NOTE COMPARATIVE SULLE NEOLINGUE DI D’ARRIGO E CAMILLERI

di Marco Trainito 

La letteratura italiana novecentesca ha visto emergere sperimentazioni linguistiche di grande rilievo, tra cui spiccano i casi di Stefano D’Arrigo e Andrea Camilleri, autori che hanno sviluppato codici espressivi originalissimi nei rispettivi romanzi. D’Arrigo (1919-1992), con il suo Horcynus Orca (1975), ha forgiato una lingua letteraria sui generis, intrecciando italiano, dialetti e neologismi in una tessitura complessa e senza precedenti. Camilleri (1925-2019), dal canto suo, ha elaborato nelle sue opere – in particolare nei romanzi storici e in quelli del ciclo di Montalbano – un idioletto narrativo ibrido basato sull’italiano regionale siciliano, divenuto la sua cifra stilistica inconfondibile.

La lingua letteraria di Stefano DArrigo

La novità di Horcynus Orca risiede primariamente nella sua eccezionale sperimentazione linguistica: D’Arrigo vi ha letteralmente inventato una nuova lingua, portandola a capacità espressive peculiari. Questa iper-lingua darrighiana si presenta come un amalgama assolutamente originale e unitario. L’autore attinge a piene mani da molteplici stratificazioni idiomatiche: dal dialetto siciliano (in particolare delle zone dello Stretto di Messina) fino ad arcaismi e termini di alto registro letterario, senza trascurare neologismi coniati per l’occasione.

Significativamente, D’Arrigo non rinunciò ad alcun materiale linguistico disponibile, convinto che i luoghi della sua narrazione fossero un crocevia vivo delle lingue del mondo. Ne risulta una lingua romanzesca polimorfa ma coerente, densa e autosufficiente, in cui i diversi livelli (dialetto, italiano comune, lingua colta, invenzioni lessicali) si fondono in un continuum inscindibile. In altri termini, la lingua del romanzo è un tutt’uno, molto più della somma delle sue parti, e non consente agevoli distinzioni interne.

Un aspetto importante del linguaggio darrighiano è la sua impermeabilità: l’autore lo concepisce come un codice integrale che il lettore deve decifrare senza ausili estrinseci. Convinto della natura autonoma del proprio idioma narrativo, lo scrittore si oppose recisamente all’idea di apparire come un autore che utilizza il dialetto in modo occasionale o folklorico: in Horcynus Orca il dialetto è parte organica e inscindibile della lingua dell’opera. Continua a leggere