Il silenzio nelle arti

 

di Ivana Rinaldi 

Questa riflessione nasce dal libro di Giuseppe Fabiano e Stefano Tonelli, Del silenzio non si può tacere Un viaggio nell’universo del silenzio (Presentazione di Luigi Cancrini, Franco Angeli, 2023). Si nasce custodi del silenzio, durante la vita ne siamo attratti, respinti, a volte curatori, a volte vittime. Espressione dell’umano, del divino e del demoniaco. Il silenzio consapevole unisce, il silenzio imposto divide.

Nel silenzio interiore si realizza l’accordo tra anima e l’armonia dell’universo, uno stato che ci viene invece negato invece dal gran fracasso, dal surplus di parole, suoni, eccesso di connessioni diremmo oggi nell’epoca dei social che ci sottraggono al silenzio e la necessità di abitarlo, di entrare davvero in noi stessi.

Rincorso lungo i secoli da filosofi – nella scuola di Pitagora veniva osservato un silenzio di cinque anni; lo stesso Socrate lo pratica in uno stupore mistico, nei monasteri, nelle abbazie era pratica quotidiana. Le stesse religioni, Ebraismo, Islam, fino all’Estremo Oriente, dove il Buddismo persegue la “vacuità”, danno grande valore ai momenti di silenzio, direi alla pratica del silenzio, specialmente il buddismo che dà meno valore alle parole, più all’interiorità.

In questo quadro appena delineato di connessione profonda tra spiritualità e silenzio, possiamo rintracciare ciò che caratterizza  molte forme artistiche a cominciare dalla pittura: “Gli artisti di oggi fanno molte chiacchiere ma al loro mestiere è indispensabile il silenzio” (Ernst Gombrich).

Henry Thoreau una notte di gennaio del 1953, dopo una camminata nei boschi scrive: “Desidero ascoltare il silenzio della morte, perché il silenzio è qualcosa di positivo da ascoltare. Di tanto in tanto mi metto in ascolto dei cani del silenzio che abbaiano alla luna. Il silenzio suona: è musicale e mi emoziona. Sento l’indicibile”. Ovvero gli elementi necessari: ascolto, suono che diventa musica, immagine, quindi poesia, composizione musicale, arti visive, scultura.

 

 

Molti artisti hanno fatto uso del silenzio, incorporandolo nella loro arte, ma anche decidendo di tacere pubblicamente riguardo al proprio lavoro, come James Joyce, per evitare il coinvolgimento che avrebbe potuto corrompere la sua creatività o J.D. Salinger, ritiratosi a Cornish, in New Hampshire, dopo il successo di Il giovane Holden.

Anche Aldous Huxley avrebbe desiderato un silenzio preventivo quando scrisse parafrasando le parole di Amleto morente: “ Ah, se solo il resto fosse silenzio!”.

Indipendentemente dal fatto che un’opera artistica o letteraria sia interessata al silenzio, questo lo riguarda: la sua esistenza come atto di linguaggio è strutturata intorno al silenzio. Anche la parola scritta lo rompe con i suoi significati e significanti. Samuel Beckett è talmente legato al silenzio che non può evitare di scrivere: “Ogni parola è una macchia muta sul silenzio e sul nulla”.

 

In Italia è inevitabile il riferimento a Giacomo Leopardi, ai sovrumani e infiniti silenzi, ai pensieri di Lo Zibaldone. Il linguaggio di tutte le forti passioni, dall’amore all’ira, dalla meraviglia al timore. Nella letteratura contemporanea, Camilleri quando parla della sua gente, della sua Sicilia, crea sempre una cornice di silenzi, espressi dai volti, dai gesti, nella consumazione dei pasti .

Anche l’amicizia contempla i non detti: tra amici non sempre è necessario parlare, basta la vicinanza. Anche per chi soffre di pene d’amore, scrive Ovidio nel suo Remedia amoris: “Non dire ciò che segretamente ti addolora, ma piangi segretamente. Chi tace, è forte”.

Diverso il discorso della pittura e delle arti figurative escluse dalla parola e dal suono, connotate da un certa sordità proporzionale al loro coinvolgimento nella materia. Su questa convinzione si basa la gerarchia delle arti di Arthur Schopenauer espresse in Mondo come volontà di rappresentazione, dove la musica è posta al vertice di questo percorso ascendente.

Giorgio De Chirico- autoritratto-

Merleau Ponty sosteneva che nell’azione pittorica, le cose nascono dal silenzio in cui sono poste, conferendo visibilità all’invisibile.  Molte correnti pittoriche del ‘900 sono immerse nel silenzio: la pittura metafisica di Giorgio De Chirico che sostituisce i corpi con i manichini, le nature morte di Carlo Carrà, il surrealismo di René Magritte. Un silenzio fatto di estraneità dell’artista rispetto alla realtà, non un mezzo per rappresentarla come è avvenuto nel corso dei secoli e nelle varie correnti pittoriche: pensiamo al realismo di Caravaggio.

La musica un tempo arte per colti, nobili e borghesi, poi divenuta popolare con il diffondersi dell’Opera, oggi così pervasiva – la ascoltiamo ovunque, in casa, in macchina, nei supermercati, nei luoghi pubblici, ci aiuta a superare la noia, l’isolamento, riempie il senso di vuoto, anche emotivo. In un certo senso disabilita il silenzio, cioè il tempo per immaginare e sognare. Eppure molti compositori del Romanticismo hanno utilizzato il silenzio “sublimale” con suoni così sottili confondendoli con quelli della Sala. Debussy in particolare, settantacinque anni dopo Beethoven, porta alle estreme conseguenze la scoperta delle sue potenzialità espressive.

In Italia Luigi Nono esalta il silenzio come componente essenziale nella composizione musicale. Nella musica leggera che definisce il mondo industrializzato non mancano numerosi esempi in cui il silenzio viene esaltato come nel celebre brano The sound of silence di Simone&Garkunfel, in cui il messaggio è legato alla difficoltà di comunicare e all’ignoranza della natura. L’oscurità senza la luna e le stelle, è artificiale, fredda, abbagliante. Quando non si concilia con il silenzio è un incubo.

Dopo Cage, le esperienze sul silenzio si sono moltiplicate in artisti come Miles Davis, “principe del silenzio” come veniva chiamato: “ La vera musica è il silenzio, tutte le note non fanno che incorniciare il silenzio”.

Infine il cinema, settima arte, nata muta, e del muto Chaplin è tra i più grande esponenti e che continuò a usarlo anche dopo l’avvento del sonoro. L’unica forma di arte che può riprodurre il silenzio e il suono. E’ stato necessario che vi fossero rumori e suoni, affinché la loro sospensione generasse il silenzio. Il regista e scrittore ungherese Bolazs, pensava che nessuna altra arte potesse rappresentarlo, neanche il muto che paradossalmente  potenzia il suono.

Tante le tecniche per riprodurlo e su cui non mi soffermo, ma va sottolineato come il silenzio diventi protagonista nei film di Tarkosvkij, i cui film sono privi di dialoghi, di Bergman, di Kurosawa. E ancora Hitchcock. In Italia Antonioni e la sua trilogia del silenzio: L’Avventura (1960), La notte (1961) e L’eclisse (1962) in cui viene espressa in maniera sublime l’incomunicabilità tra i sessi. E ancora Fellini con il suo La voce della luna (1990), una presenza desiderata ma difficile da raggiungere.

Di recente abbiamo un esempio interessante dell’uso del silenzio nel cinema, A perfect day di Wim Wenders. Quello sospeso che si sperimenta guardando le luci e le ombre tra gli alberi attraversati da raggi di sole; immagini di foglie che si muovono al vento,  sorrisi e  non detti. A parlare è il volto del protagonista, Hirayama. La musica fa da contralto al silenzio e lo rompe inviandoci messaggi contrastanti, di gioia, felicità e forse, al contrario di ciò che si pensa, disperazione.

Tanti dunque gli spunti di riflessione che Del silenzio non si può tacere ci offre. Le sue infinite sfaccettature e il mistero profondo.

Un ritratto di Chandra Candiani

A conclusione una bellissima poesia di Chandra Livia Candiani  tratta da Il silenzio è cosa viva

Il silenzio onesto
Non tutti i silenzi sono uguali. Come, grazie
alla consapevolezza del vivere, si diventa
sensibili alla luce, alle diverse sfumature di
luce in diversi luoghi, in differenti momenti
della giornata e delle stagioni, cosí si colgono
miriadi di sfumature nei silenzi nostri
e altrui, silenzi umani, silenzi degli animali,
degli alberi, silenzi minerali.
Il silenzio non è tacere né mettere a tacere,
è un invito, è stare in compagnia di qualcosa
di tenero e avvolgente, dove tutto è già stato
detto. Il silenzio sorride.
Caro silenzio, aiutami a non parlare di te,
aiutami ad abitarti. Addestrami. Disarmami.
Tu mi insegni a parlare. Eccomi, mi lascio rapire.
Non lascio niente a casa, niente di intentato.
Ci sono. In te. Arte del congedo per ritrovare.
Arte dell’a-capo che insegna a lasciarsi scrivere.
Il silenzio semina. Le parole raccolgono.
Il silenzio è cosa viva.

 

 

 

IL DOR, IL DESTINO DELLE DONNE. STORIA DI SORANA DI VINCENZO FIORE

 

di Emilia Pietropaolo

Si racconta una storia per rimanere vivi anche dopo la morte. il romanzo di Vincenzo Fiore, non è una ‘boccata d’aria’ per chi legge, tutt’altro. È una storia cruda e di un feroce riscatto. È la storia di Sorana e della sua Romania post-Ceaușescu ma è soprattutto la storia dei bambini dimenticati. 

Sappiamo già che Sorana è morta ma non conosciamo il motivo, allora si ritorna indietro all’università, a loro due, a Cesare e Sorana e in Romania.

Questa non è una storia d’amore. È la storia di Sorana e del suo corpo. 

Si dice che una cicatrice sia segno di una battaglia. La cicatrice sul corpo di Sorana è un promemoria. Come la nutrice Euriclea nella “cicatrice di Ulisse” Cesare racconta la storia di Sorana.

Sorana è un nome con un corpo maledetto, è una bambina intrappolata nel bruco di una farfalla, una farfalla che emergerà solo dopo la sua morte. Lontano dagli occhi e dal cuore, in questo caso dall’Occidente, nel villaggio di Câlnic vive Sorana.

Una bambina già cresciuta portando dentro di sé il germe della violenza, un corpo abusato sotto il cielo della Romania. In un’epoca dove fare i figli erano una vittoria per lo stato e dello stato, quello di Sorana, diventa un figlio di una madre peccatrice.

 

“Pare che questi ogni qualvolta nasceva un bambino si riunivano per piangere, mentre al contrario si rallegravano durante i funerali per la fine di tutte le sventure”

 

Edgar Degas, le viol, 1868-89, Philadelphia Museum of Art.

 

 

Il corpo della donna diventa importante quando è riproduttivo, non è più della donna ma dell’uomo. Se vuoi trattenere un uomo, lo devi legare con un figlio come dice la zia di Sorana.

 

Quella di Sorana è una delle tante storie delle donne nate nel posto sbagliato che per sopravvivere diventano orfane, scappano di casa, lasciando alle spalle la vita precedente. Sorana conosce Ion diventa per lei quello che le ha cambiato il destino, in peggio e in meglio.

“Ion Petrescu fu l’uomo, il ragazzo che rappresentò per Sorana l’evasione. Un’evasione non solo fisica, ma anche di pensiero”

In meglio perché attraverso le parole cerchiate, conosce la vita delle parole, la scala che la porta da Cesare. In peggio perché Sorana inizia a diventare lei stessa un fantasma, il suo corpo diventa l’involucro dei soldi. Gli uomini di Sorana rappresentano il destino.

Nell’aula di Antropologia Sorana fa la sua entrata catturando l’attenzione di Cesare, potrebbe sembrare un film sentimentale, di sentimentale però c’è solo la sofferenza nascosta dalla sua nuca, dietro quei folti capelli neri legati.

La storia si intreccia tra passato e presente, si frammenta nella voce di Cesare e in quella di Sorana.  Sorana non sopravvive come Viorica conosciuta nel luogo dell’inferno.  Le donne, in questo romanzo di Vincenzo Fiore, sono quelle che subiscono le atrocità, la disumanizzazione dell’uomo.

In Sorana l’atrocità, il peccato, è la cicatrice promemoria sul ventre, in Viorica è la sua innata immaginazione con un corpo da foglia e la madre è la dea bendata che in silenzio cerca di portare in salvo il bruco della figlia.

La storia di Sorana non la racconta un uomo come si può pensare, è lei stessa, attraverso il suo reportage sui “fantasmi che non esistono”, è lei che ci porta in quella reggia che è in realtà una fogna tanto amata da Viorica, è lei che ci porta alla realtà oscura dei bambini strappati dal ventre delle madri. Un posto senza religione.

Quella di Sorana è la storia di tante donne che non hanno mai potuto concepire una stanza tutta per sé, neanche il corpo che diventa proprietà pubblica.

“Sentivo il mio corpo freddo e rigido, come se fossi morta, e forse avrei desiderato morire nell’istante in cui mi infilò le mani fra le mutande”

La vita di Sorana non è mai stata quella di vivere ma sopravvivere, sapeva già che un giorno sarebbe stato un suo oggetto a vivere per lei, il suo promemoria.

I demoni da combattere erano talmente tanti che ancora la perseguitavano.

La cicatrice che la suggellava come madre, la perseguitava come avesse il marchio la lettera scarlatta della peccatrice. È una madre mai nominata, mai chiamata, è solo un promemoria, non ha mai sentito quella parola.

Cesare diventa l’interprete della vita di Sorana, è lui che fa conoscere la storia dietro la cicatrice di madre mai chiamata, è lui che va alla ricerca di Sorana bambina che non ha mai avuto la possibilità di diventare farfalla. Come il suo reportage la cicatrice non esiste, è una favola, i fantasmi non esistono, i bambini strappati non esistono. Sorana immette un titolo potente e provocatorio come questo per suggellare ancora di più la realtà dei fatti. Si festeggia al funerale dei bambini e si piange quando nascono.

“Mi balenò l’idea di registrare autonomamente un documentario per raccontare le periferie romene e le abitazioni delle montagne senz’acqua ed elettricità. Avrei voluto mostrare al mondo quello che avevo vissuto anch’io […] di chi aveva camminato sulle stesse impronte dei bambini diseredati”.

 

Potrebbe essere benissimo un romanzo in stile dickensiano e dostoevskiano.

Come le donne di Dostoevskij, Sorana è una Sonja Marmeladova con il ‘marchio’ sul petto che la suggellava come la prostituta che sacrificava il suo corpo per la famiglia mentre lei come marchio aveva la cicatrice di una nuova vita.

Sorana rappresenta il dor, il grido di dolore che non si ribella, ma che accetta fatalmente il suo destino.Vincenzo Fiore con la storia di questa donna,  pubblicato da Nulladie,  ha raccontato la storia di tante altre donne e dei bambini fantasmi. In questo momento nei luoghi dimenticati ma anche in posti molto vicini a noi, ci sono donne come Sorana.

Donne alle quali vengono strappati i figli, l’infanzia e la gioia di vivere. Paradossalmente Sorana vive nella sua morte, sceglie lei per la prima volta il suo destino. Il suo riscatto diventa il documentario.

 

Ada Negri- La cacciatora-

 

 

 

Ritratto autografo di Ada Negri

Il nome di Ada Negri  non figura tra le scrittrici italiane  del secolo, nelle antologie scolastiche, relegata al ruolo di minore o marginale.  Un vero peccato, considerata la soave scrittura, lo spessore d’intelletto e l’originale capacità di “dipingere” un mondo femminile in trasformazione, energico e lontano dalle rappresentazioni canoniche.  All’altezza del 1920 Ada Negri scrive una breve raccolta di racconti “Le  sorelle, ritratti di donne”, oggi contenuta nella raccolta Prose, tra cui spicca un gioiello : La cacciatora.  

“Di che colore erano gli occhi della Cacciatora? Non riesco, per quanto mi ci sforzi, a ricordarmene.
Forse, azzurri. Forse, grigi. Piccoli, certo, e vaghi: non mai risolutamente fermi su una persona o una cosa: tanto da far pensare come mai ella potesse avere, cacciando, così giusta mira. Altro, di quegli occhi, non so più; mentre invece, dopo tant’anni, ho vivissima nella memoria la figura di lei. Sembrava alta, più che non fosse in realtà: era larga di spalle e di torace, forte nei fianchi e nelle gambe, ben presa nel costume maschile di velluto a coste color verde bottiglia o marrone scuro, e sotto il cappellaccio di feltro a larghe tese. Sempre in stivaloni: il fucile ad armacollo lo portava per abitudine, anche quando non andava a caccia, ma semplicemente a passeggio per la campagna.”

Sin dall’incipit, La cacciatora emerge prepotente con la sua carica fisica:  i suoi occhi, forse azzurri sono grigi, piccoli e vaghi.  Sono gli occhi di una cacciatora, di una donna che indossa vestiti maschili e si fa chiamare Eddie. Il personaggio viene presentato attraverso le fattezze fisiche, come spesso accade nella prosa ottocentesca. Qui però, avviene un rovesciamento speculare del topos della donna della tradizione letteraria (gli occhi non sono azzurri ma grigi, e l’aggettivo vaghi che appartiene alla tradizione petrarchesca, delinea una personalità sfuggente e del tutto priva dell’aura angelicata della letteratura). I colori sono utilizzati per i vestiti maschili, lontani dai tradizionali colori associati agli abiti femminili. Sono anche i colori che riprendono tradizionalmente i cromatismi del bosco in funzione mimetica. La cacciatora come creatura boschiva, selvatica.

La proposizione avversativa “mentre…invece”…segna una cesura: lo sguardo non restituisce una lettura trasparente:  altro rovesciamento del topos degli occhi come “specchio dell’anima”. La figura esteriore, dalla forma del corpo all’abbigliamento definisce lo status . Lo definisce ulteriormente la funzione espressiva dei nomi alterati: cappellaccio e stivalone che richiamano quasi grottescamente a un vestiario abbondante, logoro, quasi una divisa scelta appositamente per distinguersi. Più sopra, l’abbigliamento viene definito infatti “costume”

un ritratto della scrittrice “Ada Negri”

Una donna che travalica gli steccati delle convenzioni con naturalezza  e impone anzitempo un modello di vita e identitario che è difficile riassumere nella formula donna-uomo che la scrittrice usa risolutamente . La cacciatora è una rivoluzione in atto che attraversa – anzi fende- la tradizione dia da un punto di vista letterario che storico:  in una realtà in cui le donne erano ancora relegate in ruoli casalinghi e appartati, la Cacciatora diviene un modello assolutamente estraneo e trascinante: una sorta di ibrido maschile e femminile che partecipava e dell’una e dell’altra regione, rimanendo nella sua sfera intima una straniera assoluta, in senso camusiano.  Vi erano in lei le vestigia di  una remota femminilità che si riverberava nella capacità di ascoltare i racconti delle donne di Motta, paesino piemontese, con la sua empatia e vigoria assieme. Tutto ciò conferiva alla Cacciatora un’aura speciale , quasi di divinità decaduta:

suonava la chitarra  con mano esperta, con sentimento forte ma un po’ rigido, volutamente compresso. A vederla seduta in un angolo, con lo sguardo assente, le gambe accavallate, la testa dai capelli recisi china verso il collo dello strumento cos’ poco adatto al costume che mascherava grossolanamente  la femminile floridezza del suo corpo, destava un senso di pena, p piuttosto di curiosità turbata, malsana: anche in coloro che, come noi alla sua presenza eravamo avvezzi.

Il suo passato da donna angelicato è racchiuso in un album segreto, che mostra alle donne del paese fino allo scoperchiamento del lato di sé che aveva seppellito  e che costringe le altre donne a una feroce autoanalisi: siamo vigliacche perché Eddie è scomoda, ci interroga, ci scuote nelle fondamenta,  ci dice che dobbiamo capire.  Della bambina dei riccioli d’oro, paffuta e rassicurante, emerge una giovane con le fattezze da amazzone che si trasforma e cavalca caparbiamente i cavalli e poi la donna risoluta con fucile da caccia in spalla, puntato contro il nemico esterno, la società giudicante e anche il pensiero maschio introiettato in quelle ragazze di paese  che soffrivano per la sua deviazione ma intimamente ne ammiravano la forza. Leggere Ada Negri provoca felicità, una sensazione di pienezza, che solo le straniere assolute possono raccontare, lasciando il segno sui tempi e insegnandoci la libertà dell’essere “cuori frecce lance ridenti.”

Pirandello al quadrato

 

 Luigi Pirandello ritorna in Sicilia nell’occasione della morte della sua balia, e si imbatte nella compagnia dei tragicomici Onofrio e Bastiano, attore e aspirante drammaturgo di una compagnia di amatori in fase di realizzazione del loro spettacolo “La trincea del rimorso, ovvero Cicciareddu e Pietruzzu”.

Questa la  struttura realista del film di Andò, che ripercorre la tappa siciliana di Pirandello, il suo incontro con Verga, e conclude con la prima di  Sei personaggi in cerca di autore, fischiato dal pubblico romano del teatro Valle, poco prima che il dramma diventasse il modello di un nuovo teatro, nel podio dei piu grandi drammaturghi europei, fino al Nobel.   Interviene poi nella struttura a cornice, la storia parallela, innervata dalla stranezza, la stranizza tutta siciliana, visionaria e obliqua, che spezzetta la realtà in frammenti disseminati che tutti assieme hanno il loro senso, la loro “quadra”. È un senso che esige l’abbandono della verosimiglianza, delle regole classiche del teatro, di tutti quei patti narrativi che hanno permesso all’arte di svolgere il suo mestiere e al teatro di essere catarsi e rispecchiamento. La stranizza, come la rottura della quarta scenica è una folata di scirocco che ci rende tutti pazzi, ma lucidi, come Enrico IV alle prese con il suo sdoppiamento.  Non va compresa ma “intesa”, respirata, come tutte le piccole follie siciliane che Sciascia (cui peraltro è dedicato il film come si legge nei titoli di coda) ha tratteggiato, con la precisione di un cesellatore, di modo che apparissero- borgesianamente-  reali più del reale stesso. Andò tenta allora di applicare il metateatro pirandelliano ai personaggi che animano questo film, ne fa visioni, personaggi del processo creativo, follie animate, macchiette spiritate.  Gli appaiono, sono reali e surreali, immagini e persone, sono maschere anch’essi.  Il serbatoio di questo processo  che porta i segni del cortocircuito tra vertà e arte- già maturo –  è quella Sicilia che è rappresentata soprattutto dalla farsa, dalla battuta mordace, dallo stereotipo che si fa carne pensante, da quell’apparente semplicità che è complessa come il sorriso della balia morta, l’irrisione della morte, ancestrale e tragica. Come è arcaico, del resto, il legame con il farsesco e la commedia: non è forse stato Plauto ad anticipare il metateatro e la rottura della quarta parete? E si ride allora, con i magistrali Ficarra e Picone deuteragonisti invasati da una gioia della recitazione che si percepisce a ogni singola battuta. Si ride di noi, della vita che ci supera, di Pirandello che ci ha raccontato le nostre maschere, i nostri amari sorrisi, la nostra “stranizza”. E’ un film che ha reso meno cerebrale Pirandello e lo ha giustamente annodato a radici terragne che probabilmente, come tutti i siciliani emigrati, tendono a diventare vagheggiamento nostalgico. Un affastellarsi di grumi spazio temporali che – e ci sta pure- riportano tempo e memoria a uno stato coscienziale più che reale. Non cercate insomma la genesi dei Sei personaggi n Sicilia, non cercate il viaggio nostalgico di Pirandello, perchè la stranezza, come il flusso della vita,  non la puoi rinchiudere nelle forme.  Interviene la leggerezza della boutade siciliana a raccordare tutto, riuscendo nel suo intento primario.

 

LE STANZE DI SCIASCIA

La scrivania personale di Leonardo Sciascia

 

 

 

 

 

 

 

di Antonina Nocera

Faccio il compleanno l’undici Maggio e l’undici Luglio, due mesi dopo, ho ricevuto un prezioso regalo: Fabrizio Catalano mi apre le porte della casa del nonno, Leonardo Sciascia, a Palermo. Difficile dire le sensazioni senza incorrere nella retorica della reverenza: se si può parlare di aura, per come la intese Benjamin,  ecco quella sicuramente è presente in questa casa. Meglio ancora risponderebbe Bachelard, questo è lo spazio “dell’immensità intima”, e io ne sto varcando la soglia.

C’è la scrivania intatta, per come l’ha lasciata lui, gli oggetti disposti con un ordine che  si presume non casuale (mi piace immaginare che la lucida ragione speculativa intervenisse anche in queste minuzie della vita quotidiana) , una macchina da scrivere , cimelio di ‘antico scrittore’, una foto di Pirandello a lato, una di quelle foto  ampie, con la cornice argentea che solitamente si riservano alle madri, ai fratelli, ai grandi affetti. E ancora oggetti che parlano di lui: sulla scrivania, un piccolo calendario manuale con i numeri girevoli, ne ricordo l’esistenza perché anche il mio, di nonno, segnava i giorni in questo modo, i singoli giorni che devono essere segnati, altrimenti si perdono nel vuoto, nell’oblio. Quel piccolo oggetto reca la data del  19 novembre, data della  vigilia della sua morte. La moglie ha voluto fermare il tempo, o per lo meno quel tempo,  quell’istante in cui  dolore ha scoccato la sua ora.  

Il calendario manuale

Immagino che la grande riflessione sulla morte e sull’esistenza prendesse vita anche da queste vicende personali che generavano poi grandi immagini, grandi personaggi. Il suo studio ha anche una particolarità: è una stanza avvolta dai libri. Avrei potuto dire piena, come lo sono le stanze e gli studi degli scrittori e degli artisti, ma questo verbo rende meglio la sensazione di piena avvolgenza.  I libri sono disposti su una parete e dirigono lo sguardo in orizzontale, quasi fosse l’immanenza a prevalere in questa teoria di scritti, chissà voglio immaginare e speculare un po’ anche io. Di contro, le altezze verticali delle pareti sono occupate da una quadreria importante: riconosco quello a me più familiari: Guttuso, Caruso suo grande amico. Amava l’arte,  i romanzi dialogano spesso con le opere d’arte; si capisce che ogni singolo quadro di questa stanza è una piccola finestra su un senso ulteriore.

Renato Guttuso : La morte dell’inquisitore

Molti surrealisti, come se la realtà, allo stesso modo la verità, potesse essere raccontata attraverso una necessaria deformazione , per apparire più nitida.   Il mio sguardo si dirige ora verso un quadro che è posto dietro la scrivania, messo lì per essere guardato e per interrogare chi guarda. È un’illustrazione di Guttuso “La Morte dell’inquisitore” un’opera dai tratti decisi, una “visione” che contiene la realtà e tutto ciò che potrebbe essere, in un unico spazio.

Nella mia mente si affastellano dei fotogrammi in sequenza rapida: quella macchina da scrivere che ticchetta rapida, il fumo della sigaretta che esala dal portacenere, una ruga pensosa, quella che si piega tra un occhio e l’altro, sollecitata da due pensieri, quello dei giusti e quell’altro dell’inquisitore che emette la sentenza definitiva, mentre una nota si fa più acuta e stringente, e riverbera sulla morte…   le ultime parole di Frate Diego la Matina “dunque Dio è ingiusto” è la formula chiave del romanzo saggio del 1964.  E qui ritorna, e lo sento vivido e forte, lo Sciascia dostoevskiano, quello che oppone al male del mondo contro gli innocenti la il dubbio di una fede che si interroga, – lampi di Ivan Karamazov- vissuta un po’ come Fëdor nel crogiuolo del dubbio, quello di ogni vero libero pensatore.Nonostante una piccola foto incorniciata di Tolstoj che Fabrizio mi mostra a conferma dell’amore letterario per questo autore, ci sono delle frequenze dostoevskiane che vibrano, costanti.

Nell’’ultima stanza, quella intima, entro con pudore. Non è reverenza, ma la stanza da letto è un luogo sacro e varcarlo è per me entrare in una dimensione da preservare. Non dirò nulla se non che il Cristo di Odilon Redon accanto al capezzale mi ha catturato per un minuto eterno, tanto misterioso e abissale è il volto di quest’uomo, un volto glabro, ben lontano dalla classica iconografia. A me sembra un Cristo che potrebbe essere chiunque, un bambino un giovane un adulto, un uomo di qualsiasi nazionalità di qualsiasi etnia, o forse anche un uomo semplice, uno che incontri per strada, o che hai già incontrato. Lascio questo mistero per rivolgere un’ultima domanda a Fabrizio. Abbandono lo scrittore e il nipote del grande scrittore: adesso voglio un momento speciale, un aneddoto, voglio un bambino e suo nonno a scambiarsi un momento indimenticabile.

Fabrizio e il nonno, seduti nelle campagne di Racalmuto nella residenza alla Noce, le pietre che rilucevano della luce lunare, si parlava della vita dopo la morte. Sì, era un bambino molto curioso, Fabrizio, il nonno lo sapeva e così gli rispose: “Di fronte a questo dilemma c’è soltanto il dubbio”. Mai risposta fu più sciasciana.

Chi guarda chi? Una piccola riflessione su “Las meninas” di Velasquez

velasquez

Uno dei quadri più importanti e ricchi di implicazioni e simbolismo della storia dell’arte moderna, è Las meniñas di Velasquez, del 1656.
 
Seguendo una linea che a me piace chiamare, della “perspicuità”, la pittura olandese del 600 è sempre stata accostata al realismo dettagliato e vivido, basti pensare a Vermeer, Van Dyck, alle loro luci precise, diurne. Vedere meglio, ma vedere anche oltre, i quadri di questi pittori ci catapultano non solo nel doppio della realtà come la vediamo, restituendo una copia che fa a gara con il reale, ma ci rendono pienamente partecipi dell’esperienza visiva, dell’esperienza della rappresentazione e della composizione dell’opera d’arte. Con Velasquez e Las meniñas questo processo giunge al culmine: siamo parte del quado che ritrae le giovani eredi del trono di Spagna. Come riesce a fare ciò ce lo spiega bene Foucault in una celebre lettura acuta del quadro.
Anzitutto ci invita a guardare agli attori che campeggiano in prima linea nel quadro: al centro è l’infanta Margherita, erede al trono di Spagna. Il palcoscenico sembrerebbe suo, ma è soltanto una fugace impressione. A lato le comprimarie della piccola, col loro seguito di pose e un cane che dorme beato.
A lato il pittore, che guarda. Chi per l’esattezza? Il re Filippo IV e la regina che si specchiano e si mostrano a dal riflesso? In questo momento, dice Foucault, egli esce dal quadro e dialoga con noi spettatori che lo guardiamo. Si apre il primo squarcio tra visibile e invisibile. Siamo già parte della rappresentazione del quadro. E anche il pittore, figura solitamente anonima una presenza assente per così dire, trova il suo spazio e la sua parola. Ma aggiunge, siamo veduti o in atto di vedere, soggetti o oggetti della rappresentazione? La presenza del cortigiano Josè Nieto, sullo sfondo mi sembra essere il vero punto di fuga della composizione. Nella rappresentazione del potere, e nel gioco degli sguardi multipli, Velasquez sembra darci la possibilità di uscire da questa parata. Mi sembra suggerire, “se volete uscire ecco pure la porta, se rimanete qui, viceversa, sappiate che il potere ha sempre lo sguardo altrui come alimento e mai potrà essere diversamente. Noi spettatori alimentiamo la corte e i suoi rituali. E lo specchio, vero protagonista e strumento della duplicazione semantica, è quasi dimenticato in un angolo. Come nell’altro celebre e magnifico quadro dei coniugi Arnolfini di Jan Van Eyck,  sicuro modello del Velasquez.
 
Vale la pena ricordare la citazione sotto forma di ecfrasi inventata che fa Sciascia nel finale del romanzo Il contesto del 1971. Rogas , il commissario e Amar vengono trovati uccisi in due sale adiacenti della Galleria Nazionale, l’uno sotto «il quadro della Madonna della Catena di ignoto fiorentino del quattrocento», l’altro «sotto il famoso ritratto di Lazaro Cardenas del Velasques» In realtà questi quadri non esistono e il nome di Lazaro è quello di un rivoluzionario messicano. Ma il riferimento al pittore dei re è emblematico: prefigura la morte degli ideali in nome della rivoluzione che poi diventa immobilismo. E aggiungo, nel contesto, “Il travestimento comico di un’opera seria”, la grande riflessione sul potere si dipana nei mille rivoli della pusillanimità e dell’omertà, delle minacce velate, delle finte risate, delle smorfie consapevoli, in in tutta quella fisiognomica dello sguardo che tanto ricorda l’arte di Vealsquez.  E poi, come non ricordare Innocenzio X di Francis Bacon? Ma qui si apre un altro denso capitolo. Alla prossima.
 
#pilloledarte

Cinzia Orabona e il suo “Prospero-progetto”, due chiacchiere, un the, un’intervista

Incontro Cinzia in un pomeriggio freddo di fine Gennaio. Mi accoglie cordialmente e mi offre dell’ottimo the. Il luogo, la libreria Enoteca Prospero, parla di sé e da sé: libri e vini fanno da cornice ad un ambiente di gusto retrò, di quell’informalità naturale e senza fronzoli, che accoglie senza ostentare. Materiali e luci calde, poltrone vellutate, odori di buon cibo, un interno di casa in cui la gente si riunisce per  onorare il i vino e la sacra lettura. Genuinità  e ritmo: sì, uno strano connubio all’apparenza,  ma che ho subito modo di verificare intrattenendomi con lei in una lunga chiacchierata.

Cinzia, tu nasci libraia?

No, la mia esperienza inizialmente diverge dall’ambiente editoriale. Ho lavorato in Seat pagine gialle  per un periodo. Ho conseguito poi  un Master in management dei beni culturali e attualmente mi occupo della rete musicale siciliana, nello specifico collaboro con l’orchestra sinfonica siciliana da sei anni organizzando il concorso nazionale dei giovani talenti.

Da dove e quando parte l’idea di occuparti di libri?

Curavo un blog e occupandomi di musica ho pensato di unire le due passioni. Poi è nato “Prospero”. Peraltro credo che oggi una libreria non debba limitarti alla sola proposta di vendita e promozione del libri, ma che sia utile offrire anche altre forme di intrattenimento dall’aperitivo al bicchiere di vino, alla musica.

La libreria è molto attiva anche dal punto di vista dell’organizzazione degli eventi, come ho visto. Sono iniziative eterogenee che comprendono anche un’interessante offerta musicale.

Sì, ho organizzato svariati eventi. Uno a cui tengo è quello dedicato alle guide turistiche, il martedi.

Di cosa si tratta? spiega nel dettaglio

 Metto a disposizione più dii cento testi in consultazione gratuita, senza obbligo di consumazione e fino alle 19:00, l’orario in cui inizia la serata

Passiamo alla scelta del nome: Prospero, il  principe mago della  celebre commedia shakespeariana, un personaggio tanto istrionico quanto misterioso; ha un significato particolare per te?

É un personaggio bellissimo ed è stato il primo a cui ho pensato;  io desideravo un nome italiano senza cedere alla moda  anglofona dei nomi da coffee bar, wine bar; mi sono confrontata con i miei soci e infine abbiamo optato per questo.

 

Di questo posto mi colpisce la collocazione dei libri: una libreria minimale dove i testi vengono suddivisi per “generi”, anche se forse la definizione classica di genere non è la più adatta.  Mi sembra che questi post it  sparsi lungo gli scaffali siano piuttosto degli indizi di una mappa che il lettore può costruirsi da sé e che tu stessa abbia costruito in base a delle suggestioni personali.

É uno schema mobile che cambio continuamente. Libri che si aggiungono, che cambiano disposizione, ho iniziato con quaranta editori, adesso sono a quota quarantasei e ne aspetto ancora altri. Sono tutti editori indipendenti con cui mi relaziono personalmente, tengo a dare visibilità a chi non ne ha ne ha nella grande distribuzione . Ho poi l’esclusiva per alcune case editrici che a Palermo non erano ancora arrivate come Effequ, Gorilla sapiens.

 Mi piace questa tua scelta, consapevole del fatto che ci sono dei gioielli che vengono fuori dalle piccole case editrici. Vuoi fare qualche altro esempio di casa editrice che hai in casa e o prossima ad arrivare? Continua a leggere