“Poesie 1975-2025” Franco Buffoni e il viaggio nella poetica dell’identità per comprendere l’uomo contemporaneo

 

di Lucrezia Lombardo

Con Franco Buffoni, la poesia italiana degli ultimi cinquant’anni trova una delle sue voci più limpide, rigorose e insieme inquietamente mobili. Il volumePoesie 1975-2025”, pubblicato da Mondadori nella prestigiosa collana “Lo Specchio”, non è soltanto un’opera omnia poetica: è il racconto di un attraversamento. Attraversamento del tempo storico, delle trasformazioni linguistiche, dell’identità personale e collettiva.

Riunire la produzione poetica di un autore significa infatti rendere possibile la comprensione di un’evoluzione coerente ma mai statica. Dalle prime raccolte degli anni Settanta -dove già si avverte un’ironia sottile, quasi britannica nella misura e nella distanza- fino ai testi più recenti, Buffoni costruisce un percorso in cui i versi diventano strumento di conoscenza, verifica morale e dispositivo critico. Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è la capacità di coniugare autobiografia e dimensione pubblica.

L’esperienza personale, in tal senso, non si chiude mai nel privato, ma dialoga costantemente con il contesto storico, politico, culturale. Nei versi di Buffoni, così, la memoria individuale s’intreccia con la storia europea, con la riflessione sulla scienza, con l’attenzione alle questioni civili. Il risultato è una poesia che non rinuncia alla precisione del dato, ma lo trasfigura in meditazione.

Poesia Franco Buffoni

Un ritratto del poeta

L’autore lavora quindi sulla lingua con una tensione quasi filologica: il lessico è sorvegliato, la sintassi controllata, la musicalità mai esibita ma sempre presente. La sua è infatti una poesia che rifugge l’enfasi e preferisce la chiarezza, ma sotto questa apparente limpidezza si avverte una stratificazione culturale profonda. Il poeta, anche traduttore e studioso, porta nei testi un dialogo costante con la tradizione inglese e con quella italiana, senza mai indulgere in citazionismi gratuiti.

Particolarmente significativa, nell’arco complessivo del volume, è la riflessione sull’identità e sulla corporeità: l’io poetico non è mai monolitico, ma esposto, interrogato, messo alla prova dalla relazione con l’altro e con il mondo. In questa prospettiva, la poesia diventa spazio di verifica dell’esistenza, luogo in cui la fragilità si trasforma in consapevolezza.

In modo coerente con la ricerca condotta, negli anni più recenti, la scrittura di Buffoni si apre con maggiore evidenza a una dimensione etica e quasi “cosmica”: il rapporto tra umano e non umano, tra cultura e natura, tra antropocentrismo e responsabilità si fa centrale. Tuttavia, tale interrogazione non sfocia mai in moralismo, bensì si fa invito alla riflessione, affidato alla precisione dell’immagine e all’incisività del pensiero poetico.

“Poesie 1975-2025” è pertanto un’opera destinata a lasciare un segno, poiché la sua  forza sta nella compattezza: pur attraversando stagioni diverse, il testo restituisce l’impressione di un unico grande libro, in cui ogni fase prepara la successiva e ogni mutamento di tono appare necessario. Il lettore assiste così a una maturazione che non cancella gli esordi ma li integra, li rilegge, li rilancia.

In definitiva, questa raccolta rappresenta non solo il bilancio di un autore centrale nella letteratura contemporanea, ma anche un documento prezioso per comprendere l’evoluzione della poesia italiana dagli anni Settanta a oggi. Buffoni dimostra infatti che la poesia può essere insieme esattezza e vibrazione, studio e passione, memoria e interrogazione del futuro.

 

Scoprirsi creature. La poesia di Pietro Russo in “Tutte le ossa cantano la canzone d’amore”

 

 

di Gabriella Grasso

Tra le innumerevoli piste di riflessione che si aprono alla lettura dell’ultimo, densissimo libro di Pietro Russo,Tutte le ossa cantano la canzone d’amore” (peQuod, 2025, collana Portosepolto, diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti), quella che qui voglio percorrere è quella della creaturalità, dello “scoprirsi creature”.

Scoprirsi, sì, perché si tratta di un cammino di consapevolezza e di continuo stupore, termine non a caso ricorrente nel libro e indicatore di resistenza rispetto a un mondo greve di contraddizioni: “si resiste al mondo / grigio e gonfio di pioggia” e, davanti a un’alba che infiamma le case, “si resiste / come una forma di stupore”(p.18).

Si tratta di una scoperta che avviene tanto nella dimensione verticale quanto in quella orizzontale. E dunque, da un lato, nel legame tra il creatore e il mondo, tra il cielo e la terra, ma anche tra il poeta-uomo-padre e i suoi figli, a cui spesso nei testi egli rivolge “parole che  giungano (…) e vi restino più delle paure del mondo”(p.24).

Risalire al cuore, al nocciolo della paternità significa confrontarsi con l’origine, al di là delle sovrastrutture, delle narrazioni, delle mistificazioni: “C’è un uomo all’inizio di questa luce / io l’ho chiamato padre / ed è un uomo / non un dio che blatera di assurde stelle / e dinastie tra la sabbia“(p.10).

Dall’altro lato, nell’orizzontalità, scoprirsi creature avviene nel gioco di simmetrie e di rispecchiamenti che ci lega agli altri esseri viventi e ai nostri simili : “ho un cuore di animale e uno / a partire da come mi guardi”(p.67). Gli echi di suggestioni francescane e i costanti riferimenti biblici rinsaldano questa idea di appartenenza a un unico progetto creativo che però, lungi dall’essere idilliaco e scevro da ogni idealizzazione, si inscrive in una realtà complessa e di dolore, che irrompe prepotentemente nella poesia di Russo, con i suoi umori e i suoi colori.

Le tessere di questo mosaico composito sono i migranti, stipati in navi stracolme o incontrati nelle rotte della quotidianità, sono la vecchietta Sarina, il kebabbaro, il manager che muore a quarant’anni…sono le trame di una realtà che si rivela “povera di carezze”, molto più amara di ciò che ipocritamente vorremmo consegnare ai posteri, quella “nostra migliore immagine d’asporto”(p.26), così finta.

Ecco dunque che i riferimenti spirituali e letterari del poeta, i salmi e il salmodiare, ad esempio, o la frase-testimonianza-testamento di Etty Hillesum nel lasciare il lager (“abbiamo lasciato il campo cantando”), diventano, attualizzandosi, strumenti per esprimere nuovi contesti e antichi dolori, nonché ataviche vessazioni, laddove Auschwitz prelude ad altri drammatici campi odierni.

Un ritratto dell’autore, Pietro Russo

Il passato, così vivido nei riferimenti culturali e storici della poesia di Pietro Russo, è qualcosa di quanto mai concreto, è quella “sapienza minerale delle ossa” che ci unisce al creatore e al creato tutto, in un unico intreccio, un unico textus, sulla scorta di altre sapienze millenarie, quella ebraica, e poi la buddista, e la francescana e così continuando.

Il tema del canto, infine, ricorrente nel libro, a partire dal titolo, annulla non solo le barriere tra gli individui, ma anche la separazione tra la vita e la morte: “in questa canzone non ci sono né vivi né morti, solo il Vivente, che è canto e vento che lo trasporta”. Il respiro è soffio vitale e manifestazione dell’oltre, ruah veterotestamentaria che si fa canzone d’amore nell’interpretazione di “tutte le ossa”.

Scoprirsi creature attraverso la lettura del libro di Pietro Russo ci conduce  a questo punto a fare un passo in più, che mi pare cruciale: il passaggio da un’idea di paternità viscerale e pregna di antichi simboli a una nuova postura. Una posizione che riguarda non solo la ‘generatività’ in senso letterale, ma ogni incontro con un altro essere: quella della prossimità e del rispetto, del “saper diventare distanza, saper stare nelle fughe / tra libertà e amore” (p.23).

 

 

Alcune poesie

 

Lo chiamo padre

C’è un uomo prima di tutto

e io lo chiamo padre

 

e non vedo la casa costruita

con gli occhi miopi della rinuncia

 

Io nella foto sono quello tra le braccia

ancora non lo so

ma quello che chiamiamo cadere

è il modo in cui una stella declina la propria luce

 

C’è un uomo all’inizio di questa luce

la montatura squadrata degli occhiali

che sembra un telescopio di precisione –

io l’ho chiamato padre, ed è un uomo

non un dio che blatera di assurde stelle

e dinastie tra la sabbia

 

***

 

Fare parte di una storia

Siamo persone che spariscono dai radar

e si ritrovano nelle abitudini di un altro

fissiamo identità che non ci comprendono

mai del tutto

Parlare di un amore cresciuto come tacche su un muro

una cosa tra la gioia e pareti da ridipingere

 

E’ bello che il cuore non è solo un muscolo

ma quando c’è da prendere un auto e sparire

noi siamo i primi

 

Fuori il cielo fa presto a ingabbiare la luce

sarà che è sera, tutti paiono ombre felici

 

Ma il cuore è una meccanica rodata

e pure nell’apnea di questa immagine

continuiamo a cadere come una preghiera dalle labbra del vento

 

***

 

Lettera extrasistema

A volte qui scopriamo denti affilati

quando muore un manager di quarant’anni

di fronte a una nave di migranti

ci dividiamo in clan come alla prima notte

 

ma poi la notte si apre come al fondo di un trucco

e non c’è inganno alla luce del giorno

niente che giustifichi questo odio

 

Siamo poveri di carezze, ecco

 

Ma dimmi di te, piuttosto,

come stai su Betelgeuse?

E il dna che abbiamo impiantato

con la nostra migliore immagine d’asporto –

anche lì una vita che si alza dal fango

per vedere, da esseri con la schiena eretta,

che non sempre ne varrebbe la pena?

E la gioia, dopotutto?

Con amore terrestre,

tuo Pietro

 

***

 

sono davanti alla mia solitudine

Dio è il teschio che ogni giorno divengo

 

la lettera mutila la casa dove credevo

di poter vivere per sempre

 

ho un cuore di animale e uno da costruire

a partire da come mi guardi

 

A Federico García Lorca, una rosa

di Lina Maria Ugolini

A Federico una rosa, raccolta in sentimento durante un viaggio in terra d’Andalusia, un petalo immaginato custodito tra le pagine del mio taccuino di scrittura, l’ultimo petalo lasciato in traccia dalla Rosa Mutabilis depositaria del tempo scandito nel poema granadino diviso in vari giardini, Donna Rosita nubile o il linguaggio dei fiori (Doña Rosita la soltera o el lenguaje de las flores), scritto da Lorca nel 1935, andato in scena nello stesso anno al Teatro Principal di Barcellona, poco prima della morte del poeta.

La rosa è per una fanciulla promessa sposa del cugino costretto a lasciare Granada per l’Argentina. Appartiene a un amore destinato a restare intatto nella fragranza del desiderio, a sfiorire nell’attesa, a orlarsi di scuro nell’illusione.

 

Quando s’apre al mattino

è rossa come il sangue:

la rugiada non la tocca

per paura di scottarsi.

 

A mezzogiorno, in pieno fiore

è dura come il corallo:

il sole s’affaccia ai vetri

per vederla brillare.

 

Quando i passeri sui rami

iniziano a cantare

e sviene la sera

nelle viole del mare,

diventa bianca

come guancia di sale.

 

E quando la notte intona

un blando corno metallico

e le stelle appaiono

e scompaiono i venti

ai confini del buio

lentamente si sfoglia.

 

Cuando se abre en la mañana

roja como sangre está;

el rocío no la toca

porque se teme quemar.

 

 

Abierta en el mediodía,

es dura como el coral.

¡El sol se asoma a los vidrios

para verla relumbrar!

 

Cuando en las ramas empiezan

los pájaros a cantar

y se desmaya la tarde

en las violetas del mar,

se pone blanca, con blanco

de una mejilla de sal.

 

Y cuando toca la noche

blando cuerno de metal

y las estrellas avanzan

mientras los aires se van,

en la raya de lo oscuro,

se comienza a deshojar… (Fine Atto I)

 

La rosa appartiene alla terra andalusa, al battito del cuore e dei tacchi del flamenco, allo spirito mai domato del Duende, punto di contatto stabilito dall’anima gitana con il suolo, l’istinto a errare, la libertà di cantare ogni emozione per condividerla sulla punta delle dita in gesti d’arabesco con il cielo, le nuvole, il mare verde dell’erba, il verde amante e amato da Lorca nei versi di Romance sonámbulo.

 

Il verde osservato da bambino nei campi di Fuente Vaqueros, tra terra arata, acqua di fonte e filari di pioppi.  Verde di carne fatto carne nella carne dal poeta, nel pianto offerto a un pioppo muto, pioppo morto, caduto in sonno in uno stagno, albero al quale Federico nel Libro de poemas (1921) scrive un’elegia da affidare al vento, su rami in corde di vento e chitarre. Pioppo vecchiola tua elegia che è la mia.

 

¡Chopo viejo!

Has caído

en el espejo

del remanso dormido.

Yo te vi descender

en el atardecer

y escribo tu elegía,

que es la mía.

L’ingresso di casa Lorca

A Federico un profumo che inebria, uno stelo di spine in ghirlanda. Tra le spine la spina della scrittura, una spina che sento nel pudore di un segreto, in accordo d’aria. Caduca la vita, i petali d’ogni rosa nell’atto di lasciare la corolla, cedere, appassire in carezza sulla terra, l’umile terra, culla e mangiatoia di poesia.

Dalla natia Fuente Vaqueros lo sguardo si sposta a Granada, adagiata tra il cielo e i monti della Sierra Nevada. Città trinata dai merletti arabi, preziosa nelle fioriture sontuose del Barocco a mostrare altri ricami su ventagli, dati in onda al sospirare triste di Donna Rosita nel vedere le manole allegre a passeggio per calle d’Elvira che in tre o in quattro se ne vanno all’Alhambra sole.

Mantiglie sulle chiome, scialli sulle spalle di fanciulle, sulle Madonne in trono nelle chiese avvolte da olezzi di rose vergini e immutabili offerte al divino nella passione della devozione. A Federico d’ogni rosa resta la spina che ferisce, penetra sulla pelle nel profondo del cante jondo. Tramuta il sangue in versi d’inchiostro.

Il nome di un’altra Rosita ma forzata al matrimonio ritorna nel Retablillo de Don Cristóbal (1931) farsa guignolesca legata al burattino di Guignol, ardito nel lottare contro i potenti, espressione di grazia e innocenza espressa in tutto il teatro ambulante della Tarumba. La poesia viene prima dell’uomo, Federico García Lorca pone l’uomo al cospetto del cuore di un bambino, bianco come la pagina che attende l’epifania della parola.

Nel prologo del Teatrino un Poeta appare in scena:

 

«Ecco che il tamburo comincia a suonare. Voi potete piangere o ridere, a me non importa niente di niente. Io ora me ne vado a mangiare una briciola di pane, una briciolina che mi hanno lasciato i passeri, e a stirare gli abiti della compagnia. (Guarda se lo stanno osservando.) Voglio dirvi che io so come nascono le rose e la generazione delle stelle del mare».

Fuente Vaqueros, 14 febbraio 2026

Il Poeta sa come nascono le rose e come le rose sfioriscono. Sa di rose e stelle di mare, le stelle sono d’acqua, gocce d’acqua sul cuore a fare compagnia a lune e ventagli. Una rosa colta in un giardino di Granada per Margarita Xirgu, colei che diede vita a Mariana Pineda nel 1927 al Teatro Principal con le scene dipinte da Salvador Dalì. Ogni rosa tiene un pettegolezzo d’acqua e un dolore di stella viva, lo scrive Federico, si legge oggi su una parete della piccola casa di Fuente Vaqueros.

 

Fuente Vaqueros, 14 febbraio 2026

 

In quella casa un pozzo e un secchio, una culla, un pianoforte, i disegni innocenti del poeta ricamati dalla pazienza delle sorelle con altri aghi, altre spine.

 

Il tempo sulla Rosa Mutabilis segna un mattino di sangue, un mezzogiorno di corallo, una sera pallida come guancia di sale. Per Federico racchiude il destino di un martirio pari al cammino simbolico e malinconico dell’Amargo, dialogo inserito nel Poema del cante jondo (1921-22), presagio del suo percorso di morte verso il paesino di Viznar. Davanti al plotone dei falangisti Federico «lloraba como un niño».

Il corpo del poeta giustiziato sotto un ulivo e disperso, sbriciolato in petali nel vento, avvilito.

Disegno di Federico García Lorca

A questo corpo mai trovato, la sua rosa.

 

 

Incontri con Clemente Rebora

 

di Andrea Comincini 

Incontri con Clemente Rebora di Gianfranco Lauretano, edito dalla Bur, è un libro scritto non soltanto da chi, con molta attenzione bibliografica, cerca di ricostruire l’itinerario di vita di una grande figura del nostro Novecento; è anche un viaggio nella nostra interiorità, nelle esistenze dei lettori, e probabilmente nella storia italiana. Com’è possibile tale poliedricità? Certamente non è frutto del caso, ma nasce sia dalla capacità analitica dello studioso, sia da quel “materiale umano” che è Clemente Rebora.

A metà strada tra il saggio critico e il dialogo spirituale, questo lavoro infatti non è solo l’esplorazione di un uomo, ma è anche un viaggio “nell’umano”, perché il poeta milanese  si presta ad essere naturalmente una figura paradigmatica. Rebora è una sorta di Ulisse della coscienza, un navigatore tormentato che deve attraversare il mare dell’inquietudine esistenziale prima di arrivare in porto, e quel porto è la fede in Cristo.

Ecco perché è un simbolo: in quel tragitto non è solo, ci siamo anche noi e le nostre ansie, le paure dei fallimenti e le perenni insoddisfazioni. Quale sia l’approdo, poco importa: è la tempesta il luogo dove impariamo a misurarci.

Gianfranco Lauretano

Un ritratto dell’autore Gianfranco Lauretano

Dialogo spirituale quindi per l’afflato lirico che traduce il testo in metatesto, e la storia in metanarrazione. Tutto ciò senza perdere mai di vista la specificità del poeta, né la sua biografia, anzi: proprio da Torino comincia il racconto di Lauretano; una città diversa da oggi, ma sempre affascinate e allo stesso tempo velata di una impercettibile malinconia.

Non è una semplice ricostruzione biografica, né un’analisi esclusivamente filologica, ma un percorso di avvicinamento, un tentativo di entrare nella tensione interiore che attraversa tutta la poesia di Rebora. Lauretano non ne parla alla stregua di un monumento letterario, ma tratteggia una presenza viva, un autore che interpella ancora oggi il lettore. Il cuore del libro è l’idea dell’“incontro”: incontro con la parola poetica, con il dramma della modernità, con le donne, con l’esperienza della conversione religiosa.

Figlio di una Italia positivista e patriottica, cresciuto in una famiglia dai valori saldamente ancorati alla terra, positivista e mazziniana, questo giovane uomo tuttavia è “altro”, o meglio, ospita un Altrove, e Lauretano sa ben evidenziarlo attraverso le opere poetiche (dal “compito conoscitivo” p. 58) e i passaggi cruciali della sua vita. Ne emerge una figura lacerata, segnata dall’esperienza della guerra, in crisi esistenziale e rivolto  a una ricerca radicale di senso che culmina nella scelta sacerdotale. Se  Carducci vorrebbe smarrire il senso dell’Essere, Rebora vuole raggiungerlo.

Clemente Rebora

Uno degli aspetti più riusciti del volume è la capacità di mostrare la continuità tra la prima fase, segnata dai Frammenti lirici e da un linguaggio spirituale ma ancora irrisolto, e la successiva, più esplicitamente cristiana. Lauretano insiste sul fatto che non si tratta di una frattura, ma di un compimento: la tensione originaria verso l’assoluto trova una forma più chiara, ma non perde di intensità drammatica.

Un evento, una definizione fotografano al meglio tutta la “vicenda Rebora”: quando si trova in guerra, getta nervosamente un calamaio contro il suo ufficiale, a causa di una considerazione infelice del superiore: Continua a leggere

Elmo e cupola: uno sguardo sul Medioevo russo

di Olga Petuchova 
Il titolo “Elmo e Cupola” (Il Tarebinto edizioni), riecheggia in un certo senso quello di “Guerra e Pace”: nel medioevo russo, la Pace (cupola) e la Guerra (elmo) si intrecciano. A gran parte degli italiani la storia medievale della Rus’ rimane poco conosciuta. Qualcosa in più si sa sugli ultimi tre secoli, a partire dal momento in cui Pietro il Grande ha avviato l’occidentalizzazione della Russia. “Elmo e Cupola” colma questa lacuna.
Il libro è unico per diverse ragioni: tratta un tema poco approfondito in Italia, si basa su fonti storiografiche russe , la maggior parte delle quali non è mai stata tradotta, e presenta una divulgazione vivace che permette al lettore di scoprire la storia medievale della Russia in modo semplice, leggero e curioso.
L’autrice, Olga Tarovick,  ha compiuto un lavoro titanico di sintesi e divulgazione, attingendo a un corpus di 231 storici russi e circa 70 fonti primarie. Tra questi, giganti come Solov’ëv, Ključevskij, Lichačëv, Karamzin. Il libro è una risorsa preziosa anche per lo specialista storico. Presenta l’“autentico” punto di vista russo sulla propria storia, spesso distante da quello occidentale. Anche quando non si è d’accordo, è indispensabile confrontarsi con questa prospettiva, soprattutto quando è sostenuta da una bibliografia così vasta.
“Elmo e Cupola” colloca il medioevo russo nel contesto della storia mondiale. Dopo ogni capitolo, l’autrice riporta dati ed eventi significativi della storia globale, permettendo di contestualizzare il materiale.
Spesso ci si domanda quale sia il posto della Russia: Asia o Europa? Questo libro presenta un approccio che considera la Russia come una civiltà indipendente. Essa può essere influenzata da altre culture e paesi, ma mantiene il suo volto originale e inconfondibile.
Il Medioevo russo è fonte inesauribile di ispirazione e ha avuto un impatto profondo su diverse aree della cultura russa e mondiale (leggete i dettagli nel primo commento). È una chiave per comprendere meglio la Russia contemporanea.
La Russia, in tutte le sue variazioni, ha più di mille anni e ha avuto diverse forme e modi di esistere; tuttavia, il processo di sviluppo non si è mai interrotto e i legami con la storia passata sono sempre forti. Si potrebbe pensare che sia una storia lontana, ma non è così: essa rimane viva, come un giovane alberello nascosto nel tronco di un grande albero, senza il quale quest’ultimo non potrebbe esistere.

Trilogia del rancore

di Emilia Pietropaolo 

Quando nella Mite di Dostoevskij la giovane sposa di sedici anni punta una pistola al marito addormentato, non stiamo assistendo solo a un gesto disperato: è già in atto una ribellione. La percepiamo nel momento in cui lei comincia a cantare, e la vediamo davvero solo in seguito, quando il marito inizia il suo monologo davanti al suo cadavere steso sul tavolo. È il corpo a parlare per lei. È il corpo a compiere la disobbedienza che la voce non può più dire.

Allo stesso modo, nella Trilogia del rancore,riscrittura interamente al femminile che comprende Medea del Baltico, Androma(hi)a e Hai paura? Non dovresti, firmata dal drammaturgo e accademico Armando Rotondi, la ribellione arriva attraverso il corpo. Non è solo una presenza scenica: è un campo di battaglia, un luogo di scontro con gli uomini che queste tre figure hanno accanto, o contro cui hanno dovuto definire se stesse.

In Medea del Baltico, fin da subito si nota come la protagonista venga introdotta attraverso una serie di dettagli che la rendono quasi un oggetto da osservare: “vestita di bianco candido, come la sua pelle”, “capelli ondulati e rosso fuoco”. È una descrizione che la colloca dentro uno sguardo che non è il suo, ma quello di qualcun altro, un’estetizzazione che anticipa già la sua posizione di donna intrappolata in una cornice, in un luogo e in un ruolo che sente estranei. E infatti Medea non smette di ripeterlo:

 

“Voglio andare via. Odio il freddo, odio la neve, odio questo luogo che mi trattiene”.

La sua è una reclusione che va oltre la fortezza in cui si trova: Continua a leggere

L’Oltre: Eugenio Montale tra filosofia, fisica e religione di Adriana Beverini

di Lucrezia Lombardo 

Il libro di Adriana Beverini si propone come un ponte tra due mondi spesso percepiti come separati: quello della scienza e quello del sapere umanistico. Partendo dall’analisi della poesia di Eugenio Montale, Beverini mostra come il linguaggio poetico possa farsi strumento di indagine sul reale, capace di accostarsi alla complessità della fisica contemporanea e alle domande fondamentali della filosofia del XX secolo.

Il nucleo concettuale dell’opera si fonda sulla distinzione tra spiegazione scientifica e contemplazione poetico-filosofica, riprendendo Wittgenstein nella sua riflessione sul linguaggio. La scienza indaga strutture e leggi del mondo, mentre la poesia, come il sapere etico o religioso, ne coglie la meraviglia, restituendo un senso che sfugge alla mera oggettività. Beverini evidenzia come il Novecento abbia visto la filosofia confrontarsi con i limiti del razionalismo, interrogandosi sul rapporto tra percezione soggettiva e realtà oggettiva, tema centrale anche nella fisica quantistica, che mostra un mondo subatomico governato da leggi non deterministiche.

Il libro si colloca quindi in un orizzonte filosofico contemporaneo, facendo dialogare Montale con figure come Schopenhauer e, indirettamente, con Kant e la tradizione dei Veda. Beverini riprende la distinzione tra “velo di Maya” e “volontà” per esplorare la tensione tra il reale percepito e il fondamento ultimo dell’esistenza, problematica che la poesia sa rappresentare con intuizioni e immagini capaci di “ricomporre il molteplice in unità”. In questo senso, il testo si confronta con questioni care alla filosofia della scienza contemporanea, alla fenomenologia e alla metafisica, in particolare sullo statuto della realtà e della verità in un mondo sempre più esplorato attraverso la lente della fisica moderna.

Un merito particolare dell’opera è mostrare come la poesia di Montale non si limiti a riflettere sul senso della vita, ma dialoghi con le categorie scientifiche del tempo, del vuoto, della realtà subatomica e dell’origine dell’universo. Beverini mostra così come l’azione poetica possa assumere un ruolo epistemologico: non spiegare, ma rivelare, con la stessa profondità e rigore di una teoria scientifica, il legame tra umano e divino, tra visibile e invisibile.

Un ritratto di Adriana Beverini

Un ritratto dell’autrice Adriana Beverini

Al centro dell’opera si trova, dunque,analizzata non solo poeticamente, ma in un dialogo con la filosofia contemporanea e la fisica moderna. La riflessione sull’indeterminazione della realtà subatomica, propria della fisica quantistica, viene perciò messa in relazione con la percezione poetica, evidenziando la relatività del soggetto conoscente e la pluralità dei livelli della realtà.  

In chiave contemporanea, il testo chiama in causa autori come Hans-Georg Gadamer, per il quale la comprensione è sempre mediazione tra soggetto e mondo e Bruno Latour, che problematizza il confine tra fatti scientifici e costruzioni sociali. Persino la filosofia di Jean-Luc Nancy è riscontrabile nel testo, in quanto  la realtà risulta un intreccio di presenza e percezione, un campo in cui linguaggio ed esperienza coincidono nel loro valore rivelativo. Beverini mostra come Montale anticipi, in chiave poetica, alcune di queste riflessioni, facendo della poesia uno strumento per indagare la realtà senza ridurla a misurabilità scientifica.

In conclusione, LOltre si distingue per la capacità di mostrare la continuità tra saperi diversi e la necessità di un approccio interdisciplinare per affrontare le domande fondamentali sul reale e sul senso dell’esistenza. Beverini invita, così, il lettore a riscoprire la meraviglia e l’intuizione come strumenti fondamentali per ogni conoscenza.

 

“Scrivere al buio”: Intervista a Mirko Zilahy

 

Un ritratto dell’autore Mirko Zilahy

di Andrea Comincini

Mirko Zilahy, nato a Roma nel 1974, ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il Corriere della Sera ed è stato editor per Minimum fax, nonché traduttore letterario dall’inglese ( tra i tanti titoli, il premio Pulitzer 2014 Il cardellino di Donna Tartt e il celebre bestseller Mystic River di Dennis Lehane)

Debutta nel 2016 – quest’anno si festeggiano i dieci anni!  – con un thriller mozzafiato: È così che si uccide, tradotto in molte lingue e con una diffusione internazionale, tanto da renderlo subito uno degli scrittori più interessanti del panorama italiano. Prosegue trionfalmente con altri due libri che segnano una svolta nel genere: La forma del buio e Così crudele è la fine, dove abbiamo una Roma che assomiglia alla Dublino di Joyce, descritta passo dopo passo, rione dopo rione, e rivelatrice di un lato oscuro e insolito della capitale.

Dopo la Trilogia del Caos arriva L’uomo del bosco, un thriller ambientato a Civita di Bagnoregio, la città che muore. Altro successo e rinnovata curiosità da parte di critica e pubblico per la sua poetica letteraria.

Reduce dal meritato successo, Zilahy si prende una pausa dal genere e si dedica a un romanzo lirico e autobiografico, mostrando di essere anche in questo scrittore fuori dagli schemi: esce Nostra signora delle nuvole (2023) candidato al Premio Strega 2024, e qui raggiunge vette liriche incredibili mostrando la sua versatilità di scrittore.

 

 

Nell’anno appena passato riprende a investigare nel cuore nero di Roma. Difficile pensare, dopo 5 libri così potenti, di ricominciare con la stessa verve, e invece Zilahy non solo torna alla grande – vince premi letterari e il libro vola nelle classifiche – ma addirittura scrive forse uno dei suoi testi più enigmatici e oscuri, dove filosofia, psicanalisi, arte e scienza si intrecciano, e la storia viene raccontata attraverso uno stile che rivela una maturità eccezionale. La stanza delle ombre, edito da Mondadori, è il suo ultimo lavoro.

Abbiamo incontrato lo scrittore, e gli abbiamo posto alcune domande: Continua a leggere

Il “pedinamento del reale”- Intervista a Laura Bispuri –

Laura Bispuri in un ritratto del fratello Valerio

di Annachiara Monaco 

Parlare del cinema di Laura Bispuri vuol dire, innanzitutto, confrontarsi con una tipologia di essere umano che vive secondo una non convenzionalità necessaria. C’è sempre un soggetto che si ribella a uno stato delle cose che esiste e che, in quanto tale, può essere messo in discussione. Il lavoro di sottrazione di Bispuri non va mai a intaccare lo spazio, ma mira a creare una dimensione all’interno della quale l’essere umano possa fare esperienza di una vita che viene seguita, attuando un “pedinamento del reale” volto a lasciare respiro. Dunque, all’interno di questa breve intervista, ho avuto la possibilità di confrontarmi con un bagaglio umano e audiovisivo che mi ha consentito di poter comprendere un’ulteriore sfaccettatura dell’essere umano: quest’ultimo è tale anche perché funge da vero e proprio punto di appoggio e partenza per una tipologia nuova di narrazione.

 

1 – Gentile Laura, vorrei iniziare la nostra intervista ponendole una domanda che mi ha guidata nella visione della sua filmografia: che cosa è e chi è la donna per lei? Ho pensato di strutturare la domanda partendo dal “cosa” per, poi, approdare al “chi”, poiché nei suoi lavori c’è una grande tangibilità che, respirando, si riconosce come identità. Questo processo è affidato a una figura che è donna, senza la necessità di affermarlo ad alta voce. Lei cosa ne pensa?

Credo che la donna per me sia innanzitutto un corpo in relazione con il mondo. Un corpo nel senso più ampio, qualcosa che sente, che reagisce, che cambia, che si lascia toccare e al tempo stesso resiste. Per questo partire dal “cosa” mi sembra molto giusto. Prima ancora di definire un’identità, nei miei film cerco una presenza. Una fisicità che respira, che esiste nello spazio, che porta con sé un’energia. È da quella tangibilità che nasce poi il “chi”: l’individuo, il suo mistero, le sue contraddizioni. Non ho mai sentito la necessità di dichiarare qualcosa sulla donna in modo programmatico. Mi interessa seguirla, ascoltarla, guardarla mentre attraversa un percorso che spesso è fatto di trasformazione, di scarti, di passaggi intimi e profondi. Le mie protagoniste sono donne, sì, ma non perché io voglia affermare un manifesto. Lo sono perché nel mio immaginario la loro identità complessa e cangiante è il luogo in cui si accendono storie che mi piacciono. La loro forza è un movimento interiore che trova forma nel gesto, nel ritmo, nel respiro. Quindi, sì, sono d’accordo, nei miei film la donna non ha bisogno di essere nominata per esserci. È un presupposto vivente. È una materia pulsante che, film dopo film, mi permette di interrogare la libertà, la trasformazione, l’appartenenza e il desiderio.

 

2 – La sua forma di scrittura per immagini è in grado di creare spazio, soprattutto all’interno di forme di visione compatte, come quella del cortometraggio. Che valore espressivo e didascalico gli affida e se e in che modo ha influenzato la struttura dei suoi lungometraggi? Continua a leggere

Maria Giudice di Maria Rosa Cutrufelli

 

di Ivana Rinaldi

 

La biografia di Maria Giudice  di Maria Rosa Cutrufelli, (Giulio Perrone editore, 2022) ,nasce da una duplice esigenza dell’autrice: ridare vita a una donna che ha segnato la storia del Novecento, e dall’amicizia che l’ha legata a Goliardia Sapienza, ultima figlia di Maria.

Cutrufelli, siciliana anche lei e autrice di numerosi romanzi tra cui Il giudice delle donne e L’isola delle madri, ritorna a una sera del 1991 in cui con altre scrittrici tra cui Goliarda, si ritrova a casa di Adele Cambria a parlare, turbate, della Guerra del Golfo. Durante la discussione si consuma una frattura tra lei e Goliarda che a sorpresa si pronuncia a favore. Una posizione che lascia sconcertate le amiche.

Un ritratto di Maria Giudice

Sarà forse la spinta definitiva a scrivere di Maria Giudice, pacifista indomita prima e durante la Grande Guerra, uno dei motivi che la spinse ad allontanarsi dal suo compagno, padre dei suoi sette figli. Sindacalista, vicina al partito socialista, viaggiatrice, donna libera, a cui piaceva leggere e scrivere, per lo più articoli, ma anche versi.

Era cresciuta, grazie a sua madre, in compagnia di letterati e poeti: Tolstoj, Hugo, Zola. Un amore che sua madre Ernesta le trasmette e che a sua volta lei passerà a Goliarda. Da suo padre, Maria, nata nel 1880 a Codeville (Pavia), apprende invece l’amore per la politica e l’impegno. Qualità non comuni tra le ragazze dell’epoca.

Maria Rosa Cutrufelli sfoglia la vita di Maria Giudice attraverso foto simboliche che hanno segnato il suo percorso sin da ragazza fino alla morte. A quattordici anni si iscrive alla Regia Scuola femminile del capoluogo che porta il nome della patriota Adelaide Cairoli e che oggi sarebbe un istituto magistrale.

Pian piano si avvicina al socialismo e alla scrittura per i periodici legati al partito, come Su Compagne. Nel 1903 diventa Segretaria, anzi Segretario, della camera del Lavoro di Voghera.  É abile e ingegnosa con la scrittura, ma anche una brava oratrice. Sfilano nel racconto di Cutrufelli, oltre le foto, anche le relazioni dei prefetti che la tenevano sott’occhio: nella sua vita cominciano ad alternarsi momenti di attivismo a quelli passati in carcere.

Ed è qui che conosce il suo futuro compagno con cui non si volle mai unire in matrimonio, Carlo Civardi, sorvegliato dalla polizia in quanto anarchico, e con cui Maria ebbe sette figli, fino alla loro separazione dovuta alla radicale posizione verso la Guerra: Carlo andrà a combattere, Maria è per la pace. A Lugano, dove si era rifugiata insieme a altri fuoriusciti incontra Angelica Balabanoff, la rivoluzionaria russa che le rimane vicina nei momenti di maggior difficoltà: “Due anime inquiete sempre alla ricerca di nuove battaglie”.

un'immagine che ritrae Angelica Balabanoff

Angelica Balabanoff

 

Narrare è camminare dietro il passato, scrive Maria Rosa Cutrufelli, e ritrovarsi di fronte a vuoti e lacune. Di fatto Maria riesce a rientrare in Italia con i suoi cinque figli: Josina, Cosetta, Licia, José, Ivanoe. Successivamente diventarono sette, Danilo che nasce nel 1911 e Olga nel 1913. Nonostante l’impegno politico e sindacale, sembra che Maria ami essere madre, che quei figli li desideri.

Da dove nasce questa ingordigia di maternità, si chiede Cutrufelli. Tuttavia la passione della carne, non cancella la passione per la politica: due esigenze che si contendono il suo cuore.  Rimasta vedova di Carlo, è sfinita, non sa come pagare l’affitto, il gas, il latte, la spesa quotidiana, tanto è vero che i suoi figli vennero affidati alle sorelle di Carlo.

Una vita dura tra la militanza, il carcere, il lavoro, la posizione di esclusa dalla famiglia di lui. Molti fronti su cui combattere, anche se appare una donna determinata, forte, pronta a far valere l’idea di libertà, che per lei coincide con il socialismo: “Ma quanto spazio di libertà personale può concedersi una donna?” si chiede. In realtà non è libera, è sola.

In uno dei suoi comizi a Volterra conosce l’avvocato siciliano Peppino Sapienza con cui inizia una nuova vita in Sicilia e da cui ebbe ancora tre figli: Goliarda, l’ultima nata, dopo la scomparsa della prima Goliarda e di un fratellino. La nuova famiglia è una specie di tribù – oggi diremmo famiglia allargata – in cui convivono i suoi figli, i figli di Peppino, anche quelli nati da relazioni extraconiugali di lui.

Un quadro in cui non tutto è in armonia, tanto è vero che molti di loro, ormai cresciuti, se ne vanno o muoiono in circostanze misteriose. Finché a Maria è concesso, continuerà a portare avanti le sue battaglie politiche e sindacali. All’avvento del fascismo la sua voce verrà zittita.

Ormai silenziosa e insonne, nel 1942 deciderà di raggiungere Goliarda a Roma, dove questa è andata per studiare all’Accademia di Arte drammatica Silvio D’amico. Suo marito Peppino viene arrestato e le due donne si ritrovano a fare i conti con le ristrettezze economiche.

Gli anni che trascorrono insieme sono quelli che forse riconciliano interiormente Goliarda con sua madre. Tra la morte di Peppino e di Maria passano circa tre anni, anni in cui lei scivola via in silenzio. Al suo funerale, tante bandiere rosse e garofani bianchi. C’è Umberto Terracini che era stato in carcere con lei, e che presiede l’Assemblea Costituente. Ci sono Saragat e Pertini, futuri presidenti della Repubblica. E poi conclude Cutrufelli, ci sei tu, Goliarda, con una madre forse troppo ingombrante, la voglia di essere lei, il bisogno di non essere lei. E forse questo è il nucleo del libro: l’eterno conflitto madre-figlia, e l’eredità che ogni madre ci lascia in dono