Gesualdo Bufalino poeta: “L’amaro miele”

 

di Gabriella  Venera Grasso

 

Gesualdo Bufalino può essere considerato a buon diritto un gigante della letteratura italiana del Novecento. La sua ricca prosa, intessuta di elementi colti, vibrante di lirismo e nello stesso tempo incisiva, è inconfondibile: ci ha introdotti all’interno di un sanatorio sperduto nella campagna siciliana, tra i deliri e le speranze dei malati terminali di tubercolosi, nel capolavoro Diceria dell’untore, così come negli anfratti di una Sicilia da scoprire con disincanto nuovo in La luce e il lutto, solo per citare due tra le sue opere più rappresentative.

Di Bufalino poeta si conosce meno-almeno questa è la mia percezione. Eppure anche la sua produzione poetica ha molto da offrire al lettore attento. Molti testi riprendono i temi che, parallelamente, l’autore affrontava nella narrativa; alcuni di essi, addirittura, erano stati concepiti come integrazione dei capitoli della Diceria, articolando un’alternanza prosa-poesia poi non realizzata.

Il corpo a corpo col dolore e l’imminenza della morte, il tormentato rapporto con Dio e con un Cristo sofferente ed offeso, il tentativo di lasciare un testamento spirituale mediante l’arte sono alcuni degli spunti che ritroviamo tanto in queste poesie quanto nel capolavoro narrativo. La tensione etica, l’aridità spirituale e la fame di risposte, il gorgo del dubbio sono gli stessi che vengono rivelati, nel romanzo, dalle indimenticabili, struggenti conversazioni tra il protagonista e Padre Vittorio, riflesso delle frequentazioni letterarie dell’autore (su questi temi Claudel, Pascal, ma soprattutto Bernanos e la poesia di David Maria Turoldo).

Costante è il rapporto intimo e dialettico con la propria terra, luogo di archetipiche contraddizioni che attraversano la Storia come un filo rosso e uniscono i paladini di ieri e i personaggi del presente, in  un “personalissimo teatrino di memorie” (N.Zago) in cui lo scrittore è il “vecchio puparo”, funambolo dell’affabulazione, tra nostalgia e cupo pessimismo.

La produzione poetica di Bufalino, partita da scelte ancora molto legate alla tradizione, come testimonia la raccolta I languori e le furie, caratterizzata dal lessico tardo ottocentesco e da forme metriche come il sonetto e le quartine di endecasillabi in rima, trova poi la sua espressione più matura e “novecentesca” nelle poesie della raccolta Amaro miele, nella quale lo spettro dei toni indubbiamente si arricchisce (dallo gnomico al cronachistico, al colloquiale della sezione Senilia) e le forme si fanno più libere. L’opera, edita da Einaudi nel 1982, viene oggi riproposta in un’edizione arricchita da nuovi testi (come già era avvenuto nel 1996) e da alcuni dipinti di Alessandro Finocchiaro, nell’ambito delle iniziative per il centenario dalla nascita dell’autore, promosse dalla Fondazione Bufalino nel giugno di quest’anno.

Da Amaro miele proponiamo alcune poesie. A Maria Allo, autrice di testi poetici (“ Al dio dei ritorni”, “La terra che rimane”, “Solchi”) e di numerosi studi di letteratura, abbiamo poi posto alcune domande su Gesualdo Bufalino poeta.

 

Alcune poesie

 

Altri versi scritti sul muro

Dunque è vero, Signore, somigliarti

nel nome, nella sorte, nella morte;

avere entro le palme due coltelli,

il costato corrotto;

pendere così freddi, così nudi,

con le vergogne battute dal vento.

Dolce Signore, perché ci abbandoni?

a noi anche Tu devi una donna

che ci schiodi e ci lavi,

un fantaccino cieco che ci vegli,

una resurrezione

 

 

Allegoria

Sulla usata scacchiera

enumeriamo i loschi personaggi,

gualdrappe a lutto, rocche senza tromba,

logori lindi scheletri di bosso,

unghia contr’unghia di sterile luce,

dove il sangue s’inerpica a squillare:

 

e tu, spettro monotono, mio re,

chiuso fra quattro lance

d’infallibili alfieri, vestito di rosso broccato,

mio scabro Cristo chiodato, mio re,

in un angolo, matto come me.

 

 

Suasoria

Le mie ragioni, amici:

la metrica e il dolore, l’ordine e la follia,

spazio e mura che invento tentoni,

gogne guardinghe del cuore…

 

Trovare un mattino la via,

la pietra dove si volta…

Una volta, una sola volta,

in un pugno di sillabe nude

donarvi una leggenda che fu mia!

 

Ma non altro che polvere scavo;

o qualche gonfia maschera d’atride

che la luce deprava:

un volto putrefatto e fuggitivo.

 

O mentitemi, ditemi ch’è vivo.

 

 

Risarcimento

La vita non sempre fa male,

può stracciarti le vele, rubarti il timone,

ammazzarti i compagni a uno a uno,

giocare ai quattro venti con la tua zattera,

salarti, seccarti il cuore

come la magra galletta che ti rimane,

per regalarti nell’ora

dell’ultimo naufragio

sulle tue vergogne di vecchio

i grandi occhi, il radioso

innamorato stupore

di Nausicaa.

 

Tre domande a Maria Allo

 

D:-All’uomo che ha sperimentato un’emergenza globale e invasiva come quella che stiamo vivendo in questo difficile 2020, cosa trasmette l’esperienza e la sensibilità di Gesualdo Bufalino?

R:-Bufalino rappresenta un intellettuale atipico perché difficilmente inseribile in un movimento letterario ben definito, proiettato nella dimensione sospesa della realtà simbolica, ove il reale è assieme fisico e metafisico, ove il simbolo non è mai rarefatto né ermetico, ma nasce sempre da un’esperienza di vita vissuta. E’ noto che l’esperienza drammatica della degenza in un sanatorio nell’estate del ’46 del giovane reduce malato di tbc e la prossimità della morte, ha segnato tutta la sua produzione, caratterizzata da un prolungato esercizio di scrittura poetica (“Con un sonetto, a undici anni… Lo conservo, ho conservato qualunque inezia, della mia vita… Poi, fino a vent’ anni, scrissi poesie a centinaia: a rileggerle parrebbero di cinquant’anni prima. ma nessuno in quegli anni mi parlò di Ungaretti, di Montale…”).” Amaro miele”, infatti, è frutto di una «lunga attesa e persuasione di morte all’ombra grave della guerra», ma anche della presenza della Sicilia, la terra che porta con sé una valenza morale e può gettare luce sul senso delle cose al di là della dimensione privata. («Come ci brucia in quest’ora le labbra/ l’amaro miele della giovinezza»). Come Dante, egli infatti mira a trasformare la propria esperienza individuale in un modello di carattere universale, rivolto a tutti gli uomini. Questo il messaggio dei principi umanistici della bellezza, dell’arte, della cultura, a quelli più universali del bene, della solidarietà, della speranza nel futuro. Il buio si addensa senza più domande ma il vento negli occhi ostinato brilla, direbbe oggi Bufalino.

 

D:-Quale linea di continuità si può riscontrare tra i temi della grande narrativa di Bufalino e quelli della sua poesia?

 

R:-Accanto alla formazione classicistica, Bufalino sentì l’esigenza di aprirsi al contemporaneo dove c’è spazio per riferimenti autobiografici (la tubercolosi contratta in guerra) e lo sfondo sempre della Sicilia, in cui il binomio di “stigma-stemma” (la malattia assume qui un carattere positivo, da stigma in stemma che in fondo vogliono dire la stessa cosa, e cioè “segno” ma nel primo caso, il segno è una piaga, mentre nel secondo è un’insegna di nobiltà, come sostiene Romano Luperini). Stigma-stemma in Bufalino è fonte di dissidio feroce per la necessità di stare da un lato nel suo paese e dall’altro il suo non bisogno di uscirne. “…ogni siciliano è, di fatti, una irripetibile ambiguità psicologica e morale. Così come l’isola tutta è una mischia di lutto e di luce. Dove è più nero il lutto, ivi è più flagrante la luce, e fa sembrare incredibile, inaccettabile la morte…”. Bufalino dunque, sul tema dominante, a partire dal titolo di Amaro miele che richiama il tentativo di cogliere tracce di bellezza nella negatività del presente, va intessendo motivi ricorrenti: il tema della memoria, il desiderio di Dio, l’inesorabilità verso il nulla, il dissidio morte-vita. Il titolo stesso Amaro miele è un ossimoro, cioè una figura fondata sull’opposizione: le gioie del vivere e il dolore umano come l’azione impietosa del tempo, presenti anche in Diceria dell’untore, Argo il cieco e in altri luoghi dell’opera bufaliniana.

 

D:-Quali sono gli elementi di lirismo che molti critici hanno individuato nella prosa di Bufalino?

R:-La prosa di Bufalino, estremamente ricercata e raffinata, manieristica e metaforica, molto lontana dalla sensibilità del tempo, scaturisce da termini preziosi per timbro, tono, musicalità in cui si può cogliere la presenza di una patina arcaicizzante.  Il labor limae attuato potenzia il linguaggio figurato di matrice simbolista, leitmotiv della scrittura bufaliniana e trova conferma nei suoi aforismi della raccolta Il Malpensante: “Rileggere ciò che è scritto cinquanta volte ogni giorno, non fosse che per cambiarvi una parola, come si cambia un fiore in un vaso”. L’ autore stesso ha dichiarato che il motivo delle sue scelte stilistiche, (” il registro alto, l’oltranza dei colori, lo scialo degli aggettivi”) e di tutti i moduli espressivi adottati, ha il compito di nutrire fiducia nelle capacità conoscitive e interpretative dell’intelletto umano, l’unico spiraglio per un mondo migliore e al senso ultimo a cui rimandano tutte le opere: la continuità della vita, l’inevitabilità della morte.

La vita non sempre fa male, /può stracciarti le vele, rubarti il timone, /ammazzarti i compagni a uno a uno, /…per regalarti nell’ora dell’ultimo naufragio/sulle tue vergogne di vecchio/i grandi occhi, il radioso/ innamorato stupore/ di Nausicaa. 

In Diceria dell’untore, Cap. 3, pag.18 il brano offre un chiaro esempio della raffinatissima prosa di Bufalino, intessuta di termini preziosi e letterari e di metafore intensamente liriche, che per esempio trasfigurano l’alba “nell’indorarsi fulmineo del mondo”, la Terra in “una stella infedele” e il sanatorio in “un’arce lambita appena dai frangenti dell’esistere”. Particolarmente frequente è, in particolare, in un tessuto sintattico complesso ed elaborato, la presenza di ossimori (per es. “Si tornava dall’immobile viaggio più lieti, più tristi”), che rimandano tutti alla contrapposizione fondamentale tra vita e morte con il sapiente intarsio, ora occulto, ora esplicito di riferimenti classici e letterari che aumentano il livello poetico ed estetico dell’intera produzione poetica e narrativa di Bufalino.

Per ulteriori approfondimenti: https://poetarumsilva.com/2019/09/16/maria-allo-memoria-e-identita-nella-sicilia-di-gesualdo-bufalino/

 

 

Dalle Terre riemerse al Bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

Dalle terre riemerse al bivio del tempo: la poesia di Matteo Maxia

di Gabriella Venera Grasso

Ho unito in un unico segmento (ma in realtà è solo la parte di una retta…)  i titoli delle due raccolte poetiche di Matteo Maxia, poeta cagliaritano, musicista, appassionato di arti visive e di viaggi. L’autore coglie a piene mani dalla ricca messe di spunti che queste sue passioni gli offrono; si muove sulla spinta di una curiosità vivace e una sensibilità accesa (“morso anch’io da un ramarro/quand’ero troppo giovane/ perché la vita/ mi facesse da antidoto”), proponendoci itinerari suggestivi: dalle terre riemerse dei ricordi, tanto quelli indelebili quanto le impressioni di un momento, delle consapevolezze che affiorano, fino a nuove, misteriose prospettive, verso realtà non monolitiche, al bivio del tempo. Ecco perché le due raccolte possono leggersi quasi come un continuum, con una coerenza tematica e di resa linguistica.

I temi sono tanti e vari, ma gravitanti attorno al gioco del tempo, flusso e baleno, magma e spuntone di roccia, al suo legame indissolubile con lo spazio e con i tanti luoghi che il poeta ha visitato e amato, dei quali ci restituisce colori e luci, come sfumature spirituali (“Il Tempo e lo Spazio/ imbavagliarono il Silenzio/Indossarono occhi di bimbo/ e si fecero ovatta e vapore”).

 

La lingua è una risorsa preziosa, di cui essere responsabilmente consapevoli (“Il linguaggio fallisce/ quando smette di creare il mondo/ quando resta muto/ di fronte al suo sfacelo”), anche di fronte alla sua fallibilità (“si assolva il linguaggio/ per aver battezzato/ dal latino cum-vergere/ due linee all’incoccio/ in cui collassa il percorso”).  E’ sempre strumento duttile e generoso di opportunità, con cui l’autore gioca (e torna il motivo del gioco, serissimo approccio alla vita per un poeta che non nasconde il suo lato malinconico e bambino). Frequente il gusto di scomporre le parole, separandone le parti o “aprendole” e rivelandone così il nòcciolo e più di una possibilità: ”s(tralci) di vite dal gusto di-vino”,  “di-versi (monologo di un clochard)”, “tra(s)guardi comuni”, “terap(oes)ia”.

Le atmosfere sono cariche (di dettagli, di spunti sensoriali, di sentimento e sensualità) e rarefatte al tempo stesso, come sospese, appena prima di aprirsi ad un bivio sconosciuto.

 

Alcune poesie

Da “Terre riemerse” (Edizioni Ensemble, 2017)

 

Sens’azioni

 Ricordi?

Ci si acquattava

in quel luogo inviolabile,

di pensieri disinnescati

e parole inesplose.

La pelle bramava

ciò che la mente ignorava,

nei limiti imposti

dai sensi mendaci.

Un solo pendolo,

rintocchi del presente

rubato al controllo:

due cuori all’unisono

non sbagliano il ritmo.

 

 

Entanglement

 Echi lontanissimi

dejà vu di frammenti sconnessi

mi rimbombano muti

a tutte le latitudini del cuore.

Il tuo volto,

mosaico discreto che riappare

in ogni vuoto non colmato

in ogni istante trascurato.

Le distanze son scorciatoie,

codici di ingresso

per rincorrerci nel tempo

tra risurrezioni di memorie.

Saremo sempre noi,

rumore di passi nella notte senza patria

foto da scattare su pellicole di stelle

orme di battigia da imprimere col pianto

 

 

 

 

Da Al bivio del tempo” ((Edizioni Ensemble, 2018)

 

Il viaggio più lungo

 Ho visitato molti luoghi

senza mai viverne alcuno.

Dovrei imparare prima ad abitarmi,

con la mia facciata decadente

la lotta senza quartiere ai pensieri in fuga

un cantiere aperto nell’anima.

Il prossimo viaggio lasciami lì,

in quell’angolo di valigia

dove trovano alloggio

le cose più fragili.

 

 

Abdicare

Dovremmo preservare le nostre stagioni

scegliere il tempo

per andare incontro all’autunno

e farci melagrane.

Essere disposti

a perdere la corona

pur di donare i rubini del cuore.

 

Akoya

 

Hai nell’iride

un esito di madreperla

ferite di sabbia

e sedimenti del tempo

nel miracolo della vita

quando si fa ost(r)ica

 

 

Tre domande a Matteo Maxia

 

D: Quali sono le tue personali terre che la poesia ha fatto emergere?

R: La Poesia, così come l’Arte tutta, almeno per come io la intendo, è processo sottile e multi-sensoriale che slatentizza Verità e Bellezza in chi la dona e in chi la riceve. L’assenza di queste due dimensioni o il loro mancato nutrimento sono infatti alla base di ogni forma di disarmonia individuale e collettiva e questi tempi ne stanno impietosamente certificando gli effetti. La vorticosità del vivere, l’inaridimento dei contatti interpersonali, il rarefarsi progressivo di strumenti cognitivi e animici per sbrecciare il muro della superficialità, inibendo la capacità di arrivare e di arrivarsi dentro, sono solo alcuni degli indicatori di una mancanza profonda di Verità e di Bellezza nelle nostre vite. 

Ecco che, attraverso la Poesia, sono riuscito a catalizzare un percorso di auto-guarigione, in divenire perpetuo, a far riaffiorare l’humus del vissuto e del sofferto per concimare cambi di traiettoria e a farne un pur piccolo e marginale strumento terapeutico di testimonianza e condivisione. Sono infatti tanti i riscontri in termini di gratitudine da parte delle lettrici e dei lettori che, attraverso l’empatia e l’immedesimazione, hanno tratto un qualche ristoro dai libri che ho consegnato alle stampe. Io ho avuto il privilegio di essere semplicemente un tramite, di ricordare loro, attraverso la parola, cose che già sapevano ma di cui si erano scordati. L’Arte bisbiglia appena alla coscienza, ma sa essere la più persuasiva tra i messaggeri, la più potente tra i guaritori.

 

 D: Cosa significa il viaggio, nella tua esperienza di vita e di scrittura?

R: Il viaggio, almeno nella sua accezione del piacere, è una delle esperienze umane maggiormente predisponenti al cambiamento se, come ci ricorda Henry David Thoreau, si è davvero pronti a essere completamente liberi, finanche facendo testamento (!), prima di mettersi in marcia.

Viaggiare è la sublimazione del movimento, del dinamismo fisico, che poi si traduce spesso in plasticità mentale; è il più ampio ventaglio di possibilità cui potenzialmente attingere per qualunque cambio di prospettiva. Un mutamento di contesto è funzione biunivoca, che alimenta sia la dimensione dell’andata che quella del ritorno. Perché se l’assuefazione che deriva dall’essere stanziali offusca la visione, l’astrazione da cambio di stato restituisce invece messe a fuoco e dettagli altrimenti cristallizzati nella normalità. 

Condanna e rivalutazione di ciò che si lascia, di ciò che si perde, di ciò che si trova o si ritrova fanno pure parte del bagaglio del viandante, in un caleidoscopio esperienziale che tanto sa porre in sorprendente connessione realtà fenomenica e mondo onirico.Ecco, non è forse questa la sala d’attesa in cui si accomoda il processo creativo prima di partorire la sua materia? Personalmente, non sarei in grado di scrivere, senza la possibilità di leggere e di viaggiare. Scrisse in proposito Sant’Agostino: “Il mondo è un libro, e quelli che non viaggiano ne leggono solo una pagina”.

D: Quali sono i tuoi progetti al momento?

 R: Dal punto di vista esistenziale, tento faticosamente di predispormi ogni giorno a un abbandono fluido lungo la strada intrapresa per diventare ciò che sono nato per essere. Sul piano pratico, questo approccio dovrebbe auspicabilmente consentirmi, tra le altre cose, di essere ancora quel tramite sopra richiamato per il mio infinitesimale contributo all’espansione della coscienza collettiva attraverso altre sillogi. La prossima, a carattere sperimentale e a doppia firma, potrebbe vedere la luce già entro questo necessario 2020.

Matteo Maxia è nato nel 1976 a Cagliari, città nella quale vive e lavora attualmente. Strimpellatore di chitarra e cantautore per pochi intimi, ama la Sociologia, la Musica, la Poesia e ogni declinazione espressiva dell’Arte che sa emozionare. Sin dalla più tenera età, è attratto da tutto ciò a cui la Scienza non sa dare risposta e non esce mai di casa senza il suo taccuino, in cui cerca di catturare prospettive provenienti da ogni piano dell’esistente.

 

 

Conversando con…Maria Attanasio

 

CONVERSANDO CON…MARIA ATTANASIO

di Gabriella Venera Grasso

Conversare con Maria Attanasio è arricchirsi dei frutti di esperienze molteplici e di un punto di vista che invita a problematizzare. La incontriamo in occasione della presentazione della sua ultima fatica, Lo splendore del niente, racconti pubblicati quest’anno per la casa editrice Sellerio.

Attanasio è artista complessa, che si è inoltrata nei campi della poesia, della narrativa e della saggistica, offrendoci piste di riflessioni interessanti tanto sul presente, quanto su nodi e temi del passato. I suoi romanzi, editi tutti da Sellerio, attingono dalla storia e ne illuminano aspetti e figure meno conosciute (Rosalie Montmasson, unica donna al seguito dei Mille, ne La ragazza di Marsiglia, per fare un esempio), arricchendoli di un “surplus” di vita come l’arte sa fare. I saggi ci parlano di Sicilia, nei suoi aspetti di luce (i grandi contributi artistici dei conterranei che per l’autrice sono un riferimento costante: Verga, Sciascia, Piccolo, Cattafi, Addamo…) e in quelli oscuri e problematici (il sistema mafioso).

Destinataria di numerosi riconoscimenti in ambito letterario (ultimo in ordine di tempo il Premio Pino Veneziano, proprio in questi giorni),  Maria Attanasio è scrittrice meticolosa e “lenta”, come scherzosamente si definisce, considerando la cura e il grande lavoro variantistico che accompagna ogni suo scritto, in special modo quelli poetici, dove ogni parola è ponderata a lungo ed acquista un peso tutto suo. Nelle poesie l’autrice sviluppa temi che riprenderà nella narrativa e che costituiscono il fulcro dei suoi interessi: la microstoria come  modo preferenziale di accostarsi alla storia, le “storie di emblematica alterità” di chi paga il prezzo di un mondo sempre più violento e lanciato in una cieca corsa verso la produttività, le spinte di sopraffazione e il contraltare dell’indifferenza e dei particolarismi, e poi le figure di donne, la fragilità e la potenza del corpo e il suo valore semantico. Tutti temi che stanno a cuore alla scrittrice, espressi con l’intensità che il dettato poetico conferisce ai suoi contenuti.

Ma in quale rapporto stanno la produzione narrativa e quella poetica nel percorso dell’autrice? Maria ci rivela che le narrazioni si sono sempre “imposte” a lei con una certa urgenza: proprio quelle vicende, quelle persone chiedevano attenzione e spazio e volevano essere raccontate, perentoriamente; nella poesia, invece, i tempi si dilatano, le parole affiorano con lentezza e lentamente vengono cesellate, acquisendo uno spessore proprio.

Le chiediamo poi qual è la narrazione del “corpo” che emerge dalle sue opere, in cui è un elemento ricorrente (corpo-cretto, spaccatura, corpo d’argilla…), anche in riferimento ad una narrazione del femminile che vuole essere sganciata da logiche mercificanti e da un’ottica utilitaristica. Quello del corpo in cambiamento, ci spiega, è un campo (semantico ma anche esperienziale) nel quale diventano evidenti le crepe, le fragilità, le sovrapposizioni, “concretizzazioni di memorie arcaiche”, come le definisce Anedda, che l’autrice non intende nascondere dietro immagini patinate da photoshop, ma mostrare nella loro verità.

L’opera della maturità artistica di Maria Attanasio, nella quale sono confluiti molti testi degli anni precedenti, è indubbiamente Blu della cancellazione, pubblicato nel 2016 da La Vita Felice, con prefazione di Antonella Anedda e vincitore del Premio Brancati-Zafferana e del Premio internazionale Gradiva di New YorK.

É una poesia quanto mai attuale e incisiva, che “mette in campo il problema del male”, ma non in quanto “poesia astratta, filosofica o dimostrativa. Maria non dimostra delle tesi. Semmai pronuncia una domanda e la immerge nelle figure vive del mondo” (Milo De Angelis).

Il titolo, suggestivo e carico di una certa inquietudine, richiama il blu del mare profondo, che custodisce tesori, ospita la vita e la bellezza in forme varie e misteriose, ma è diventato spesso, nel corso della storia e drammaticamente in questi nostri tempi, sudario per troppe morti. Il motivo dell’acqua, delle sue infinite sfumature, dei suoi inquieti movimenti, del suo apparire, levigare, colpire, fluire, inghiottire, percorre tutte le parti della raccolta e quasi ci trascina nel gorgo misterioso di un declino personale e collettivo, quello, sempre più evidente, di un “occidente spaesato”.

 

Da Blu della cancellazione proponiamo alcune poesie.

Dell’acqua caìna

Piovve quel giorno, a diluvio a tempesta,

fu un fuggi fuggi per la sopravvivenza,

io, nel mio guscio di orfanità,

già pensavo a decostruirti, farti testo.

Non smise però, e ancora adesso piove:

un’acqua caìna che ha divelto radici,

sciolto inchiostri tracce: inutilmente

mi misi in ascolto tra i dettagli nel folto

-la serranda abbassata, la tivù spenta

In cucina-rilucendo adesso,

imprevisto, l’oscurato alfabeto.

Ma più ti assomiglio, più m’incazzo,

ritrovandola chiara-la password-

tra detriti e pretrisco

nelle crepe della muta domanda allo specchio

 

Frammenti dell’acqua mutante

…non incrocio di linee

ma angoli ciechi parallele

tra suppellettili e battito di ciglia

immagini difformi frammenti di figure

nel reset conclusivo

forzando tempi migrando

verso sterili costellazioni d’altri…

…oscilla s’increspa

al vento della forma-segno

che l’indomito cerca l’intero

l’intatta armonia-un brusio

dilaga dal fondo: frusciare

d’acqua alta crepitare di fiamma…

 

Sono il bambino della grotta

Sono il bambino della grotta

-il poliglotta, il diverso, a forza

chiuso nel recinto del nome-

adesso clandestino

-luce migrante, fiato di candela

tra le catene dell’oscuro-

sono occhi e lingua straniera:

l’isola all’orizzonte

lo stelo d’oro splende oltre il confine

 

Rosso

Rosso
che adesso è lama e cesoia
muro scrostato ombra
che s’allunga e ballarìa
– la zattera dei nomi alla deriva –
occidente spaesato
nel blu della cancellazione,
maria del declinare,
addio.

 

La nostra classe sepolta

 

di Gabriella Grasso

Vogliamo dedicare questo articolo a Christian Tito, poeta di rara sensibilità, che ha fortemente voluto l’antologia La nostra classe sepolta, ma non ha potuto vederne la pubblicazione. La sua voce ha ancora molto da donarci.

Mi fa particolarmente piacere inaugurare questa rubrica ospitando non una, ma tante voci: quelle presenti nella bella antologia curata da Valeria Raimondi, dal titolo “La nostra classe sepolta”, edita dalla casa editrice Pietre Vive nell’aprile 2019. Si tratta di un progetto forte, necessario, che dà la parola a chi sperimenta ogni giorno, sulla propria pelle, le asperità di ambienti e condizioni lavorative che mortificano la vita: alienazione, sfruttamento, precarietà, mancato riconoscimento di diritti. Nodi e tematiche purtroppo nient’affatto risolti nella società del terzo millennio, a dispetto di tante nuove consapevolezze e innumerevoli battaglie, nelle quali anche l’arte ha offerto e offre il proprio contributo.

L’opera nasce infatti da un’esigenza precisa, quella di “testimoniare il lavoro attraverso la poesia” (dalla prefazione di Raimondi), disegnando “una sorta di mappa della poesia del lavoro in Italia in chiave attuale”. Ben oltre il valore documentaristico dell’opera -da non sottovalutare, peraltro- questa antologia aspira a ricucire lo strappo tra la parola evocativa, l’immaginazione da un lato e la volontà di incidere sulla realtà dall’altro, “senza tradire il linguaggio dell’arte e senza svuotare di forza la pratica politica”. Vengono compiute pertanto “scelte stilistiche ben precise, guidate dal desiderio che l’azione-parola sia praticata dentro i luoghi di lavoro o laddove si tocchino i nervi scoperti dello sfruttamento”, ben sapendo che “la dimensione lavorativa è per molte persone una tragedia quotidiana”. Impegno civile e tensione artistica si coniugano in un progetto che dà spazio “a chi avesse già una produzione dedicata al tema, ma anche a chi, per necessità, avesse scritto poesie dai luoghi del lavoro” o a coloro che sono “impegnati in realtà culturali, politiche, associative presenti sul territorio nazionale” (sempre dalla prefazione della curatrice).

L’antologia è divisa in tre sezioni: Il pane quotidiano, con le testimonianze di vita; Homo Aeconomicus, sul senso del lavoro e la riflessione sull’alienazione versus la nobilitazione; Colata continua, per parlare di morti sul e di lavoro.

Il vissuto del lavoratore che ne emerge è complesso, dalle molte sfaccettature: è meccanicistica prigione in Francesca Del Moro (Jobs Haiku “La vita esatta/ La corsa della cavia dentro la gabbia”), in Claudia Zironi (“Il giorno che hanno dipinto di blu/ le lamiere del capannone accanto/ c’era un’aria tersa, un cielo estivo:/ ti sei girata all’improvviso e /hai visto il mare”), in Fouad Lakehlal  (“Alluminio fuso./Tuta di amianto./ Forno a Settecento./ Io c’ero dentro”). É profonda delusione, rinuncia al sogno di una vita serena, dignitosa in Fabio Franzini e nei suoi bellissimi testi in veneto (Marta: ”tuta ‘na vita persa a gratàr, /a gratarse via dal corpo ‘a beézha” e Compleàno. “ Come che pòsse dirghe che poesia ghin vede senpre manco/ te ‘sto mondo de squai e de pòri sciavi?”), in Mario Durmishi, nei toccanti versi da canto popolare di Mario Archetti. E’ constatazione di  monotono scorrere di giorni, senza colore e apparentemente senza senso, in Lucianna Argentino (“Ma ecco/ ora è questo l’ombra, questo stare nell’affanno del fiato,/ nella me stessa di cui si spartiscono le vesti/ cose adiacenti al nulla”). É infine amara consapevolezza dei rischi e preannuncio di morte in Francesco Zannoncelli e in Alessandro Silva, nella sua potente Slopping I.

Un contributo importante, quello de “La nostra classe sepolta”, che si colloca nell’alveo della poesia civile che sa ancora parlare di lavoro (e il pensiero va a Dino Campana, Elio Pagliarani, Luigi Di Ruscio, Ferruccio Brugnaro o, in tempi più recenti, a Maria Grazia Calandrone e al giovane Antonio Lanza, nonché ai due collaboratori della curatrice, ossia Luca Bassi Andreasi e Francesca Del Moro, solo per citare alcuni nomi); una tensione, secondo alcuni, fiacca o morente, in un mondo distratto e anestetizzato, dove opere come queste stanno invece a testimoniarne la vitalità e la validità. É un mondo, quello attuale, poco disposto ad ascoltare la voce dei poeti e il loro richiamo di verità; ma, come ci ricorda Christian Tito nel testo di apertura, “non importa se voi non leggete le poesie/ perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

 

Alcune poesie

CHRISTIAN TITO Farmacista, Taranto-Milano

Istantanea

Tra la tangenziale e l’inferno

in un cubo grigio a molte stelle

l’opportuna sede del meeting sul mercato

ed ecco il mercato in forma di torta

e attorno alla torta molti coltelli

e le figure coi coltelli pronte a scannarsi

un uomo scorre febbrile le diapositive

e febbrilmente cita uno scrittore che scrisse:

“non importa se tu non ti interessi della guerra

perché è la guerra che si interessa di te”

un poeta travestito da loro dipendente scrive:

“non importa se voi non leggete le poesie

perché sarà la poesia a leggervi tutti”.

 

LUCA BASSI ANDREASI Geometra, operaio metalmeccanico, Brescia

Statuto dei lavoratori

E dello Statuto hai saputo?

Sì, m’è spiaciuto.

L’importante è che non abbia sofferto.

No, in realtà agonizzava da tempo.

Se n’è andato in punta di piedi.

Sei stato al funerale?

No, non mi han dato il permesso.

Neppure a me

 

FRANCESCA DEL MORO Traduttrice e editor, Bologna

La risorsa umana si è spezzata in più punti

Era poco flessibile, dicono, poco resistente

o forse è stato per via di quella parte male inserita.

Una volta sostituita si ignora la sua destinazione.

Ridenti i mercati assistono come gerani al balcone

 

MATTEO RUSCONI (Roskaccio) Operaio metalmeccanico, Lodi

D’ora in poi non saranno più tollerate

impaginazioni di corrieri sibillini

e sarà vietato a chiunque si creda uno scrittore pittore cantore

di sprecare colore per imbrattare le ore dedicate alla reclusione.

In fondo è per grazia da noi concessa

timbrare un cartellino

perdere lo status di Poeta

Quindi si richiede la massima devozione

e di scambiare il volto di Dio con quello del padrone.

 

FOUAD LAKEHAL Disoccupato, Algeria-Italia (Brescia)

Lavoro

Alluminio liquido, forno a Settecento.

Tuta in amianto, sali di condensa.

Passa il padrone: Io vi frusto!

Mi fermano i colleghi (l’avrei sciolto).

Venerdì è la nostra notte, ci fermiamo per mangiare qualcosa,

succede da sempre alle tre di notte.

Alluminio fuso, forno a Settecento.

Tuta di amianto, sali di fusione.

La pressa s’infuria, l’orologio la rincorre,

le nostre facce stravolte sono sbiadite

come la carta della busta paga.

Eravamo affiatati, solidali,

ci sosteneva lo scherzoso spirito di sfida,

ci si sfidava tra noi allo sfinimento.

Raffreddavamo le bibite

sotto il getto d’acqua arrugginita,

comunicavamo coi gesti,

parlavamo a intermittenza

tra un colpo e l’altro della pressa.

Mangiavamo panini ossidati dall’usura,

riscaldati sui bordi dei forni aspettando le sei.

Una gioia quando arrivava il camionista francese

che ci portava sempre una bottiglia:

mi piaceva sbirciare l’orologio

quando erano le cinque e quarantasei.

Alluminio fuso.

Tuta di amianto.

Forno a Settecento.

Io c’ero dentro.

 

ED WARNER  Magazziniere, Crema

Ninna nanna per l’Italia

Piangi pure, bambina.

Il mio tempo te l’ho dato.

Di quello buono

tagliato bene di spalle aperte e sicure

di fronte imperlata, sudori gibbosi.

È il mio di tempo che se n’è andato via

passato direttamente dalle Marlboro

alla droga pesante

del cambiare canale.

’Fanculo bambina.

’Fanculo a te e al tuo pianto.

Alle borse svuotate.

Alle falde degli occhi

per un terzo turno

che assapora polvere e amianto.

Almeno tre figli al giorno

impolverano un’alba già nera.

Non piangi per loro

caduti in battaglia per difendere te?

E allora piangi bambina

quando sarai madre io t’abbraccerò

 

MARIA NARDELLI Maestra, Locorotondo

Il lavoro l’ho preso da mio padre

una volontà inesatta rispetto alla paga

idee e soluzioni astruse rispetto alla richiesta

vocazione imperfetta fino alla pensione una stanchezza

ripagata nell’ultimo suo faticoso respiro.

Il lavoro è la cosa più difficile

il debito insanabile che ho con te.

 

 

FRANCESCO TOMADA  Insegnante e poeta, Gorizia

Double face (pensiero all’uscita del turno di notte)

Guarda le gru di Marghera altissime

e bianche nel buio come radici

di alberi piantati a rovescio

nella terra

dunque questo non è cielo

ma un cielo capovolto questa non è

vita

ma quello che alla vita viene tolto

 

MARJO DURMISHI Operaio metalmeccanico, disoccupato, Albania-Italia (Brescia)

Al mattino e un grado

si hanno buoni propositi:

strizzare i rami dalla rugiada

lavare carote e barbabietole.

Sogno, dopo aver sognato

lungo l’intera tiepida tenebra.

Sogno di parlare

dopo non aver emesso

per ore neppure un suono

neppure con uno come me.

Al mattino e un grado

il recinto provinciale gronda di lamenti.

Sui fili freddi, orme

e capelli di animale.

Tra la Romania e il Nord-Est un bulgaro è quotato all’incirca tre dollari

con tanto di contributi versati.

Si sapeva.

Scegliemmo i tre dollari.

Mai più abbandonammo l’Occidente generoso:

loro ci avrebbero accolti e

una volta inquadrati

ci avrebbero dato dignità e parecchio lavoro.

“E l’aumento?” chiedemmo dopo decenni, all’unisono,

sudici, con occhi mesti e gonfi.

“C’è la crisi!”

fu la tagliente sentenza.

 

ALESSANDRO SILVA  Ex-disoccupato, ricercatore, Parma-Taranto

Slopping* I

La fumata rossa è perdita di ossigeno

che reagisce con carbonio.

[In effetti la fornace ha un corpo

di aspirazione ma se qualche ossicino

della bocca chiude male il muro

di vertebre e le gambe si scoprono fragili.

Accade una schiuma eccessiva e

nell’aria del mare rivive un sudario

di polveri che infiamma la luce].

Sul labbro scivola una goccia

di sangue minerale.

Ci vogliono poi micidiali cure per le malattie

da detriti con il nome della morte in bocca.

 

Tre domande a Valeria Raimondi

 D: Cosa ci dice di quest’opera il suo titolo, peraltro molto suggestivo?

R: La prima parte del titolo di questa antologia, frutto di una scelta condivisa con l’editore Antonio Lillo di Pietre Vive, richiama un verso di Luigi di Ruscio: “noi che viviamo anche per rappresentare tutti quelli che sono morti/ sino a che rimarrà uno solo la sconfitta non è ancora avvenuta/ sino a quando rimarranno le nostre pagine/ non la rosa sepolta ma la nostra classe sepolta/ siamo nel caos prima della creazione del verbo”. Per Luigi di Ruscio, presenza che sorvola l’intera raccolta e che abbiamo voluto omaggiare con questo titolo, il mondo del lavoro è senz’altro la materia prima della condizione personale, nonostante egli non si consideri solo un poeta-operaio (come sbrigativamente si è detto tante volte) ma un poeta capace di introiettare, trasformare e rievocare la condizione umana tutta. Questa dovrebbe essere anche la funzione del poeta civile, non un’etichetta, dunque, ma una scrittura di volta in volta necessaria. Il titolo richiama immediatamente ad una lotta (e ad una sconfitta) dei protagonisti del mondo del lavoro, di quel mondo che fino a qualche tempo prima abitava per sua natura un’unica Classe, che ora è stata sepolta.

Di Ruscio, tuttavia, ci lascia in eredità un’idea di lotta politica irriducibile, ancora praticabile e reale: siamo nella creazione prima del caos, quindi siamo ancora a costruire qualcosa come lotta viva, solo momentaneamente indistinta, sepolta sì, ma non arresa.

Nel sottotitolo i mondi del lavoro, al plurale, si contrappongono al singolare Classe. Non un mondo omogeneo per caratteristiche, declinazioni e appartenenze riconoscibili e riconosciute: la precarietà, il ricatto della delocalizzazione, la riduzione del ruolo pubblico dell’economia hanno lasciato i lavoratori e le lavoratrici soli, ognuno con sé stesso e con la sua particolare e solitaria condizione.Cronache perché, citando la postfazione di Alberto Mori: …spesso, non siamo di fronte a versi oppure a prosimetri veri e propri, ma ad interrogazioni, in scrittura, delle proprie urgenze esistenziali, laddove le forme e le costruzioni sono sempre esplicite e tengono la lettura tra incudine e martello: forgiano, mettono in opera quello che sono in relazione all’oggetto... Come dire che sono proprio i versi, più di qualsiasi altra forma della parola, quelli in grado di cogliere gli attuali caratteri di precarietà, frammentarietà, paura e alienazione: i segni lasciati da questi scritti sono anch’essi frammenti e documenti efficacemente lanciati con rabbia e dolore, atti d’accusa e denuncia.

Dunque le testimonianze rilasciate dagli autori/trici sono quelle di testimoni a conoscenza dei fatti, dentro lo stesso ingranaggio oppure fuori, a rifiutarlo, o anche a raccontarne la trasformazione: la produzione sul nastro di montaggio (L. Bassi Andreasi) o il forno con l’alluminio fuso che ingoia lo stesso complice lavoratore (F. Lakeal), o l’altro, diverso eppure simile, osservato dalla postazione della cassa di un supermarket (L. Argentino). Ma come ancora dirà Mori… che cos’è la parola per un lavoratore? Gesto di sussistenza, spesso vera e propria sopravvivenza primaria; azione della parola soprattutto. Ma se questa azione non entra in patto concreto, il diritto perché sia considerata tale è già prosciolto ed asimmetrico. Allora bisogna testimoniare. Dire. Esserci per non essere cancellati e, nella sparizione, divenire pretesto per coloro che sono sempre presenti nei mezzi di produzione decisionale del lavoro.Il sottotitolo rivela anche l’intenzione di mettere sullo stesso piano i diversi protagonisti senza distinzioni di età, riconoscimenti, linguaggi utilizzati.

D: Com’è stato accolto e vissuto questo progetto da chi ne è stato coinvolto?

R:Grazie per la domanda che mi consente di dire della genesi di questo progetto.
L’idea prende origine da una serie di “occasioni”: la necessità, la volontà, il desiderio di fare il punto, anche dopo alcuni percorsi personali, sullo stato della produzione poetica contemporanea allo scopo di recuperare un po’ di tessuto nell’eterna frattura tra arte e impegno. Ma non secondaria è stata l’uscita, nel 2016, di due raccolte che, gettando luce in una certa direzione, mi hanno costretta a seguirla.
Ho lanciato così un appello ai lavoratori, lavoratrici, precari e disoccupati prima ancora che agli artisti: intendo con ciò sottolineare l’orizzontalità di tale progetto dove non vien distinto ciò che è alto da ciò che potrebbe non essere considerato tale. Questo non significa che la poesia, lo stile, il linguaggio ne abbiano fatto le spese. Significa che tutto il lavoro di cura è stato svolto con molta attenzione (questo lo ribadisco consapevole di alcuni limiti). Cura per la parola, certo, ma anche per le intenzioni. Di volta in volta ho scelto cosa valesse la pena valorizzare e spesso, vista la natura della raccolta, è stata l’esigenza di verità ad avere la meglio, non per dovere di cronaca ma piuttosto per “dovere di poesia”. Hanno risposto soggetti diversi tra loro per genere, occupazione, provenienza ed esperienze.

Anche le diverse scritture mostrano tali discrepanze e differenti punti di vista, una narrazione che attraverso versi di volta in volta graffianti, ironici, drammatici e lirici, racconta il precariato, le lotte dimenticate, le vittime del lavoro. Perciò qui non si parla solo di lavoro ma, via via che le poesie (non i poeti) vengono raccolte, quasi imprevedibilmente emergerà altro: che è in atto la compromissione del tempo libero oltre che del tempo lavorativo (che viene occupato dalla redazione di curricoli, da colloqui, da lavoretti, da tentativi di rientrare nel mercato); che tuttora la società riconosce l’individuo associandolo alla mansione sociale; che vale ancora rivendicare l’autodeterminazione del proprio tempo di vita; che lo scontro tra poveri (come accade dal conflitto orizzontale contro i migranti dei campi) può collocarsi proprio dentro questo imbarbarimento. Si renderà necessario ad un certo punto introdurre dopo la sezione Pane Quotidiano (le cronache dirette dai luoghi del lavoro) e Homo Aeconomicus (atto d’accusa verso il lavoro come alienazione), una terza sezione di testi, Colata Continua, dedicata alle morti sul lavoro e ai danni all’ambiente nella quale si pone l’accento sulla reificazione dell’uomo: l’oggetto vale più della sicurezza e la salute meno della sopravvivenza economica obbligando dunque ad una scelta che tale non può definirsi.Perciò ho chiesto ad ognuno di introdurre i propri testi con una citazione, una breve riflessione, una sorta di chiave di lettura.

La raccolta si apre con i testi di Christian Tito il quale rappresenta la congiunzione tra la poesia storica di Luigi Di Ruscio e il tema oggi più attuale, quello della precarietà. Ma ospita anche Ferruccio Brugnaro, non con un suo scritto (nonostante le sue rabbiose testimonianze rappresentino, nel metodo e nella direzione, un messaggio per tutti) ma con un’immagine che generosamente mi donò tempo addietro: un volantino “ciclostinato” del 1969 per la proclamazione di uno sciopero alla Chatillon di Mestre, che riporta in calce una poesia dello stesso. Ma soprattutto l’antologia contiene alcuni poeti che hanno fatto del lavoro e dello sfruttamento la materia principale della propria poetica: Francesco Tomada, lo stesso C.Tito, Fabio Franzin, Francesca del Moro, solo per citarne alcuni. Franzin, unico poeta dialettale presente nel libro, racconta una fabbrica diversa: la fabbrichetta del Nordest nella quale si vive gomito a gomito senza essere compagni, nella tragicità dell’individualismo. Il progetto ospita anche due cantautori-poeti la cui produzione artistica ha già affrontato, in maniera consapevole e anche qui prevalente, la materia del Lavoro. Si è cercato in qualche modo di costruire un paesaggio complessivo e variegato.

Ho cercato di condividere con gli autori tutti gli intenti e i passaggi ma progettualmente e idealmente alcune scelte sono state sostenute da alcuni compagni di viaggio. Altre ed altri si sono presi invece l’impegno della diffusione e organizzazione di iniziative collegate all’antologia e alla sua vocazione politica, mentre altri ancora hanno proposto nuove modalità e interscambi. Un aspetto non secondario è stato condividere con un gruppo di poeti della stessa area geografica la costruzione di incontri, ogni volta diversi in contesti diversi, con contaminazioni video o musicali. Normalmente ognuno di loro durante i reading o le presentazioni sceglie di leggere autori non presenti.
Ciò è in continuità con quanto cerco di fare da un decennio, ossia cercare la sinergia, l’aiuto, la condivisione con realtà sociali e politiche esterne ai movimenti poetici.

D: Come si coniugano fare poetico ed agire politico nel disegno di questa iniziativa?

R: Per quanto mi riguarda ho sempre cercato di comprendere e poi di risolvere in qualche modo la frattura tra poesia e vita, arte e impegno, tra ciò che nobilita e ciò che mobilita.
Ho cercato di trovare il modo per consentire alla lingua-linguaggio poetici di raccontare un mondo che si è ribaltato nel corso di pochissimi anni, attribuendole così anche la funzione di rivolta civile, ma facendolo oltre gli slogan, le analisi, il troppo pensiero o la morale ideologica.

Direi che si manifesta l’occasione per ripensare alla poesia come qualcosa che ci riguarda di qualsiasi cosa o argomento si occupi! Oggi nel tritatutto che ha ingoiato valori, idee, parole e significati, sono finite anche le intenzioni e le regole dell’ispirazione e produzione poetica: al poeta tocca decidere in quale posizione collocarsi. Il poeta traduce sempre anche il frastuono del suo tempo, ma oggi dovrà scegliere se replicarlo nell’effimero di una cultura di massa, oppure ricordare che, di qualsiasi contenuto si tratti, la poesia sorge pur sempre come mistero, come parola stupefacente, senza tradire il proprio linguaggio, come scrivo nella prefazione.

Questa antologia, tengo a ribadirlo, rimane una raccolta in versi, curata stilisticamente nonostante la presa diretta sull’attualità. Diciamo che questa antologia lascia senza risposta un interrogativo: -che fare?- Ossia fotografa uno stato, non indica soluzioni, dunque non rappresenta un processo o un percorso finale e finito, piuttosto, un punto di inizio.

È stato detto: “l’ultima sezione non è ancora scritta, riguarda il futuro e la riconquista della sua nobiltà. È una visione che non concede arresti, che invita a raccogliere le forze: non sprecare un attimo di vita, non abbassare la guardia, non abbassare la testa“.
Esistono già, prima di questa, antologie sul Lavoro dove però non vengono raccolte scritture esclusivamente poetiche. Inoltre, ospitano, tra gli altri, poeti della generazione precedente per la quale il lavoro, con tutto il suo corredo di sfruttamento, è dato per certo, per un tempo e in condizioni indeterminati, e non con il carattere attuale di precarietà e scomposizione di una intera classe (come ci dice Eliana Como che non a caso ho coinvolto nell’introduzione politica).
Mi auguro questa raccolta divenga strumento nelle mani o per sostenere le lotte di lavoratori e lavoratrici, in una ri-creazione o in commistione con i linguaggi che le caratterizzano.Si tratta quindi di voler dare una risposta all’inefficacia di certa poesia civile e uno stimolo creativo al mondo politico e sindacale. Si tratta, infine, di un desiderio piuttosto comune: parlare degli esseri umani agli esseri umani, comprendere che la tragedia riguarda il cittadino globale e dunque si abbatte su ognuno di noi, sulle disillusioni, sui sogni, sull’umanità mancata, sulla relazione con l’altro e la natura. Insomma, non si può più agire da soli né nella vita né nell’arte; unirsi significa rimettersi al centro. L’augurio è che il progetto letterario possa coincidere con una pratica politica di lotta e rinascita.

 

Valeria Raimondi vive a Brescia dove nel 2010 fonda l’associazione culturale Movimento dal Sottosuolo che promuove incontri e progetti internazionali di poesia.  Nel 2016 viene tradotta in lingua albanese (Gilgamesh ed.) insieme ai poeti Beppe Costa e Jack Hirschman: antologia a tre voci presentata nelle principali università di Albania. Partecipa ad antologie sui temi dei respingimenti, delle carceri e delle guerre.
Alcuni inediti sono ospitati in Distanze, Fara ed., ed alcune invettive nella Gazzetta dei Dipartimenti del Collage de ‘Pataphysique.  Un suo testo è “intro” dell’album musicale dei DUNK.
Una decina di testi inediti vengono tradotti nel 2018 in lingua portoghese e presentati a San Paolo del Brasile. Con Donne A(t)traverso propone un recital narrativo sulle origini della violenza di genere. Nel 2011 esce la silloge poetica  Io no (ex-io) e nel 2014, Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kaìros, entrambe ripubblicate con Pellicano ed.
Nel 2019 La nostra classe sepolta, cronache poetiche dai mondi del lavoro, Pietre Vive ed., raccoglie una selezioni di testi in versi, di lavoratori e lavoratrici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tra marzo e giugno 2020 scrive alcuni articoli sull’emergenza CoVid in Lombardia per i blog Carmilla, Social rights, Critica Impura e per MicroMega.