
Laura Bispuri in un ritratto del fratello Valerio
di Annachiara Monaco
Parlare del cinema di Laura Bispuri vuol dire, innanzitutto, confrontarsi con una tipologia di essere umano che vive secondo una non convenzionalità necessaria. C’è sempre un soggetto che si ribella a uno stato delle cose che esiste e che, in quanto tale, può essere messo in discussione. Il lavoro di sottrazione di Bispuri non va mai a intaccare lo spazio, ma mira a creare una dimensione all’interno della quale l’essere umano possa fare esperienza di una vita che viene seguita, attuando un “pedinamento del reale” volto a lasciare respiro. Dunque, all’interno di questa breve intervista, ho avuto la possibilità di confrontarmi con un bagaglio umano e audiovisivo che mi ha consentito di poter comprendere un’ulteriore sfaccettatura dell’essere umano: quest’ultimo è tale anche perché funge da vero e proprio punto di appoggio e partenza per una tipologia nuova di narrazione.
1 – Gentile Laura, vorrei iniziare la nostra intervista ponendole una domanda che mi ha guidata nella visione della sua filmografia: che cosa è e chi è la donna per lei? Ho pensato di strutturare la domanda partendo dal “cosa” per, poi, approdare al “chi”, poiché nei suoi lavori c’è una grande tangibilità che, respirando, si riconosce come identità. Questo processo è affidato a una figura che è donna, senza la necessità di affermarlo ad alta voce. Lei cosa ne pensa?
Credo che la donna per me sia innanzitutto un corpo in relazione con il mondo. Un corpo nel senso più ampio, qualcosa che sente, che reagisce, che cambia, che si lascia toccare e al tempo stesso resiste. Per questo partire dal “cosa” mi sembra molto giusto. Prima ancora di definire un’identità, nei miei film cerco una presenza. Una fisicità che respira, che esiste nello spazio, che porta con sé un’energia. È da quella tangibilità che nasce poi il “chi”: l’individuo, il suo mistero, le sue contraddizioni. Non ho mai sentito la necessità di dichiarare qualcosa sulla donna in modo programmatico. Mi interessa seguirla, ascoltarla, guardarla mentre attraversa un percorso che spesso è fatto di trasformazione, di scarti, di passaggi intimi e profondi. Le mie protagoniste sono donne, sì, ma non perché io voglia affermare un manifesto. Lo sono perché nel mio immaginario la loro identità complessa e cangiante è il luogo in cui si accendono storie che mi piacciono. La loro forza è un movimento interiore che trova forma nel gesto, nel ritmo, nel respiro. Quindi, sì, sono d’accordo, nei miei film la donna non ha bisogno di essere nominata per esserci. È un presupposto vivente. È una materia pulsante che, film dopo film, mi permette di interrogare la libertà, la trasformazione, l’appartenenza e il desiderio.
2 – La sua forma di scrittura per immagini è in grado di creare spazio, soprattutto all’interno di forme di visione compatte, come quella del cortometraggio. Che valore espressivo e didascalico gli affida e se e in che modo ha influenzato la struttura dei suoi lungometraggi? Continua a leggere








