Serena Vinci e le sue Ragazze Selvagge: funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza

di Emilia Pietropaolo

Un buon libro è  tale quando  porta a farti delle domande, a farti riflettere. Il saggio della  studiosa Serena Vinci, Ragazze Selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza, edito da Divergenze edizioni, indaga vari testi scritti da autrici e autori, utilizzando il metodo narratologico. L’analisi proposta, condotta con acume e profondità, rintraccia analogie tematiche presenti  nei testi di  Ornela Vorpsi, Laura Pugno, Edith Bruck, Licia Troisi, Anna Maria Ortese, Paola Masino, Nicoletta Vallorani, Isabella Santacroce e Alessandro Bertante.

Ogni testo analizzato ha al centro una figura femminile, una fanciulla, che ha un’età tra  sei e otto anni  colta in un frangente, un passaggio liminare, un bivio che le porta a scegliere se abbracciare il  “momento pietrificato’ degli adulti o perseguire la strada della selvatichezza, il corso dell’evoluzione: nascere, crescere e morire” (p. 39)

Non si tratta di una storia o genealogia della  ‘questione’ femminile’, e questo, Serena Vinci, lo specifica; riguarda  piuttosto l’esigenza di analizzare il ‹‹valore delle storie raccontate››.  In  ogni romanzo le figure femminili sono bambine che  si trovano a fronteggiare il mondo adulto, e in questo contesto, ogni protagonista considera il mondo dei libri come rifugio, un atto di escapismo che permette loro di  avventurarsi in una  dimensione  più congeniale anziché sfruttare la bellezza per stare nel mondo civilizzato; le famiglie, in particolare le madri pretendono che le femmine si debbano comportare da femmine, cioè perseguire il ruolo a loro assegnato: quello di moglie e madre.

Qui non troviamo il topos del  principe che salva  la principessa, in stile fiabesco e cavalleresco: le fanciulle si salvano da sole:

“La fanciulla di queste fiabe nere non ha più bisogno di un principe che arrivi a salvarla. Si salva da sola […] e salva anche gli altri, cambiando il mondo in cui vive” (p. 68)

Le eroine presenti e analizzate dalla studiosa portano a scardinare, a vedere da un’altra prospettiva e non demonizzata, il ruolo delle bambine in età di fanciullezza, le quali, ad esempio nei romanzi di Laura Pugno, Ornela Vorpsi e Isabella Santacroce, lottano contro la società, combattono contro i pregiudizi. Se pensiamo alle fiabe tradizionali, e questo, la studiosa tiene a ribadirlo, esse contengono la formula ricorrente per cui  principessa si salva grazie ad un principe e la storia termina con un matrimonio, coronato dalla formula consueta di “e vissero tutti felici e contenti”.

Serena Vinci non porta in questo saggio le fiabe tradizionali, non porta le eroine che si salvano grazie a un uomo; dà luce alle invece, bambine/donne che si salvano da sole, contando solo su stesse e prendendo anche decisioni drastiche anche  per salvare gli altri. Come Lulù Delacroix di Isabella Santacroce, demonizzata e allontanata dalla società e perfino dai suoi genitori, per la sua non-bellezza, lontana dal modello di perfezione rappresentato dalle  sue sorelle. Lulù è una bambina che trova il suo mondo nei libri, una bambina che ‹‹affronta i pregiudizi verso di sé, proiezione introiettata da quelli esterni›› e lo fa da sola. (p. 61)

Le bambine vengono sin da piccole erotizzate e sessualizzate, ma anche demonizzate per la loro bellezza; è il caso della bambina prostituta nel romanzo di Ornela Vorpsi, Il  paese dove non si muore mai. Se nel caso di Lulù Delacroix doveva appunto conformarsi alla bellezza perfetta, qui, la bellezza è segno di malvagità, se non di “Kurveria”, presente nella società e nella cultura  albanese. Si tratta, nello specifico,

“di una forma di razzismo di genere in base al quale le bambine sono percepite come essere colmi di desiderio sessuale e fin dalla giovanissima età sono bersaglio di attenzioni erotiche non richieste, nonché di eccessivo controllo della famiglia, fobica rispetto a quelle attenzioni, ma allo stesso tempo fautrice della società che le consente” (p. 13)

Se pensiamo alle parole di  Naomi Wolf nel suo Mito della bellezza (1991) ‹‹gli uomini forti combattono per le belle donne, e le belle donne hanno più successo dal punto di vista della riproduzione›› (Mito della bellezza, p. 21),  e nel caso di Ornela Vorpsi,  alle parole di  Anilda Ibrahimi, entrambe scrittrici albanesi,  emerge un controcanto in cui la bellezza non è segno di una risorsa positiva per la donna,  ma tutt’altro. ‹‹È segno di degrado morale, ché tutte le donne belle sono ritenute sgualdrine›› (p. 15)

Serena Vinci, usando il metodo narratologico, analizzando il linguaggio, le tematiche, presente nei testi , arriva a comparare e a trovare un fil rouge: la bellezza a cui si doveva “conformare” Lulù, nel caso della Ortese con  Iguana, ci mette di fronte a  una ‹‹bellezza rovinata››;  la figura di Estrellita, incarna a mio parere, e credo che Serena Vinci ne converrebbe, l’emblema del sacrificio. Trovando la morte si è sottratta dal giogo maschile.  Serena Vinci va oltre:  si sofferma sulla bestialità dell’Iguana,  una dimensione che in qualche modo ricorre anche e nel testo di Laura Pugno Quando Verrai,  dove il corpo femminile di Eva è lacerato da una malattia della pelle; la sua deformità, specifica Serena Vinci è ‹‹una risorsa, una virtù angolare, qualcosa di positivo›› (p. 42)

Quello che ha compiuto Serena Vinci, giovane studiosa e dottoranda in Letteratura Italiana all’università di Modena e Reggio Emilia, con questo libro è quello un viaggio trasversale nel mondo delle fanciulle Selvagge,  compiuto con il coraggio  di una  prospettiva diversa sulle fiabe tradizionali, in cui, di solito, le figure femminili sono “passive” e non attive come le eroine presenti in questo saggio. Tante le connessioni che ritrovo anche nei testi dostoevskiani, zeppi di bambine e orfane violate cui viene spenta la fiaccola della luce selvaggia, spesso ritrovata a costo del sacrificio della vita.

A tal proposito mi piace anche citare un riferimento sicuro e obbligato per chiunque  si occupi del tema del selvaggio femminile, il grande classico di Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi, un libro ispirato e ispirante che attraversa tutti gli stadi della donna selvaggia e che, oltre ad essere un testo fondamentale per l’approccio psicanalitico alle fiabe, è un libro che “cura” e che ogni donna e ogni uomo dovrebbero conoscere. Sul tema del selvaggio così Serena Vinci si esprime, ricordando quanto sia importante e fondamentale recuperare questa dimensione:

“Se Selvaggio è ciò che vive – oppure è tenuto ai margini della società nell’illusione di sublimare le pulsioni inconsce e animalesche, cioè il movente profondo e primordiale delle azioni umane, la fanciulla selvaggia si sposta al di qua e al di là del confine che separa il controllo dalla libertà, il dovere dal volere” (p. 69)

 

Traduttrice a sedici anni: Aurora D’Archi e i racconti di Ellen Glasgow (Divergenze, 2023)

di Nina Nocera

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D'Archi (Divergenze, 2023)

Di infedeltà e altri fantasmi, traduzione di Aurora D’Archi (Divergenze, 2023)

Aurora D’Archi ha sedici anni, è una  studentessa del liceo classico – linguistico “Scipione Maffei” di Verona. É stata protagonista di una vicenda straordinaria ma al contempo “normale, perché quando esiste il talento e qualcuno, in questo caso la professoressa Luisa Campedelli, che  ha il coraggio e la volontà di valorizzarlo, tutto è  naturale.  Grazie al progetto di lettura e traduzione promosso dalla casa editrice Divergenze e alla “visione” dell’editore Fabio Ivan Pigola, Aurora  ha avuto la possibilità di essere scelta per la traduzione di due racconti della scrittrice statunitense Ellen Glasgow: “The past” e “The difference”.  Il risultato è  la pubblicazione  del libro “Di infedeltà e altri fantasmi“(Divergenze, 2023).  Di questo e tanto altro, abbiamo parlato nell’intervista che ha rilasciato.

Aurora D'archi

  • D:  COME HAI VISSUTO L’ESPERIENZA DI TRADUZIONE PER LA QUALE HAI OTTENUTO UN IMPORTANTE RICONOSCIMENTO? RACCONTACI COME E’ NATA E COME SI  SVILUPPATA.

R: Tutto iniziò un freddo giorno di gennaio, quando la professoressa Campedelli mi propose di tradurre un paio di racconti con la scusa che, facendo l’anno all’estero, l’anno successivo non avrei potuto prendere parte al progetto che aveva in mente. Ecco che, senza sapere assolutamente nulla né di come si traducesse concretamente un testo letterario, né di quale fosse l’effettiva entità di ciò che stessi facendo, iniziai a tradurre un primo racconto; poi arrivarono The past e The difference. Esponenzialmente ho avuto sempre meno tempo a disposizione per tradurre, arrivando ad ultimare The difference in un paio di settimane (per mia personale imposizione eh, sia chiaro, nessuno mi ha costretto). Da lì, svelando a poco a poco il mistero, si è giunti alla pubblicazione e alla presentazione a scuola il 2 giugno. Ancora adesso, riguardandomi indietro, non so bene nemmeno io che cosa abbia fatto esattamente, ma in ogni caso sono fiera del risultato.

 

  • D: RACCONTA UN PO’ DI TE: QUAL  È LA TUA GIORNATA TIPO, IL TUO HOBBY, LE TUE LETTURE, IL GUSTO DEL GELATO PREFERITO.

R: Non c’è nulla di troppo entusiasmante nella mia “giornata tipo” in realtà. Mi alzo, vado a scuola, torno a casa e studio fino a sera. Da brivido eh? Fortunatamente tra gli allenamenti di pallavolo, le sessioni di D&D o simili, e il corso di doppiaggio riesco a non uscirne pazza. La lettura è un po’ un tasto dolente ultimamente, ma perlomeno quando tutto ti annoia, quei pochi libri che non lo fanno colpiscono nel profondo. Per il gelato… non ho mai amato questa ansia del dover classificare colori, gusti, amici, genitori… quindi potrei iniziare un elenco infinito o semplicemente ammettere che non ne ho idea, è una domanda troppo difficile. Perlomeno adesso che è estate posso dedicarmi allo studio del giapponese, chimera che rincorro da anni e spero di poter acciuffare in questi mesi.

 

  • D: SI DICE CHE TRADURRE SIA ANCHE TRADIRE. COSA NE PENSI? QUAL È STATO IL TUO APPROCCIO AL TESTO?

RCome ho provato ad accennare nel commento, tradurre non è propriamente tradire, ma la perpetua ricerca del modo migliore per non farlo, che è ciò che gli dona valore. Quello che perdi da una parte devi essere capace di restituirlo da un’altra… diciamo che, se la traduzione è la strada tra due scarpate, l’inglese e l’italiano, tradurre è cercare di camminare né troppo vicini né troppo lontani dal dirupo originale, è una questione di equilibrio ecco. Certo, poi quando ci si trova il testo davanti e di fianco un foglio bianco da riempire, nemmeno la metafora migliore del mondo ti può salvare. Il mio approccio comunque è stato quello di una totale incompetente: mi sono gettata nella mischia di parole con la spada smussata di una scrittrice dilettante e un inglese più o meno solido come scudo. Che poi ne sia uscita vincitrice, saranno i lettori a dirlo.

 

  • D: HAI INCONTRATO DELLE DIFFICOLTA’. SE SÌ, QUALI?

R:  Considerando le premesse sarebbe stato più strano se non ne avessi incontrate: tra righe allagate di pronomi personali e varie incomprensioni nella formalità o meno di certi personaggi, c’era e c’è – perché se potessi tornare indietro riscriverei quasi tutto da capo – un amplissimo margine di miglioramento. Sulla mia copia – e non dirlo all’editore perché non so come la prenderebbe – ho apposto a matita una gran bella quantità di correzioni. Quindi sì, la traduzione è un coacervo di problemi da risolvere, tanti rompicapi apparentemente senza via d’uscita, ma quando poi trovi il modo di sbloccarli e metterli in ordine, la soddisfazione è immensa. La “tecnica” che l’editore e la curatrice mi hanno invitato ad adoperare per superare queste difficoltà è stata quella di scrivere di pancia, senza scervellarmi troppo, ma sciogliendo i nodi narrativi come per doverli spiegare ad un amico. In fondo questo è un progetto scolastico, volto più a mostrare e dimostrare che i ragazzi giovani hanno un potenziale spesso ignorato, e non a produrre una traduzione impeccabile e magistrale dei racconti.

 

  • D: CAMBIAMO PROSPETTIVA: SE FOSSI INSEGNANTE, CHE CAMBIAMENTI PROPORRESTI PER LA SCUOLA?

R:  Così, su due piedi, proporrei un riscaldamento che funziona, perché senza di quello potremmo anche studiare nel regno delle fate, ma comunque col cervello ghiacciato si fa poco. A parte gli scherzi, credo che la sopravvivenza della scuola dipenderà molto da quanto i professori riusciranno a scendere dal piedistallo e mettersi al fianco dei ragazzi, piuttosto che davanti a loro. Se io fossi un’insegnante tenterei di abbattere il più possibile questa barriera di rispetto forzato, e ne costruirei uno nuovo, basato sull’ammirazione e non sul terrore. Perché, personalmente, la consapevolezza di essere ricordata dai miei alunni solo per quanto mi hanno odiato, toglierebbe ogni senso alla professione stessa di insegnante. Poi di innovazioni se ne possono trovare a bizzeffe, si potrebbe anche cambiare tutto per quanto mi riguarda, dal rapporto studente-professore, alle modalità di insegnamento. Ad esempio – e non dico troppo perché ho ancora altri due anni di liceo da portare a casa – credo che come insegnante non esista realizzazione più grande del vedere che questi ragazzini mezzi sconosciuti con cui sei forzato a convivere per ore tutti i giorni, ti guardino con la passione per la tua materia negli occhi, e pendano dalle tue labbra.

 

  • D: COSA È PER TE LA CREATIVITA’? CREDI CHE A SCUOLA VENGA ADEGUATAMENTE INCENTIVATA E VALORIZZATA?

R:  Beh dipende, in quanto a modi per copiare, credo che il liceo sia un pozzo inesauribile di creatività. In quanto a valorizzazione dell’estro artistico, della fantasia, del talento individuale, è un’altra storia. Ora, per quanto possa non essere trasparso dalle mie precedenti parole, in realtà la mia scuola è abbastanza avanti in questo campo; perciò tenterò di dare una testimonianza abbastanza neutrale. Ad ogni modo, con creatività l’enciclopedia Treccani si riferisce ad una «virtù creativa, capacità di creare con l’intelletto, con la fantasia.» Quindi un concetto davvero ampio e variegato. Per me la creatività è legata all’idea di “creare”, cioè di produrre con mano qualcosa. E forse sì, la scuola pecca in questo, perché molto spesso sei più vittima della conoscenza che fautore di essa. La assorbi passivamente come una spugna, che inevitabilmente ad un certo punto è zuppa e non trattiene più niente; invece di formarla tu stesso attraverso il ragionamento, le idee o l’esperienza concreta. Non la maneggi, né la manipoli, ma la guardi scorrere via, e quella sosta giusto il tempo per passare una verifica, poi scompare.

 

  • D:  IL TESTO CHE HAI TRADOTTO È DI UN’AUTRICE. QUALI ASPETTI TI HANNO COLPITO IN PARTICOLARE?  PERCHE’ PROPRIO LEI? 

R: La scelta non è stata mia, bensì di Divergenze, eppure non credo ci fosse scelta più appropriata. Ho sentito molti parlare di un’atmosfera alla Poe per The past, e d’una sfumatura gotica e introspettiva in The difference. Personalmente di Ellen Glasgow, per ora, non ho letto molto, ma è bastato per capire che la sua è una scrittura poetica – perché è ritmata come una poesia –, leggiadra, ricca di immagini, chiara mi verrebbe da definirla; ma che allo stesso tempo è velata di malinconia, come un sospiro arrancante, un urlo soffocato di personaggi posati e imperturbabili all’esterno, ma che dentro di sé celano una profonda oscurità. The difference in particolare lascia addosso un’angoscia che è propria solo di un certo modo di costruire la narrazione: creando esponenzialmente l’aspettativa di un climax che poi viene negato, e poi tagliando brutalmente la storia per lasciarti con un retrogusto di confusione e amarezza. Ecco, questo è il genere di scrittura che mi piace; dove fino alla fine non sei conscio di ciò che ti aspetta e quando finalmente lo realizzi, è troppo tardi, e la penna ti è già arrivata al cuore.

 

  • D: CHE NE PENSI DEL FATTO CHE MOLTE VALIDE AUTRICI NON COMPAIONO NELLE ANTOLOGIE LETTERARIE E NEI MANUALI SCOLASTICI? 

R: L’arte è l’arte: se si escludono degli autori dalle antologie, indipendentemente dal loro sesso, che sia per qualche bigottismo o per semplice noncuranza, allora è chiaro che cercare di recuperare i loro testi sia la cosa migliore. La letteratura è un organo vario e meraviglioso, e rinchiuderla entro i canoni dei classici e delle classificazioni vecchie di secoli non le garantirà longevità, di questo sono convinta. Se vogliamo salvare la letteratura, consegnandola nelle mani dei più giovani, è necessario modernizzarla: nel metodo, come nelle proposte di letture. E una via per perseguire questo scopo, può sicuramente essere quella di ripristinare la sfaccettata varietà di autori del nostro territorio e non. Perché, per quanto nessuno potrà mai negare il fascino di Dante, Pascoli, Pirandello, è il momento di distaccarci dalle catalogazioni dell’arte operate da uomini che non hanno più nulla a che fare con noi, se non che apprezziamo le stesse opere; e anche lì, se non siamo disposti ad estendere il concetto di arte pure a ciò che non ci sembra evidente, ciò che non è facile e noto, non possiamo aspettarci che tutti gli studenti liceali ne colgano fino in fondo la meraviglia.

 

  • COME TI VEDI TRA QUINDICI ANNI?

R: Vecchia. Già mi fa impressione il fatto che tra poco compirò diciassette anni, figurati quando ne avrò 32. Spero anche felice come lo sono adesso, ma quello mette già meno angoscia. Spero che sarò riuscita a realizzare un po’ delle cose che ho in ballo, tra traduzione, doppiaggio, cinema, teatro, audiolibri, adattamento… C’è un sacco da fare! A trentadue anni immagino che avere un lavoro sia già un gran risultato, e chissà, forse vivrò a Roma, o forse a Milano, per la necessità di stare dove si fa doppiaggio. Spero per allora di aver già appreso almeno un altro paio di lingue: dopo il giapponese mi interessano cinese, francese e spagnolo, ma non si può mai sapere che cosa mi passerà per la testa quando avrò il doppio dei miei anni. Quasi non me lo immagino, è come vivere un’altra vita.

 

  • PENSI CHE QUESTA ESPERIENZA POSSA DIVENTARE L’OCCASIONE PER INTRAPRENDERE UNA PROFESSIONE FUTURA?

R: Il piano, appunto, sarebbe più o meno quello. Il mondo della traduzione mi affascinava già da prima che la professoressa Campedelli mi proponesse il progetto, ed ero intenzionata di avventurarmici prima o poi. Vorrei che questa fosse l’occasione per aprirmi una strada in un mondo affascinante che ho appena lambito, ma che ha tantissimo da offrire.

 

  • LASCIAMOCI CON  UN MOTTO E UNA FRASE DEL LIBRO DA TE TRADOTTO 

R: Se devi colpirlo, fallo finché non si rompe! Citazioni permettendo, c’è un fondo di vero, sono il genere di persona che porta a compimento tutto quello che fa, e se bisogna fare qualcosa, è bene che ci si metta tutto l’impegno possibile, altrimenti è privo di senso.

«Affrontare la vita spogliati di ogni salvaguardia, di ogni restrittiva tradizione, con solo il coraggio dell’ignoranza, dell’inesperienza sprezzante, per proteggere qualcuno. Quella ragazza non era crudele per sua volontà. Era semplicemente avida di sentimento: restava senza fiato di fronte alla messa in scena della felicità come tutto il resto della sua generazione ribelle.» Da La differenza. Per qualche motivo che non so bene definire mi sento particolarmente vicina a questo pensiero.

Ragionamento su Rosa Mangini- di Daniela Piana

di Daniela Piana

«L’unica guerra vinta
è quella che si smette di combattere»

ROSALYN VIVIENNE MANGINI

Un ritratto di Rosa Mangini

Nessuno sente il profumo delle ginestre quando, dopo la tempesta, sbarca su una costa che credeva di non poter toccare più. Sente invece che il vento si è calmato, la vela ha smesso di urlare gonfiata e sferzata dagli elementi di cui è stato in balìa. Pochi fanno caso al «rumore della salvezza», tranne quando coincide con una ricostruzione a una certa distanza dai fatti. Basti pensare alla guerra. Il giorno dopo la fine si ode il silenzio degli ordigni caduti, e quel languido sapore dolce che è l’essere salvi. Nella liberazione dalle tenaglie dell’incerto, dalle incursioni delle tenebre interiori nel chiarore degli animi che colmano di scheletri la trama sociale, vi è la luce di un’alba: la possibilità. E proprio perché possibile, è libera da ciò che non la rendeva possibile, benché indeterminata.

La liberazione, infatti, è più questione del domani che di uno e di tanti ieri. Perché il 25 aprile e i giorni a seguire si avvertì l’assenza di quanto prima si era mangiato la vita. Animare quella assenza e farla diventare una presenza chiede un’energia coraggiosa e umanissima. La presenza, del resto, è più forte di qualunque tempesta. Oggi esperiamo quella presenza, o neppure la sappiamo più dire? La ribellione è qualcosa di estemporaneo, destinato a finire appunto in quell’alba che rimane ad esprimere la possibilità? La risposta è in ciò che tiene uniti, nel senso comunitario che è collante della società. E la storia è punteggiata di prove, di vicende nelle quali ancora prima di giungere a una salvezza materiale si è passati per quella spirituale, in cui un gruppo di uomini uniti gli uni agli altri si sono rivelati il tappo che trattiene l’aroma, la cerniera che argina la falla e fa navigare – ancora, e più saldi – sulle onde dell’identità.

La rivoluzione forse domani- Divergenze

Rosa Mangini racconta, anzi, offre il diario dal vero di com’è nata e si è sviluppata quella salvezza spirituale prima che materiale; come e tramite chi, con tanto di nomi, luoghi e fatti. In quei nomi, luoghi e fatti c’è la storia delle storie di un mondo che ha tramutato la speranza, fatta proprio di coesione e affinità di idee, vedute e valori, in una promettente opportunità. Alla quale, con il comodo ma sincero senno di poi, le generazioni a venire debbono molto. Forse, tutto. Non è dato sapere se e in quante altre aree d’Italia si siano verificati episodi come quelli narrati dall’autrice, ma i fatti del romanzo tendono a dimostrare come il ragionamento sulla salvezza materiale preparata da un atteggiamento spirituale, ne abbia agevolati di identici anche altrove.

 

Una copia del manoscritto

Certo, non c’era un’altra penna a salvarli su carta, ma la psiche dell’individuo è figlia di quella del gruppo, e il gruppo che la plasma è cresciuto nella «educazione all’attenzione» che per Simone Weil (ne) determina la cultura. Perciò la rivoluzione è un “tornare e rivoltare” in un approdo di imperfetta conoscenza eppure da conoscere, è un embrione vivo nelle formule emotive del popolo attraverso cui tentare di annullare, o almeno ridurre, gli elementi di inquietudine, di sofferenza o di tragedia. La rivoluzione che invera la promessa di un’esistenza migliore, che porta con sé la capacità di esserci anche per chi la pensa e la penserà diversamente da noi, è proprio in quel tornare e rivoltare libero dalla violenza di ripartire da capo, cioè da un’idea che domini, sinottica e foriera di verità, che non si confronta volentieri col dissenso

 Quella rivoluzione è collettiva e lavora sulla consapevolezza, dunque è lontana dalle odierne forme di pluralismo che, secondo Robert Wolff, è del tutto «cieco di fronte ai mali che affliggono l’intero corpo sociale» perché diverge l’attenzione dalle revisioni radicali necessarie a porre rimedio a quei mali. E La rivoluzione, forse domani è un viaggio che ognuno dovrebbe fare dentro di sé, perché è un viaggio di cittadinanza attiva e vissuta nell’esperienza del “fare il pane di ogni giorno”. Un pane che chiede parsimonia nel consumo, però profuma e sazia la fame di buono, che prevede un tempo di gestazione come tutte le cose nelle quali la natura umana si manifesta, ed è fatto per essere al centro di un tavolo conviviale. Quello sarebbe, in fondo, lo Stato di diritto: prima di ogni rigida scrittura, l’interazione con l’alterità

. Nella sua sostanza vi è un grido senz’armi di offesa, piuttosto di difesa dei rapporti, di cura della vicinanza. Rosa Mangini dà a intendere come quattro anni prima del fatidico 25 aprile quel «domani» era un «forse» difficile eppure intatto, possibile, grazie a quella cura ancora viva in un presente semplice, mai fuori misura. Per questo il nostro presente, frutto della analisi critica dei fatti storici, dovrebbe essere libero da una progettualità ingegneristica che arroga in sé quanto serve per fare il comodo tramite il superfluo, in favore di quanto è utile a «fare bene per ognuno» affinché nell’ognuno ci siano l’oggi e il domani.

Il 25 aprile 1945 si aprì uno squarcio nel cielo, e il cielo fu diviso. Per giorni, anzi, per mesi il fiat iustitia come vendetta galleggiò nell’aria e nell’animo di molti, quasi fosse promessa del ripristino di un ordine che – però – nulla aveva della cura dell’altro, pertanto non prevalse. Più forte fu il ridare vita al tessuto sociale, tornare subito a fare pane e ciò che tiene insieme con le forme del diritto che Piero Calamandrei avrebbe messo nelle azioni e nel pensiero di tutti, a partire dai giovani.

La grande sfida di oggi è qui. Agire liberati dalla presunzione dell’idea perfetta ex ante, per rivolgersi al presente e quindi al futuro con la forza con cui i narcisi, a dispetto di ogni gelo, alluvione o siccità, torneranno ad annunciare la primavera.

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.