L’umanità dilagante di Sergione, l’ultimo dei punk.

di Annachiara Monaco

Salvatore Spatola, detto "Sergione"

Salvatore Spatola, detto “Sergione”

Il mio primo incontro con Giuseppe Schillaci è stato attraverso la pelle di uno dei personaggi più sfacciatamente umani della sua della sua filmografia.

Faccio riferimento a Salvatore Spatola per tutti Sergione, protagonista del primo lungometraggio del regista, Bosco Grande, presentato in occasione dell’ottantunesima edizione della Mostra del Cinema di Venezia.

Il titolo del lungometraggio è tratto dall’omonimo quartiere di Palermo, dove ha vissuto per la sua intera esistenza il protagonista, un tatuatore cinquantenne di 260 chili, che ancora incarna una immagine cristallizzata nel tempo della città, in una dimensione reazionaria e punk.

Un fotogramma tratto dal lungometraggio Bosco Grande

Sergione, con il suo corpo, si impone con la sua umanità dilagante all’interno di un tempo già trascorso, compiendo un ultimo gesto rivoluzionario, concedendosi interamente al senso della vita, riassunto nella definizione di rinascita, da lui affidata al lungometraggio.

Dunque, Giuseppe Schillaci, attraverso Bosco Grande, rilegge alcuni degli elementi canone della narrazione, quali il tempo e lo spazio, rivelandone la complessità insita nella naturalezza del proprio squadernarsi davanti agli occhi dello spettatore, che, fino alla fine, si chiederà che valore attribuire all’essere umano.

Mi è bastato entrare a contatto con i personaggi di Giuseppe per capire che a muoverlo fosse una esigenza diversa: quella di uno sguardo che sedimenta la propria verità tra le pieghe della pelle di questi ultimi, ponendosi innanzitutto accanto a loro.

Ho avuto, infatti, la fortuna di potermi confrontare con questo regista, le cui radici affondano in una Palermo che non si cela agli occhi di chi la guarda – anzi, sembra quasi imporsi nelle sue paradossali distorsioni, rendendola ancora più reale – facendo esperienza della sua generosità e, nello specifico, di una tipologia di umano che incarna le modalità di narrazione musicale e visiva, caratteristiche della sua filmografia.

Dunque, durante la nostra chiacchierata, abbiamo provato a passare in rassegna alcuni dei topoi della sua filmografia, partendo proprio da Bosco Grande, lungometraggio che si costruisce e costituisce dalla figura di Sergione, rappresentazione del raggiungimento di una mitologia affettiva e di una ricodificazione di una iconografia, alla cui base è presente una umanità imprescindibile.

È stato subito evidente che da parte di Giuseppe ci fosse una necessità di condivisione che andasse aldilà dei tipi umani che abitano la sua filmografia. Infatti, la sua narrazione filmica risente di due elementi che determinano, innanzitutto, la mappatura identitaria del regista: la scrittura (Giuseppe Schillaci è, infatti, anche autore di due romanzi, ossia L’Anno delle Ceneri e L’età definitiva), ma soprattutto la musica, consentendo di ritracciare numerosi picchi musicali, capaci di comporre una vera e propria sinfonia emotiva, di cui ciascuno dei suoi personaggi funge da accordo.

Le partiture visive, intessute dal regista, prevedono le suture caratteristiche del registro dell’umano, rese ancora più tangibili dal suo desiderio di stare al mondo, manifestato dalla volontà di contagiarsi con il reale, diventando l’altro.

C’è, infatti, un passaggio di Bosco Grande in cui questo aspetto viene affidato alle parole di Sergione, il quale sostiene che «ci sono tante persone in una persona». Questa affermazione sente il peso (lessema che trascende dalla sua accezione visiva, innescando un meccanismo di trasposizione semantica molto profonda) delle di un passato affidato a ricordi che vengono sfogliati non solo dallo sguardo dello spettatore, ma anche dalle mani dei testimoni che, a loro volta, raccontano la storia di Sergio.

Giuseppe Schillaci a Palermo in occasione della prima di Bosco Grande a Palermo, per L’efebo d’oro Film Festival

Infatti, tra le caratteristiche della filmografia di Giuseppe c’è la pluralità e la varietà delle fonti, tra filmati di archivio, fotografie, testimonianze catturate direttamente dal suo sguardo, tutte sfaccettature di corpi, tra cui si amalgama quello del regista.

Altro da Palermo- di Michele Burgio

di Antonina Nocera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ammiccante già dal paratesto  – una copertina che incrocia tre R negli spigoli di una figura geometrica  – il nuovo romanzo di Michele Burgio, per i tipi di Ianieri edizioni inaugura una cifra più esistenziale e ruvida, che tocca corde intime, sapientemente dosate da una scrittura elegante e mai eccessiva, lontanissima dall’espressionismo monocorde di certa letteratura contemporanea, avvinghiata a pratiche autoreferenziali, in odore di psicodramma, di confessione egotica.

Burgio intreccia tre storie, incastrate nella struttura “a scatola cinese” in cui  le vite di  tre uomini il cui cognome inizia per R si trovano a collimare per caso, come spesso accade nella vita, nel flusso degli eventi di cui non abbiamo nessun controllo. Rizzica, Ruvolo, Romanò sono tre personae nel senso originario del termine, tre maschere di  un unico atto scandito in tre momenti, dove una voce onnisciente, cui è affidata la narrazione, scandaglia i passaggi salienti delle tre personalità, caratterizzate da un’attitudine raziocinante e meditabonda, ciascuno a suo modo, chi per la strada della dissimulazione, chi per un’autoconfessione scomoda.

Il  magistrato Rizzica vive la parte sbiadita della sua esistenza, quella che si affaccia  come le nubi livide di un crepuscolo, dopo il fulgore della carriera, delle tangenze scomode, della giustizia che deve fare i conti con quel sottobosco di connivenze, imposture, brogli e pasticciacci di un’epoca non troppo lontana, quella degli anni novanta, quando essere magistrato a Palermo era una scommessa con la vita, in guerra con un nemico che stava ovunque, ma che era indicibile, indecifrabile, o volutamente ignorato.

Esiste un riferimento storico che ha ispirato la storia di Rizzica –  ci tiene a dire l’autore – e mi pare di intravedere anche una fisiologica vena “sciasciana”  ad accompagnare la storia  di un errore giudiziario, che travalica le aule di giustizia per diventare microstoria, nelle vicende del figlio di un povero cristo divenuto pedina di un potere maligno di cui ignorava gli ingranaggi.  Fa capolino  il Riches de  Il contesto sciasciano, come rimando concettuale, sebbene qui con tutt’altra tempra e riferibile a questo tipo inusitato di “uomo di tenace concetto”, che a suo modo è il magistrato Rizzica:

“vedi Pietro, io ho molto rispetto per il tuo dolore. L’errore giudiziario è ciò in cui nessuno di voi vorrebbe incappare, e quando succede, è per noi stessi una sconfitta, un tormento. E’ come una malattia che non ha ancora, di cui hai il terrore di ammalarti,  e dalla quale cerchi di sottrarti. Fai di tutto per evitare le abitudini sbagliate, ti nutri al meglio, pratichi il giusto sport. Poi c’è un momento in cui non sai come, ma qualcosa va storto. […] Credi veramente che un professionista sbagli volontariamente?”

Con lo stesso scandaglio privo di indulgenze, Burgio interseca la storia di Anna, (domestica del magistrato Rizzica)  e del professore Ruvolo. Qui, la storia si avviluppa intorno a un vagheggiamento erotico, ma più di intelletto in verità, in cui la più classica delle situazioni, si screzia di inaspettate sfaccettature; il setting è quello scolastico,  delle scuole serali, frequentate da studenti lavoratori, spesso adulti che non hanno potuto completare gli studi ordinari. Ruvolo la osserva, la segue, la  immagina sua,  tenta la  seduzione con la goffa improntitudine dell’inetto (più Saba che Pavese) e ne esce sconfitto, irrimediabilmente:

“nel frattempo, nascosto dalla vetrata del bar, riusciva a ritagliarsi del tempo per rimuginare senza sosta. Tracciava bilanci,  ripercorreva gli errori della sua vita, mandava giù insoddisfazioni.”

Il gioco abile di Burgio è quello di mascherare gli intenti dietro il paravento del professore imborghesito che fa il suo dovere, timbrato il cartellino delle pratiche coniugali; dietro gli argini di una tollerabile normalità, delinea, con efficaci e brevi pennellate, il mostro riprovevole. Viene qui in soccorso un altro elemento del paratesto, in questo caso l’esergo del romanzo nella citazione di  Claudio Lolli: “nessun uomo è un uomo qualunque”.

Intento a rinverdire un’esistenza bolsa e ingrigita, il professore è la pedina di un meccanismo di violenza sottaciuta e passiva che alligna segretamente, come nel sottosuolo dostoevskiano dove l’impiegato più ordinario diceva:

ci sono cose nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela neanche agli amici, ma solo a se stesso,  e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare perfino a se stesso.

 

Prende l’abbrivio la terza storia, inanellata con un fulmen  in cauda alle due precedenti: entra in campo Romanò, portiere dello stabile da cui tutto ebbe inizio. Un altro spaccato dei costumi nostrani, del “tipo” di pratica cui abbiamo probabilmente assistito, volenti o nolenti, nel corso della nostra vita: lo scambio di voti e favori raccattati tra la gente nomale, quella che crede nel sogno della raccomandazione  salvifica e che poi viene abbandonata a sé stessa.

Romanò ci crede, fortemente, fino alla fine, che quel politico altisonante possa cambiargli la vita. Invece, sarà il destino, o quell’incrocio maledetto di R – che è la vita – a fornirgli la risposta.  Si ha la sensazione, a leggere questo romanzo tripartito, che il riscatto sia possibile a condizione di accettare la vita dentro la morte, come prescriverebbe il senecano morimur cotidie.

L’inversione dei termini esistenziali dei personaggi di Burgio:  l’eros come antidoto alla morte di Ruvolo, l’etica del sacrificio come extrema ratio di Rizzica  e  il lasciarsi vivere degli inetti alla vita di Romanò, rendono questo romanzo ruvido, scomodo nelle intenzioni, nell’indagine lucida e veritiera degli abissi umani.

La scrittura di Burgio, elegante, ricca di termini inusitati per questi tempi di barbarie linguistica, opera per sottrazione: niente esagerazioni, con la sua prosa lenta e possente che concede sul finale delle increspature, vergate con un’ attitudine gnomica, che non prescrive, ma suggerisce.

Ultima,  ma non certo per importanza, la città di Palermo, vero e proprio quarto personaggio del romanzo, che erompe in immagini vere, intense, del tutto prive di edulcorate lambiccature, anni luce dalla patinata Palermo felicissima, la città dell’inciampo, tra rancore e sottomissione, come direbbe Bufalino, illuminata in frammenti dipinti alla maniera del testo pietroburghese, dove il riscatto e l’abisso si alternano furiosamente, senza concedere respiro.

Una Palermo che ha cambiato volto, nel tempo che mostra le sue cicatrici senza pudore, che vive di soglie, limiti impensabili per qualunque altra città, come quello dei quartieri bene, separati dai bassifondi da pochi metri di cemento, dalla fatiscenza e della bellezza dei vicoli, degli odori, anche nauseabondi, mischiati agli effluvi miracolosi degli intingoli agrodolci. È la Palermo metafisica dei fantasmi agostani, quando si spopola e tutto appare spettrale, e ci si rende conto che quella stessa umanità brulicante che la uccide, viene a sua volta divorata. Lontano dai fulgori, il quarto personaggio è quello che diviene metonimia assoluta di uno stato del vivere, che brilla di quella luce indecisa e abbacinante che noi sappiamo.

LE STANZE DI SCIASCIA

La scrivania personale di Leonardo Sciascia

 

 

 

 

 

 

 

di Antonina Nocera

Faccio il compleanno l’undici Maggio e l’undici Luglio, due mesi dopo, ho ricevuto un prezioso regalo: Fabrizio Catalano mi apre le porte della casa del nonno, Leonardo Sciascia, a Palermo. Difficile dire le sensazioni senza incorrere nella retorica della reverenza: se si può parlare di aura, per come la intese Benjamin,  ecco quella sicuramente è presente in questa casa. Meglio ancora risponderebbe Bachelard, questo è lo spazio “dell’immensità intima”, e io ne sto varcando la soglia.

C’è la scrivania intatta, per come l’ha lasciata lui, gli oggetti disposti con un ordine che  si presume non casuale (mi piace immaginare che la lucida ragione speculativa intervenisse anche in queste minuzie della vita quotidiana) , una macchina da scrivere , cimelio di ‘antico scrittore’, una foto di Pirandello a lato, una di quelle foto  ampie, con la cornice argentea che solitamente si riservano alle madri, ai fratelli, ai grandi affetti. E ancora oggetti che parlano di lui: sulla scrivania, un piccolo calendario manuale con i numeri girevoli, ne ricordo l’esistenza perché anche il mio, di nonno, segnava i giorni in questo modo, i singoli giorni che devono essere segnati, altrimenti si perdono nel vuoto, nell’oblio. Quel piccolo oggetto reca la data del  19 novembre, data della  vigilia della sua morte. La moglie ha voluto fermare il tempo, o per lo meno quel tempo,  quell’istante in cui  dolore ha scoccato la sua ora.  

Il calendario manuale

Immagino che la grande riflessione sulla morte e sull’esistenza prendesse vita anche da queste vicende personali che generavano poi grandi immagini, grandi personaggi. Il suo studio ha anche una particolarità: è una stanza avvolta dai libri. Avrei potuto dire piena, come lo sono le stanze e gli studi degli scrittori e degli artisti, ma questo verbo rende meglio la sensazione di piena avvolgenza.  I libri sono disposti su una parete e dirigono lo sguardo in orizzontale, quasi fosse l’immanenza a prevalere in questa teoria di scritti, chissà voglio immaginare e speculare un po’ anche io. Di contro, le altezze verticali delle pareti sono occupate da una quadreria importante: riconosco quello a me più familiari: Guttuso, Caruso suo grande amico. Amava l’arte,  i romanzi dialogano spesso con le opere d’arte; si capisce che ogni singolo quadro di questa stanza è una piccola finestra su un senso ulteriore.

Renato Guttuso : La morte dell’inquisitore

Molti surrealisti, come se la realtà, allo stesso modo la verità, potesse essere raccontata attraverso una necessaria deformazione , per apparire più nitida.   Il mio sguardo si dirige ora verso un quadro che è posto dietro la scrivania, messo lì per essere guardato e per interrogare chi guarda. È un’illustrazione di Guttuso “La Morte dell’inquisitore” un’opera dai tratti decisi, una “visione” che contiene la realtà e tutto ciò che potrebbe essere, in un unico spazio.

Nella mia mente si affastellano dei fotogrammi in sequenza rapida: quella macchina da scrivere che ticchetta rapida, il fumo della sigaretta che esala dal portacenere, una ruga pensosa, quella che si piega tra un occhio e l’altro, sollecitata da due pensieri, quello dei giusti e quell’altro dell’inquisitore che emette la sentenza definitiva, mentre una nota si fa più acuta e stringente, e riverbera sulla morte…   le ultime parole di Frate Diego la Matina “dunque Dio è ingiusto” è la formula chiave del romanzo saggio del 1964.  E qui ritorna, e lo sento vivido e forte, lo Sciascia dostoevskiano, quello che oppone al male del mondo contro gli innocenti la il dubbio di una fede che si interroga, – lampi di Ivan Karamazov- vissuta un po’ come Fëdor nel crogiuolo del dubbio, quello di ogni vero libero pensatore.Nonostante una piccola foto incorniciata di Tolstoj che Fabrizio mi mostra a conferma dell’amore letterario per questo autore, ci sono delle frequenze dostoevskiane che vibrano, costanti.

Nell’’ultima stanza, quella intima, entro con pudore. Non è reverenza, ma la stanza da letto è un luogo sacro e varcarlo è per me entrare in una dimensione da preservare. Non dirò nulla se non che il Cristo di Odilon Redon accanto al capezzale mi ha catturato per un minuto eterno, tanto misterioso e abissale è il volto di quest’uomo, un volto glabro, ben lontano dalla classica iconografia. A me sembra un Cristo che potrebbe essere chiunque, un bambino un giovane un adulto, un uomo di qualsiasi nazionalità di qualsiasi etnia, o forse anche un uomo semplice, uno che incontri per strada, o che hai già incontrato. Lascio questo mistero per rivolgere un’ultima domanda a Fabrizio. Abbandono lo scrittore e il nipote del grande scrittore: adesso voglio un momento speciale, un aneddoto, voglio un bambino e suo nonno a scambiarsi un momento indimenticabile.

Fabrizio e il nonno, seduti nelle campagne di Racalmuto nella residenza alla Noce, le pietre che rilucevano della luce lunare, si parlava della vita dopo la morte. Sì, era un bambino molto curioso, Fabrizio, il nonno lo sapeva e così gli rispose: “Di fronte a questo dilemma c’è soltanto il dubbio”. Mai risposta fu più sciasciana.

Cinzia Orabona e il suo “Prospero-progetto”, due chiacchiere, un the, un’intervista

Incontro Cinzia in un pomeriggio freddo di fine Gennaio. Mi accoglie cordialmente e mi offre dell’ottimo the. Il luogo, la libreria Enoteca Prospero, parla di sé e da sé: libri e vini fanno da cornice ad un ambiente di gusto retrò, di quell’informalità naturale e senza fronzoli, che accoglie senza ostentare. Materiali e luci calde, poltrone vellutate, odori di buon cibo, un interno di casa in cui la gente si riunisce per  onorare il i vino e la sacra lettura. Genuinità  e ritmo: sì, uno strano connubio all’apparenza,  ma che ho subito modo di verificare intrattenendomi con lei in una lunga chiacchierata.

Cinzia, tu nasci libraia?

No, la mia esperienza inizialmente diverge dall’ambiente editoriale. Ho lavorato in Seat pagine gialle  per un periodo. Ho conseguito poi  un Master in management dei beni culturali e attualmente mi occupo della rete musicale siciliana, nello specifico collaboro con l’orchestra sinfonica siciliana da sei anni organizzando il concorso nazionale dei giovani talenti.

Da dove e quando parte l’idea di occuparti di libri?

Curavo un blog e occupandomi di musica ho pensato di unire le due passioni. Poi è nato “Prospero”. Peraltro credo che oggi una libreria non debba limitarti alla sola proposta di vendita e promozione del libri, ma che sia utile offrire anche altre forme di intrattenimento dall’aperitivo al bicchiere di vino, alla musica.

La libreria è molto attiva anche dal punto di vista dell’organizzazione degli eventi, come ho visto. Sono iniziative eterogenee che comprendono anche un’interessante offerta musicale.

Sì, ho organizzato svariati eventi. Uno a cui tengo è quello dedicato alle guide turistiche, il martedi.

Di cosa si tratta? spiega nel dettaglio

 Metto a disposizione più dii cento testi in consultazione gratuita, senza obbligo di consumazione e fino alle 19:00, l’orario in cui inizia la serata

Passiamo alla scelta del nome: Prospero, il  principe mago della  celebre commedia shakespeariana, un personaggio tanto istrionico quanto misterioso; ha un significato particolare per te?

É un personaggio bellissimo ed è stato il primo a cui ho pensato;  io desideravo un nome italiano senza cedere alla moda  anglofona dei nomi da coffee bar, wine bar; mi sono confrontata con i miei soci e infine abbiamo optato per questo.

 

Di questo posto mi colpisce la collocazione dei libri: una libreria minimale dove i testi vengono suddivisi per “generi”, anche se forse la definizione classica di genere non è la più adatta.  Mi sembra che questi post it  sparsi lungo gli scaffali siano piuttosto degli indizi di una mappa che il lettore può costruirsi da sé e che tu stessa abbia costruito in base a delle suggestioni personali.

É uno schema mobile che cambio continuamente. Libri che si aggiungono, che cambiano disposizione, ho iniziato con quaranta editori, adesso sono a quota quarantasei e ne aspetto ancora altri. Sono tutti editori indipendenti con cui mi relaziono personalmente, tengo a dare visibilità a chi non ne ha ne ha nella grande distribuzione . Ho poi l’esclusiva per alcune case editrici che a Palermo non erano ancora arrivate come Effequ, Gorilla sapiens.

 Mi piace questa tua scelta, consapevole del fatto che ci sono dei gioielli che vengono fuori dalle piccole case editrici. Vuoi fare qualche altro esempio di casa editrice che hai in casa e o prossima ad arrivare? Continua a leggere

Palermo infelix- una riflessione-

Stato

 

Ci sono due fatti, uno dei quali sovrasta per sproporzione e importanza l’altro. Ma per un caso di debolezza tutta umana, il primo ha assunto una visibilità e un’importanza preponderante.

Il primo fatto ha generato ed è stato sorretto dalla retorica dell’autocompiacimento ed è sfociato nell’ebbrezza collettiva dello slogan “Palermo capitale della cultura”. È evidente la sostanza politica di questo slogan, nel senso che i discorsi si producono sempre dentro una rete di significati e semantiche condivise e questo messaggio prende corpo proprio nel discorso della polis, ma, beninteso, una polis immaginaria, e immaginifica, cioè quella di un presunto  passato glorioso (Palermo fenicia-arabo-normanna e via discorrendo) e di una modernità popolata dal mito dell’autonomia borbonica e quindi sostanzialmente nostalgica e passatista. Sono questi fondamentalmente i discorsi che sorreggono la beatitudine della città premiata.  Niente di male, per carità. Ci si può lecitamente  rifugiare in un’immagine, in una proiezione umbratile della realtà, in un racconto fantastico popolato da monumenti meravigliosi, tempi di convivenze e passati fulgidi, di una belle epoque in bianco e nero. Così lo slogan non ci sembra tanto lontano e immeritato, anzi ci sembra proprio dovuto e bisogna festeggiare.

Poi c’è il secondo fatto: c’è l’homo sacer. Chi è l’homo sacer?

Giorgio Agamben ne ha circoscritto in maniera molto puntuale il senso: nell’antichità l’homo sacer era un individuo che viveva in una terra di mezzo, escluso sia dal diritto umano sia dal diritto divino. Poteva essere ucciso e chi lo uccideva non poteva essere condannato a morte.  Da qui un’ambiguità semantica che ha fatto della parola “sacro” un termine labile e doppio. L’  “uomo sacro” ha vestito le figure del bandito dalla comunità, del diverso, dello straniero, di chi vive per strada diremmo oggi, di un senzatetto. L’uomo sacro non è tale nel senso della sacralità religiosa con la quale si usa di norma il termine, ma è sacro in quanto di lui tutto si può fare e disporre, è un corpo, una “nuda vita” che vive ai margini della città, delle istituzioni e della socialità. Lo si può deridere, violentare, uccidere. Lo si può anche bruciare, sì, bruciare come si fa con un clochard che si ripara dal freddo sotto le coperte di una città fino ad allora tutto sommato tollerante e accogliente. Si puo’ prendere un po’ di benzina e cospargerlo interamente, poi appiccare una fiamma e fuggire come un verme.  E questo puo’ avvenire a Palermo in una tranquilla serata di Marzo. La nuda vita è stata eliminata, e si ritorna alle solite attività quotidiane.  Poi il discorso diviene mediatico, una fiaccolata e tutti si ritorna alle proprie attività. Questa uccisione non ci riguarda, non la vogliamo guardare in faccia per ciò che ci dimostra palesemente: che siamo incapaci di immergerci nel nostro sottosuolo, che ci riguarda esattamente nella stessa misura in cui ci riguarda lo slogan della Palermo felix che siamo pronti a condividere e fare diventare fenomeno virale.  Vogliamo vedere solo  il bello e il buono e il piccolo olocausto non ci riguarda, non farà certo parte della  nostra storia gloriosa. Non è tanto un sacrificio, questo, è solo carne bruciata.