Singolare, femminile.

di Ivana Rinaldi

Femminile, singolare di Filomena Ciavarella rappresenta una svolta intima rispetto ai suoi precedenti lavori: Tra terra e cielo (Interno Poesia, 2017), Versi per l’invisibile (Transeuropa, 2020), Versi per Dino (Convivio, 2021) dedicati al fratello scomparso precocemente. Mentre le sue prime raccolte si muovono su altre coordinate, come il legame cosmico tra terra e cielo, la dialettica tra vita e morte, qui, nonostante la sensibilità e l’intima ricerca spirituale sempre presenti, il singolare del titolo non è una declinazione grammaticale, è un urto politico: il rifiuto della donna di farsi massa e di perdersi in un plurale indistinto.

Il focus della raccolta poetica, a cui si affiancano alcuni brani in prosa,  è su “l’esistere” e la propria identità di donna “singolare” che rivendica la propria unicità. – Io sono – in una realtà che spesso nega l’esistenza femminile, e dove le vengono cuciti addosso stereotipi e ruoli. Fare sacrificio di sé è un archetipo che si respira nelle radici geografiche e storiche di Filomena Ciavarella e che provoca ferite che la Poesia può sanare.

I primi versi della silloge sono dedicati a sé stessa: Meridiana è quella luce/ che vive dove l’ombra s’abbruna, illuminata/ e l’erba che sorge tra le materne cosce dell’oblio/ lei non si dimenticata mai di sé/ E’ così mia bella che devi vivere/ è così che devi essere donna. Versi potenti, un’esortazione a non dimenticarsi di sé.

E Filomena lo fa con grande pulizia emotiva e stilistica, attraverso la sua dimensione intima e quotidiana, dove gli oggetti prendono vita, il cibo e la sua preparazione quasi un rito che crea un legame con il fuoco interiore e le stelle:

Imbandivi la tavola con la frutta e ogni bene/ per accendere il fuoco nella tua notte (….) e tagliavi la polpa di ogni frutto/ ripassando la bellezza di stagioni/ a occhi pronti per la meraviglia/ isole bianche di afa sospese sul campo dell’infanzia/ e lo schiocco del sole tra le viti.(….). Più lucente rinascere.

Il titolo rivendica dunque una resistenza identitaria, attraverso la parola, un’affermazione del proprio corpo e del sentire che si sottrae a un noi generico, come spesso viene incasellata la poesia delle donne: poesia femminile. La creatività singolare passa attraverso la propria narrazione corporea e interiore in cui il flusso trova la sua dimora nel corpo femminile, e la fiamma che si profonda, resiste alla frammentazione imposta dall’ambiente:

Hai corso mia bella/ L’onda rincorre l’ignoto – lo sai? -/ e poi riappare dove si profonda la fiamma/ (…) Hai corso su quelle rive/ senza perderti tra le stoviglie stralunate. Le lucidavi/ a fuoco d’anima per vivere/ Ora sei petalo del tuo stelo/ della vita senza rimorso.

Con questi versi possiamo collocare Filomena Ciaverella in una genealogia di donne che scrive per “esistere” e resistere Il suo è un atto di libertà e di creatività espresso con voce forte e limpida, senza mai perdere di vista la fierezza della parola, né la sua delicatezza. Non a caso, cita versi di Annie Sexton, che ha fatto del furore interiore, poesia, e Emily Dicknson dell’intimo, una visione profonda.

Chissà dove va l’anima/ quando scompare? Divina e la sua sparizione/ sfiorando con le tua dita/ come fa un amante/ con la sua amata/ E’ l’arte di apprendere per il paradiso.

 

Filomena Ciavarella, Femminile, singolare. Poesie, RP Libri, 2026.

 

 

Maria Giudice di Maria Rosa Cutrufelli

 

di Ivana Rinaldi

 

La biografia di Maria Giudice  di Maria Rosa Cutrufelli, (Giulio Perrone editore, 2022) ,nasce da una duplice esigenza dell’autrice: ridare vita a una donna che ha segnato la storia del Novecento, e dall’amicizia che l’ha legata a Goliardia Sapienza, ultima figlia di Maria.

Cutrufelli, siciliana anche lei e autrice di numerosi romanzi tra cui Il giudice delle donne e L’isola delle madri, ritorna a una sera del 1991 in cui con altre scrittrici tra cui Goliarda, si ritrova a casa di Adele Cambria a parlare, turbate, della Guerra del Golfo. Durante la discussione si consuma una frattura tra lei e Goliarda che a sorpresa si pronuncia a favore. Una posizione che lascia sconcertate le amiche.

Un ritratto di Maria Giudice

Sarà forse la spinta definitiva a scrivere di Maria Giudice, pacifista indomita prima e durante la Grande Guerra, uno dei motivi che la spinse ad allontanarsi dal suo compagno, padre dei suoi sette figli. Sindacalista, vicina al partito socialista, viaggiatrice, donna libera, a cui piaceva leggere e scrivere, per lo più articoli, ma anche versi.

Era cresciuta, grazie a sua madre, in compagnia di letterati e poeti: Tolstoj, Hugo, Zola. Un amore che sua madre Ernesta le trasmette e che a sua volta lei passerà a Goliarda. Da suo padre, Maria, nata nel 1880 a Codeville (Pavia), apprende invece l’amore per la politica e l’impegno. Qualità non comuni tra le ragazze dell’epoca.

Maria Rosa Cutrufelli sfoglia la vita di Maria Giudice attraverso foto simboliche che hanno segnato il suo percorso sin da ragazza fino alla morte. A quattordici anni si iscrive alla Regia Scuola femminile del capoluogo che porta il nome della patriota Adelaide Cairoli e che oggi sarebbe un istituto magistrale.

Pian piano si avvicina al socialismo e alla scrittura per i periodici legati al partito, come Su Compagne. Nel 1903 diventa Segretaria, anzi Segretario, della camera del Lavoro di Voghera.  É abile e ingegnosa con la scrittura, ma anche una brava oratrice. Sfilano nel racconto di Cutrufelli, oltre le foto, anche le relazioni dei prefetti che la tenevano sott’occhio: nella sua vita cominciano ad alternarsi momenti di attivismo a quelli passati in carcere.

Ed è qui che conosce il suo futuro compagno con cui non si volle mai unire in matrimonio, Carlo Civardi, sorvegliato dalla polizia in quanto anarchico, e con cui Maria ebbe sette figli, fino alla loro separazione dovuta alla radicale posizione verso la Guerra: Carlo andrà a combattere, Maria è per la pace. A Lugano, dove si era rifugiata insieme a altri fuoriusciti incontra Angelica Balabanoff, la rivoluzionaria russa che le rimane vicina nei momenti di maggior difficoltà: “Due anime inquiete sempre alla ricerca di nuove battaglie”.

un'immagine che ritrae Angelica Balabanoff

Angelica Balabanoff

 

Narrare è camminare dietro il passato, scrive Maria Rosa Cutrufelli, e ritrovarsi di fronte a vuoti e lacune. Di fatto Maria riesce a rientrare in Italia con i suoi cinque figli: Josina, Cosetta, Licia, José, Ivanoe. Successivamente diventarono sette, Danilo che nasce nel 1911 e Olga nel 1913. Nonostante l’impegno politico e sindacale, sembra che Maria ami essere madre, che quei figli li desideri.

Da dove nasce questa ingordigia di maternità, si chiede Cutrufelli. Tuttavia la passione della carne, non cancella la passione per la politica: due esigenze che si contendono il suo cuore.  Rimasta vedova di Carlo, è sfinita, non sa come pagare l’affitto, il gas, il latte, la spesa quotidiana, tanto è vero che i suoi figli vennero affidati alle sorelle di Carlo.

Una vita dura tra la militanza, il carcere, il lavoro, la posizione di esclusa dalla famiglia di lui. Molti fronti su cui combattere, anche se appare una donna determinata, forte, pronta a far valere l’idea di libertà, che per lei coincide con il socialismo: “Ma quanto spazio di libertà personale può concedersi una donna?” si chiede. In realtà non è libera, è sola.

In uno dei suoi comizi a Volterra conosce l’avvocato siciliano Peppino Sapienza con cui inizia una nuova vita in Sicilia e da cui ebbe ancora tre figli: Goliarda, l’ultima nata, dopo la scomparsa della prima Goliarda e di un fratellino. La nuova famiglia è una specie di tribù – oggi diremmo famiglia allargata – in cui convivono i suoi figli, i figli di Peppino, anche quelli nati da relazioni extraconiugali di lui.

Un quadro in cui non tutto è in armonia, tanto è vero che molti di loro, ormai cresciuti, se ne vanno o muoiono in circostanze misteriose. Finché a Maria è concesso, continuerà a portare avanti le sue battaglie politiche e sindacali. All’avvento del fascismo la sua voce verrà zittita.

Ormai silenziosa e insonne, nel 1942 deciderà di raggiungere Goliarda a Roma, dove questa è andata per studiare all’Accademia di Arte drammatica Silvio D’amico. Suo marito Peppino viene arrestato e le due donne si ritrovano a fare i conti con le ristrettezze economiche.

Gli anni che trascorrono insieme sono quelli che forse riconciliano interiormente Goliarda con sua madre. Tra la morte di Peppino e di Maria passano circa tre anni, anni in cui lei scivola via in silenzio. Al suo funerale, tante bandiere rosse e garofani bianchi. C’è Umberto Terracini che era stato in carcere con lei, e che presiede l’Assemblea Costituente. Ci sono Saragat e Pertini, futuri presidenti della Repubblica. E poi conclude Cutrufelli, ci sei tu, Goliarda, con una madre forse troppo ingombrante, la voglia di essere lei, il bisogno di non essere lei. E forse questo è il nucleo del libro: l’eterno conflitto madre-figlia, e l’eredità che ogni madre ci lascia in dono

Filosofe. Dieci donne che hanno cambiato il mondo

di Ivana Rinaldi

Si tratta, ancora una volta, di rompere il silenzio. Quel silenzio che ha oscurato le donne nella storia e la loro presenza, in questo caso, alla storia del pensiero. Un pensiero, di solito vissuto come neutro, che in sé contiene la negazione.

L’autrice del volume Filosofe, Dieci donne che hanno ripensato il mondo, (Ponte alle Grazie, 2025) Francesca Romana Recchia Luciani, riformula un canone volontariamente rovesciato, e lo fa, prendendo in esame la vita di dieci filosofe contemporanee che hanno saputo fare del loro pensiero, pensiero incarnato. In altre parole, la loro speculazione filosofica si intreccia con le loro rispettive esperienze di vita.

Ne risente un pensiero non più astratto ma incarnato in un corpo sessuato, considerato dalla cultura maschile solo pura natura, procreazione animale, o decorazione o servizio. Donne che hanno sfidato una condanna la silenzio, alla non esistenza, sul piano del pensiero e dell’agire politico – una non voce che si infrange contro lo speculum, lo specchio di cui parlava Luce Irigaray.

E non è un caso che ad aprire le biografie sia Lou Salomé, una donna di gran fascino, che parla, scrive, si confronta con gli intellettuali del suo tempo: Rilke, Nietzsche, Freud, pratica la sua intelligenza senza remore, né complessi di alcun tipo. Prima di lei vi erano state teoriche che hanno lasciato il segno nella storia del pensiero contemporaneo: Olympia De Gouges con il suo “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina” dove rivendicava la necessità di una cittadinanza basata sulla piena uguaglianza; Mary Wollstonecraft (1759-1973) madre di Mary Shelley, che lasciò anche lei un documento, Sui diritti delle donne, ricco di motivazione, tra cui quello al diritto all’educazione.

Un ritratto di Judith Butler

Nella genealogia di Recchia Luciani, Maria Zambrano, Hanna Arendt, Simone Weil, Simone De Beauvoir, Agnes Heller, Carla Lonzi, Audre Lorde, Elvira Federici, Judith Butler. Ognuna, a  suo modo, va oltre la soglia del pensiero maschile, partendo da sé e dalla propria esperienza esistenziale.

Chi non conosce il pensiero di Simone Weil che ha fatto dell’esperienza praticai vita, raccontata nei Quaderni, L’Iliade o il poema della forza, Sulle cause dell’oppressione sociale fino a L’Ombra e la Grazia dove Simone riconosce il Divino che è in sé; Hanna Arendt per la sua filosofia etica e dell’agire.

E ancora Simone De Beauvoir, il suo femminismo in “divenire”: “Donne non si nasce ma si diventa”; Maria Zambrano, la filosofa spagnola che ha saputo coniugare filosofia e poesia. E che nella volontà tenta di affermare la realtà nel suo modificarsi con un linguaggio che scarta il parlare neutro per fare di esso una ragione poetica. Continua a leggere

ll loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza. Prefazione di Ilan Pappe’.

 

di Ivana Rinaldi

Sono trentadue le poesie di autori palestinesi raccolte nel volume ll loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza. Prefazione di Ilan Pappe’, Fazi Editore 2025. Rappresentano un atto di resistenza e un tentativo di salvezza. Parole denuncia, parole salvifiche, scritte prevalentemente dopo il 7 ottobre 2023, in condizioni di estrema precarietà, poco prima di essere uccisi, come nel caso di Abu Nada o Raafat Alareer, mentre si è costretti a fuggire dalla propria casa ( al-Ghazali) o da una tenda in un campo profughi.

Rappresentano un atto di coraggio, di resistenza e un testamento. Questa raccolta non è solo un lamento – scrive il traduttore Nabil Bey Salameh – è invece un invito a vedere, a guardare oltre, a sentire ascoltando. Il fruscio delle foglie, il pianto dei bambini, il canto degli ulivi.

Scrive Hend Joudah: Cosa significa essere poeta in tempo di guerra ?   Significa chiedere scusa, chiedere continuamente scusa agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, alle lunghe crepe sul fianco della strada,  ai bambini pallidi prima e dopo la morte e al volo di ogni madre triste o uccisa.

Nella prefazione lo storico Ilan Pappe’, ci ricorda quanto sia importante la poesia nella cultura araba, sia alta, sia popolare. In molti casi, strumento di denuncia politica, quando la censura silenzia ogni voce di dissenso. Le voci poetiche sono a testimoniare i traumi collettivi, dalla Nakba al genocidio dei  giorni nostri. Un grido di protesta e di resistenza iscritto in una cartografia del dolore che Israele ha imposto ai palestinesi. È una voce che si leva a spezzare l’ indifferenza diffusa, a Ovest come a Est.

Scrivono i curatori del volume, Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti: “La nostra ignoranza partecipa a quelle dinamiche di sfruttamento e repressione a cui sono soggetti, giorno dopo giorno, i palestinesi superstiti. Nonostante, per i poeti che scrivono da Gaza, non c’è tempo per l’ odio.

Non c’è tempo/ per i grandi funerali o addii adeguati/ non c’è molto tempo (…..).   Ci accontentiamo di un bacio sulla fronte/ e un addio rapido, aspettando la nostra morte. / Non c’è tempo per l’ addio.

Heba Abu Nada E ancora Refaat Alareer, professore di letteratura inglese presso l’ Università islamica di Gaza:

Se devo morire,  tu devi vivere per raccontare la mia storia. Se devo morire/ che porti speranza/ che sia una storia

Fossili in rivolta

di Ivana Rinaldi

Fossili  di rivolta (Tlon, 2024, pp.398, Euro 20) è una raccolta di scritti che Giorgiomaria Cornelio ci propone con uno sguardo a tutto tondo e il cui intento si trova già nel titolo. Sono fossili abbandonati dal tempo, dall’incuria, dalla dimenticanza, che molto hanno invece ancora da dirci, se riletti con occhi immaginifici. Si tratta di fare archeologia della memoria, un’esperienza  che sempre mi ha attratto quando si va a riscoprire storie e vissuti caduti nel dimenticatoio della Storia.

In Fossili in rivolta si scava nel passato per restituirlo diverso, vivace, ancora attuale se letto con occhi di meraviglia, per farne una rinascita a venire. Solo un giovane autore, con il suo amore per la cultura, anche popolare, si poteva cimentare in quest’avventura che spazia dal teatro alla poesia, dalla natura ai luoghi <morti> come la Fornace di Valle Cascia, ri-nati perché ri-vissuti con creatività, rispetto per la tradizione, la storia operaia e di una comunità, fino ai corpi celesti, alla natura:

l’albero con il suo carattere vitale che cresce, fiorisce, estende le sue radici nel terreno e i suoi rami e le sue foglie verso il cielo – è metafora, simbolo e soggetto allegorico- (p.107).

Infine gli animali. L’autore riprende la storia <ombrosa> degli Ikhwān al-Safā, i cosiddetti Fratelli della Purezza, una società segreta islamica che operò a Bassora tra l’VIII e il X secolo, autori di un’Enciclopedia, in cui appare una favola dove gli animali che popolavano un’isola al centre del Mar Verde, presso l’Equatore, misero a processo gli uomini: commercianti, uomini di industria, studiosi, naufragati lì a causa di una tempesta.

È evidente l’allegoria della sopraffazione umana sul non umano, l’abuso, il saccheggio, la vessazione dell’uomo sulla natura. Scrive Giorgiomaria Cornelio nell’introduzione:

In un mondo paralizzato dal pericolo dell’estinzione, i fossili quando riaffiorano, danzano la propria rivolta contro la nozione di fine già decretata, di un passato irrimediabilmente trascorso, di memoria per sempre smarrita: questa danza si dona come sfida enigmatica e annuncia una rinascita immaginativa>. (p.15).

Ci tiene a dire Giorgiomaria che è nato in gennaio, rappresentato da un giovane alato vestito di bianco. Questo mese è chiamato Jano Januario con le sue due facce: una che guarda al passato, l’altra a ciò che ha da venire. E’ lo spirito che anima questo viaggio nel passato e nel futuro.

É dalle res derelictae che parte l’autore, espressione del diritto romano, rimasto in uso nel linguaggio moderno, cose abbandonate e di cui si appropria chi ne ha bisogno, come nella spigolatura. Comanda Mosè nel Levitico: <Non mietete fino alla fine del campo, lo lascerete per il povero e il forestiero>. Riconquistare ciò che è stato abbandonato è una restituzione di visibilità che offre alle cose la possibilità di una seconda vita. La filosofia che anima questa ricerca è riformulare il possibile, la vita invissuta, ed è una bella filosofia, pregna di speranza e futuro. Ciò di cui abbiamo bisogno in tempi bui.

La ricerca di Giorgiomaria Cornelio parte dai manoscritti nascosti nei conventi, fino alle prime Università dove la letteratura si fa colta, non senza lasciare segni marginali, fori e buche da esplorare. Un’avventura fino ai nostri giorni nel mondo sotterraneo e sempre capovolto della poesia, della parola e delle pietre d’inciampo fino al fuoco visionario dei poeti pastori che albergano in montagna. Come Renato Marziale, <l’ultimo di una tradizione millenaria> che ancora vive a Ussita, nell’Alto Maceratese, ferita dal sisma, lui con la sua poesia che cura e che Giorgiamaria ha incontrato nell’estate appena passata nell’ambito delle iniziative di Marchestorie, <per fare di ogni maceria un nuovo vocabolario, un’altra preistoria dello sguardo>.

Iniziative che si incrociano con i Fumi della Fornace, quel luogo di sudore e di fuoco che si trova a Vallecascia, una frazione di Montecassiano, non lontana da Macerata, e che da fuoco spento, ritrova vigore attraverso la poesia, la parola, il gesto teatrale.

Davvero straordinario come attraverso il teatro, la poesia, la riflessione personale e collettiva, un luogo operaio ridotto a triste rudere di archeologia industriale, torna a essere cuore vivo e pulsante, dimostrando quanto spazi fisici, geografici e dell’anima, siano più efficaci quando si fondono in un progetto unitario.

Il lavoro di Giorgiomaria Cornelio è dunque rivolto a quei <fossili> lasciati indietro perché ritenuti superati, inutili, pesanti, che intralcerebbero il futuro, e che invece hanno ancora tanto da dirci, se guardati con occhi magici e sorpresi. Mentre creano sì un futuro incerto, non prevedibile,  ma ricco di suggestioni e promesse. Cosa succede, si chiede Giorgiomaria Cornelio, se il futuro vuole rubarci l’anima?

Se il futuro attacca il presente, lo colonizza, lo vincola a un giaciglio di disperazione, o a un guscio di cupa rassegnazione> (p.275).

 

È questa la sfida per il giovane autore, per i giovani. Saper abitare la turbolenza, esercitare uno scatto, malgrado tutto. Laddove si incontrano magia, religione, tecnica, automazione, spettro e asservimento. Dare insomma aria allo stupore e all’avventura del possibile, di cui Giorgiomaria è promotore e protagonista.

Narrare è un destino.

di Ivana Rinaldi

Narrare è un destino?

 La scrittura delle donne

Per la scrittrice e saggista Grazia Livi sì. Narrare è un destino. La parola scritta ha dominato tante vite femminili che vi hanno trovato, rifugio, cura e conforto, espressione di sé e di creatività, denuncia sociale in molti casi. Penso a Simone Weil, Audre Lourde, bell hook, Donna Araway, Adrienne Rich e alla nostra Maria Attanasio che ha fatto della scrittura “un’arma”.

 

Sarebbe troppo lungo nominare tutte coloro che hanno fatto grande la letteratura. Vado a memoria e secondo le mie preferenze: Jane Austen, Emily Brontë, Virginia Wolf, Marguerite Yourcenar, Ingeborg Bachmann, Karen Blixen, Christa Wolf, Anna Maria Ortese, Elsa Morante, Dolores Prato, e ancora tante altre che hanno lasciato un segno profondo. Per molte donne, anche umili, la scrittura è salvifica, lo è stata per secoli, quando alle donne veniva concesso solo l’atto e la libertà di scrivere, nei conventi, nelle stanze dei palazzi aristocratici, o nelle stanzette di donne povere, magari in una cucina.

E a questo proposito, Virginia Woolf ha elaborato Una stanza tutta per sé e e Le tre ghinee, un saggio in cui l’autrice risponde a tre lettere immaginarie di richiesta di contributi economici per cause diverse: la prevenzione della guerra, la costruzione di un’università per le donne, il sostegno per donne alla ricerca di un’occupazione. Lo si può considerare il primo saggio femminista che elabora una teoria politica per combattere il sistema androcentrico, o patriarcale,  a dir si voglia. E ancora, in Una stanza tutta per sé, viene messo in luce quanto le condizioni materiali di vita abbiano un’importanza determinante sugli aspetti psicologi dell’attività letteraria e un’influenza percebile sulla natura stessa dell’opera creativa:

“Queste trame non vengono filate a mezz’aria da esseri incorporei, sono opere di esseri umani che soffrono, e sono ancorate a cose grossolanamente materiali, come la salute e il denaro e la casa in cui abitiamo”.

Scrive ancora in Professioni con una certa ironia:

“Per dieci scellini e sei pence si può comprare abbastanza carta da scriverci sopra tutte le tragedie di Shakespeare, se uno c’è portato. Per scrivere non c’è bisogno di pianoforti o modelle, di maestri o amanti (…..) E’ per questo che molte donne sono riuscite ad avere successo come scrittrici, prima che in altre professioni”.

Nel considerare gli effetti che la condizione sociale ha prodotto sull’attività letteraria delle donne, Virginia Woolf sottolinea le differenze di opportunità che si riscontrano nelle varie classi sociali e nelle varie epoche storiche: fino a tutto il Seicento, solo poche donne aristocratiche o “mistiche e sante”, hanno la possibilità di scrittura, relegata per secoli in un mondo privato che fosse casa o famiglia. Scrive Virginia Wolof: “Che effetti avrebbe indotto la fama postuma su Jane Austen o le sorelle Brontë? Certo avrebbero avuto possibilità di esplorare il mondo londinese, trovare nuovi amici, viaggiare: E magari avrebbero inventato un nuovo metodo, chiaro e misurato come loro stile, Ma più profono e suggestivo”. Capace di dire anche i non detti.

Insomma, il contesto sociale e lo sguardo obliquo degli uomini, critici ed editori, condizionano la creatività femminile. Basti pensare a Elsa Morante e a La Storia, esempio per tutti della misoginia maschile. Se non fosse stato Cesare Garboli a riconoscere il capolavoro, il romanzo sarebbe andato al macero. Nonostante le intuizioni di Virginia Woolf sul condizionamento forte del contesto sociale per la scrittura delle donne, in lei emerge l’ideale della libertà e della trascendenza dell’arte.

Un’ambivalenza risolta nella critica femminista rispetto alle domande in conflitto, dell’arte e della politica. Le nuove cartografie letterarie, promosse da studiose, dalla Società delle Letterate affiancata dalla rivista Leggendaria Libri Letterature Linguaggi, archivi e centri di documentazione, i luoghi delle donne insomma, ci dicono che “il terreno è stato dissodato utilizzando i “margini” cui siamo state relegate come linea di faglia instabile e precaria sempre da ridefinire, accompagnando e dando valore alla produzione d’autrice e alla trasmissione intergenerazionale, postcoloniale, e transculturale” (Anna Maria Crispino, Oltre il canone, in Leggendaria, n. 15

Rimangono a mio avviso domande: Possiamo parlare di un linguaggio femminile, se questo si struttura sulle diverse identità? Pensiamo al poema epico sempre precluso alle donne, ai miti fondativi scritti da mani maschili. In questo senso la strada è stata aperta da Christa Wolf con i suoi Cassandra e Medea dove la scrittrice tedesca in questo lavoro,  rivisita la versione che ci è pervenuta da Euripide che vede Medea soprattutto come la donna che ha ucciso i suoi figli. Medea è invece una donna travagliata dall’amore, ma soprattutto dall’incapacità egli uomini di Corinto di integrarsi con una cultura non violenta come quella della Colchide. E oggi si moltiplicano le revisioni e le riscritture delle narrazioni classiche che vanno oltrecanone, per raccontare quel mondo con sguardi di donna. Non sempre con esiti felici, a mio avviso.

Dai numerosi archivi e biblioteche emergono le tantissime scritture di donne, diari, autobiografie, biografie, epistolari (Rimando al mio Conservare e trasmettere memoria, in Oltre il canone, Leggendaria, 152) che rilette, individuano la scrittura come luogo delle differenze, di genere, e quindi anche economiche e sociali, di alfabetizzazione e di opportunità che variano nel tempo e nello spazio geografico. “Se lo scrivere si è insediato in maniera differente nel corpo sociale, tra la città e la campagna, tra Nord e Sud, secondo la ricchezza e la cultura, per le donne le disparità si sono moltiplicate” (Leggendaria cit. pp.18-19).

Cosicché la storia dello scrivere femminile, è una storia di conquiste, di superamento delle barriere sociali e culturali, e se la scrittura è il luogo delle differenze, è anche il luogo dell’autonomia. Donne che narrano di sè, dei loro conflitti, interni e domestici, di sentimenti e amori più o meno felici, ma hanno saputo gettare uno sguardo fuori di sé. E su questo la mappatura è infinita. Donne che hanno vestito i panni degli uomini, per tutte Marguerite Yourcenar in Memorie di Adriano (1951), Elsa Morante in L’isola di Arturo (1957), Anna Banti, Noi credevamo (1977). Ciò che facevano Balzac, Flaubert, James, lo sanno fare anche loro, magari dimenticando se stesse.

E che dire delle autrici e poetesse, che hanno fatto della scrittura la loro arma politica. Scrive Audre Lorde in Sorelle outsider. Scritti politici (Meltemi, 20222): Nascemmo in un’epoca di miseria/ senza mai toccare la fame dell’altro/ ma dividemmo le croste/ per la paur che il pane diventasse nemico/ Ora crescono i nostri figli / ora che hai reso la solitudine sacra e utile/ ora la tua luce risplende/ ma voglia che tu conosca la tua oscurità/ altrettanto potente / ben oltre la paura.

  E passato quel tempo dove donne, come scriveva Virginia Wolof, non potevano sedere a un tavolo senza scoprire un fantasma da uccidere o una pietra da scagliare con rabbia. E la vasta produzione letteraria delle donne ce lo dimostra. Concludo questo breve excursus con  con le parole di Grazia Livi:

“In mezzo al mondo cambiato, continuo il lavoro che ho scelto. Per necessità, per innata fedeltà. Mi aspetto gioia e sorpresa dai lampi, per loro guardo attentamente oltre il disordine e i mutamenti. E mi tengo pronta ad afferrarli, quasi fossero stelle in fulmineo transito, fulgide stelle, che cadono in piena estate, in mezzo alla notte”.

(Grazia Livi, Narrare è un destino. Fra scelte e passioni: Virginia Wolf, Karen Blixe, Dolores Prato, Marguerite Yourcenar, Etty Hillesum…, La Tartaruga edizioni, 2002)

 

Il silenzio nelle arti

 

di Ivana Rinaldi 

Questa riflessione nasce dal libro di Giuseppe Fabiano e Stefano Tonelli, Del silenzio non si può tacere Un viaggio nell’universo del silenzio (Presentazione di Luigi Cancrini, Franco Angeli, 2023). Si nasce custodi del silenzio, durante la vita ne siamo attratti, respinti, a volte curatori, a volte vittime. Espressione dell’umano, del divino e del demoniaco. Il silenzio consapevole unisce, il silenzio imposto divide.

Nel silenzio interiore si realizza l’accordo tra anima e l’armonia dell’universo, uno stato che ci viene invece negato invece dal gran fracasso, dal surplus di parole, suoni, eccesso di connessioni diremmo oggi nell’epoca dei social che ci sottraggono al silenzio e la necessità di abitarlo, di entrare davvero in noi stessi.

Rincorso lungo i secoli da filosofi – nella scuola di Pitagora veniva osservato un silenzio di cinque anni; lo stesso Socrate lo pratica in uno stupore mistico, nei monasteri, nelle abbazie era pratica quotidiana. Le stesse religioni, Ebraismo, Islam, fino all’Estremo Oriente, dove il Buddismo persegue la “vacuità”, danno grande valore ai momenti di silenzio, direi alla pratica del silenzio, specialmente il buddismo che dà meno valore alle parole, più all’interiorità.

In questo quadro appena delineato di connessione profonda tra spiritualità e silenzio, possiamo rintracciare ciò che caratterizza  molte forme artistiche a cominciare dalla pittura: “Gli artisti di oggi fanno molte chiacchiere ma al loro mestiere è indispensabile il silenzio” (Ernst Gombrich).

Henry Thoreau una notte di gennaio del 1953, dopo una camminata nei boschi scrive: “Desidero ascoltare il silenzio della morte, perché il silenzio è qualcosa di positivo da ascoltare. Di tanto in tanto mi metto in ascolto dei cani del silenzio che abbaiano alla luna. Il silenzio suona: è musicale e mi emoziona. Sento l’indicibile”. Ovvero gli elementi necessari: ascolto, suono che diventa musica, immagine, quindi poesia, composizione musicale, arti visive, scultura.

 

 

Molti artisti hanno fatto uso del silenzio, incorporandolo nella loro arte, ma anche decidendo di tacere pubblicamente riguardo al proprio lavoro, come James Joyce, per evitare il coinvolgimento che avrebbe potuto corrompere la sua creatività o J.D. Salinger, ritiratosi a Cornish, in New Hampshire, dopo il successo di Il giovane Holden.

Anche Aldous Huxley avrebbe desiderato un silenzio preventivo quando scrisse parafrasando le parole di Amleto morente: “ Ah, se solo il resto fosse silenzio!”.

Indipendentemente dal fatto che un’opera artistica o letteraria sia interessata al silenzio, questo lo riguarda: la sua esistenza come atto di linguaggio è strutturata intorno al silenzio. Anche la parola scritta lo rompe con i suoi significati e significanti. Samuel Beckett è talmente legato al silenzio che non può evitare di scrivere: “Ogni parola è una macchia muta sul silenzio e sul nulla”.

 

In Italia è inevitabile il riferimento a Giacomo Leopardi, ai sovrumani e infiniti silenzi, ai pensieri di Lo Zibaldone. Il linguaggio di tutte le forti passioni, dall’amore all’ira, dalla meraviglia al timore. Nella letteratura contemporanea, Camilleri quando parla della sua gente, della sua Sicilia, crea sempre una cornice di silenzi, espressi dai volti, dai gesti, nella consumazione dei pasti .

Anche l’amicizia contempla i non detti: tra amici non sempre è necessario parlare, basta la vicinanza. Anche per chi soffre di pene d’amore, scrive Ovidio nel suo Remedia amoris: “Non dire ciò che segretamente ti addolora, ma piangi segretamente. Chi tace, è forte”.

Diverso il discorso della pittura e delle arti figurative escluse dalla parola e dal suono, connotate da un certa sordità proporzionale al loro coinvolgimento nella materia. Su questa convinzione si basa la gerarchia delle arti di Arthur Schopenauer espresse in Mondo come volontà di rappresentazione, dove la musica è posta al vertice di questo percorso ascendente.

Giorgio De Chirico- autoritratto-

Merleau Ponty sosteneva che nell’azione pittorica, le cose nascono dal silenzio in cui sono poste, conferendo visibilità all’invisibile.  Molte correnti pittoriche del ‘900 sono immerse nel silenzio: la pittura metafisica di Giorgio De Chirico che sostituisce i corpi con i manichini, le nature morte di Carlo Carrà, il surrealismo di René Magritte. Un silenzio fatto di estraneità dell’artista rispetto alla realtà, non un mezzo per rappresentarla come è avvenuto nel corso dei secoli e nelle varie correnti pittoriche: pensiamo al realismo di Caravaggio.

La musica un tempo arte per colti, nobili e borghesi, poi divenuta popolare con il diffondersi dell’Opera, oggi così pervasiva – la ascoltiamo ovunque, in casa, in macchina, nei supermercati, nei luoghi pubblici, ci aiuta a superare la noia, l’isolamento, riempie il senso di vuoto, anche emotivo. In un certo senso disabilita il silenzio, cioè il tempo per immaginare e sognare. Eppure molti compositori del Romanticismo hanno utilizzato il silenzio “sublimale” con suoni così sottili confondendoli con quelli della Sala. Debussy in particolare, settantacinque anni dopo Beethoven, porta alle estreme conseguenze la scoperta delle sue potenzialità espressive.

In Italia Luigi Nono esalta il silenzio come componente essenziale nella composizione musicale. Nella musica leggera che definisce il mondo industrializzato non mancano numerosi esempi in cui il silenzio viene esaltato come nel celebre brano The sound of silence di Simone&Garkunfel, in cui il messaggio è legato alla difficoltà di comunicare e all’ignoranza della natura. L’oscurità senza la luna e le stelle, è artificiale, fredda, abbagliante. Quando non si concilia con il silenzio è un incubo.

Dopo Cage, le esperienze sul silenzio si sono moltiplicate in artisti come Miles Davis, “principe del silenzio” come veniva chiamato: “ La vera musica è il silenzio, tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio”.

Infine il cinema, settima arte, nata muta, e del muto Chaplin è tra i più grande esponenti e che continuò a usarlo anche dopo l’avvento del sonoro. L’unica forma di arte che può riprodurre il silenzio e il suono. E’ stato necessario che vi fossero rumori e suoni, affinché la loro sospensione generasse il silenzio. Il regista e scrittore ungherese Bolazs, pensava che nessuna altra arte potesse rappresentarlo, neanche il muto che paradossalmente  potenzia il suono.

Tante le tecniche per riprodurlo e su cui non mi soffermo, ma va sottolineato come il silenzio diventi protagonista nei film di Tarkosvkij, i cui film sono privi di dialoghi, di Bergman, di Kurosawa. E ancora Hitchcock. In Italia Antonioni e la sua trilogia del silenzio: L’Avventura (1960), La notte (1961) e L’eclisse (1962) in cui viene espressa in maniera sublime l’incomunicabilità tra i sessi. E ancora Fellini con il suo La voce della luna (1990), una presenza desiderata ma difficile da raggiungere.

Di recente abbiamo un esempio interessante dell’uso del silenzio nel cinema, A perfect day di Wim Wenders. Quello sospeso che si sperimenta guardando le luci e le ombre tra gli alberi attraversati da raggi di sole; immagini di foglie che si muovono al vento,  sorrisi e  non detti. A parlare è il volto del protagonista, Hirayama. La musica fa da contralto al silenzio e lo rompe inviandoci messaggi contrastanti, di gioia, felicità e forse, al contrario di ciò che si pensa, disperazione.

Tanti dunque gli spunti di riflessione che Del silenzio non si può tacere ci offre. Le sue infinite sfaccettature e il mistero profondo.

Un ritratto di Chandra Candiani

A conclusione una bellissima poesia di Chandra Livia Candiani  tratta da Il silenzio è cosa viva

Il silenzio onesto
Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie
alla consapevolezza del vivere, si diventa
sensibili alla luce, alle diverse sfumature di
luce in diversi luoghi, in differenti momenti
della giornata e delle stagioni, cosí si colgono
miriadi di sfumature nei silenzi nostri
e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali,
degli alberi, silenzi minerali.
Il silenzio non è tacere né mettere a tacere,
è un invito, è stare in compagnia di qualcosa
di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato
detto. Il silenzio sorride.
Caro silenzio, aiutami a non parlare di te,
aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami.
Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire.
Non lascio niente a casa, niente di intentato.
Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere.
Il silenzio semina. Le parole raccolgono.
Il silenzio è cosa viva.

 

 

 

Ripensare la guerra e la pace

 

di Ivana Rinaldi

La guerra nella contemporaneità da elemento di rottura nelle relazioni fra Stati, sta diventando un elemento di continuità. Ce lo dice il conflitto Israele Palestina, la guerra in Ucraina, i problemi mai risolti tra Cina e Taiwan, e le altre guerre in atto nel mondo. Ben 167! Nel volgere di pochi anni il suo ritorno sulla scena internazionale è diventata la norma. Si parla di ritorno della guerra in Europa dopo più di 70 anni, in realtà era tornata dopo l’89.

Pensiamo ai conflitti nell’ex – Yugoslavia che ha coinvolto anche l’Italia. E che hanno anticipato molti aspetti delle guerre a base etnico-nazionalista che si succedono in varie aree del mondo: la Guerra del Golfo (1990-1991), la Guerra dei Balcani (1991), la recente in Ucraina e il secolare conflitto israelo-palestinese. Le immagini di distruzione, violenza, morte, sono entrate prepotentemente nell’immaginario collettivo, attraverso i flash diffusi quotidianamente  dai media, che ci inducono a schierarci, a parteggiare per l’una o l’altra parte in campo, ma non a riflettere sulla drammaticità dei corpi violati, ovunque sia il fronte su cui si trovano a combattere.

Soffermarsi nel campo dell’immaginario non è un esercizio superfluo perché è proprio su questo fronte che si gioca l’altra e non meno fondamentale battaglia che prende il nome delle città, dei luoghi distrutti, delle vite spezzate, di donne, bambini, anziani, civili, innocenti  e occupa il nostro spazio fisico e mentale. É necessario soffermarsi anche su questi elementi fatti di immagini, ripetute, ingrandite, condivise dai media e dai social, che inducono a parteggiare, a schierarci facendo leva su sentimenti primordiali come la paura, la rabbia, l’odio, e la pietà.

Non sfugge come sottolineavo in un articolo pubblicato su Gazzetta Filosofica La rappresentazione della guerra. Propaganda e emozioni: una sfida per la pace (3 settembre 2022) lo slittamento nel registro della comunicazione, che invece di offrire soluzioni acuisce la cultura del rancore, attorno al quale si costruisce  il  collante sulle scelte non sempre condivisibili.

Già Karl Popper nel 1969 in Congetture e confutazioni. Lo sviluppo della conoscenza scientifica (Il Mulino, 1972) sottolineava una sorta di ossessione per il tema della sicurezza, che segna profondamente le esperienze sociali, le geografie, la politica del riarmo, il timore dell’altro, del proprio simile, dell’uomo estraneo e “straniero” che accompagna la storia d’Europa sviluppando l’uso legittimo delle armi, facendo ritornare in auge modalità di risoluzione delle controversie basate sulla violenza.

Come si può contribuire a costruire una cultura della pace diffusa, rompendo la centralità in atto del dato militare e della guerra, per ripensare a un mondo pacificato anche in vista di una  nuova relazione tra l’umano e l’ambiente? Innanzi tutto tornare a pensare. E educare al valore della pace a cominciare dalla scuola.

Molti pensatori/pensatrici, scrittori/scrittrici del  passato e del presente hanno scritto molto sulla pace. Pensiamo a Tolstoj, Vassilij  Grossman, Virginia Wolf, Simone Weil, Hanna Arendt, Etty Hillesum, Yanona Piras. Per non dire di tutti gli attivisti e le attiviste per la pace e i grandi pacifisti della storia, come Gandhi. Nelle Tre ghinee Virginia Wolf impostava il suo pampleth contro la guerra. Rispondendo ai tre interlocutori immaginari scrive:

Il modo migliore per aiutarvi per prevenire la guerra non è di ripetere le vostre parole e seguire i vostri metodi, ma di trovare noi nuove parole e nuovi metodi”. Ecco, è necessario inventare un nuovo linguaggio, un nuovo modo di essere al mondo.

 

Simone Weil scrive: “Volevamo pensare”. Il pensiero, per Weil scaturisce dal reale, si elabora lontano dai clamori e dalle folle, ma non rifiuta il confronto con altri esseri umani e esperienze, come quella nella Guerra civile spagnola, a cui partecipa come volontaria con il cuore e con il corpo, mossa da una necessità interiore. Arruolata in una piccola formazione, incaricata in missione di ricognizione a seguito della leggendaria colonna di Buenaventura Durruti, partecipa a varie azioni, rendondosi conto ben presto dell’abisso che separava gli uomini armati dalla popolazione inerme.

Dopo l’incidente che la mette a riposo, osserva quanto la violenza si sia appropriata anche dei combattenti dalla “parte giusta” fino all’elaborazione di un pensiero sull’uso della “forza” teorizzata per la prima volta nella lettera che invia all’amico Bernanos, e che poi confluisce nel mirabile L’Iliade o il poema della forza in cui coglie il ruolo della violenza, della barbarie che opera costantemente nella storia.

Il pensiero delle donne ha contribuito e tutt’ora contribuisce a decostruire il pensiero della guerra: penso alla studiosa e femminista americana Judith Butler, a Maria Luisa Boccia, politologa e femminista della differenza. E’ proprio quest’ultima che in Tempi di guerra. Riflessioni di una femminista (Il Manifesto, 2023) ci avverte della trappola che ci aspetta: che ci possa essere una guerra “giusta” contro il Male assoluto, catturandoci in condanne etiche senza offrirci soluzioni politiche.

Pensiamo alla “dottrina della guerra preventiva” contro l’Iraq di Saddam, alla “guerra umanitaria” in Kosovo, alla resistenza ucraina contro l’invasione russa e al recente conflitto tra il fondamentalismo di Hamas e il governo di Israele, guidato da una destra oltranzista, tanto da farci apparire questi conflitti come scontri di civiltà che annullano differenze, storie, identità politiche, emerse anche in Europa dopo il crollo del Muro di Berlino.

A partire da queste riflessioni, non abbiamo forse il dovere di continuare a cercare una nuova via? Un nuovo modo di agire e di ripartire dal fallimento dell’eredità umanistica (e politica) dell’Europa per intraprendere nuove strade. Ancora Simone Weil scriveva:

“Il grande errore di quasi tutti gli studi sui conflitti armati è quello di pensare che la guerra sia un episodio di politica estera, mentre esso costituisce un fatto di politica interna, il più atroce di tutti. La risposta violenta dell’oppresso è violenza”.

 

Per Weil la risposta non può essere violenta, né bella, né necessaria.  La violenza ci ghermisce, ci tende una trappola. Lo stesso per Etty Hillesum: non si può rispondere all’odio con l’odio, perché il male e l’odio si perpetuano. Difficile fermarli quando è troppo tardi. Tra le pensatrici che hanno analizzato il male, anche Hanna Arendt e lo ha fatto rischiando di essere fraintesa. Non riconoscere l’eccezionalità di Eichmann le è costato sdegno e riprovazione, fino ad accuse di collaborazionismo.

Arendt in La banalità del male  faceva un appello per lo studio della resistenza disarmata del popolo danese all’occupazione nazista. Un filone di studi ripreso in Italia da Anna Bravo in La conta dei salvati; La Resistenza taciuta; Donne e uomini nelle guerre mondiali. Persino la guerra di Resistenza italiana porta con sé un’ombra, lascia cicatrici, trasforma gli uomini in bestie. (Nuto Revelli). Nella nostra cultura giudaico cristiana la pace Shalom è intesa come pienezza di vita per tutti.  Anche Maria Zambrano richiamava alla pace: per lei entrare i uno stato di pace significava oltrepassare la soglia tra la storia, tutta la storia, fino a una nuova storia.

Un’autentica rivoluzione pacifica che ha segnata tanti grandi spiriti. Per la filosofa spagnola non ci sarà uno stato di pace, finché non sorgerà una morale indirizzata alla pace, finchè la guerra non sarà cancellata dai costumi, finché la pace non sarà una vocazione, una fede che ispira e illumina (Le parole del ritorno. Città aperta, Ed. Traina, 2023).

Il fascino irresistibile della guerra come lo definiva Jean Elshtain, politologa e femminista americana, l’isteria di guerra di cui parla Edgar Morin, continua invece a imperversare. Eppure il potere devastatore nella carne e nello spirito, della guerra/delle guerre si continua a combattere. Nonostante le profonde malinconie che accompagnano la distruzione. 

“Si ha tempo, si ha denaro, nessuna preoccupazione”, annotava Paul Klee nel suo diario di guerra. Le atrocità delle guerre del passato non sembrano esercitare nessuna inibizione neppure in prospettiva di una guerra atomica. Che fare, si chiede Maria Luisa Boccia. Prima di ogni altra cosa sottrarsi al fondamentalismo etico. Assumere invece la pluralità complessa delle differenze e delle voci, disponibilità a scambiare saperi ed esperienze e cercare insieme le risposte.

La politica femminista può insegnare molto: in tanti anni ha inciso sui rapporti di dominio senza ricorrere alla forza, modificando le esperienze e le relazioni umane, conquistando i cuori e le menti ma non esercitando il potere sulle vite. Vulnerabilità, relazioni, interdipendenza sono al centro del pensiero delle donne, un pensiero che trae forza dalle tante riflessioni di Simone Weil. Maria Luisa Boccia ripercorre le varie fasi e il pensiero che si è opposto alla guerra.

In Italia, Pietro Ingrao, Mario Tronti, Norberto Bobbio, che la filosofa fa dialogare con il femminismo, mettendo in discussione la tessitura storica e culturale dell’universalismo che ha caratterizzato l’Europa moderna per metterlo in connessione con la differenza/le differenze che purtroppo l’Occidente riconosce solo se è ridimensionata al proprio criterio di universale, alla propria umanità. Di fatto il ritorno alla guerra indica che la democrazia è malata.

Lo dicono gli studi di Ėtienne Balibar (L’Europa, l’America, le guerre), Rosi Braidotti in Guerre, identità, multiculturalismo in Europa, Jacques Derrida, Oggi l’Europa. Una serie di riflessioni in cui si sono ritrovate molte femministe della differenza quando hanno sentito l’esigenza di muoversi oltre il terreno dell’emancipazione, ovvero sull’inclusione dell’ordine patriarcale. Bisogna porsi oltre, dice Boccia, si tratta di passare da una logica delle identità a quella  delle differenze. Per dare concretezza al ripudio della guerra, diventa un imperativo costruire relazioni di differenze e fare di queste la trama riconoscibile e operante della vita sociale.

Tenendo sempre fermo il principio della nostra Costituzione che ripudia la guerra, non un semplice principio astratto, ma “un venire a patti” per sottrarre il conflitto alla distruttività della guerra.

“Per impedire che questa si insedi elle nostre menti e nei nostri cuori, per depurare ogni discorso sul conflitto, ogni ragione di lotta, ogni espressione di ostilità, dagli effetti devastanti causati dall’inimicizia dei corpi” (Maria Luisa Boccia) E’ dai corpi che dovrebbe ripartire una politica di pace. Mettere in scena i corpi per Judith Butler significa rivendicare lo spazio pubblico facendo saltare la distinzione tra gesti e comportamenti privati e le azioni politiche.

L’unica guerra vinta è quella in cui si smette di combattere, scriveva Rosa Mangini in La rivoluzione forse domani.

La “biscrittora” Maria Attanasio

di Ivana Rinaldi

La scrittura di Maria Attanasio, che sia poesia o prosa, è una scrittura a tutto tondo. Nata poeta, poi autrice di romanzi memorabili come La ragazza di Marsiglia, in lei ritroviamo il valore della parola che origina e da cui hanno origine tutte le cose, costruisce e ri-costruisce la Storia, che ha spazzato via popoli e civiltà, le storie che si con-fondono, l’amore e la pietas per gli ultimi presente ovunque nei suoi lavori. In Nero barocco nero la citazione di Democrito: < Bella in tutte le cose l’uguaglianza, l’iperbole e l’ellisse non mi piacciono>.

La parola di Maria Attanasio disfa l’ingiusto silenzio, non quello buono, intimo, creativo, ma quello che trama per nascondere e occultare, zittire il presente e il passato; crea senso, è capace di ricucire quella trama sottile tra il nostro sentire e il mondo, a contrastare frontalmente il linguaggio contraffatto, manipolatorio, che si prospetta alll’orizzonte e su ogni realtà, eclissandola, velandola di menzogna. Quando si ha il privilegio della parola potente come Maria Attanasio, allora sì che si può parlare di scrittura.

Nero Barocco Nero

La copertina di “Nero Barocco Nero”

Protagonista di Nero barocco nero, è Pellegrina Vitello, accusata di <magaria> (stregoneria) che rischiò di essere arsa viva davanti alla cattedrale di Messinanel 1555: subì solo(!)la tortura della corda e della fustigazione:

Nero barocco nero/ nel muro gocciolante sterco e gigli (…). Da una fessura sbuca l’assassino:/ un grande inquisitore con paramenti/incensi e attrezzi di tortura/ un freddo di spalle alle lamiere.

Sono tante le storie narrate da Maria Attanasio, quelle del passato e quelle del presente, dalle zolfare, lo zolfo è stato infernu veru negli anni ’50, alle Poesie d’amore in tempi di guerra. Probabilmente la seconda guerra del Golfo (2003); dalle vittime della Seconda Guerra mondiale, agli schiavi deportati dalla loro Africa, all’America del maccartismo, alla tragedia delle migrazioni e alla melanconia degli sradicati. Una parola che ha sempre tenuto testa alle storture della Storia. Un tentativo di mutare la tenebre in luce per mezzo di un io non più io: <Dire uomo torre martello/ Dire cosa/E’ mondo dire/che esce dalla notte/e di nuovo si incammina tra le forme>.

Rileggere e riscrivere del passato non è mero esercizio archivistico e neanche metafora del presente – come è ad esempio in Vincenzo Consolo, suo maestro – ma è un ritrovare una realtà che sostanzia il presente grazie a un empatico e ininterrotto dialogo tra vivi e morti.

Alla doppia scrittura di Maria Attanasio è stato dedicato un anno fa (14-15 ottobre 2022) un convegno internazionale all’Università di Valencia dal titolo Maria Attanasio. Quatro Décades de Bifronte Escritura Desobediente, i cui interventi sono stati curati da Giuliana Adamo e Miguel Angel Cuevas e pubblicati da Castevecchi nel 2023 e dal quale emerge nella sua complessità la persona, la poetica, l’opera.

La <biscrittora>, come ama definirsi, calatina, nata a Caltagirone nel 1943, ci viene restituita nella sua fedeltà a se stessa, al proprio talento creativo e alla sua etica. Tre aspetti che non vanno separati e costituiscono un unicum. Scrive di lei Sebastiano Burgaretti in Maria Attanasio madre di poeti, madre di libertà: <Io credo che Maria Attanasio sia nata poeta di vita, prima ancora che di penna e di carta. Solo una virtù petica e poietica ha potuto ispirare in lei il coraggio e l’impegno civile ne hanno sigilillato e contradistinto la vita>. (P. 82).

Qualche nota sui suoi romanzi.

La ragazza di Marsiglia è il più conosciuto. Narra la storia di Rosalìe Montmasson, seconda sposa di Francesco Crispi, da lui poi ripudiata, contro la legge che vietava la bigamia, mentre si univa in terze nozze illegali con un’altra donna. Il romanzo è costruito secondo le modalità della militanza narrativa di Maria Attanasio: rendere voce a coloro a cui è stata silenziata dalla storia ufficiale e denunciare l’impostura storica tramandata come verità. Lo stesso fa con Paolo Ciullo in Il Falsario di Caltagirone, che prima di diventare personaggio letterario, sconvolse la storia della Sicilia con la sua vita fuori dai limiti. Studente di disegno e pittura, anarchico e rivoluzionario, consigliere comunale, bohémien a Parigi, migrante in Brasile e in Argentina, falsario di bancanote e quindi frequentatore di manicomi e carceri, morì nel 1931, cieco e in assoluta povertà.

Da queste figure, possiamo capire chi siano i personaggi dell’autrice creati su carta e con l’inchiostro, ma terribilmente carnali. Sono tanti/e le scrittrici da cui Maria Attanasio <prende lezioni>, dal Manzoni di La colonna infamealla Yourcenar di L’opera in nero, fino a Sciascia e Consolo, suoi conterranei. Merito e paradigma della narrazione storica di Maria Attanasio, è aver inventato un metodo che coniuga il documento con l’invenzione verosimile rispetto ai fatti che restano nel buio e in silenzio. Tanto innovatrice nel raccontare, così nella poesia di cui abbiamo cinque raccolte tradotte, come i romanzi, in varie lingue, di cui segnalo Amnesia del movimento delle nuvole e Paesaggi. Sempre alla ricerca della lingua perduta.

Non so dove sei persa lingua
un tempo parlavi mille dialetti
ora balbetti inciampi
sibilante fax a vuoto nella stanza
segreto crepitare che di notte
senza segni di riconoscimento spinge
tra le atone dune,
l’implacabile vento.

Amnesia del movimento delle nuvole

Rosaria Catanoso, Rapporto sul sapere. Gli intellettuali nel tramonto della politica

Di Ivana Rinadi

Il volume di Rosaria Catanoso  Rapporto sul sapere. Gli intellettuali nel tramonto della politica, (Fondazione Giacomo Matteotti, 2021) è frutto di una lunga e accurata ricerca che con lo sguardo rivolto al passato fino al presente ha tracciato la figura dell’intellettuale nelle varie epoche storiche. Una ricerca accurata che emerge dalle numerose e puntuali note su cui ci si sofferma perché è da queste che sorgono le domande più interessanti.

L’autrice, docente al Liceo, collabora alla cattreda di Filosofia politica nel Dipartimento di Studi umanistici dell’Università della Calabria. Si è dedicata a  lungo al pensiero di Hanna Arendt, l’ultimo suo studio è la monografia Imprevisto ed eccezione. Lo stupore della storia (Giappichelli, Torino 2019). Ciò che le interessa in questa ricerca non è offrire uno sguardo acritico dell’intellettuale, bensì ri-definire il ruolo che i pensatori e le pensatricipotrebbero ancora avere in una fase in cui la politica è al suo tramonto e sulle cui cause continuiamoa interrogarci e forse provare a dare qualche risposta. Sicuramente è venuto a mancare quel nesso necessario tra passione e razionale organizzazione collettiva, un nesso indicato da Gramsci e che ha portato all’inarrestabile declino della forma partito come l’abbiamo conosciuta nel secolo scorso.
Ovvero, la crisi di quella forma della politica che pur avendo colto la necessità del soggetto collettivo, si lascia sfuggire la relazione. Se nel secolo scorso a tener viva la democrazia erano i corpi intermedi, partiti e sindacato, oggi ne siamo in qualche modo orfani. Ad essi si sono sostituiti i populismi di varia matrice che invece di produrre cultura politica e partecipazione creano divisioni più che coesione, consenso su slogan più che sui contenuti. Il criterio populista che unisce le classi
dirigenti (politici, giornalisti, opinion makers) è il disprezzo per la cultura, per le ragioni della storia, per la credibilità dei testimoni e della memoria, per la lucidità della parola e la complessità degli argomenti.

Nell’era globale assistiamo paradossalmente e ne stiamo vivendo i drammatici effetti al risorgere dei nazionalismi. Rifiorisce l’idea di confine, si alzano muri, risorge all’orizzonte la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ancora più pericoloso è il non pensiero, inteso come mancanza di senso critico, di comode recezioni dei luoghi comuni, delle generalizzazioni che i media e i social ci propinano quotidiamente. Non meno grave della crisi della politica è lo scadimento dell’informazione: la nozione di sfera pubblica a partire da Mill, Tocqueville, Habermas, Arendt, è fondamentale per la democrazia che presuppone un’opinione pubblica informata, capace di scegliere; in realtà la società digitale ha svuotato di senso la figura critica e di custode della verità dell’intellettuale.

I messaggi ridondanti e veloci, il linguaggio semplice, essenziale, persino banale, ha fatto sì che la quantità prevalga sulla qualità. Il nuovo pensiero globale omologa e tende ad escludere voci critiche. Alla figura del mâitre a penser si è sostituita la figura dell’influencer. L’intellettuale da schermo, dice Alberto Aghemo nell’introduzione al volume, è diventata una presenza costante nei talk show, sui social, nei blog, divenendo funzionale al sistema. Insomma una nuova mutazione antropologica prima che culturale. In questo quadro in cui si inserisce anche la crisi dell’istruzione, delle scuole e delle università, luoghi politici per eccellenza, dove si dovrebbe imparare a pensare più che a conoscere, gli intellettuali, che siano filosofi, scienziati, storici, insegnanti stentano a trovare una loro collocazione positiva nel risvegliare l’intellettuale che è in ciascuno di noi.
Rosaria Catanoso ci ricorda quanto negli anni Sessanta e Settanta fosse importante la funzione intellettuale, un tramite tra il sapere,la cultura dell’élite e la cultura popolare. Lo fa soffermandosi sui tanti progetti che provavano a definire la funzione dell’intellettuale: ovvero colui/colei in grado di mettere a punto un apparato teorico da utilizzare sul piano politico. Ci ricorda le esperienze delle
riviste Critica marxista, Il Contemporaneo, Società, Il gruppo 63 e le tante voci che hannocontribuito a una democratizzazione del sapere.
In questo percorso non mancano le domande:

– Cos’è l’intellettuale? Chi è l’intellettuale? Come si chiedeva Eugenio Garin.
– Possono essere gli intellettuali guida del popolo? (Edith Stein)
– L’intellettuale deve essere chiuso nella sua torre d’avorio con i limiti denunciati da Panofsky e con le sue potenzialità, ovvero la possibilità di esercitare un controllo, segnalare i pericoli per la libertà?

Certo, sostiene l’autrice, l’intellettuale che sia filosofo, storico, giurista, filologo, scienziato, non dovrebbe mai rinunciare alla verità. Anche se questi non è mai figura neutra, entra in gioco con la sua soggettività, con il rischio di moltiplicazione di tante verità, comunque ci si aspetta che non proponga teorie ex-cathedra per le quali non fornisca un’indicazione. In passato abbiamo assistito alla rinuncia di alcuni intellettuali alla loro missione di custodi della verità: l’autrice ricorda le denunce di Ortega y Gasset che in La ribellione delle masse evidenzia la crisi della società spagnola dovuta al divorzio tra le èlite e masse; Croce in Italia che nella sua Storia d’Italia (1928) e in Storia d’Europa (1932) richiama gli intellettuali a non essere asserviti al regime fascista. E ancora Gramsci che ne I quaderni dal carcere e Gli intellettuali e la cultura invita all’uso pubblico della ragione, alla coerenza tra pensiero e azione, all’attenzione per l’altro. Infine Bobbio secondo cui l’intellettuale deve seminare dubbi, non raccogliere certezze. Dunque, la politica come gestione della Res publica non può rinunciare alla critica del pensiero. Il non riconoscimento della funzione culturale ha sottratto alla stessa le sue funzioni originarie, costringendola a trovare radici nell’economia, nella tecnica, nel digitale, nella medicina. Nostro compito è ripensare un ceto intellettuale in grado di elaborare criticamente l’intellettuale che in ciascuno di noi esiste. Non più arroccato nell’accademia, egli diventa anche organizzatore e costruttore della politica, non un politico di professione, bensì una figura che proponga un uso
pubblico del suo sapere professionale.

A conclusione del suo volume, Rosaria Catanoso ci offre una sua visione: la necessità di superare la tecnica e avvicinarsi al mondo con stupore poetico. Abitare poeticamente vuol dire che la poesia è alla base della nostra comprensione del mondo che si apre come spazio di stupore e di possibilità. Uno stupore che contrasta l’ideologia del fare, della tecnica, del capitale che ha condotto il vivere all’insignificanza e al non senso perdondo di vista il telos e il fine, pronto ad accogliere la differenza/le differenze. Per questo la politica ha bisogno della cultura e della sua critica perché diventi strumento di trasformazione e risponda a un desiderio di giustizia.
Da qui l’esigenza di riallacciare un legame tra ethos e polis. Allora l’azione sarà pensata e il pensiero agito. A conclusione dell’intenso e problematico percorso, l’autrice ci lascia un’immagine intensa che sa di auspicio e di impegno: “ Tra un passato perduto e un futuro da inventare, il presente è il tempo del cammino”.