Serena Vinci e le sue Ragazze Selvagge: funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza

di Emilia Pietropaolo

Un buon libro è  tale quando  porta a farti delle domande, a farti riflettere. Il saggio della  studiosa Serena Vinci, Ragazze Selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza, edito da Divergenze edizioni, indaga vari testi scritti da autrici e autori, utilizzando il metodo narratologico. L’analisi proposta, condotta con acume e profondità, rintraccia analogie tematiche presenti  nei testi di  Ornela Vorpsi, Laura Pugno, Edith Bruck, Licia Troisi, Anna Maria Ortese, Paola Masino, Nicoletta Vallorani, Isabella Santacroce e Alessandro Bertante.

Ogni testo analizzato ha al centro una figura femminile, una fanciulla, che ha un’età tra  sei e otto anni  colta in un frangente, un passaggio liminare, un bivio che le porta a scegliere se abbracciare il  “momento pietrificato’ degli adulti o perseguire la strada della selvatichezza, il corso dell’evoluzione: nascere, crescere e morire” (p. 39)

Non si tratta di una storia o genealogia della  ‘questione’ femminile’, e questo, Serena Vinci, lo specifica; riguarda  piuttosto l’esigenza di analizzare il ‹‹valore delle storie raccontate››.  In  ogni romanzo le figure femminili sono bambine che  si trovano a fronteggiare il mondo adulto, e in questo contesto, ogni protagonista considera il mondo dei libri come rifugio, un atto di escapismo che permette loro di  avventurarsi in una  dimensione  più congeniale anziché sfruttare la bellezza per stare nel mondo civilizzato; le famiglie, in particolare le madri pretendono che le femmine si debbano comportare da femmine, cioè perseguire il ruolo a loro assegnato: quello di moglie e madre.

Qui non troviamo il topos del  principe che salva  la principessa, in stile fiabesco e cavalleresco: le fanciulle si salvano da sole:

“La fanciulla di queste fiabe nere non ha più bisogno di un principe che arrivi a salvarla. Si salva da sola […] e salva anche gli altri, cambiando il mondo in cui vive” (p. 68)

Le eroine presenti e analizzate dalla studiosa portano a scardinare, a vedere da un’altra prospettiva e non demonizzata, il ruolo delle bambine in età di fanciullezza, le quali, ad esempio nei romanzi di Laura Pugno, Ornela Vorpsi e Isabella Santacroce, lottano contro la società, combattono contro i pregiudizi. Se pensiamo alle fiabe tradizionali, e questo, la studiosa tiene a ribadirlo, esse contengono la formula ricorrente per cui  principessa si salva grazie ad un principe e la storia termina con un matrimonio, coronato dalla formula consueta di “e vissero tutti felici e contenti”.

Serena Vinci non porta in questo saggio le fiabe tradizionali, non porta le eroine che si salvano grazie a un uomo; dà luce alle invece, bambine/donne che si salvano da sole, contando solo su stesse e prendendo anche decisioni drastiche anche  per salvare gli altri. Come Lulù Delacroix di Isabella Santacroce, demonizzata e allontanata dalla società e perfino dai suoi genitori, per la sua non-bellezza, lontana dal modello di perfezione rappresentato dalle  sue sorelle. Lulù è una bambina che trova il suo mondo nei libri, una bambina che ‹‹affronta i pregiudizi verso di sé, proiezione introiettata da quelli esterni›› e lo fa da sola. (p. 61)

Le bambine vengono sin da piccole erotizzate e sessualizzate, ma anche demonizzate per la loro bellezza; è il caso della bambina prostituta nel romanzo di Ornela Vorpsi, Il  paese dove non si muore mai. Se nel caso di Lulù Delacroix doveva appunto conformarsi alla bellezza perfetta, qui, la bellezza è segno di malvagità, se non di “Kurveria”, presente nella società e nella cultura  albanese. Si tratta, nello specifico,

“di una forma di razzismo di genere in base al quale le bambine sono percepite come essere colmi di desiderio sessuale e fin dalla giovanissima età sono bersaglio di attenzioni erotiche non richieste, nonché di eccessivo controllo della famiglia, fobica rispetto a quelle attenzioni, ma allo stesso tempo fautrice della società che le consente” (p. 13)

Se pensiamo alle parole di  Naomi Wolf nel suo Mito della bellezza (1991) ‹‹gli uomini forti combattono per le belle donne, e le belle donne hanno più successo dal punto di vista della riproduzione›› (Mito della bellezza, p. 21),  e nel caso di Ornela Vorpsi,  alle parole di  Anilda Ibrahimi, entrambe scrittrici albanesi,  emerge un controcanto in cui la bellezza non è segno di una risorsa positiva per la donna,  ma tutt’altro. ‹‹È segno di degrado morale, ché tutte le donne belle sono ritenute sgualdrine›› (p. 15)

Serena Vinci, usando il metodo narratologico, analizzando il linguaggio, le tematiche, presente nei testi , arriva a comparare e a trovare un fil rouge: la bellezza a cui si doveva “conformare” Lulù, nel caso della Ortese con  Iguana, ci mette di fronte a  una ‹‹bellezza rovinata››;  la figura di Estrellita, incarna a mio parere, e credo che Serena Vinci ne converrebbe, l’emblema del sacrificio. Trovando la morte si è sottratta dal giogo maschile.  Serena Vinci va oltre:  si sofferma sulla bestialità dell’Iguana,  una dimensione che in qualche modo ricorre anche e nel testo di Laura Pugno Quando Verrai,  dove il corpo femminile di Eva è lacerato da una malattia della pelle; la sua deformità, specifica Serena Vinci è ‹‹una risorsa, una virtù angolare, qualcosa di positivo›› (p. 42)

Quello che ha compiuto Serena Vinci, giovane studiosa e dottoranda in Letteratura Italiana all’università di Modena e Reggio Emilia, con questo libro è quello un viaggio trasversale nel mondo delle fanciulle Selvagge,  compiuto con il coraggio  di una  prospettiva diversa sulle fiabe tradizionali, in cui, di solito, le figure femminili sono “passive” e non attive come le eroine presenti in questo saggio. Tante le connessioni che ritrovo anche nei testi dostoevskiani, zeppi di bambine e orfane violate cui viene spenta la fiaccola della luce selvaggia, spesso ritrovata a costo del sacrificio della vita.

A tal proposito mi piace anche citare un riferimento sicuro e obbligato per chiunque  si occupi del tema del selvaggio femminile, il grande classico di Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi, un libro ispirato e ispirante che attraversa tutti gli stadi della donna selvaggia e che, oltre ad essere un testo fondamentale per l’approccio psicanalitico alle fiabe, è un libro che “cura” e che ogni donna e ogni uomo dovrebbero conoscere. Sul tema del selvaggio così Serena Vinci si esprime, ricordando quanto sia importante e fondamentale recuperare questa dimensione:

“Se Selvaggio è ciò che vive – oppure è tenuto ai margini della società nell’illusione di sublimare le pulsioni inconsce e animalesche, cioè il movente profondo e primordiale delle azioni umane, la fanciulla selvaggia si sposta al di qua e al di là del confine che separa il controllo dalla libertà, il dovere dal volere” (p. 69)

 

IL MATRIARCATO SENILE: Rosso come una sposa di Anilda Ibrahimi

 

di Emilia Pietropaolo

Il titolo del romanzo dell’autrice albanese Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa, ci dà un’indicazione sul contenuto del romanzo, diretto alla condizione femminile che coinvolge  tre generazioni nel remoto villaggio di Kaltra.

La condizione femminile è oggetto di studi e letterature, solitamente legata al setting urbano, quello della Città, invece qui, il tempo e lo spazio di queste donne è racchiuso in un villaggio. Il villaggio rappresenta il luogo del folclore, delle tradizioni e soprattutto lo spazio conchiuso in sé stesso come un in cerchio.

In Rosso come una sposa di Anilda Ibrahimi,  cosi come nei romanzi dello scrittore jugoslavo Ivo Andrić, lo spazio del villaggio ha la funzione di descrivere il ruolo della donna in una situazione subalterna all’uomo, perché se in Albania vige la legge del Kanun, come si può vedere nel romanzo di Ismail Kadaré Aprile Spezzato, ai danni dell’uomo per un debito di sangue, occorre capire però cosa accade alle donne.

Il romanzo si apre con un matrimonio, dovrebbe essere un giorno di festa, invece come Ifigenia, Saba si sacrifica per la famiglia, però al contrario di Ifigenia, il suo sacrificio è consapevole, sa perfettamente a cosa sta andando incontro: al ruolo di moglie sostituta. Anilda Ibrahimi con la sua prosa scorrevole non ci priva di nessun dettaglio, anzi.

Il mese di Settembre rappresenta il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, come il mese della sofferenza di Saba che, vestita di rosso, segue con gli occhi malinconici la sua festa di matrimonio senza provare neanche a lottare contro quel sacrificio, accettato come  destino.

Saba non è la prima della famiglia a sacrificarsi, in precedenza è stata la sorella Sultana, morta di parto.  Le donne di questa famiglia si sacrificano per gli uomini ma nessuno si sacrifica per loro. Interiorizzano il loro ruolo, comprendono che il loro corpo è progettato per procreare, per dare prosperità alla famiglia e per mantenere lo stato della casa e senza ricavarci niente.

Il sacrificio si compie e si vede dal sangue ed è proprio il sangue che dona valore alla donna, la prima notte di nozze, che non diventa un momento privato e d’intimità, rappresenta invece, il momento della prova della virilità dell’uomo e della verginità della donna.

 

La mattina il lenzuolo è in cortile sotto gli occhi di tutti. Con la macchia rossa al centro come una ferita” (p.9)

 

La particolarità di questo romanzo è che è ambientato nel Novecento, quindi assistiamo all’evoluzione della condizione e del corpo  femminile nel tempo, si comincia con Saba e termina con sua nipote Dora, che cerca di cambiare il suo destino. Il destino di queste donne cambia in base all’uomo che “scelgono”.

Consideriamo il caso di  Saba: lei accetta di diventare la moglie sostituta della sorella, di di stare accanto a un uomo come Omer, un ubriacone violento, che amava la moglie Sultana (capita anche questo, a volte le donne di questa famiglia trovano anche il “vero” amore) e senza dire niente, e la sua prova di donna viene messa continuamente in discussione, a partire dal suo corpo che non è robusto, ma fragile, piccolino. La misoginia è evidente, si loda il maschio con uno sparo di fucile e si tace con la femmina.  Il fucile appeso al chiodo è il momento drammatico della vita della  donna, perché quel fucile per non ledere all’umore del marito, deve sparare.

 

Tra un maschio e l’altro capitava anche una femmina. La cosa non turbava nessuno, spesso passava inosservata. Il maschio che veniva dopo cancellava le tracce di quei parti silenziosi. Le cancellava nascendo. Le cancellavano anche gli spari del fucile con il quale il padre di casa, orgoglioso, avvertiva il paese”. (p.11)

 

Il corpo non appartiene interamente alla donna, cambia padrone, non solo si passa dal padre al marito ma diventa oggetto anche della società. Come il figlio di Bedena, sorella di Saba, Mysafir che, un giorno cede ai suoi impulsi animaleschi senza pensare alle conseguenze. Attacca la sua vicina sposata, la violenta, e per questo il marito gli taglia il naso non solo a lui ma anche alla moglie, accusandola di kurvëria (atteggiamento associato alla prostituzione).

La donna è rovinata, seppure la colpa non fosse interamente sua, a causa dell’uomo, diventa il suo corpo e la sua persona oggetto di insulti. La Kurvëria diventa, in questo romanzo, il simbolo del terrore di queste donne perché, non solo penalizza la donna, ma anche la famiglia e i parenti futuri di lei. E per questo, l’uomo non ama le figlie femmine, per questo non si festeggia la sua nascita.

La bellezza femminile parte dai capelli e dal corpo è un rituale solo per la donna, questo significa mancare alle faccende domestiche, significa suscitare invidia. È quello che succede ad Esme, la sorella di Saba; questo, probabilmente è uno dei racconti più malinconici del romanzo. La vanità femminile, se in un villaggio albanese come Kaltra, diventa oggetto d’invidia da parte delle donne, costitusice per gli uomini oggetto di kurvëria.

Esme era la sorella più bella, la sorella strana che ad ogni stagione portava sempre con sé l’ombrello, che si dedicava alla cura della sua persona a partire dal corpo facendosi la ceretta e a risciacquarsi i capelli con il limone ma soprattutto a prendersi cura delle sue figlie, spazzolando loro ogni giorno i capelli.  A causa della sua vanità, viene accusata di Kurvëria e senza neanche uno straccio di prova ma Esme accetta il suo destino in silenzio.

Esme era innamorata del marito e lui di lei ma questo non è bastato al villaggio, tramite una lettera il marito decide di ripudiare la moglie. Il ripudio suona familiare, perché non accade solo in Albania ma anche in Arabia Saudita;. Esme diventa il nome da sussurrare a bassa voce, il nome di una donna che non doveva essere menzionato, che non poteva neanche vedere le figlie, per non disonorare il loro futuro. Il ruolo della donna è in una posizione di stasi in casa e in pubblico, rispetto all’uomo, è oggetto di desiderio e di umiliazione. Però i tempi cambiano e cambiano anche le donne.

Il rosso come una sposa diventa poi nero, sinonimo di lutto. Accompagnando i tempi, le donne accompagnano il loro modo di pensare e di vestirsi e soprattutto diventano anche donne in carriera, donne che scelgono anche di non fare figli. Questo succede ad Afrodita, un’altra sorella, lei è la sorella che se ne va dal villaggio per trasferirsi nella capitale per comportarsi ‹‹alla francese››.

Afrodita in una maniera non proprio consapevole, accetta di ingoiare delle pillole anticoncezionali, solo perché il marito non accettava i figli. Ancora una volta il destino di una donna diventa destino dell’uomo.

Suddiviso in due parti, nella prima c’è la voce narrante di Saba, attraverso lei assistiamo alle sorti delle donne di quella famiglia e alla sua di sorte, che passa dall’essere una bambina solo ossa e fragile che seguiva tutti e tutto come un’ombra al diventare padrona del suo destino, diventa matriarca. Nella seconda parte, invece, la voce narrante è quella di sua nipote Dora, figlia di suo figlio Luan, quel figlio deriso da tutti perché nato biondo con gli occhi chiari.Quando una donna può cominciare a riappropriarsi del proprio destino se non del proprio corpo?

 

È lei ormai la trave che tiene la casa, quindi che piaccia o no a sua suocera Saba non è più una gallina frastornata, bensì una padrona di casa che risponde per le rime.(p.41)

 

In questo villaggio remoto di Kaltra, una donna può acquisire potere quando fa sposare i suoi figli e quando diventa anziana, infatti, le donne non vedono l’ora di arrivare a quel momento, per riappropriarsi almeno un poco del potere e di stare in una posizione di stasi. Le donne di questa famiglia cominciano a lavorare e a decidere chi sposare ma non sempre diventa una situazione facile, soprattutto nel periodo comunista.

Nikolaj Gavrilovič Černyševskij nel suo romanzo direi di formazione, Che fare? (Что делать?, 1902), per aggirare la censura inizia il romanzo facendo credere ai censori di aver scritto un romanzo che parlasse di un triangolo amoroso, tutt’altro. In quel romanzo si parla dell’emancipazione femminile, si parla dell’eroismo di Vera Pavlovna, si parla del mutamento della società russa, dal punto di vista femminile. Vera Pavlovna come Dora decide chi sposare e quando, sceglie il suo destino.

 

Voi mi chiamate sognatrice, voi volete sapere quel che io domando alla vita? Non voglio né dominare, umiliarmi, non voglio ingannare o infliggermi, non voglio guardare al giudizio altrui, né conseguire quel che altri mi suggeriscono e che a me non serve. (Che fare?, p. 40)

 

Anilda Ibrahimi in Rosso come una sposa, evidenzia la condizione femminile nel villaggio di Kaltra e lo fa senza celare alcun dettaglio, utilizza una lingua che non è la sua in uno stile diretto e senza sotterfugi, quando si parla della donna non c’è bisogno di usare un linguaggio aulico. Quel colore rosso che simboleggia la passione, in questo caso, rappresenta il tormento femminile, il matrimonio e il sacrificio.

 

“Per il potere che si acquisiva diventando suocere, spesso le donne passavano la vita aspettando con gioia d’invecchiare” (p.42)

 

 

BIBLIOGRAFIA

Anilda Ibrahimi, rosso come una sposa, Einaudi, Torino, 2008

Ivo Andrić, I tempi di Anika, Adelphi, Milano, 2006, trad. Lionello Costantini

Ismail Kadare, Aprile spezzato, La nave di Teseo, Milano, 2019, trad. Liljana Cuka Maksuti

Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, Che fare?, Garzanti, Milano, 1986, trad. Federico Verdinois

 

Ondine Valmore

 

di  Francesco Cocorullo

Marceline Junie Hyacinthe Valmore, detta Ondine, nacque a Lione il 2 novembre 1821 dalla poetessa Marceline Desbordes-Valmore e da François Lanchatin, detto Valmore, nonostante anche il letterato Henry Hyacinthe de Latouche pensasse di esserne il padre. Difficile la sua infanzia, affetta da problemi respiratori
e polmonari fin dall’età di dodici anni, verso i venti i suoi problemi si aggravarono, tanto da costringere la mamma ad inviarla a Londra da un medico che aveva un’ottima reputazione, il dottor Curie.Purtroppo, questi si rivelò un ciarlatano e la povera Ondine peggiorò rapidamente; ammalata di tubercolosi, trascorse il resto dei suoi anni tra un ricovero e l’altro in ospedali e sanatori, fino alla morte a soli 31 anni, il 12 febbraio 1853 tra le braccia della madre a Passy.

Ragazza dotata di grande talento letterario, imparò presto il latino e l’inglese, traducendo molte opere, tra cui quelle di Shakespeare; pressata dalla madre affinché si sposasse, accettò la proposta dell’avvocato Jacques Langlais. Dalle nozze nacque un figlio, che ben presto rimase orfano a causa della prematura morte di Ondine. La giovane donna ha pubblicato alcune raccolte poetiche, vivendo con una spada di Damocle sulla testa a causa della precaria salute, nei suoi versi sono molto presenti i temi dell’inverno, dell’autunno, del ciclo della vita. Ecco alcune poesie nella mia traduzione:

Addio all’infanzia

Addio miei giorni infantili, effimero paradiso!
Fiore che brucia già lo sguardo del sole,
Fonte dormiente dove ride una dolce chimera,
Addio! Fugge l’alba. Giunge il momento del risveglio!
Ho invano cercato di trattenere le tue ali
Sul mio cuore che batteva, dicendo: “Ecco il giorno!”
Ho invano cercato tra i miei giochi fedeli
Di prolungare il mio destino nel tuo calmo soggiorno;
Giunta è l’ora, addio mia primavera, selvaggio fiore;
Domani questa allegria un ricordo sarà.
Addio! Ecco l’estate; temo il temporale;
Mezzogiorno porta il fulmine, e mezzogiorno arriverà.
Autunno
Vedi questo frutto, ogni giorno più tiepido e vermiglio,
Dolcemente gonfiarsi sotto i raggi del sole!
La sua linfa ad ogni istante più ricca e feconda,
Lo riempie, diremmo, di voluttà profonda.
Sotto i fuochi d’un sole invisibile e potente,
Il nostro cuore assomiglia a questo frutto che matura,
Di succhi più abbondanti ogni giorno inebriato,
Felice di vivere, or maturato.
L’autunno giunge: il frutto si svuota e cadrà
Ma la sua buccia è viva e di germogliare chiederà.
L’età arriva, il cuore si ferma in silenzio,
Ma, per l’estate promessa, il suo seme conserverà.

La Voce

La neve da lontano copre la nuda terra;
I deserti boschi si estendono verso le nubi
I loro grandi rami che, neri e separati,
d’alcuna foglia ancora non sono adornati;
Dorme la linfa e la gemma senza forza
È per molto tempo sotto la corteccia intorpidita;
L’uragano soffia annunciando l’inverno
Che gela l’orizzonte scoperto.
Ma io sotto invisibili fiamme ho rabbrividito
Voce di primavera che muove le anime,
Quando tutto è freddo e morto intorno a noi,
Voce di primavera, o voce, da dove vieni?….
Quando in primavera
Quando in primavera la verde foglia
Prova a adornare i rami,
Quando dal seno della terra aperta
Si innalzano alberi nuovi,
Quando tutto sorride, quando tutto si rischiara,
Quando la stella tiepida e trionfante
Pare misurare la sua luce
Con la forza dell’occhio d’un infante:
Amo vedere la bambina,
fresco fiore, correre per i prati.
Amo vedere la sua corona dove brilla (sic)
I primi bottoni colorati.
Ammirare il bimbo che si è lanciato
Sotto il cielo privo di vento
Amo il Dio che ha l’infanzia ha creato
E che gli dona la primavera.

Ada Negri- La cacciatora-

 

 

 

Ritratto autografo di Ada Negri

Il nome di Ada Negri  non figura tra le scrittrici italiane  del secolo, nelle antologie scolastiche, relegata al ruolo di minore o marginale.  Un vero peccato, considerata la soave scrittura, lo spessore d’intelletto e l’originale capacità di “dipingere” un mondo femminile in trasformazione, energico e lontano dalle rappresentazioni canoniche.  All’altezza del 1920 Ada Negri scrive una breve raccolta di racconti “Le  sorelle, ritratti di donne”, oggi contenuta nella raccolta Prose, tra cui spicca un gioiello : La cacciatora.  

“Di che colore erano gli occhi della Cacciatora? Non riesco, per quanto mi ci sforzi, a ricordarmene.
Forse, azzurri. Forse, grigi. Piccoli, certo, e vaghi: non mai risolutamente fermi su una persona o una cosa: tanto da far pensare come mai ella potesse avere, cacciando, così giusta mira. Altro, di quegli occhi, non so più; mentre invece, dopo tant’anni, ho vivissima nella memoria la figura di lei. Sembrava alta, più che non fosse in realtà: era larga di spalle e di torace, forte nei fianchi e nelle gambe, ben presa nel costume maschile di velluto a coste color verde bottiglia o marrone scuro, e sotto il cappellaccio di feltro a larghe tese. Sempre in stivaloni: il fucile ad armacollo lo portava per abitudine, anche quando non andava a caccia, ma semplicemente a passeggio per la campagna.”

Sin dall’incipit, La cacciatora emerge prepotente con la sua carica fisica:  i suoi occhi, forse azzurri sono grigi, piccoli e vaghi.  Sono gli occhi di una cacciatora, di una donna che indossa vestiti maschili e si fa chiamare Eddie. Il personaggio viene presentato attraverso le fattezze fisiche, come spesso accade nella prosa ottocentesca. Qui però, avviene un rovesciamento speculare del topos della donna della tradizione letteraria (gli occhi non sono azzurri ma grigi, e l’aggettivo vaghi che appartiene alla tradizione petrarchesca, delinea una personalità sfuggente e del tutto priva dell’aura angelicata della letteratura). I colori sono utilizzati per i vestiti maschili, lontani dai tradizionali colori associati agli abiti femminili. Sono anche i colori che riprendono tradizionalmente i cromatismi del bosco in funzione mimetica. La cacciatora come creatura boschiva, selvatica.

La proposizione avversativa “mentre…invece”…segna una cesura: lo sguardo non restituisce una lettura trasparente:  altro rovesciamento del topos degli occhi come “specchio dell’anima”. La figura esteriore, dalla forma del corpo all’abbigliamento definisce lo status . Lo definisce ulteriormente la funzione espressiva dei nomi alterati: cappellaccio e stivalone che richiamano quasi grottescamente a un vestiario abbondante, logoro, quasi una divisa scelta appositamente per distinguersi. Più sopra, l’abbigliamento viene definito infatti “costume”

un ritratto della scrittrice “Ada Negri”

Una donna che travalica gli steccati delle convenzioni con naturalezza  e impone anzitempo un modello di vita e identitario che è difficile riassumere nella formula donna-uomo che la scrittrice usa risolutamente . La cacciatora è una rivoluzione in atto che attraversa – anzi fende- la tradizione dia da un punto di vista letterario che storico:  in una realtà in cui le donne erano ancora relegate in ruoli casalinghi e appartati, la Cacciatora diviene un modello assolutamente estraneo e trascinante: una sorta di ibrido maschile e femminile che partecipava e dell’una e dell’altra regione, rimanendo nella sua sfera intima una straniera assoluta, in senso camusiano.  Vi erano in lei le vestigia di  una remota femminilità che si riverberava nella capacità di ascoltare i racconti delle donne di Motta, paesino piemontese, con la sua empatia e vigoria assieme. Tutto ciò conferiva alla Cacciatora un’aura speciale , quasi di divinità decaduta:

suonava la chitarra  con mano esperta, con sentimento forte ma un po’ rigido, volutamente compresso. A vederla seduta in un angolo, con lo sguardo assente, le gambe accavallate, la testa dai capelli recisi china verso il collo dello strumento cos’ poco adatto al costume che mascherava grossolanamente  la femminile floridezza del suo corpo, destava un senso di pena, p piuttosto di curiosità turbata, malsana: anche in coloro che, come noi alla sua presenza eravamo avvezzi.

Il suo passato da donna angelicato è racchiuso in un album segreto, che mostra alle donne del paese fino allo scoperchiamento del lato di sé che aveva seppellito  e che costringe le altre donne a una feroce autoanalisi: siamo vigliacche perché Eddie è scomoda, ci interroga, ci scuote nelle fondamenta,  ci dice che dobbiamo capire.  Della bambina dei riccioli d’oro, paffuta e rassicurante, emerge una giovane con le fattezze da amazzone che si trasforma e cavalca caparbiamente i cavalli e poi la donna risoluta con fucile da caccia in spalla, puntato contro il nemico esterno, la società giudicante e anche il pensiero maschio introiettato in quelle ragazze di paese  che soffrivano per la sua deviazione ma intimamente ne ammiravano la forza. Leggere Ada Negri provoca felicità, una sensazione di pienezza, che solo le straniere assolute possono raccontare, lasciando il segno sui tempi e insegnandoci la libertà dell’essere “cuori frecce lance ridenti.”

Maria Occhipinti una donna “straniera” ovunque

 di Ivana Rinaldi

Un ritratto di Maria Occhipinti

Mi sentivo straniera in patria, perseguitata, incompresa. Allora ho cominciato a girare per il Nord Italia, per la Svizzera, Francia, Inghilterra, Marocco, Stati Uniti, Hawaji, Messico. Facevo la bambinaia, l’aiuto sarta, la pellicciaia, ho saldato le corde delle navi per vivere”.

Così si raccontava nel 1975 Maria Occhipinti al giornalista Enzo Forcella, in un filmato RAI. Animatrice del movimento Non si parte, appena venticinquenne e incinta di 5 mesi, si stese a terra davanti alle ruote di un camion militare, opponendosi alla nuova leva dei giovani siciliani, chiamati a contrastare a fianco degli Alleati l’avanzata dei nazisti al Centro Nord. Per questo, sarà incarcerata e poi confinata a Ustica, schedata a vita come sovversiva. Da questo gesto il giovane regista modicano, Luca Scivoletto, è partito per girare il documentario Con quella faccia da straniera. Eppure l’esilio in lei non assume mai il sapore di un rimpianto (Nadia Terranova).

Nella sua autobiografia Una donna di Ragusa del 1957 (I edizione Landi editore, II edizione edizione Feltrinelli 1976) e in Una donna libera edito da Sellerio nel 2004, Maria racconta la sua vita. Era un’autodidatta che non aveva pratica della scrittura ma che trovò una lingua per raccontarsi. Nel suo primo libro, la giovane nata a Ragusa racconta della su “resistenza”. Mentre a Nord i Comitati di Liberazione combattevano, in Sicilia i governi militari alleatie poi quelli del “Regno del Sud”, provavano a ricostruire una nuova convivenza. La Resistenza qui è un’altra Resistenza, le lotte per il pane, le insurrezioni contro il richiamo alle armi, le lotte contadine per la terra. Maria era povera dove i poveri erano molti ed esserlo era molto di più di una privazione materiale: uno spaesamento generale dell’anima e del corpo. (Dalla nota introduttiva di Carlo Levi alla prima edizione). Nel secondo si concentra sul quotidiano, l’ordinario di una donna libera, appunto, che rivendica il diritto alla parola, alla manifestazione e alla testimonianza, in un contesto tradizionalmente avverso alle libertà femminili. Dopo essere stata espulsa dal Partito comunista dove si batteva per i diritti delle donne, perché i moti del Non si parte venivano bollati come azioni dettati da gruppi fascisti e separatisti, tornata a casa dal confino, trovò il marito che si era legato a un’altra donna. Decise allora di lasciare la sua amata Sicilia portando con sé la sua bambina. Solo gli anarchici le aprirono la porta e figure della politica e della cultura come Gianni Grasso e la giornalista e femminista Adele Cambria.

Nel centenario della sua nascita, il 5 novembre 2021, la Società delle Letterate, in collaborazione con la Casa Internazionale delle Donne di Roma, ha voluto ricordare e diffondere la memoria di Maria Occhipinti e insieme “ la ricerca di una genealogia capace di modificare l’orizzonte politico e simbolico di un Sud ancora oggi percepito come subalterno”. A guidare l’incontro a cui hanno partecipato studiose come Elvira Federici, presidente della SIL, Adriana Chemello, Serena Todesco, e le scrittrici Maria Attanasio, Maria Rosa Cutrufelli, Gisella Modica, Nadia Terranova, è stato il tema “ Il Sud delle donne”, a partire dallo sguardo di Maria Occhipinti e dal suo orizzonte simbolico e radicale, con l’intento di ridare senso e visibilità ad altre straordinarie “madri del Sud” che dal dopoguerra ad oggi hanno messo di traverso il loro corpo contro il patriarcato, e per questo travisate o rimpicciolite dalle interpretazioni maschili.

Dice sua figlia Marilena nella nota di Una donna libera a lei dedicato: “Sappiamo poco o niente di cos’era veramente la vita delle donne quando adulterio e abbaondono del tetto coniugale erano reati, e il prete e il carabiniere prolungavano fuori casa il dominio del padre, del fratello, del marito”. Di quella zona grigia dal dopoguerra agli anni Settanta del Novecento, quando la Costituzione garantiva uguali diritti a tutti, ma costumi, tradizioni, leggi, poteri quotidiani, tenevano le donne in uno stato di sottomissione. Ne sappiamo poco perché quel potere era soprattutto sequestro di parola, di testimonianza e di memoria. E Una donna libera è l’autobiografia di un’invincibile ribelle, incapacace di concepire, prima che di sopportare un ruolo subalterno e disuguale per nascista e per sesso, la soppressione del proprio diritto di parola

La sua è una presa di parola politica e personale e riempie un vuoto, tiene a sottolineare Maria Rosa Cutrufelli al Convegno del 5 novembre. Un libro non molto letto, né accolto come doveva essere, confermando il pregiudizio che pesa su di esso. Racconta di sua madre, nata povera, vissuta povera, come lei, che non aveva mai attraversato lo Stretto di Messina, e quello di Maria è prima di tutto un attraversamento simbolico. L’accompagnano i suoi compagni anarchici; il Noi è la comunità politica di cui Maria racconta la generosità e anche le tante viltà. Narra di un’autodidatta nata in un ambiente in cui alle donne “mancava persino la forza di gemere”, diceva il siciliano Borgese. La sua vita è un eterno peregrinare: si ferma solo a Roma a causa della malattia e dove morirà nel 1996 a 75 anni. Antimilitarista sempre, manifesta contro le donne militari, raccoglie firme rivolte a Nilde Iotti, allora presidente della Camera. Negli anni Ottanta è a Comiso, a manifestare contro l’installazione dei missili. Aveva nel frattempo incontrato il femminismo. In Una donna libera fa riferimento a un convegno femminista del ’77 e scrive: “In quegli incontri non trovai l’ardore. Il femminismo romano di Effe è anemico”. Mentre lei prima di andare a dormire amava guardare le stelle. Il continuo tornare al suo vissuto è un tentativo di tornare al sé e di essere riconosciuta da sua figlia. (Gisella Modica)

Fu l’ex prete Pietro Angarano, divenuto suo compagno, e con cui rimase per sette anni, a spingerla a scrivere. Per Maria la scrittura diventa catarsi, vi è una perpetua ricerca del sé, un’estensione del suo corpo nella scrittura, un suo stare in presenza del mondo, un sapere del dolore degli altri, essere vicina agli ultimi, ci ricorda ancora Gisella Modica. Autrice anche di racconti – Il carrubo e altri racconti (1993) e di poesie. In tutta la sua produzione sono sempre presenti le origini e conservate ovunque andasse. La sua poesia, ricorda la scrittrice Maria Attanasio, non resta mai relegata al suo io, ma si fa respiro del mondo, dettate dall’urgenza del suo sguardo.  Si fondono in essa l’io e il mondo, la bellezza e la giustizia, l’impegno motivato da una forte urgenza e il sentimento. Persino la sua disobbedienza non nasce da un’occasione ma dal sentire. “Ovunque fosse nata, sarebbe stata disobbediente”.

 

Lucia Sánchez Saornil. Un’anarchica femminista nella Spagna del secolo scorso

 

di Ivana Rinaldi

Un ritratto di Lucia Sanchez Saornil

 

 

“L’archivio parla di “lei” e la fa parlare. Motivato dall’urgenza un primo gesto si impone: ritrovarla come si recupera una specie estinta, una flora sconosciuta, abbozzare il ritratto come per rimediare a una dimenticanza, consegnarne le tracce come si espone una morta”.

E’ con questa citazione di Arlette Farges, Il piacere dell’archivio, che si apre il saggio della giovane studiosa Michela Cimbalo, Ho sempre detto noi. Lucia Sánchez Saornil, femminista e anarchica nella Spagna della Guerra Civile. (Viella, 2020). La storia di questa donna è magnetica e affascinante. Militante anarchica, femminista, sindacalista, fondatrice di Mujeres Libres, attiva durante la guerra civile, poeta, intellettuale autodidatta, cantadora dell’amore libero e omesessuale. Lucia è stata tutto questo. Così vero che in un  viale del Cemeterio General di Valencia, un gruppo di donne si riunisce ogni anno con mazzi di fiori, pugni chiusi e bandiere anarchiche, intorno a una lapide di pietra grigia sulla quale è incisa la frase: “Ma è vero che la speranza è morta?”. Negli ultimi anni l’interesse verso Lucia Sánchez si è fatto sempre più vivo e ha prodotto documentari, video, studi, tra cui quello di Michela Cimbalo, un testo che non si limita a ricostruire la sua vita – nata nel 1895 e morta nel 1970 – ma anche il contesto storico e culturale della Spagna del ‘900 e in particolare la condizione delle donne spagnole che non è molto diversa da quella delle donne italiane.

Lucia nasce a Madrid da una famiglia povera in un edificio basso, altrettanto povero, posizionato in cima a una strada ripida che scende dal paseo di Embajoderes, nella periferia sud. Rimasta presto orfana di madre, si deve far carico del padre e della sorella malata, ma non smette di leggere e studiare, tanto da iniziare a scrivere poesie e pubblicarle su un modesto settimanale, e a poco più di vent’anni diventa l’unica donna dell’ ultraismo, avanguardia aperta al futurismo e al dadaismo. Della sua poesia si è occupata Rosa María Martin Casamitjana attratta, nello studiare il movimento diffuso negli anni Venti in Spagna e in Argentina da Borges, da Lucia, unica tra tanti uomini a far parte dell’ultraismo. La giovane ricorreva a uno pseudonimo maschile, Luciano De San Soar, per firmare le sue poesie. Da dove viene la scelta di firmarsi con un nome maschile? Probabilmente per ottenere credito negli ambienti letterari, ma forse anche perché Lucia era omosessuale.

Lo testimonia sin da giovane il suo abbigliamento, il taglio dei capelli, e in seguito le sue scelte sentimentali: durante il periodo dell’esilio dopo la caduta della Catalogna nel 1939, vive con Ameríca Barros, detta Mery. Lucia e Mery si erano conosciute nel 1937 e non si sono più lasciate per tutta la vita. I parenti di Mery hanno accolto Lucia come una di famiglia, anche se per molto tempo la sua omosessualità viene sottovalutata da chi la studia: perché Lucia sembra avesse sempre mantenuto una certa discrezione sulla sua vita privata. Eppure i suoi versi sono ricchi di esplicito desiderio per il corpo femminile, le piace giocare con l’identità di genere e alludere alla propria sessualità “dissidente”in un’epoca in cui l’amore tra donne era visto come una malattia o una perversione.

Negli archivi esistono tracce deboli di Lucia Sánchez, eppure, tra vecchie riviste, fonti di polizia di più paesi, volantini e produzioni cinematografiche, corrispondenze di esponenti del mondo dell’anarchismo internazionale, spuntano i tracciati delle sue molteplici attività:

“Ogni tassello che si aggiunge alla ricostruzione della sua vita apre scorci su altre storie, su vicende talvolta sconosciute, in cui micro e macro si intrecciano, ponendo nuovi interrogativi e curiosità” (MichelaCimbalo, Lucia Sánchez cit., p. 15).

Lasciata l’attività e gli ambienti letterari alla fine degli anni Venti, si dedica anima e corpo al movimento anarchico militando nella Cnt (Confederación Nacional de Trabajo), il sindacato più potente di Spagna. Tiene lezioni per i lavoratori, scrive per la stampa anarchica tanto da entrare negli anni Trenta nella redazione del quotidiano nazionale del sindacato, anche in questo caso unica nel collettivo tutto maschile. Convinta sostenitrice della necessità di un’azione rivoluzionaria che abbattesse il sistema capitalista, avversa a ogni forma di potere statuale,  riteneva, come già Alexandra Kollontay in Unione Sovietica, che per giungere a una trasformazione radicale della società andava portato avanti un profondo cambiamento del rapporto tra i sessi, bisognava sovvertire lo status quo che teneva relegate le donne in un’intollerabile posizione di subalternità.

Nei suoi scritti Lucia affronta il tema del matrimonio, critica la doppia morale mai cancellata dall’aspirazione libertaria all’amore libero, afferma che la maternità rappresenta una delle tante possibilità di scelta per le donne e non un imperativo legato al destino biologico: una tesi avversata anche negli ambienti anarchici: “Una donna senza figli è un albero senza frutti, un rosaio senza rose”, sosteneva Federica Montseny.

E da queste premesse che nel 1936 nasce Mujeres Libres fondata da Lucia Sánchez, Mercedes Camoposada e Amparo Poch, insieme a una rivista dallo stesso nome. L’organizzazione femminile non è una sezione femminile per garantirsi il voto delle donne introdotto in Spagna nel 1931, ma fortemente autonoma, conduce le sue battaglie per la libertà e pratica un femminismo proletario e di classe, senza staccarsi dai principi dell’anarchismo. L’organizzazione composta di sole donne, arriva a contare più di 20.000 aderenti . Si prefigge sia l’intento di sostenere il fronte repubblicano, sia gli esperimenti rivoluzionari e le battaglie per l’autodeterminazione delle donne, doppiamente sfruttate, come lavoratrici, e in quanto donne. Da segretaria e redattrice della rivista, Lucia conduce le sue battaglie con articoli, reportage dal fronte, programmi radio, fino a diventare nel ’37 segreteria della Società Internazionale Antifascista. Creata dalla CNT per sollecitare all’estero aiuti e solidarietà.

Nel 1939, dopo la vittoria di Franco, anche Lucia deve intraprendere insieme ad Amėrica (Mery) Barroso la via dell’esilio, in Francia dove l’aspetta l’ostilità di un governo che disperde gli esuli in vari campi di concentramento. Nel ’42, dopo la minaccia di essere deportata nella Germania nazista decide di ritornare clandestinamente in Spagna, dove lei e Mery conducono una vita di difficoltà e privazioni rischiando di continuo di essere arrestate in quanto anarchiche, repubblicane e lesbiche.

Accolte nella casa di Valencia della famiglia Barroso si guadagnano da vivere con lavori modesti, confezionando retine per capelli, lavorando per un laboratorio di fotografia, finché Mery non viene assunta al consolato argentino e Lucia si inventa pittrice di ventagli. Sono di questo ultimo periodo le sue poesie più belle che rivelano il desiderio di non arrendersi, differenti da quelle del periodo ultraista: sono in parte raccolte in un volume curato da Rosa María Martín Casamitjana (Pre-Textos, 1996) in cui emergono le paure, i dubbi, la malattia, la sconfitta, mai la negazione di tutto ciò in cui ha creduto.

Sempre ho detto “noi”.

E la parola aveva l’ampiezza del coro

suonava come un organo dai mille registri.

Noi era una moltitudine

di calde mani tese,

pane condiviso

guanciale accogliente;

era un cuore unanime:

l’intescambio di lacrime e sorriso.

Era un campo di spighe

Che il vento inclina in una sol direzione

-ogni lettera una goccia di umanità profonda –

dire “noi” era consumare un vino

Di cordialità fino all’ubriachezza.

 

Donne, guerra e resistenza. Una ricerca in movimento.

di Ivana Rinaldi

Negli anni Settanta del secolo scorso, la storiografia della Resistenza incontra la storia delle donne e  fa debuttare la memoria negli studi sulla guerra, come ci diceva Anna Bravo. In una sorta di convergenza tra campi distinti di ricerca – storia sociale – storia orale – storia di genere – l’attenzione si è concentrata sulla soggettività femminile individuando nelle donne un agente di cambiamento nel contesto delle dinamiche sociali e politiche della guerra e del dopoguerra. Si sono analizzati i singoli percorsi esistenziali in relazione al tessuto sociale di appartenenza, alla vita quotidiana, ai mutamenti di costume e di mentalità che il secondo conflitto e l’occupazione nazista hanno prodotto. Non necessariamente esse affondano le proprie radici nella dimensione politica e ideologica, ma possono anche scaturire da elementi contingenti e “privati”. Giovanni De Luna, analizzando i singoli percorsi di vita nel suo Donne in oggetto. L’antifascismo italiano (1922-1939), parla di “antifascismo esistenziale” e mostra come la scelta antifascista sia piuttosto nata da una loro diversa visione del mondo.

In un mio lontano lavoro del 1996 “ Donne e resistenza. Una rassegna bibliografica” (in Storia e problemi contemporanei, n.17, a IX, 1996), sollecitato anche dal cinquantenario della Resistenza, emergeva una gran mole di lavoro, in parte decodificato, in parte da catalogare e interpretare. Tuttavia usciva dall’ombra l’universo femminile nel contesto dell’Italia del ’43-’45 e alla luce degli studi che introducevano la categoria di resistenza civile (Sémeline in Francia, Anna Bravo e Alessandro Portelli in Italia), non necessariamente contrapposta alla resistenza armata, si è potuta individuare la presenza delle donne nel conflitto. Molte sono le partigiane riconosciute, 35.000, 2.750 vennero fucilate, solo 15 ricevettero la medaglia d’oro. Moltissime svolgono un insieme di compiti essenziali alla comunità e per la sua tutela materiale e simbolica. Poche di loro usano le armi accanto ai loro compagni, sia per una certa avversione personale, sia per i tanti tabù, gli stessi che impedirono alle donne di sfilare insieme agli uomini dopo la Liberazione. Eppure alcune rivendicarono la loro scelta di farlo, sentendosi prima patriote e poi cittadine a pieno titolo. Durante i due anni di guerra di Liberazione, donne di ogni età e di ogni ceto sociale, antifasciste, intellettuali, operaie, studentesse, volontariamente si prendono l’incarico di provvedere al trasporto di armi, munizioni, della stampa, a tenere i contatti tra le formazioni partigiane e i comandi, e si impegnano in  tutti quei lavori di cura che appartengono all’esperienza femminile: dare rifugio agli sbandati, cucinare, preparare il pane, curare i partigiani feriti, recuperare i corpi dei caduti e seppellirli.

Ci sono due raccolte di testimonianze femminili che rappresentano uno spartiacque nella ricerca. Il primo del 1976 e riedito nel 2003 con la prefazione di Anna Bravo è La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, il quale segna il passaggio da una memorialistica commemorativa, commossa, retorica, alla prima vera e propria raccolta di testimonianze di donne resistenti. Dalle memorie risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, la capacità di soffrire, il rispetto dei fatti e dei sentimenti: la generosità, la modestia, la pietà, confermando quello che già aveva intuito Pirenne: i sentimenti influenzano la sfera pubblica, come questa, a sua volta, la sfera privata. I gesti e i sentimenti. Le donne nella Resistenza bresciana del 1990, a cura di Luisa Passerini conferma pienamente questa intuizione. Il lavoro affidato a un gruppo di studiosi e studiose, indica un metodo e un approccio più complesso e raffinato costituito da una griglia per la raccolta delle memorie, dove la parola esperienza è posta a capo di ogni capitolo ad indicare che un nuovo soggetto sociale caratterizzato da una sua diversità entra in gioco nella sfera pubblica e narrativa.

La bibliografia è costituita da numerose tipologie di fonti: scritte, come biografie, diari, autobiografie, epistolari, e orali. Tra queste, potremmo inserire anche i romanzi, primo fra tutti L’ Agnese va a morire di Renata Viganò,  il romanzo di Rosa Mangini, La rivoluzione forse domani, di cui abbiamo parlato di recente su Bibliovorax, edito da Divergenze nel 2019. Tuttavia di qualunque fonte si avvalga, la scrittura sulla guerra e la resistenza ha bisogno di tradurre nell’ordine del discorso la rappresentazione di vissuti, interni e esterni. Nello scenario plurale della guerra il mutamento di attori e ruoli è un elemento caratterizzante come lo è l’andamento narrativo al cui centro si colloca una moltiplicazione delle immagini, in cui si snoda il rapporto tra pubblico e privato, ma anche quello che Luisa Passerini ha definito la dialettica tra eventi e simboli. Il procedere per immagini è in molti lavori di storia sociale il modo più efficace di rendere una memoria spezzata e radicata nel trauma. Con il potere della memoria ci si salva in mille modi: la sofferenza, la paura, vengono allontanate ricordando episodi di tipiche virtù e astuzie femminili: quando si offre un bicchiere di vino al nemico o improvvisando una tarantella per evitare che venga requisito il vino comprato al mercato nero. Qualche volta, è necessario allontanare dal racconto i sentimenti e tenerli sotto controllo, con la funzione di salvaguardare dal dolore risvegliato. La reticenza a dire di sé è ancor più forte, quando si tratta di parlare delle violenze subite sia ad opera dei tedeschi che dell’Esercito di liberazione. A questo proposito abbiamo un lavoro uscito di recente di Marinella Fiume, Le ciociare di Capizzi (Iacobelli editore, 2020), frutto di una lunga ricerca sia negli archivi, ma sopratutto attraverso le voci delle  nipoti di quelle donne che nella Sicilia orientale, raccontano le violenze subite dalle loro antenate, per opera dei Goumiers  (marocchini e nordafricani dell’esercito francese guidati dal generale Alphonse Juin), durante l’operazione militare denominata in codice Husky.

A 75 anni da quei tragici eventi, le giovani hanno contribuito a scavare fino in fondo, a fare “archeologia della memoria” per capire questa moderna tragedia femminile: “perché ricordare significa conoscere e capire e questa è una storia che si è ripetuta e si ripete in ogni secolo e in ogni angolo del mondo” (p.11). Proprio in questi casi la memoria e la scrittura assumono una valenza salvifica, facendo risuonare la voce perduta, producendo visioni e immagini cancellate. In questo movimento all’indietro, la memoria entra in contatto con ciò che la guerra non riesce a distruggere. Se in qualche modo possiamo leggere le singole memorie come espressione di soggettività, possiamo anche interpretarle come una voce corale secondo le indicazioni di Irina Ṧcerbakova che usa la categoria di ipertesto a proposito della deportazione nei gulag: “le memorie (dei lager) sono talmente omogenee, con qualche correzione di carattere geografico e temporale che sembrano quasi perdersi in un unico ipertesto”.

Il discorso vale per le fonti orali, diversi sono gli scritti. Tra  di essi meritano un’attenzione particolare il Diario partigiano di Ada Gobetti, Pagine dal diario di Alba de Cespedés, Dal mio diario di Sibilla Aleramo, In guerra si muore di Anna Garofalo. Tale forma di espressione era riservata per lo più alle intellettuali e antifasciste politicizzate. I pochi testi, divulgati nel dopoguerra erano giunti alla pubblicazione in base a criteri di “rilevanza e dicibilità”. Lo stesso si può dire per gli scritti posteriori: Rivoluzionaria professionale di Teresa Noce (1974) o Un nocciolo di verità di Felicita Ferrero (1978). A testimonianza del rinnovato interesse per il tema abbiamo un recente libro della giornalista inglese Caroline Moorehead, La casa in montagna. Storia di quattro partigiane, in origine The Women who liberated Italy from Fascism, edito in Italia da Bollati Boringhieri nella traduzione di Bianca Bertola e Giuliana  Oliviero. Il sottotitolo “quattro partigiane” fa riferimento a Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Silvia Pons, Frida Malan, fili portanti della narrazione. Un libro che ha il merito di far conoscere all’estero un aspetto della guerra a lungo taciuta dagli Alleati, e in Italia, di aprire nuovi sguardi narrativi e di contribuire a cambiare il modo in cui il nostro Paese ha raccontato se stesso. Allo stesso modo, ma non esente da polemiche politiche, il libro di Rossella Pace, Partigiane liberali (Rubettino, 2020).

Con un’attenta analisi di fonti private e d’archivio, l’autrice ricostruisce la partecipazione delle donne liberali alla resistenza, che si realizza nel reperimento di rifugi e di vettovaglie, in lavori di segreteria. Vengono alla luce figure come Cristina Casano che a Roma raccolse attorno a sé numerosi personaggi dell’antifascismo, Mimmina Brichetto, Maria Giulia Cardini, Marcella Ubertelli, Lelia Ricci. Molte di loro ruotano attorno all’organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. Rossella Pace ci dice che queste donne cresciute nei salotti aristocratici scelsero di stare dalla parte della patria, senza nessun dubbio. Lo fecero per lo più con azione ascrivibili alla resistenza civile. Decisero di non prendere armi, ma di appoggiare la resistenza armata. Secondo l’autrice alla fine della guerra,  con l’emergere dei partiti di massa, le liberali finirono nel dimenticaio della Storia.

Ben vengano dunque nuovi studi e ricerche che ampliano il campo della storiografia sull’argomento. Non abbiamo bisogno di opere imbellettate, né agiografiche, né di liturgia, ma l’esigenza di ricostruire i fatti superando gli scontri del dibattito politico.

 

Gramsci e le donne di Noemi Ghetti. Un triplice sguardo tra politica, sentimenti, eros.

di Ivana Rinaldi

Noemi Ghetti con il saggio, Gramsci e le donne. Gli affetti, gli amori, le idee, Donzelli, Roma, 2020 si conferma attenta studiosa di Gramsci:  Gramsci nel cieco carcere degli ereteci, L’Asino d’oro, 2014; La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra amori e politica 1922-1924, Donzelli, 2016. Qui l’autrice esamina un documento minore, che svela la complessa vita sentimentale e l’intreccio di vita e d’amore con le tre sorelle Schucht, Eugenia, Giulia e Tatiana. É notte inoltrata, quel 16 ottobre 1922, quando scrive da Ivanovo-Voznesensk, importante centro tessile a duecentocinquanta chilometri da Mosca, a Eugenia, ricoverata nel sanitorio di Serebriani Bor, lo stesso in cui Antonio è stato curato durante l’estate. Nei mesi precedenti tra i due è nata una storia, ma quella sera a scrivere a Eugenia, Gramsci non è solo. Con lui si trova Julka, sorella di Eugenia, la bella violinista che ha incontrato a settembre proprio a Serebriani. Per entrambi è stato un colpo di fulmine, che nei mesi successivi ha dovuto fare i conti con le gelosie di Eugenia. Trovatosi poco più che trentenne al centro di questo complicato triangolo amoroso, Gramsci si rivela autoironico e allusivo, passionale e spregiudicato, nel tenere le fila del triangolo.

Nel ripercorrere il rapporto di Gramsci con le “sue” donne, prima le “donne di casa”, poi con le compagne del biennio rosso, Camilla, Ravera, Rita Montagnana, Teresa Noce; con le grandi protagoniste rivoluzionarie del Novecento, Clara Zetkin, Alexandra  Kollontaj, Inessa Armand, Rosa Luxemburg e infine con Pia Carena, suo primo amore torinese,  e le sorelle Schucht, Noemi Ghetti ci offre uno sguardo appassionato e partecipe di quello che è stato il complesso rapporto di Gramsci con le donne, ma anche la sua attenzione per la “questione femminile”. L’autrice analizza inoltre il complesso rapporto di queste donne con i loro compagni di partito. Già dalla fine degli anni Sessanta è emersa con forza non solo tra gli intellettuali di sinistra la necessità di rileggere il corso della Storia partendo dalla parola d’ordine femminista: “il personale è politico”. Sono i movimenti giovanili ma soprattutto le femministe degli anni Settanta a porre  la necessità di nuovi costumi e la messa in discussione delle forme classiche della militanza e della lotta politica. Nel 1976, Adele Cambria pubblicò Amore e rivoluzione. Tre sorelle per un rivoluzionario: le lettere inedite della moglie e delle cognate di Antonio Gramsci, (SugarCo, 1976) a cui rispose Andrea Righi, Non ci sono risposte compagno Gramsci, non ancora alle tue domande. Soggettività e differenza sessuale: un dialogo tra Adele Cambria e Antonio Gramsci. (Carte italiane, II, 4, 2008).

Tornando al testo di Ghetti, è evidente che la studiosa ha seguito il legame stretto tra  privato e politico con un criterio filologico non sempre lineare, tuttavia interessante. La vita privata e politica  di Gramsci viene ricostruita attraverso la sua corrispondenza, Le lettere dal Carcere, di cui Einaudi ha appena riproposto una nuova edizione ampliata, ma ancora aperta, a cura di Francesco Giasi , una recensione del dramma teatrale di Ibsen, Casa di bambola, pubblicata nell’Avanti! Il 22 marzo 1917, e quanto il pensatore scrisse nei Quaderni a proposito della “Quistione sessuale”, ovvero della necessità di una nuova identità femminile, intimamente libera da schiavitù arcaiche e da condizionamenti culturali. Nelle pagine fitte di citazioni le voci e le fisionomie si articolano seguendo la biografia del fondatore del PC d’It. E così si incontrano la madre e le sorelle nella natia Ales; il primo amore amore torinese, Pia Carena: sarà lei a fargli conoscere gli scritti di Roman Rolland da cui è tratto il concetto del “Pessimismo della ragione, ottimismo della volonta”. Si scoprono a Torino Camilla Ravera, Rita Montagnana, Teresa Noce: è la stagione di una Torino inquieta, segnata dalle lotte operaie del “biennio rosso” ( 1919-20).  In famiglia, in amore, in politica, dalle origine sarde al biennio rosso, attraverso l’esperienza nell’Urss, poi a Vienna, a Roma, fino alla lunga detenzione dal 1926 al 1937, data della sua morte, le donne furone destinatarie delle sue lettere. Mi sono soffermata a lungo su queste, che fossero indirizzate alla mamma, alle sorelle, alle sue compagne di partito, alle tre sorelle russe, e in ognuna ho trovato il nucleo intimo e profondo di un uomo, prima che politico e rivoluzionario, che ha sempre cercata il dialogo con l’Altra. Dapprima con le compagne di partito italiane, poi con le rivoluzionarie Clara Zetkin e Alexandra Kollontay, sempre in conflitto con Lenin sulla questione femminile. Per il capo della Rivoluzione, specialmente dopo la NEP, le voci femminili che si pronunciavano contro il patriarcato andavano messe a tacere: “Il libero rapporto tra i sessi deconcentrava e disperdeva le energie, che invece andavano indirizzate alla “causa rivoluzionaria”. Tutte loro, invece, insieme alle/agli artisti, agli operai, rivendicavano le aspirazioni da cui era nata la rivoluzione.

Sono commoventi e piene di gratitudine le lettere di Gramsci alla madre, percorse da amore filiale, come intense sono quelle indirizzate alla sua amata Julka:

Ricordi quando sei ripartita dal bosco d’argento? Io ti ho ti accompagnato fino all’orlo della strada maestra e sono rimasto a lungo a vederti allontanare. C’eravamo appena conosciuti, ma io ti avevo fatto già parecchi dispetti e ti avevo fatto anche piangere; ti avevo canzonato col comizio dei gufi, così ti vedo sempre mentre ti allontani a passi brevi, col violino in una mano e nell’altra la borsa da viaggio”.

Intrise di nostalgia e desiderio:

Sento la tua assenza, sento un grande vuoto intorno a me”.

E di dubbi:

“Che Julka sia stata solo finora un’agente della Cekà inviata per saggiare la mia compatibilità?”

Gli stessi dubbi che in qualche modo ripercorrono il rapporto con Tatiana, l’ultima delle sorelle Schucht. Si chiede Enzo Bettiza, studioso dell’Unione Sovietica: “Tatiana è l’unica che lo ha veramente amato, o era stata solo una spia sovietica, un “poliziotta amorosa”, nel ruolo di funzionaria dell’ambasciata sovietica italiana, con il compito di sorvegliare i movimenti, i sospiri, e i respiri di un uomo-simbolo, in odore di eresia, ormai fortemente schierato nel contenzioso che vedeva Stalin contro tutta la vecchia guardia leninista?” Rimasta a vivere a Roma, Gramsci strinse un rapporto d’affetto e di stima intellettuale con lei. L’unica che gli rimase vicina nei suoi anni di carcere, il tramite col mondo esterno, anche con Giulia, ormai malata, con il suo equilibrio instabile, creatura lunare, incapace di realizzare che il ruolo di moglie di Gramsci non è adatto alla sua personalità. Tatiana è inoltre colei che fece conoscere i Quaderni al mondo.

Sono veramente pochi i momenti trascorsi insieme da Giulia e Antonio. Dalla loro unione nascono Delio e Giuliano, rispettivamente il 10 agosto 1924 e il 30 agosto 1926 nella lontana Unione Sovietica, mentre Gramsci è a Roma e avrà occasione di vedere solo Delio nel 1925. Sulla scena politica italiana incombe la catastrofe e Gramsci viene accusato di voler sovvertire lo stato. Non sostenuto dai suoi compagni di partito, primo fra gli altri Togliatti,  viene arrestato, poi mandato al confino, infine a San Vittore e poi a Roma dove morì, ormai ridotto a “morto vivente” in una clinica privata,il 27 aprile 1937. Al funerale non andò nessuno tranne Tatiana e la polizia fascista. Gramsci, prima della sua morte si era reso conto di essere un uomo solo e di non essere desiderato da nessuna parte, non a Mosca dov’era sua moglie Julka, ormai ombra vagante da un manicomio all’altro, né dai figli fagocitati dal regime sovietico, né dagli ex compagni della prima ora rivoluzionaria; non a Ghilarza dove si era stabilita la sua famiglia d’origine, le sue sorelle, ma non più l’adorata mamma Peppina.

Durante gli anni del carcere, con la sua originale sensibilità Gramsci affina la questione sessuale, di cui si erano occupate a lungo e in conflitto con i dirigenti uomini, le rivoluzionarie Zetkin. Luxemburg e specialmente Alexandra Kollontay (mi permetto di rimandare a un mio scritto in Leggendaria, n. 137, novembre, 2018), la quale da sempre si era occupata della relazione tra i sessi, ponendosi in conflitto con Lenin e con altri esponenti del PCUS. In Largo all’Eros alato, una lettera rivolta alla gioventù, Kollontai smaschera “ il nucleo inconfessabile della rivoluzione sovietica”. Non vi sarebbe mai stata una rivoluzione politica-economica, senza passare per quella culturale e morale. Uno scardinamento del rapporto tra i sessi che nessuna rivoluzione socialista avrebbe garantito.

Nelle pagine finali del libro, Noemi Ghetti ricorda una poesia di Nazim Hikmet, costretto in esilio in Unione Sovietica: “Sono cent’anni che non ho visto il tuo viso”. Quando venne scritta questa poesia erano passati, nota l’autrice, quasi cento anni dalla pubblicazone del primo libro del Capitale di Marx. Nel non riconoscimento dei rapporti d’amore e dell’identità della donna, sta il campo oltre il quale il marxismo non seppe spingersi. Donne, bambini, artisti, continuavano ad essere negati, mentre sarebbe stato necessario “per sottrarli al dominio invisibile costruito sull’antinomia tra cultura e natura, tra razionale e irrazionale, ricomporre la scissione tra corpo e anima, l’inizio del tempo di ogni essere umano”. Gli artisti non avevano mai cessato di invocare l’irrazionalità dell’amore. Nel 1959, il regista Grigorij  Čuchrai racconta nella Ballata di un soldato la struggente bellezza di una storia d’amore, interrotta dalle ragioni maschili dell’ideologia, della politica, della dittatura, della guerra.

 

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.