LE DONNE E IL COLTELLO: PUŠKIN E DOSTOEVSKI. Gli zingari e L’idiota

di Emilia Pietropaolo

Nel quadro di Caravaggio Giuditta e Oloferne (1602), si può assistere alla vendetta femminina sull’uomo attraverso la decapitazione. Giuditta, con l’aiuto dell’ancella,  decapita Oloferne (1617); la stessa vicenda vicenda  rappresentata  nel  quadro di Artemisia Gentileschi.

 

In Caravaggio la vecchia serva rimane distaccata dalla scena, mentre Giuditta si vendica sull’uomo, senza pietà.

Altra rappresentazione del tema è dell’artista viennese Klimt. La sensualità e i colori accesi e strabilianti come il nero e oro, riempie la scena di Judith I (1901);  quest’ultima con indosso solo i gioielli e gli occhi pervasi di lussuria e pericolosità, tiene nella mano la testa di Oloferne.

 

 Bandini nel saggio L’archetipo della femme fatale e la crisi del patriarcato sostiene l’idea che l’associazione fra il taglio della testa, dei capelli e dell’evirazione, è l’immagine, il potere castrante del femminile sul maschile. Una donna dalla misura ginecocratica, autoritaria, è una donna di potere che non si sottomette al maschio.

Una posizione  interessante è quella di  Bourdieu (Il dominio maschile, 1998) a proposito delle distinzioni dei ruoli maschili e femminili: poiché rappresenta lo spazio ‹‹esterno››, adempie agli atti pericolosi come la macellazione dei bovini, l’omicidio e la guerra (p. 40) ed  è giustificabile che debba mantenere la sua Virilità, anche attraverso l’uso della forza, in particolare della violenza.

La situazione cambia con la figura femminile. Sempre Bourdieu include la donna nello spazio ‹‹interno››, del basso e non dell’alto come l’uomo; a loro sono, infatti,  assegnati tutti i lavori domestici, privati e invisibili. Dunque, se la donna fa parte dello spazio ‹‹invisibile›› relegata tra le mura domestiche, i quadri sopra elencati, distorcono la realtà all’uomo.

Vedere lo scandalo in un quadro come, per esempio, in quello della Gentileschi o di Klimt, permette alla figura maschile di assistere a un cambiamento dello spazio femminile, non più nella sfera dell’‹‹interno›› ma in uno spazio ‹‹esterno››, pubblico e non privato. È l’uomo che esercita la violenza, l’omicidio, non la donna. Si noti la lussuria negli occhi di Judith del quadro di Klimt, fiera del suo atto, fiera di aver ucciso Oloferne, fiera della sua vendetta.

Le Giuditte perdono la vita per mano dell’uomo. Sono donne che desiderano morire, anziché sottomettersi all’uomo, sacrificarsi per qualcosa di più alto. Questo lo possiamo vedere con l’analisi comparativa di tre romanzi diversi per genere e autore, mi riferisco al racconto in versi di Aleksandr Sergeevič Puškin Gli Zingari (Цыга́ны, 1824). Puškin come Tolstoj e Lermontov, si interessano al Caucaso, in particolare quest’ultimo con il poema in versi Il Demone (Демон, 1856).

L’opera puskiniana, fonte inesauribile e sempre presente nei testi di Dostoevskij, è ambientata in Bessarabia, in un accampamento zingaro, in cui il giovane russo Aleko, fa la conoscenza della zingara Zemfira. È possibile considerare che Puškin conoscesse lo stile e i costumi di questi (Magarotto, la conquista del Caucaso, p. 115).

La particolarità di questo racconto in versi è come termina la storia. Si è parlato delle donne di potere, di come esse facciano una brutta fine per mano dell’uomo, con la differenza che, nei quadri sopra elencati, sono loro che prendono in mano la situazione, uccidendo i carnefici. Nella letteratura scritta dai maschi, la donna è sempre vista dal punto di vista maschile, o meglio, è soggetta ai desideri maschili. Basta pensare a come l’autore Ivo Andrić nel suo breve racconto I tempi di Anika o con il romanzo La vita di Isidor Katanić, permette al lettore di ‹‹Showing›› Anika o Margita dal punto di vista maschile e mai in senso ‹‹buono››.

Sono donne invisibili, relegate nelle mura, come nel caso della Maltrattata (Zlostavljanje, 1946), una donna che presenta lesioni di una violenza psicologica da parte di suo marito, il quale mostra sua moglie solo in pubblico come trofeo. Nel caso del racconto in versi di Puškin, ci viene presentata la figura della zingara Zemfira come una donna ‹‹libera›› dagli ‹‹occhi neri›› che ama cantare. È proprio il canto, il suo modo di manifestare la ‹‹ribellione››, al russo Aleko. L’amore di Aleko per la giovane gitana diventa ThanatosLeggere tra le righe, perché la canzone ‹‹selvaggia›› dà un indizio di come finisce il racconto.

 

Zemifra:

Vecchio marito, crudele marito,

Scannami, bruciami;

Son forte, non temo

Né coltello né fuoco.

T’odio

Ti disprezzo;

Amo un altro,

Muoio d’amore.

 

L’amore di Aleko per la gitana Zemifra si trasforma in possessione, in una gelosia smisurata, quando comprende l’infedeltà della moglie. Non sopporta l’idea che la moglie provi amore per il giovane zingaro e neanche l’idea che lei mostri liberamente questo suo amore, più che altro la sua libertà.

Zemifra, giace con il giovane zingaro, in questo si può vedere come lei non tema la morte, pur sapendo la gelosia del marito. La gitana con il canto cerca di non perdere la propria libertà, mostra il suo potere su Aleko, lo castra con il suo atteggiamento. Aleko teme sua moglie proprio a causa del potere che essa ha su di lui. La notte fa da sfondo nell’accampamento zingaro, visita il giovane Aleko, i ricordi del loro amore appena sbocciato, diventa un tormento. Questo è il momento cruciale.

Aleko:

Come ella amava!

Come teneramente stringendosi a me

Nella solitaria calma

L’ore notturne trascorreva!

Piena d’infantile giocondità,

Quanto spesso col caro balbettare

O con un bacio inebriante

La mia malinconia

Sapeva in un momento dissipare!

Ebbene? Zemfira è infedele!

La mia Zemfira s’è aggelata

 

Il padre della giovane gitana acuisce il senso della libertà, vale a dire sostiene con forza che ‹‹qui la gente è libera›› e narra la storia ad Aleko dell’infedeltà della madre di Zemifra. In questo momento, Aleko, concepisce l’idea di ammazzare la moglie, non accetta l’idea di non fare nulla come il padre di Zemfira.

Aleko:

Ma come tu non ti affrettasti

Subito sulle tracce dell’ingrata,

e i rapitori e a lei, perfida,

Non immergesti il pugnale nel cuore?

 

Il coltello diventa l’arma di distruzione come motivo di vendetta per l’infedeltà. Aleko pugnala lei e l’amante. Il coltello diventa l’arma per far scomparire il corpo femminile. Quest’uso del coltello per cancellare la vita della donna, è possibile vederlo anche nel romanzo di Dostoevskij L’Idiota.

Sebbene Dostoevskij nei suoi romanzi si concentri sull’uomo, il ‹‹microcosmo››, e usi i personaggi femminili per far confluire ‹‹l’Io›› dell’eroe,  dà importanza anche alla figura femminile. Si può parlare del cambiamento della donna in rapporto con l’uomo. Basta pensare ai ‹‹bambini sofferenti››, quei bambini che non sono colpevoli di nulla come sostiene il filosofo Pareyson, i quali in seguito al contatto con il mondo adulto, subiscono le conseguenze.

È Nastas’ja Filippovna una delle bambine sofferenti, una donna che perde la sua dignità, che subisce l’umiliazione da parte della società perché concubina di Tockij. Nastas’ja Filippovna rappresenta la femme fatale, donna autoritaria, demetrica, che porta tutti alla distruzione, incluso il suo aguzzino Rogožin.

Nel romanzo di Dostoevskij, pensando alle sue letture come testimoniato dalle sue Lettere e dal suo Diario di uno scrittore, ci sono forti richiami intertestuali alla letteratura russa ed europea, come Il cavaliere povero (Puškin) e La signora delle Camelie (Dumas) che fanno da indizi per comprendere la situazione dei personaggi. Tockij durante la serata dedicata a Nastas’ja Filippovna per il suo onomastico, fa un riferimento alle ‹‹camelie››.

Nastas’ja Filippovna come Zemfira e Anika (Andrić) rovescia la situazione in suo potere: non si lascia mercanteggiare. Con forza durante la serata in suo onore, mostra il suo potere, sebbene fosse consapevole dell’arrivo della sua fine. La fine, la morte, è possibile scorgerla anche dal suo abbigliamento: il vestito nero.

Il principe Myškin guardando il suo ritratto, recepisce la ‹‹stradanie›› (sofferenza) nei suoi occhi. La bellezza di Nastas’ja come la bellezza di Elena è per lei una condanna. La sorella di Aglaja Adelaide con forza sostiene che con ‹‹la sua bellezza può capovolgere il mondo››.

La sua è una bellezza pericolosa che porta alla distruzione tutti i personaggi. Nastas’ja Filippovna lascia tutti a bocca aperta, in bene e in peggio. Parlano tutti di lei di come una svergognata. Qual è la sua colpa però? È nella richiesta del principe Myškin, quella del matrimonio che lei prende la sua decisione. Consapevole dell’amore malato, passionale, morboso e ‹‹oscuro›› come i suoi occhi, è a lui che chiede di essere salvata, a Parfёn Rogožin. Consapevole del fatto che per condurre la via della salvezza doveva appunto morire. Muore con l’abito da sposa, quasi a simboleggiare l’origine della sua purezza.

“Salvami! Conducimi via! Dove vuoi, subito!”

(L’idiota, p. 585)

La particolarità di questo momento, della sua morte, è in un dettaglio: il coltello. In questo caso, però, Rogožin attua su di lei un rituale. Il rituale della setta dei Castrati, si può notare questo dettaglio in come la uccide.

“L’avevo sempre tenuto in un libro…E…e.. ecco quello che mi sembra strano: il coltello è penetrato forse per sei centimetri… o anche otto…proprio sotto la mammella sinistra… e di sangue ne sarà colato in tutto, sulla camicia, un cucchiaio da tavola, non di più.”

(p. 601)

Dostoevskij inserisce in questo romanzo il rito della setta dei Castrati, una setta ben diversa da quella dei Cristi, poiché i primi si mutilavano i genitali. Come sostiene Rella Rogožin doveva uccidere l’ossessionante bellezza di Nastas’ja Filippovna (Rella, quale bellezza?). La uccide per non permettere a nessun altro di averla. Cancella il suo corpo con il coltello compiendo un rito, quasi un rito sacrificale. Una donna che desidera non subire il dominio maschile cerca in tutti i modi di sottrarsene, cercando anche la morte.

Le donne come Zemfira e Nastas’ja Filippovna sono donne ‹‹mostruose›› che fanno perdere all’uomo la virilità con il loro atteggiamento non conforme ai loro desideri. L’uomo cerca di riacquistare la virilità, il suo onore, come sostiene Bourdieu attraverso la violenza, l’omicidio. È Doyle a parlare della mostruosità:

“l’umanità è definita dagli uomini, perciò le donne, che non sono uomini, non sono umane. Da qui la necessità che vengano dominate dagli uomini e se le donne si ribellano a questo dominio, diventano mostruose”.

(Doyle, il mostruoso femminile, il patriarcato e la paura delle donne)

 

Se le Giuditte dei quadri incarnano la loro mostruosità commettendo l’omicidio, decapitando, un taglio netto con una lama, nel caso delle protagoniste femminili come Nastas’ja Filippovna e Zemfira, che escono dal luogo ‹‹interno››, rappresentano il termine della Doyle, in un altro modo: tenendo testa ai re e di mettere in crisi gli eroi i più virili fra gli uomini (Bandini, l’archetipo della femme fatale e la crisi del patriarcato, p. 6). L’uomo a contatto con una donna di potere, cerca di cancellarla facendo scorrere il sangue sulle sue mani, l’unico modo per tornare all’origine.

L’analisi fatta su i due romanzi mette in luce la forte analogia con i due romanzi, più che altro su come terminano i romanzi, su come le donne come Zemfira e Nastas’ja Filippovna, minaccino la ‹‹virilità›› maschile. Sia Aleko e sia Rogožin, per un motivo differente, usano come arma per cancellare il corpo della donna il coltello. Il coltello simboleggia la donna un taglio netto sull’utero, un cesareo, vale a dire: la nascita di una nuova vita. Questi tolgono, invece, la vita.

 

 

IL DOR, IL DESTINO DELLE DONNE. STORIA DI SORANA DI VINCENZO FIORE

 

di Emilia Pietropaolo

Si racconta una storia per rimanere vivi anche dopo la morte. il romanzo di Vincenzo Fiore, non è una ‘boccata d’aria’ per chi legge, tutt’altro. È una storia cruda e di un feroce riscatto. È la storia di Sorana e della sua Romania post-Ceaușescu ma è soprattutto la storia dei bambini dimenticati. 

Sappiamo già che Sorana è morta ma non conosciamo il motivo, allora si ritorna indietro all’università, a loro due, a Cesare e Sorana e in Romania.

Questa non è una storia d’amore. È la storia di Sorana e del suo corpo. 

Si dice che una cicatrice sia segno di una battaglia. La cicatrice sul corpo di Sorana è un promemoria. Come la nutrice Euriclea nella “cicatrice di Ulisse” Cesare racconta la storia di Sorana.

Sorana è un nome con un corpo maledetto, è una bambina intrappolata nel bruco di una farfalla, una farfalla che emergerà solo dopo la sua morte. Lontano dagli occhi e dal cuore, in questo caso dall’Occidente, nel villaggio di Câlnic vive Sorana.

Una bambina già cresciuta portando dentro di sé il germe della violenza, un corpo abusato sotto il cielo della Romania. In un’epoca dove fare i figli erano una vittoria per lo stato e dello stato, quello di Sorana, diventa un figlio di una madre peccatrice.

 

“Pare che questi ogni qualvolta nasceva un bambino si riunivano per piangere, mentre al contrario si rallegravano durante i funerali per la fine di tutte le sventure”

 

Edgar Degas, le viol, 1868-89, Philadelphia Museum of Art.

 

 

Il corpo della donna diventa importante quando è riproduttivo, non è più della donna ma dell’uomo. Se vuoi trattenere un uomo, lo devi legare con un figlio come dice la zia di Sorana.

 

Quella di Sorana è una delle tante storie delle donne nate nel posto sbagliato che per sopravvivere diventano orfane, scappano di casa, lasciando alle spalle la vita precedente. Sorana conosce Ion diventa per lei quello che le ha cambiato il destino, in peggio e in meglio.

“Ion Petrescu fu l’uomo, il ragazzo che rappresentò per Sorana l’evasione. Un’evasione non solo fisica, ma anche di pensiero”

In meglio perché attraverso le parole cerchiate, conosce la vita delle parole, la scala che la porta da Cesare. In peggio perché Sorana inizia a diventare lei stessa un fantasma, il suo corpo diventa l’involucro dei soldi. Gli uomini di Sorana rappresentano il destino.

Nell’aula di Antropologia Sorana fa la sua entrata catturando l’attenzione di Cesare, potrebbe sembrare un film sentimentale, di sentimentale però c’è solo la sofferenza nascosta dalla sua nuca, dietro quei folti capelli neri legati.

La storia si intreccia tra passato e presente, si frammenta nella voce di Cesare e in quella di Sorana.  Sorana non sopravvive come Viorica conosciuta nel luogo dell’inferno.  Le donne, in questo romanzo di Vincenzo Fiore, sono quelle che subiscono le atrocità, la disumanizzazione dell’uomo.

In Sorana l’atrocità, il peccato, è la cicatrice promemoria sul ventre, in Viorica è la sua innata immaginazione con un corpo da foglia e la madre è la dea bendata che in silenzio cerca di portare in salvo il bruco della figlia.

La storia di Sorana non la racconta un uomo come si può pensare, è lei stessa, attraverso il suo reportage sui “fantasmi che non esistono”, è lei che ci porta in quella reggia che è in realtà una fogna tanto amata da Viorica, è lei che ci porta alla realtà oscura dei bambini strappati dal ventre delle madri. Un posto senza religione.

Quella di Sorana è la storia di tante donne che non hanno mai potuto concepire una stanza tutta per sé, neanche il corpo che diventa proprietà pubblica.

“Sentivo il mio corpo freddo e rigido, come se fossi morta, e forse avrei desiderato morire nell’istante in cui mi infilò le mani fra le mutande”

La vita di Sorana non è mai stata quella di vivere ma sopravvivere, sapeva già che un giorno sarebbe stato un suo oggetto a vivere per lei, il suo promemoria.

I demoni da combattere erano talmente tanti che ancora la perseguitavano.

La cicatrice che la suggellava come madre, la perseguitava come avesse il marchio la lettera scarlatta della peccatrice. È una madre mai nominata, mai chiamata, è solo un promemoria, non ha mai sentito quella parola.

Cesare diventa l’interprete della vita di Sorana, è lui che fa conoscere la storia dietro la cicatrice di madre mai chiamata, è lui che va alla ricerca di Sorana bambina che non ha mai avuto la possibilità di diventare farfalla. Come il suo reportage la cicatrice non esiste, è una favola, i fantasmi non esistono, i bambini strappati non esistono. Sorana immette un titolo potente e provocatorio come questo per suggellare ancora di più la realtà dei fatti. Si festeggia al funerale dei bambini e si piange quando nascono.

“Mi balenò l’idea di registrare autonomamente un documentario per raccontare le periferie romene e le abitazioni delle montagne senz’acqua ed elettricità. Avrei voluto mostrare al mondo quello che avevo vissuto anch’io […] di chi aveva camminato sulle stesse impronte dei bambini diseredati”.

 

Potrebbe essere benissimo un romanzo in stile dickensiano e dostoevskiano.

Come le donne di Dostoevskij, Sorana è una Sonja Marmeladova con il ‘marchio’ sul petto che la suggellava come la prostituta che sacrificava il suo corpo per la famiglia mentre lei come marchio aveva la cicatrice di una nuova vita.

Sorana rappresenta il dor, il grido di dolore che non si ribella, ma che accetta fatalmente il suo destino.Vincenzo Fiore con la storia di questa donna,  pubblicato da Nulladie,  ha raccontato la storia di tante altre donne e dei bambini fantasmi. In questo momento nei luoghi dimenticati ma anche in posti molto vicini a noi, ci sono donne come Sorana.

Donne alle quali vengono strappati i figli, l’infanzia e la gioia di vivere. Paradossalmente Sorana vive nella sua morte, sceglie lei per la prima volta il suo destino. Il suo riscatto diventa il documentario.