Donne, guerra e resistenza. Una ricerca in movimento.

di Ivana Rinaldi

Negli anni Settanta del secolo scorso, la storiografia della Resistenza incontra la storia delle donne e  fa debuttare la memoria negli studi sulla guerra, come ci diceva Anna Bravo. In una sorta di convergenza tra campi distinti di ricerca – storia sociale – storia orale – storia di genere – l’attenzione si è concentrata sulla soggettività femminile individuando nelle donne un agente di cambiamento nel contesto delle dinamiche sociali e politiche della guerra e del dopoguerra. Si sono analizzati i singoli percorsi esistenziali in relazione al tessuto sociale di appartenenza, alla vita quotidiana, ai mutamenti di costume e di mentalità che il secondo conflitto e l’occupazione nazista hanno prodotto. Non necessariamente esse affondano le proprie radici nella dimensione politica e ideologica, ma possono anche scaturire da elementi contingenti e “privati”. Giovanni De Luna, analizzando i singoli percorsi di vita nel suo Donne in oggetto. L’antifascismo italiano (1922-1939), parla di “antifascismo esistenziale” e mostra come la scelta antifascista sia piuttosto nata da una loro diversa visione del mondo.

In un mio lontano lavoro del 1996 “ Donne e resistenza. Una rassegna bibliografica” (in Storia e problemi contemporanei, n.17, a IX, 1996), sollecitato anche dal cinquantenario della Resistenza, emergeva una gran mole di lavoro, in parte decodificato, in parte da catalogare e interpretare. Tuttavia usciva dall’ombra l’universo femminile nel contesto dell’Italia del ’43-’45 e alla luce degli studi che introducevano la categoria di resistenza civile (Sémeline in Francia, Anna Bravo e Alessandro Portelli in Italia), non necessariamente contrapposta alla resistenza armata, si è potuta individuare la presenza delle donne nel conflitto. Molte sono le partigiane riconosciute, 35.000, 2.750 vennero fucilate, solo 15 ricevettero la medaglia d’oro. Moltissime svolgono un insieme di compiti essenziali alla comunità e per la sua tutela materiale e simbolica. Poche di loro usano le armi accanto ai loro compagni, sia per una certa avversione personale, sia per i tanti tabù, gli stessi che impedirono alle donne di sfilare insieme agli uomini dopo la Liberazione. Eppure alcune rivendicarono la loro scelta di farlo, sentendosi prima patriote e poi cittadine a pieno titolo. Durante i due anni di guerra di Liberazione, donne di ogni età e di ogni ceto sociale, antifasciste, intellettuali, operaie, studentesse, volontariamente si prendono l’incarico di provvedere al trasporto di armi, munizioni, della stampa, a tenere i contatti tra le formazioni partigiane e i comandi, e si impegnano in  tutti quei lavori di cura che appartengono all’esperienza femminile: dare rifugio agli sbandati, cucinare, preparare il pane, curare i partigiani feriti, recuperare i corpi dei caduti e seppellirli.

Ci sono due raccolte di testimonianze femminili che rappresentano uno spartiacque nella ricerca. Il primo del 1976 e riedito nel 2003 con la prefazione di Anna Bravo è La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, il quale segna il passaggio da una memorialistica commemorativa, commossa, retorica, alla prima vera e propria raccolta di testimonianze di donne resistenti. Dalle memorie risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, la capacità di soffrire, il rispetto dei fatti e dei sentimenti: la generosità, la modestia, la pietà, confermando quello che già aveva intuito Pirenne: i sentimenti influenzano la sfera pubblica, come questa, a sua volta, la sfera privata. I gesti e i sentimenti. Le donne nella Resistenza bresciana del 1990, a cura di Luisa Passerini conferma pienamente questa intuizione. Il lavoro affidato a un gruppo di studiosi e studiose, indica un metodo e un approccio più complesso e raffinato costituito da una griglia per la raccolta delle memorie, dove la parola esperienza è posta a capo di ogni capitolo ad indicare che un nuovo soggetto sociale caratterizzato da una sua diversità entra in gioco nella sfera pubblica e narrativa.

La bibliografia è costituita da numerose tipologie di fonti: scritte, come biografie, diari, autobiografie, epistolari, e orali. Tra queste, potremmo inserire anche i romanzi, primo fra tutti L’ Agnese va a morire di Renata Viganò,  il romanzo di Rosa Mangini, La rivoluzione forse domani, di cui abbiamo parlato di recente su Bibliovorax, edito da Divergenze nel 2019. Tuttavia di qualunque fonte si avvalga, la scrittura sulla guerra e la resistenza ha bisogno di tradurre nell’ordine del discorso la rappresentazione di vissuti, interni e esterni. Nello scenario plurale della guerra il mutamento di attori e ruoli è un elemento caratterizzante come lo è l’andamento narrativo al cui centro si colloca una moltiplicazione delle immagini, in cui si snoda il rapporto tra pubblico e privato, ma anche quello che Luisa Passerini ha definito la dialettica tra eventi e simboli. Il procedere per immagini è in molti lavori di storia sociale il modo più efficace di rendere una memoria spezzata e radicata nel trauma. Con il potere della memoria ci si salva in mille modi: la sofferenza, la paura, vengono allontanate ricordando episodi di tipiche virtù e astuzie femminili: quando si offre un bicchiere di vino al nemico o improvvisando una tarantella per evitare che venga requisito il vino comprato al mercato nero. Qualche volta, è necessario allontanare dal racconto i sentimenti e tenerli sotto controllo, con la funzione di salvaguardare dal dolore risvegliato. La reticenza a dire di sé è ancor più forte, quando si tratta di parlare delle violenze subite sia ad opera dei tedeschi che dell’Esercito di liberazione. A questo proposito abbiamo un lavoro uscito di recente di Marinella Fiume, Le ciociare di Capizzi (Iacobelli editore, 2020), frutto di una lunga ricerca sia negli archivi, ma sopratutto attraverso le voci delle  nipoti di quelle donne che nella Sicilia orientale, raccontano le violenze subite dalle loro antenate, per opera dei Goumiers  (marocchini e nordafricani dell’esercito francese guidati dal generale Alphonse Juin), durante l’operazione militare denominata in codice Husky.

A 75 anni da quei tragici eventi, le giovani hanno contribuito a scavare fino in fondo, a fare “archeologia della memoria” per capire questa moderna tragedia femminile: “perché ricordare significa conoscere e capire e questa è una storia che si è ripetuta e si ripete in ogni secolo e in ogni angolo del mondo” (p.11). Proprio in questi casi la memoria e la scrittura assumono una valenza salvifica, facendo risuonare la voce perduta, producendo visioni e immagini cancellate. In questo movimento all’indietro, la memoria entra in contatto con ciò che la guerra non riesce a distruggere. Se in qualche modo possiamo leggere le singole memorie come espressione di soggettività, possiamo anche interpretarle come una voce corale secondo le indicazioni di Irina Ṧcerbakova che usa la categoria di ipertesto a proposito della deportazione nei gulag: “le memorie (dei lager) sono talmente omogenee, con qualche correzione di carattere geografico e temporale che sembrano quasi perdersi in un unico ipertesto”.

Il discorso vale per le fonti orali, diversi sono gli scritti. Tra  di essi meritano un’attenzione particolare il Diario partigiano di Ada Gobetti, Pagine dal diario di Alba de Cespedés, Dal mio diario di Sibilla Aleramo, In guerra si muore di Anna Garofalo. Tale forma di espressione era riservata per lo più alle intellettuali e antifasciste politicizzate. I pochi testi, divulgati nel dopoguerra erano giunti alla pubblicazione in base a criteri di “rilevanza e dicibilità”. Lo stesso si può dire per gli scritti posteriori: Rivoluzionaria professionale di Teresa Noce (1974) o Un nocciolo di verità di Felicita Ferrero (1978). A testimonianza del rinnovato interesse per il tema abbiamo un recente libro della giornalista inglese Caroline Moorehead, La casa in montagna. Storia di quattro partigiane, in origine The Women who liberated Italy from Fascism, edito in Italia da Bollati Boringhieri nella traduzione di Bianca Bertola e Giuliana  Oliviero. Il sottotitolo “quattro partigiane” fa riferimento a Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Silvia Pons, Frida Malan, fili portanti della narrazione. Un libro che ha il merito di far conoscere all’estero un aspetto della guerra a lungo taciuta dagli Alleati, e in Italia, di aprire nuovi sguardi narrativi e di contribuire a cambiare il modo in cui il nostro Paese ha raccontato se stesso. Allo stesso modo, ma non esente da polemiche politiche, il libro di Rossella Pace, Partigiane liberali (Rubettino, 2020).

Con un’attenta analisi di fonti private e d’archivio, l’autrice ricostruisce la partecipazione delle donne liberali alla resistenza, che si realizza nel reperimento di rifugi e di vettovaglie, in lavori di segreteria. Vengono alla luce figure come Cristina Casano che a Roma raccolse attorno a sé numerosi personaggi dell’antifascismo, Mimmina Brichetto, Maria Giulia Cardini, Marcella Ubertelli, Lelia Ricci. Molte di loro ruotano attorno all’organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. Rossella Pace ci dice che queste donne cresciute nei salotti aristocratici scelsero di stare dalla parte della patria, senza nessun dubbio. Lo fecero per lo più con azione ascrivibili alla resistenza civile. Decisero di non prendere armi, ma di appoggiare la resistenza armata. Secondo l’autrice alla fine della guerra,  con l’emergere dei partiti di massa, le liberali finirono nel dimenticaio della Storia.

Ben vengano dunque nuovi studi e ricerche che ampliano il campo della storiografia sull’argomento. Non abbiamo bisogno di opere imbellettate, né agiografiche, né di liturgia, ma l’esigenza di ricostruire i fatti superando gli scontri del dibattito politico.

 

Oltre la violenza. La poesia di Felicia Buonomo.

di Gabriella Grasso

Se esiste l’opinione che vede la poesia come espressione immediata e anarchica dell’impulso, del sentimento o, dal lato opposto, come codice avulso dall’esperienza comune, geroglifico di un mondo precluso a molti, un libro come Cara catastrofe le fa incrinare entrambe. Nella sua opera prima (per quanto concerne la poesia, essendo giornalista) Felicia Buonomo affronta un tema di scottante attualità ed un grumo di dolore pulsante, l’esperienza dolorosa del rapporto d’amore disfunzionale, asimmetrico, connotato di violenza. Lo fa con strumenti precisi, mai banali, quasi “chirurgici”, sia nell’aprire e mostrare le ferite che queste relazioni producono, sia, a livello formale, nel ricorrere ad una lingua aderente al suo oggetto, ma al tempo stesso evocativa, non meramente mimetica.

Il fenomeno è presente, in modo sempre più drammatico, nella vita di molti e nella cronaca quotidiana, e a questa urgenza di verità e di denuncia l’autrice non si sottrae.  Potremmo anzi dire che va oltre: nell’opera il tema assurge a paradigma dell’incomunicabilità o della distorta comunicazione di un’umanità fragile, spingendo il livello della riflessione ad un orizzonte più generale: “Aggrappata ai fragili rami delle mie paure, nelle intemperie del tuo vento, ti guardo oltre il fiume. Ci separano secoli di distanze, poggiati su una bilancia traboccante di tristezza”.

Ogni incontro che facciamo nel corso della vita racchiude infinite potenzialità: l’altro, come dice Natalia Ginzburg nel racconto I rapporti umani (da Le piccole virtù), “possiede una infinità facoltà di farci tutto il male e tutto il bene”. Il momento in cui si decide la direzione che quell’incontro intraprenderà non è unico e fulmineo, ma la sommatoria di situazioni che ci rendono quelli che siamo. Ed è cruciale, per ogni relazione umana: “Il mio errore è stato credere a una mano che si congiunge all’altra in preghiera supplicando l’amore, il mio. Il mio errore è stato credere all’uomo”.

La materia della poesia scaturisce dall’acquisizione, da parte dell’autrice, di molte testimonianze, in varie parti del mondo. Vissuti complessi a cui lei dà voce, con un alto grado di empatia, ma anche con la lucidità di chi sa scandagliare, senza sconti e senza perifrasi, le pieghe della psiche e i suoi movimenti talvolta contraddittori, come indica la scelta del titolo e l’appellativo ossimorico di “cara catastrofe”, attribuito a quel rapporto che è gabbia e palliativo insieme, schiavitù e sicurezza.

L’autrice ci conduce così nella sofferta via crucis di un rapporto che si trasforma in violenza, dipingendone i sintomi sul corpo di chi ama: “Ti ho trovato nelle pieghe delle mie clavicole, / parte visibile di un corpo smunto dalla tristezza. / Ero stesa sulle mie paure, /con gli occhi aperti al dolore / e le braccia molli della resa”. Sono segni descritti nella loro evidenza visiva, ma che rimandano ad una dimensione più profonda: “Non è il tocco livido a fare male,/ ma il ricordo del suo alone. / Dormiamo insieme ogni notte, / ma è nella crepa che dovrai recuperarmi. / Fai piano, che anche la luce è dolore, /dopo la culla di un buio così violento”. Le parole si fanno sempre più taglienti e se ne avverte tutto il peso: “Ho un battito di polso fragile / per ogni percossa taciuta”.

La stessa lucidità ispira la descrizione di chi perpetra la violenza: “Anche l’ultima volta che mi hai amata avevi gli occhi rossi della rabbia e le mani forti che premevano sulla carne debole. Ho pronunciato il tuo nome per dirti addio con l’afonia della paura, lo sguardo di un cervo abbagliato dai fari. I segni rossi sul collo sono l’ultimo ricordo che ho di me”.

Ciò che viene subìto diventa marchio che segna a fuoco e attorno a cui si struttura l’identità di chi lo ha vissuto, in un giogo-circolo vizioso difficile da spezzare: “sempre confonderai il sadismo e l’amore / – dico, mentre lucido le catene a cui mi costringo”. E’ scattata la dipendenza, l’impossibilità di pensarsi in una dimensione diversa: ”E ora che nemmeno l’idea di te mi fa compagnia / mi sento orfana di desideri che non ho”. La violenza si consuma nel silenzio di case che non comunicano, di una società sorda, anestetizzata: ”I vicini di casa hanno sentito il mio dolore / e – come tutti – lo hanno ignorato. / Non so nulla delle pareti delle loro case”.

Spezzare le catene, però, non solo è possibile, ma salvifico. La voce che parla in questi versi ci fa intuire un percorso di aiuto, una persona che tende una mano, nonostante la ritrosia della vittima: ”Ho detto a Jessica / che quel test di valutazione del rischio ha una falla. / E che il modo in cui accarezzo / il mio martirio / è la prova dell’errore. / Non si può portare una donna fuori dalla sua colpa”. Il primo passo è prendere coscienza, guardarsi dentro e vedere anche lati di se stessi che il dolore rivela: “Il mio sguardo su di te era un punto di sutura, / su ferite che non sapevo di avere. / Che fanno male, ora”.

Recidere il legame significa dare un nome alle cose e indossare abiti nuovi, sotto una carne che non dimenticherà le sue ferite: “Indosserò / un abito di ferro colorato, / lacrime di ruggine /  e carezze solide, / per svanire nel miraggio / che ci tiene stretti / a una falsa idea di felicità”.

 

 

Alcune poesie

 

Da quando ti ho incontrato

la mia vita

procede per sottrazione.

Mi hai portato via

l’amore per l’amore,

la fiducia verso la parola,

la complicità di un abbraccio.

E anche questi immeritati versi

aggiungono alla tua vita

la bellezza di cui mi privi.

Ora mi vendo a buon mercato

nella piazza della tua rivoluzione.

Mi conto come unica ferita.

 

*

 

Oggi ho preso ad amarmi come fai tu:

con la ferocia del disgusto

come un insulto figlio dell’alterazione

un cucciolo rinnegato

il difetto gettato dalla rupe.

Nei secoli dei secoli. Amen.

 

*

 

Mi domandi cosa sia la colpa,

se non questo incedere verso l’abisso

delle cose certe e ignorate.

Hai lo sguardo di chi vince la guerra

del dominio interiore,

io di chi partorisce invidia di viscere.

Mi stendo sul letto della sconfitta,

guardo il soffitto delle parole scritte per te.

Mi dici che alzare gli occhi al cielo,

movimento di collo, diventa peso di spalle.

Non è la stessa direzione quella che conta, per te.

 

*

 

Mi sei venuto dentro per rendere

gravida la mia dipendenza. Perché la paura

diventi figlia del nostro amore.

La porto in grembo

con la colpa di una madre degenere,

che mantiene in vita la sua creatura

nutrendosi delle tue bastonate,

che mi fanno il male che merito.

 

*

 

Ti devo il tormento di una tempesta,

una rosa inchiodata al muro,

il tintinnare di parole taglienti,

la solitudine della mia tristezza mentre ti guardo

e ti domando della bellezza dei fiori.

Vorrei sapere dove cercarti

quando un giorno prenderò quel treno

per non tornare.

 

 

 

 

 

Tre domande a Felicia Buonomo

 

D: L’equilibrio dei toni e delle scelte lessicali, nella tua poesia, quasi contrasta con l’incandescenza dei temi. Quali riflessioni e quali scelte hai fatto, dal punto di vista linguistico, durante la scrittura?

R: Proprio per l’incandescenza dei temi che ho deciso di affrontare in versi in questo mio lavoro poetico, ho voluto ancora più concentrarmi sull’essenza delle cose, come ci ricorda Marina Cvetaeva – che ha contribuito fortemente alla mia formazione letteraria. La poetessa russa sosteneva: «Come posso io poeta, persona dell’essenza delle cose, farmi sedurre dalla forma? Io sono sedotta dall’essenza, la forma arriverà e arriva. Io sono sedotta dall’essenza e poi incarno. Ecco il poeta». E la forma di fatti arriva, ma senza incanalarsi nella dicotomia serrata tra significato e significante. La poesia che amo è la parola che ti aspetti, che evita di girare intorno. Ma – come dicevamo – non si è solo poeti, la poesia la si fa. Come scrive la poetessa Isabella Leardini in “Domare il drago” il lavoro che fanno i poeti è di «scegliere un’immagine e non un’altra, rinunciare a una parola perché un’altra abbia più peso». Il movimento, il ritmo linguistico di questo mio tentativo di poesia segue questa sequenza: essenza-immagine (poetica)-parola-scelta/sostituzione. Scegliere parole, in parte anche abusate, come “tristezza”, “dolore”, “tormento”, “massacro” all’interno dei miei testi rappresenta una scelta di precisione rispetto ai temi affrontati, che ruotano intorno alla semantica dei sentimenti di colpa e punizione, in quel rapporto vittima-carnefice che tento di narrare al lettore. Non potrei mai usare, in poesia, parole che “normalmente” non userei, sarebbe violare la mia scelta di onestà. Il lettore attento lo percepisce quando sei stato disonesto.

 

D: Quanto della tua esperienza di giornalista è confluito nella stesura di questo lavoro?

R:La mia esperienza di giornalista è stata il punto di partenza. Nella seconda sezione della raccolta, in particolare, vesto i panni della testimone, traslando in versi alcuni universi di violenza e dolore di donne che ho incontrato, in alcuni casi direttamente, altri per interposta persona, nella mia professione di giornalista. Mischiando personalismi rispetto al modo in cui si può entrare, empaticamente, in contatto con alcuni moti interiori. Ho da sempre un’ossessione tematica, ovvero i rapporti umani disfunzionali, fatti di mancanza di cura, malattia, disperazione, solitudine. Nella mia professione di giornalista, anche narrativa, racconto storie, entro nella vita delle persone. L’Altro è un concetto fondante per me. È per questo che lo “racconto”.

 

D: Perché questo titolo?

R: “Cara catastrofe” è il titolo di una canzone di Vasco Brondi, artista musicale che amo molto (e che cito anche in esergo). Credo che incarni in pieno l’universo emotivo che tento di raccontare con questi versi: una catastrofe che arriva improvvisa, improvvisa perché nasce da un’idea di perfezione a cui il carnefice ci abitua nella fase iniziale del rapporto, e che finisce col diventarci indispensabile, cara, anche quando la perfezione diventa violenza e abuso emotivo e/o fisico. La “contropartita” della violenza è la dipendenza affettiva, in molto casi. Non capire quanto alla persona abusata possa diventare cara questa catastrofe, significa giudicarla. Non a caso ho dedicato molti dei miei versi al concetto della colpa, sentimento provato non dal carnefice ma dalla vittima. Comprendere quanto cara arrivi a diventare la catastrofe di una violenza spero posso aiutare a superare uno dei tanti stereotipi che ruotano attorno a questo macro-tema.

 

Il fanciullo presso Gesù – Un racconto di F.M. Dostoevskij

Il fanciullo presso Gesù (per l’albero di Natale.)  *

 

 

Questo racconto concepito da F.M. Dostoevskij nel 1876 e trovò la sua collocazione nel Diario di uno scrittore dello stesso anno. Le pagine  sono tra le più  crude del Diario, quasi interamente dedicate al problema dei bambini abbandonati, i bambini orfani e quelli che vivono nella miseria, per strada.  Dostoevskij parte sempre da un’accurata analisi della realtà attinta a piene mani dalla cronaca, di cui era un divoratore, per poi distillarla nella pagina narrata, che di quella realtà conservava il palpito, l’essenza, senza perdere minimamente quella vivida coscienza del mondo che lo circondava e che  penetrava con i suoi occhi.

Il racconto si svolge in una tipica cornice urbana di fine Ottocento, nei giorni del Natale, in una Pietroburgo affaccendata e febbrile, un piccolo bambino gettato per strada, intirizzito dal gelo, prossimo all’assideramento, ” fa la manina”  cioè chiede l’elemosina.  In poche righe, – è uno dei più brevi-  trasmette il dramma dell’abbandono minorile e della miseria di quel sottoproletariato che stava ai margini delle strade, che vivacchiava di elemosina e si riempiva di alcool a poco prezzo. Si sente vivo ancora il ricordo dei viaggi che Dostoevskij  fece a Londra e che immortalò in Note invernali su impressioni estive,  dove, ad Hay Market, tratteggiò l’immagine indelebile di una  prostituta bambina che ciondolava con le vesti lacere per strada. Era il 1862 e in questo diario di viaggio o pamphlet, come lo definì Anna Grigorevna, Dostoevskij getta le basi per costruire il suo stile, in cui Dichtung e Wahreit , arte e vita,  non soltanto non confliggono ma vivono in una sinergia che le potenzia.

Probabilmente non è il migliore racconto di Dostoevskij, i toni sfiorano il patetismo e tutta la scena è intrisa di  particolari volti a muovere le corde dell’immedesimazione; tuttavia è  un momento in cui l’arte e la realtà si incontrano e producono quella vibrazione tutta dostoevskiana che è calibrata su un equilibrio perfetto, il cui l’arte del romanziere arricchisce ed esagera il dato grezzo della realtà senza minimamente intaccare quel principio della verosimiglianza che rende  tutto accorato, godibile, “empatico”:

Mi si presenta l’immagine di un fanciullo, molto piccino ancora, di forse sei anni o anche meno. Questo fanciullo si destò un mattino in un sotterraneo umido e freddo. Aveva indosso una specie di giubboncino e tremava. Il suo alito si sprigionava come un bianco vapore, ed egli, stando seduto in un angolo, su un baule, di proposito emetteva quel vapore e si divertiva a vederlo uscire dalla bocca. Aveva però una gran voglia di mangiare. Più volte, fin dal mattino, si era accostato a un tavolaccio,  dove, sopra a un misero pagliericcio,  e con un fagotto sotto il capo a mo’ di guanciale, giaceva la sua madre inferma. […]  Da bere egli  ne aveva trovato in qualche posto, nell’andito, ma una crosta di pane non aveva potuto scovarla, e già per la decima volta si era accostato alla mamma per destarla . Infine, cominciò ad  avere paura del buio: da un pezzo ormai era scesa la sera, ma non era stato acceso un lume. Palpato il viso della mamma, si meravigliò che ella non facesse alcun movimento e fosse diventata fredda come il muro.

 

La dolorosa poesia della città si staglia su questo quadro di desolante solitudine e che ha al suo centro la sofferenza dei bambini, tema che sarà centrale  nei romanzi maggiori, vero perno della metafisica del male e della teodicea nella formula accusatoria di Ivan Karamazov  in cui egli restituisce il bilgietto dell’armonia universale se questa deve costare il sacrificio di un solo bambino senza colpe.

La trasfigurazione finale nel racconto, nell’abbraccio di Cristo, è una visione resurrezionista  che Dostoevskij recupera  nella fase finale della sua scrittura e che ha sempre i bambini come protagonisti: nell’ultima scena dell’ultimo romanzo I Fratelli Karamazov saranno i bambini, riuniti attorno alla tomba di un loro compagno morto prematuramente, a riunirsi in un abbraccio nel nome di un armonia semplice, fatta di un abbraccio d’amore,  nel segno della visione di una generazione futura, fatta di bambini, come Dostoevskij annota negli appunti preparatori dei taccuini.

E per di più  in questo racconto Dostoevskij chiarisce la sostanza del suo realismo, una formulazione particolare, eccentrica rispetto ai maestri del realismo russo- forse accostabile soltanto al grande Gogol’ di cui Dostoevskij fu infatti grande estimatore-  che rifugge dalla letteratura specchio della realtà o fotografia oggettiva. Con la sua capacità di entrare nelle pieghe della psicologia dei sofferenti,Dosteovskij riesce a dare un colpo d’ala a quelle immagini di infanzia ferita-  apprese da Dickens, tra gli altri-  trasfigurandole in una potentissima architettura di pensiero e di idea, dove al centro stava la sofferenza innocente e incolpevole,   a sua volte riproposizione del grande tema della passione cristica)

Il suo, un  racconto fantastico risulta così esser ancora più reale di qualsiasi resoconto oggettivo perché parte dall’uomo, e attraverso i voli  del pensiero- dell’invenzione-  atterra sull’uomo stesso,  col risultato di rendere ancora più vivida e vicina  al lettore la verità di cui tutti conosciamo le intime ragioni : 

Ma perché ho poi scritto  una simile storia, così poco adatta a un usuale e giudizioso diario per giunta di uno scrittore? E avevo anche promesso dei racconti, in prevalenza, su cose avvenute!  Ma ecco…Il fatto è proprio questo: mi sembra , ho l’impressione che tutto ciò sarebbe potuto accadere realmente, quello cioè che avvenne nel sotterraneo e dietro la legna: in quanto poi all’albero di Natale presso  Gesù, non so proprio dirvi se ciò sia potuto accadere o no, mio Dio! Non è per inventare un poco ch’io son romanziere?

 

 

*   Riporto il titolo nella traduzione di Eva Amendola Kühn edizione Rizzoli , 1983) da cui ho tratto i brani citati,  anche se mi pare più convincente quella proposta da  Ettore lo Gatto del Diario di uno scrittore,  Il bambino di Gesù all’albero di Natale

L’estraneo totale. Pillola di Camus

Digressione

Lo straniero di Camus non è un romanzo sulla solitudine, non è un romanzo dell’abbandono. È un romanzo dell’esilio, totale e perenne, come condizione dell’esistenza. Un esilio che nasce anche dall’essere un apolide , un intellettuale diasporico che non appartiene a nessun luogo in particolare.
Nascere , essere al mondo obbedisce alla medesima insensata mancanza di senso che morire. L’anello mancante di una teleologia e l’assenza di un progetto costruttivo ( o anche di annullamento, purché sia figlio della volontà), determinano una sorta di entropia all’interno della quale Mersault vive sulla pelle quel male di vivere che non ha più i cocci aguzzi del muro di Montale, dove non c’è dolore, non c’è sangue, non c’è nemmeno la vena corrosiva dell’uomo del sottosuolo, non c’è abiezione, non c’è ribellione, non c’è neanche la noia degli Indifferenti. Tutto è un sottovuoto , asettico e anestetizzato dove il protagonista si muove come un insetto all’interno di una teca trasparente e sapendo il suo destino: roteare fino allo spegnimento…
L’incipit inizia con la morte della madre, dell’origine; senza madre, dove si può andare? Ed eccolo, l’estraneo totale.

Il coraggio di (non) lasciare il segno- La poesia di Dario Talarico-

 

Gabriella Grasso

 

Devo ammetterlo subito, le parentesi alla negazione le ho messe io. Il titolo di questo lavoro di Dario Talarico, giovane poeta romano, già molto apprezzato dalla critica e finalista al premio Carver, non le contiene. Ho espunto la negazione perché questo libro il segno lo lascia, eccome. Mi ha coinvolto a tal punto che per mesi ho trovato difficoltà a parlarne, pur desiderando farlo, tanto grande è la sua carica di umanità e, in alcuni punti, di sofferenza.

Il coraggio di non lasciare il segno, edito per i tipi di Puntoacapo Editrice nel giugno del 2019, è costruito sull’antitesi, a partire dal suo titolo e dall’effetto che produce. Nel suo articolarsi, procede attraverso cancellazioni e capovolgimenti, negazioni e presenze, aperture e chiusure, sin dalla disposizione dei contenuti in due parti, denominate Sistole e Diastole. Come avviene con i movimenti ritmici e antitetici del cuore, di contrazione e di distensione, così il testo si muove pulsando, aprendo spiragli subito negati, intravedendo possibilità che non hanno diritto di cittadinanza nella nostra vita, ma che desideriamo e sentiamo fortemente dentro di noi: “anche se la pensosa ansietà di esistere/ci ha negati a vivere-siamo qui./ E qui sono (…) solo come eco, come balbuzie del cielo”.

Anche il verso rispecchia questo movimento tra opposti, con il gioco di lunghezze variabili, di enjambment e di ulteriori, volute spezzature interne tramite il trattino (mai sintattiche, in questo caso, piuttosto a mo’ di brevissime pause) che sortiscono l’effetto non del frangere, ma dell’accompagnare e modulare il flusso del pensiero.

L’antinomia più grande, cruciale e paradigmatica, risiede però a monte del testo: è quella tra il silenzio e la voce del poeta, tra l’astenersi e il pronunciarsi. Pervade tutto il libro perché scandisce lo stare al mondo dell’essere umano, lacerato dal conflitto tra la stasi/scomparsa e il via, la scelta, l’azione.  Forse, tra rinunciare a vivere e provarci. “-Penso_E nel farlo/ riperdo senso. Penso/ e vorrei morirmi”. La spinta, individuale e filogenetica, alla fine prevale: “E’ il grido della specie/ a fare questa cagnara dentro di noi. Il grido-la specie-Il semaforo verde”.

Se la rinuncia sembrerebbe l’unica via percorribile, esiste tuttavia un richiamo più forte: il mandato che ci viene consegnato in quanto uomini, oggi, è quello di parlare e di farlo per sottrazione, alla ricerca dell’essenziale, addirittura attraverso il silenzio, perché “c’è un silenzio che non è pigrizia della parola./ E tanti silenzi quanti modi di parlare”.  Infatti “Noi siamo quelli in cui i tempi sono cambiati(…)-Siamo quelli-che dovettero piegarsi/ al gesto eroico del fare silenzio./ Eccoci, anfibi naufraghi/ o traghettatori della neonata specie/ dei condannati alla lucidità”. Lucidità che ci rende consapevoli della precarietà della nostra condizione e del carattere aleatorio della nostra evoluzione: “Abbiamo fatto un fosso di passi-credendo-/di tracciare un percorso. Credevamo di emulare le stelle./ Ma siamo foglie-costrette all’autunno”.

Nella sezione centrale, Autopsia (reiterata), definita da Mauro Ferrari “uno dei capisaldi della poesia contemporanea, per modalità espressive e qualità della riflessione”, la consapevolezza diventa condivisione, non da un pulpito, ma con un dire sommesso, dolce, a tratti quasi sussurrato: “Non è facile, ma non c’è/ nessuna idea da inseguire./Porta solo a compimento/ il silenzio da cui vieni”. Fuori dalla logica delle formule perentorie, dalle scelte facili, per arrivare al cuore dello slancio vitale e libero: “Diffida di chi scrive per non perdere/ Diffida-di chi ama e sa perché”.

Nell’ultima parte, Diastole, la poesia si apre a riferimenti personali, sofferti, connotati da una forte tensione spirituale: “Anch’io-/mi metterò nella schiera di chi ama Dio /d’amore non corrisposto”, in un travaglio che coinvolge ogni elemento della natura: “Come troppe altre bestie prima di me/anch’io ho perso tempo per portare alla luce/ cose che dentro avevano il sole”.

Il processo che conduce alla consapevolezza non è lineare, è irto di dolore ed è destinato a non essere compreso, perché impossibile da comunicare: “…se solo avessi avuto la forza di spiegare/ che quanto è vivo è ciò che per esso è morto,/che quella parola era un pezzetto di stomaco, quell’altra-un alveolo in meno/Se solo avessi avuto la forza di spiegare/ che una nota è anche tutto il resto./Ma non riuscii mai a dire niente./E chi poteva capire, piangeva./Chi non poteva-respirava.”

Leggere Il coraggio di non lasciare il segno è compiere un viaggio dentro se stessi, con lucida sincerità e con l’acume di uno sguardo che ci scava dentro. E ci svela, nel momento in cui ci nega: “Non pensare. Dimentica te.  Dimentica te nelle parole. -Noi siamo più grandi di noi./ -Respira. -Non troverai mai amore/senza dimenticare il tuo nome.”

Alla fine del viaggio “ci accorgeremo che non era poi così grande il mare. (…) Allora capiremo che il nostro progresso/ correva sul posto”.  E il cerchio si chiuderà, nella pregnanza e nella purezza dell’essenziale: “Pensa a quanti affanni/ per ricreare il suono adatto/e poi rendersi conto che la perfezione/ è propria solo del silenzio./ Del silenzio esatto. Intoccato./-Selvaggio”.

 

Alcune poesie

 

Barbarossa

Sono giorni di arrampicate sui tetti

durante i temporali, a fare legna nei boschi, a -11°

Non c’è tempo di domandarsi Schopenhauer.

Il futuro non esiste. Bisogna. Bisogna

solo avere fede e l’inverno passerà.

E se non si avrà fede – comunque passerà.

A domani si pensa domani. Ora

è il cinghiale, la gallina, la perdita alla caldaia.

Rimane dietro chi si prova a pensare.

Bruciano i propri libri, bruciano senza dolore.

Brucia la carta. La carta è combustibile, la carta

isola il calore. Brucia il nome, si scorpora il pronome.

E’ tempo di rendere il tuo saluto al giorno che è passato.

Guardati. Tutto oltre il passo è stella, sorpasso.

Guardati. Sei. Sei lacerto del creato.

 

Faber

Il bosco sta fogliando. Ci sono cose bellissime

e bellissime fatiche. Ma i ritmi-non li decidiamo noi.

Dobbiamo tenere il passo del sole, della terra, dei fiori.

Poco importa se queste lettere non sono mai state così dure.

C’è voluta la periferia del mare, la vanga, la mannaia

a insegnarmi che non sono-solo quando ero.

C’è voluto il fioccare della ghiandaia, la primizia di gelso

per portarmi qui-a scontare- l’abisso della pratica.

Perché la sfumatura uccide l’azione e di sole idee

si sta dove si stava. Poco importa se si lascia

il pallottoliere dei denti nella voragine della bocca.

Perché se il nostro fine fosse essere felici

non diventeremmo adulti

e se il nostro fine fosse essere non diventeremmo.

-C’è altro, lo sto imparando. Anche

smettere di scrivere-è un esercizio quotidiano.

 

Autopsia (reiterata) 

iii

E’ frustrante, ma ciò che stai cercando

potrà dirtelo solo ciò che stai cercando.

E non si comprende mai che ciò che si sa.

E’ frustrante, ma non è complicando

ciò che si ignora che si onora l’abisso.

 

Anima mundi-Anabasi dell’amore (I)

Non far rumore. Proteggimi.

Carezzami le tempie, i polsi asciutti,

le caviglie esili, i capelli corti.

Non svegliarmi. Sai che ti amo.

Non spegnere i miei sogni. Baciami.

Baciami se vuoi, ma che non restino

verità sulle mie labbra vuote. Contro te

anch’io ho aspettato che venisse notte

a diluirmi nel sonno. Lascia che resti

ancora qui, con questo strano Dio,

prima che i fiumi si dissolvano. Lascia che resti

qui, dove io non sono più mio.

 

Commiato dalla poesia (4)

Se potessi diluirmi nel sonno

come una prosa tra le pagine

lo avrei già fatto. Ma mi credo poesia.

E duro quanto il bel tempo.

Io, che in un sorso appena

ingoierei tutto il mondo.

Io, solo come una tenia

a far metri nelle viscere,

ho imparato dai fiumi

a divenire la mia stessa fenice.

Come troppe altre bestie prima di me

anch’io ho perso tempo per portare alla luce

cose che dentro avevano il sole.

Anch’io ho portato un sorso d’acqua fresca

alla trachea asciutta del grande oceano…

Ma per quale ragione? Ridatemi il mio sorriso

e toglietemi questo ghigno tra le fauci.

 

Tre domande a Dario Talarico

 

 D: La parola “silenzio” è una delle occorrenze più frequenti nel tuo libro. Quale valore le attribuisci, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

 

R:  Sono ossessionato dalla chiarezza. L’unica domanda che oramai mi pongo quando scrivo è perché scriverlo. Cosa dire che il silenzio non dica, cosa cavare dal bianco affinché non si intasi il senso, affinché un suono non sia chiasso? Questo libro non è figlio di buone poesie, ma di furiose cancellature, che pure non bastano mai. Quando preparai la presentazione dell’inedito per l’editore, conclusi il pezzo dicendo che proprio il silenzio era l’unico, vero soggetto del libro. Un libro faticato e svogliato, che inizialmente non sarebbe dovuto uscire e che in un secondo momento avevo pensato di pubblicare senza il mio nome. Entrambi, sia l’anonimato, sia la non pubblicazione, volevano incarnarsi nel silenzio (ma stando allo stato di cose presenti, viene da pensare che, probabilmente, questo silenzio non lo abbia rispettato poi fino in fondo).   Per quanto riguarda la mia vita, invece, il silenzio l’ho cercato a lungo, ma imparato davvero solo più tardi, quando decisi di andare a vivere in un bosco. Di lì a breve, erano ormai più di cinque anni fa, avrei concluso Il coraggio di non lasciare il segno, e avrei smesso completamente di scrivere per quasi altrettanti anni. Spiegare il silenzio a parole, però, è una contraddizione in termini. Posso dire che il silenzio è il solo autentico, ed è il primo e l’ultimo dei linguaggi. Tutto ciò che è mai stato detto non avrebbe alcun senso se non ci fosse il silenzio, eppure ogni nostro senso rincaserà comunque nel nulla quando su questo pianeta tornerà solo il silenzio.

 

D: Quanto della tua esperienza di musicista confluisce nella tua poesia?

R: Non ho mai suonato uno strumento, purtroppo. L’unica esperienza simile, da ragazzo, è stata quella di cantare in un gruppo punk. E come ogni gruppo punk che non si rispetti, il cantante non sapeva cantare. Quindi, l’unica speranza, è che questa esperienza non abbia influito sulla mia scrittura.

 

D: Definiresti “aforistico” il tono della tua produzione o questo aggettivo ti sta stretto?

Grazie di questa domanda. So che in molti, leggendo, hanno rintracciato questo tipo di taglio nella mia scrittura. Personalmente, però, non amo gli aforismi, non amo le loro verità comode, né il loro giudizio univoco che scende dall’alto. Mi piace di più pensare ai lati più sentenziosi della mia scrittura come a proverbi poveri, a massime “terra-terra”, dove la tautologia, il suono e il paradosso, vanno a creare una stratificazione di significati che si avverano annullandosi. Starà a ogni singolo lettore vedere se e quanto abbia mancato nel mio intento. Per ora, sto ancora cercando di capire se definire “poesia” la mia scrittura.

 

 

Gesualdo Bufalino poeta: “L’amaro miele”

 

di Gabriella  Venera Grasso

 

Gesualdo Bufalino può essere considerato a buon diritto un gigante della letteratura italiana del Novecento. La sua ricca prosa, intessuta di elementi colti, vibrante di lirismo e nello stesso tempo incisiva, è inconfondibile: ci ha introdotti all’interno di un sanatorio sperduto nella campagna siciliana, tra i deliri e le speranze dei malati terminali di tubercolosi, nel capolavoro Diceria dell’untore, così come negli anfratti di una Sicilia da scoprire con disincanto nuovo in La luce e il lutto, solo per citare due tra le sue opere più rappresentative.

Di Bufalino poeta si conosce meno-almeno questa è la mia percezione. Eppure anche la sua produzione poetica ha molto da offrire al lettore attento. Molti testi riprendono i temi che, parallelamente, l’autore affrontava nella narrativa; alcuni di essi, addirittura, erano stati concepiti come integrazione dei capitoli della Diceria, articolando un’alternanza prosa-poesia poi non realizzata.

Il corpo a corpo col dolore e l’imminenza della morte, il tormentato rapporto con Dio e con un Cristo sofferente ed offeso, il tentativo di lasciare un testamento spirituale mediante l’arte sono alcuni degli spunti che ritroviamo tanto in queste poesie quanto nel capolavoro narrativo. La tensione etica, l’aridità spirituale e la fame di risposte, il gorgo del dubbio sono gli stessi che vengono rivelati, nel romanzo, dalle indimenticabili, struggenti conversazioni tra il protagonista e Padre Vittorio, riflesso delle frequentazioni letterarie dell’autore (su questi temi Claudel, Pascal, ma soprattutto Bernanos e la poesia di David Maria Turoldo).

Costante è il rapporto intimo e dialettico con la propria terra, luogo di archetipiche contraddizioni che attraversano la Storia come un filo rosso e uniscono i paladini di ieri e i personaggi del presente, in  un “personalissimo teatrino di memorie” (N.Zago) in cui lo scrittore è il “vecchio puparo”, funambolo dell’affabulazione, tra nostalgia e cupo pessimismo.

La produzione poetica di Bufalino, partita da scelte ancora molto legate alla tradizione, come testimonia la raccolta I languori e le furie, caratterizzata dal lessico tardo ottocentesco e da forme metriche come il sonetto e le quartine di endecasillabi in rima, trova poi la sua espressione più matura e “novecentesca” nelle poesie della raccolta Amaro miele, nella quale lo spettro dei toni indubbiamente si arricchisce (dallo gnomico al cronachistico, al colloquiale della sezione Senilia) e le forme si fanno più libere. L’opera, edita da Einaudi nel 1982, viene oggi riproposta in un’edizione arricchita da nuovi testi (come già era avvenuto nel 1996) e da alcuni dipinti di Alessandro Finocchiaro, nell’ambito delle iniziative per il centenario dalla nascita dell’autore, promosse dalla Fondazione Bufalino nel giugno di quest’anno.

Da Amaro miele proponiamo alcune poesie. A Maria Allo, autrice di testi poetici (“ Al dio dei ritorni”, “La terra che rimane”, “Solchi”) e di numerosi studi di letteratura, abbiamo poi posto alcune domande su Gesualdo Bufalino poeta.

 

Alcune poesie

 

Altri versi scritti sul muro

Dunque è vero, Signore, somigliarti

nel nome, nella sorte, nella morte;

avere entro le palme due coltelli,

il costato corrotto;

pendere così freddi, così nudi,

con le vergogne battute dal vento.

Dolce Signore, perché ci abbandoni?

a noi anche Tu devi una donna

che ci schiodi e ci lavi,

un fantaccino cieco che ci vegli,

una resurrezione

 

 

Allegoria

Sulla usata scacchiera

enumeriamo i loschi personaggi,

gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,

logori lindi scheletri di bosso,

unghia contr’unghia di sterile luce,

dove il sangue s’inerpica a squillare:

 

e tu, spettro monotono, mio re,

chiuso fra quattro lance

d’infallibili alfieri, vestito di rosso broccato,

mio scabro Cristo chiodato, mio re,

in un angolo, matto come me.

 

 

Suasoria

Le mie ragioni, amici:

la metrica e il dolore, l’ordine e la follia,

spazio e mura che invento tentoni,

gogne guardinghe del cuore…

 

Trovare un mattino la via,

la pietra dove si volta…

Una volta, una sola volta,

in un pugno di sillabe nude

donarvi una leggenda che fu mia!

 

Ma non altro che polvere scavo;

o qualche gonfia maschera d’atride

che la luce deprava:

un volto putrefatto e fuggitivo.

 

O mentitemi, ditemi ch’è vivo.

 

 

Risarcimento

La vita non sempre fa male,

può stracciarti le vele, rubarti il timone,

ammazzarti i compagni a uno a uno,

giocare ai quattro venti con la tua zattera,

salarti, seccarti il cuore

come la magra galletta che ti rimane,

per regalarti nell’ora

dell’ultimo naufragio

sulle tue vergogne di vecchio

i grandi occhi, il radioso

innamorato stupore

di Nausicaa.

 

Tre domande a Maria Allo

 

D:-All’uomo che ha sperimentato un’emergenza globale e invasiva come quella che stiamo vivendo in questo difficile 2020, cosa trasmette l’esperienza e la sensibilità di Gesualdo Bufalino?

R:-Bufalino rappresenta un intellettuale atipico perché difficilmente inseribile in un movimento letterario ben definito, proiettato nella dimensione sospesa della realtà simbolica, ove il reale è assieme fisico e metafisico, ove il simbolo non è mai rarefatto né ermetico, ma nasce sempre da un’esperienza di vita vissuta. E’ noto che l’esperienza drammatica della degenza in un sanatorio nell’estate del ’46 del giovane reduce malato di tbc e la prossimità della morte, ha segnato tutta la sua produzione, caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura poetica (“Con un sonetto, a undici anni… Lo conservo, ho conservato qualunque inezia, della mia vita… Poi, fino a vent’ anni, scrissi poesie a centinaia: a rileggerle parrebbero di cinquant’anni prima. ma nessuno in quegli anni mi parlò di Ungaretti, di Montale…”).” Amaro miele”, infatti, è frutto di una «lunga attesa e persuasione di morte all’ombra grave della guerra», ma anche della presenza della Sicilia, la terra che porta con sé una valenza morale e può gettare luce sul senso delle cose al di là della dimensione privata. («Come ci brucia in quest’ora le labbra/ l’amaro miele della giovinezza»). Come Dante, egli infatti mira a trasformare la propria esperienza individuale in un modello di carattere universale, rivolto a tutti gli uomini. Questo il messaggio dei principi umanistici della bellezza, dell’arte, della cultura, a quelli più universali del bene, della solidarietà, della speranza nel futuro. Il buio si addensa senza più domande ma il vento negli occhi ostinato brilla, direbbe oggi Bufalino.

 

D:-Quale linea di continuità si può riscontrare tra i temi della grande narrativa di Bufalino e quelli della sua poesia?

 

R:-Accanto alla formazione classicistica, Bufalino sentì l’esigenza di aprirsi al contemporaneo dove c’è spazio per riferimenti autobiografici (la tubercolosi contratta in guerra) e lo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini). Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte…”. Bufalino dunque, sul tema dominante, a partire dal titolo di Amaro miele che richiama il tentativo di cogliere tracce di bellezza nella negatività del presente, va intessendo motivi ricorrenti: il tema della memoria, il desiderio di Dio, l’inesorabilità verso il nulla, il dissidio morte-vita. Il titolo stesso Amaro miele è un ossimoro, cioè una figura fondata sull’opposizione: le gioie del vivere e il dolore umano come l’azione impietosa del tempo, presenti anche in Diceria dell’untore, Argo il cieco e in altri luoghi dell’opera bufaliniana.

 

D:-Quali sono gli elementi di lirismo che molti critici hanno individuato nella prosa di Bufalino?

R:-La prosa di Bufalino, estremamente ricercata e raffinata, manieristica e metaforica, molto lontana dalla sensibilità del tempo, scaturisce da termini preziosi per timbro, tono, musicalità in cui si può cogliere la presenza di una patina arcaicizzante.  Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato di matrice simbolista, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi della raccolta Il Malpensante: “Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”. L’ autore stesso ha dichiarato che il motivo delle sue scelte stilistiche, (” il registro alto, l’oltranza dei colori, lo scialo degli aggettivi”) e di tutti i moduli espressivi adottati, ha il compito di nutrire fiducia nelle capacità conoscitive e interpretative dell’intelletto umano, l’unico spiraglio per un mondo migliore e al senso ultimo a cui rimandano tutte le opere: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.

La vita non sempre fa male, /può stracciarti le vele, rubarti il timone, /ammazzarti i compagni a uno a uno, /…per regalarti nell’ora dell’ultimo naufragio/sulle tue vergogne di vecchio/i grandi occhi, il radioso/ innamorato stupore/ di Nausicaa. 

In Diceria dell’untore, Cap. 3, pag.18 il brano offre un chiaro esempio della raffinatissima prosa di Bufalino, intessuta di termini preziosi e letterari e di metafore intensamente liriche, che per esempio trasfigurano l’alba “nell’indorarsi fulmineo del mondo”, la Terra in “una stella infedele” e il sanatorio in “un’arce lambita appena dai frangenti dell’esistere”. Particolarmente frequente è, in particolare, in un tessuto sintattico complesso ed elaborato, la presenza di ossimori (per es. “Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi”), che rimandano tutti alla contrapposizione fondamentale tra vita e morte con il sapiente intarsio, ora occulto, ora esplicito di riferimenti classici e letterari che aumentano il livello poetico ed estetico dell’intera produzione poetica e narrativa di Bufalino.

Per ulteriori approfondimenti: https://poetarumsilva.com/2019/09/16/maria-allo-memoria-e-identita-nella-sicilia-di-gesualdo-bufalino/

 

 

Gramsci e le donne di Noemi Ghetti. Un triplice sguardo tra politica, sentimenti, eros.

di Ivana Rinaldi

Noemi Ghetti con il saggio, Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee, Donzelli, Roma, 2020 si conferma attenta studiosa di Gramsci:  Gramsci nel cieco carcere degli ereteci, L’Asino d’oro, 2014; La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra amori e politica 1922-1924, Donzelli, 2016. Qui l’autrice esamina un documento minore, che svela la complessa vita sentimentale e l’intreccio di vita e d’amore con le tre sorelle Schucht, Eugenia, Giulia e Tatiana. É notte inoltrata, quel 16 ottobre 1922, quando scrive da Ivanovo-Voznesensk, importante centro tessile a duecentocinquanta chilometri da Mosca, a Eugenia, ricoverata nel sanitorio di Serebriani Bor, lo stesso in cui Antonio è stato curato durante l’estate. Nei mesi precedenti tra i due è nata una storia, ma quella sera a scrivere a Eugenia, Gramsci non è solo. Con lui si trova Julka, sorella di Eugenia, la bella violinista che ha incontrato a settembre proprio a Serebriani. Per entrambi è stato un colpo di fulmine, che nei mesi successivi ha dovuto fare i conti con le gelosie di Eugenia. Trovatosi poco più che trentenne al centro di questo complicato triangolo amoroso, Gramsci si rivela autoironico e allusivo, passionale e spregiudicato, nel tenere le fila del triangolo.

Nel ripercorrere il rapporto di Gramsci con le “sue” donne, prima le “donne di casa”, poi con le compagne del biennio rosso, Camilla, Ravera, Rita Montagnana, Teresa Noce; con le grandi protagoniste rivoluzionarie del Novecento, Clara Zetkin, Alexandra  Kollontaj, Inessa Armand, Rosa Luxemburg e infine con Pia Carena, suo primo amore torinese,  e le sorelle Schucht, Noemi Ghetti ci offre uno sguardo appassionato e partecipe di quello che è stato il complesso rapporto di Gramsci con le donne, ma anche la sua attenzione per la “questione femminile”. L’autrice analizza inoltre il complesso rapporto di queste donne con i loro compagni di partito. Già dalla fine degli anni Sessanta è emersa con forza non solo tra gli intellettuali di sinistra la necessità di rileggere il corso della Storia partendo dalla parola d’ordine femminista: “il personale è politico”. Sono i movimenti giovanili ma soprattutto le femministe degli anni Settanta a porre  la necessità di nuovi costumi e la messa in discussione delle forme classiche della militanza e della lotta politica. Nel 1976, Adele Cambria pubblicò Amore e rivoluzione. Tre sorelle per un rivoluzionario: le lettere inedite della moglie e delle cognate di Antonio Gramsci, (SugarCo, 1976) a cui rispose Andrea Righi, Non ci sono risposte compagno Gramsci, non ancora alle tue domande. Soggettività e differenza sessuale: un dialogo tra Adele Cambria e Antonio Gramsci. (Carte italiane, II, 4, 2008).

Tornando al testo di Ghetti, è evidente che la studiosa ha seguito il legame stretto tra  privato e politico con un criterio filologico non sempre lineare, tuttavia interessante. La vita privata e politica  di Gramsci viene ricostruita attraverso la sua corrispondenza, Le lettere dal Carcere, di cui Einaudi ha appena riproposto una nuova edizione ampliata, ma ancora aperta, a cura di Francesco Giasi , una recensione del dramma teatrale di Ibsen, Casa di bambola, pubblicata nell’Avanti! Il 22 marzo 1917, e quanto il pensatore scrisse nei Quaderni a proposito della “Quistione sessuale”, ovvero della necessità di una nuova identità femminile, intimamente libera da schiavitù arcaiche e da condizionamenti culturali. Nelle pagine fitte di citazioni le voci e le fisionomie si articolano seguendo la biografia del fondatore del PC d’It. E così si incontrano la madre e le sorelle nella natia Ales; il primo amore amore torinese, Pia Carena: sarà lei a fargli conoscere gli scritti di Roman Rolland da cui è tratto il concetto del “Pessimismo della ragione, ottimismo della volonta”. Si scoprono a Torino Camilla Ravera, Rita Montagnana, Teresa Noce: è la stagione di una Torino inquieta, segnata dalle lotte operaie del “biennio rosso” ( 1919-20).  In famiglia, in amore, in politica, dalle origine sarde al biennio rosso, attraverso l’esperienza nell’Urss, poi a Vienna, a Roma, fino alla lunga detenzione dal 1926 al 1937, data della sua morte, le donne furone destinatarie delle sue lettere. Mi sono soffermata a lungo su queste, che fossero indirizzate alla mamma, alle sorelle, alle sue compagne di partito, alle tre sorelle russe, e in ognuna ho trovato il nucleo intimo e profondo di un uomo, prima che politico e rivoluzionario, che ha sempre cercata il dialogo con l’Altra. Dapprima con le compagne di partito italiane, poi con le rivoluzionarie Clara Zetkin e Alexandra Kollontay, sempre in conflitto con Lenin sulla questione femminile. Per il capo della Rivoluzione, specialmente dopo la NEP, le voci femminili che si pronunciavano contro il patriarcato andavano messe a tacere: “Il libero rapporto tra i sessi deconcentrava e disperdeva le energie, che invece andavano indirizzate alla “causa rivoluzionaria”. Tutte loro, invece, insieme alle/agli artisti, agli operai, rivendicavano le aspirazioni da cui era nata la rivoluzione.

Sono commoventi e piene di gratitudine le lettere di Gramsci alla madre, percorse da amore filiale, come intense sono quelle indirizzate alla sua amata Julka:

Ricordi quando sei ripartita dal bosco d’argento? Io ti ho ti accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. C’eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi, così ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la borsa da viaggio”.

Intrise di nostalgia e desiderio:

Sento la tua assenza, sento un grande vuoto intorno a me”.

E di dubbi:

“Che Julka sia stata solo finora un’agente della Cekà inviata per saggiare la mia compatibilità?”

Gli stessi dubbi che in qualche modo ripercorrono il rapporto con Tatiana, l’ultima delle sorelle Schucht. Si chiede Enzo Bettiza, studioso dell’Unione Sovietica: “Tatiana è l’unica che lo ha veramente amato, o era stata solo una spia sovietica, un “poliziotta amorosa”, nel ruolo di funzionaria dell’ambasciata sovietica italiana, con il compito di sorvegliare i movimenti, i sospiri, e i respiri di un uomo-simbolo, in odore di eresia, ormai fortemente schierato nel contenzioso che vedeva Stalin contro tutta la vecchia guardia leninista?” Rimasta a vivere a Roma, Gramsci strinse un rapporto d’affetto e di stima intellettuale con lei. L’unica che gli rimase vicina nei suoi anni di carcere, il tramite col mondo esterno, anche con Giulia, ormai malata, con il suo equilibrio instabile, creatura lunare, incapace di realizzare che il ruolo di moglie di Gramsci non è adatto alla sua personalità. Tatiana è inoltre colei che fece conoscere i Quaderni al mondo.

Sono veramente pochi i momenti trascorsi insieme da Giulia e Antonio. Dalla loro unione nascono Delio e Giuliano, rispettivamente il 10 agosto 1924 e il 30 agosto 1926 nella lontana Unione Sovietica, mentre Gramsci è a Roma e avrà occasione di vedere solo Delio nel 1925. Sulla scena politica italiana incombe la catastrofe e Gramsci viene accusato di voler sovvertire lo stato. Non sostenuto dai suoi compagni di partito, primo fra gli altri Togliatti,  viene arrestato, poi mandato al confino, infine a San Vittore e poi a Roma dove morì, ormai ridotto a “morto vivente” in una clinica privata,il 27 aprile 1937. Al funerale non andò nessuno tranne Tatiana e la polizia fascista. Gramsci, prima della sua morte si era reso conto di essere un uomo solo e di non essere desiderato da nessuna parte, non a Mosca dov’era sua moglie Julka, ormai ombra vagante da un manicomio all’altro, né dai figli fagocitati dal regime sovietico, né dagli ex compagni della prima ora rivoluzionaria; non a Ghilarza dove si era stabilita la sua famiglia d’origine, le sue sorelle, ma non più l’adorata mamma Peppina.

Durante gli anni del carcere, con la sua originale sensibilità Gramsci affina la questione sessuale, di cui si erano occupate a lungo e in conflitto con i dirigenti uomini, le rivoluzionarie Zetkin. Luxemburg e specialmente Alexandra Kollontay (mi permetto di rimandare a un mio scritto in Leggendaria, n. 137, novembre, 2018), la quale da sempre si era occupata della relazione tra i sessi, ponendosi in conflitto con Lenin e con altri esponenti del PCUS. In Largo all’Eros alato, una lettera rivolta alla gioventù, Kollontai smaschera “ il nucleo inconfessabile della rivoluzione sovietica”. Non vi sarebbe mai stata una rivoluzione politica-economica, senza passare per quella culturale e morale. Uno scardinamento del rapporto tra i sessi che nessuna rivoluzione socialista avrebbe garantito.

Nelle pagine finali del libro, Noemi Ghetti ricorda una poesia di Nazim Hikmet, costretto in esilio in Unione Sovietica: “Sono cent’anni che non ho visto il tuo viso”. Quando venne scritta questa poesia erano passati, nota l’autrice, quasi cento anni dalla pubblicazone del primo libro del Capitale di Marx. Nel non riconoscimento dei rapporti d’amore e dell’identità della donna, sta il campo oltre il quale il marxismo non seppe spingersi. Donne, bambini, artisti, continuavano ad essere negati, mentre sarebbe stato necessario “per sottrarli al dominio invisibile costruito sull’antinomia tra cultura e natura, tra razionale e irrazionale, ricomporre la scissione tra corpo e anima, l’inizio del tempo di ogni essere umano”. Gli artisti non avevano mai cessato di invocare l’irrazionalità dell’amore. Nel 1959, il regista Grigorij  Čuchrai racconta nella Ballata di un soldato la struggente bellezza di una storia d’amore, interrotta dalle ragioni maschili dell’ideologia, della politica, della dittatura, della guerra.

 

Dalle Terre riemerse al Bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

Dalle terre riemerse al bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

di Gabriella Venera Grasso

Ho unito in un unico segmento (ma in realtà è solo la parte di una retta…)  i titoli delle due raccolte poetiche di Matteo Maxia, poeta cagliaritano, musicista, appassionato di arti visive e di viaggi. L’autore coglie a piene mani dalla ricca messe di spunti che queste sue passioni gli offrono; si muove sulla spinta di una curiosità vivace e una sensibilità accesa (“morso anch’io da un ramarro/quand’ero troppo giovane/ perché la vita/ mi facesse da antidoto”), proponendoci itinerari suggestivi: dalle terre riemerse dei ricordi, tanto quelli indelebili quanto le impressioni di un momento, delle consapevolezze che affiorano, fino a nuove, misteriose prospettive, verso realtà non monolitiche, al bivio del tempo. Ecco perché le due raccolte possono leggersi quasi come un continuum, con una coerenza tematica e di resa linguistica.

I temi sono tanti e vari, ma gravitanti attorno al gioco del tempo, flusso e baleno, magma e spuntone di roccia, al suo legame indissolubile con lo spazio e con i tanti luoghi che il poeta ha visitato e amato, dei quali ci restituisce colori e luci, come sfumature spirituali (“Il Tempo e lo Spazio/ imbavagliarono il Silenzio/Indossarono occhi di bimbo/ e si fecero ovatta e vapore”).

 

La lingua è una risorsa preziosa, di cui essere responsabilmente consapevoli (“Il linguaggio fallisce/ quando smette di creare il mondo/ quando resta muto/ di fronte al suo sfacelo”), anche di fronte alla sua fallibilità (“si assolva il linguaggio/ per aver battezzato/ dal latino cum-vergere/ due linee all’incoccio/ in cui collassa il percorso”).  E’ sempre strumento duttile e generoso di opportunità, con cui l’autore gioca (e torna il motivo del gioco, serissimo approccio alla vita per un poeta che non nasconde il suo lato malinconico e bambino). Frequente il gusto di scomporre le parole, separandone le parti o “aprendole” e rivelandone così il nòcciolo e più di una possibilità: ”s(tralci) di vite dal gusto di-vino”,  “di-versi (monologo di un clochard)”, “tra(s)guardi comuni”, “terap(oes)ia”.

Le atmosfere sono cariche (di dettagli, di spunti sensoriali, di sentimento e sensualità) e rarefatte al tempo stesso, come sospese, appena prima di aprirsi ad un bivio sconosciuto.

 

Alcune poesie

Da “Terre riemerse” (Edizioni Ensemble, 2017)

 

Sens’azioni

 Ricordi?

Ci si acquattava

in quel luogo inviolabile,

di pensieri disinnescati

e parole inesplose.

La pelle bramava

ciò che la mente ignorava,

nei limiti imposti

dai sensi mendaci.

Un solo pendolo,

rintocchi del presente

rubato al controllo:

due cuori all’unisono

non sbagliano il ritmo.

 

 

Entanglement

 Echi lontanissimi

dejà vu di frammenti sconnessi

mi rimbombano muti

a tutte le latitudini del cuore.

Il tuo volto,

mosaico discreto che riappare

in ogni vuoto non colmato

in ogni istante trascurato.

Le distanze son scorciatoie,

codici di ingresso

per rincorrerci nel tempo

tra risurrezioni di memorie.

Saremo sempre noi,

rumore di passi nella notte senza patria

foto da scattare su pellicole di stelle

orme di battigia da imprimere col pianto

 

 

 

 

Da Al bivio del tempo” ((Edizioni Ensemble, 2018)

 

Il viaggio più lungo

 Ho visitato molti luoghi

senza mai viverne alcuno.

Dovrei imparare prima ad abitarmi,

con la mia facciata decadente

la lotta senza quartiere ai pensieri in fuga

un cantiere aperto nell’anima.

Il prossimo viaggio lasciami lì,

in quell’angolo di valigia

dove trovano alloggio

le cose più fragili.

 

 

Abdicare

Dovremmo preservare le nostre stagioni

scegliere il tempo

per andare incontro all’autunno

e farci melagrane.

Essere disposti

a perdere la corona

pur di donare i rubini del cuore.

 

Akoya

 

Hai nell’iride

un esito di madreperla

ferite di sabbia

e sedimenti del tempo

nel miracolo della vita

quando si fa ost(r)ica

 

 

Tre domande a Matteo Maxia

 

D: Quali sono le tue personali terre che la poesia ha fatto emergere?

R: La Poesia, così come l’Arte tutta, almeno per come io la intendo, è processo sottile e multi-sensoriale che slatentizza Verità e Bellezza in chi la dona e in chi la riceve. L’assenza di queste due dimensioni o il loro mancato nutrimento sono infatti alla base di ogni forma di disarmonia individuale e collettiva e questi tempi ne stanno impietosamente certificando gli effetti. La vorticosità del vivere, l’inaridimento dei contatti interpersonali, il rarefarsi progressivo di strumenti cognitivi e animici per sbrecciare il muro della superficialità, inibendo la capacità di arrivare e di arrivarsi dentro, sono solo alcuni degli indicatori di una mancanza profonda di Verità e di Bellezza nelle nostre vite. 

Ecco che, attraverso la Poesia, sono riuscito a catalizzare un percorso di auto-guarigione, in divenire perpetuo, a far riaffiorare l’humus del vissuto e del sofferto per concimare cambi di traiettoria e a farne un pur piccolo e marginale strumento terapeutico di testimonianza e condivisione. Sono infatti tanti i riscontri in termini di gratitudine da parte delle lettrici e dei lettori che, attraverso l’empatia e l’immedesimazione, hanno tratto un qualche ristoro dai libri che ho consegnato alle stampe. Io ho avuto il privilegio di essere semplicemente un tramite, di ricordare loro, attraverso la parola, cose che già sapevano ma di cui si erano scordati. L’Arte bisbiglia appena alla coscienza, ma sa essere la più persuasiva tra i messaggeri, la più potente tra i guaritori.

 

 D: Cosa significa il viaggio, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

R: Il viaggio, almeno nella sua accezione del piacere, è una delle esperienze umane maggiormente predisponenti al cambiamento se, come ci ricorda Henry David Thoreau, si è davvero pronti a essere completamente liberi, finanche facendo testamento (!), prima di mettersi in marcia.

Viaggiare è la sublimazione del movimento, del dinamismo fisico, che poi si traduce spesso in plasticità mentale; è il più ampio ventaglio di possibilità cui potenzialmente attingere per qualunque cambio di prospettiva. Un mutamento di contesto è funzione biunivoca, che alimenta sia la dimensione dell’andata che quella del ritorno. Perché se l’assuefazione che deriva dall’essere stanziali offusca la visione, l’astrazione da cambio di stato restituisce invece messe a fuoco e dettagli altrimenti cristallizzati nella normalità. 

Condanna e rivalutazione di ciò che si lascia, di ciò che si perde, di ciò che si trova o si ritrova fanno pure parte del bagaglio del viandante, in un caleidoscopio esperienziale che tanto sa porre in sorprendente connessione realtà fenomenica e mondo onirico.Ecco, non è forse questa la sala d’attesa in cui si accomoda il processo creativo prima di partorire la sua materia? Personalmente, non sarei in grado di scrivere, senza la possibilità di leggere e di viaggiare. Scrisse in proposito Sant’Agostino: “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”.

D: Quali sono i tuoi progetti al momento?

 R: Dal punto di vista esistenziale, tento faticosamente di predispormi ogni giorno a un abbandono fluido lungo la strada intrapresa per diventare ciò che sono nato per essere. Sul piano pratico, questo approccio dovrebbe auspicabilmente consentirmi, tra le altre cose, di essere ancora quel tramite sopra richiamato per il mio infinitesimale contributo all’espansione della coscienza collettiva attraverso altre sillogi. La prossima, a carattere sperimentale e a doppia firma, potrebbe vedere la luce già entro questo necessario 2020.

Matteo Maxia è nato nel 1976 a Cagliari, città nella quale vive e lavora attualmente. Strimpellatore di chitarra e cantautore per pochi intimi, ama la Sociologia, la Musica, la Poesia e ogni declinazione espressiva dell’Arte che sa emozionare. Sin dalla più tenera età, è attratto da tutto ciò a cui la Scienza non sa dare risposta e non esce mai di casa senza il suo taccuino, in cui cerca di catturare prospettive provenienti da ogni piano dell’esistente.

 

 

Conversando con…Maria Attanasio

 

CONVERSANDO CON…MARIA ATTANASIO

di Gabriella Venera Grasso

Conversare con Maria Attanasio è arricchirsi dei frutti di esperienze molteplici e di un punto di vista che invita a problematizzare. La incontriamo in occasione della presentazione della sua ultima fatica, Lo splendore del niente, racconti pubblicati quest’anno per la casa editrice Sellerio.

Attanasio è artista complessa, che si è inoltrata nei campi della poesia, della narrativa e della saggistica, offrendoci piste di riflessioni interessanti tanto sul presente, quanto su nodi e temi del passato. I suoi romanzi, editi tutti da Sellerio, attingono dalla storia e ne illuminano aspetti e figure meno conosciute (Rosalie Montmasson, unica donna al seguito dei Mille, ne La ragazza di Marsiglia, per fare un esempio), arricchendoli di un “surplus” di vita come l’arte sa fare. I saggi ci parlano di Sicilia, nei suoi aspetti di luce (i grandi contributi artistici dei conterranei che per l’autrice sono un riferimento costante: Verga, Sciascia, Piccolo, Cattafi, Addamo…) e in quelli oscuri e problematici (il sistema mafioso).

Destinataria di numerosi riconoscimenti in ambito letterario (ultimo in ordine di tempo il Premio Pino Veneziano, proprio in questi giorni),  Maria Attanasio è scrittrice meticolosa e “lenta”, come scherzosamente si definisce, considerando la cura e il grande lavoro variantistico che accompagna ogni suo scritto, in special modo quelli poetici, dove ogni parola è ponderata a lungo ed acquista un peso tutto suo. Nelle poesie l’autrice sviluppa temi che riprenderà nella narrativa e che costituiscono il fulcro dei suoi interessi: la microstoria come  modo preferenziale di accostarsi alla storia, le “storie di emblematica alterità” di chi paga il prezzo di un mondo sempre più violento e lanciato in una cieca corsa verso la produttività, le spinte di sopraffazione e il contraltare dell’indifferenza e dei particolarismi, e poi le figure di donne, la fragilità e la potenza del corpo e il suo valore semantico. Tutti temi che stanno a cuore alla scrittrice, espressi con l’intensità che il dettato poetico conferisce ai suoi contenuti.

Ma in quale rapporto stanno la produzione narrativa e quella poetica nel percorso dell’autrice? Maria ci rivela che le narrazioni si sono sempre “imposte” a lei con una certa urgenza: proprio quelle vicende, quelle persone chiedevano attenzione e spazio e volevano essere raccontate, perentoriamente; nella poesia, invece, i tempi si dilatano, le parole affiorano con lentezza e lentamente vengono cesellate, acquisendo uno spessore proprio.

Le chiediamo poi qual è la narrazione del “corpo” che emerge dalle sue opere, in cui è un elemento ricorrente (corpo-cretto, spaccatura, corpo d’argilla…), anche in riferimento ad una narrazione del femminile che vuole essere sganciata da logiche mercificanti e da un’ottica utilitaristica. Quello del corpo in cambiamento, ci spiega, è un campo (semantico ma anche esperienziale) nel quale diventano evidenti le crepe, le fragilità, le sovrapposizioni, “concretizzazioni di memorie arcaiche”, come le definisce Anedda, che l’autrice non intende nascondere dietro immagini patinate da photoshop, ma mostrare nella loro verità.

L’opera della maturità artistica di Maria Attanasio, nella quale sono confluiti molti testi degli anni precedenti, è indubbiamente Blu della cancellazione, pubblicato nel 2016 da La Vita Felice, con prefazione di Antonella Anedda e vincitore del Premio Brancati-Zafferana e del Premio internazionale Gradiva di New YorK.

É una poesia quanto mai attuale e incisiva, che “mette in campo il problema del male”, ma non in quanto “poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo” (Milo De Angelis).

Il titolo, suggestivo e carico di una certa inquietudine, richiama il blu del mare profondo, che custodisce tesori, ospita la vita e la bellezza in forme varie e misteriose, ma è diventato spesso, nel corso della storia e drammaticamente in questi nostri tempi, sudario per troppe morti. Il motivo dell’acqua, delle sue infinite sfumature, dei suoi inquieti movimenti, del suo apparire, levigare, colpire, fluire, inghiottire, percorre tutte le parti della raccolta e quasi ci trascina nel gorgo misterioso di un declino personale e collettivo, quello, sempre più evidente, di un “occidente spaesato”.

 

Da Blu della cancellazione proponiamo alcune poesie.

Dell’acqua caìna

Piovve quel giorno, a diluvio a tempesta,

fu un fuggi fuggi per la sopravvivenza,

io, nel mio guscio di orfanità,

già pensavo a decostruirti, farti testo.

Non smise però, e ancora adesso piove:

un’acqua caìna che ha divelto radici,

sciolto inchiostri tracce: inutilmente

mi misi in ascolto tra i dettagli nel folto

-la serranda abbassata, la tivù spenta

In cucina-rilucendo adesso,

imprevisto, l’oscurato alfabeto.

Ma più ti assomiglio, più m’incazzo,

ritrovandola chiara-la password-

tra detriti e pretrisco

nelle crepe della muta domanda allo specchio

 

Frammenti dell’acqua mutante

…non incrocio di linee

ma angoli ciechi parallele

tra suppellettili e battito di ciglia

immagini difformi frammenti di figure

nel reset conclusivo

forzando tempi migrando

verso sterili costellazioni d’altri…

…oscilla s’increspa

al vento della forma-segno

che l’indomito cerca l’intero

l’intatta armonia-un brusio

dilaga dal fondo: frusciare

d’acqua alta crepitare di fiamma…

 

Sono il bambino della grotta

Sono il bambino della grotta

-il poliglotta, il diverso, a forza

chiuso nel recinto del nome-

adesso clandestino

-luce migrante, fiato di candela

tra le catene dell’oscuro-

sono occhi e lingua straniera:

l’isola all’orizzonte

lo stelo d’oro splende oltre il confine

 

Rosso

Rosso
che adesso è lama e cesoia
muro scrostato ombra
che s’allunga e ballarìa
– la zattera dei nomi alla deriva –
occidente spaesato
nel blu della cancellazione,
maria del declinare,
addio.

 

Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza  edito da Arkadia  nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente -) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere la pagine delle tua scrittura, un battere e levare che dà vita a  situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo.  Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq-  anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir,  ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

R: E’ un noir che si può leggere a strati, chiaramente.  Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”.                                                  

La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale – mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità.-” Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato?  Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella  donna, non sua, solo perché  sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica.

Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo.

Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

D :Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo.  Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza.
Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Scrittore milanese, Franz Krauspenhaar è di origine tedesca per parte di padre, madre calabrese. Ha pubblicato ad oggi, dodici romanzi, un saggio narrativo, cinque libri di poesie e ha collaborato alla stesura di raccolte poetiche e narrative.. Per Marco Saya Edizioni sono usciti nel 2012 il poemetto Biscotti Selvaggi (edito in anche in e-book nel 2014), nel 2014 il poema in versi dal titolo Le belle stagioni e la sua più recente raccolta di poesie Capelli Struggenti, 2016.Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume. Dal 2004 è stato redattore di Nazione Indiana, Dal 2014 al 2017 è nella redazione milanese della rivista ACHAB-scritture solide in transito, fondata da Nando Vitali (scrittore 1953). Dal 2017 è nel comitato di redazione della rivista letteraria Il Maradagàl.  Nel 2017 Krauspenhaar, con un nuovo progetto, Nerolux, torna alla musica con i dischi solisti Light obsession, 2017, Un viaggiatore, 2018, Nerolux 3, 2018, il doppio Il viaggio immenso, 2019, Electrosymphonies Vol 1, 2020, tutti con etichetta Symposion Records.