Voci dalle ossa

di Antonina Nocera 

Se esiste un libro che coniuga alla perfezione la complessità  di temi, dell’impianto strutturale con la chiarezza e il nitore formale,  questo è Voci dalle ossa di Alessia Franco, giornalista e scrittrice, nota anche come “La raccontatrice”. E se è ancora lecito, in questa età di semplificazione, di ampia tendenza all’intrattenimento e non solo in ambito letterario,  divulgare un’operazione culturale che ha anche una ricaduta sul piano dell’impegno sociale, penso che sia doveroso spiegare le ragioni e la genesi di questo lavoro.

Ho trovato interessante il progetto che sta a monte alla scrittura di un libro che è molto di più di un’opera di narrativa. Come necessaria premessa, è utile sapere che si tratta di un e-book concepito per essere distribuito e letto in forma gratuita, già tradotto in inglese, spagnolo e arabo. Sposando la politica dell’ open access, il lavoro di Franco intende coinvolgere studenti, lettori e lettrici in maniera trasversale e con l’intento di sollecitare, attraverso la narrazione, una riflessione ad ampio raggio che parte dal macro tema del dialogo con  i morti, con le ossa,  che nel simbolismo archetipico  sono l’anello di congiunzione del ciclo psichico vita-morte vita (PInkola Estes)

Tutto parte da un’idea di Franco che raduna  tutte le sue passioni: la fiaba, la narrativa, le storie scelte con cura e restituite con la cura di chi sa recuperare e raccontare, il giornalismo, l’ inchiesta, il realismo magico. Si aggiunge una collaborazione importante con l’antropologo forense Nicholas Marquez Grant.

In quattro anni di meticoloso lavoro,  Voci dalle ossa prende vita da quest’incontro, dalla sinergia di queste due voci, di queste visioni: la narrazione incontra il grande tema delle sparizioni forzate, dei desaparecidos di ogni paese del mondo; la ricerca meticolosa e faticosa dell’antropologia forense incontra la forza delle parole che ci restituiscono storie sepolte, come le ossa delle fosse comuni, destinate altrimenti a rimanere polvere tra la polvere, dimenticate dal mondo. Ce lo spiega Nicholas, che firma la prefazione:

In Voci dalle Ossa, la scrittrice Alessia Franco, mia cara amica, ha raccontato, spargendo luce con parole che ha scelto una per una, il fenomeno delle sparizioni forzate. Lo ha fatto da due prospettive: una è quella delle vittime che hanno perso la vita; l’altro è il punto di vista di chi resta vivo, con soltanto un ultimo ricordo e molte domande irrisolte. La storia scritta da Alessia rende onore anche tutti quegli scienziati – spesso molto coraggiosi – che operano in tutto il mondo per cercare appunto di dare risposte ai parenti degli scomparsi, cercando di colmare i vuoti di informazioni spesso insufficienti, lavorando senza sosta per ricercare e identificare i corpi delle persone che non hanno fatto più ritorno a casa.

Le voci narranti sono affidate ai ragazzi, i componenti del Discovery team,  adolescenti o poco più con un fuoco dentro, quello della curiositas, che da Apuleio a Collodi è il topos della conoscenza del mondo, della trasgressione positiva che insegna ad affrontare l’incognita, ad andare oltre lo steccato del conosciuto, della zona di comfort. Sono loro, i trasgressori positivi, che cambiano le regole imposte da un mondo alla deriva, che nasconde le “ossa” di omicidi scomodi, di vite innocenti strappate precocemente.

Nico e Rosa, sono i detonatori di questa esperienza di vita e narrazione: lui ritrova le ossa e lei le racconta, restituisce, attraverso la parola, le storie dei corpi dimenticati nelle fosse, delle memorie che vi sono appiccicate come residui di materia: la scienza e la narrazione si incontrano per svelare il sepolto, il “segreto” dell’osceno che ogni comunità desidera seppellire per sempre. Le ossa seppellite sono quelle degli scomparsi, dei desaparecidos, delle persone scomode eliminate, delle vittime della lupara bianca, dei bambini delle fosse comuni durante le guerre, degli scomodi, dei reietti, dei diversi.

Con grande abilità narrativa, Alessia Franco riesce a delineare personalità palpitanti e reali, con vite ed emozioni riconoscibili e al contempo (come ogni narrazione che si rispetti) funzioni e aspetti simbolici che ognuno di loro incarna:

 Perché tutte le narrazioni hanno uno strano modo di manifestarsi, sono vive. Capiscono chi le ascolterà, sanno aspettare.

In ognuna delle personalità del Discovery Team, possiamo scorgere una porzione del mondo che abitiamo: il ragazzo venuto dall’altra parte del mare, che ha conosciuto l’orrore e  cerca risposte, per quanto scomode, a domande che nessuno osa fare; un’adolescente che oggi rubricheremo con la frettolosa etichetta “problematica” che si emancipa dalle sicurezze della propria cameretta per intraprendere un percorso di maturità e conoscenza;  una piccola donna che non si lascia sovrastare dalla perdita forzata del padre e decide di unirsi alla ricerca di chi scompare, di riempire l’assenza con un progetto.

Le storie sono ricucite, come dice Nicholas Grant,  con un preciso metodo:  Raccogliere infor­mazioni, ricomporre un puzzle di luoghi e di persone. Un disegno che assolve a importanti funzioni sociali, antropologiche, narrative, che serve, in definitiva a ricomporre quel necessario tessuto identitario e mnestico in cui una comunità smembrata può ricongiungersi.

L’autrice viene da una terra, la Sicilia,  in cui questi territori opachi, queste terre di nessuno degli scomparsi, dei dimenticati, hanno segnato profondamente la storia. Anche il nostro mare può essere veicolo semantico di molteplici significati, alcuni molto poetici altri fortemente disturbanti, quando diventa- purtroppo sempre più spesso-  il cimitero liquido di corpi che mai verranno restituiti, di cui non si saprà mai nulla.

Insieme agli scomodi, ai diversi, ai reietti, costoro hanno diritto di esistenza, hanno diritto di essere raccontati e narrati e tramandati; nelle antiche comunità queto compito era affidato agli anziani, vengono chiamate in causa le nuove generazioni, a cui idealmente si rivolge questo testo, richiamando la sensibilità e la curiosità delle giovani menti.

Grazie a loro, il  racconto diviene universale, per tutti coloro che leggeranno, a prescindere dell’età e dalla formazione  come tiene a ribadire nella nota finale Alessia Franco, perché non esiste un’età per esplorare le profondità dell’animo umano, è un esercizio, come ci ha insegnato Seneca, necessario per divenire sapienti e consapevoli di noi stessi.

Questo prezioso libro ci insegna anche a farci guidare per mano, da maestri che hanno visto e sanno, da coloro che hanno gli strumenti e le abilità da tramandare, da chi ha le parole per curare, per raccontare.

Animali bianchi di Cristina Caloni

In natura gli animali bianchi sono considerati un’anomalia. Il gene del mantello bianco determina la loro marginalità. Questa condizione li espone a una maggiore vulnerabilità nei confronti dei predatori. Al contempo, questo essere neutri, li rende unici, incomparabili, non classificabili secondo i consueti parametri.

“Gli animali bianchi sono diversi dagli altri, hanno un’ anomalia nei loro geni, una mancanza che rende faticoso il loro adattarsi alle abitudini e alle regole condivise.  Se esistessero gli angeli avrebbero probabilmente quelle fattezze “

Una metafora  molto centrata, quella che Cristina Caloni sceglie per il suo secondo romanzo “Animali Bianchi” per i tipi di Golem

 Un cambiamento cromatico netto, rispetto al  primo romanzo, dove prevaleva il nero, come atmosfera, ambientazione, latitudine emozionale. Se nello spettro cromatico il nero assorbe i colori, il bianco li  riflette tutti, diventando un contenitore invisibile di mille modalità. Contiene in potenza  il maschile e il femminile e le  sue  forme intermedie, frantuma l’esistenza nelle mille possibilità.

I colori che sono dentro,  come imprigionati, erompono quando è il momento di toccare il rosso, il viola, il blu, il fucsia.  Assorbono il male, il bene, le contraddizioni in un mondo dove la moralità è appunto un possibile colore dell’essere dei sette animali bianchi che animano la scena di questa estenuata storia antiborghese.

Fran è certamente quella che incarna i personaggi preferiti di Caloni, maledetti, estremamente dandy in un senso più contemporaneo, tra bollicine di champagne e concerti rock, locali fumosi e auto di lusso.

Essere androgino dotato di un fascino che centrifuga tutto quello che le gira attorno, Francoise, “Fran” è Ulisse e Penelope assieme, il viaggio e l’attesa, il maschile che scommette il destino, il femminile che attende in astuta attesa e con intelligenza multiforme si barcamena tra le tregende del caso. Sin dall’incipit del romanzo,  il vagheggiamento omerico del viaggio del ritorno spalanca la trama diffusa del romanzo in una possibile epica del presente dove riconosciamo i sempiterni sentimenti che ricongiungono i sette animali bianchi: Neva,  Amen, Amelia, Ivana, Lucy, Fran:

La nave era un enorme gioiello incagliato che luccicava e ansimava, un  insetto meccanico che esalava gemiti metallici, nobilmente sdraiato sul suo fianco destro in un mare tranquillo dai bagliori dorati.

Inizia tutto con  un naufragio, saltato alle cronache italiano di qualche anno fa;  Neva che parla per prima è vittima del suo analogo simbolico,  un naufragio esistenziale, fa l’inventario delle macerie, quelle della Costa crociere inabissate, le sue ancora galleggianti nella psiche.

 Nelle frange sterminate delle personalità degli animali bianchi, perfette e misteriose come i frattali, ognuna contiene l’altro da sé in un drama queer che ci porta al cuore di una questione soprattutto umana, prima che di genere,.

Quante volte siamo uomini e donne indipendentemente dal nostro genere di appartenenza?  Quante volte incarniamo lo stereotipo, quante volte lo scardiniamo? “Eravamo animali albini usciti dai sotterranei per sconvolgere i perbenisti” rimane quell’esigenza di rompere le barriere, un salto nel buio che il motore di tutto, l’animale principale Fran non riesce ad abbracciare completamente, circondandosi di feticci da ricconi, fino al trash, all’esagerazione compiaciuta:

Fran si era trasformata nella superficie levigata e innocua delle cose, ogni angolo smussato, ogni ombra fugata. C’è chi è disposto ad accettare pesanti compromessi, a pagare qualsiasi cosa pur di arrivare in alto: rinunciare  a se stesso in nome dell’apparenza, piegarsi e vendersi all’ideale del potere come se fosse tutto uno scherzo, un gioco

In questo mondo che tanto mi ricorda  gli anni novanta delle supermodel di Altman, mischiati con lo stile grunge-chic di Caloni, mi sembra di scorgere una scrittura che riesce a stento a trattenere l’emotività, – qualche volta questa si frantuma letteralmente nelle scene parossistiche –  dove gli umori mascolini e femminili, a dispetto di ogni categoria, conflagrano. Animali bianchi che annaspano tra le gabbie di una società giudicante e il loro vitalismo sfrenato, sessuale, o più semplicemente umano.

Nel raccordare questi intensi quadri umani, Caloni si conferma scrittrice colta e attenta alle suggestioni musicali, estetiche in senso lato: una sensibilità che raccoglie il vissuto, lo incasella in una cornice precisa, in un’atmosfera culturale, entro la quale agilmente compone canzoni, riflessioni, abbandoni nichilisti,  amori amari, tragiche morti consumate sulla spider a suon di Metallica: ampie le  citazioni musicali sempre precise e coerenti, non sono un ornamento ma la colonna sonora delle vite, esattamente come sarebbe nel montaggio di un  film, con tempi e scansioni perfette.  Ha i sensi acuiti, Caloni, e la sua è una scrittura che si deve prima sentire, senza alcuna forma di pregiudizio.