L’angelo di sangue – di Valeria Bianchi Mian –

di Serena Vinci

L’angelo di sangue (Edizioni del Capricorno, 2026) di Valeria Bianchi Mian, noir psicologico che si è aggiudicato il 2° posto nella Sezione Classico del prestigioso premio letterario «Garfagnana in Giallo», è il terzo romanzo di quella che potremmo definire la prima e finora unica trilogia dell’horror torinese di penna femminile.

L’autrice ha una formazione psicoanalitica di orientamento junghiano e ha creato il marchio Tarotdramma per i suoi percorsi psicoterapeutici, che si avvalgono della suggestione dei tarocchi,  all’intersezione con gli strumenti dello psicodramma.

Il riverbero nella letteratura di questo suo approccio professionale è evidente, soprattutto per il lavoro profondo sulle matrici inconsce della natura umana e della scrittura stessa, come Bianchi Mian dichiara nella dedica alle due madrine Carolina Invernizio e Rosa Mogliasso, le «due muse che mi regalano consigli nei momenti medianici, ovvero l’arte dello scrivere ascoltando la voce dell’inconscio».

Un ritratto di Carolina Invernizio

Le due scrittrici piemontesi, la prima instancabile romanziera di horror ottocenteschi (che oggi sono considerati stucchevoli ma che all’epoca hanno fatto la storia di quel particolare filone del genere incentrato sull’oltretomba, che esplora regni di spiriti e dimensioni infernali) e la seconda, venuta a mancare nel 2024, che ha reso l’horror al femminile portavoce di un’aperta denuncia sociale, sono il manifesto della poetica di Bianchi Mian.

 

 

 

La trilogia noir è pubblicata dalla casa editrice torinese Edizioni del Capricorno e curata dalla direttrice editoriale di Valentina Castellan, che ha fatto della sezione noir la sua punta di diamante, insieme ad altri noti autori come Giorgio Ballario e Massimo Tallone.

Va detto che Bianchi Mian è una delle rarissime penne femminili che si dedicano con successo a questa forma di romanzo, possedendo in particolare due specificità di rilievo. Prima di tutto, la capacità di contestualizzare nella contemporaneità le vicende, sia linguisticamente che in relazione ai riferimenti culturali.

Infatti, capita spesso di vedere i personaggi alle prese con la tirannia dei social e dei messaggi di whatsapp, irrinunciabili quanto invadenti, nella vita vera ancor più che nella finzione, la quale aiuta a svelarne la macchinosità e la pervasività nella vita quotidiana.

In secondo luogo, ma non di secondaria importanza, è il rilievo del contesto storico e soprattutto geografico. Infatti, già dai titoli dei capitoli incontriamo luoghi cari a quel lettore che conosce il Piemonte e l’area torinese in particolare: il monte Musiné, Casellette, Parco delle Vallere, Villa della Regina.

Se ci addentriamo nei luoghi battuti dai torinesi, Caffè Elena e via Sant’Anselmo aprono scenari complessi nella mente di chi ha vissuto quei quartieri e ne comprende la connotazione. Se qualsiasi lettore ignaro del significato intrinseco di questi luoghi, si gode appieno la fase immaginativa che accompagna ogni lettura di finzione, nel caso di un lettore con conoscenza  diretta della toponomastica, l’esperienza risulta altamente immersiva.

I tre romanzi sono autonomi nella narrazione e nelle vicende, nonostante alcuni personaggi ritornino come la coppia “detective” Viola/Pietropaoli, ma lo spessore valoriale di ognuno di essi aumenta se messo in relazione all’altro.

Il primo romanzo della trilogia, Il corpo crudo (2023), si apre il 23 dicembre 2022 con la scoperta di un omicidio brutale a sfondo esoterico nel quartiere di San Salvario. La vittima è Bruno Sirio, un fotografo e artista di successo di trentatré anni, noto nell’ambiente dell’arte contemporanea con lo pseudonimo di “Dio+”. Il suo cadavere viene rinvenuto nella sua casa-studio di via Ormea in condizioni raccapriccianti: è stato costretto a ingurgitare dell’acido disgorgante ed è stato privato del membro virile, che sembra essergli stato strappato via con violenza ferina.

Copertina del romanzo "Il corpo crudo"

Le indagini seguono due piste principali, quella del movente artistico/economico, fa pensare a un assassino proveniente dall’ambiente cinico e competitivo dell’arte contemporanea torinese, e quella passionale/psicologica che sospetta di qualche amante del passato. Infatti, Sirio, aveva l’abitudine di usare e manipolare i corpi delle donne per le sue opere provocatorie, provocando rancori nelle relazioni interrotte bruscamente.La narrazione oscilla continuamente avanti e indietro nel tempo per ricostruire i mesi precedenti al delitto e scavare nel passato profondo dei personaggi. Ad amplificare l’atmosfera cupa del quartiere (ben nota a chi ci ha vissuto o trascorso serate della movida) si aggiungono una serie di misteriose aggressioni notturne a opera di una presunta creatura feroce, che i testimoni descrivono come la figura mitologica di un lupo mannaro. Il fulcro della storia diventa così l’esplorazione del confine labile tra l’essere umano e l’istinto animale (l’Ombra), dove il corpo cessa di essere solo una forma per diventare “carne cruda”, vittima e carnefice dei desideri e delle psicopatologie umane.

Il secondo romanzo della trilogia, Le signore dei giochi (2024), affronta invece tematiche profonde e viscerali legate al femminile, alla maternità, alla perdita e al senso di colpa, muovendosi tra la Torino “bene” e le atmosfere inquietanti delle Valli di Lanzo. La storia si apre in medias res con un ritmo incalzante e una scena d’impatto: in una piovosa notte di giugno, nei boschi delle Valli di Lanzo, Greta Pietropaoli (anche già protagonista del precedente romanzo) è in fuga, è stata ferita gravemente ed è inseguita da qualcuno che intende ucciderla. Da questo momento, la narrazione fa un passo indietro nel tempo, quando un paio di settimane prima era apparso un misterioso documento risalente al 1995. Questo foglio sconvolge la routine di tre eccentriche anziane signore della Torino borghese. Le tre donne si professano medium e sensitive, sono dedite a pratiche esoteriche ed extrasensoriali, note nel loro giro di clienti affezionati come le “ziette”.  Gravita intorno a loro ruota anche la figura di Viviana, una tarologa.

Il documento riapre un cold case vecchio di trent’anni: la scomparsa di Eva Amariei, una giovane clochard che all’epoca era all’ottavo mese di gravidanza. Il nome di Eva diventa il fil rouge (un vero e proprio “filo rosso sangue”) che lega indissolubilmente il passato al presente, sollevando interrogativi su chi, a distanza di decenni, abbia interesse a dissotterrare o a coprire per sempre il destino di quella donna invisibile.

Il fulcro emotivo e concettuale dell’opera, in questo secondo romanzo, è l’esplorazione della maternità e del corpo femminile in tutte le sue declinazioni psicologiche e drammatiche. Nel corso della storia si confrontano e si scontrano infatti diverse figure di donne.

E dopo la bestialità e la maternità, Bianchi Mian posa il suo sguardo analitico e allo stesso tempo onirico sull’estrema contemporaneità, in particolare sui giovani nella loro solitudine, persi nella loro suscettibilità davanti all’uso e abuso tanto dei social quanto delle relazioni tossiche.

Anche L’angelo di sangue si apre in medias  res, con una drammatica seduta di psicoterapia online tra il dottor Daniel Viola e la sua paziente diciannovenne, Raffaella Montedori (soprannominata “Vega” su Zoom). Raffaella è in cura da lui da due anni, a seguito di un tentato suicidio. Vediamo che la ragazza si collega a schermo spento dal crepuscolo di un bosco sulle pendici del Musiné e annuncia di voler interrompere la terapia perché ormai ha incontrato l’angelo che aspettava.

All’improvviso, lo schermo si attiva e lo psicologo assiste impotente a una scena orrifica. Sullo schermo compare la schiena nuda di Raffaella, che mostra il tatuaggio di due ali sulle scapole. Ha la testa infilata in un sacchetto di plastica e qualcuno si muove sopra di lei con un coltello. La trasmissione si interrompe bruscamente prima del grido della ragazza, lasciando Daniel nel panico per non aver registrato la chiamata o fatto uno screenshot e di non sapere cosa sia successo davvero.

Con un escamotage ormai consolidato, la narrazione fa un salto indietro di circa due settimane, ai primi di dicembre, per ricostruire i fatti. Nel corso di una seduta online, Raffaella aveva confessato al terapeuta con grande entusiasmo di aver incontrato una persona “speciale” di nome Michael e di aver iniziato un percorso spirituale. Viola, che già nei giorni precedenti parlando con la compagna Greta Pietropaoli aveva confessato di percepire un’oscura sensazione di pericolo imminente legata ai suoi pazienti, ignora ancora che la sua giovane assistita sta cadendo nell’adescamento della setta di Metatron.

La setta è mossa da Salvatore Regis, un carismatico quanto arrogante maestro olistico che tra le altre stranezza partecipa a un’intervista presso Radio Happy Turin per promuovere il suo centro “Spirit Healing” di via delle Rosine a Torino. Regis predica una filosofia sincretica di “meditazione angelica” volta all’evoluzione dell’Io e alla purezza, nonostante intimamente provi profondo disprezzo per la gente comune e la sua mediocrità.

Raffaella aveva incontrato Michael, che a dispetto del nome è una bellissima ragazza androgina dai tratti angelici, proprio mentre era impegnata a fare volantinaggio per il centro Spirit Healing. Michael (che in realtà ha adescato Raffaella tramite chat mirate su WhatsApp, facendo leva sulla sua fragilità e sulla comune passione per la stella Vega) la invita quella sera stessa a un incontro di meditazione gratuito che prepara ai successivi step per celebrare il solstizio d’inverno, data cruciale nell’ambito del sistema esoterico fatto di simbologia, momenti di ritualità e talvolta crudeli sacrifici di trasformazione.

Del resto, la quarta di copertina lo dichiara: siamo in una Torino che sta per festeggiare il Natale e «qualcosa di malvagio sta per succedere», in un’eco referenziale, appena mascherata dalla traduzione in italiano, dell’inquietante serie horror Something Very Bad Is Going to Happen, degli stessi produttori dell’ormai epica Stranger Things, distribuita su Netflix proprio a marzo, in una concomitanza con l’uscita de L’angelo di sangue che ha dell’esoterico, appunto. E senza voler spoilerare altro, di angeli e demoni che mescolano il loro sangue si tratta.

 

Voci dalle ossa

di Antonina Nocera 

Se esiste un libro che coniuga alla perfezione la complessità  di temi, dell’impianto strutturale con la chiarezza e il nitore formale,  questo è Voci dalle ossa di Alessia Franco, giornalista e scrittrice, nota anche come “La raccontatrice”. E se è ancora lecito, in questa età di semplificazione, di ampia tendenza all’intrattenimento e non solo in ambito letterario,  divulgare un’operazione culturale che ha anche una ricaduta sul piano dell’impegno sociale, penso che sia doveroso spiegare le ragioni e la genesi di questo lavoro.

Ho trovato interessante il progetto che sta a monte alla scrittura di un libro che è molto di più di un’opera di narrativa. Come necessaria premessa, è utile sapere che si tratta di un e-book concepito per essere distribuito e letto in forma gratuita, già tradotto in inglese, spagnolo e arabo. Sposando la politica dell’ open access, il lavoro di Franco intende coinvolgere studenti, lettori e lettrici in maniera trasversale e con l’intento di sollecitare, attraverso la narrazione, una riflessione ad ampio raggio che parte dal macro tema del dialogo con  i morti, con le ossa,  che nel simbolismo archetipico  sono l’anello di congiunzione del ciclo psichico vita-morte vita (PInkola Estes)

Tutto parte da un’idea di Franco che raduna  tutte le sue passioni: la fiaba, la narrativa, le storie scelte con cura e restituite con la cura di chi sa recuperare e raccontare, il giornalismo, l’ inchiesta, il realismo magico. Si aggiunge una collaborazione importante con l’antropologo forense Nicholas Marquez Grant.

In quattro anni di meticoloso lavoro,  Voci dalle ossa prende vita da quest’incontro, dalla sinergia di queste due voci, di queste visioni: la narrazione incontra il grande tema delle sparizioni forzate, dei desaparecidos di ogni paese del mondo; la ricerca meticolosa e faticosa dell’antropologia forense incontra la forza delle parole che ci restituiscono storie sepolte, come le ossa delle fosse comuni, destinate altrimenti a rimanere polvere tra la polvere, dimenticate dal mondo. Ce lo spiega Nicholas, che firma la prefazione:

In Voci dalle Ossa, la scrittrice Alessia Franco, mia cara amica, ha raccontato, spargendo luce con parole che ha scelto una per una, il fenomeno delle sparizioni forzate. Lo ha fatto da due prospettive: una è quella delle vittime che hanno perso la vita; l’altro è il punto di vista di chi resta vivo, con soltanto un ultimo ricordo e molte domande irrisolte. La storia scritta da Alessia rende onore anche tutti quegli scienziati – spesso molto coraggiosi – che operano in tutto il mondo per cercare appunto di dare risposte ai parenti degli scomparsi, cercando di colmare i vuoti di informazioni spesso insufficienti, lavorando senza sosta per ricercare e identificare i corpi delle persone che non hanno fatto più ritorno a casa.

Le voci narranti sono affidate ai ragazzi, i componenti del Discovery team,  adolescenti o poco più con un fuoco dentro, quello della curiositas, che da Apuleio a Collodi è il topos della conoscenza del mondo, della trasgressione positiva che insegna ad affrontare l’incognita, ad andare oltre lo steccato del conosciuto, della zona di comfort. Sono loro, i trasgressori positivi, che cambiano le regole imposte da un mondo alla deriva, che nasconde le “ossa” di omicidi scomodi, di vite innocenti strappate precocemente.

Nico e Rosa, sono i detonatori di questa esperienza di vita e narrazione: lui ritrova le ossa e lei le racconta, restituisce, attraverso la parola, le storie dei corpi dimenticati nelle fosse, delle memorie che vi sono appiccicate come residui di materia: la scienza e la narrazione si incontrano per svelare il sepolto, il “segreto” dell’osceno che ogni comunità desidera seppellire per sempre. Le ossa seppellite sono quelle degli scomparsi, dei desaparecidos, delle persone scomode eliminate, delle vittime della lupara bianca, dei bambini delle fosse comuni durante le guerre, degli scomodi, dei reietti, dei diversi.

Con grande abilità narrativa, Alessia Franco riesce a delineare personalità palpitanti e reali, con vite ed emozioni riconoscibili e al contempo (come ogni narrazione che si rispetti) funzioni e aspetti simbolici che ognuno di loro incarna:

 Perché tutte le narrazioni hanno uno strano modo di manifestarsi, sono vive. Capiscono chi le ascolterà, sanno aspettare.

In ognuna delle personalità del Discovery Team, possiamo scorgere una porzione del mondo che abitiamo: il ragazzo venuto dall’altra parte del mare, che ha conosciuto l’orrore e  cerca risposte, per quanto scomode, a domande che nessuno osa fare; un’adolescente che oggi rubricheremo con la frettolosa etichetta “problematica” che si emancipa dalle sicurezze della propria cameretta per intraprendere un percorso di maturità e conoscenza;  una piccola donna che non si lascia sovrastare dalla perdita forzata del padre e decide di unirsi alla ricerca di chi scompare, di riempire l’assenza con un progetto.

Le storie sono ricucite, come dice Nicholas Grant,  con un preciso metodo:  Raccogliere infor­mazioni, ricomporre un puzzle di luoghi e di persone. Un disegno che assolve a importanti funzioni sociali, antropologiche, narrative, che serve, in definitiva a ricomporre quel necessario tessuto identitario e mnestico in cui una comunità smembrata può ricongiungersi.

L’autrice viene da una terra, la Sicilia,  in cui questi territori opachi, queste terre di nessuno degli scomparsi, dei dimenticati, hanno segnato profondamente la storia. Anche il nostro mare può essere veicolo semantico di molteplici significati, alcuni molto poetici altri fortemente disturbanti, quando diventa- purtroppo sempre più spesso-  il cimitero liquido di corpi che mai verranno restituiti, di cui non si saprà mai nulla.

Insieme agli scomodi, ai diversi, ai reietti, costoro hanno diritto di esistenza, hanno diritto di essere raccontati e narrati e tramandati; nelle antiche comunità queto compito era affidato agli anziani, vengono chiamate in causa le nuove generazioni, a cui idealmente si rivolge questo testo, richiamando la sensibilità e la curiosità delle giovani menti.

Grazie a loro, il  racconto diviene universale, per tutti coloro che leggeranno, a prescindere dell’età e dalla formazione  come tiene a ribadire nella nota finale Alessia Franco, perché non esiste un’età per esplorare le profondità dell’animo umano, è un esercizio, come ci ha insegnato Seneca, necessario per divenire sapienti e consapevoli di noi stessi.

Questo prezioso libro ci insegna anche a farci guidare per mano, da maestri che hanno visto e sanno, da coloro che hanno gli strumenti e le abilità da tramandare, da chi ha le parole per curare, per raccontare.

Elmo e cupola: uno sguardo sul Medioevo russo

di Olga Petuchova 
Il titolo “Elmo e Cupola” (Il Tarebinto edizioni), riecheggia in un certo senso quello di “Guerra e Pace”: nel medioevo russo, la Pace (cupola) e la Guerra (elmo) si intrecciano. A gran parte degli italiani la storia medievale della Rus’ rimane poco conosciuta. Qualcosa in più si sa sugli ultimi tre secoli, a partire dal momento in cui Pietro il Grande ha avviato l’occidentalizzazione della Russia. “Elmo e Cupola” colma questa lacuna.
Il libro è unico per diverse ragioni: tratta un tema poco approfondito in Italia, si basa su fonti storiografiche russe , la maggior parte delle quali non è mai stata tradotta, e presenta una divulgazione vivace che permette al lettore di scoprire la storia medievale della Russia in modo semplice, leggero e curioso.
L’autrice, Olga Tarovick,  ha compiuto un lavoro titanico di sintesi e divulgazione, attingendo a un corpus di 231 storici russi e circa 70 fonti primarie. Tra questi, giganti come Solov’ëv, Ključevskij, Lichačëv, Karamzin. Il libro è una risorsa preziosa anche per lo specialista storico. Presenta l’“autentico” punto di vista russo sulla propria storia, spesso distante da quello occidentale. Anche quando non si è d’accordo, è indispensabile confrontarsi con questa prospettiva, soprattutto quando è sostenuta da una bibliografia così vasta.
“Elmo e Cupola” colloca il medioevo russo nel contesto della storia mondiale. Dopo ogni capitolo, l’autrice riporta dati ed eventi significativi della storia globale, permettendo di contestualizzare il materiale.
Spesso ci si domanda quale sia il posto della Russia: Asia o Europa? Questo libro presenta un approccio che considera la Russia come una civiltà indipendente. Essa può essere influenzata da altre culture e paesi, ma mantiene il suo volto originale e inconfondibile.
Il Medioevo russo è fonte inesauribile di ispirazione e ha avuto un impatto profondo su diverse aree della cultura russa e mondiale (leggete i dettagli nel primo commento). È una chiave per comprendere meglio la Russia contemporanea.
La Russia, in tutte le sue variazioni, ha più di mille anni e ha avuto diverse forme e modi di esistere; tuttavia, il processo di sviluppo non si è mai interrotto e i legami con la storia passata sono sempre forti. Si potrebbe pensare che sia una storia lontana, ma non è così: essa rimane viva, come un giovane alberello nascosto nel tronco di un grande albero, senza il quale quest’ultimo non potrebbe esistere.

Le Pentite – Sarò per te veleno e cura –

Le Pentite. Sarò per te veleno e cura - Francesca G. Marone - copertina

di Antonina Nocera 

La parola farmaco ha un’etimologia interessante, in quanto è una vox media, il significato oscilla tra qualcosa che apporta beneficio e al contempo qualcosa che può uccidere, il “Pharmakon” (φάρμακον). Questa natura liminare, tra beneficio e veleno, ne acuisce le proprietà, e ne potenzia anche concettualmente il senso.

Quando ho letto il titolo dell’ultimo romanzo di Francesca Marone, “Le pentite- Sarò per te veleno e cura”,  ho pensato che l’autrice, al secondo romanzo questa volta per  i tipi di Les Flâneurs edizioni,  volesse condurci in una strada impegnativa, non lineare, ma giocata su questa liminarità, doppiezza semantica che ho subito assunto come chiave di lettura dell’ultimo lavoro.

Di strade, in realtà ce ne sono tante: la malattia, la memoria, il potere della cura sui corpi, la gestione del dolore mentale. Non era semplice confrontarsi con questi temi “maestri”, senza rischiare di creare un guazzabuglio di  linee narrative  dove le idee  avrebbero potuto confliggere con la capacità delle parole di domare e addomesticare.

Marone ha una penna salda, che incanala questo materiale dentro una struttura a incastro: chiama a raccolta una storia antica, attinta dagli archivi dell’Ospedale degli Incurabili,  antico sanatorio napoletano fondato nel 1500. La riesuma, quasi come una negromante di anime silenti, per fare parlare storie sopite, e farle vibrare all’unisono su una nota, quella della verità scalciante, rotti gli indugi e i tabù, e soprattutto le imposture della storia che spesso restituisce storie epurate.

Interseca un piano temporale passato con quello del presente, affidato alle  voci narranti tra cui quella di Giuseppe, alter ego di Giuseppe Moscati, medico vissuto negli anni ’20 , dalla personalità fragile, incline alle crisi depressive, ma con una grande sensibilità, quasi “medianica” ; poi Federica, studiosa che apre una breccia nel passato da cui scaturiscono le ossessioni di un passato rimosso e Maria con il suo bagaglio di storia tossica con un uomo violento.

Quella di Federica è una vera e propria catabasi, un viaggio negli inferi, nelle viscere di un dolore che una volta esplorato  metabolizzato, le permette di “guarire”, come ogni farmaco, come l’abisso del mare di cui non si conosce il fondo:

Da bambina non aveva mai imparato a nuotare, una vergogna per i suoi genitori. Ma niente da fare, l’idea soltanto di non sentire la sabbia sotto i piedi le faceva venire il panico. Quel blu profondo attraverso cui non riuscire a intravedere il fondo era un tunnel senza uscita per lei. Ancora adesso, al pensiero di cadere in acque profonde, si sentiva soffocare come se le potessero stringere la gola con la garrota. Come se potesse precipitare in un pozzo scuro, puzzolente, senza mai poter toccare il fondo con i piedi.

La storia si insinua tra le pieghe di un passato lontano, nell’Ospedale degli Incurabili venivano internati i malati ostili alle cure. Emblematica è la voce di Albina, una ragazza che fu internata  presso la casa dei matti con la diagnosi di “ delirio melangolico cronico profondo, con squilibrio della meccanica delle idee, inclinazione ossessiva alla pratica canora e insufficiente capacità di parola”. Un probabile disturbo depressivo che fu “curato” con l’isolamento  e con torture fisiche “riabilitative”.

Ancora Elisa, “una delle più belle prostitute della Sanità, una pelle come un’oliva e un profumo di zingara venuta dal mare”  che fa ancora i conti con la violenza, ancora più subdola e feroce, perché “istituzionalizzata”. Lei e Albina, si riconoscono nel dolore

“Con la mollezza dell’animale, in un curioso ma timoroso avvicendarsi al mondo, si accostarono l’una all’altra.”

Vivendo uno sprazzo d’amore in quel lager di folle violenza. Lo sanno loro, lo sanno tutte  le Pentite che  La salvezza non è mai a buon prezzo, perché le cicatrici recano un segno indelebile e rigenerarsi è davvero un lavoro faticoso, un immenso fardello di esistenza che solo pochissime riescono a portare sulle spalle.

Un ritratto di Francesca Marone

 Marone si conferma abile esploratrice di storie in cui il nucleo sentimentale ha un peso specifico forte, riguardando in un certo senso, legami archetipici già esplorati nei lavori precedenti, come il rapporto con il  padre, la violenza e l’abuso, le dinamiche familiari e sociali opprimenti e alienanti. Si apprezza soprattutto la capacità di gestire questo materiale con una lucidità  clinica senza indulgere in patetismi e sentimentalismi tipici di una cultura del dolore che caratterizza certa letteratura contemporanea.

Le storie delle Pentite riannodano un filo con la storia, con donne che hanno subito violenze, abusi e torture fisiche e psicologiche, una microfisica del potere che si perpetrava soprattutto attraverso la disciplina dei corpi delle donne etichettate come scomode e “fuori dalla norma”:

Erano le Pentite. Una volta varcata la soglia dell’ospedale, non sarebbero uscite mai più. Invecchiavano, trascinando i piedi e svuotando bacili di uomini che, pure se ammalati, non resistevano alla tentazione di infilare le mani sotto le vesti. Pur sapendo che quelle donne avevano la più terribile e implacabile delle malattie dell’epoca.

In un dialogo asincrono con la storia, omaggia la recuperata tradizione del romanzo storico contemporaneo, penso a Sciascia nel racconto La strega e il capitano che recupera una storia del ‘600 per interconnettere le imposture e le ingiustizie del passato, riverberate  nella storia di Caterina Medici, con quelle del presente.

Viene così giustificata la struttura a incastro del romanzo che appare un po’ frastagliata e farraginosa nelle primissime pagine ma che si dipana via via in un crescendo di storie di vita interconnesse attorno al grande tema dell’amore che cura e da affanno, che avvelena dolcemente e che può essere la più grande menzogna e la più dolce cura.

I sotto-temi, tantissimi e di grande importanza, la fragilità, i rapporti tossici, la manipolazione, la solitudine, la depressione sono il corollario di una storia che  infine  si illumina di una verità, che ogni dolore, anche il più grande e il più spietato può mutare e diventare una forza, una grande opportunità di rigenerazione interiore e di  trasformazione.

 

 

STELLE DI NEUTRONI

di Roberto Rastelli

Dopo avere letto la silloge, Stelle di neutroni, di Valentina Tramutola (Divergenze 2025), ma anche durante, ho pensato d’istinto a quando noi attempati, a scuola, recitavamo la poesia, anzi, la povesia, intesa nel proprio ingranaggio di strofe e di versi misurati e contati. Un concetto alquanto lontano, elementare. Ma la poesia non è un principio architettonico, nel quale il terzo piano non si regge senza quelli di sotto; è invece un bagliore di freschezza improvvisa, un lembo di azzurro che fa capolino tra le nubi, una margherita nel cemento.

E il poeta può anche effondere tutto l’animo in una riga, in un solo tono di colore. Nella povesia c’era bisogno che non tutto fosse poesia, a meno di un miracolo. Ma prodigi di quel tipo non li avevano fatti Dante, Leopardi, Pascoli e nemmeno Virgilio, che accanto all’esametro sublime di tanto in tanto aveva pentametri qualunque.

Tramutola non fa eccezione. In frammenti in cui  l’aria era piena di luna e di tutto un rumore di futuro che s’alzava dove non c’erano cantieri e barricate vi sono sprazzi, momenti, fiotti d’inchiostro come sangue, come linfa, capaci di dipingere un quadro in un verso. Il quale, se è fortunato, mi basta, e ho il diritto e il piacere di inciderlo nella mente, di tatuarlo sullo spirito. In quell’istante non so se ciò che segue lo potrò accettare o rifiutare; quella illuminazione mi ha riempito, mi ha aiutato a vedere meglio, a capire, e capire è un verbo risolutivo, da pronunciare piano, con la voce calda di meraviglia.

Come se ci fosse un organo

che presiede allo spasmo da mancanza.

Mi opereranno, per asportare

la tua lontananza

Prima di leggere la raccolta ero nella condizione di chi ancora non sa, pieno di aspettative e di dubbi nei riguardi dei contenuti: evocazioni, figure, lezioni sconosciute. Dopo – e intendo dopo tutto, comprese le illustrazioni e i ragionamenti dei curatori – non solo ho realizzato che in quel tascabile grigio c’erano ritratti ed empatie originali, ma sono stato visitato, a tratti sedotto, da punti vivi, eventi vivi, doni vivi. I quali hanno ben altra consistenza e profondità. Continua a leggere

MONTALBANO COME MAIGRET: IL PERSONAGGIO SI RIBELLA AL SUO AUTORE

 

di Mario Pintacuda 

Andrea Camilleri ha avuto un legame letterario molto stretto con Georges Simenon, considerandolo uno dei suoi grandi maestri. In una lunga intervista rilasciata a Gianni Bonina, lo scrittore empedoclino dichiarò espressamente:

«Ho preso tante cose da Simenon. Ma la principale resta quella di aver imparato da lui, attraverso lo smontaggio e il rimontaggio dei suoi romanzi per sceneggiarli alla televisione, la struttura del giallo all’europea, che è assai diversa dalla struttura del poliziesco all’americana» (Il carico da undici, Barbera ed., Siena 2007, p. 325).

Camilleri era un profondo conoscitore del simenoniano commissario Maigret e in particolare curò con Diego Fabbri la produzione dei 16 episodi del fortunato sceneggiato realizzato dalla RAI tra il 1964 e il 1972.

Non mancano, in effetti, le affinità fra Montalbano e Maigret: «preferiscono lavorare da soli anche se all’interno dell’istituzione, apprezzano il loro mestiere, ma con sufficiente disincanto. Talora ricorrono a metodi non proprio ortodossi che li mettono persino in contrasto con le autorità, ma sono rispettati e ammirati dai loro subalterni che ne sopportano le piccole manie e non ne discutono gli ordini, per quanto a volte apparentemente stravaganti.

Li unisce poi la simpatia che talvolta provano per i loro avversari o addirittura la pietà per la sorte di alcuni… E in comune hanno anche la rabbia, l’impotenza di non poter cambiare la società nella quale vivono, di non poter “fare l’aggiustatore di destini”» (S. Demontis, I colori della letteratura – Un’indagine sul caso Camilleri, Rizzoli, Milano 2001, p. 181).

Tuttavia Camilleri dichiarò espressamente di aver voluto differenziare il suo commissario dal modello simenoniano:

 «Dovevo scongiurare il rischio di imitare Maigret. Io ero stato il produttore di tutta la serie televisiva di Maigret, quindi ce l’avevo dentro. Allora ho iniziato a cercare di differenziarmi: Maigret è sposato, il mio poliziotto non doveva avere moglie; Maigret in genere si mette dalla parte del morto, il mio personaggio no, al mio commissario doveva interessare assai più il contesto» (cfr. “Camilleri sono”, in “MicroMega – Tutto Camilleri”, 2019, p. 302).

Un’altra differenza eclatante è il fatto che di Montalbano, a differenza di Maigret, viene descritto il progressivo invecchiamento:

«Maigret è senza tempo, mentre Simenon scrive i suoi 70 e passa Maigret nel mondo succedono un sacco di cose: la Francia viene occupata, scoppia la guerra… Ma tutto questo non intacca il personaggio, il suo mondo è limitato al commissariato e alla casa del morto. Io invece ho voluto creare un personaggio che invecchiasse e che vivesse nel suo tempo. Ecco perché già fin dal primo romanzo ci sono allusioni alla situazione politica italiana» (ibid., pp. 303-304).

La “contiguità” fra Simenon e Camilleri è ulteriormente confermata, a un certo punto, dalla comune tendenza a volersi “liberare” del proprio personaggio principale (Maigret e Montalbano rispettivamente), con il quale si innesta un dialogo quasi conflittuale.

In questi giorni il quotidiano “Repubblica” propone in edicola “venti capolavori imperdibili del ‘papà’ di Maigret”; l’iniziativa è stata così presentata da Giancarlo De Cataldo: «Gide considerava Simenon uno dei grandi autori del Novecento, la cui importanza e influenza non si esauriva nelle peregrinazioni del commissario Maigret lungo la Senna. […] In Simenon convivono due autori. Il creatore del commissario Maigret e lo scrittore di tanti altri romanzi che definiamo ‘duri’ o ‘puri’, o entrambe le cose. Amava la definizione di romanzi ‘non commerciali’, laddove commerciale significa ricco di concessioni a un pubblico da compiacere: l’idea che la vita sia tranquilla, un lieto fine posticcio, una qualche sistemazione morale o filosofica che ci mandi a nanna contenti. Tutto ciò che il romanzo puro o duro non è» (“Repubblica”, 9 ottobre 2025).

La stessa constatazione, mutatis mutandis, si può applicare a Camilleri, anche lui maggiormente propenso ai romanzi “storici” (o comunque “altri”) piuttosto che alla riproposizione dell’ennesimo nuovo caso di Montalbano; anche lo scrittore siciliano, infatti, avverte un crescente disagio nei confronti di un personaggio divenuto invadente e “ricattatorio”. Il successo “eccessivo” di Montalbano “infastidiva” Camilleri, che si sentiva “schiavo” di un vero e proprio “personaggio seriale”; da qui la sua persistente idea di “eliminare” in qualche modo il commissario facendolo uscire di scena.

Un evidente e importante riferimento a Simenon si trova in un articolo di Camilleri intitolato “L’impossibilità del racconto”, che era uscito per la prima volta sulla rivista “MicroMega” nel marzo 2002; l’articolo è stato ripubblicato sulla stessa rivista nel numero unico “Tutto Camilleri”, pubblicato pochi giorni dopo la morte dello scrittore empedoclino (avvenuta il 17 luglio 2019).

Si tratta in realtà di un racconto-sfogo del commissario Montalbano, che scrive in prima persona e se la prende con il suo autore: «Da qualche giorno Camilleri mi scassa i cabbasisi perché vuole da me un “racconto d’oggi”. Siccome lo conosco bene, so che lui intende dire che si aspetta una storia strettissimamente legata all’attualità, alla realtà dei giorni nostri» (p. 100).

Il commissario però afferma, polemizzando con la realtà politica “berlusconiana” del momento, che «fare un racconto sulla realtà d’oggi non è possibile» (art. cit., p. 101). Questo atteggiamento del suo personaggio fu così chiarito da Camilleri: «in queste pagine Montalbano confessava di non poter più raccontare le sue storie all’autore dato che molti dei reati che un tempo perseguiva ora non poteva più perseguirli perché non erano più da considerare tali» (G. Bonina, op. cit., pp. 329-330).

In realtà però c’era un altro motivo di dissenso fra autore e personaggio: infatti nel suo sfogo Montalbano afferma che Camilleri, di fronte alla realtà dei fatti, non potrebbe esimersi dal fare qualche “aggiustatina” personale, operando degli interventi arbitrari per “correggere” e “idealizzare” il suo personaggio.

In proposito, il commissario fa esplicito riferimento a un romanzo di Simenon, intitolato Le memorie di Maigret (Les mémoires de Maigret), che presenta un analogo impietoso confronto fra il personaggio e il suo autore. Questo romanzo (il 35° dedicato a Maigret) fu scritto da Simenon nella sua tenuta di Lakevilla (Connecticut) dal 19 al 27 settembre 1950; il libro fu poi pubblicato in Francia nel gennaio del 1951 presso l’editore Presses de la Cité.

Nel testo Maigret, ormai pensionato, decide di scrivere le sue memorie, al fine di rettificare il ritratto “più vero della natura” (“plus vrai que nature”, cioè “très bien imité, très ressemblant”) tratteggiato da Simenon. Continua a leggere

Leonesse. Le guerriere del Rinascimento di David Salomoni (Laterza, 2024)

di Serena Vinci 

 

Di guerriere se ne trovano di tutte le estrazioni sociali: aristocratiche, contadine, popolane, persino scrittrici. I nomi di alcune, come la Tigre di Romagna, sono rimasti negli annali. La maggior parte di esse, però, è poco conosciuta al grande pubblico: Cia Ordelaffi, Orsina Visconti, Antonia Torelli, Donella Rossi e tante altre, tutte parti di una storia che rimonta fino agli albori del medioevo.  (p. XII)

 

L’indagine storica dovrebbe sempre muoversi nel tentativo di sollecitare l’emersione dall’ombra di persone, fatti, circostanze, cause e conseguenze, poco note oppure volutamente trasfigurate e minimizzate, in una forma di insabbiamento che è ciò che accaduto nei secoli alle donne. La storia delle donne è infatti un campo di ricerca che solo recentemente si è costituito come autonomo.

Nel corso delle ricostruzioni storiche di alto rigore scientifico e onestà intellettuale, la postura dell’autore, pervade il racconto e lo plasma. Non è nuovo l’interesse di Salomoni per questo ambito di ricerca, dal momento che già in relazione ai contenuto di un altro suo saggio, Magellano: Il primo viaggio intorno al mondo (Laterza, 2022), gli era stata attribuita una quasi eccessiva «attenzione riservata alle donne in una storia di viaggio».

Si può dire che Leonesse di David Salomoni  (Laterza 2024) costituisca un’ottima pietra d’inciampo, perché obbliga a soffermarsi su molti aspetti che talvolta sfuggono all’opinione pubblica, nella frenesia entusiastica di percepire il nostro attuale periodo storico come il più sensibile e propenso a dare spazio alle donne. L’autore dimostra invece che «le donne sono sempre esistite». Non solo sono esistite, ma hanno anche inciso sulla storia europea.

Prova ne è una delle figure femminili citate, Cristina da Pizzano (1364-1431), meglio nota come Christine de Pizan, italiana emigrata in Francia con la famiglia da bambina e lì diventata la più nota scrittrice e attivista femminista (ante litteram!). Cristina ha dato vita a quella particolare discussione tra intellettuali (e qui intendo uomini e donne) che viene usata come categoria interpretativa, nota come Querelle des femmes. Continua a leggere

Invettive musicali

 

t di Stanislao Rossi

Invettive musicali, Nicolas Slonimskij, Adelphi 2025 (trad. it. di Lexicon of musical invective, critical assaults on composers since Beethoven’s time, Coleman-Rose company, 1953, 1965)

Invettive musicali è una gemma finalmente tradotta in italiano: si tratta di una raccolta di stroncature di compositori da parte di critici musicali a loro coevi sui giornali. Gli articoli raccolti vanno dai tempi di Beethoven agli anni “30.

L’autore, Nicolas Slonimskij, non sapeva di star raccogliendo i materiali per un’antologia non solo esilarante, ma anche utilissima: immaginate di essere un critico e di essere stato piantato dalla vostra cara mogliettina che è un’esponente in quell’arte specifica. Qui troverete ottime idee per definire le opere della vostra ex in modo del tutto oggettivo, spassionato e misurato. 

Avete difficoltà con un collega le cui idee provano il fatto che ragioni con l’apparato digerente? Perché utilizzare parolacce? Potete sempre definirlo uno “scimpanzé alticcio”, come George Templeton Strong, famoso avvocato americano, musicista e diarista, ha definito il povero Berlioz il 15 dicembre del 1866.

Per chi non sapesse chi sia stato Nicolas Slonimskij (27/04/1894-25/12/1995), si tratta di un compositore, direttore d’orchestra e critico musicale russo naturalizzato statunitense vissuto per oltre cento anni. Ne ha avuto dunque di tempo per fare danni, tra cui ricordiamo tenere corsi di russo ad Harvard, dirigere i Berliner, formare Cage, occuparsi di musica latina americana, insegnare a parlare in latino (non una forma di spagnolo o latino-americano, latino proprio) alla figlia Electra…

Non dimentichiamoci che a 87 anni ha suonato il pianoforte per Frank Zappa e che a 100 in un’intervista ha fatto scompisciare l’auditorio dichiarando che se Schubert fosse campato quanto lui avrebbe potuto essere “la sua balia”. Docente di teoria musicale a Boston, è stato colui che ha introdotto Varése al pubblico americano.

In una deliziosa post-fazione scritta da lui stesso medesimo, Il rifiuto dell’insolito, il critico offre una panoramica della motivazione dei giudizi meno profetici della storia per quanto riguarda l’arte della musica: quello che noi consideriamo “musica” è anche ciò che riteniamo tale e che siamo abituati a sentire.

Inoltre, il critico evidenzia anche i campi semantici di appartenenza dei vari insulti: scatologici e legati agli escrementi, salute mentale, animali (con i gatti che la fanno da padroni, fatto che la dice lunga sui critici, ma anche i coccodrilli e i primati sono presenti e non va sottovalutata la presenza dei maiali; colpisce la totale assenza dei caribù e degli zebù), malattie, quali coliche, mal di denti, febbri cerebrali etc etc. (in una recensione di Louis Elson suggerisce di mutare il titolo di le mer di Debussy in le mal de mer…).

Qualche critico fa il parallelo tra un concerto e una colica o un intervento odontoiatrico, in un modo che risulta talmente spassoso da dover interrompere la lettura per ridere e sottolineare la frase, pronti a riadoperarla alla bisogna. Inoltre, nota come già negli anni “50, quando pubblica la prima edizione di questo gioiellino, nessun critico musicale serio avrebbe dato dell’idiota (o meglio ancora del lunatico, nel senso però ottocentesco del termine) a un compositore, come invece fa Otto Floerscheim, un critico musicale, a Richard Strauss.

Anche tutte le riflessioni morali erano ormai quasi del tutto accantonate, dunque, tanto più fanno riflettere oggi, in cui nessuno avrebbe problemi con la morale della “Tosca”. Sulla “Carmen”, dopo il mio divorzio, invece, ho compreso che Slonimskij sbaglia, non c’è moralismo da parte di questi poveri critici, al contrario di quanto avrei pensato fino a cinque anni fa. Sono piuttosto espressi dei pilastri della società umana, certe schifezze, le mogli e le fidanzate non dovrebbero farle, rimanete con noi mariti!

In effetti, come nota Slonimskij, le critiche sull’opera spesso si trasformano in insinuazioni sul privato dei compositori, riflessioni sulla fisiognomica degne di Lombroso, critiche anche alla morale. In pratica, non c’è un campo semantico dell’insulto che non sia toccato dai critici musicali, anche nei confronti di quelli che oggi sono considerati dei geni universali.

Il titolo originario di questo esilarante libro è traducibile con “Dizionario delle invettive musicali” e nella traduzione italiana viene offerto un piccolo lessico conclusivo che indicizza i vari insulti e si riferisce di conseguenza al compositore in questione.

Per dare un’idea di come i critici coevi definissero la musica di quello che oggi è un mostro sacro come Beethoven, basti guardare le seguenti voci:  “aberrazione”, “accordi scorticanti”, “armonia davvero atroce”, “assoluto smarrimento” (della ragione del compositore), assordante, baccano, banale, barbarico, becchettante, bizzarro, brutto (voce sotto la quale si trovano praticamente tutti i compositori citati nel libro), marchio di Caino, caotico, chiasso, coccodrilli (Lizt ha anche “colica dolorosa” in catalogo tra le definizioni date delle sue opere), “concerto a base di grida di guerra indiane” (questa definizione davvero notevolissima la tengo in serbo per  definire il quartetto d’archi della mia ex moglie), confusione, dannatamente sbagliato, dannoso, dissonanze antieufoniche, dragone ferito, faticoso, feroce, gatti selvatici (anche questa da usare contro la mia ex), grossolanità, imbroglio e credo che possa bastare.

Come racconta in una noticina, Slonimskij ha trovato queste recensioni spulciando archivi ed emeroteche in varie università, anche se ammette che alcune perle sono state trovate per “serendipità”, cioè per puro caso.

Quello che interessa è che spesso questi critici non erano delle emerite nullità, ma degli intellettuali anche piuttosto importanti, come Eduard Hanslick, a cui Brahms ha dedicato i suoi Sedici walzer op. 39, e noto per le sue posizioni anti-wagneriane.

Quali sono state le reazioni dei compositori? Alcuni hanno fatto finta di niente, con una certa sportività, Beethoven ha appuntato a una critica “Miserabile canaglia! Quello che io cago è meglio di quanto tu abbia mai pensato”) e Max Reger rispose a una stroncatura di Rudolf Louis con la seguente, garbatissima lettera, che illuminava di una funzione non concepita dal critico, ma di certo utile, la sua recensione: “Sono seduto nella sala più piccola della casa con la sua recensione di fronte a me. Tra un attimo sarà dietro di me”.

 

Hotel Roma

di Andrea Comincini

Dopo il grande successo di La pista Pasolini, Pierre Adrian (classe 1991) torna a raccontare un autore italiano che ha segnato il nostro secolo. Stavolta si tratta di Cesare Pavese, e il libro si intitola Hotel Roma, il luogo in cui, in una calda giornata di fine agosto, lo scrittore torinese si tolse la vita ingerendo dei sonniferi.

Adrian ripercorre la vita e la carriera del nostro partendo da Torino e dalle sue atmosfere, e attraversa lo stivale per riportare alla luce e alla memoria momenti o passaggi cruciali del percorso umano e letterario di Pavese. Da La bella estate a La luna e i falò, ogni testo rimanda a una rappresentazione, una sensazione, spesso agrodolce, e soprattutto consente allo scrittore di parlarci del suo Pavese: non un simbolo da imitare, ma un amico strano, malinconico e furtivo.

Un ritratto dell’autore Pierre Adrian

Le pagine raccolte da Adrian hanno la forza della passione, e nella descrizione della biografia dello scrittore di Torino un’esistenza geniale e complicata è raccontata tra luci e ombre, con garbo e rispetto, fino al compimento del gesto finale. Quanto colpisce di più tuttavia, in questo libretto di circa 150 pagine, non è il visibile, ma la presenza dell’assenza, dell’invisibile. Leggere e studiare Pavese, rispetto a tanti altri autori, significa accettare nel proprio orizzonte un vuoto incolmabile.

Non si può catturare un senso, né crearlo artificiosamente. Pavese è circondato da una solitudine che traccia i confini di qualsiasi ricerca, e nemmeno Il mestiere di vivere sa dirimere le nubi di un animo così confinato. Adrian ricorda giustamente Antonioni, e la sua celebre “incomunicabilità”. Ebbene, forse con Pavese, più di ogni altro scrittore nostrano, si avverte la mancanza di una tessera del puzzle, si attraversa un labirinto fra stanze buie e mura inconsistenti.

È un universo dai confini ignoti. Non si tratta ovviamente di mancanza di dati biografici né di voluta sete di mistero. Pavese è soprattutto il taciuto, il non detto fra le righe, e Adrian lo capisce con intelligenza, accompagnando il viaggio esplorativo senza cedere mai all’eccesso interpretativo. Sa anche però che l’italiano era un uomo in preda a una mania: “Alla fine alcuni suoi amici, infastiditi da questa idea fissa, questo

“vizio assurdo”, si arrabbiavano dicendo: visto che ne parla tanto, che lo faccia. Che si uccida. Pavese lo fece. Se ne dolsero” (p. 15).

E fu esattamente il 27 ottobre del 1950 che il fatto avvenne, in quella stanza 49 ancora visitabile e rimasta pressoché identica.

Morì come “un forestiero”, fu il commento di Natalia Ginzburg, ma in realtà continuò a essere precisamente se stesso, ovvero un uomo assente, dedito al lavoro meticoloso, coinvolto e distaccato, straniero in patria. Una persona, Pavese, descritta in ritratti preziosi e convincenti, accompagnata dal fedele Ventolin, l’inalatore per gli asmatici, per chi prova a respirare ma l’aria non è mai abbastanza, e così forse anche la vita, le sue bellezze a volte sfiorate ma mai abbracciate.

Parecchi amori infranti, troppe ferite che però non devono farci saltare a facili conclusioni. Il suicido è sempre un atto “incontenibile” e forse solo lo scrittore ne sa qualcosa, perché anch’egli è attraversato da forze oscure di cui forse non è nemmeno pienamente consapevole. Ma Pavese scrive, scrive tanto, annota, e se non possiamo cogliere con la vista il fondo del pozzo, di certo sappiamo quanto fosse profondo, profondissimo, e inquietante. Così Adrian immagina il proprio incontro con Pavese:

“Se avessi incrociato Pavese sotto i portici di via Po o all’ombra dei castagni di corso Valdocco, mi sarei avvicinato a lui per un “ciao”? Avrei almeno tentato di salvarlo? Frequentando quel ragazzo triste mi rendevo conto che passiamo il nostro tempo a proteggerci dalle persone infelici. Le evitiamo per paura di essere contagiati […] Ma cosa facciamo con gli infelici?” (p. 122).

Parole che trasmettono un senso di solitudine, di ineluttabilità e di profonda commozione perché confessano l’indicibile, già espresso da Pavese: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Sono le ultime confessioni nel Mestiere di vivere, ed esprimono non solo le ferite profonde dell’animo di Pavese, ma anche la nostra distanza, l’incapacità di poter proferire la parola giusta, quella salvifica.

Ma probabilmente non c’è e mai c’è stata. Solo “un gesto”, non distruttivo ma di redenzione, avrebbe potuto salvare Pavese, potrebbe salvare noi tutti da quel male oscuro, parafrasando G. Berto, che ogni mattina ci guarda sornione davanti allo specchio. Così non fu.

Adrian conclude il libro senza alcuna mestizia, ma con alcune toccanti parole, simili ai cieli autunnali delle Langhe: di nuovo cita Pavese, il quale dice che si scrive per l’oggi, non per l’eterno, per “sostenere la fatica quotidiana sulla certezza che quanto si fa vale la pena, è qualcosa di unico” (p. 151): la fatica di scrivere, la fatica di vivere.

«Le parole nutrono». Scrittura e vita nell’opera di Goliarda Sapienza, a cura di Manuela Spinelli, Franco Cesati, 2025

I caffè di Goliarda Sapienza

di Serena Vinci

Se è vero che «le parole nutrono e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle» (lo scrive Sapienza in L’arte della gioia), anche il caffè può essere considerato nutrimento. In questi giorni è nelle sale cinematografiche Fuori, il film per la regia di Mario Martone che sceglie di rappresentare l’autrice nel suo rapporto con l’esperienza nel carcere di Rebibbia e le amicizie nate in seno a quella vicenda. Nel film c’è un fil rouge discreto ma significativo: il caffè.

Un fotogramma tratto dal film “Fuori” di Mario Martone

Di tre tipi sono i caffè di Goliarda e tutti e tre nutrono: quello che si prepara da sola a casa e sorbisce seduta in cucina, quello che le prepara il marito e che bevono insieme a letto, quello preparato al bar che accompagna gli incontri con Roberta, ex compagna di cella, seguito poi rigorosamente da whisky «con molto ghiaccio».

 

Ognuno di questi caffè ha un senso e un sapore diverso, come le diverse declinazioni della poetica della scrittrice: introspettivo, di relazione, politico. Mi sembra che di questi tre aspetti parlino principalmente i saggi che costituiscono il recente volume di ricerca accademica dedicato alla scrittrice: Le parole nutrono, per la curatela di Manuela Spinelli, maîtresse de conférences presso l’Université Rennes 2.

Spinelli è specialista in studi di genere, letteratura e civiltà italiana contemporanea. È co-fondatrice di Parents & Feminists, un’associazione dedicata alla genitorialità paritaria. I suoi interessi di ricerca vertono sulle dinamiche di costruzione della mascolinità e della femminilità, sulla letteratura femminile e sulla maternità.

Nel 2024 ha curato, insieme a Ramona Onnis dell’Université Paris Nanterre, un volume di notevole interesse su queste ultime due tematiche: Raccontare i corpi delle donne  (Franco Cesati). Parlare di chi studia un’autrice come Goliarda Sapienza significa parlare un po’ anche della scrittrice stessa. Infatti, Sapienza è stata sempre fortemente coinvolta nelle battaglie di pensiero. Un pensiero, il suo, anarchico e scomodo molto spesso, ma che ha fornito le fondamenta per le nuove riflessioni relative alle tematiche della marginalità, non solo in relazione al genere.

Un ritratto di Goliarda Sapienza

Goliarda viene apprezzata prima in Francia che in Italia, forse per questo è dall’iniziativa di una studiosa italiana che vive e lavora in Francia che scaturisce il bel volume, a seguito del convegno internazionale organizzato per il centenario della scrittrice, «Le parole nutrono. Per i cent’anni di Goliarda Sapienza», tenutosi lo scorso anno, il 21 marzo a l’Università di Rennes 2 e il 22 marzo all’Università Paris Nanterre. La curatrice, che come si diceva è assai sensibile alle tematiche femminili in rapporto alla letteratura italiana, non è peraltro l’unica studiosa di formazione francese a prendere parte al convegno e al volume.

Per esempio, Valeria Restuccia viene da Nanterre, altra roccaforte degli studi italianistici volti alla valorizzazione delle scrittrici. Siciliana d’origini, non è un caso che Restuccia abbia voluto soffermarsi su La potenza evocativa della Sicilia nellopera di Goliarda Sapienza: luoghi, immagini, tradizioni, con cui sceglie di intitolare le sue riflessioni.

L’analisi dell’influenza delle origini suggestiona anche Serena Todesco, che ne parla in Spazi, luoghi e tempi nella sicilianità interiore di Goliarda Sapienza. Questi saggi ci parlano della prima tipologia di caffè, quello introspettivo, conferendo la giusta importanza al luogo della nascita. Recenti riflessioni filosofiche stanno mostrando quanto e come il focalizzarsi sulla nascita, invece che sulla morte, possa modificare la prospettiva d’analisi letteraria. È il motivo per cui alcuni convegni iniziano a celebrare l’anniversario rispetto alle date di nascita piuttosto che, come è prassi, di morte di un autore/autrice. Ciò viene messo a fuoco da Monica Farnetti nel suo contributo, Trame di nascita ne «L’arte della gioia».

 

Un tema centrale per Sapienza è sempre stato quello relazionale, strettamente legato all’amore e al desiderio sessuale. Gloria Scarfone, in Femminismo, familismo, utopia: «L’arte della gioia» oggi, descrive con precisione il modo in cui Sapienza si pone nelle questioni relazionali:

Chiunque abbia letto Larte della gioia non faticherà a riconoscere in queste parole non solo la forza del progetto utopico di Modesta, ma il vocabolario stesso di cui si serve per denunciare la morale sessuale reazionaria: odio, coercizione, vigliaccheria, impotenza sono termini che tornano continuamente nel libro. Instaurare una “nuova vita” a partire dalla coscienza delle contraddizioni (altra parola cardine di Sapienza) inerenti all’antica, non per distruggere la famiglia, ma l’odio che essa crea: è così che Modesta cercherà, dopo aver distrutto la sua per mezzo di ben tre matricidi simbolici, di costruire una famiglia che non sia una fabbrica di mentalità autoritarie. (p. 106)

Relazione con l’altro/a significa però anche pericolo, insidia, rischio di incolumità fisica e mentale. Sapienza è stata tra le prime ad aver avuto il coraggio di affrontare tematiche scomode e scabrose per il senso comune, come il desiderio sessuale infantile, e anche delitti gravissimi come la violenza con aggravante di incestuosità. O, potremmo dire, viceversa: l’incesto con l’aggravante della violenza.

Il pregio è stato farlo senza moraleggiare, senza raccontare giudicando con toni apodittici. Oltre alla violenza, la scrittrice affronta altri traumi profondi come il lutto delle persone care e il tentativo di suicidio. Però, come nota Alberica Bazzoni, in La lingua del trauma nella scrittura di Goliarda Sapienza: temporalità, immagini, forme:

soffermarsi sulla dimensione traumatica nella sua opera, non significa ridurre l’elemento vitalistico, gioioso, affermativo e profondamente generativo che anima tutta la sua scrittura e che ne costituisce la cifra distintiva; al contrario, l’iterazione traumatica contribuisce a dare profondità e spessore proprio alla spinta vitale, inseparabile dal bisogno di elaborare la violenza e il lutto con gli strumenti della parola performativa. Riattraversando letterariamente il suicidio, Sapienza oltrepassa la morte e trova l’ironia, che è l’elemento terzo fra negazione melancolica e vitalismo espansivo. (p. 83)

 

Infine, il terzo caffè, quello politico. Sapienza non ha mai aderito a ideologie preconfezionate, preferendo sempre ironia e vitalismo alla contrapposizione tra schieramenti. La scrittrice, figlia della nota sindacalista Maria Giudice, prima donna dirigente della Camera del Lavoro di Torino, riceve una formazione anarchica che connoterà il suo atteggiamento nei confronti della vita e della società sottraendola a qualsiasi tipo di cliché o allineamento.

Che di politica trasudasse, è chiaro dal contributo di Mara Capraro, Una scrittrice diversa”, una criminale comune”: lesperienza carceraria e la costruzione della postura autoriale e mediatica. Del resto, anche il film di Martone fornisce una chiara lettura della sua posizione in merito alla contrapposizione fuori/dentro che costituisce l’opposizione tra chi è/è stato in carcere e chi no.

Sapienza, in una intervista pungente e scomoda con Biagi specifica che pur non avendo mai pensato che “il carcere è bello”, ha potuto constatare quanto fuori e dentro siano uguali: se non si è liberi non lo si è mai, in nessuna delle due condizioni. E viceversa: se lo si è, lo si è ovunque e in qualsiasi condizione.

Sapienza è letta poco in Italia, o comunque meno di quello che tutte le autrici dei saggi in volume e la curatrice  (‘le amiche di Goliarda’ potremmo dire,  riprendendo il titolo del saggio di Barbara Kornacka, Amiche di Goliarda. Sorellanza in Appuntamento a Positano e Le certezze del dubbio) auspicherebbero. Le motivazioni di questa scarsa attenzione potrebbero riguardare il suo essere “scandalosa” nella libertà con cui ha vissuto le sue emozioni, le sue relazioni e i suoi momenti difficili.

Ma, per essere indulgenti con il pubblico italiano, possiamo pensare che tale disattenzione nei suoi confronti sia legata al fatto che la sua produzione letteraria non sia stata comunicata efficacemente ai lettori e alle lettrici. Se così fosse, bene: Le parole nutrono, di scorrevole, intrigante e godibile lettura anche per i non addetti ai lavori, potrebbe essere un’equilibrata guida alla lettura e alla comprensione di questa autrice di rara complessità.