D’olio e di miele –

di Lucia Manelli

La fortuna degli antichi, che tutte le mattine andavano con un orcetto di bossolo alle case degli dèi a domandare che bastasse quel giorno, un frammento della divina armonia, in qualche modo l’abbiamo anche noi, grazie alla presenza delle nuove voci della narrativa.

A questo pensavo, mentre chiudevo un volume dal titolo D’olio e di miele  (Divergenze 2024) e andavo a trovagli un posto sulla mensola dei “racconti vivi”. Lo avevo girato a lungo fra le mani, in libreria, incuriosita dal colore sfumato della copertina e dalla rapida sinossi. Armata di obiettive cautele l’ho lasciato decantare un paio di giorni su un vecchio comò, finché mi sono decisa.

L’incipit non era male per una autrice nata nel duemilasette, anno in cui mi laureavo pur senza essere in grado di scrivere in quella maniera, e il prosieguo si è rivelato anche meglio. Sarà che io amo la narrativa territoriale, senza la quale non vi sarebbe quella “internazionale” per mancanza di punti d’appoggio, ma la ricerca storica di  Giulia Colacicco include anche i caratteri e l’atmosfera di un territorio, la psicologia sociale di chi lo popola tra accenti comici o pieni di una sensibilità dolorosa e gentile. A sorpresa c’è anche uno stile pulito; e non me ne voglia l’autrice, ma a diciott’anni – pregiudizio per cui battermi il petto? – era l’ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare.

Negli scambi di sguardi e di parole, nella “paesanità” del contesto e certe scene che rimandano ai teatrini di provincia, quelli dove o reciti più che bene o ti fanno vergognare di averci provato, ho visto una scrittura molto sorvegliata, che forse per tenere a bada la fantasia si impone una regola francescana di povertà, ma si spende per la realtà che racconta. Una realtà anch’essa povera, scabra, tenace come l’olivo e al tempo stesso gentile come il miele al palato.

Un richiamo al titolo e un invito alla contemplazione, a fermarsi e rileggere le righe per evocarne gli scorci, gli orizzonti, siano essi gli angoli pittoreschi di una cittadina delle Murge (Santeramo in Colle) o gli interni della casa della burbera Rosa. E poi la fiamma che arde silenziosa fra una manzoniana Lucia, figlia del carbonaio del borgo e Carmelo, rampollo di famiglia non facoltosa ma comunque meno umile.

Tra pettegolezzi, sospetti, scintille e ribaltoni, dopo una fuga dei due giovani i parenti finiranno in tribunale; un tribunale che sa anche qui di sketch, con avvocati e magistrati pronti a ridere dei contendenti e un parroco bizzarro a tentare di riportare la pace.

 

 

 

La freschezza del risultato non viene solo dalla piccola umanità rusticana, ma proprio dalla capacità dell’autrice di dosare gli scorci drammatici e quelli più lievi, restando sobria nel tocco e negli effetti smorzati, come fosse accanto al lettore, pronta a riparare con una mano la luce troppo viva della sua immaginazione. Ne risulta una scrittura svelta, che fa della lingua un esercizio naturale e arriva subito al “dunque” incisiva, scolpita, senza immolare nulla all’altare della leggerezza.

La (s)comparsa della madre- di Emilia Pietropaolo

a cura di Lucrezia Lombardo

Uno dei “luoghi” più contesi dalle odierne lotte biopolitiche è senz’altro il corpo femminile. Corpo rivendicato dalle donne occidentali come possesso personale e fonte di autodeterminazione, corpo ostentato dai mass-media nella recente propaganda che ipersessualizza i soggetti e li approssima a immagini virtuali androgine, corpo neutralizzato da varie ideologie che, in nome dell’eguaglianza, ritengono che la maternità possa essere espropriata alla donna viva, per farsi collettiva e universale. Pur nella differenza di visioni di cui sono portatrici, queste prospettive condividono un interesse morboso per il corpo della donna, fenomeno che richiede un’interrogazione profonda.

Scrive infatti Emilia Pietropaolo, autrice del bellissimo libro La (s)comparsa della madre (Divergenze 2024), che «nella fiction e in una realtà narrativa piena di riferimenti a quella naturale, il corpo femminile non è libero dal controllo degli organi del potere, avendo in sé la capacità di mantenere la specie.»

Pertanto, mentre dall’altra parte del mondo i corpi femminili vengono mutilati o censurati in nome di fanatismi religiosi e politici, in Occidente, le donne sono soggette a una nuova forma di controllo  di tipo demografico e kratoscientifico, che, allo scopo di mantenere la specie, si avvale di una propaganda oggettificante, che riduce la donna alla vagina, la vuole magra e perennemente giovane, oltre che seducente, come se l’esistenza di costei si esaurisse nell’appagamento del desiderio sessuale.

La storia -del resto- insegna che la demografia è, da sempre, una disciplina politica, che plasma società ed economia. Tale disciplina ha potenziato il proprio ruolo nel contesto biocapitalistico odierno, entro cui i corpi e le menti sono concepiti come risorse da spremere, per mandare avanti il profitto materiale e immateriale. In tal senso, il corpo femminile, in quanto sede della vita e luogo di natalità, è conteso dai poteri che gestiscono le nostre società affamate di controllo e, soprattutto, di manodopera a costo zero.

Nel suo libro La (s)comparsa della madre, dunque, l’autrice percorre analiticamente l’evoluzione del significato di “maternità”, esplorando opere che di tale tema si sono occupate e affrontando, senza timori, anche le più recenti teorie distopiche, che concepiscono la maternità come un dovere sociale nei confronti della demografia politica e come prerogativa da estendersi anche al maschile mediante uteri artificiali.

Ciò che emerge, nel corso di una lettura che si fa via via teoretica, è l’arduo percorso evolutivo a cui la maternità è stata sottoposta e, con essa, il corpo delle donne. Quest’ultimo, nello specifico, è tematizzato dall’autrice come territorio conteso e del quale le donne stesse -e soltanto loro- sono chiamate a riappropriarsi. Difatti, la condizione femminile è costantemente esposta alla subordinazione, proprio per la potenza esplosiva che dimora nella donna: unico essere in grado di generare e di dare forma in se stesso all’altro da sé.

Come svela La (s)comparsa della madre, ogni volta che si tenta di riprodurre il meccanismo misterioso della maternità in modo artificiale e denaturandolo, ci s’imbatte in mostruose imitazioni, che si legano a deliri politici totalitari e violenti.

La (s)comparsa della madre è quindi un testo profondo e capace -come pochi altri- di analizzare, al di là delle ideologie, non soltanto la maternità, bensì la questione di genere e il tema dell’infanzia e della sua tutela psico-fisica.

Con uno stile diretto e crudo, ma al contempo elegante, Pietropaolo decostruisce il concetto di “maternità” a partire dalla carne: dimensione brutalmente materiale, da cui prendono avvio le odierne battaglie di potere. Il concetto di “carne”, difatti, è stato approfondito dal filosofo Maurice Merleau-Ponty, che lo impiega allo scopo di approdare a un orizzonte anti-dualistico e in cui la contrapposizione tra corpo e mente venga risolta e, con essa, il domino sul vivente.

Percorrendo le tappe di un complesso dibattito, il libro prende perciò le mosse da una prospettiva comparativistica, nel corso del primo capitolo, per approdare, nei capitoli successivi, a uno svisceramento radicale della questione della maternità in relazione al corpo della donna.

Corpo che, da individuale, si fa sempre di più sociale e oggettificato, e che, per tale motivo, necessita di un pensiero radicale che lo tuteli e lo protegga dalle manipolazioni e dalle sperimentazioni biopolitiche. E, quel pensiero radicale, non potranno che partorirlo le donne.

Come scrive difatti l’autrice:

«Nella società dell’imperialismo tecnologico la libertà presume una manipolazione, ed amministrare le nascite e colei che vi provvede è amministrare pure la coscienza civile, la quale invece dovrebbe essere condizione primaria della libertà.  L’importanza della madre per l’umanità trascende la ragione, perciò l’apparato del potere tiene in piedi un ordine antagonista a quello organico-naturale, in netta disarmonia con la trasfigurazione da esso operata».

La società ibrida e artificiale dei nostri tempi, allora, altro non è che la tetra imitazione dell’ordine di natura, il solo capace di generare misteriosamente la vita al di là di ogni riduzionismo materialistico. Di contro, laddove tale ordine organico-naturale, con le sue leggi, è stravolto, non resta che un vuoto delirio d’onnipotenza teso a inseguire una cibernetica immortalità terrena, il cui esito non potrà che essere mostruoso.

Sofia si veste sempre di stracci. Tributo a Cognetti

di Cristina Caloni

Sei stata bella, una volta, almeno una volta.
Quando io cercavo di salvarti, ma non ero nessuno. Non ho più saputo nulla
di te per anni, e soltanto ora ho ritrovato la fotografia della festa di Halloween,
quando ti ho portata in un locale, vestita da strega. Forse ora non ti ricordi
nemmeno più di me, di quella ragazza che, dopo essere uscita da casa tua,
si chiudeva in auto a piangere, mentre la pioggia batteva insistente sul
tettuccio.
Ti ricordi il giorno in cui sei rimasta a dormire a casa mia? Hai fatto la doccia
da sola – quando eri con me non avevi paura dell’acqua – usando il mio
shampoo per capelli, delicato, e finalmente si sono rivelati i tuoi ricci biondi. Ti
ho prestato il mio vestito lungo fino ai piedi, di cotone batik verde come i tuoi
occhi, e siamo uscite insieme a passeggiare in centro. Un gruppo di ragazzi
si è voltato a guardarti perché sembravi davvero la primavera del Botticelli, e
tu mi hai affondato le unghie nel palmo della mano. Mentre il mondo
s’affaccendava intorno, giocavi a stare immobile il più a lungo possibile, per
opporre una passiva, inerte, greve resistenza al mondo frenetico, in corsa,
dissanguato, incendiato, perso.
Il tuo era un ascetismo orizzontale, di cui nessuno era al corrente, a parte
me. Mi dicevi di pensarmi sotto forma di onde arancio, calde e regolari, che ti
salivano dai piedi, lentamente, fino alla testa, e solo così riuscivi a prendere
sonno. Mi piaceva l’idea di trasformarmi in onde arancio.
Non ti potevo adottare, né ho potuto farlo in seguito, perché ero troppo
giovane e non avevo un lavoro. Potevo solo vegliare sulla tua vita, da
lontano.
A tredici anni, quando saresti dovuta sbocciare, non c’eri più. Cancellata dai
farmaci, eri ingrassata e avevi lo sguardo assente.
Non cantavi più insieme a me, non ascoltavamo più ballate irlandesi, tu
scrivevi nella tua strana lingua brandelli di frasi costruite di simboli che tu sola
capivi. Scarabocchiavi lettere magiche calcando fino a strappare la carta dei
quaderni di scolara che portavi sempre con te in una borsa enorme. Non
badavi alla forma, avevi mille fogli sparsi, in una tenera feroce confusione di
grafia distorta.
Mi avevi chiusa fuori.
Ti ricordi il pomeriggio in cui mi hai regalato una margherita di fili di rame? E
poi di colpo hai cantato Parsley, sage, rosemary and thyme, con una limpida
voce alta e pura. Avevi una voce bellissima, l’ho ripetuto tante volte a tuo
padre, ma lui non mi ascoltava. Pagava qualcuno per prendersi cura di te e
non voleva sapere altro. Ti stava cancellando come ha fatto con tua madre.
Le dosi giornaliere di psicofarmaci ti tenevano buona, ma già alle sette di
mattina ti bruciavano gli occhi e avevi sempre sonno; alla prima ora proprio
non riuscivi a stare attenta a scuola, spesso ti addormentavi sul banco.

Stavi immobile nella tana di tende e di tappeti, immersa nella penombra di
fiabe, mentre intorno il mondo si strofinava, paonazzo e congestionato.
Le pozioni magiche trasformavano stupende principesse in mammut, ma il
principe si innamorava lo stesso alla follia; il gigante si innamorava di una
vecchia che partoriva una bambola di pezza. Le biglie incantate, scagliate
contro le persone, facevano piangere, davano nausea, vomito e mal di
schiena.
Come una gazza amavi tutto ciò che luccicava e ammucchiavi bigiotteria di
poco valore. Sognavi una casa tutta tua perché eri un po’ nomade, vagavi
dall’appartamento anonimo di tuo padre alla triste soffocante casa dei nonni,
dove era cresciuta e impazzita tua madre.
La villetta dei nonni era costruita in una zona tranquilla del paese, una
casetta perbene con i nani da giardino, le rose gialle senza profumo, il prato
curato.
I nonni erano indaffarati a tenere in ordine le cose, a spolverare, pulire il
garage, rifare i letti; la nonna, una donna gobba, grassa, con lanosi capelli
giallastri e gote rosse, cucinava torte immangiabili impastate con la farina di
mais.
– Allora, smettila di urlare, guarda cosa hai fatto, te lo dico sempre io di
mettere il sottobicchiere, e miseria!
– Crepa vecchiaccia! Crepa!
– Sta’ attenta che ti mando al Mombello.
Si diceva così, dalle nostre parti, anche se il Mombello era ormai diroccato,
un luogo mal frequentato in cui aleggiava il ricordo di elettroshock e
lobotomie.
Quando litigavate ti andavi a incastrare sotto il letto e non volevi più uscire. Il
pomeriggio del temporale avevate appena litigato. Al primo tuono ti sei
buttata per terra picchiando la testa, al secondo hai iniziato a gridare, al terzo
a piangere, al quarto ad avere le convulsioni. I nonni cercavano di calmarti,
ma ottenevano l’effetto opposto, a quel punto io sono scappata senza
salutare, perché non ero pronta alle tue urla. Quando ho chiuso dietro di me il
cancello e sono salita in auto sono scoppiata a piangere, ascoltando lo
scroscio d’acqua sulla macchina diventare sempre più violento.
Sembrava impossibile che quella coppia anziana e bolsa avesse generato
due creature incredibilmente belle come te e tua madre, entrambe con gli
occhi verdi, tua madre di un verde primaverile, spiritato, quasi evanescente,
tu del verde autunnale di prati marciti, malinconico, ma alleggerito dalla
dolcezza dei tuoi tratti.
– Ha finito signorina? Che la bambina si deve lavare. Va’ che capelli
sporchi, va’ che roba – diceva tua nonna, rivolgendosi a me.
– Non mi lavo io, non mi serve.
– Ma sì che ti serve, sembri una poveretta che non ha un posto dove
lavarsi sembri… cosa pensa la gente? E le insegnanti a scuola? Che i
tuoi nonni non ti vogliono bene? E pensare che stiamo facendo tutto per te, come i genitori stiamo facendo. Chissà che fine facevi senza di
noi.
– La mamma dice che fate schifo. Che mi rovinerete come avete fatto con
lei. Vero nonno?
– Tua mamma è una pazza, noi le abbiamo dato tutto e lei ci si è rivoltata
contro, una serpe ci tenevamo in casa.
– E chi la vuole vedere? La odio, ma odio pure te, e pure il papà, e la
nonna e l’altra nonna che sembra già morta, è una mummia, e mangia
solo quella merda di riso bollito. I miei unici amici sono i conigli, sono gli
unici vivi qui, sennò mi sarei già ammazzata.
– Non parlare così a tuo nonno, sai!
– Parlo come voglio, vecchiaccio.
– E basta! Adesso vieni che ti lavo bene. Sa signorina, che questa qui
non si sa ancora lavare da sola? Le dobbiamo sempre lavare il sedere
e i capelli, e son lo stesso tragedie.
E io aspettavo nel corridoio stantio, mentre tu, seminuda, avevi le mani di tuo
nonno tra le cosce, mentre la vecchia moglie trascinava le ciabatte per i
corridoi bui o stava in cucina a rammendare, senza capire cosa stesse
succedendo o cosa fosse successo.
La pazzia stava germogliando per la seconda volta. La pazzia proveniva da
lei, è iniziata con lei, la colpa era sua e sotto la colpa ha piegato la schiena.
Volevi vivere da sola, vestita con un abito bianco, tra stracci, conigli e
candele.
– Hai presente avere una spina nel culo? – mi hai detto una volta –
ecco, è come avere una spina nel culo, e ti danno le medicine per il
dolore, ma a cosa serve se non te la tolgono?
In un giorno precedente di poco il tuo tredicesimo compleanno sono passata
a trovarti: eri agghindata come una principessa delle discariche, con
cellophane frusciante e trasparente cucito e drappeggiato intorno ai fianchi in
una fastosa gonna a balze, uno stretto corpetto plissettato, le spalle nude
coperte dal mantello di plastica. Eri brava a cucire – ho convinto io tuo padre
a lasciarti frequentare un corso di cucito, cosi da assicurarti un lavoro, ricordo
che ti eri confezionata un cappotto di panno viola dal taglio asimmetrico e non
te lo toglievi mai. Mi ha impressionato come tu avessi traforato un sacchetto
della spazzatura per trasformarlo in un velo da sposa che portavi sui capelli
un po’ unti.
Stavi festeggiando il tuo fidanzamento ufficiale con il coniglio, già da tempo
unico e migliore amico.
– Ma non è un po’ vecchio per te? – dico io.
– Cosa? Vecchio il mio coniglietto? – e lo baci sulla bocca leporina.
– Beh, in fondo ha già otto anni…
– Vuoi dire che muore, eh? Ma crepa tu! Lui sta benissimo.
E segue una crisi isterica che mi costringe a mettere il cd di Enya, panacea
per tutti gli isterismi.

– Ti piace il mio coniglio? È bello vero?
– È davvero un coniglio carino.
– Siamo una bella coppia, no? Guardaci come siamo belli insieme –
dice, mentre si lascia leccare una guancia.
– Come mai non un tuo compagno di classe? Almeno è un po’ più alto e
non ha quelle orecchie enormi.
– Perché, che differenza c’è tra gli uomini e i conigli? Anche loro
mangiano la loro merda e leccano la loro piscia. A me gli uomini fanno
schifo.
Il tuo femminismo precoce mi ha lasciata senza parole. Giuro. Hai detto
proprio così.
Io sola ero autorizzata a entrare nella tua tana. Lì dentro cercavo di consolarti
e tu ti aggrappavi a me con tutte le tue forze. Ti sfregavi contro di me, mi
baciavi il collo, mi accarezzavi, io ti respingevo con dolcezza, per evitarti una
crisi, e ti assicuravo che non era per la tua bellezza, perché eri bellissima.
Tuo padre non ti abbracciava mai, per paura di sembrare pedofilo, così mi
diceva. Con lui non ti voleva. Si è costruito una nuova famiglia al sicuro dalla
tua rabbia, così hai cambiato spesso casa: hai vissuto alcuni di anni in una
comunità, una casa famiglia immersa nel verde di un magnifico parco. Ho
faticato molto per trovarti quella sistemazione, ma tu eri diffidente e negavi di
essere malata, odiavi le coinquiline, le educatrici, la vita di gruppo. Hai
provato a scappare più di una volta, per andare dove? Ogni volta ti
riprendevano e tornavi nella vecchia casa nel parco, con i soffitti altissimi, un
grande salone con un pianoforte a coda in un angolo e un divano rosso,
talmente isolata che dalle finestre si potevano vedere le stelle. Sono venuta
qualche volta a trovarti e ho conosciuto una signora dai capelli grigi corti e tre
ragazze tue coetanee. Sarebbe potuto essere una periodo felice, se tu. Se
loro. Se tu avessi collaborato, se i medici avessero capito cosa ti affliggeva.
Schizofrenia, dicevano. Eri di nuovo magra, andavi tutti i giorni in palestra e
avevi un piercing all’ombelico. Parlavi del tuo passato – così giovane ne avevi
già uno, certi ricordi ti rubano l’anima – come del “buio”, come se ti fossi
risvegliata da un coma. E c’era un ragazzo che ti corteggiava e che sembrava
avere qualche speranza, sì, lui ti piaceva, ti fidavi. Me lo ricordo, aveva gli
occhiali spessi, era gentile. Aveva tentato due volte il suicidio, per questo ti
dicevo di non frequentarlo, forse mi sbagliavo, perdonami. Quando avete
fatto l’amore per la prima volta è stata una lotta, l’hai graffiato e picchiato, è
stata una delle ultime cose che mi hai raccontato.
A diciotto anni eri ancora così bambina, ti vestivi come una zingarella, con un
paio di gonne a balze una sopra l’altra, e due maglie, perché avevi sempre
freddo.
Non vederti più è stato come lasciare un gattino cieco e selvatico ai margini
della strada: che ne sarà di lui?
Tana! Liberi tutti.

Anch’io amo le tane. Non te l’ho mai raccontato, ma quando volevo rievocare
il passato costruivo un rifugio di tappeti, mi chiudevo lì dentro con una
bottiglia di Porto rosso, la musica degli Intillimani, di Simon and Garfunkel e di
Battiato, e rievocavo l’infanzia, piangendo. È un rito che ho portato avanti
quando gli incubi sulla morte di mio padre sono finiti e lui ha cominciato a
mancarmi. Avrò avuto diciassette anni, credo.
Quando giocavi a stare immobile sentivi sempre un prurito dietro le scapole,
che fossero ali?
Un giorno hai appoggiato sul davanzale della finestra i quaderni e il pacchetto
di sigarette. Avevi iniziato a fumare perché ti calmava. Sei salita sul
davanzale e hai guardato i boschi sfumare nel cielo. Ti sei buttata, hai
spiegato le ali e hai volato per venticinque metri.
Un giorno hai appoggiato sul davanzale i quaderni e il pacchetto di sigarette e
sei salita in piedi sul davanzale.
– Cosa cazzo stai facendo? – ti ha gridato il tuo ragazzo, prendendoti per
un braccio, trascinandoti sul pavimento,
E vi siete abbracciati.

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

Il romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, quei visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui  all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffo in morte di Julien raccontato da Julien stesso: Continua a leggere

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

 

ll romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffio in morte di Julian raccontato da Julian stesso: Continua a leggere

Francesca Marone “Poche rose, tanti baci”.

Poche rose tanti baci è il romanzo di esordio di Francesca Marone, edito da Castelvecchi nel 2017. La trama ruota attorno al controverso rapporto tra una donna e suo padre, ormai malato e in fin di vita. Il pericolo di indulgere a sentimentalismi è altissimo, ma Marone riesce con maestria a mantenersi in un perfetto equilibrio tra il racconto di un dolore passato e le conseguenze inevitabili sul presente. Sullo sfondo, relegato in un letto di ospedale che riproduce una di quelle immagini livide del tardo rinascimento tedesco, è stagliata la figura ingombrante del padre. Un genitore, anzi, tanto è il distacco che si sente respirare in queste pagine e che matura via via che la storia si addentra nei ricordi sbiaditi delle mancanze, delle falle di un uomo egoista, padre assente, marito fedifrago.

Eppure è lui il protagonista, l’agente della storia e il responsabile morale di un rapporto che non è mai decollato e che assomiglia ad un copione recitato con dovizia. All’attrice non protagonista, toccano le rose, surrogato stantio e stereotipato di un amore assente. Lei è Giulia, donna matura, alle prese con un matrimonio finito e un figlio adolescente, con il cuore tachicardico e la voglia di riempire una voragine esistenziale.

Il tentativo di ricostruire l’immagine di un padre perfetto è la compulsione di questa donna che si muove come un’ investigatrice alle calcagna del movente, dell’assassino e delle vittime designate. Le conseguenze del disamore saranno, in qualche modo, inevitabili e letali. Le strade del grande uomo di successo sono lastricate di gente affamata e assetata di tenerezza, una parola che non conosce albergo in questa storia, se non negli sguardi e nei gesti della figlia al capezzale di un corpo morente. Continua a leggere