“Il linguaggio è la barriera” – Le diseguaglianze linguistiche nella scuola contemporanea e l’ingiustizia sociale-

 

di Lucrezia Lombardo

L’architettura del potere si sviluppa anzitutto a partire dal linguaggio. Il modo in cui diciamo le cose, i nomi che attribuiamo ad esse, la maniera in cui esprimiamo ciò che sentiamo nel profondo del nostro essere e quella in cui definiamo la realtà, tentando di spiegarla attraverso categorie e teorie, conferiscono al mondo una struttura bene precisa.

Il linguaggio può infatti essere portatore sia di verità, che di menzogne; esso può manipolare e dimostrare, farsi costruttore di speranza e distruttore di certezze. È attraverso il lògos che, per la filosofia stoica, la vita si genera e si fa manifestazione di un divino immanente alla natura delle cose, ed è sempre grazie al lògos che, per la teologia cristiana, la rivelazione ha voluto rendersi visibile, facendosi storia e incarnandosi.

A tal proposito, la storia stessa si serve di parole scritte o trasmesse oralmente, per farsi memoria collettiva e personale. Nel linguaggio dimora perciò la possibilità d’ogni rivoluzione e, al contempo, la radice del potere e delle diseguaglianze. Attraverso le parole, l’uomo ha cercato soluzioni al dolore che lo affligge, tentando di conferire un senso alla condizione di fallibilità e temporalità che è la struttura della vita su questa terra.

Tant’è che, chi padroneggia il linguaggio, può riuscire a piegare le folle, mentre chi è sottoposto al linguaggio altrui, chi lo subisce senza possedere gli strumenti necessari a decifrarlo, riceve in sorte il ruolo del suddito.

La scuola è il luogo in cui dovrebbero formarsi gli adulti di domani, a partire proprio da quella “competenza linguistica” che, sola, consente di sottrarsi a un avvenire di obbedienza e rassegnazione. La radice ultima delle diseguaglianze sociali, e dell’ingiustizia che ne deriva, risiede infatti, anzitutto, nella disparità linguistica: il potere si serve delle parole per dare un nome -e quindi vita- alle proprie regole, alle proprie strutture, istituzioni e pratiche, mentre il solco creato dalla disparità linguistica, separa chi detta le norme, da coloro che, di contro, non possiedono gli strumenti per decifrare gli imperativi proposti come dogmi irrevocabili. Continua a leggere

Paolo Massari, La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia

di Andrea Comincini

Se l’essere umano sopraffatto dal traffico abbandona la caotica Roma e percorre una strada sgangherata e pericolosa per un’ora in cerca di pace, allora può arrivare a Sabaudia, una giovane città sul litorale laziale. Ma sarà vero? Perché a ben vedere tutto il bel libro di Paolo Massari La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia, Utet, 2025ci racconta che sì, la meta geografica è indubbiamente quell’impennata di marmi bianchi incastonati tra dune antiche, ma in fondo a Sabaudia non si arriva quasi mai solo con il corpo: ci vuole altro.

Sabaudia è la città dell’immaginazione, dell’incompiutezza. Riposa silente e vuota su quella che era una antica palude ma non è mai ultimata. Per “concluderla”, e svegliarcisi dentro, è necessario che il viaggiatore sappia osservarla. Ecco allora sorgere mille città. Quando nacque fu giudicata “ridicola”, poi metafisica, infine simile ai tropici. Paolo Massari, grazie a un lavoro certosino tra carte, testimonianze e ricordi, ci porta esattamente in un luogo privilegiato, le pagine del suo lavoro, per osservare la città e viverla nel profondo.

E così emergono propensioni, suggestioni e definizioni di grandi scrittori e scrittrici che proprio nel “paese nuovo” hanno deciso di assaporare la serenità e il tempo della solitudine, del pensiero. E in questa osservazione d’artista sorge la vera cittadina, capace di trovare nel cuore di Alberto Moravia, Laura Betti, Pier Paolo Pasolini, Emilio Greco e tanti altri protagonisti del Novecento un posto speciale, lontano dai riflettori. Continua a leggere

La rivoluzione della Luna e il “donnesco governo”

Di Bernardo Puleio

Premessa: I Romanzi storici e civili e il metodo Camilleri

Siamo talmente abituati al simbiotico accostamento Camilleri-Montalbano da avere quasi dimenticato che Camilleri, prolifico scrittore, è autore di racconti di tipologie e strutture variegate. Dopo gli esordi del 1978 (Il corso delle cose, da cui nel 1979 fu tratto uno sceneggiato televisivo (La mano sugli occhi), nel 1980 presso i tipi dell’editore Garzanti viene pubblicato Un filo di fumo, che segna l’inizio dei romanzi storici e civili.

Parafrasando uno degli ultimi gialli che vede protagonista il commissario Montalbano, Il metodo Catalanotti (2018), in cui il commissario è chiamato ad indagare sull’uccisione del regista Catalanotti, che adoperava metodi inusuali e scorretti nei confronti degli attori con cui collaborava, allo stesso modo si può dire che Camilleri ha inventato un approccio inusuale e “scorretto”, ma, genialmente proficuo, nei confronti del romanzo storico.

 

Se la lettura di un testo implica, in primo luogo, un sotterraneo patto tra l’autore e il lettore (e la capacità e la volontà di quest’ultimo di aderire alla finzione letteraria che gli viene proposta), il lettore dei romanzi storici di Camilleri deve preliminarmente fare tabula rasa di quello che è o potrebbe essere il codice identificativo del genere romanzo storico. Ammesso che si possa parlare di un codice identificativo di un genere che, da almeno duecento anni, attraversa, con successo, la letteratura mondiale.

Camilleri, infatti, nei romanzi cosiddetti storici scardina qualunque elemento connotativo della tradizione del genere letterario. Aspetto, questo, che va ben al di là dei sia pure inusuali romanzi gialli, perché in definitiva, anche se il commissario Montalbano ha delle peculiarità tutte sue, non viene meno il patto letterario tra l’autore e il lettore del genere dei gialli che consiste sostanzialmente nella ricerca e poi nell’assicurazione alla giustizia e nella punizione dell’assassino.

Qui invece, nei romanzi storici, l’assassino è proprio Camilleri.

I romanzi cosiddetti storici di Camilleri hanno infatti ben poco di storico. Innanzitutto, perché le fonti vengono spesso travisate o non esistono affatto o vengono ricostruite fantasiosamente anche quando ci siano dei ben precisi riferimenti storici. È una libertà, questa, che l’autore rivendica con sicuro orgoglio.

Se a ciò aggiungiamo anche l’utilizzo di espressioni della lingua “inventata” dall’autore, espressioni tipiche del linguaggio parlato, uso diffuso del turpiloquio, caratteristiche non certamente proprie del genere letterario storico che, ha, per così dire, una sua austera, rigorosa e letterarissima tradizione, ci imbattiamo perlopiù in testi che costituiscono la parodia del genere storico, che forse è uno degli intenti che ha voluto comicamente realizzare l’autore, ma che, al tempo stesso, mantengono una logica e una serietà e, paradossalmente, sembrerebbe una attendibilità storica non indifferente.

Attendibilità che non va verificata nel riscontro oggettivo e preciso dei documenti d’archivio che non esistono o sono reinventati, ma piuttosto nella capacità che Camilleri ha, quando analizza la storia di Sicilia che permea di sé i romanzi storici, di riscontrare in una maniera assolutamente attendibile (che è figlia e frutto di una accurata preparazione storica) le connessioni tra le epoche, con particolare e reiterata attenzione alle vicende postunitarie, investigando, come se si trattasse di un giallo storico, le attese e le aspettative delle classi sociali che hanno recitato sul palcoscenico delle res gestae.

L’ultimo tra i testi storici di Camilleri, La rivoluzione della Luna, pubblicato da Sellerio nel 2013, risulta una miniera interessante di curiosità, di fatti poco noti in una sorta di riabbraccio nel nome del padre “Sciascia”. Intanto la vicenda narra un fatto storico realmente accaduto e poco noto: nell’aprile (non nel settembre, come scrive Camilleri) del 1677 alla morte del Viceré spagnolo don Angel de Guzmàn, prende ad interim il potere, su indicazione testamentaria dello stesso viceré, la moglie, la marchesa Eleonora De Mora.

Poiché spettava al re il compito di nominare il viceré e la carica vicereale non consentiva un possesso di tipo privato di una funzione che era invece pubblica, la designazione testamentaria di un governatore interinale non era legittima, ma, come osserva lo scrittore nella nota finale, era già accaduto che un viceré nominasse pro-tempore un delegato a succedergli.

Secondo Camilleri, Guzmàn avrà esplicitamente nominato la moglie, per evitare che nelle more di una nuova designazione accedesse all’incarico, il cardinale di Palermo Portocarrero, che invece, fortemente, avrebbe aspirato proprio allo svolgimento di quella funzione. Camilleri precisa di essersi imbattuto nella figura di Donna Eleonora, leggendo un libro di Francesco Paolo Castiglione intitolato, Dizionario delle figure, delle istituzioni e dei costumi della Sicilia storica; in questo testo si fa un minimo riferimento a Donna Eleonora Continua a leggere

“L’odore delle sere.” Poesie di Lucrezia Lombardo”

NOTA DI LETTURA DI MAURO MACARIO:
Mi domandavo quale magica percezione olfattiva può ancora infiltrarsi e sopravvivere nel bosco metallico del nostro Tempo ? Quale ritorno possibile ai sensi originari, quale eco, quale richiamo avvertibile oltre le barriere elettroniche, oltre l’offesa dell’intelligenza artificiale ?
Chi mai sarà in grado di ricongiungersi con i soffi segreti della vita, di una vita minima nel suo successivo espandersi cosmico ? Chi saprà fuggire dagli innesti bionici, resistere alla clonazione robotica ? Chi sentirà il bisogno dell’odore di sere arcaiche, contadine, naturalistiche ? Quale karma guiderà questi versi e chi reincarnato potrà tornare disinquinato dal monossido e dal plutonio 235, per anelito catartico ad accorciare la distanza tra un filo d’erba e un tramonto ?
Solo il karma di una nativa di una tribù d’America istruita alla spiritualità animista, reincarnata in una poetessa del nostro malato e oscuro Occidente. Quell’Occidente che ha sterminato gli indiani, gli animali, la Natura.
Lucrezia, ribattezzata Chaska che significa Dea delle stelle, in lingua cheyenne. Oppure Tala che vuol dire Lupa, o Nizhoni, semplicemente Bella. Bella nel suo recuperare gli odori come un filo d’Arianna nel viola dei crepuscoli tra boschi, torrenti, campagne, monti. Perchè la Natura, per gli indiani era il Grande Spirito, presente in ogni creazione : il vento, la pioggia, i fulmini, il sole, gli animale, ogni fiore, la sabbia, le rocce, le pietre, e gli alberi che parlano a chi sa dialogare con loro.
In queste poesie Lucrezia/Chaska, Dea delle stelle, le crea in un firmamento poeticamente didattico per chi, affetto da amnesia, ha dimenticato la Madre Terra oggi più attraversata dal sangue che da fresche acque sorgive. Chissà da quale squaw, Apache ? Cheyenne ? Kiowa ? Cherokee ? Chaska viene ri-condotta sui sentieri della Grande Origine china a ri-conoscere i fratelli e le sorelle vegetali,le erbe mediche da portare all’Uomo di medicina nel suo campo tendato, e i fiori per adornare il suo tepee pieno di pittografie…
La poetessa odierna combatte anche così le brutture di questa epoca esortando, senza enfasi né anatemi, un ritorno alla Natura dalla quale un Sistema chirurgico infame ci ha diviso separandoci da quell’armonia universale in cui gli indiani fondavano una religione del vivere e una civiltà tribale in un eden che da lì a poco sarebbe stato distrutto.
Oggi siamo tutti indiani e l’eden è vicino alla sua distruzione. Ma finché Chaska continuerà a camminare tra i sentieri e le sue memorie incontrando piccoli e grandi fratelli con le loro anime nei sassi, nell’acqua, nel fuoco, nel vento, a noi indiani non ci fermerà nessuno. Il suo canto lieve e profondo, commovente ed evocativo, unirà le voci passate con le nostre.
Mauro Macario

Barbie: Life in plastic, it’s fantastic , but…

 

Superate alcune resistenze, dovute probabilmente alla mia idiosincrasia nei confronti del rosa, ma più opinatamene al fatto che Barbie di fatto rappresenta l’essenza stereotipata dell’americana californiana, bionda felice e ricca,  così come ce la racconta l’immaginario collettivo,  lontana dall’idea di una donna reale,  ho deciso di vedere il film della regista  Greta Gerwig, multiforme donna sceneggiatrice, attrice e regista di Piccole donne (2019)

Proverò a suddividere le mie considerazioni: la prima, meramente estetica riguarda la produzione, ben confezionata, adatta a un pubblico trasversale, ricca di “advertisement” piazzati con maestria e opportuna strategia di marketing.  Fin qui, nulla  da eccepire: la genealogia della bambola Mattel è rispettata in ogni dettaglio. In secondo luogo, la sceneggiatura:  non vorrei togliere piacere a chi non lo ha ancora  visto, ne dirò nelle linee essenziali:  in breve è una storia che per le sue finalità didascaliche, è divisa in due metà: il mondo di Barbie e il mondo reale che per strane congiunzioni immaginifiche si trovano in contatto.

L’assunto iniziale è che la Barbie ha rivoluzionato il mondo dei giochi infantili delle bambine dell’epoca, che oggi sarebbero “boomer”, perché ha dato loro un modello alternativo a quello delle mamme accudenti con i bambolotti. Carino l’esordio con apprezzata citazione Kubrickiana in salsa parodica. (2001 odissea nello spazio con tanto di intro )  In breve,  Barbieland diventa – secondo questo assunto inziale- un mondo ideale in cui le donne “possono essere tutto ciò che vogliono” , mamme, dottoresse, premi Nobel, avvocate, etc. Tutto è retto dalle donne, le istituzioni, i tribunali, le case che a loro appartengono. Le donne sono tutte amiche e tutto è molto patinato: begli abiti, belle case, belle acconciature. Insomma, è una sorta di mondo femminista in salsa glam. E gli uomini? Rappresentati da Ken, sono per lo più accessoriali e intervengono solo per dimostrare la loro inettitudine. In questo cosmo rosa confetto, però ben presto si staglia la lunga ombra della realtà: Barbie ha pensieri di morte, sviluppa la cellulite ed è depressa. Questo la porterà a visitare il mondo reale per porre rimedio a questa falla. Lei, lo stereotipo, non può soccombere. Questa, insomma, l’impalcatura che porta a confronto due posizioni che inizialmente manichee, tendono a screziarsi in considerazioni più complesse: il mondo di Barbie e quello reale si scontrano come si scontrano tutte le idee di perfezione iperuranica con il mondo reale.

Bibliovorax

Un fotogramma tratto dal film

Ecco, platonicamente il mondo delle idee(quello barbiesco) vede il mondo degli umani come un mondo strano, una copia imperfetta in cui le donne non hanno il ruolo assoluto, non sono al potere, non hanno una casa tutta loro, gli uomini considerano le donne “oggetti sessuali”. Di contro, Ken si lascia prendere dalla fascinazione del patriarcato, di un mondo dominato dagli uomini e dai cavalli in cui lui finalmente ritrova un ruolo. A questo rovesciamento, si aggiunge la verità delle bambine che detestano la bambola perfetta perché loro non saranno mai alte, bionde, con il fisico statuario. Si spiega così l’istinto di deturpazione della bambola che ha colto, me compresa, molte delle bambine che hanno avuto giocato con Barbie  con tanto di sfregi, tagli di capelli mutilazioni.

L’immaginario, insomma,  non ha sopperito alla realtà come era nell’assunto iniziale, così come tutti gli immaginari impossibili di perfezione sostitutiva, destinati a crollare con l’impatto dell’errore e dell’imperfezione. Il ragionamento però va oltre perché aziona una critica dell’utopismo (siamo  donne straordinarie solo nell’immaginazione e nel gioco della simulazione) e anche al mondo reale, che  costruito e modellato sull’uomo, è altrettanto suscettibile di essere letto nel segno di un utopismo che ha però radici storiche ben salde e con ricadute biopolitiche ben più tragiche del fumettistico scenario del film- Loro- gli uomini-  in fondo, lo hanno immaginato e realizzato.  Del resto, – ed  è un altro  livello di lettura-,  è possibile un mondo in cui gli uomini non hanno dimora e sono solo dei molluschi?

Dietro all’immaginario Barbieland si insinua, ed qui a mio parere il punto più interessante del film, una narrazione che non è prodotta dalle donne (il team di produzione della bambola è del tutto composto dagli uomini) sebbene abbia una grande madre originaria che è stata in seguito sostituita. Gli uomini hanno costruito un mondo irreale, relegato all’immaginario in cui coltivare il proprio sogno di gloria (da Barbie stereotipo si è passati  Barbie dottoressa, barbie incinta (poi tolta dalla produzione), barbie scrittrice etc. Tutte però devono essere straordinarie, fantastiche, sopra le righe. Nessuna può essere in definitiva una donna debole e fragile, che ha delle insicurezze;   Il successo, sì, ma a prezzo di una innaturale e deviante abnegazione.

Gli uomini sono relativi improduttivi, secondari. Casca il pero, l’edificio crolla.  L’autodeterminazione di una donna prevede anche lo scarto l’errore , l’ imperfezione, il diritto allo sbaglio alla cellulite alla depressione, al fallimento, al crollo. Include una relazione alla pari con l’altro che sia donna o uomo.  E’ una riflessione che, di rimando e forse più per conseguenza, tange anche il mondo maschile che viene fagocitato da Ken e poi rigettato come insulso soltanto dopo avere sperimentato l’egotismo, il mansplaining, il maschilismo, insomma tutte quelle cosette da maschi alfa che ancora oggi sperimentiamo sulla nostra pelle quotidianamente in modi e luoghi sempre più raffinati, orditi da uomini che hanno cavalcato l’onda dell’emancipazione femminile  solo per raggiungere la vetta più alta, e poter poi dire : “ma io amo le donne”, sono al loro servizio, le adoro mentre le dirigo, faccio selezione tra chi può stare in azienda, tra chi può darmi piacere, tra chi può servirmi per farmi sentire meno il peso della morte, quel senso che poteva innescare un cambiamento epocale come nella mente di Barbie, ma che forse oggi ci è scappato di mano. Insomma,  Barbara, c’è ancora tanto da fare, anche nella narrazione dell’autodeterminazione delle donne, ma grazie di avercelo fatto notare e con intelligente leggerezza.

Pirandello al quadrato

 

 Luigi Pirandello ritorna in Sicilia nell’occasione della morte della sua balia, e si imbatte nella compagnia dei tragicomici Onofrio e Bastiano, attore e aspirante drammaturgo di una compagnia di amatori in fase di realizzazione del loro spettacolo “La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu”.

Questa la  struttura realista del film di Andò, che ripercorre la tappa siciliana di Pirandello, il suo incontro con Verga, e conclude con la prima di  Sei personaggi in cerca di autore, fischiato dal pubblico romano del teatro Valle, poco prima che il dramma diventasse il modello di un nuovo teatro, nel podio dei piu grandi drammaturghi europei, fino al Nobel.   Interviene poi nella struttura a cornice, la storia parallela, innervata dalla stranezza, la stranizza tutta siciliana, visionaria e obliqua, che spezzetta la realtà in frammenti disseminati che tutti assieme hanno il loro senso, la loro “quadra”. È un senso che esige l’abbandono della verosimiglianza, delle regole classiche del teatro, di tutti quei patti narrativi che hanno permesso all’arte di svolgere il suo mestiere e al teatro di essere catarsi e rispecchiamento. La stranizza, come la rottura della quarta scenica è una folata di scirocco che ci rende tutti pazzi, ma lucidi, come Enrico IV alle prese con il suo sdoppiamento.  Non va compresa ma “intesa”, respirata, come tutte le piccole follie siciliane che Sciascia (cui peraltro è dedicato il film come si legge nei titoli di coda) ha tratteggiato, con la precisione di un cesellatore, di modo che apparissero- borgesianamente-  reali più del reale stesso. Andò tenta allora di applicare il metateatro pirandelliano ai personaggi che animano questo film, ne fa visioni, personaggi del processo creativo, follie animate, macchiette spiritate.  Gli appaiono, sono reali e surreali, immagini e persone, sono maschere anch’essi.  Il serbatoio di questo processo  che porta i segni del cortocircuito tra vertà e arte- già maturo –  è quella Sicilia che è rappresentata soprattutto dalla farsa, dalla battuta mordace, dallo stereotipo che si fa carne pensante, da quell’apparente semplicità che è complessa come il sorriso della balia morta, l’irrisione della morte, ancestrale e tragica. Come è arcaico, del resto, il legame con il farsesco e la commedia: non è forse stato Plauto ad anticipare il metateatro e la rottura della quarta parete? E si ride allora, con i magistrali Ficarra e Picone deuteragonisti invasati da una gioia della recitazione che si percepisce a ogni singola battuta. Si ride di noi, della vita che ci supera, di Pirandello che ci ha raccontato le nostre maschere, i nostri amari sorrisi, la nostra “stranizza”. E’ un film che ha reso meno cerebrale Pirandello e lo ha giustamente annodato a radici terragne che probabilmente, come tutti i siciliani emigrati, tendono a diventare vagheggiamento nostalgico. Un affastellarsi di grumi spazio temporali che – e ci sta pure- riportano tempo e memoria a uno stato coscienziale più che reale. Non cercate insomma la genesi dei Sei personaggi n Sicilia, non cercate il viaggio nostalgico di Pirandello, perchè la stranezza, come il flusso della vita,  non la puoi rinchiudere nelle forme.  Interviene la leggerezza della boutade siciliana a raccordare tutto, riuscendo nel suo intento primario.

 

La Sicilia “weird” di Sigonella Secrets

Sigonella secrets, sequel del precedente Sigonella Files è il nuovo  romanzo di Vincenzo Sacco (Biblioteka 2022) che si muove nell’alveo della tradizione del thriller, sci-fi, del distopico e che al contempo attinge a una ricca fonte di ispirazioni, molto eterogenee, tra le quali spicca sicuramente il romanzo americano contemporaneo. La sua  fisionomia ibridata ha una base autoctona: Sigonella Secrets, infatti, è ambientato nella base militare di Sigonella in Sicilia e da lì prende avvio una fittissima trama di eventi che ruotano attorno al tema della cospirazione, del complotto dei poteri forti  di stampo terroristico e dei giochi di potere. L’intreccio tra America e Sicilia si spoglia degli abiti logori della tradizione migrante  novecentesca e si apre a nuovi e originali scenari: questa cellula di americanità incistata nella terra sicula diviene occasione per guardare in faccia, senza infingimenti, “l’innata rabbia cieca dell’America”, per dirla alla Roth, autore che spicca nel sottotesto del romanzo spesso e volentieri.

 Pastorale americana e La macchia umana sono sicuramente testi che sovvengono a un lettore attento che voglia andare oltre per leggere nelle anime dei protagonisti le vere contraddizioni  di un sistema di vita che non è soltanto americano ma che è occidentale, col suo carico di automatismi e aberrazioni. Lo sguardo narrante è affidato a voci spesso irriverenti- anche nel linguaggio- che portano il loro carico di esistenza prima di diventare macchine da guerra: tra tutte, spicca una voce femminile che è lontana dallo stereotipo di genere almeno tanto quanto lo scenario siciliano che fa da sfondo alle azioni dell’agente segreto; lei si chiama Violet Mc Bain, una donna  dal passato tormentato, temprata dalla vita che non le ha risparmiato nessun dolore fisico e morale. La sua personalità scompagina ogni ordine precostituito, chiunque si infranga nel suo mondo frastagliato, nel suo modo maschile, violentemente sensuale,  ne rimane segnato,  sebbene “detesti che le diano del maschiaccio”. A metà tra le Tank girl e  le virago del fumetto americano anni ‘60,  l’agente Mc Bain si rivelerà fondamentale per dipanare con intuito e determinazione un’ intrigata storia che vede curiosamente uniti carabinieri, militari e agenti segreti. Nessuno si aspetti un’eroina salvifica, la sua missione è in fondo un tentativo di recuperare individualisticamente un senso, di là dal progetto. Se il mondo è finzione, complotto e maschera, la scrittura di Sacco tenta di restituire una verità scomoda e indicibile.

Non ci sono assunti manichei in questo romanzo: il genere  umano si abbevera alla fonte del bene tanto quanto a quella del male, l’impasto che ne deriva vive nella sua zona grigia senza interventi moralistici. Il romanzo di Vincenzo Sacco è scritto come se al posto della penna ci fosse una videocamera; i riferimenti filmici sono tanti e non sono ridondanti citazioni, fungono da raccordo visivo a una scrittura veloce,  da action movie , che snocciola un mondo a scatole cinesi, dove gli eventi nascondono sempre un significato altro, da ricercare tra  i grandi marchingegni del potere o tra le pieghe intime dei personaggi sempre ben delineati psicologicamente. Vincenzo Sacco riesce a ricostruire l’identità siciliana in uno scenario contemporaneo dove l’isolitudine siciliana si confronta con stimoli di diversa estrazione; ne viene fuori una Sicilia “weird”, che si riconosce solo dopo uno sguardo attento, dopo aver collocato l’american dream ai margini della nostra aspra Trinacria e averne colto le ceneri ancora fresche. Da leggere con un Americano in mano.

Il “mandato dello scrittore”

 

Un ritratto di P.P. Pasolini- bibliovorax

Un ritratto di P.P. Pasolini

di Francesca Tuscano

 

 

Vorrei esser capito dal mio paese,

ma se non dovessi esserlo,

ebbene

sopra al mio paese passerò in disparte

come passa una pioggia obliqua.

 

Così scriveva Majakovskij, negli anni della crisi, prima del suicidio.

E così scriverà Pasolini, nel corso della sua crisi – che non lo avrebbe abbandonato mai, dagli anni Cinquanta fino alla morte, non meno tragica di quella di Majakovskij:

 

se un poeta non fa più paura è meglio che abbandoni il mondo

e ancora

La morte non è

nel non poter comunicare

ma nel non poter essere più compresi

 

Per Majakovskij, come per Pasolini, il ruolo del poeta è politico. Non ha senso scrivere, “comunicare”, se non si è capiti, perché essere poeta significa creare, con i propri versi, un dialogo e non un monologo

In tal senso, “comunicare” è amare, e il poeta, per Majakovskij come per Pasolini, scrive per il disperato amore che ha verso gli uomini, senza l’ascolto dei quali non ha senso la propria opera.

E non è un caso che Pasolini, nel corso della propria attività di artista e intellettuale, avrebbe avvertito l’affinità con il ‘cantore dell’Ottobre’, nella scrittura come nella comune sorte dell’esclusione, politica ed esistenziale, fino a sceglierlo (con Esenin, ma più di Esenin) come riferimento ideale nella ricerca di una nuova lingua per un nuovo teatro, ricerca politica e, dunque, stilistica (come era stato per Majakovskij, autore a sua volta di un teatro politico, che era stato la spina nel fianco della normalizzazione sovietica post-rivoluzionaria). Certo, nell’ambiente letterario comunista, Majakovskij – e il suo mandato – era stato un modello in quanto poeta della Rivoluzione, autore del poema su Lenin. Ma Pasolini non lo avrebbe amato per questo. La figura che lo attraeva non era quella fatta passare dall’apparato, ma quella formalista degli anni Venti, quella del poeta sperimentatore e nello stesso tempo (o proprio per questo) attento al mandato, all’essere, cioè, voce autonoma, autorevole e non dogmatica dei lavoratori, dei proletari. Un poeta, insomma, marxista, ma non stalinista. 

Jakobson aveva scritto, a proposito del mandato di Majakovskij:

L’attuale disunione, la contraddizione tra la costruzione concreta e la poesia, “la questione delicata del posto del poeta nelle file operaie” è uno dei problemi più acuti per Majakovskij. “A chi serve, diceva, che la letteratura occupi un suo angolo particolare? O occuperà tutto il giornale ogni giorno, in ogni pagina, o non ce n’è affatto bisogno. Mandate al diavolo una letteratura che viene servita come dessert.”

 

In fondo, questo affermava anche Pasolini, nel momento della crisi denunciata in Empirismo eretico (e in seguito, fino alla morte). Se il ruolo del letterato non è più centrale, perché il momento storico che lo ha generato non esiste più, non si può ignorare la crisi che ciò produce. L’arte non può essere un “dessert”, e perciò deve avere dei valori di riferimento, che trova nella realtà che “esprime”:

Ogni artista si adempie secondo un complicato e fitto reticolato di proiezioni che partono dal momento storico che lo determina e che egli conosce ed esprime: quando questo momento storico è zero, l’artista impazzisce: è in uno stato di confusione, o di pseudo-sicurezza su valori ormai superati.

Come Majakovskij, che aveva dovuto prendere coscienza della fine della spinta della Rivoluzione d’Ottobre, così Pasolini avrebbe dovuto prendere coscienza della fine della spinta della Resistenza:

Le avanguardie riempiono di insulti gli scrittori tradizionali (impegnati), e chi gli risponde ha quasi sempre fatalmente torto. Nuove violentissime terminologie descrittive (la “tecnologia”, la “massa” ecc.) hanno preso il posto delle cognizioni in profondità dei problemi sociali secondo uno schema marxista tipico, ecc. ecc. Non c’è più una rivista letteraria autorevole che esprima il pensiero degli artisti di sinistra, molti dei quali cercano nuove formule d’impegno destinate all’assoluta impopolarità: altri dichiarano finito il mayakovskiano “mandato dello scrittore” (Fortini). (…) E’ finita (…) un’epoca storica – e ne comincia un’altra. Finisce l’Italia pseudo-nazionale dell’industria monopolistica, e comincia un’Italia nuova, che fonda la propria reale nazionalità sul reale potere dell’industria neocapitalistica e tecnocratica.

   

Dalla rivoluzione i poeti avevano “ricevuto il mandato di costruire realmente nel nostro tempo”, e Majakovskij lo avrebbe affermato fino all’anno della morte, il 1930. Così sarebbe tornato su questo punto, proprio nel 1930, in una conversazione tenuta a Mosca per i venti anni della sua attività:

Se oggi non sono nel partito, non perdo la speranza di fondermi un giorno con esso.

Questa speranza, che Majakovskij avrebbe perso insieme alla vita, Pasolini sarebbe stato costretto a perderla già a partire dall’anno della sua espulsione dal PCI. La “speranza di fondersi col partito” sarebbe risultata vana nel momento stesso in cui lo scrittore aveva affermato con più forza la necessità di creare un nuovo mandato. E a Fortini, che a sua volta cercava di trovare una spiegazione per la “fine del mandato dello scrittore”, Pasolini avrebbe indicato la strada che lo avrebbe condotto sempre più radicalmente verso lo scandalo, politico e scientifico – “la ricerca linguistica”:

Nella sede socio-moralistica in cui Fortini compie le sue indagini non sono abbastanza chiare le ragioni storiche di tale “fine del mandato”: forse in una sede neutrale e in qualche modo più scientifica qual è la ricerca linguistica, si può osservare meglio, a maggiore distanza, la serie delle causali.

 

Il mandato, (ossia la responsabilità del poeta che rimane “cittadino”), doveva essere ora sottoposto ad un’ideologia i cui strumenti cambiavano, o meglio si allargavano a scienze umanistiche che potevano leggere la realtà con il rigore dell’oggettività, e senza correre il rischio del dogmatismo e del moralismo (riflessione che avrebbe condotto Pasolini verso il Formalismo, lo Strutturalismo e Jakobson). Majakovskij, rivolgendosi agli amici formalisti dell’Opojaz, nel 1923, li aveva ammoniti così:

Il metodo formale è la chiave per lo studio dell’arte: Ogni pulce-rima dev’essere presa in considerazione. Ma guardatevi dalla caccia alle pulci nel vuoto. Solo con l’analisi sociologica dell’arte il vostro lavoro sarà non solo interessante ma anche indispensabile.

Majakovskij- bibliovorax

Un ritratto di Majakovskij

Proprio ciò che Majakovskij aveva chiesto sarebbe stato ciò che il secondo Pasolini avrebbe ritenuto fondamentale dopo la crisi del mandato – individuare un metodo “formale”, da applicare anche, metalinguisticamente, alla propria arte, senza dimenticare, però, l’esigenza di una parallela “analisi sociologica”, ancora più “indispensabile” nel pieno della Dopostoria. È così che l’impegno veniva equilibrato da un’attenzione umanistica verso l’arte, che impediva gli ingenui dogmatismi delle neoavanguardie:

Distrutto il “disimpegno” delle avanguardie dal nuovo impegno “attivistico”, pragmatico, delle nuove sinistre (i movimenti studenteschi), c’è ora il pericolo di un eccesso di impegno: ossia di quello “zelo” politico che può al limite definirsi come una sorta di insopportabile “neo-zdanovismo”.

Evitare l’impegno stalinista, senza rinunciare al proprio mandato, sarebbe stata dunque la scommessa di Pasolini, che, in quanto poeta, si sarebbe impegnato innanzitutto a riflettere sul suo principale strumento di lotta, la lingua, per combattere su due fronti – lo “neo-zdanovismo” delle avanguardie e il neocapitalismo. Entrambi i fronti parlavano (e parlano), infatti, la stessa lingua, tecnocratica, superficialmente sperimentale, omologante, massificante. La difesa della poesia popolare autentica, dell’idioletto jakobsoniano che diventava radicalizzazione del dialetto, la difesa, insomma, della lingua dei barbari sarebbe stato il mandato, antico e modernissimo, del poeta marxista, negli anni del Boom.   

Dal momento in cui sceglierà questa strada per affrontare la crisi, prendendo, conseguentemente, le distanze dalle neoavanguardie, Pasolini non potrà che rivestire il ruolo, autentico, di compagno di strada. La definizione trockista lo rappresenterà perfettamente, perché sarà ormai manifesta la sua volontà di continuare ad essere comunista (e fino all’ultimo anno di vita si dichiarerà tale), ma in una posizione radicalmente autonoma ed eretica. Pasolini continuerà ad essere un “compagno”, ma rifiutando categoricamente ogni apparentamento con lo stalinismo dei dogmatici. D’altronde, il ruolo del poeta, esattamente come aveva affermato con passione Majakovskij, è quello di “parlare proprio nel momento in cui il politico tace. Questo è il suo sgradevole, inopportuno, irritante apporto alla lotta.”

Non volendo rinunciare a “parlare”, Majakovskij era stato progressivamente isolato e messo nelle condizioni di non poter più esprimersi. E persino il suo suicidio sarebbe diventato argomento di condanna e di scherno (per i burocrati del Partito come per gli anticomunisti occidentali).

Pasolini, continuando ad esigere il diritto all’autonomia, in quanto poeta, avrebbe subito, (e continua a subire), attacchi feroci da parte di molti “compagni” dell’intelligencija di sinistra (così bene e spietatamente descritti in Petrolio). Accusato di dilettantismo, narcisismo, addirittura di fascismo, anche la sua morte, com’era successo a Majakovskij, sarebbe stata ridotta a logica conseguenza di un borghese bisogno di amore ‘proibito’.

Ma Pasolini – come Majakovskij, che tante volte aveva anticipato artisticamente il suicidio – aveva cominciato a sperimentare la propria morte a partire dalla fine del mandato:

Come un partigiano

morto prima del maggio del ’45,

comincerò piano piano a decompormi,

nella luce straziante di quel mare,

poeta e cittadino dimenticato.

ANJA  E  FËDOR

di Francesco Cocorullo

 

Tutto iniziò il 3 ottobre 1866. Quel giorno, come sua abitudine, Anna Grigòr’evna Snitkina andò a seguire la lezione di stenografia del professor Ol’chin, uno dei migliori insegnanti del sesto ginnasio maschile di Pietroburgo, del quale lei stessa era tra le allieve più valenti. Aveva venti anni. Non appena prese posto nell’aula, prima dell’inizio della lezione, l’insegnante le si avvicinò: “Anna Grigòr’evna” disse “per caso accettereste un lavoro di stenografia? Mi hanno incaricato di trovare uno stenografo ed ho pensato a voi”. La domanda spiazzò completamente la ragazza, che pur sognando di trovare un’occupazione, ammise di non avere una velocità eccessiva di stenografia temendo di scontentare quindi il potenziale committente. Il professore, tuttavia, la rassicurò sulle sue capacità, invogliandola ad accettare l’offerta; fu allora che Anna chiese chi fosse lo scrittore per il quale avrebbe dovuto stenografare. “Dostoevskij” rispose Ol’chin. “Sta lavorando ad un nuovo romanzo, il compenso sarà di cinquanta rubli”.

Sentendo il suono di quel nome, la giovane ebbe un sussulto. Si trattava dello scrittore preferito di suo padre, ed anche a lei piaceva molto; aveva letto le Memorie di una casa morta e si era commossa fino alle lacrime; timorosa ed allo stesso tempo emozionata, accolse la proposta e ricevette dal professore un piccolo foglietto ripiegato in quattro parti, sul quale vi era vergato “Vicolo Stoljàrnyj, angolo Màlaja Meschanskaja, casa Alonkin, appartamento nr. 13, chiedere di Dostoevskij”. L’insegnante le chiese di recarsi l’indomani all’indirizzo indicato, esattamente alle undici e mezza, né prima né dopo. Poi salì in cattedra e cominciò la lezione. Mentre parlava, Anna non riuscì ad ascoltare nemmeno una parola, persa nel baluginio di emozioni che provava. La sua mente volava all’imminente incontro con un monumento del calibro di Dostoevskij, ed al modo in cui avrebbe dovuto rivolgersi a lui, oltre alla paura di non ricordare i personaggi dei suoi romanzi.

 

Il giorno seguente, all’ora stabilita, giunse al luogo dell’appuntamento, non prima di aver acquistato una scorta supplementare di matite, fogli, e di essersi vestita in modo da sembrare un po’ più grande dei suoi venti anni; annunciandosi alla cameriera che aprì la porta, fu fatta accomodare in una grande stanza con due finestre, un divano rivestito da una stoffa marrone, ed un tavolo ricoperto da un panno rosso: era lo studio di Fedor Michajlovic, e dopo qualche istante di attesa apparve lui in persona. Al muro un quadro raffigurava una donna ossuta vestita di nero. Il grande scrittore le si sedette accanto e, scusandosi per l’attesa, iniziò ad interrogarla sulle sue competenze stenografiche, chiedendole informazioni circa il corso che frequentava e da quanto tempo lo seguiva. A prima vista, ad Anna parve piuttosto vecchio, statura media, portamento eretto, capelli impomatati con cura, ma ciò che più colpì la ragazza di quel primo incontro fu lo sguardo del genio moscovita: aveva degli occhi molto strani, diversi l’uno dall’altro. Uno castano, mentre nell’altro la pupilla era talmente dilatata da non far vedere più l’iride; tale differenza conferiva al suo sguardo un’aria strana, enigmatica. Fedor Michajlovic: durante una violenta crisi epilettica, cadde ferendosi gravemente ad un occhio. Per curare la ferita, gli furono prescritte le gocce di atropina, responsabili della dilatazione marcata della pupilla. Altri dettagli che colpirono Anna al primo incontro furono il colorito pallido e malsano del volto, la giacca consunta, che collimava con una camicia candida e pulita; mentre parlava, lo scrittore camminava nervosamente per la stanza, fumando sigarette a catena e cambiando frequentemente argomento, rendendo quindi difficile per Anna seguirlo nei suoi discorsi. Proprio questa stranezza diede alla ragazza l’impressione che la collaborazione con Fedor Michajlovic non avrebbe avuto luogo nella maniera sperata; tuttavia, lo scrittore volle concedere alla giovane stenografa l’opportunità di lavorare per lui, e le propose una prova, dettandole un racconto, per valutarne le capacità. Poco prima di congedarla, si rallegrò del fatto che Ol’chin gli avesse mandato una donna invece di un uomo: “se fosse arrivato un uomo” le disse “certamente avrebbe iniziato a bere, e voi di certo non bevete”.

 

Cominciò così un sodalizio artistico sensazionale che porterà in soli trenta giorni alla conclusione del romanzo Il giocatore che Dostoevskij doveva terminare per onorare il contratto capestro stipulato con l’editore Stellovskij (un nuovo romanzo oppure la cessione perpetua dei diritti d’autore al suddetto Stellovskij). Anna Grigòr’evna diventerà non solo la fidata collaboratrice di Fedor Michajlovic ma soprattutto la sua seconda moglie: si sposarono il 15 febbraio 1867, quattro mesi dopo la loro conoscenza. Viaggiarono per l’Europa, vivendo all’estero i primi anni di nozze e toccando anche l’Italia: Anna cercò di allontanare il marito dal demone del gioco d’azzardo, e soprattutto gestì la situazione economica della famiglia, all’inizio estremamente precaria, dimostrandosi una persona molto intelligente ed in gamba. La coppia ebbe quattro figli: Sofia (1868, vissuta solo tre mesi), Ljubov’ (1869-1926), nati durante gli anni trascorsi all’estero, e, dopo il rientro in patria, Fedor (1871-1922) e Alexej (1875-78).

 

In seguito alla morte di Dostoevskij nel 1881, Anja (come affettuosamente la chiamava il marito) non volle più sposarsi e trascorse il resto della sua vita nel ricordo del geniale consorte, rispondendo in questo modo a coloro che le chiedessero come mai non si risposasse: “chi mai potrei avere dopo Dostoevskij? Forse Tolstoj, ma è già coniugato”. Morì a Jalta nel 1918 e fu sepolta nello stesso cimitero dove riposa l’autore dei Fratelli Karamazov, il Tichvin di Pietroburgo, a poca distanza da lui.

Veleni palermitani ne Il Maestro e Margherita di Bulgakov

 

Di Antonina Nocera

Nel capitolo XXIII del  romanzo di Michail Bulgakov, Il Maestro e Margherita, quest’ultima, dopo aver  incontrato Woland, ricevuto il battesimo satanico,  conosciuto i suoi comprimari, il grottesco Begemoth con i suoi travestimenti  e le sue risate sardoniche, Korov’ëv e  Azazello,  viene invitata a una festa di ballo cui prendono parte personaggi eccentrici e a dir poco inquietanti. Questi si muovono all’interno di uno scenario che sfida ogni legge della verosimiglianza: uomini in frac  e donne in abito da sera che spuntano dalle cenere, nobiluomini coinvolti in curiose storie di avvelenamenti. Tra questi spicca una donna:

A Margherita stava accostando, zoppicando con uno strano stivale di legno sulla gamba sinistra, una signora con gli occhi bassi come una monaca, magrolina , ritrosa,  e per un qualche motivo, con una larga fascia verde al collo. Chi è questa…verde?  Domando macchinalmente Margherita. «Una signora incantevolissima e posatissima, » gliela presento: la signora Tofana. Era estremamente popolare tra le napoletane giovani e graziose, e anche tra le abitanti di Palermo , e in particolare tra quelle che si erano stufate dei loro mariti.  [….]

Così, dunque,  la nostra signora Tofana entrava nei panni di quelle poverette  e vendeva loro una certa acqua in boccetta. La moglie versava  quest’acqua nella minestra del marito , quello se la mangiava, ringraziava per la gentilezza e stava benone, Vero è che alcune ore dopo gli veniva una gran voglia di bere, poi si stendeva a letto, e il giorno dopo la splendida napoletana che aveva dato da mangiare al marito la minestra era libera come il vento di  primavera»

Quando  mi sono imbattuta in questo brano, ho cominciato a intrecciare una serie di associazioni mentali: Palermo…acqua tofana, l’avvelenatrice. Era chiaro che il riferimento bulgakoviano aveva smosso una casella della memoria. Mi è subito balenata un’espressione popolare palermitana usata  nei confronti di donne machiavelliche e avanti con l’età, di aspetto sgradevole :a vecchia r’acitu”, tradotto “la vecchia dell’aceto”. Somigliare o essere paragonata alla vecchia dell’aceto, insomma non era proprio un complimento, anzi un’ingiuria.

Da piccola mi chiedevo chi potesse essere questa signora che immaginavo piegata in due, con un bastone a sorreggerla, un naso bitorzoluto, una gonna lunga e logora e in mano una boccettina di aceto, di cui però ignoravo la funzione.  Da grande venni a scoprire  che la figura di questa donna era legata a una leggenda ben precisa che rientrava a diritto nei “cunti” della Palermo  misterica, quella sotterranea  di cui oggi sono visibili le tracce nelle carceri segrete, nei luoghi dell’inquisizione, nei vicoli , nei selciati che ancora oggi di notte si screziano alla luce gialla dei lampioni della città antica.  Non viene difficile immaginare la vecchia dell’aceto aggirarsi per le strade del Cassaro, di via Maqueda e dei Quattro canti. Prima di Luigi Natoli, della vecchia ci parla Antonio Linares, scrittore agrigentino nato nel 1804,  in una novella dal titolo : L’avvelenatrice  del 1836.

Giovanna Bonanno, la “vecchia dell’aceto”

In questa novella la protagonista è lei Giovanna Bonanno, l’avvelenatrice, autrice della famosa acqua tofana una mistura di acqua e arsenico che  veniva utilizzata per avvelenare i mariti delle donne oppresse da gelosie, prepotenze, violenze  Erano tempi di cambiamento, alla fine del ‘700, Napoli e Palermo capitali del regno delle sue Sicilie, si portavano ancora dietro i segni di un governo autoritario e centralista in cui i vecchi baroni spadroneggiavano a piacimento nelle città. Nonostante ciò,  l’Inquisizione ancora mieteva vittime: le fattucchiere e le maliarde come Giovanna Bonanno venivano punite con la morte.  Nella novella, una giovane fanciulla, angosciata da un fidanzato gelosissimo fino alla paranoia, si reca disperata presso l’abitazione della vecchia dell’aceto: “. L’età sua pareva quasi cadere col secolo  che allora era giunto all’86 , di sembianze orride, del colore del rame, con occhi incavernati e rossi come bragia.” A lei toccherà in sorte la boccetta magica.

 Giovanna Bonanno fu giustiziata in piazza Vigliena, oggi Quattro canti, nel luglio 1789. 

Resta da capire come questa leggenda abbia varcato il tempo e lo spazio e sia giunta alla lettura di Michail Bulgakov che la recupera e la rigenera artisticamente nella scena del ballo satanico. Il russo venne a contatto con la leggenda più antica, quella risalente a Tofania d’Adamo, antecedente napoletana,   considerata la prima inventrice della formula, ripresa dalla bella  e giovane nipote Giulia. Questa prima versione fu ritrovata  nel Dizionario enciclopedico Brockaus-Efron, (Энциклопедический словарь Брокгауза и Ефрона) che riporta  la voce Ackva Tofana  (Acqua tofana)

In Europa la leggenda era nota a Stendhal e Dumas e molto probabilmente Bulgakov ne venne a conoscenza grazie ai suoi interessi di medicina e soprattutto agli studi di demonologia che si svilupparono dagli anni venti in Russia e che il padre, Afanasij Ivanovič Bulgakov, eruditissimo uomo, dottore in teologia,  apprese a sua volta da Jankovič, esperto di magia e leggende popolari.

Da lì a  Palermo fu un volo, come quello magico di Margherita.