Errare tra case sepolte: la poesia di Pietro Romano

di Gabriella Grasso

“Non valica parola la presenza-scure dell’erranza. Sguarnita voce: luce emanata da occhi che non sono”.

Voce e luce, luce e voce, un viaggio attraverso non luoghi – le case sepolte –  per parlare di un “impossibile incontro con se stesso” (come lo definisce Franca Alaimo nella post-fazione). Ce lo propone l’ultimo libro di prose poetiche del poeta palermitano Pietro Romano, pubblicato nell’ottobre 2020 dai Quaderni del Bardo. E’ un errare nella polisemia delle possibilità che questo termine – errare, appunto –  offre; così la parola trova la sua condizione di vita, perché “la parola si invera nell’erranza”.  Un viaggio che è condotto da uno sguardo che “setaccia le vertebre di un corpo rinsecchito su mani senza resurrezione”, espresso da una lingua che “vortica in suoni senza crescita”, perché “oggi l’idioma è la non adesione”.

Il soggetto che guarda, conosce o cerca di conoscere, che prova ad esprimere, si frantuma in un “io distorto esploso”, diventa – immagine bellissima – “sciame”, si coagula nelle proprie percezioni; la parola non incide, perde precisione, l’etimo è deviato dalla radice e la sfida diventa  “misurare l’adombrato che fugge l’etimo”.

Nel vagare tra relitti, ombre, case sepolte di cui non c’è parvenza, vetri graffiati “sciolti in urla”,  nel muoverci attraverso le crepe, le fratture di un paesaggio non più (forse mai?) integro, tutti noi “cerchiamo varchi verso voci perdute”.

La preghiera del poeta è un sussurro: “Invisibile, lasciaci entrare”.

 

Alcuni testi

 

Lontane, mani lontane. Gli sguardi battono contro i vetri notturni, zona di transito tra nome e nome.

 

Sentire il peso dei corpi: d’essere polvere, gelido silenzio. Giorni di scomparsa-nudi sulla mancanza. Cifre, lettere o distanze. Parole, altre. Gioia e abbandono, nel profondo di una luce che ogni cosa cancella. Delle cose lo sguardo si richiude, ma dove? Poco di loro, rimane. Il dramma dell’altezza: sconoscere la palpebra. C’è un che di inutile nel tardare la parola: la terra è la terra e la traccia precede se stessa.

 

Il corpo si è destato nel coro di fratture: canta ora il dolore, da lontano risponde il lontano.

 

La poesia, chiedi. Solo mani per acqua e potatura posso darti. In cambio chiedo colori, profumi, essenze del tempo che si ripete senza consistenza, delle sue ossa deposte all’ombra di un battito senza pompaggio. E’il vento, forse, floricoltore di voci e assenze? Sono foglie in esilio su selciati di scontentezza. Occhi negli alberi, nei cieli: tu ti moltiplichi, vento. In questo assedio che cosa chiedi? La parola trema. Nelle sue crepe altri scompigli: voci dove trovo riparo.

 

Ventre chiuso di terra: la polvere e i resti compongono i volti che ci si affanna a cecare nel graffio degli specchi.

 

Secca il corpo per troppa mancanza, residuo di un passato dissepolto. Vado via in forma di sciame. Come abitare la dimenticanza?

Suite Etnapolis: l’epos di un mondo in vetrina. La poesia di Antonio Lanza.

Di Gabriella Grasso

 

C’è una dimensione epica e al contempo paradigmatica nel quotidiano, che l’arte talvolta riesce a cogliere e restituire, facendoci un grande dono, specie se quel quotidiano è logorante, spersonalizzante, quanto di più lontano dall’armonia, dalla sobrietà e, in ultima analisi, dalla gratuità. Appare così al poeta la sfibrante routine di un centro commerciale ipertrofico, caleidoscopio di luci colori suoni rumori sollecitazioni d’ogni genere, meccanismo senza anima che tritura tutto quello che contiene (merci, persone, idee, relazioni) in una catena senza respiro e sempre uguale a se stessa.

Il poeta in questione è Antonio Lanza, autore originario di Biancavilla, paese etneo, che quel contesto ha conosciuto bene, avendoci lavorato e avendolo osservato (e vissuto) nelle sue dinamiche. Il suo Suite Etnapolis, edito nel 2019 da Interlinea, è ambientato proprio nel centro commerciale di Etnapolis, alle falde dell’Etna, progettato dall’architetto Fuksas nel 2004, quinto in Italia per dimensioni e vivace attrattiva per molti abitanti della zona pedemontana e non solo. L’autore lo fa rivivere, nitido e spietato, in un libro complesso tanto dal punto di vista tematico quanto sotto l’aspetto formale, con una grande carica di umanità che non lascia indifferente il lettore.

Si tratta di un lavoro che può ascriversi al filone della poesia civile, nell’alveo di una tradizione ricca di contributi importanti (da Pagliarani a Di Ruscio, solo per citare alcuni nomi, fino alle più recenti uscite di Targhetta, Ilaria Grasso e l’antologia La nostra classe sepolta). Questo macrotesto, che al suo interno contiene trame intersecantesi e varie piste di riflessione, è però una realtà composita e sfugge ad una definizione univoca.

La prima scelta strutturale che balza agli occhi è quella di una sorta di prosimetro, che, a ben guardare, va oltre l’alternanza prosa-poesia e coinvolge modalità espressive diverse, dai messaggi social all’intervista, a tratti “censurata” alla Isgrò, dalla conversazione telefonica al monologo al flusso di coscienza, in una sorta di zapping, un susseguirsi e incastrarsi, in giochi di costruzione e decostruzione di senso.

Ne consegue un’interessante commistione di linguaggi, di materiali anche extra-letterari e di registri talvolta molto diversi tra loro, ma sempre funzionali ad una rappresentazione vivida, da presa diretta. Un’atmosfera tuttavia così onirica, atemporale, per quella ciclicità spietata che caratterizza la scansione del tempo nel centro commerciale, quasi novella creazione-coazione a ripetere di una serie di operazioni che tengono in vita quel mondo.

Il libro abbraccia infatti un arco temporale di una settimana lavorativa di Etnapolis, che inizia però dalla domenica, non a caso giorno di non riposo, in una cosmogonia centrata sulla vendita e sul profitto: “Santa e benedetta la domenica di Etnapolis, / santo il profitto santo lo sfruttamento santa la pena”.

È un mondo dentro il mondo, un’antonomasia, un congegno che si mette in moto, inesorabilmente uguale a se stesso, suadente e perentorio: “s’infratta distorto il messaggio: acquistare è buono. Tutta / Etnapolis è raggiunta da etnapolis, / non c’è angolo che scampi al suono / della sua voce”. Le ore, monotone e prevedibili, piatte e orizzontali nonostante il loro scorrere, sono scandite dagli annunci delle voci al microfono, la maschile, autoritaria, normativa, e la femminile, suasoria, invitante: “Il lavoro che sta per iniziare l’inizio / del lavoro il lavoro che sta per finire / la fine del lavoro tutto qui è predefinito / da voci registrate tutto qui è finalizzato / e che siano in sincrono tutte le attività”.

Nella bolla artificiale del centro commerciale “il tempo / pur passando anche di qui, qui / non lascia storia, perentorio / big bang di cemento da cui d’un colpo / questo bianco Etnapolis è sorto”.

Dentro questo ambiente si muovono personaggi molto diversi, ognuno con il proprio carico di sofferenza, ignoto al carosello che li circonda. I loro discorsi sono contraddistinti dall’uso di registri differenti tra loro: Alfredo, in crisi per l’imminente nascita di un figlio e con poche certezze nella vita, Samuele, dallo sguardo curioso e critico su ciò che lo circonda, Cinzia, che lo ama e condivide con lui la “prigionia” del lavoro di commessa, Vanessa inquieta neomamma, tormentata da una nuova immagine di sé- che non accetta- e dal pensiero di un bimbo che rivedrà solo a sera, Daria, assetata di vita, Laura, che vive nella paura di dover pagare cara la propria avvenenza, con l’ombra di uno stalker alle spalle.

Li accomuna l’opprimente sensazione di essere dei forzati del lavoro (“puntuale nel respiro / la coda dell’obbedienza”, “Etnapolis dei cani / sedati dietro le gabbie”), la “prigionia” (“Ti ricordi, con un misto / di eroismo e malinconia / il cielo com’era chiaro / prima di entrare / stamattina”, “Poi ci si ingrotta”), l’ansia sottile, persistente, della precarietà (“Un diffuso stato di allarme, inudibile / perché chiuso nel buoi dei polsi, / nei turni trascorsi / in solitaria: le lamentele, le minacce dei titolari perché / gli incassi sono al di sotto/ delle aspettative, la probabile / riduzione del personale”).

Accanto ai commessi, intorno, altre presenze che sembrano sagome, disegnate dai loro ruoli, ma che rivelano la propria umanità attraverso piccoli gesti, come la guardia giurata Nuccio o le addette alla pulizia, che, nel “coro” intitolato Le silenziose, esprimono attraverso la voce del poeta le frustrazioni di una vita: “(…) da ragazze, giovanotti / e buona sorte si alternarono in ginocchio, / i gradini delle scuole sembrando / un trampolino di tre metri da cui / staccarsi fiduciose per il tuffo: e poi, / come fu che poi l’aria a tradimento / si assottigliò”.

Sono tessere di un’umanità mortificata da tempi, ruoli, contesti che la costringono in una gabbia, reboante, di luci e ombre: “colonia penale, Etnapolis / pista di decollo, navicella spaziale, Ecclesia – / piàcciati entrare intera nel mio canto, / le luci come l’immondo”.

Originale, nel suo attingere alla tradizione, appare lo stile. E non è un paradosso, ma una delle operazioni più delicate che un autore possa decidere di compiere. Nella scrittura di Antonio Lanza troviamo rimandi alle narrazioni più antiche, dalle Sacre Scritture all’epica classica, poiché è costante tanto il richiamo alla forza declamatoria dell’epos quanto ad una sorta di nuova “sacralità” del contesto commerciale, entrambe in chiave non direi parodistica, ma comunque rovesciata e problematica.

Ecco dunque, da una parte, la descrizione dei personaggi mediante epiteti (i clienti “camicia a scacchi”), inconsueti patronimici (“Laura di Lovable”) e accusativi alla greca, la costruzione della frase con i gerundi e con calchi dell’ablativo assoluto; dall’altra parte, il tono salmodiante di alcune parti e il richiamo esplicito ai costrutti di Qoèlet (“Etnapolis di etnapolis” come “Vanità di vanità”).  L’uso di artifici retorici si muove su una doppia linea di intenti: è aderente, quasi in modo mimetico, all’oggetto, nel caso dell’accumulatio, coerente al susseguirsi convulso di clienti, di merci, di scontrini; risulta invece “straniante” nel ricorso all’aggettivazione spinta, articolata in endiadi e in ossimori, che collocano Etnapolis in una dimensione atemporale e dialettica: “Materna e Moloch / Etnapolis, Mammona e Maschera / di lupa – Multisala, Multicefala” o le dedicano complesse litanìe: “Amaro e noia Etnapolis, pletora / di insegne Etnapolis, macropaese / di sconosciuti, Idolo, Edicola, / Obolo, Offerta Votiva”.

La bulimia di Etnapolis, “nuvola a vuoto dell’euro”, sembra inarrestabile: solo un evento o una presenza esterna, più volte confusamente immaginata, paventata e allo stesso tempo quasi desiderata dalla voce narrante, potrebbe portare un cambiamento di segno. Sarà quel che accadrà nella parte finale del libro, schiudendo nuovi scenari nei quali l’autore non si inoltra.

Al di là delle scene concitate (e profetiche) dell’epilogo, che non voglio anticipare, resta impressa nella memoria di chi legge la scena potente, centrale, nella quale si lacera la borsa degli acquisti con l’eloquente logo Hevel, termine che rimanda al campo semantico dell’inutilità, del non senso, ennesimo richiamo all’Ecclesiaste. La borsa della spesa si squarcia e tutte le merci si spargono caoticamente per terra: immagine emblematica del vano affannarsi ed accumulare, tanto nel micromondo di Etnapolis quanto, a più larga e drammatica scala, nel villaggio globale, iperattivo e miope del consumismo odierno.

 

 

 

 

 

Alcuni testi

 

Vergine e pubica la domenica di Etnapolis

pochi minuti prima dell’apertura

al pubblico, ma già la percorrono

i primi polpacci pelosi e carrelli

Iperfamila che sferragliano vuoti.

Al mattino le commesse hanno il volto

tagliato di sghimbescio da un tratto

rosso di uniposca e bevono decine

di caffè al bar di Prestipino.

 

 

La vita, poi, si attiva con precisa

lentezza dentro e fuori i negozi;

la vita è cieca, automatica: erompe

da gesti meccanici, mnemonici,

minimi, quotidiani, come la spazzata,

i numeri a tre o quattro cifre sul registro

dei corrispettivi, l’avvio dei computer.

 

*

 

“Ma ce l’abbiamo il tempo, ce l’abbiamo?”

ancora sott’acqua, sotto il lenzuolo

blu, la mente è un’alga

marina che si presta alle correnti

e le parole brillano su, a scaglie.

Cinzia è stesa su un fianco,

il viso disteso dal sonno

“Voglio dormire ancora” lamenta

“e poi fare l’amore” e imbroncia le labbra.

La sveglia: Zivago

 

e un fazzoletto sul comodino;

il corridoio, la cucina,

la rapida colazione, l’aperto

mattino all’imbocco

della SS 284, e le ombre

dei cavi elettrici

sull’asfalto, il bordo

della strada disseminato di cani.

 

Poi ci si ingrotta.

 

*

 

Il cliente ha bisogno

di sicurezza il cliente

ha bisogno di divieti il cliente

necessita di regole

il cliente vuole l’ora

esatta e l’esatta

sua posizione, che ci siano

le guardie con l’uniforme, le telecamere,

e che qualcuno gli rammenti le telecamere,

la squadra antincendio,

il pavimento pulito, che tutto

funzioni, confini certi,

che il sapone nei bagni, che di domenica

la messa, che le eventuali informazioni,

che i prezzi ben esposti, che tutto

torni.

 

*

 

DARIA (A CINZIA; ORA DI PRANZO, IN CASSA)

Bedda, ma come riesci a mangiartela tutta, quella bolognese è due volte la tua faccia! Un euro e cinquanta, grazie! Ma hai saputo che è successo? Come, no?! La macchina di Laura. Poco fa, non lo hai sentito? Le hanno fatto trovare tutti e due gli sportelli aperti e una bottiglietta di benzina sul sedile. Ma com’è che non hai sentito nulla?

 

*

MAMMA: Non sei tu, io lo vedevo che non eri tu, e lo vedo ora, ma adesso senti, un bar, non c’è un bar, che so, lì vicino, ti prendi un bicchiere d’acqua, che so, una…per non metterti subito a guidare, una fanta, troppo agitata sei per guidare, post parto, ossantiddio, così la chiamavano lì, perché non devo ricordarmi subito le cose, depressione post parto, quel programma che fanno dopo il tiggì, che tuo padre ogni volta, ma gioia mia credimi, non è niente, un bar, allora, ché lì vicino un bar ci deve essere, ti fai due passi, ti lavi il viso…

 

*

 

Chiaro e sorridente si apre l’allegro

carnevale di volti, chiaro

perché cola dai lucernari umana

una luce dietro cui Etnapolis per ora

un passo indietro si ritrae a

trattenere fiato e incantamenti.

 

 

*

Volge in sera

il pomeriggio (…)

(…) e per congiura manda

pane più buono la radio, la voce

roca di Bonnie Tyler che dichiara

che è stato solo un gioco folle

nient’altro che un gioco folle,

e a qualcuno dei distratti

o dei commessi potrebbe persino

avvenire di sentirsene punto,

lì dove più molle e non difeso

da ossa attende paziente il dolore

di essere vivi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Tre domande ad Antonio Lanza

 

 D: Da quale sostrato personale nasce Suite Etnapolis?

R: L’idea di scrivere Suite Etnapolis nasce da una esperienza lavorativa in una libreria di catena proprio a Etnapolis, dal 2011 al 2015. Nonostante la stesura del poema mi abbia preso soltanto gli ultimi due anni, tra l’agosto del 2013 e l’agosto del 2015, posso affermare che Etnapolis è stato da subito uno straordinario motore di immaginazione e di scrittura. L’ambiente lavorativo rilassato, le luci, la musica, la festa perenne mi suggerivano però storie, idee e temi improntati a un tono ironico, giocoso, al più sarcastico. E la poesia sembrava restarne fuori. Poi però è arrivata la crisi economica, con il conseguente dramma dei negozi che chiudono, degli amici che perdono il lavoro, dell’allarme sempre più prossimo che tra poco potrebbe travolgere anche te, appena sposato e con un figlio in arrivo. Mi trovavo al punto in cui storia personale e destino collettivo si incontrano, e contavo di poterlo raccontare, che ne valesse la pena, e stavolta sì, attraverso la poesia. 

Ero ossessionato dalla poesia, ormai da anni, da sempre. La mia scrittura, mi sembrava, era uscita già da un po’, anche se in ritardo, da quel limbo che è il puro esercizio. Ero approdato a una più consapevole necessità espressiva, ma era come se non riuscissi ancora a incanalare bene una “forza” che avvertivo dentro, a darle una forma. Ciononostante, la presentivo. Il pensiero ostinato della scrittura, la cieca tensione verso la scrittura, ma senza che niente sgorgasse davvero, o quanto meno nulla che mi convincesse. Poi un giorno di agosto del 2013, “Vergine e pubica la domenica di Etnapolis”, il verso di apertura del mio poema, è stato insieme un dono venuto da chissà dove e una sfida lanciata e non più ritrattabile, il momento in cui per la prima volta mi sono sentito finalmente straniero a me stesso, e fino in fondo me stesso. 

 

D: La scelta di una pluralità di voci, di linguaggi e di registri è nata a monte o in itinere, nel percorso di elaborazione dell’opera?

R: Probabilmente era proprio il sentirmi costretto all’uso di una sola voce – autobiografica e solipsistica – che ingabbiava la mia voce, il motivo per cui sentivo un abisso tra le risorse espressive che pensavo di avere e l’asfittico rivolo di scrittura che veniva fuori nella pagina nel corso delle prove precedenti, di cui non ero mai soddisfatto. L’insoddisfazione era del resto generale, investiva anche le mie letture di allora. Ero convinto che la poesia fosse un mezzo potentissimo di presa di possesso e di trasfigurazione del reale, eppure leggevo tanta poesia contemporanea che mi pareva rinunciare a quell’impresa, farsi pigramente frammentaria, monolinguistica e monostilistica, adagiarsi su alcuni facili trucchetti, giungere in fretta a una qualche epifania, fare bene il compitino, non sbagliare, non rischiare. Desideravo andare invece nella direzione opposta, anche se più esposta al rischio del fallimento. Nonostante avessi pensato inizialmente a un solo personaggio (quello del commesso di libreria, che per di più aveva il mio stesso nome) capace di portare su di sé il significato dell’opera, gli altri personaggi pirandellianamente reclamavano più spazio, desideravano muoversi, avere una loro storia da compiere, ciascuno era certissimo di poter arricchire con pari dignità il senso del libro. Sono quindi giunto presto alla convinzione che non sarebbe esistito un corifeo che parlasse al posto o per conto del coro. Non mi sono dato limiti, del resto. L’unico limite era: è davvero necessario questo o quell’espediente, questo o quel salto linguistico o stilistico? L’opera è cresciuta su sé stessa, portata dalla sua stessa forza, direi, fino a rompere gli argini della poesia e diventare, nella quinta sezione, quasi per naturale conseguenza, anche prosa. Suite Etnapolis mi è cresciuta come un albero. 

 

D: Se dovessi pensare ad un’altra versione di Suite Etnapolis, come la immagineresti? Una rappresentazione teatrale, una versione cinematografica o altro? 

R: Spero che chi legga Suite Etnapolis senta che l’autore, come notava Andrea Accardi in un suo intervento sul mio libro, stia in realtà muovendo una telecamera, che le “voci” che lo abitano non siano soltanto voci, ma personaggi che si muovono e interagiscono in uno spazio fisico, che infine “suite” rimandi già dal titolo alla musica, alle suite della musica rock in particolare. Ho sempre amato quelle opere che non abitano soltanto un genere, che riescono a sconfinare, a straripare, a trarre linfa da altri linguaggi: penso a un album come The Wall dei Pink Floyd, per esempio, diventato poi un film, o a Dogville di Lars Von Trier, recitato in uno spazio che potrebbe essere il palcoscenico di un teatro, scandito in capitoli e raccontato da una voce esterna, che può far pensare al narratore di un romanzo. Ho avuto già due contatti per una possibile riduzione teatrale di Suite, poi per vari motivi naufragati. Sarebbe un sogno, poi, se si potesse realizzarne una versione cinematografica, ma non oso sperare tanto. Da qualche tempo, invece, mi è saltata in mente l’idea di cercare contatti nel mondo editoriale del graphic novel. Insomma, come uno dei personaggi che mi è più caro di Suite Etnapolis, Daria, la cassiera del bar che infine compie una radicale, splendida “metamorfosi”, mi piacerebbe che anche il mio libro smetta di essere soltanto un poema.

 

 

Conversando con…Maria Attanasio

 

CONVERSANDO CON…MARIA ATTANASIO

di Gabriella Venera Grasso

Conversare con Maria Attanasio è arricchirsi dei frutti di esperienze molteplici e di un punto di vista che invita a problematizzare. La incontriamo in occasione della presentazione della sua ultima fatica, Lo splendore del niente, racconti pubblicati quest’anno per la casa editrice Sellerio.

Attanasio è artista complessa, che si è inoltrata nei campi della poesia, della narrativa e della saggistica, offrendoci piste di riflessioni interessanti tanto sul presente, quanto su nodi e temi del passato. I suoi romanzi, editi tutti da Sellerio, attingono dalla storia e ne illuminano aspetti e figure meno conosciute (Rosalie Montmasson, unica donna al seguito dei Mille, ne La ragazza di Marsiglia, per fare un esempio), arricchendoli di un “surplus” di vita come l’arte sa fare. I saggi ci parlano di Sicilia, nei suoi aspetti di luce (i grandi contributi artistici dei conterranei che per l’autrice sono un riferimento costante: Verga, Sciascia, Piccolo, Cattafi, Addamo…) e in quelli oscuri e problematici (il sistema mafioso).

Destinataria di numerosi riconoscimenti in ambito letterario (ultimo in ordine di tempo il Premio Pino Veneziano, proprio in questi giorni),  Maria Attanasio è scrittrice meticolosa e “lenta”, come scherzosamente si definisce, considerando la cura e il grande lavoro variantistico che accompagna ogni suo scritto, in special modo quelli poetici, dove ogni parola è ponderata a lungo ed acquista un peso tutto suo. Nelle poesie l’autrice sviluppa temi che riprenderà nella narrativa e che costituiscono il fulcro dei suoi interessi: la microstoria come  modo preferenziale di accostarsi alla storia, le “storie di emblematica alterità” di chi paga il prezzo di un mondo sempre più violento e lanciato in una cieca corsa verso la produttività, le spinte di sopraffazione e il contraltare dell’indifferenza e dei particolarismi, e poi le figure di donne, la fragilità e la potenza del corpo e il suo valore semantico. Tutti temi che stanno a cuore alla scrittrice, espressi con l’intensità che il dettato poetico conferisce ai suoi contenuti.

Ma in quale rapporto stanno la produzione narrativa e quella poetica nel percorso dell’autrice? Maria ci rivela che le narrazioni si sono sempre “imposte” a lei con una certa urgenza: proprio quelle vicende, quelle persone chiedevano attenzione e spazio e volevano essere raccontate, perentoriamente; nella poesia, invece, i tempi si dilatano, le parole affiorano con lentezza e lentamente vengono cesellate, acquisendo uno spessore proprio.

Le chiediamo poi qual è la narrazione del “corpo” che emerge dalle sue opere, in cui è un elemento ricorrente (corpo-cretto, spaccatura, corpo d’argilla…), anche in riferimento ad una narrazione del femminile che vuole essere sganciata da logiche mercificanti e da un’ottica utilitaristica. Quello del corpo in cambiamento, ci spiega, è un campo (semantico ma anche esperienziale) nel quale diventano evidenti le crepe, le fragilità, le sovrapposizioni, “concretizzazioni di memorie arcaiche”, come le definisce Anedda, che l’autrice non intende nascondere dietro immagini patinate da photoshop, ma mostrare nella loro verità.

L’opera della maturità artistica di Maria Attanasio, nella quale sono confluiti molti testi degli anni precedenti, è indubbiamente Blu della cancellazione, pubblicato nel 2016 da La Vita Felice, con prefazione di Antonella Anedda e vincitore del Premio Brancati-Zafferana e del Premio internazionale Gradiva di New YorK.

É una poesia quanto mai attuale e incisiva, che “mette in campo il problema del male”, ma non in quanto “poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo” (Milo De Angelis).

Il titolo, suggestivo e carico di una certa inquietudine, richiama il blu del mare profondo, che custodisce tesori, ospita la vita e la bellezza in forme varie e misteriose, ma è diventato spesso, nel corso della storia e drammaticamente in questi nostri tempi, sudario per troppe morti. Il motivo dell’acqua, delle sue infinite sfumature, dei suoi inquieti movimenti, del suo apparire, levigare, colpire, fluire, inghiottire, percorre tutte le parti della raccolta e quasi ci trascina nel gorgo misterioso di un declino personale e collettivo, quello, sempre più evidente, di un “occidente spaesato”.

 

Da Blu della cancellazione proponiamo alcune poesie.

Dell’acqua caìna

Piovve quel giorno, a diluvio a tempesta,

fu un fuggi fuggi per la sopravvivenza,

io, nel mio guscio di orfanità,

già pensavo a decostruirti, farti testo.

Non smise però, e ancora adesso piove:

un’acqua caìna che ha divelto radici,

sciolto inchiostri tracce: inutilmente

mi misi in ascolto tra i dettagli nel folto

-la serranda abbassata, la tivù spenta

In cucina-rilucendo adesso,

imprevisto, l’oscurato alfabeto.

Ma più ti assomiglio, più m’incazzo,

ritrovandola chiara-la password-

tra detriti e pretrisco

nelle crepe della muta domanda allo specchio

 

Frammenti dell’acqua mutante

…non incrocio di linee

ma angoli ciechi parallele

tra suppellettili e battito di ciglia

immagini difformi frammenti di figure

nel reset conclusivo

forzando tempi migrando

verso sterili costellazioni d’altri…

…oscilla s’increspa

al vento della forma-segno

che l’indomito cerca l’intero

l’intatta armonia-un brusio

dilaga dal fondo: frusciare

d’acqua alta crepitare di fiamma…

 

Sono il bambino della grotta

Sono il bambino della grotta

-il poliglotta, il diverso, a forza

chiuso nel recinto del nome-

adesso clandestino

-luce migrante, fiato di candela

tra le catene dell’oscuro-

sono occhi e lingua straniera:

l’isola all’orizzonte

lo stelo d’oro splende oltre il confine

 

Rosso

Rosso
che adesso è lama e cesoia
muro scrostato ombra
che s’allunga e ballarìa
– la zattera dei nomi alla deriva –
occidente spaesato
nel blu della cancellazione,
maria del declinare,
addio.