Visioni e testimonianza ne L’ora del sole medio. La poesia di Antonella Rizzo

di Gabriella Grasso

 

Rileggo L’ora del sole medio, ultima raccolta di Antonella Rizzo (ed. I Quaderni Del Bardo, 2023), e mi appresto a scriverne, mentre dai giornali e dalla rete mi raggiungono e mi assediano notizie di morti e di guerre, fotogrammi già visti troppe volte, squarci di dolore che si imprimono come visioni. Visioni, non a caso, è il titolo della poesia che apre la raccolta. L’arte è nello sguardo che sa cogliere, obliquo, e nello stesso tempo sa sentire, con la percezione del corpo e con la partecipazione emotiva. E poi restituisce, attraverso trame inattese, aprendo varchi. Visioni, appunto. L’ora del sole medio è “il momento della scrittura senza ombra”, come afferma l’autrice nella nota introduttiva, “un’apocalisse” che “giunge mentre guardi in basso / come il più cieco degli esseri”. Il momento in cui avviene un disvelamento, a cui la parola rimanda, e nello stesso tempo si presagisce una fine, un crollo imminente che resta come una realtà sospesa nell’aria, ma non per questo meno concreta: “Resta qui su quella soglia di filo ricamato e ultimo / e che non cade eppure non si impicca”. 

Edward Hopper – Ricreazione al sole mattutino.

Percepire con tutta la vasta gamma della sensorialità, non nascondersi e non chiudere gli occhi sono caratteristiche a cui ci ha abituati la poesia di questa autrice, sin dalla sua opera prima, il bellissimo Addio ai platani. Lavoratori sfruttati e prostitute, situazioni di marginalità che hanno in sé qualcosa di primordiale (come il vecchio Klaus, che sta tra cani perduti e gigli, prima che giunga “il verbo”), sirene di guerra, bunker reali benché mai dichiarati, tutto sfila davanti ai nostri occhi nella luce netta dell’ora media, nell’ “ora degli eroi perduti”,  perché “sia chiara la miseria, la malattia, l’abbandono”, affinché comprendiamo “le ragioni del morire in pace”.

Il passo successivo non sarà la rassegnazione, bensì la presa di coscienza che ha in sé i germi dell’azione: “Fuggi da questa terra / prima che ti renda pietra di inciampo / prima che ti appenda al chiodo per l’inverno / prima che ti condanni ai campi di schiavi / prima che di te faccia rima di poesia morta”. Non è semplicemente la fuga da un luogo fisico problematico, che anzi, amato nelle sue mille sfumature e nelle suggestioni che evoca, viene cantato, perso e ritrovato lungo tutto il filo del libro. Si tratta di una fuga da un modo disumano di declinare l’umanità, quando “il marcio dei giorni corre ai lati delle case […], la domenica si impicca all’attesa / e nemmeno chi sa respira”.

 Le apocalissi collettive intersecano ( o forse contengono in sé, come una struttura di frattale) quelle personali, quali l’esperienza dell’addio o la morte del padre: “Dove stai portando mio padre? […] Siamo cose gettate che raccontano storie / ai margini del pensiero dell’altro / al centro di una voce sola, perduta”. Allo stesso modo, la microstoria si rivela negli squarci biografici di  uomini e donne che appaiono e poi scompaiono nel nulla (la donna di “Diceva”, Johnny, Edda), onde di un mare più ampio, oltre la singola vita, perché l’ora del sole medio “giunge come se fossi tu l’unica viva / e dovesse insegnarti a morire. / Ma non è solo per te che giunge / perché “tu” non vuol dire niente”. Darne testimonianza non è così immediato come potrebbe sembrare, quasi una semplice sequenza di frame: la storia si snoda invece attraverso “domande [che] risalgono rapide / come gechi. / Il tempo del dubbio è straniero, / cancella ogni collina, ogni croce, ogni ricamo all’uncinetto […] e porta vocali impossibili da ospitare”.

Le ‘apocalissi minime’ di Antonella Rizzo danno corpo a questa esigenza – problematica – di testimonianza, balenando scene di morte, di distacco, di ritorno, in una spirale che non è cerchio, ma piuttosto vortice lento. Se infatti una cifra di lettura possibile per queste poesie sarebbe l’immobilità (“Ogni cosa deve crollare / invece resta immobile […]  tutto è sfinito e non muore, consuma e paga”), con l’ eterno ripetersi di violenze e patimenti, con l’irresolutezza della storia che non insegna e non salva, io trovo invero nell’opera il gesto di chi non si arrende a tutto questo, di “chi sopravvive” [e] “ha fame vera”, di chi “abbassa i finestrini e alza il volume di tutto”. E non è poco.

 

Alcuni testi

 

Odio

 

E noi che andiamo senza origine di verbo

di là dal fiume

diamo assedio alle ombre.

 

Qualcuno è venuto dall’altra parte

dove le rive si uniscono in trincee

e le soste non fanno pane.

 

Prendiamo le case e le teste bruciamo

e i denti e i cani e i tappeti buoni di storia

ogni cosa qui è nulla.

 

Due proiettili nella tasca fanno odio

e per quello che sappiamo

da questa parte del fiume nulla fa più differenza.

 

*

 

Non esserci

 

In questo luogo ultimo il vecchio Klaus divide il suo anno.

Sta tra cani perduti e gigli

ripete i giorni d’acqua nell’aria più chiara.

Il primo uomo doveva essere come lui

solo e sazio di luce.

Poi giunge il verbo e tutto scompare.

In queste mattine di vento ho imparato a stare e andare come lui.

Essere ultima come onda nell’ora del sole medio.

 

*

 

Fame

 

Ogni cosa deve crollare

invece resta immobile

tutto l’inutile è ancora qui a chiudere le porte

a farsi memoria senza aria, pietra per case.

 

Se non ci fosse più nulla da riconoscere

se sparisse l’albero dal ramo storto

e la rosa malata

ogni cosa sarebbe nuova, potrebbe pensarsi.

 

Abbiamo bisogno di distruzione,

la presenza occupa ogni spazio tra cielo e strade

impossibile ogni verso rapace

ogni predazione innocente

tutto è sfinito e non muore, consuma e paga.

 

Abbiamo bisogno di essere macerie

di quel silenzio del crollo quando chi sopravvive ha fame vera.

Il viaggio è dentro. La poesia di Antonella Rizzo

di Gabriella Grasso

 

Una tensione elastica attraversa tutta l’opera di esordio di Antonella Rizzo, “Addio ai platani, minima raccolta poetica di 33 vite”, come la definisce la stessa autrice nel sottotitolo (Oistros, 2020). Sono oscillazioni tra poli, ma al tempo stesso tappe di un cammino spiraliforme, che assume a volte le forme di un ritorno, mentre contiene già in sé nuovi germi. Dal Salento a Milano, all’Africa amata nei suoi angoli e nella sua gente, a quella ritrovata in vesti nuove in altrettanti angoli della metropoli italiana.

Tutto il libro è mosso da una dialettica interna, dinamica, tra il moto e la permanenza, tra le radici e i paesaggi che mutano, elementi non in aperta antitesi, ma in continuo, fertile richiamo, perché il viaggio è innanzitutto un’attitudine e una conquista interiore, mai definita una volta per tutte: “Milano è un’altalena / è sempre là dove non sei più” e ancora: “Giunge la fine tra la pioggia e le alici / un venerdì di memorianegata /fino ai confini del mare. / Giunge e piove, senza dubbio / Sotto l’ombrello rosso / un cielo d’assenza scrive la fine. / Giunge doppia ogni vita, / una tace come morte / l’altra si impiega dopo l’inizio. / Giunge ogni cosa che finisce”.

Ogni movimento è un cambiamento, è una morte e una nascita, uno sguardo che si
rinnova sulle cose che si lascia alle spalle e su quelle a cui va incontro: “Quella
tovaglia ha l’odore delle cose perdute / rimettila nella credenza / accanto alle mie
assenze”, “Qui ogni cosa finisce al mattino / (…) Milano non sa che vado via, non
chiede. /Dopo la luce apre il ventre fino a sera /Se non dormi, / lei ti porta il profumo
dei platani. / Se ti accorgi che è bella, /ti toglie il sonno / e succede di notte”. Tutto è
inciso dentro, tutto è dato, ma allo stesso tempo lascia margini da scoprire, da
interpretare, per una continua, forse impossibile, ridefinizione: “Non sono morte / si
nascondono ancora le cicale, / in lontananza tornano a battere / la terra che ho
dentro”. I luoghi, evocati con la precisione dei nomi mentre assurgono a contesti dell’anima, non perdono la loro materialità, resi attraverso una sensorialità vivida, legata alle suggestioni che ogni ambiente suscita: la poesia di Antonella Rizzo è infatti una trama di profumi (limone, menta, arance), sensazioni del gusto (miele, latte, “storia fritta”, succo del mango, kebab…), dati visivi relativi sia a paesaggi urbani, sia a lande esotiche, tanto note e care all’autrice. Nel richiamo di luoghi e sapori tutto si confonde, senza perdere – che mistero – la propria identità. Un trionfo di sensualità che si celebra anche nell’incontro con l’altro e nella relazione d’amore e che si declina come stupore e devozione: “bacio i tuoi piedi come radici / la notte sbuccio i tuoi giorni”, “la mia notte ti ascolta devota / come la baia il mare”.Corpo, volizione, tensione del movimento si contrappongono alla stasi, all’immaterialità, queste ultime però non segno di resa, ma di resistenza: “Audace è andare / audace è stare / audace è il niente che qui succede”.

Che cosa lega contesti e vissuti, anche a volte molto distanti tra loro, cosa li rende molto più di semplici fotogrammi giustapposti nella memoria di chi li descrive? Li accomuna un filo profondo, quello della partecipazione e della fratellanza, anche nel dolore.Due temi ricorrenti sono infatti quello di un dio morto e ritrovato in un dialogo audace e confidenziale, oltre gli steccati delle etichette confessionali, nel ruggito vitale di un’anima, e quello della guerra. Ogni guerra ha il suo portato di sradicamento, di azzardo, di morte, il cui prezzo non sarà mai pagato dai “sazi”, ma dai fragili: sono bambini privati del nome, a cui solo il gesto poetico può tentare di restituirne uno, uno per tutti, Ibrahim. A lui la voce dell’autrice rivolge l’invito più accorato: “Ibrahim, canta!” La poesia germina proprio in queste anse della storia, nella spirale del ritorno e dell’incontro, nel movimento mai unidirezionale tra l’origine e la meta, dove tutto è mutare e ri-conoscere, nominare “senza dire, senza nome”. E’ così che l’arte può diventare creazione di nuove possibilità: “Fammi radice e frutto /dammi ragioni e follie /trasformami in Africa / perché il suo viaggio non abbia un ritorno lontano”.

Alcuni testi

Trieste al molo

Qui non succede niente.
Non può succedere niente.
Tutto è audace qui.

Audace è andare
audace è stare

audace è il niente che qui succede.

Salento

Non sono morte,
si nascondono ancora le cicale,
in lontananza tornano a battere
la terra che ho dentro,
quella addosso, quella che è carne.

Il limone con le foglie nere
fa frutti sul muro della vicina,
accanto all’agave.
Ancora.

Tante cose ho portato per tornare,
e qui non so più nulla.

Sto con la terra,
con il limone, in una luce che mi tiene ferma
a un passo dal tempo.

Dea

Tu non sai, uomo.
Io ho tradito,
io ho portato
oltre la vita,
oltre le parole
oltre ogni peccato,
oltre ogni regola,
oltre ogni regola.

Cosa dici al tuo Dio, ora?
Inshallah?
Tu non sai, credi a me.

Io parlo al tuo Dio.
Desidero,
corro,
mento
me ne frego.

Io e il tuo Dio, uomo,
sappiamo più di te.
As-salam aleikum. Amen.

Ibrahim, canta!
Dopo la pioggia Ibrahim prese soldi muti
e sua madre cadde nel blu.
La storia è rotta nei canti del mare,
ha racconti finiti quel giorno.

Un legno orfano
galleggia piano sull’acqua di un porto chiuso.
Dopo la pioggia nessun nome è storia.

Tre domande ad Antonella Rizzo

D: Quanto le radici sono un limite (se lo sono) e quanto una risorsa nel tuo fare
poesia?
R: Le radici in generale e le mie in particolare sono un luogo mitico, inesistenti
eppure essenziali per ogni inizio e ogni fine. In quanto tali esse per me sono
ovunque, in ogni storia che ascolto, in ogni vita che incontro. La scrittura
poetica per prima è radice e fine.

D: Trovo che l’esperienza dell’incontro sia protagonista in questo libro. Cosa
rappresenta nella tua vita e per la tua scrittura?
R: Accolgo questo tuo sguardo sulla raccolta e la proposta che per te l’incontro
sia centrale in essa. Non lo so se lo sia, se hai visto questo probabilmente è
anche così. L’incontro è per me un movimento di smarrimento, una ricerca
continua di aggiustamenti di sé, un esercizio fallito di tracciamento di confini.

D: Cosa intendi con l’aggettivo “minima” attribuito alla tua raccolta? Una scelta
stilistica o una postura esistenziale?
R: Fatico a vedere una differenza tra una scelta stilistica e una postura
esistenziale. Intendo “minima” una scrittura che è prossima al necessario pur
non essendo tale. Un po’ come una fonte di energia portata al suo limite
minimo, garantisce le funzioni o gli affari vitali, non superflui.

“Ho trecce indocili d’aglio”. La poesia di Margherita Ingoglia

Di Gabriella Venera Grasso

 

Un tessuto poetico che è contrappunto tra norma ed eresia, appartenenza e libertà eslege, ‘abiti buoni’ in un imbroglio di corpo’: è questa la trama attraverso la quale si snoda la scrittura di Margherita Ingoglia, autrice pluripremiata all’Etnabook 2022. Strega vestita di “un nero profondo che è luce”, alla perenne, inquieta ricerca di un codice che possa essere ponte con l’altro, ma senza quei compromessi che portano inevitabilmente a “mentire di sguardo e parola”, false soluzioni che lei aborrisce.
Nella scrittura di Ingoglia, il gioco delle antinomie è veicolato da un lessico mai piatto, spiazzante (“sono azzima”, “sono candeggiata”) e punteggiato spesso da allitterazioni che rimandano a scioglilingua, al gioco divertito e apparentemente anarchico, quasi in fertile lotta con il linguaggio e con la vita.
Gabriella Grasso

Alcuni testi di Margherita Ingoglia

Non so trovare un dio.
Le chiese sono vuote.
Il cielo è freddo,
il lampione stanco, balbetta.
La strada è caduta nell’incantesimo.
Ho la febbre,
la fede malata.
Un’amara stanchezza di gioia.
*
Per la cena di famiglia mi vesto con gli abiti buoni:
organdi vermiglio con strascico;
integerrimo nero a righello;
blu scorrevole in omaggio alle Muse
o gladiolo di cielo filato.
Ho la scelta dell’imbarazzo,
l’eleganza di etichetta e sbiadisco al solo pensiero.
Mi addobbo per manifesta apparenza,
l’appartenenza al ramo di ruoli.
Arruolata all’interpretazione del nome
sono candeggiata come l’ultima liturgica star
nel salmo della Messa in quaresima:
l’ultima o una qualunque.
Sono azzima.
Sono l’apparizione fulminea e frugale di tirlindana.

Una santacecilia in esca d’esibizione.
Un latte grasso di capra munta,
rinverginita. Chiodata alla specie del cognome tramandato.
La passerella mi increspa come la carta
per i fantocci di carnevale.
Ciarlo
con i cenci dei ceci accoccati dai ceti
per apparire leziosa
e mi incarto
in un’ impronunciazione d’annodamento verbale.
Nera come i fondali dei mari,
sono un querulo questuo.
Vorrei astrarmi. Mi sformo e deformo, per apparire diversa.
Ma finita la fiera del turpiloquio torno al covile,
al gramaglio di nervi agganciati alla gruccia.
Mi rimetto il mio imbroglio di corpo
e nella mia giara di carne pastello,
tra le rovine,
mi rifaccio medusa.
Ora sono me stessa.
*

Grazia, aggraziata, graziosa
non sono mai stata,
di grazia!
Mi manca l’abbiccì delle buone maniere.
Porto nel ventre un animale superbo.
Sono stata intagliata
con fine scalpello
nella corteccia dell'albero scemo,
e nel ventre nutro clemenza
in spine di rosa.
Ho la pelle secca delle vedove illacrimate.
Potrei diventare pia
forse,
o come il XII che non si oppose al massacro
e appoggiò la Shoah, venerata.
E fu papa.
Ma non ambisco a tanto clamore di Storia,
temo possa io fare la fine di Zoilo, San Valentino o  Stuarda Maria la regnante,
con la testa che rotola nel piatto dei cani.
Povere bestie!
Mi piacerebbe piuttosto scoprire
come avviene il passaggio al simpatico,
la conversione alla avvenenza.
All’addomesticamento.
Quella maestria di ridente scioltezza che a me ha sempre atterrito.
Chi lo sa, me lo insegni.

È un cambio di stoffe? un doppio lavaggio e centrifuga?
un passaparola all’essenza di gioia?
Come accade la malìa
per essere sempre gaudenti e accoglienti?
Sono cresciuta avvezza alle mal educate cose di niente,
pestando madonnari nel porto
camminando in parsimonia di giudizi precoci,
con vesti poco curate e capelli in disordine di spartiti.
Ho negli orecchi suoni zigani,
zingari per essere precisi. Il temine non sia offesa,
per me che mi chiamano negra e finocchia
è vezzeggiativo espansivo.
Mentire di sguardo e parola,
mi ferisce più che cadere sui sassi.
Indosso un nero profondo che è luce,
i tacchi li indosso per colpire le noci più dure.
Sono come Locusta: bestiale, e avveleno.
Ho affinità con le aspidi,
mi difendo con gli artigli.
Delle madri passate ho ereditato le stelle ingiuriose,
delle condanne ho il segno dei denti sulle caviglie.
Non ho mai imparato a giocare.
Forse sono corrotta di senno e di vene.
Parlo ai defunti per lasciarmi insegnare a fuggire
dalle parole melliflue che non so pronunciare
senza provare scontento:
un arrotolamento di intestino a coccarda.
Custodisco nelle teche, in dono di donne,
quella brezza sinistra e traversa
che orna la sopravvivenza,
diserta le trappole
e declina gli inviti alle cene con commensali sgraditi.
Ho trecce indocili d’aglio.
Sono nata nel mese delle orchidee
nella notte della luna nuova: dicono sinistra.
Partorita di scarto
nel doppio can can della sorte.
Ho lasciato il tetto per andare coi lupi, nel bosco.
Mi tengo la maleducazione dei secoli,
questi capelli di raffa, le gonne sotto i talloni
e la malagrazia delle femmine folli.
Voi che potete e ne siete capaci, siate gentili.
Con me, siate chi siete.

Un serissimo gioco. La poesia di Viviana Viviani.

 

di Gabriella Grasso


 

Difficile pensare qualcosa di più serio di due temi, comuni a tutti, essenziali, quali l’amore e la sopravvivenza. Difficile immaginare di parlarne attraverso la poesia con un tocco che, senza banalizzarli, può definirsi leggero ed incisivo allo stesso tempo. È quanto accade nel libro di esordio (poetico) di Viviana Viviani, “Se mi ami sopravvalutami”, edito da Controluna nel 2019 Nelle due sezioni, intitolate appunto “Amore” e “Sopravvivenza”, l’autrice scandaglia con acume e disincanto le complesse dinamiche dei rapporti interpersonali più importanti – di coppia, tra amici, tra genitore e figlio – in continua oscillazione tra un forte senso di empatia, soprattutto con i più deboli, e profonda solitudine. Con un atteggiamento mi verrebbe da dire infantile, in quanto scevro da sovrastrutture e contorsioni mentali (non perché non li conosca, ma perché ne è oltre), Viviana Viviani guarda e sente i movimenti degli altri e i propri nella loro essenzialità e, probabilmente, nella loro verità.

L’andamento della scrittura è quasi prosastico e colloquiale, ma ciò non esclude il dominio che l’autrice esercita sul testo dal punto di vista metrico e stilistico. Il tono e lo sguardo al tempo stesso divertiti e malinconici ricordano certa poesia del primo Novecento, catapultata in contesti fortemente connotati dalla nostra contemporaneità, dai suoi riti e dai suoi feticci.

Gli esseri umani in questi versi sembrano usare lingue differenti e parlarsi dai loro gusci, ermeticamente chiusi. I dialoghi sono spesso tragicomici tentativi unilaterali :Se ci fosse una vita di scorta / starei appesa ai tuoi discorsi /inconcludenti e al tuo sorriso / saccente mentre dici weltanschauung / Ma ho una vita sola / e devo lavorare”. Parole e gesti di un teatrino di falsità, tanto tra amanti : “Ridi e parli di suicidio / e decomposizione / sorseggiando una birra, / bello come il sole / Poi te ne vai leggero / come un aquilone / lasciandomi qui / con la tua disperazione”, quanto tra amiche: “ Le amiche perdute / non si salutano al supermercato /poi s’incontrano per caso / a un matrimonio o un funerale / scambiano parole civili / ma non si sanno più”.

Il filo rosso della solitudine e dell’incomunicabilità, raccontate con ironia ma senza sconti, percorre tutto il libro: è dietro gli schermi di computer che quasi la presidiano, nel vissuto delle “vecchie signore” e del mendicante  di strada,  persino negli oggetti, come accade nel delizioso  “La giovane stampante e il vecchio calamaio”, che racconta un improbabile incontro d’amore tra due strumenti di epoche diverse.

In bilico tra consapevolezza a tratti quasi cinica e delicata immaginazione, l’autrice disegna quadri in cui ogni cosa parla di libertà e di inevitabile condizione di solitudine, come in “Gregor non si fa prendere”, dove il ragno sfugge alla cattura e alle definizioni che lo costringono. Altre volte la poesia mette a nudo le contraddizioni di un mondo bizzarro e iniquo, di moralismi di facciata o epidermici, prêt-à-porter.

Con la stessa lucida onestà, l’autrice esprime il tormento di instaurare un dialogo con se stessi, con la paura di crescere, con la difficoltà di raccontare le proprie ansie: “qualcuno dirà che non conosco la morte (…) Il dottore dice sempre / tutto bene solo ansia / ma io sento che il mio corpo / mi insegue per uccidermi”.

Sono testi che ci interpellano su un nodo profondo: il bisogno di essere visti,  in un mondo di performance, di etichette e di maschere, per quello che si è, nell’incontro che è stupore e gratuità: “tu indossami senza provarmi / comprami senza garanzia / se mi ami sopravvalutami”

 


 

Alcuni testi

 

Non mandarmi il tuo c@zzo in chat

 Non mandarmi il tuo cazzo in chat

che ancora non ho navigato

le lunghe vene delle tue braccia

né attraversato fiumi

camminando sulle tue vertebre.

 

Non ho sovrapposto le impronte digitali

per vedere se si assomigliano

e nemmeno disegnato ghirigori

tra le nocche delle tue mani.

 

Non ho contato una ad una

le tue ciglia nel sonno

o soffiato parole audaci

nel labirinto delle tue orecchie.

Non ho ancora cercato l’orsa maggiore

tra le costellazioni dei tuoi nei

né dato un nome a quelle senza nome

sulla volta della tua schiena.

 

Non conosco le risse

dietro le tue cicatrici

e non so se odori più di bosco

di biblioteca o di autogrill.

 

Non mandarmi il tuo cazzo in chat

o finirà tra i tanti cazzi senza storia

che vivono nelle chat

spade di pixel sguainate nel nulla

non voglio sapere la sua solitudine

prima di conoscere la tua.

 

 

 

*

 

Il mendicante ha un dobermann

 

Il mendicante ha un dobermann,

mi guarda mentre dorme

cammino più veloce

sulla strada dell’ufficio.

La collega lavora bene

tra le gambe del direttore,

avrà un contratto migliore

io più lavoro arretrato.

Lui dice che non mi ama

ha un’altra più felice

ma cedo alle sue urgenze

quando è stanco di allegria.

La mia amica è buona

mi odia se non piango

per chi annega e brucia

nel TG del pomeriggio.

Il mendicante è un dobermann,

se solo mi avvicino

mi sbrana di pietà.

Un euro a un lavavetri

colpo di straccio al cuore

pulisce anche le colpe

di cui sono innocente.

 

*

 

Se mi ami sopravvalutami

 

Se mi ami sopravvalutami

non cadere nell’inganno

di amarmi per quello che sono

sono stanca di faticare

di dovermi sempre impegnare

tu indossami senza provarmi

comprami senza garanzia

se mi ami sopravvalutami

sii bello e condannato

un premio estratto a sorte

un premio immeritato

 

*

 

Gregor non si fa prendere

 

Stasera c’è festa

nella nostra vecchia casa

con invitati stirati di fresco

che bevono finti alcolici.

Parlano di fisco e stelle

tutti a misurarsi

a fare drammi in soldi, in anni,

in chilogrammi.

Io bevo acqua passata

e mordo un po’ di polvere

guardando sul soffitto

il ragno cui desti un nome;

dicevi: “mai uccidere un ragno”

li portavi fuori con delicatezza

ma Gregor non si fa prendere

e non so ancora perché

chiamavi amore una bugia

e davi ai ragni

nomi di scarafaggi.

Gli invitati se ne vanno

uno a uno due a due.

Solo Gregor rimane

non lo vedo ma so

che lo ritroverò sulla carta igienica

o dietro il quadro di tua madre.

La casa ora è vuota;

esco sul balcone

faccio bolle di sapone

e una

diventa la luna.