Il “pedinamento del reale”- Intervista a Laura Bispuri –

Laura Bispuri in un ritratto del fratello Valerio

di Annachiara Monaco 

Parlare del cinema di Laura Bispuri vuol dire, innanzitutto, confrontarsi con una tipologia di essere umano che vive secondo una non convenzionalità necessaria. C’è sempre un soggetto che si ribella a uno stato delle cose che esiste e che, in quanto tale, può essere messo in discussione. Il lavoro di sottrazione di Bispuri non va mai a intaccare lo spazio, ma mira a creare una dimensione all’interno della quale l’essere umano possa fare esperienza di una vita che viene seguita, attuando un “pedinamento del reale” volto a lasciare respiro. Dunque, all’interno di questa breve intervista, ho avuto la possibilità di confrontarmi con un bagaglio umano e audiovisivo che mi ha consentito di poter comprendere un’ulteriore sfaccettatura dell’essere umano: quest’ultimo è tale anche perché funge da vero e proprio punto di appoggio e partenza per una tipologia nuova di narrazione.

 

1 – Gentile Laura, vorrei iniziare la nostra intervista ponendole una domanda che mi ha guidata nella visione della sua filmografia: che cosa è e chi è la donna per lei? Ho pensato di strutturare la domanda partendo dal “cosa” per, poi, approdare al “chi”, poiché nei suoi lavori c’è una grande tangibilità che, respirando, si riconosce come identità. Questo processo è affidato a una figura che è donna, senza la necessità di affermarlo ad alta voce. Lei cosa ne pensa?

Credo che la donna per me sia innanzitutto un corpo in relazione con il mondo. Un corpo nel senso più ampio, qualcosa che sente, che reagisce, che cambia, che si lascia toccare e al tempo stesso resiste. Per questo partire dal “cosa” mi sembra molto giusto. Prima ancora di definire un’identità, nei miei film cerco una presenza. Una fisicità che respira, che esiste nello spazio, che porta con sé un’energia. È da quella tangibilità che nasce poi il “chi”: l’individuo, il suo mistero, le sue contraddizioni. Non ho mai sentito la necessità di dichiarare qualcosa sulla donna in modo programmatico. Mi interessa seguirla, ascoltarla, guardarla mentre attraversa un percorso che spesso è fatto di trasformazione, di scarti, di passaggi intimi e profondi. Le mie protagoniste sono donne, sì, ma non perché io voglia affermare un manifesto. Lo sono perché nel mio immaginario la loro identità complessa e cangiante è il luogo in cui si accendono storie che mi piacciono. La loro forza è un movimento interiore che trova forma nel gesto, nel ritmo, nel respiro. Quindi, sì, sono d’accordo, nei miei film la donna non ha bisogno di essere nominata per esserci. È un presupposto vivente. È una materia pulsante che, film dopo film, mi permette di interrogare la libertà, la trasformazione, l’appartenenza e il desiderio.

 

2 – La sua forma di scrittura per immagini è in grado di creare spazio, soprattutto all’interno di forme di visione compatte, come quella del cortometraggio. Che valore espressivo e didascalico gli affida e se e in che modo ha influenzato la struttura dei suoi lungometraggi? Continua a leggere

In dialogo con Annachiara Biancardino. La Resistenza nella letteratura d’autrice: una questione privatissima (?)

 

 

Intervista a cura di Serena Vinci

– Allindomani della Liberazione, nel periodo che va allincirca dal 1945 ai primi anni Cinquanta, tra le file dellesercito partigiano si diffonde una sorta di pulsione di narrazione, unurgenza di raccontare la guerra civile che si estende ben oltre il mondo intellettuale, contagiando anche chi, fino a quel momento, non aveva intrattenuto rapporti di familiarità con la cultura letteraria. È la grande stagione della memorialistica partigiana». Lo storytelling attorno ai fatti della Seconda Guerra Mondiale è davvero tentacolare, direi in tutto il mondo occidentale, con una preferenza per le (auto)biografie e i memoir che ripercorrono il “farsi partigiani”, come nei diari di Ada Prospero e negli stralci di quotidianità di Gina Lagorio. Quali sono a tuo parere le ragioni di questo desiderio di convidere il racconto, in particolare da parte delle “tue” scrittrici?

 

Il desiderio di raccontare, che si diffonde a ridosso della Liberazione come una vera e propria febbre di scrittura, ha ovviamente diverse ragioni, ma nel caso delle donne – delle “mie” scrittrici – credo assuma una sfumatura ulteriore: non si tratta solo di ripercorrere un’esperienza straordinaria, ma anche di rivendicare il proprio spazio all’interno di una narrazione pubblica da cui si è state escluse. In altre parole, di testimoniare la propria verità.

E poi c’è un altro elemento altrettanto profondo: la scrittura, per molte di loro, è anche un modo per ricucire una ferita. La guerra civile lascia uno strappo – nella vita, nei legami, nella percezione del futuro – e raccontarla significa anche tentare una forma di guarigione, personale e collettiva. Lo si vede bene nella memorialistica di Ada Prospero e Gina Lagorio: nelle loro opere le autrici non si limitano al resoconto degli eventi, loro scrivono per far durare la lotta, far resistere la Resistenza; certo per trasmetterne il senso, ma anche per tenere in vita, attraverso il racconto, le persone e i valori perduti. 

 

– Come fai notare tu, «la produzione delle donne si colloca in una posizione di frontiera: da un lato, contribuisce a tramandare una memoria indispensabile per la nostra identità nazionale, dallaltro, la rielabora criticamente, denunciando le disuguaglianze (in primis di genere) che la caratterizzano». Quali sono, se ci sono, le differenze sostanziali tra le scritture partigiane femminili e quelle maschili? 

Ci sono di sicuro delle tendenze comuni che appartengono alla scrittura d’autrice, delle peculiarità che distinguono questo corpus dalla produzione ‘canonica’. In quest’ottica, non mi interessava tanto aggiungere altri nomi a una lista di titoli consigliabili, quanto scoprire nuovi aspetti della Resistenza che possano aiutarci a comprenderla meglio nella sua complessità, anche quando questo equivale a risemantizzarla. 

Le donne che scrivono la Resistenza, infatti, non si limitano a registrare i fatti, ma ne rielaborano il senso: spesso resistono anche alla retorica della Resistenza. All’epica celebrativa, si oppongono raccontando l’esperienza resistenziale attraverso frammenti di quotidianità, legami affettivi, dubbi e momenti di paura, mostrando come anche l’immobilità, il silenzio, la rinuncia possano essere forme di scelta.

Un altro tratto distintivo è la tendenza a una narrazione corale. Le scrittrici non pongono al centro solo sé stesse: anzi, spesso decentrano la propria voce per raccontare gli altri e le altre. Le loro opere diventano spazi di testimonianza in cui la memoria è condivisa e non gerarchica. In questo senso, le scritture partigiane d’autrice non solo integrano la memoria nazionale, ma la risignificano, introducendo un paradigma in cui la resistenza non è solo un atto eroico, ma una pratica diffusa, quotidiana, talvolta silenziosa (e per questo ancora più pervasiva e radicale).

 

– Il partigianato è una scelta, soprattutto per le donne, che si muovo non come Penelope nello spazio casalingo dell’attesa, ma piuttosto come Pentesilea, che si arma per prendere parte alla battaglia tra Ettore e Achille. È ciò che sceglie di fare l’Agnese di Viganò, per la quale «lo spazio di cura lasciato vuoto dalla scomparsa dellamato marito Palita viene riempito dai compagni». Sembra dunque che l’attivismo sia il modo di reagire alla perdita, invece di portare il nero a vita. È così? 

 

Sì, è proprio così. L’attivismo partigiano per molte donne non nasce solo da un’adesione ideologica, ma è una risposta radicale alla perdita, un modo di trasformare la passività del lutto in azione. L’Agnese di Renata Viganò è un esempio emblematico: non si limita a sopravvivere alla scomparsa del marito, si rigenera nella militanza. Lo fa a partire dalle le sue competenze quotidiane – cucinare, accudire, proteggere – che sposta su un piano pubblico, politico, condiviso, per poi abbracciare anche l’ideologia della lotta. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una forma di resistenza tutta femminile che trasforma il lutto in impegno, la vulnerabilità in forza. Come scrivi giustamente tu, non è Penelope che aspetta: è Pentesilea che combatte. E non lo fa nonostante il dolore, ma a partire da esso. 

 

– «Quello della amante del nemico’ è un personaggio molto presente nella letteratura resistenziale dautrice». La letteratura sulla Resistenza ha costruito e decostruito diversi stereotipi sulle partigiane: la staffetta mascolina, la combattente armata, in opposizione ai cliché delleducazione fascista, dalla madre casta alla femme fatale. Tu ne fai una descrizione molto materica, parli dei corpi di queste figure femminili, dei loro gesti fino ai loro scarti, all’urina. Mi hai ricordato le descrizioni di Curzio Malaparte in La pelle. Come si pongo le tue scrittrici in relazione a questi stereotipi?

È una suggestione molto interessante quella di Malaparte – e in effetti alcune opere analizzate nascono anche dal desiderio di ‘sporcare’ la narrazione resistenziale, di riportarla alla terra, nel corpo, nel gesto, nel sangue, nel sudore. Le “mie” scrittrici non rimuovono mai la fisicità della guerra: semmai, la abitano, la attraversano. E lo fanno non per creare uno stereotipo alternativo –l’eroina in armi – ma per sfuggire a tutte le immagini precostituite.

Le partigiane raccontate da Ada Prospero, Gina Lagorio, Renata Viganò sono donne vive, imperfette, contraddittorie, a volte eroiche, a volte spaventate, capaci di cura ma anche di rabbia, di desiderio, di odio. La staffetta non è un simbolo, è una ragazza che urina dalla paura in una galleria, che inciampa nella corsa. E anche la madre non è solo nutriente e accogliente, può essere lucida fino a diventare talvolta spietata.

 

– «Sono innumerevoli i modi in cui una donna può sentirsi madre e rivelarsi materna». Vorrei che ci soffermassimo su una rappresentazione chiave della figura femminile resistenziale, quella della mater dolorosa, che la storiografia ricostruisce come «maternage di massa». Adriana Cavarero ha descritto alcune icone dell’ipermaterno in Donne che allattano cuccioli di lupo. Nella vita delle resistenti, è dunque così importante riuscire a percepirsi madri?

 

È una domanda delicata, perché tocca una delle immagini più ambigue e affascinanti della Resistenza femminile. La figura della mater dolorosa è potentissima: da un lato restituisce tutta la forza di chi cura, accoglie, protegge – persino a costo della propria vita –; dall’altro rischia, se assolutizzata, di rinchiudere di nuovo le donne in un destino biologico, in un paradigma sacrificale che perpetua la subordinazione.

E invece, per molte partigiane, sentirsi madri non significava riprodurre un ruolo imposto. Prendersi cura di un compagno ferito, nascondere un ricercato, sfamare una banda intera era un modo per dire: io esisto, io agisco, io lotto. È un maternage che si politicizza, che esce dal privato per diventare gesto rivoluzionario.

Cavarero, in Donne che allattano cuccioli di lupo, ci mostra anche come l’ipermaterno vada ricondotto a una dimensione liminale. Nelle scrittrici resistenziali c’è qualcosa di simile: la madre non è mai uno stereotipo, ma una figura capace di contenere – e accogliere – moltitudini. 

 

– Mi piace molto il tema dell’amicizia femminile che attraversa i romanzi di cui parli. La particolare solidarietà che scaturisce dal desiderio di essere modello l’una per l’altra è molto delicata e forte al tempo stesso, in quanto manifestazione di lotta al patriarcato. Se la famiglia è allora quella «che si sceglie e che si costruisce a immagine e somiglianza delle proprie affinità e dei propri valori, e che forse proprio in virtù di questo può rivelarsi più resistente agli urti della vita dei legami di sangue», possiamo in qualche modo individuare una forma di militanza queer, ante litteram sicuramente, tra le fila delle resistenti? 

Mi piace molto questo spunto. In effetti, le “mie” scrittrici mettono spesso in scena un modo radicalmente altro di vivere i legami, i ruoli, i corpi, che eccede il modello eteronormato. In questo senso, sì, si potrebbe anche parlare di militanza queer ante litteram.

Pensiamo alla scelta di rompere con la famiglia tradizionale per creare una comunità resistente, fondata su affinità elettive e cura reciproca. O alla sorellanza che attraversa i testi: non è solo solidarietà tra donne, è un desiderio di rispecchiamento, di riconoscimento, di alleanza che ha qualcosa di intensamente erotico – nel senso etimologico del termine, come forza di attrazione e di creazione. E nella letteratura questa tensione emerge in filigrana, nei silenzi, nei gesti, nei dettagli.

Credo che il vero gesto queer sia proprio questo: il desiderio di sottrarsi al destino scritto, scartare rispetto alle attese di genere, scegliere chi essere e con chi essere. È quello che fanno tante partigiane. Non è un caso se nei testi resistenziali i legami nati nella clandestinità – anche solo amicali – sono rappresentati come assoluti, fondanti, trasformativi, mentre quelli più tradizionali sono spesso corrosi dall’interno, attraverso l’ironia di chi scrive.

 

– Giustamente ricordi a chi legge che il tuo saggio non ha «una pretesa di esaustività, di porsi come un canone», ma affronta solo una selezione delle possibili scritture femminili legate in vario modo alla Resistenza. Mi vengono in mente per esempio Benedetta Tobagi, per restare nella letteratura cosiddetta circostante, oppure a Fausta Cialente e Joyce Lussu. 

Come hai selezionato le autrici? Stai pensando a un secondo volume in cui includere le altre eventuali scrittrici rimaste fuori da questa trattazione?

 

È vero, lo dico chiaramente sin dall’introduzione: Scritture partigiane non vuole essere un canone, ma un viaggio soggettivo, parziale e al tempo stesso affettivo. E sì, certo, ci sono state esclusioni dolorose. Penso proprio come te a Joyce Lussu, figura straordinaria e difficilissima da incasellare, o ad autrici meno note ma altrettanto interessanti. 

In effetti sto sentendo più di quanto avevo previsto il desiderio di occuparmi di altre scrittrici partigiane. Non so ancora se questo desiderio si concretizzerà mai e in quale forma. Però, in fondo, la Resistenza è un inizio, non una fine. E anche il mio libro vorrei che fosse letto così: come un piccolo timido passo in una direzione ancora tutta da esplorare.

 

– Il libro è scorrevole e bello da leggere, come fosse un romanzo corale, eppure risponde appieno alla funzionalità critica e didattica che tu ti sei posta come obiettivo.  Ti sei ispirata ad altri studiosi o studiose per la struttura del saggio e per il tipo di analisi che hai condotto sui testi? Cosa consiglieresti come lettura ulteriore a quei ragazzi e quelle ragazze che, per abitudine o per scelta, usano la parola resilienza con più facilità che resistenza? 

Ti ringrazio molto, perché questo è forse il complimento più bello: che un saggio nasca da uno studio rigoroso, ma si legga agevolmente come un testo di narrativa, è esattamente ciò che desideravo ottenere. La mia ambizione era coniugare l’imprescindibile rigore nello studio all’accessibilità della forma per permettere anche a lettrici e lettori meno esperti (per esempio alle ragazze che cito nella Dedica) di entrare in dialogo con storie e parole che ci riguardano.

Quanto ai riferimenti, sì, ci sono moltissime autrici che mi hanno accompagnata silenziosamente lungo tutto il percorso. Se devo sceglierne una, faccio il nome di Benedetta Tobagi, perché le sono in buona parte debitrice per l’ispirazione. Dopo aver letto il suo meraviglioso La Resistenza delle donne mi sono chiesta se esistessero dei testi centrati sugli stessi contenuti ma interni alla dimensione  della critica letteraria, e da lì è partito il mio percorso.

 

– Una delle scrittrici cui hai dedicato il saggio è Ada Prospero, nota come Ada Gobetti, cioè con il cognome del marito, Piero Gobetti. Tu sei direttrice editoriale della casa editrice Les Flâneurs e in particolare curi la collana Le innominate, dedicata alle donne la cui attività intellettuale è stata – per così dire – oscurata dalla luce degli uomini che avevano accanto, la cui celebrità è stata invece favorita dall’habitus culturale. Credo che per ognuna di loro valga la tua chiosa «resistere non serve a niente. Spesso non è utile. Eppure, per fortuna, per qualcuna e qualcuno è necessario». Quanto ti è stata utile questo tipo di esperienza nell’ideare e poi nello scrivere Scritture partigiane? Affermi che nella tua esperienza sul campo con autori e autrici, hai imparato che «c’è chi scrive per scoprire e c’è chi scrive per scavare». Tu che tipo di scrittrice sei?

Devo subito precisare che non sono una scrittrice: sono una grande amante dei libri degli altri (e delle altre soprattutto). Ma questa domanda mi commuove, perché tocca un mio nodo profondo. Scritture partigiane nasce sì da uno studio letterario, ma anche da un’urgenza biografica. Per me, raccontare le partigiane è stato un modo per parlare anche di tante donne vissute nell’ombra della storia. Ho imparato che esiste una forma di resistenza sotterranea, quotidiana, che forse non fa notizia ma lascia traccia. 

Ada Prospero, ad esempio, che pure fu un’intellettuale straordinaria e un’attivista politica lucidissima, viene ancora oggi ricordata più spesso come la moglie di Gobetti. Ma la sua opera pedagogica, letteraria, partigiana è una costellazione complessa e autonoma, che ho sentito necessario riportare in primo piano. Lei è un’innominata per eccellenza.

 

– Ci ricordi che a partire dallultimo decennio del Novecento inizia a emergere il genere dalla postmemory che «fa riferimento alla risposta delle generazioni successive ai traumi personali e collettivi raccontati dai sopravvissuti». A questa categoria appartengono il romanzo/fiaba di Baldelli con la protagonista cinquenne, la staffetta adolescente di Soriga, le due protagonista di Verna. In che modo secondo te «raccontare il passato per parlare della violenza del presente»  può essere davvero una strategia incisiva e vincente? 

 È una strategia potente proprio perché non si limita alla commemorazione, ma trasforma la memoria in materia viva, politica, attuale. I romanzi della postmemory (come quelli di Baldelli, Soriga e Verna) non si accontentano di raccontare ciò che è stato, ma si chiedono cosa resta, cosa risuonacosa può ancora far male o guarire oggi. E in questo senso parlare della Resistenza non è solo un esercizio storico, è un gesto di alleanza intergenerazionale.

Raccontare il passato per parlare del presente significa mettere in scena il trauma non come evento concluso, ma come ferita aperta che attraversa i corpi, i linguaggi, le relazioni. E infatti nei romanzi della postmemory le protagoniste sono spesso bambine, adolescenti, figlie: soggetti in formazione, in divenire, proprio per questo in grado di ereditare e rielaborare i traumi che non hanno vissuto direttamente, ma che le abitano. I romanzi di Baldelli, Soriga e Verna riescono a far sentire sulla pelle di chi legge che la violenza non è finita, che ha solo cambiato forma – e che resistere è ancora un verbo al presente.

Intervista a Italo Bonera. La costante ricerca di un punto di vista

 

di Michele Burgio 

D: “Te lo dico così a brutto muso: l’argomento, le dimensioni;, l’intreccio… non c’era un solo motivo per cui il tuo romanzo [Il male che fa bene] dovesse piacermi o  interessarmi. Invece sei stato una grandissima sorpresa”. La prima volta che mi rivolsi a Italo Bonera, gli scrissi queste parole. Avrebbe potuto rispondermi male, e a ragione. Non lo fece, anzi fu gentile. Ma facciamo un salto indietro di qualche mese. Era una sera d’inverno piuttosto fredda quando, sotto casa loro, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, direttori della collana Le dalie nere per Ianieri Edizioni, mi dissero: «Abbiamo tra le mani l’inedito di un autore non siciliano. Una gran bella scrittura». Ecco, non dissero in sé “un romanzo”, dissero proprio “una scrittura”. Giacomo e Raffaella sanno che per me la storia è fondamentale, ma divento subito insofferente quando non è sorretta da una penna solida, sicura. La riservatezza proverbiale di questi due amici mi dissuase quella sera dal tentare di scoprire di cosa trattasse il romanzo e, a maggior ragione, chi ne fosse l’autore. Una curiosità di scuderia, visto che anch’io ho pubblicato due romanzi per Le dalie nere, collana che apprezzo per questa e altre ragioni. Come sei arrivato a Ianieri Edizioni?

 R: Malgrado si parli parecchio di romanzo noir, per un piccolo autore di genere non sono tante le case editrici raggiungibili e ben distribuite. Avevo notato sui social la collana “Le dalie nere” che sembrava adatta al mio lavoro, così mi sono rivolto a Ianieri. Certo, non è stato l’unico editore a cui ho proposto “È stata legittima difesa”, ma è stato il primo a darmi un riscontro positivo – molto positivo devo dire, anzi, lusinghiero. Quando trovi un editore che crede nel tuo lavoro, non ci pensi due volte. Sono grato a Giacomo e Raffaella per il loro giudizio, davvero importante per me, e sono
contento di aver conosciuto la professionalità di Raffaella come editor, la competenza dello studio grafico, nonché la grande disponibilità di Mario Ianieri.

D: Ma vorrei tornare a ciò che dici riguardo alla scrittura. Lo condivido: secondo me è importante la qualità della scrittura; la narrazione conta, ma vale ancor più il piacere di leggere – tanto che, da lettore, se lo stile di un libro non mi convince, posso abbandonarlo anche soltanto dopo poche pagine. Per scoprire che Giacomo e Raffaella stavano parlando di Italo Bonera, ho aspettato che il freddo si mutasse nell’afa di luglio, quando è arrivata dall’editore l’ufficialità. L’uscita di “È stata legittima difesa” era prevista per settembre 2024, il libro non era ancora disponibile. Così, preso dalla curiosità, ho cercato altre sue pubblicazioni. Tra le altre, avrei potuto scegliere Io non sono come voi (Gargoyle, 2013), oppure Rosso noir. Un pulp italiano (Meridiano Zero, 2017); volendo approcciare a qualcosa di recente, ho scelto infine Il male che fa bene (Calibano Editore, 2023).Si tratta di un’avventura ad alta tensione giostrata tra Beirut, il deserto siriano, Istanbul e (sic) Brescia. Lo iniziai a leggere piuttosto perplesso, lo ammetto, non perché dubitassi delle capacità dell’autore o della forza della storia, ma perché ho orizzonti di lettura – ahimé – ristretti e comunque diversi. Lo scrittore di razza, però, traspare dalle prime righe, e quel romanzo l’ho divorato in pochi giorni. Chissà quali erano i modelli di Bonera, mi domandavo. Adesso, quella domanda posso farla. Quali sono stati gli elementi del tuo apprendistato letterario? Cosa hai letto? Cosa leggi?

R: Grazie per l’interesse, la fiducia e per le tue parole su “Il male che fa bene”: «l’ho divorato» è un commento che mi fa molto piacere, anche perché quello è stato il mio primo romanzo ambientato nella contemporaneità. Riguardo alla domanda, amo la narrativa di genere, italiana e non solo. Ho iniziato leggendo fantascienza, molti anni fa; successivamente sono passato al (come si dice oggi) mainstream contemporaneo e ho esplorato vari percorsi trovandomi a mio agio con il noir. Leggo anche gialli e spionaggio. Tovo sempre piacevoli le pagine di Georges Simenon, Ross Macdonald, Ed McBain, Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo. E poi Gérard de Villiers, Lee Child, Andy McNab, Stefano Di Marino, ma anche Philip Roth, Romain Gary, Niccolò Ammaniti, Luca Ricci, certo di aver dimenticato molti altri. Se sei curioso, sul mio profilo Anobii si trovano tutte le mie letture – il link è anche sul profilo Facebook. Di recente ho apprezzato “Bambino” di Marco Balzano: una scrittura magistrale con personaggi scolpiti e uno sguardo acuto su Trieste e sugli avvenimenti accaduti in Venezia-Giulia tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale.

Un ritratto dell’autore Italo Bonera

D: Finito di leggere un suo primo romanzo, è cresciuta in me la voglia di capire meglio chi fosse Italo Bonera. Ho scoperto che ha superato i sessant’anni e scrive da venti. Hai dunque iniziato a pubblicare in età adulta. Mi pare di capire che tutto inizi nel 2004 quando col racconto American dream vinci il premio Fredric Brown per racconti brevi indetto da Delos Books. Ci racconti com’è andata?

 R: Avevo da poco letto “Gli apprendisti stregoni” di Robert Jungk, la storia degli uomini che costruirono l’atomica, dove si capisce come il progetto Manhattan sia stato possibile soltanto grazie agli scienziati emigrati in America per abbandonare un’Europa preda dei nazifascismi. Inoltre, avevo visto il film “Bowling for Columbine” di Michael Moore, ed era ancora forte il ricordo delle torri gemelle. Dalla contaminazione di quelle suggestioni nacque l’idea del racconto. Chi ha paura fugge oppure attacca. Se è armato, attacca. Nel raccontino ambientato in un prossimo futuro, l’America ha reagito in modo abnorme alle proprie paure usando nuovamente l’atomica,
isolandosi così dal mondo civile. Il protagonista, un americano medio(cre), contempla il suo Paese in declino, non più in grado di far promesse, abbandonato dal mondo e quindi da abbandonare, condannato dalla propria arroganza.
Quando Silvio Sosio di Delos book mi chiamò al telefono per invitarmi alla premiazione, non avevo capito che sarei stato il vincitore: dovette insistere. Ricevere in modo inaspettato il Premio Fredric Brown per “American dream” è stata una spinta decisiva verso l’attività della scrittura. Devo molto a Silvio Sosio.

D: Bonera appartiene alla tipologia di scrittori che riesce a scrivere in coppia, una cosa che mi ha sempre incuriosito. Esordisce per la grande editoria con un romanzo a quattro mani scritto con Paolo Frusca, scrittore bresciano come lui, che poi avrebbe avuto una fortunata carriera come scrittore sportivo. Tutto nasce da una telefonata di Sergio Altieri [ai più noto come Alan D. Altieri, scrittore di genere e curatore editoriale per Mondadori] che imprime una virata importante alla sua carriera di scrittore. Così arriva alle stampe Ph0xGen! (Mondadori, 2010).Con Frusca hai poi pubblicato anche Cielo e ferro. Il futuro è cambiato (La Ponga, 2014). Come nasce la vostra collaborazione?

 R: È nata senza prenderci sul serio. Amici da diversi anni, lui trasferito a Vienna, nei primi anni Duemila siamo rimasti in contatto via e-mail, sfaccendati che strologano di massimi sistemi come perdigiorno da bar. “E se l’Austria avesse vinto la prima guerra mondiale?” fu una delle uscite di Paolo. Da lì, l’idea di una narrazione ambientata in quell’universo impossibile, idea che mi vedeva scettico, perché “io sono un fotografo, non uno scrittore”, dicevo. Quando però Paolo abbozzò alcune pagine, iniziai a metterci del mio. Da lì in poi fu un continuo scambiarsi file ai quali ognuno aggiungeva qualcosa, tagliava, modificava in modo caotico e senza un vero metodo. Alla fine ci
trovammo tra le mani una quantità di capitoli, scene di un film senza sceneggiatura. Le
“montammo” riuscendo a ottenere – con stupore di entrambi – qualcosa di leggibile.

 D: Ecco, sono d’accordo. Più che cinematografica, definirei fotografica la scrittura di Bonera. Si va per scatti. Un vicolo, un lampo di sole, una donna grassa, un bar con la saracinesca semiabbassata. La fotografia è per te un riferimento per ciò che riguarda la costruzione letteraria delle scene, della narrazione? Quanto contano la luce, il movimento, l’inquadratura?

R: C’è qualcosa di vero. La pratica della fotografia obbliga a uno sguardo, a un punto di vista; fotografare significa incorniciare e isolare un lembo di realtà là dove gli altri vedono soltanto consuetudine. Forse sono state la ricerca di un punto di vista e di uno sguardo nuovo, più che la luce, ad avermi appassionato alla fotografia. Eppure, guardo con ammirazione le opere di grandi autori che sanno, in una sola immagine, raccontare una storia intera, come certe potentissime fotografie di Ernest Haas o di Margareth Bourke-White, che io non saprei mai realizzare. Sarà per questo che oggi mi trovo a mio agio con la narrativa, soprattutto nella forma breve del racconto, piuttosto che nella costruzione articolata di un romanzo: uno scatto, una storia.

PARLIAMONE CON MARIA SILVIA BAZZOLI, AUTRICE DEL ROMANZO LA VOCE DI AJLA

di Emilia Pietropaolo

 

Maria Silvia Bazzoli, laureata al DAMS, giornalista free-lance, curatrice di rassegne e festival di cinematografici, autrice di saggi, pubblica con la casa editrice “Forum Editrice” il suo primo romanzo La voce di Ajla, un romanzo crudo e intenso. Un romanzo capace di attirare il lettore, tanto da trasportarlo attraverso la Voce di Ajla, tra madre e figlia (Alina) nel passato, nella guerra dei Balcani negli anni Novanta. Un romanzo che tratta tematiche attuali: le guerre che si sentono ancora, e che, coinvolgono specialmente le Donne. 

Quando si addormenta stremata gli incubi la risvegliano. Per questo non vuole dormire. Perché non c’è niente di più atroce che svegliarsi e scoprire che l’incubo non è un sogno. Finché cammina è obbligata a concentrarsi, a stare all’erta, a fare attenzione a ogni minimo indizio che percepisce, vede, sente, annusa. Questo le permette di non pensare, di scacciare l’orrore e il dolore, di non farsi sopraffare dalla disperazione. Ma appena si addormenta tutto ritorna talmente vivido da farle sentire ancora il puzzo del loro alito imbevuto d’alcool, le risate sguaiate, i loro gemiti osceni mentre la umiliano gettandosi su di lei come bestie in calore possedendola fino a lacerarla. (p. 93)

Dato che lei ha trattato la violenza sessuale durante la guerra in Jugoslavia, negli anni Novanta, volevo sapere se c’è qualche legame con altri romanzi, in particolare “Venuto al mondo” di Margaret Mazzantini e “Come se io non ci fossi”, romanzo della scrittrice croata Slavenka Drakulić, poiché questi parlano della violenza sessuale proprio in quel periodo.

  • No, non c’è nessun legame perché io non ho letto questi due romanzi, poi magari i legami ci sono, ma non intenzionali, potrebbero esserci dei temi ricorrenti, come appunto atmosfere e problematiche comuni.

 

Per quanto riguarda il mutismo della madre di Alina, il fatto che lei non parli più dopo la guerra può essere considerato come una protesta?

 

  • No, non è una protesta. Quando si subisce un trauma come lo stupro la maggior parte delle donne reagisce con il silenzio, il silenzio perché da un lato le donne che sono stuprate non sono in guerra, questo generalmente ma soprattutto in guerra sono stigmatizzate dalla società e quindi non troverebbero il giusto supporto, e dall’altra parte è la stessa società che preferisce il silenzio, perché comunque lo stupro, anche a livello istituzionale, per la società è un’onta, rimanda comunque a scenari arcaici, di violenza e bestialità, quindi la stessa società che l’ha subita preferisce negarla; inoltre le donne che hanno subito stupri durante la guerra sono allo stesso tempo anche testimoni molto scomode, perché sono le uniche che testimoniano l’orrore, scavalcando ogni gerarchia e classificazione etnica o confessionale. E poi c’è anche un altro motivo, tra un trauma così profondo com’è lo stupro e l’outing, la parola, c’è un gap, un gap che va colmato, e di solito non si riesce a colmarlo da solo: molte donne che hanno subito stupri nell’ex Jugoslavia si sono suicidate e quindi hanno scelto il silenzio per sempre, e le altre hanno trovato la parola attraverso il supporto di altre donne, di contesti come ad esempio le donne in nero, che hanno lavorato moltissimo in quegli anni e subito dopo per creare contesti in cui la donna violentata si senta accolta e riesca a ritrovare una parola, cioè tra il silenzio e il desiderio di dimenticare della stessa donna e la voglia di raccontare c’è veramente un gap profondissimo, e quindi io ho scelto proprio madre e figlia perché l’una ha bisogno dell’altra, la figlia Alina ha bisogno del silenzio della madre per arrivare a capire che deve farsi delle domande sull’identità della madre e sulla sua stessa identità, e Ayla, la mamma, ha bisogno della voce della figlia per ritrovare la propria.

 

Infatti, anche il rapporto madre-figlia mi è piaciuto tantissimo, la loro simbiosi risulta molto interessante, perché comunque alla fine la figlia riesce a capire il dolore della madre, essa stessa dice che lei è figlia di una guerra.

  • Sì, chiaramente essendo figlia di una donna che ha subito una guerra, anche lei è figlia di una guerra, però ecco il romanzo rimane molto vago, aperto, e l’ho voluto tenere aperto volontariamente, proprio perché la stessa Alina decide che non è importante chi sia il suo effettivo vero padre biologico, e quindi traccia un nuovo modello di appartenenza che non è più quello della famiglia patriarcale ma è quello della scelta di una famiglia allargata, che supera i legami di sangue e tracciando il perimetro di Parigi, nella quale è vissuta, e rivedendo le persone con le quali ha condiviso la propria infanzia decide lei di tracciare questo perimetro all’interno del quale scegliere chi fare entrare e chi non fare entrare, e quindi questo è, almeno per me, il messaggio più innovativo e anche sovversivo, radicale, di Alina, cioè “la mia identità me la costruisco io indipendentemente da chi sia mio padre”, cosa che rimane vaga, perché comunque il libro non lo svela.

 

Sono d’accordo con lei.

 

Come mai ha scelto proprio questo contesto storico, della guerra nei Balcani, per parlare di questa storia?

 

  • Avrei potuto veramente collocarla nell’attualità, poteva essere siriana, afghana, sudanese, di qualsiasi altra nazionalità, palestinese adesso, libica, in realtà perché noi adesso ragioniamo solo in termini di attualità, di emergenza, e così facendo non avanziamo mai, invece c’è questa guerra, che è stata la prima guerra, dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Europa, che è una guerra che è stata dimenticata, rimossa dalla memoria collettiva, tant’è che allo scoppio della guerra in Ucraina più di una persona, compreso il nostro ex Ministro degli Esteri Di Maio, hanno sostenuto che la guerra in Ucraina fosse la prima guerra dopo la seconda guerra mondiale, e io mi chiedo, le persone che hanno vissuto la guerra nei balcani si stanno rivoltando nella tomba a sentire parole simili, perchè mi chiedo allora quella cos’era? Ed è una guerra che si è voluto per mille ragioni dimenticare ma che invece è molto importante, perché è stata una disfatta totale dell’Europa e io credo che gli scheletri nell’armadio non facciano bene a nessuno, perché anche se sono nascosti comunque vanno ad incidere sulla nostra convinzione, sul nostro pensiero, tant’è che appunto, il fatto di averla rimossa fa sì che oggi ci siano persone che dicano che la guerra in Ucraina sia la prima guerra in Europa.

 

Anche del genocidio degli armeni non si parla.

 

  • Sì, ma io sto parlando proprio di guerre avvenute in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, e questa è stata proprio la prima guerra che è stata una sconfitta, la sconfitta dell’Europa che si è dimostrata incapace di gestirla, incapace di affrontarla, si è divisa, non ha trovato una politica comune e ha permesso che questo avvenisse in nome del Nazionalismo. Tra l’altro appunto non è una guerra etnica come ci è stata raccontata perché quello lo possono credere solamente i “fessi”, è stata una guerra studiata in laboratorio, e appunto va ricordata e non va dimenticata.

 

Sono d’accordo però fortunatamente ci sono scrittrici come *nome* che parlano proprio di questa guerra nei Balcani, si prova comunque a non dimenticarla.

 

  • La conosco molto bene, ho letto molti suoi libri, non quello che ha citato ma molti altri ed è una scrittrice che apprezzo moltissimo.

 

Come mai non ha terminato il romanzo con l’incontro padre-figlia fisicamente, ma solo virtualmente? Il finale mi ha lasciato un po’ interdetta perché io speravo che tutti e tre si ricongiungessero.

 

  • Perché volevo appunto lasciarlo aperto, perché non è importante il rincontro, questo dà inizio ad una nuova storia perché non si sa chi è, non si sa che vita ha fatto, cosa ha costruito alle sue spalle, né tantomeno si sa se è effettivamente il padre: si sa che è una figura importante per Ayla, ma per Alina, nessuno sa se è il vero padre di Alina, se lei è nata dal suo seme o da quello degli stupratori. Quindi, non volevo un finale chiuso, era secondario, mi interessava sollevare appunto il discorso dell’identità e di come ci si possa ricostruire un’identità dopo una tale violenza, dopo la guerra e dopo un esilio interiore, cioè Ayla è muta perché è alienata da se stessa, perché vive perennemente in un passato che le mangia il presente e quindi anche lei deve ritrovare la propria identità.

 

Anche perché dopo una questione del genere perdono completamente tutto, non solo l’identità, ma anche la lingua.

  • Certo, quando si è esuli si perde tutto, anche la propria lingua nei paesi stranieri poi la si parla difficilmente e Ayla l’ha persa completamente perché comunque l’indicibile non trova nessuna lingua per essere raccontato, ha bisogno di una lingua particolare che va trovata col tempo, con l’accoglienza, ripeto le donne in nero hanno lavorato moltissimo su questo, un tema importante del romanzo è il filo, l’arte del ricamo del cucito, ha un valore narrativo ma anche un valore simbolico perché da sempre le donne tessono legami, e per ritrovare la voce dopo lo stupro c’è bisogno di ritrovare, di ricucire un senso all’esperienza drammatica che si è vissuta. Per fare questo è indispensabile ritessere il passato, trovarne il filo, e per farlo è necessario tessere relazioni che accolgano e che permettano alla voce di ritrovarsi, quindi diciamo che il tema del filo, del ricamo e del cucito non è casuale, se pensiamo alla mitologia ci sono delle figure, come Penelope, che è una figura emblematica perché attraverso il fare e disfare della tela riesce ad essere artefice e controllare la propria vita, ma ci sono altre figure mitologiche importantissime, come Arianna, è lei che dà il filo a Teseo per ritrovare la strada nel labirinto, perché? Perché Teseo è un uomo e non gli viene assolutamente in mente di usare un filo, non sa nemmeno che cos’è. I Proci non hanno minimamente idea di quanto tempo Penelope debba impiegarci a tessere il sudario per Laerte, quindi è un’arte prettamente femminile. Aracne, che è una delle figure mitologiche più importanti legate all’arte della tessitura, la usa nella sfida con la Dea Atena, che esalta nel suo arazzo la grandezza degli Dei; infatti, punisce Aracne perché ha avuto la spudoratezza di sfidarla, ma che cosa invece tesse Aracne? Narra l’abuso del potere degli Dei, che si trasforma in animale per violentare le fanciulle indifese; quindi, narra uno stupro ed è per quello che è punita da Atena, non tanto per la sua tracotanza. La figlia di Pandione, re di Atene, anche lei usa la tessitura perché le viene tagliata la lingua dal suo stupratore che è il marito della sorella e decide che, anche senza lingua, lei vuole denunciare lo stupro, quindi la tessitura è la voce delle donne in quel periodo: non avevano altro modo per esprimersi se non la tessitura, che non era solo un’attività ricreativa o necessaria per cucire e tessere, ma era anche il pennello e i colori delle donne a cui non era dato accesso ad altre arti, e quindi è strettamente legato alla voce, per me sono fondamentali queste prime figure mitologiche che hanno usato la tessitura per denunciare uno stupro, Aracne a livello del mondo degli Dei, e Filomena; ha quindi un valore simbolico e narrativo molto potente.

 

Infatti, la questione del ricamo è come se fosse un’eredità che si trasmette tra madre e figlia, tant’è che la figlia diventa una persona importante anche grazie alla madre che le aveva insegnato l’arte del ricamo. 

  • Ci sono tante figure nel corso della storia che rappresentano ed interpretano l’arte del ricamo, che è l’arte femminile per eccellenza, va a simboleggiare la relazione con il passato, il presente ed il futuro. Alina con la sua opera d’arte unisce queste tre dimensioni temporali, e così hanno sempre fatto le donne attraverso la tessitura. E rappresenta anche la genealogia che Alina sta cercando di dare forma a qualcosa che ancora non ce l’ha, cioè appunto la sua genealogia, perché da sempre il filo genealogico è nelle mani delle donne: i re una volta quando avevano una moglie che non dava figli la uccidevano e ne prendevano un’altra e sono le madri in realtà che assicurano una genealogia, perché appunto i padri possono partire, rinnegare i figli, ma sono sempre le madri che accudiscono e assicurano la crescita dei figli. Alina fa proprio questo, ripercorre la propria genealogia ma decide di essere ancora più sovversiva, perché non le va bene quella genealogia, non lo sa, non le importa alla fine, decide di disegnare lei il perimetro all’interno del quale inserire la sua famiglia, e chi è e chi non è la sua famiglia, e questo credo che dovremmo farlo tutti noi oggi, cioè comunque il rapporto genitori-figli è sempre un’adozione, anche quando si è genitori biologici, c’è bisogno dell’atto d’amore dell’adozione.

 

Sono d’accordo, assolutamente, e devo ammettere che nel romanzo ha inserito davvero molti temi, che mi hanno molto colpito.

 

Dalle Terre riemerse al Bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

Dalle terre riemerse al bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

di Gabriella Venera Grasso

Ho unito in un unico segmento (ma in realtà è solo la parte di una retta…)  i titoli delle due raccolte poetiche di Matteo Maxia, poeta cagliaritano, musicista, appassionato di arti visive e di viaggi. L’autore coglie a piene mani dalla ricca messe di spunti che queste sue passioni gli offrono; si muove sulla spinta di una curiosità vivace e una sensibilità accesa (“morso anch’io da un ramarro/quand’ero troppo giovane/ perché la vita/ mi facesse da antidoto”), proponendoci itinerari suggestivi: dalle terre riemerse dei ricordi, tanto quelli indelebili quanto le impressioni di un momento, delle consapevolezze che affiorano, fino a nuove, misteriose prospettive, verso realtà non monolitiche, al bivio del tempo. Ecco perché le due raccolte possono leggersi quasi come un continuum, con una coerenza tematica e di resa linguistica.

I temi sono tanti e vari, ma gravitanti attorno al gioco del tempo, flusso e baleno, magma e spuntone di roccia, al suo legame indissolubile con lo spazio e con i tanti luoghi che il poeta ha visitato e amato, dei quali ci restituisce colori e luci, come sfumature spirituali (“Il Tempo e lo Spazio/ imbavagliarono il Silenzio/Indossarono occhi di bimbo/ e si fecero ovatta e vapore”).

 

La lingua è una risorsa preziosa, di cui essere responsabilmente consapevoli (“Il linguaggio fallisce/ quando smette di creare il mondo/ quando resta muto/ di fronte al suo sfacelo”), anche di fronte alla sua fallibilità (“si assolva il linguaggio/ per aver battezzato/ dal latino cum-vergere/ due linee all’incoccio/ in cui collassa il percorso”).  E’ sempre strumento duttile e generoso di opportunità, con cui l’autore gioca (e torna il motivo del gioco, serissimo approccio alla vita per un poeta che non nasconde il suo lato malinconico e bambino). Frequente il gusto di scomporre le parole, separandone le parti o “aprendole” e rivelandone così il nòcciolo e più di una possibilità: ”s(tralci) di vite dal gusto di-vino”,  “di-versi (monologo di un clochard)”, “tra(s)guardi comuni”, “terap(oes)ia”.

Le atmosfere sono cariche (di dettagli, di spunti sensoriali, di sentimento e sensualità) e rarefatte al tempo stesso, come sospese, appena prima di aprirsi ad un bivio sconosciuto.

 

Alcune poesie

Da “Terre riemerse” (Edizioni Ensemble, 2017)

 

Sens’azioni

 Ricordi?

Ci si acquattava

in quel luogo inviolabile,

di pensieri disinnescati

e parole inesplose.

La pelle bramava

ciò che la mente ignorava,

nei limiti imposti

dai sensi mendaci.

Un solo pendolo,

rintocchi del presente

rubato al controllo:

due cuori all’unisono

non sbagliano il ritmo.

 

 

Entanglement

 Echi lontanissimi

dejà vu di frammenti sconnessi

mi rimbombano muti

a tutte le latitudini del cuore.

Il tuo volto,

mosaico discreto che riappare

in ogni vuoto non colmato

in ogni istante trascurato.

Le distanze son scorciatoie,

codici di ingresso

per rincorrerci nel tempo

tra risurrezioni di memorie.

Saremo sempre noi,

rumore di passi nella notte senza patria

foto da scattare su pellicole di stelle

orme di battigia da imprimere col pianto

 

 

 

 

Da Al bivio del tempo” ((Edizioni Ensemble, 2018)

 

Il viaggio più lungo

 Ho visitato molti luoghi

senza mai viverne alcuno.

Dovrei imparare prima ad abitarmi,

con la mia facciata decadente

la lotta senza quartiere ai pensieri in fuga

un cantiere aperto nell’anima.

Il prossimo viaggio lasciami lì,

in quell’angolo di valigia

dove trovano alloggio

le cose più fragili.

 

 

Abdicare

Dovremmo preservare le nostre stagioni

scegliere il tempo

per andare incontro all’autunno

e farci melagrane.

Essere disposti

a perdere la corona

pur di donare i rubini del cuore.

 

Akoya

 

Hai nell’iride

un esito di madreperla

ferite di sabbia

e sedimenti del tempo

nel miracolo della vita

quando si fa ost(r)ica

 

 

Tre domande a Matteo Maxia

 

D: Quali sono le tue personali terre che la poesia ha fatto emergere?

R: La Poesia, così come l’Arte tutta, almeno per come io la intendo, è processo sottile e multi-sensoriale che slatentizza Verità e Bellezza in chi la dona e in chi la riceve. L’assenza di queste due dimensioni o il loro mancato nutrimento sono infatti alla base di ogni forma di disarmonia individuale e collettiva e questi tempi ne stanno impietosamente certificando gli effetti. La vorticosità del vivere, l’inaridimento dei contatti interpersonali, il rarefarsi progressivo di strumenti cognitivi e animici per sbrecciare il muro della superficialità, inibendo la capacità di arrivare e di arrivarsi dentro, sono solo alcuni degli indicatori di una mancanza profonda di Verità e di Bellezza nelle nostre vite. 

Ecco che, attraverso la Poesia, sono riuscito a catalizzare un percorso di auto-guarigione, in divenire perpetuo, a far riaffiorare l’humus del vissuto e del sofferto per concimare cambi di traiettoria e a farne un pur piccolo e marginale strumento terapeutico di testimonianza e condivisione. Sono infatti tanti i riscontri in termini di gratitudine da parte delle lettrici e dei lettori che, attraverso l’empatia e l’immedesimazione, hanno tratto un qualche ristoro dai libri che ho consegnato alle stampe. Io ho avuto il privilegio di essere semplicemente un tramite, di ricordare loro, attraverso la parola, cose che già sapevano ma di cui si erano scordati. L’Arte bisbiglia appena alla coscienza, ma sa essere la più persuasiva tra i messaggeri, la più potente tra i guaritori.

 

 D: Cosa significa il viaggio, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

R: Il viaggio, almeno nella sua accezione del piacere, è una delle esperienze umane maggiormente predisponenti al cambiamento se, come ci ricorda Henry David Thoreau, si è davvero pronti a essere completamente liberi, finanche facendo testamento (!), prima di mettersi in marcia.

Viaggiare è la sublimazione del movimento, del dinamismo fisico, che poi si traduce spesso in plasticità mentale; è il più ampio ventaglio di possibilità cui potenzialmente attingere per qualunque cambio di prospettiva. Un mutamento di contesto è funzione biunivoca, che alimenta sia la dimensione dell’andata che quella del ritorno. Perché se l’assuefazione che deriva dall’essere stanziali offusca la visione, l’astrazione da cambio di stato restituisce invece messe a fuoco e dettagli altrimenti cristallizzati nella normalità. 

Condanna e rivalutazione di ciò che si lascia, di ciò che si perde, di ciò che si trova o si ritrova fanno pure parte del bagaglio del viandante, in un caleidoscopio esperienziale che tanto sa porre in sorprendente connessione realtà fenomenica e mondo onirico.Ecco, non è forse questa la sala d’attesa in cui si accomoda il processo creativo prima di partorire la sua materia? Personalmente, non sarei in grado di scrivere, senza la possibilità di leggere e di viaggiare. Scrisse in proposito Sant’Agostino: “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”.

D: Quali sono i tuoi progetti al momento?

 R: Dal punto di vista esistenziale, tento faticosamente di predispormi ogni giorno a un abbandono fluido lungo la strada intrapresa per diventare ciò che sono nato per essere. Sul piano pratico, questo approccio dovrebbe auspicabilmente consentirmi, tra le altre cose, di essere ancora quel tramite sopra richiamato per il mio infinitesimale contributo all’espansione della coscienza collettiva attraverso altre sillogi. La prossima, a carattere sperimentale e a doppia firma, potrebbe vedere la luce già entro questo necessario 2020.

Matteo Maxia è nato nel 1976 a Cagliari, città nella quale vive e lavora attualmente. Strimpellatore di chitarra e cantautore per pochi intimi, ama la Sociologia, la Musica, la Poesia e ogni declinazione espressiva dell’Arte che sa emozionare. Sin dalla più tenera età, è attratto da tutto ciò a cui la Scienza non sa dare risposta e non esce mai di casa senza il suo taccuino, in cui cerca di catturare prospettive provenienti da ogni piano dell’esistente.

 

 

Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza  edito da Arkadia  nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente -) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere la pagine delle tua scrittura, un battere e levare che dà vita a  situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo.  Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq-  anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir,  ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

R: E’ un noir che si può leggere a strati, chiaramente.  Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”.                                                  

La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale – mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità.-” Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato?  Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella  donna, non sua, solo perché  sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica.

Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo.

Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

D :Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo.  Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza.
Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Scrittore milanese, Franz Krauspenhaar è di origine tedesca per parte di padre, madre calabrese. Ha pubblicato ad oggi, dodici romanzi, un saggio narrativo, cinque libri di poesie e ha collaborato alla stesura di raccolte poetiche e narrative.. Per Marco Saya Edizioni sono usciti nel 2012 il poemetto Biscotti Selvaggi (edito in anche in e-book nel 2014), nel 2014 il poema in versi dal titolo Le belle stagioni e la sua più recente raccolta di poesie Capelli Struggenti, 2016.Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume. Dal 2004 è stato redattore di Nazione Indiana, Dal 2014 al 2017 è nella redazione milanese della rivista ACHAB-scritture solide in transito, fondata da Nando Vitali (scrittore 1953). Dal 2017 è nel comitato di redazione della rivista letteraria Il Maradagàl.  Nel 2017 Krauspenhaar, con un nuovo progetto, Nerolux, torna alla musica con i dischi solisti Light obsession, 2017, Un viaggiatore, 2018, Nerolux 3, 2018, il doppio Il viaggio immenso, 2019, Electrosymphonies Vol 1, 2020, tutti con etichetta Symposion Records.

Vi racconto di Lemma Press

 

Mi sono imbattuta nel mondo della casa editrice  Lemma press un paio di anni fa e ho subito avuto la sensazione di entrare in un luogo votato alla bellezza. Te ne accorgi dai titoli, dallo stile, dall’approccio essenziale, professionale. Ne ho avuto conferma dal suo ideatore, Nicola Baudo con il quale ho avuto piacere di chiacchierare qualche giorno fa.

L’idea di fondo di Lemma nasce da una scintilla “filosofica”: una parola kantiana che indica la conclusione di un ragionamento e l’inizio di un altro. Da questa suggestione filosofica nasce l’idea del processo, della partenza e della ripartenza,  all’insegna della rigenerazione; un messaggio che mai come oggi appare attuale e fecondo.  L’ideatore è infatti filosofo, ha vissuto tra la Francia e l’Italia e ha avviato l’avventura con Lemma Press nel 2015.

Il Fondatore di Lemma Press, Nicola Baudo

Ed è proprio da Platone che partiamo per ricostruire il “concept” della casa editrice e della sua offerta culturale:  la semplicità e accessibilità delle opere platoniche, a fronte della densità filosofica del contenuto  – e vengono fuori quelle straordianrie pagine del Simposio – come chiavi di lettura del progetto.  I classici sono opere senza tempo che riescono a sopravvivere alle mode, alle tendenze letteraie e  a rivolgere sempre una parola al presente. Gli autori di Lemma press sono infatti autori classici o che posseggono l’ossatura dei classici.

Creare libri di qualità ma dialoganti con un pubblico ampio e diversificato è l’obiettivo della casa: le collane sono state pensate come contenitori piuttosto che secondo un criterio tematico. I generi in catalogo comprendono sia romanzi che saggistica, racconti brevi, opere teatrali, tutti stampati in carta ecologica di altissima qualità.

 

 

Tra i numerosi titoli si ha l’imbarazzo della scelta, ma mi piace segnalare  Cioran di Bernd Mattheus, un ritratto inedito del grande scrittore, Strannik di Macjei Belawskij  che indaga il percorso spriturale dello strannik protagonista dei Racconti di un pellegrino russo,  La selva oscura di Gianni Vacchelli,  che ho avuto il piacere di intervistare, (La selva oscura. Dante secondo Gianni Vacchelli)  autore di un saggio che fa emergere nuove e interessanti prospettive  ermeneutiche  della Divina Commedia o il prezioso  Il sipario era alzato, testimonianze di vario genere, dalle lettere agli appunti, raccolte per la prima volta in unico volume che disvela la profonda impronta della vita di palcoscenico sull’immaginario di Charles Baudelaire.

Un saggio di cui mi sono perdutamente innamorata e che per me rappresenta il fiore all’occhiello del catalogo è Calligrafie di Konstantin Baršt, un’opera unica nella storia dell’editoria: i taccuini di Dostoevskij, in parte inediti assoluti, riprodotti per la prima volta in dimensioni originali e con totale fedeltà cromatica. Oltre 200 illustrazioni, 150 manoscritti dell’autore ricoperti da ritratti, architetture “gotiche”, arabeschi e prove calligrafiche, presentati da Konstantin Baršt, il loro più autorevole studioso. Basterebbe questo testo, che per russisti e slavisti costituisce una perla assoluta e che grazie a Lemma press è oggi possibile leggere in italiano, a fare di questo catalogo uno scrigno di preziosità assolute.

 

 

 

Il libro “in sospeso”

A proposito di un libro concepito durante la quarantena, che sta per uscire e che ha dovuto adattarsi alle misure restrittive, Nicola Baudo mi parla di un testo davvero “gustoso” : DICIOTTO ORE CON UN MOCCIOSO di Talbot Baines Reed a cura di John Meddemmen, due racconti di un autore inglese vissuto in epoca vittoriana.  Essi rientrano nel novero della letteratura per l’infanzia, ma senza possedere l’ impacatura moralistica rigida tipica di quell’epoca: il resoconto di un viaggio di un adolescente in treno con tutti gli imprevsiti del caso e il taccuino di viaggio di una scalata di montagna, una sorta di ‘pillola’ del grande romanzo di formazione. L’aspetto interessante è che la narrazione si svolge in prima persona e ciò conferisce un ritmo e una freschezza che sono determinanti nel restituire la visione dei protagonisti, i ragazzi alle prese con le avventure della vita, i dubbi, gli sbagli, le scelte. Lo stile, squisitamente british rende queste letture davvero appetibili e adatte a un pubblico variegato. Il libro è di prossima pubblicazione. Di seguito un estratto:

Mi rende troppo nostalgico ricordare cose come Qui nella grotta amena o Zefiri gentili, soffiate, soffiate. Mi viene in mente che, da quando sono arrivato qui, il vento è calato. Peccato! Mi teneva compagnia quando lo sentivo tutt’intorno. Ora c’è un tale silenzio che ti fa rabbrividire. In effetti, si dice che le cime delle montagne siano frequentate da spiriti. Lo Scarfell Pike lo è di sicuro e lo spettro sono io.

 

Ho messo in croce il “crociano”. Intervista al filosofo Francesco Postorino

Ciao Francesco, partiamo da te e dai tuoi studi: l’idealismo, Croce, de Ruggiero, Antoni, Calogero e Capitini. Come si  può confrontare oggi, un pensiero “essenzialista”, che usa un bagaglio concettuale e linguistico che ruota attorno a “idea” “spirito”, “assoluto” con un mondo figlio del decostruzionismo, del palcoscenico virtuale e dell’immagine satura e dittatoriale che ci serve per affrontare la paura dell’assenza, per  dirla con Baudrillard?

  A differenza di alcuni studiosi credo sia possibile azzardare un confronto. Dirò di più. Trovo un fil rouge che tende ad accostare due visioni del mondo opposte: l’idealismo del secolo scorso e i tempi strani di oggi. Non mi riferisco all’intera e variegata famiglia del neoidealismo italiano, ma soltanto allo storicismo immanentistico di Croce. Forse sarò il solo a pensarlo, eppure sono dell’avviso che la sua accanita celebrazione della storia, e in particolare l’idea che tutto sia rinchiuso nell’universo del qui, abbia provocato gravi effetti, molti dei quali si svelano dinanzi ai nostri occhi. Non voglio addossare stupide colpe alla nobile figura di Croce e non mi importa ripetere in proposito frasi da avvocato difensore o da sostituto procuratore; tuttavia, il suo registro speculativo non è immune da un vizio sempre più nitido, che dovrebbe a dir poco preoccupare quei pochi «pazzi» che ancora balbettano la dimensione spirituale dell’uomo.

Quale vizio?

  Il vizietto, appunto, dello storicismo assoluto. Molti mi accusano di essere un utopico, un sognatore e avversario della realtà. Per fortuna posso rifugiarmi in uomini di pensiero e indirizzi di studio che hanno saputo attribuire una sobria importanza alla realtà. Voglio essere più preciso. Quando pensiamo al de Ruggiero maturo – di cui ricordo la seconda edizione de Il ritorno alla ragione, a cura mia e di Francesco Mancuso (Rubbettino 2018)−, o al neogiusnaturalismo di Antoni, alla filosofia personalistica di Calogero, o ancora all’approccio religioso di Capitini, si può osservare una suggestiva tensione tra la storia e l’eterno. Con un occhio, infatti, questi filosofi penetravano nella dura realtà, ma con l’altro non perdevano di vista il vocabolario del Sollen, il profilo dell’essenza, il ‘tu devi’. Questa calda frattura tra il qui e l’altrove non è accettabile da chi, come Croce, non mette in discussione i pilastri dell’hegelismo. Non resta che riconoscere istituzionalmente quell’evento che permette un incontro (senza residui) tra fatti e valori. In questo itinerario, il valore cammina gravemente in simbiosi con ciò che chiamo la «prima vita», il «primo orizzonte», il «primo senso» consumato nello spettacolo variopinto del divenire. Croce insomma ha trovato la verità, ed è il continuo accadimento di una storia gettata.

Trovi quindi un sottile legame tra il suo storicismo assoluto, maturato tra otto-novecento, e ciò che si propone in questa epoca?

 Vorrei provare un ragionamento. Croce crede in dio. Solo che il suo dio non ha il volto di Gesù e neppure quello del tu o della comparsa scoperta a frugare nell’immondizia; ma assume le sembianze del divenire. Il dio di Croce rischia di annullarsi in una storia che non può essere frenata e neppure accarezzata dallo sguardo dell’incontrovertibile, da un autentico Assoluto che, in quanto tale, dovrebbe mantenere un briciolo di trascendenza al fine di non annegare nel Gott ist tot. Ecco perché vedo una piccolissima familiarità con il nichilismo di Nietzsche o con la peculiare ontologia di Heidegger. In entrambe le direzioni, infatti, si chiudono i ponti con l’immensamente altro e si premiano le sirene del nulla. Se lo storicismo crociano giocava in maniera controversa con l’essenza delle quattro categorie e dunque riconosceva, perlomeno sul piano formale, il valore dell’imperituro – le dimensioni dell’arte, della logica, dell’utile e della morale −, adesso è venuto meno anche questo limite. L’immanentismo crociano si traduce in una giostra cinica dove la scimmia di Nietzsche recita il Sì deresponsabilizzante in una «ruota ruotante da sola»; l’eternità spirituale del divenire viene presa in ostaggio dall’«ultimo uomo» che violenta le radici di dio. Il processo è inarrestabile. Così si giunge al virtuale che disorienta sia il reale sia il sovrasensibile. Vi è infatti una distanza siderale tra il cielo platonico dell’Iperuranio e i meccanismi perversi che attualmente abitano «un mondo dietro il mondo». Fin quando si rimane nello scenario della «prima vita», tutto vale il contrario di tutto. La nostra epoca è segnata da una involontaria alleanza tra gli ultimi epigoni di un puro storicismo e i raffinati intellettuali del nichilismo, il cui prodotto è la notte.

Continuando con il tema delle immagini e del loro rapporto con la parola; mi sembra che questo sia il banco di prova su cui si confrontano oggi le discipline umanistiche, il pensiero scientifico e filosofico. Nonostante il proliferare incontrastato di immagini, mi sembra che vi siano ancora delle zone inesplorate che ancora richiedano una analisi e una risposta forse psicologica prima che ancora filosofica. Ti cito tre immagini molto iconiche e rappresentative dei nostri tempi: 1) la celebre foto dell’“hooded man”, 2) l’uomo avvolto nelle fasce dopo la tragica vicenda dell’11 Settembre; 3) la salma del bambino siriano abbandonata sulla spiaggia, dopo l’esodo della popolazionein fuga dalla guerra. Credi che queste immagini ci espongano al disagio di non saper affrontare l’orrore o che vi sia la necessità di affrontare le conseguenze etiche prima che emotive delle immagini con cui ci relazioniamo? Manca, forse, una grammatica e una sintassi per dare un senso a tutto ciò? Continua a leggere