua particolare che va trovata col tempo, con l’accoglienza, ripeto le donne in nero hanno lavorato moltissimo su questo, un tema importante del romanzo è il filo, l’arte del ricamo del cucito, ha un valore narrativo ma anche un valore simbolico perché da sempre le donne tessono legami, e per ritrovare la voce dopo lo stupro c’è bisogno di ritrovare, di ricucire un senso all’esperienza drammatica che si è vissuta. Per fare questo è indispensabile ritessere il passato, trovarne il filo, e per farlo è necessario tessere relazioni che accolgano e che permettano alla voce di ritrovarsi, quindi diciamo che il tema del filo, del ricamo e del cucito non è casuale, se pensiamo alla mitologia ci sono delle figure, come Penelope, che è una figura emblematica perché attraverso il fare e disfare della tela riesce ad essere artefice e controllare la propria vita, ma ci sono altre figure mitologiche importantissime, come Arianna, è lei che dà il filo a Teseo per ritrovare la strada nel labirinto, perché? Perché Teseo è un uomo e non gli viene assolutamente in mente di usare un filo, non sa nemmeno che cos’è. I Proci non hanno minimamente idea di quanto tempo Penelope debba impiegarci a tessere il sudario per Laerte, quindi è un’arte prettamente femminile. Aracne, che è una delle figure mitologiche più importanti legate all’arte della tessitura, la usa nella sfida con la Dea Atena, che esalta nel suo arazzo la grandezza degli Dei; infatti, punisce Aracne perché ha avuto la spudoratezza di sfidarla, ma che cosa invece tesse Aracne? Narra l’abuso del potere degli Dei, che si trasforma in animale per violentare le fanciulle indifese; quindi, narra uno stupro ed è per quello che è punita da Atena, non tanto per la sua tracotanza. La figlia di Pandione, re di Atene, anche lei usa la tessitura perché le viene tagliata la lingua dal suo stupratore che è il marito della sorella e decide che, anche senza lingua, lei vuole denunciare lo stupro, quindi la tessitura è la voce delle donne in quel periodo: non avevano altro modo per esprimersi se non la tessitura, che non era solo un’attività ricreativa o necessaria per cucire e tessere, ma era anche il pennello e i colori delle donne a cui non era dato accesso ad altre arti, e quindi è strettamente legato alla voce, per me sono fondamentali queste prime figure mitologiche che hanno usato la tessitura per denunciare uno stupro, Aracne a livello del mondo degli Dei, e Filomena; ha quindi un valore simbolico e narrativo molto potente.

 

Infatti, la questione del ricamo è come se fosse un’eredità che si trasmette tra madre e figlia, tant’è che la figlia diventa una persona importante anche grazie alla madre che le aveva insegnato l’arte del ricamo. 

  • Ci sono tante figure nel corso della storia che rappresentano ed interpretano l’arte del ricamo, che è l’arte femminile per eccellenza, va a simboleggiare la relazione con il passato, il presente ed il futuro. Alina con la sua opera d’arte unisce queste tre dimensioni temporali, e così hanno sempre fatto le donne attraverso la tessitura. E rappresenta anche la genealogia che Alina sta cercando di dare forma a qualcosa che ancora non ce l’ha, cioè appunto la sua genealogia, perché da sempre il filo genealogico è nelle mani delle donne: i re una volta quando avevano una moglie che non dava figli la uccidevano e ne prendevano un’altra e sono le madri in realtà che assicurano una genealogia, perché appunto i padri possono partire, rinnegare i figli, ma sono sempre le madri che accudiscono e assicurano la crescita dei figli. Alina fa proprio questo, ripercorre la propria genealogia ma decide di essere ancora più sovversiva, perché non le va bene quella genealogia, non lo sa, non le importa alla fine, decide di disegnare lei il perimetro all’interno del quale inserire la sua famiglia, e chi è e chi non è la sua famiglia, e questo credo che dovremmo farlo tutti noi oggi, cioè comunque il rapporto genitori-figli è sempre un’adozione, anche quando si è genitori biologici, c’è bisogno dell’atto d’amore dell’adozione.

 

Sono d’accordo, assolutamente, e devo ammettere che nel romanzo ha inserito davvero molti temi, che mi hanno molto colpito.

 

La rivoluzione di Olympe. Intervista a Sarah Ile Belmonte

di Ivana Margarese e Nina Nocera

Nina: Il tuo ultimo romanzo La Musa Scarlatta ruota attorno al personaggio di Olympe de Gouges, donna dallo spirito indomito e passionale, scrittrice e attivista francese vissuta nella seconda metà del settecento che si batte pere la causa delle donne, degli esclusi, degli ultimi della società . Olympe è un personaggio realmente esistito, conosciuto, come dici nelle note finali del libro, in un testo universitario. È una delle tante donne che hanno contribuito alla lotta per i diritti femminili e che sarebbero rimaste sconosciute se qualcuno, come hai fatto tu, non avesse dato loro la possibilità di rivivere in un romanzo. Qual è la genesi di questo personaggio e cosa hai aggiunto – direbbe Manzoni- al dato storico per creare una storia così avvincente?

 R: Quando ho capito che avrei voluto dare voce a de Gouges, mi  sono accollata la responsabilità di non snaturare la sua potenza  immaginativa e di non sminuire il suo pragmatismo. Pragmatismo e immaginazione non vanno certo sempre di pari passo, ma per un personaggio così tondo era necessario trovare un equilibrio. La genesi non è stata semplice, frutto delle letture di tutti i libelli politici che sono arrivati ai nostri giorni, ove possibile in italiano, altrimenti in inglese e francese, è stata una lunga chiacchierata col passato.

Le letture mi hanno restituito una donna, pensatrice, attivista, colta, che aveva una visione precisa di quello che stava succedendo alla Francia del suo tempo. Non è stata semplice neppure la gestione del suo animo impetuoso e ribelle, ma una volta compresane l’umanità, quale filo conduttore del suo pensiero e della sua lotta, tutto è diventato più chiaro.

Olympe, o meglio ciò che la storia ci ha dato di lei, per anni ha sofferto dietro al giudizio troppo affrettato di chi ne voleva fare una ‘bandiera al vento’, perché nasce monarchica e muore repubblicana, ma studiandola ho compreso che le sue scelte erano figlie di un cambiamento richiesto dalla stessa Rivoluzione. 

Ho aggiunto ciò che non passa dalla letteratura politica e politologica ovvero le fragilità, le passioni, gli ardori di una donna, le preoccupazioni di una madre. Se la si legge, qua e là si trovano pezzi di lei come donna, essere umano, e raccontarli, immaginarli, crearli, è stato un momento molto bello del processo di scrittura.

È proprio questo il senso del ‘dar voce’ a un personaggio realmente esistito, farlo vivere senza snaturalo.

 

 Ivana: Olympe de Gouges  è una figura che colpisce, oltre che per la passionalità quasi sfrontata, per la profonda coerenza morale, anche nel coraggio con cui va incontro alla morte a cui è stata destinata. Ti domando come è stato per te scrivere su una donna così singolare e a quali elementi ti sei affidata per rappresentarla.

R: Non faccio un torto a nessuno, neppure al mio libro, se dico subito che avere scoperto che è morta ghigliottinata per le sue idee, è stato il momento in cui ho deciso di voler parlare di Olympe de Gouges con la mia scrittura.

Si capisce la forza morale, etica, storica, politica, di una persona che lotta fino in fondo e crede fermamente in ciò che dice fino alla morte?

È un pensiero talmente grande da farmi spavento.

All’inizio avevo chiara solo una cosa: volevo farla rivivere, volevo che il mio libro potesse servire per farla conoscere ai più. Poi, tutto è cambiato è ha assunto i tratti di un romanzo viscerale, di pancia e cuore.

Non sono di certo l’unica che ne ha parlato, soprattutto in Francia c’è una migliore attenzione negli ultimi decenni, ma come scrittrice di romanzi di narrativa ho sempre saputo che avevo la possibilità di esplorare una fetta di umanità che si perde, necessariamente, nei testi di scienza politica, o di storia.

Pian piano, mi sono innamorata di lei e ho avuto momenti in cui i dubbi mi attanagliavano, perché non sapevo se avevo tutte le abilità per rendere al meglio la sua passione, la sua scelta così ardita, perché no, i suoi sbagli. Tutt’oggi mi chiedo se una pagina, una scena, poteva essere scritta in altro modo, se c’è qualcosa che mi sono persa, o che involontariamente ho omesso, ma il bello di avere a che fare con persone che lasciano il segno è proprio questo, sentire di dovere ancora qualcosa; alle presentazioni cerco di far affiorare qualche aneddoto, un ricordo, una sensazione, un angolo di lettura che non ho potuto inserire nel libro, perché di lei si sappia sempre di più.

Gli elementi di cui non ho potuto fare a meno sono stati: la condizione della donna in cui era calata Olympe, la Francia rivoluzionaria, Parigi e il popolo, i reali, tutti cardini della visione chiara di de Gouges, a cui non potevo non dare spazio.

 Nina: La vita di Olympe è scandita da due parole: passione e sacrificio. Sappiamo quanto sia difficile per una donna coniugare le proprie aspirazioni individuali, carriera lavoro, famiglia. A tutto ciò, si aggiunge la diffidenza dell’ambiente che la circonda, lei è una vedova con un figlio, tenta di crearsi uno spazio tra figure di intellettuali, editori, philosophes uomini. Ci riesce, a prezzo di una solitudine che serpeggia, nonostante l’amore di due uomini e di tante donne che la stimano. Mi sembra che in fondo nessuno le riconosca qualcosa, neanche la Storia  che la condanna a una terribile fine. Ti chiedo, attualizzando la storia di Olympe, quanto ancora oggi le donne devono sacrificare del loro mondo affettivo e lavorativo per avere un ruolo di rilievo in società?

R: Immaginiamo per un attimo una donna che si trova in un mondo in cui essere femmina è di per sé un difetto d’ingranaggio all’interno della società, poi spostiamo lo sguardo sulla condizione di Olympe, sulla sua volontà di essere una scrittrice, di avere parola in politica, di fare la storia del suo popolo, cosa notiamo?

Notiamo il margine, il luogo in cui erano, eravamo, relegate era il limitare della società. Pensare che studiare fosse solo per pochi è duro da digerire, lo è stato anche per lei che ha lottato per avere una istruzione.

Mi è risultato lampante, mentre studiavo Olympe, che l’idea che lei aveva del ruolo femminile nella società potesse essere attuale più che mai; con amarezza mi sono resa conto che nonostante i passi avanti fatti, ancora c’è quel sentimento di discriminazione uomo-donna, dicotomico, di cui parlava lei a fine Settecento, ed è stato triste dover ammettere che siamo lontani, e lontane, dal senso di uguaglianza piena che lei voleva.

Hai detto bene, siamo ancora noi che dobbiamo sacrificare il ‘mondo affettivo e lavorativo’ come due entità che non possono coincidere.

 Ivana:  Il rapporto con il figlio, Aubry, è un filo che attraversa l’intero romanzo lasciando con il fiato sospeso fino alla fine. Fu un rapporto assai infelice per cui tu hai immaginato una qualche riparazione letteraria e poetica. Potresti parlarmi di questo rapporto e di questo rapporto nel tuo libro?.

R: Nella realtà loro furono più in contatto, anche se nella cronaca alla fine il figlio fu costretto a rinnegare il nome della madre, pare; c’è un filone che sostiene che l’abbia fatto per ripulirla nell’interesse di una buona storia da tramandare, e che quindi farla tornare a Marie Gouze era la strada per far dimenticare la passionale Olympe de Gouges, ma io sposo l’idea che per continuare la sua carriera militare non ci abbia pensato due volte a scollegare il suo nome da quello della madre nemica della patria e della Rivoluzione.

Ciò che ho percepito io dagli scritti di Olympe è una madre che non ha vissuto in pieno il suo ruolo, non come avrebbe sperato, quindi nel mio libro il loro rapporto non poteva essere edulcorato fino in fondo, doveva essere così come era arrivato a me; non ho mai negato a me stessa l’idea di affrontare un rapporto difficile, non simbiotico, quasi non corrisposto alla luce del sole. Nella gestione dei sentimenti è importante essere credibili, spero di esserlo stata per lo spirito che ha legato entrambi a un destino e a scelte diverse, divergenti direi.

Verso la fine ho ribaltato la situazione cercando di provare a far risaltare una sorta di affetto in Aubry, ma il mio cuore mi diceva che questo ragazzo non aveva mai tentato di comprendere le scelte della madre, per cui doveva necessariamente restare tutto un po’ ‘incompiuto’, diciamo così. 

Nina: Spesso Olympe si trova nel romanzo a dialogare e interagire con donne di diversa estrazione. In un frammento del romanzo che definirei “carnevalesco”, in senso bachtiniano, perché vi è un vero e proprio rovesciamento di ruoli sociali, il potere viene deriso e il re viene “scoronato”. Olympe si trova  qui a condividere un momento particolare  con le donne del club segreto, intente a panificare. Le donne saranno le future giacobine che metteranno a ferro e fuoco la città Sebbene  Olympe venga  accolta nel club, viene al contempo attaccata perché veste come un’aristocratica e prende le distanze dalla lotta armata. La lotta di classe, che dovrebbe essere condivisa, viene parcellizzata in cellule. Mi pare interessante questo punto per riflettere sul fatto che la tanta auspicata solidarietà femminile spesso viene ostacolata da divisioni. Cosa ne pensi a proposito? 

R: Ogni donna a suo modo ha scelto di partecipare alla Rivoluzione, ma non credo che ce ne sia stata una che in quegli anni non abbia avuto il coraggio di schierarsi, almeno una volta.

Quel pezzo a cui ti riferisci è stato un bellissimo momento che ho colto dalle varie storie della Rivoluzione. Un momento di sole donne in cui la situazione terribile che si prospettava, guerra e fame, viene ribaltata per fare spazio a una satira carnevalesca, giusto come sostieni, che è la voce migliore del pensiero del popolo.

A Olympe era chiaro però che le donne non potessero fare ‘club’ come gli uomini, lo dice proprio in un monologo di un libello indirizzato alle francesi e alle cittadine del mondo. Parafrasando, è insito nell’animo delle donne perdere di vista la possibilità di fare unione di fronte a un bel vestito da criticare o una donna a cui detrarre bellezza, intelligenza e umanità. Suona familiare, ancora oggi?

Quando si lotta per la conquista dei diritti, sosteneva, non ci può essere l’occhio ingannatore a fare le differenze. Anche Olympe era continuamente attaccata per il suo abbigliamento, per la sua appartenenza alla borghesia e ai letterati, ma gridava con ardore che le idee non hanno vestito né profumo: le idee di valore avevano, e hanno, bisogno di donne e uomini, mai ha diviso il mondo, anzi, ha sempre cercato di riportarlo a un unico genus: l’umanità.

 Ivana: Ho notato che spesso nel descriverla negli atteggiamenti o nelle fattezze hai fatto ricorso all’immagine del gatto. È una scelta che ho apprezzato perché mi ha reso visibile come la libertà fosse la cifra dominante di questa donna. Olympe era una donna così affascinante come tu la descrivi? Ti chiedo anche qualcosa in merito ai ritratti che di lei ci sono rimasti. Sono verosimili?

R: Sono felice che te ne sia accorta, non è un caso. L’associazione a un gatto è spontanea perché il gatto mi è venuto in mente naturalmente, poi nella rilettura mi sono accorta di questa ‘ridondanza’ di immagine.

Mi sono domandata se eliminarla, ma a ben vedere ci doveva essere un motivo e ci ho riflettuto per giorni. Quelle immagini erano lei, scaltra come un gatto, apparentemente autonoma ma bisognosa d’affetto, solitaria eppure capace di creare una ‘colonia’ di donne, di primeggiare e battersi. Ha vissuto molto di notte, ha lottato con gli artigli per prendersi il ruolo di autrice che le spettava, se non si è reincarnata in un gatto non saprei in cos’altro potrebbe.

Ho fatto una indagine sui ritratti per avere verosimiglianza, per poterla descrivere. Nelle cronache si dice che fosse molto, molto bella anche esternamente, io la trovo bellissima nell’animo.
Un ritratto che si trova on line di lei molto giovane, la ritrae con fattezze di una bellezza unica, molto simile a una descrizione che  ne fa un cronista del tempo; poi c’è il quadro di lei da più adulta che è quello utilizzato ufficialmente anche in Francia.  

 Nina: Chi sarebbe oggi Olympe, una femminista moderata o una militante?

R: Olympe per natura era pacifista, moderata, ma se si leggono i suoi pamphlet ci si rende conto che non risparmia nessuno, il suo strumento militante era, è, sarebbe, ancora oggi, la parola, ne sono convinta.

Cercherebbe di arrivare a tutti, di parlare, di ragionare, di veicolare il messaggio dell’uguaglianza usando anche gli uomini perché per lei era chiaro che l’uguaglianza fosse base della società, una società multigenere, senza alcuna primazia. Eppure non dimenticherebbe di essere orgogliosa del suo genere, di essere donna, e sarebbe sempre pronta a rimbrottare che ‘ci vogliono secoli per donne’ come noi.

 

Traduttrice a sedici anni: Aurora D’Archi e i racconti di Ellen Glasgow (Divergenze, 2023)

di Nina Nocera

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D'Archi (Divergenze, 2023)

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D’Archi (Divergenze, 2023)

Aurora D’Archi ha sedici anni, è una  studentessa del liceo classico – linguistico “Scipione Maffei” di Verona. É stata protagonista di una vicenda straordinaria ma al contempo “normale, perché quando esiste il talento e qualcuno, in questo caso la professoressa Luisa Campedelli, che  ha il coraggio e la volontà di valorizzarlo, tutto è  naturale.  Grazie al progetto di lettura e traduzione promosso dalla casa editrice Divergenze e alla “visione” dell’editore Fabio Ivan Pigola, Aurora  ha avuto la possibilità di essere scelta per la traduzione di due racconti della scrittrice statunitense Ellen Glasgow: “The past” e “The difference”.  Il risultato è  la pubblicazione  del libro “Di infedeltà e altri fantasmi“(Divergenze, 2023).  Di questo e tanto altro, abbiamo parlato nell’intervista che ha rilasciato.

Aurora D'archi

  • D:  COME HAI VISSUTO L’ESPERIENZA DI TRADUZIONE PER LA QUALE HAI OTTENUTO UN IMPORTANTE RICONOSCIMENTO? RACCONTACI COME E’ NATA E COME SI  SVILUPPATA.

R: Tutto iniziò un freddo giorno di gennaio, quando la professoressa Campedelli mi propose di tradurre un paio di racconti con la scusa che, facendo l’anno all’estero, l’anno successivo non avrei potuto prendere parte al progetto che aveva in mente. Ecco che, senza sapere assolutamente nulla né di come si traducesse concretamente un testo letterario, né di quale fosse l’effettiva entità di ciò che stessi facendo, iniziai a tradurre un primo racconto; poi arrivarono The past e The difference. Esponenzialmente ho avuto sempre meno tempo a disposizione per tradurre, arrivando ad ultimare The difference in un paio di settimane (per mia personale imposizione eh, sia chiaro, nessuno mi ha costretto). Da lì, svelando a poco a poco il mistero, si è giunti alla pubblicazione e alla presentazione a scuola il 2 giugno. Ancora adesso, riguardandomi indietro, non so bene nemmeno io che cosa abbia fatto esattamente, ma in ogni caso sono fiera del risultato.

 

  • D: RACCONTA UN PO’ DI TE: QUAL  È LA TUA GIORNATA TIPO, IL TUO HOBBY, LE TUE LETTURE, IL GUSTO DEL GELATO PREFERITO.

R: Non c’è nulla di troppo entusiasmante nella mia “giornata tipo” in realtà. Mi alzo, vado a scuola, torno a casa e studio fino a sera. Da brivido eh? Fortunatamente tra gli allenamenti di pallavolo, le sessioni di D&D o simili, e il corso di doppiaggio riesco a non uscirne pazza. La lettura è un po’ un tasto dolente ultimamente, ma perlomeno quando tutto ti annoia, quei pochi libri che non lo fanno colpiscono nel profondo. Per il gelato… non ho mai amato questa ansia del dover classificare colori, gusti, amici, genitori… quindi potrei iniziare un elenco infinito o semplicemente ammettere che non ne ho idea, è una domanda troppo difficile. Perlomeno adesso che è estate posso dedicarmi allo studio del giapponese, chimera che rincorro da anni e spero di poter acciuffare in questi mesi.

 

  • D: SI DICE CHE TRADURRE SIA ANCHE TRADIRE. COSA NE PENSI? QUAL È STATO IL TUO APPROCCIO AL TESTO?

RCome ho provato ad accennare nel commento, tradurre non è propriamente tradire, ma la perpetua ricerca del modo migliore per non farlo, che è ciò che gli dona valore. Quello che perdi da una parte devi essere capace di restituirlo da un’altra… diciamo che, se la traduzione è la strada tra due scarpate, l’inglese e l’italiano, tradurre è cercare di camminare né troppo vicini né troppo lontani dal dirupo originale, è una questione di equilibrio ecco. Certo, poi quando ci si trova il testo davanti e di fianco un foglio bianco da riempire, nemmeno la metafora migliore del mondo ti può salvare. Il mio approccio comunque è stato quello di una totale incompetente: mi sono gettata nella mischia di parole con la spada smussata di una scrittrice dilettante e un inglese più o meno solido come scudo. Che poi ne sia uscita vincitrice, saranno i lettori a dirlo.

 

  • D: HAI INCONTRATO DELLE DIFFICOLTA’. SE SÌ, QUALI?

R:  Considerando le premesse sarebbe stato più strano se non ne avessi incontrate: tra righe allagate di pronomi personali e varie incomprensioni nella formalità o meno di certi personaggi, c’era e c’è – perché se potessi tornare indietro riscriverei quasi tutto da capo – un amplissimo margine di miglioramento. Sulla mia copia – e non dirlo all’editore perché non so come la prenderebbe – ho apposto a matita una gran bella quantità di correzioni. Quindi sì, la traduzione è un coacervo di problemi da risolvere, tanti rompicapi apparentemente senza via d’uscita, ma quando poi trovi il modo di sbloccarli e metterli in ordine, la soddisfazione è immensa. La “tecnica” che l’editore e la curatrice mi hanno invitato ad adoperare per superare queste difficoltà è stata quella di scrivere di pancia, senza scervellarmi troppo, ma sciogliendo i nodi narrativi come per doverli spiegare ad un amico. In fondo questo è un progetto scolastico, volto più a mostrare e dimostrare che i ragazzi giovani hanno un potenziale spesso ignorato, e non a produrre una traduzione impeccabile e magistrale dei racconti.

 

  • D: CAMBIAMO PROSPETTIVA: SE FOSSI INSEGNANTE, CHE CAMBIAMENTI PROPORRESTI PER LA SCUOLA?

R:  Così, su due piedi, proporrei un riscaldamento che funziona, perché senza di quello potremmo anche studiare nel regno delle fate, ma comunque col cervello ghiacciato si fa poco. A parte gli scherzi, credo che la sopravvivenza della scuola dipenderà molto da quanto i professori riusciranno a scendere dal piedistallo e mettersi al fianco dei ragazzi, piuttosto che davanti a loro. Se io fossi un’insegnante tenterei di abbattere il più possibile questa barriera di rispetto forzato, e ne costruirei uno nuovo, basato sull’ammirazione e non sul terrore. Perché, personalmente, la consapevolezza di essere ricordata dai miei alunni solo per quanto mi hanno odiato, toglierebbe ogni senso alla professione stessa di insegnante. Poi di innovazioni se ne possono trovare a bizzeffe, si potrebbe anche cambiare tutto per quanto mi riguarda, dal rapporto studente-professore, alle modalità di insegnamento. Ad esempio – e non dico troppo perché ho ancora altri due anni di liceo da portare a casa – credo che come insegnante non esista realizzazione più grande del vedere che questi ragazzini mezzi sconosciuti con cui sei forzato a convivere per ore tutti i giorni, ti guardino con la passione per la tua materia negli occhi, e pendano dalle tue labbra.

 

  • D: COSA È PER TE LA CREATIVITA’? CREDI CHE A SCUOLA VENGA ADEGUATAMENTE INCENTIVATA E VALORIZZATA?

R:  Beh dipende, in quanto a modi per copiare, credo che il liceo sia un pozzo inesauribile di creatività. In quanto a valorizzazione dell’estro artistico, della fantasia, del talento individuale, è un’altra storia. Ora, per quanto possa non essere trasparso dalle mie precedenti parole, in realtà la mia scuola è abbastanza avanti in questo campo; perciò tenterò di dare una testimonianza abbastanza neutrale. Ad ogni modo, con creatività l’enciclopedia Treccani si riferisce ad una «virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia.» Quindi un concetto davvero ampio e variegato. Per me la creatività è legata all’idea di “creare”, cioè di produrre con mano qualcosa. E forse sì, la scuola pecca in questo, perché molto spesso sei più vittima della conoscenza che fautore di essa. La assorbi passivamente come una spugna, che inevitabilmente ad un certo punto è zuppa e non trattiene più niente; invece di formarla tu stesso attraverso il ragionamento, le idee o l’esperienza concreta. Non la maneggi, né la manipoli, ma la guardi scorrere via, e quella sosta giusto il tempo per passare una verifica, poi scompare.

 

  • D:  IL TESTO CHE HAI TRADOTTO È DI UN’AUTRICE. QUALI ASPETTI TI HANNO COLPITO IN PARTICOLARE?  PERCHE’ PROPRIO LEI? 

R: La scelta non è stata mia, bensì di Divergenze, eppure non credo ci fosse scelta più appropriata. Ho sentito molti parlare di un’atmosfera alla Poe per The past, e d’una sfumatura gotica e introspettiva in The difference. Personalmente di Ellen Glasgow, per ora, non ho letto molto, ma è bastato per capire che la sua è una scrittura poetica – perché è ritmata come una poesia –, leggiadra, ricca di immagini, chiara mi verrebbe da definirla; ma che allo stesso tempo è velata di malinconia, come un sospiro arrancante, un urlo soffocato di personaggi posati e imperturbabili all’esterno, ma che dentro di sé celano una profonda oscurità. The difference in particolare lascia addosso un’angoscia che è propria solo di un certo modo di costruire la narrazione: creando esponenzialmente l’aspettativa di un climax che poi viene negato, e poi tagliando brutalmente la storia per lasciarti con un retrogusto di confusione e amarezza. Ecco, questo è il genere di scrittura che mi piace; dove fino alla fine non sei conscio di ciò che ti aspetta e quando finalmente lo realizzi, è troppo tardi, e la penna ti è già arrivata al cuore.

 

  • D: CHE NE PENSI DEL FATTO CHE MOLTE VALIDE AUTRICI NON COMPAIONO NELLE ANTOLOGIE LETTERARIE E NEI MANUALI SCOLASTICI? 

R: L’arte è l’arte: se si escludono degli autori dalle antologie, indipendentemente dal loro sesso, che sia per qualche bigottismo o per semplice noncuranza, allora è chiaro che cercare di recuperare i loro testi sia la cosa migliore. La letteratura è un organo vario e meraviglioso, e rinchiuderla entro i canoni dei classici e delle classificazioni vecchie di secoli non le garantirà longevità, di questo sono convinta. Se vogliamo salvare la letteratura, consegnandola nelle mani dei più giovani, è necessario modernizzarla: nel metodo, come nelle proposte di letture. E una via per perseguire questo scopo, può sicuramente essere quella di ripristinare la sfaccettata varietà di autori del nostro territorio e non. Perché, per quanto nessuno potrà mai negare il fascino di Dante, Pascoli, Pirandello, è il momento di distaccarci dalle catalogazioni dell’arte operate da uomini che non hanno più nulla a che fare con noi, se non che apprezziamo le stesse opere; e anche lì, se non siamo disposti ad estendere il concetto di arte pure a ciò che non ci sembra evidente, ciò che non è facile e noto, non possiamo aspettarci che tutti gli studenti liceali ne colgano fino in fondo la meraviglia.

 

  • COME TI VEDI TRA QUINDICI ANNI?

R: Vecchia. Già mi fa impressione il fatto che tra poco compirò diciassette anni, figurati quando ne avrò 32. Spero anche felice come lo sono adesso, ma quello mette già meno angoscia. Spero che sarò riuscita a realizzare un po’ delle cose che ho in ballo, tra traduzione, doppiaggio, cinema, teatro, audiolibri, adattamento… C’è un sacco da fare! A trentadue anni immagino che avere un lavoro sia già un gran risultato, e chissà, forse vivrò a Roma, o forse a Milano, per la necessità di stare dove si fa doppiaggio. Spero per allora di aver già appreso almeno un altro paio di lingue: dopo il giapponese mi interessano cinese, francese e spagnolo, ma non si può mai sapere che cosa mi passerà per la testa quando avrò il doppio dei miei anni. Quasi non me lo immagino, è come vivere un’altra vita.

 

  • PENSI CHE QUESTA ESPERIENZA POSSA DIVENTARE L’OCCASIONE PER INTRAPRENDERE UNA PROFESSIONE FUTURA?

R: Il piano, appunto, sarebbe più o meno quello. Il mondo della traduzione mi affascinava già da prima che la professoressa Campedelli mi proponesse il progetto, ed ero intenzionata di avventurarmici prima o poi. Vorrei che questa fosse l’occasione per aprirmi una strada in un mondo affascinante che ho appena lambito, ma che ha tantissimo da offrire.

 

  • LASCIAMOCI CON  UN MOTTO E UNA FRASE DEL LIBRO DA TE TRADOTTO 

R: Se devi colpirlo, fallo finché non si rompe! Citazioni permettendo, c’è un fondo di vero, sono il genere di persona che porta a compimento tutto quello che fa, e se bisogna fare qualcosa, è bene che ci si metta tutto l’impegno possibile, altrimenti è privo di senso.

«Affrontare la vita spogliati di ogni salvaguardia, di ogni restrittiva tradizione, con solo il coraggio dell’ignoranza, dell’inesperienza sprezzante, per proteggere qualcuno. Quella ragazza non era crudele per sua volontà. Era semplicemente avida di sentimento: restava senza fiato di fronte alla messa in scena della felicità come tutto il resto della sua generazione ribelle.» Da La differenza. Per qualche motivo che non so bene definire mi sento particolarmente vicina a questo pensiero.

Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza  edito da Arkadia  nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente -) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere la pagine delle tua scrittura, un battere e levare che dà vita a  situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo.  Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq-  anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir,  ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

R: E’ un noir che si può leggere a strati, chiaramente.  Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”.                                                  

La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale – mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità.-” Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato?  Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella  donna, non sua, solo perché  sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica.

Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo.

Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

D :Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo.  Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza.
Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Scrittore milanese, Franz Krauspenhaar è di origine tedesca per parte di padre, madre calabrese. Ha pubblicato ad oggi, dodici romanzi, un saggio narrativo, cinque libri di poesie e ha collaborato alla stesura di raccolte poetiche e narrative.. Per Marco Saya Edizioni sono usciti nel 2012 il poemetto Biscotti Selvaggi (edito in anche in e-book nel 2014), nel 2014 il poema in versi dal titolo Le belle stagioni e la sua più recente raccolta di poesie Capelli Struggenti, 2016.Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume. Dal 2004 è stato redattore di Nazione Indiana, Dal 2014 al 2017 è nella redazione milanese della rivista ACHAB-scritture solide in transito, fondata da Nando Vitali (scrittore 1953). Dal 2017 è nel comitato di redazione della rivista letteraria Il Maradagàl.  Nel 2017 Krauspenhaar, con un nuovo progetto, Nerolux, torna alla musica con i dischi solisti Light obsession, 2017, Un viaggiatore, 2018, Nerolux 3, 2018, il doppio Il viaggio immenso, 2019, Electrosymphonies Vol 1, 2020, tutti con etichetta Symposion Records.

LE STANZE DI SCIASCIA

La scrivania personale di Leonardo Sciascia

 

 

 

 

 

 

 

di Antonina Nocera

Faccio il compleanno l’undici Maggio e l’undici Luglio, due mesi dopo, ho ricevuto un prezioso regalo: Fabrizio Catalano mi apre le porte della casa del nonno, Leonardo Sciascia, a Palermo. Difficile dire le sensazioni senza incorrere nella retorica della reverenza: se si può parlare di aura, per come la intese Benjamin,  ecco quella sicuramente è presente in questa casa. Meglio ancora risponderebbe Bachelard, questo è lo spazio “dell’immensità intima”, e io ne sto varcando la soglia.

C’è la scrivania intatta, per come l’ha lasciata lui, gli oggetti disposti con un ordine che  si presume non casuale (mi piace immaginare che la lucida ragione speculativa intervenisse anche in queste minuzie della vita quotidiana) , una macchina da scrivere , cimelio di ‘antico scrittore’, una foto di Pirandello a lato, una di quelle foto  ampie, con la cornice argentea che solitamente si riservano alle madri, ai fratelli, ai grandi affetti. E ancora oggetti che parlano di lui: sulla scrivania, un piccolo calendario manuale con i numeri girevoli, ne ricordo l’esistenza perché anche il mio, di nonno, segnava i giorni in questo modo, i singoli giorni che devono essere segnati, altrimenti si perdono nel vuoto, nell’oblio. Quel piccolo oggetto reca la data del  19 novembre, data della  vigilia della sua morte. La moglie ha voluto fermare il tempo, o per lo meno quel tempo,  quell’istante in cui  dolore ha scoccato la sua ora.  

Il calendario manuale

Immagino che la grande riflessione sulla morte e sull’esistenza prendesse vita anche da queste vicende personali che generavano poi grandi immagini, grandi personaggi. Il suo studio ha anche una particolarità: è una stanza avvolta dai libri. Avrei potuto dire piena, come lo sono le stanze e gli studi degli scrittori e degli artisti, ma questo verbo rende meglio la sensazione di piena avvolgenza.  I libri sono disposti su una parete e dirigono lo sguardo in orizzontale, quasi fosse l’immanenza a prevalere in questa teoria di scritti, chissà voglio immaginare e speculare un po’ anche io. Di contro, le altezze verticali delle pareti sono occupate da una quadreria importante: riconosco quello a me più familiari: Guttuso, Caruso suo grande amico. Amava l’arte,  i romanzi dialogano spesso con le opere d’arte; si capisce che ogni singolo quadro di questa stanza è una piccola finestra su un senso ulteriore.

Renato Guttuso : La morte dell’inquisitore

Molti surrealisti, come se la realtà, allo stesso modo la verità, potesse essere raccontata attraverso una necessaria deformazione , per apparire più nitida.   Il mio sguardo si dirige ora verso un quadro che è posto dietro la scrivania, messo lì per essere guardato e per interrogare chi guarda. È un’illustrazione di Guttuso “La Morte dell’inquisitore” un’opera dai tratti decisi, una “visione” che contiene la realtà e tutto ciò che potrebbe essere, in un unico spazio.

Nella mia mente si affastellano dei fotogrammi in sequenza rapida: quella macchina da scrivere che ticchetta rapida, il fumo della sigaretta che esala dal portacenere, una ruga pensosa, quella che si piega tra un occhio e l’altro, sollecitata da due pensieri, quello dei giusti e quell’altro dell’inquisitore che emette la sentenza definitiva, mentre una nota si fa più acuta e stringente, e riverbera sulla morte…   le ultime parole di Frate Diego la Matina “dunque Dio è ingiusto” è la formula chiave del romanzo saggio del 1964.  E qui ritorna, e lo sento vivido e forte, lo Sciascia dostoevskiano, quello che oppone al male del mondo contro gli innocenti la il dubbio di una fede che si interroga, – lampi di Ivan Karamazov- vissuta un po’ come Fëdor nel crogiuolo del dubbio, quello di ogni vero libero pensatore.Nonostante una piccola foto incorniciata di Tolstoj che Fabrizio mi mostra a conferma dell’amore letterario per questo autore, ci sono delle frequenze dostoevskiane che vibrano, costanti.

Nell’’ultima stanza, quella intima, entro con pudore. Non è reverenza, ma la stanza da letto è un luogo sacro e varcarlo è per me entrare in una dimensione da preservare. Non dirò nulla se non che il Cristo di Odilon Redon accanto al capezzale mi ha catturato per un minuto eterno, tanto misterioso e abissale è il volto di quest’uomo, un volto glabro, ben lontano dalla classica iconografia. A me sembra un Cristo che potrebbe essere chiunque, un bambino un giovane un adulto, un uomo di qualsiasi nazionalità di qualsiasi etnia, o forse anche un uomo semplice, uno che incontri per strada, o che hai già incontrato. Lascio questo mistero per rivolgere un’ultima domanda a Fabrizio. Abbandono lo scrittore e il nipote del grande scrittore: adesso voglio un momento speciale, un aneddoto, voglio un bambino e suo nonno a scambiarsi un momento indimenticabile.

Fabrizio e il nonno, seduti nelle campagne di Racalmuto nella residenza alla Noce, le pietre che rilucevano della luce lunare, si parlava della vita dopo la morte. Sì, era un bambino molto curioso, Fabrizio, il nonno lo sapeva e così gli rispose: “Di fronte a questo dilemma c’è soltanto il dubbio”. Mai risposta fu più sciasciana.

Vi racconto di Lemma Press

 

Mi sono imbattuta nel mondo della casa editrice  Lemma press un paio di anni fa e ho subito avuto la sensazione di entrare in un luogo votato alla bellezza. Te ne accorgi dai titoli, dallo stile, dall’approccio essenziale, professionale. Ne ho avuto conferma dal suo ideatore, Nicola Baudo con il quale ho avuto piacere di chiacchierare qualche giorno fa.

L’idea di fondo di Lemma nasce da una scintilla “filosofica”: una parola kantiana che indica la conclusione di un ragionamento e l’inizio di un altro. Da questa suggestione filosofica nasce l’idea del processo, della partenza e della ripartenza,  all’insegna della rigenerazione; un messaggio che mai come oggi appare attuale e fecondo.  L’ideatore è infatti filosofo, ha vissuto tra la Francia e l’Italia e ha avviato l’avventura con Lemma Press nel 2015.

Il Fondatore di Lemma Press, Nicola Baudo

Ed è proprio da Platone che partiamo per ricostruire il “concept” della casa editrice e della sua offerta culturale:  la semplicità e accessibilità delle opere platoniche, a fronte della densità filosofica del contenuto  – e vengono fuori quelle straordianrie pagine del Simposio – come chiavi di lettura del progetto.  I classici sono opere senza tempo che riescono a sopravvivere alle mode, alle tendenze letteraie e  a rivolgere sempre una parola al presente. Gli autori di Lemma press sono infatti autori classici o che posseggono l’ossatura dei classici.

Creare libri di qualità ma dialoganti con un pubblico ampio e diversificato è l’obiettivo della casa: le collane sono state pensate come contenitori piuttosto che secondo un criterio tematico. I generi in catalogo comprendono sia romanzi che saggistica, racconti brevi, opere teatrali, tutti stampati in carta ecologica di altissima qualità.

 

 

Tra i numerosi titoli si ha l’imbarazzo della scelta, ma mi piace segnalare  Cioran di Bernd Mattheus, un ritratto inedito del grande scrittore, Strannik di Macjei Belawskij  che indaga il percorso spriturale dello strannik protagonista dei Racconti di un pellegrino russo,  La selva oscura di Gianni Vacchelli,  che ho avuto il piacere di intervistare, (La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli)  autore di un saggio che fa emergere nuove e interessanti prospettive  ermeneutiche  della Divina Commedia o il prezioso  Il sipario era alzato, testimonianze di vario genere, dalle lettere agli appunti, raccolte per la prima volta in unico volume che disvela la profonda impronta della vita di palcoscenico sull’immaginario di Charles Baudelaire.

Un saggio di cui mi sono perdutamente innamorata e che per me rappresenta il fiore all’occhiello del catalogo è Calligrafie di Konstantin Baršt, un’opera unica nella storia dell’editoria: i taccuini di Dostoevskij, in parte inediti assoluti, riprodotti per la prima volta in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Oltre 200 illustrazioni, 150 manoscritti dell’autore ricoperti da ritratti, architetture “gotiche”, arabeschi e prove calligrafiche, presentati da Konstantin Baršt, il loro più autorevole studioso. Basterebbe questo testo, che per russisti e slavisti costituisce una perla assoluta e che grazie a Lemma press è oggi possibile leggere in italiano, a fare di questo catalogo uno scrigno di preziosità assolute.

 

 

 

Il libro “in sospeso”

A proposito di un libro concepito durante la quarantena, che sta per uscire e che ha dovuto adattarsi alle misure restrittive, Nicola Baudo mi parla di un testo davvero “gustoso” : DICIOTTO ORE CON UN MOCCIOSO di Talbot Baines Reed a cura di John Meddemmen, due racconti di un autore inglese vissuto in epoca vittoriana.  Essi rientrano nel novero della letteratura per l’infanzia, ma senza possedere l’ impacatura moralistica rigida tipica di quell’epoca: il resoconto di un viaggio di un adolescente in treno con tutti gli imprevsiti del caso e il taccuino di viaggio di una scalata di montagna, una sorta di ‘pillola’ del grande romanzo di formazione. L’aspetto interessante è che la narrazione si svolge in prima persona e ciò conferisce un ritmo e una freschezza che sono determinanti nel restituire la visione dei protagonisti, i ragazzi alle prese con le avventure della vita, i dubbi, gli sbagli, le scelte. Lo stile, squisitamente british rende queste letture davvero appetibili e adatte a un pubblico variegato. Il libro è di prossima pubblicazione. Di seguito un estratto:

Mi rende troppo nostalgico ricordare cose come Qui nella grotta amena o Zefiri gentili, soffiate, soffiate. Mi viene in mente che, da quando sono arrivato qui, il vento è calato. Peccato! Mi teneva compagnia quando lo sentivo tutt’intorno. Ora c’è un tale silenzio che ti fa rabbrividire. In effetti, si dice che le cime delle montagne siano frequentate da spiriti. Lo Scarfell Pike lo è di sicuro e lo spettro sono io.