PAUL ÉLUARD: UN POETA SURREALISTA

di Francesco Cocorullo

Eugène Émile Paul Grindel nacque il 14 dicembre 1895 a Saint-Denis; sceglierà lo pseudonimo di Paul Éluard nel 1916, prendendo il cognome della nonna materna. È uno dei principali poeti surrealisti francesi: studiò dapprima a Saint-Denis e poi a Parigi dove la famiglia si trasferì nel 1908; in seguito ad un attacco violento di emottisi, fu ricoverato in un sanatorio in Svizzera dove rimase per circa un anno e mezzo. Proprio in quel sanatorio iniziò giovanissimo a scrivere poesie. 

Un ritratto di Paul Eluard e Nitsch

Ispirato da Whitman e Verlaine, pubblicò su varie riviste poetiche i primi versi; nel 1914 allo scoppio della guerra è destinato ai servizi ausiliari. Diventato fante di prima linea su sua esclusiva richiesta, nel 1917 si sentì nuovamente male e fu quindi definitivamente assegnato ai servizi ausiliari: nel frattempo, sposò una ragazza russa conosciuta in sanatorio, Gala, e nel 1918 divenne padre di Cécile. Sempre nel 1918 diede alle stampe la raccolta poetica Le Devoir et l’Inquiétude e i Poèmes pour la paix. Strinse amicizia con i rappresentanti del movimento dadaista e della contestazione artistica francese, che lo influenzarono profondamente. Nel 1923, colto da una crisi interiore, sparì senza lasciare tracce per otto lunghi mesi. Tutti a Parigi lo credevano morto ma Paul in realtà aveva intrapreso un lungo viaggio fino in Oceania per scappare dalle contraddizioni che lo affliggevano; dopo essere rientrato nella capitale francese nel 1924 si gettò a capofitto nella scrittura, aderendo al movimento surrealista.

 E nel 1926 pubblicò la celebre opera Capitale de la douleur. Tale opera fu tra le prime ad essere pubblicate dalla casa editrice transalpina più importante, Gallimard. Il poeta, fedele al surrealismo di Breton, se ne distanziò però nel 1938 quando dichiarò la sua fedeltà all’Unione Sovietica, mentre Breton aderì alla variante trotzkista, avendo conosciuto Trotzkij in persona.

Allo scoppio della guerra nel 1939 fu arruolato come tenente; nel 1946 pubblicò la sua opera principale, Poesie ininterrompue (Poesia ininterrotta). Eluard continuò a viaggiare fino al termine della sua vita, diffondendo sempre le proprie idee socialiste e surrealiste in ogni città che visitava. Morì a Parigi, a causa di un attacco di angina pectoris, il 18 novembre 1952 ed è sepolto nel celebre cimitero Père Lachaise. 

 

Paul Eluard e Gala

La poesia di Éluard è allo stesso tempo impegnata e commovente, raccontò l’amore, la libertà, il suo disprezzo per la guerra, egli infatti ebbe una vita sentimentale molto tormentata. La prima moglie, la russa Elena Ivanovna Diakonova, detta Gala, lo tradì svariate volte (rimanendo addirittura incinta di un altro uomo), fino alla definitiva rottura a causa di Salvador Dalì (del quale poi divenne consorte) che fece sprofondare Éluard in una grave depressione.

 

Poi sposò una delle muse di Picasso, che lui chiamava Nutsch, nel 1934, che poi morì nel 1951; infine, l’ultima moglie è stata Dominique, con la quale visse l’ultimo anno prima di spirare. 

 

Qualche poesia di Paul Éluard nella mia traduzione: 

 

La curva dei tuoi occhi 

La curva dei tuoi occhi gira intorno al mio cuore,

un cerchio di danza e di dolcezza,

aureola del tempo, culla notturna e sicura, 

e non so più tutto quello che ho vissuto

i tuoi occhi non mi hanno sempre veduto. 

Foglie del giorno e spuma di rugiada,

Fuscelli del vento, risa profumate, 

Ali che coprono il mondo di luce, 

Battelli caricati di cielo e mare, 

Cacciatori di rumori e sorgenti di colori,

Profumi schiusi da una covata d’aurore

Che giace sempre sulla paglia degli astri, 

come il giorno dipende dall’innocenza

il mondo intero dai tuoi occhi puri

e tutto il mio sangue scorre nei loro sguardi. 

***

 

La morte nella conversazione 

Chi ha il vostro viso?

La buona e la cattiva

La bella immaginabile 

Ginnastica all’infinito

Che sorpassa nei movimenti

I colori e i baci

I grandi gesti di notte 

***

La tua fede

Sono io qualcos’altro che la tua forza?

La tua forza nelle tue braccia,

La tua testa nelle tue braccia,

La tua forza nel decomposto cielo,

La tua triste testa, 

la tua testa che io porto.

Più con me non giocherai,

Perduta eroina, 

la mia forza si muove tra le braccia tue. 

*** 

La vita 

Sorriso ai visitatori

Che escono dal loro nascondiglio

Quando lei esce dorme

Ogni giorno più mattiniera

Ogni stagione più nuda

Più fresca

Per seguire i suoi sguardi

Si dondola

*** 

L’innamorata 

Lei è in piedi sulle mie palpebre

I suoi capelli sono nei miei, 

Lei ha la forma delle mie mani,

Lei ha il colore dei miei occhi,

Lei sprofonda nella mia ombra

Come una pietra sopra il cielo. 

Lei ha sempre gli occhi aperti

E non mi lascia dormire. 

I suoi sogni in piena luce

Fanno evaporare i soli,

mi fanno ridere, piangere e ridere

e parlare senza aver nulla da dire. 

*** 

 

“Anch’io sarò una perla / sfuggita al filo” Omaggio alla poesia di Antonio Caldarella (1959-2009)

 

di Gabriella Grasso

Antonio Caldarella è stato un artista quanto mai versatile: si è espresso nella poesia, nella pittura, nella scrittura teatrale, è stato anche attore e regista. Ha operato nella Sicilia orientale dalla fine degli anni Settanta in poi, nel pieno di quei fermenti che portarono novità e sperimentazioni, specie in campo teatrale e radiofonico, accanto a nuove consapevolezze, generazionali e collettive. Anni di impegno, di scrittura instancabile, di amicizie e collaborazioni.

La morte ha interrotto tutto questo troppo presto, ma Cardarella è stato comunque in grado di lasciarci un ricco patrimonio di idee e progetti, un saggio della sua profonda sensibilità e della dolce ironia con cui guardava e raccontava il mondo.

Cantore di sentimenti eterni e radicati (quella “social catena” di amicizie, sodalizi, affetti, di cui si nutriva la sua vita), si trova a vivere gli anni in cui avviene, in modo apparentemente indolore, il passaggio dall’epoca delle lettere d’amore a quella della comunicazione digitale e spersonalizzante: “La mia ragazza mi aveva lasciato / per un nuovo arrivato, uno del web-est / un pivello molto più giovane di me. / Non lo sopportavo / e mi rifugiai nella mia chat (…) chiesi uno Skinflix doppio, /mi servirono un Avatar caldo e senza ghiaccio” e via proseguendo, con sottile ironia.

Un mondo che sta cambiando rapidamente, in cui l’artista esprime il proprio disorientamento, senza rinunciare a uno sguardo critico, talvolta beffardo, talvolta tenero, verso ciò che lo circonda.  La sua poesia si snoda tra l’intensità a volte esondante del sentimento, registrato nella purezza del suo nascere, e la consapevolezza amara di un’altra realtà, accovacciata dietro l’apparenza, pronta a svelarsi nel suo lato aggressivo. “Mi chiedi due parole / una dedica /per un evento importante della tua vita / ma non faccio più la radio, / ma la radioterapia / ed ogni giorno è un giorno importante / in cui aspetto l’alba / con la scusa di un nuovo amore. / Sono ascendente cancro e discendente di un DNA / che mi ha lasciato un cancro in eredità”. L’amore è esperienza totalizzante e quasi panica: “Ho bevuto un frullato di stelle / quando la tua mano / s’è poggiata sulla mia nuca. / Un vortice di desiderio / ha aperto tutte le porte ancora chiuse / e tolto tende / a tutte le finestre sul mare”.

Tuttavia, porta con sé un carico di dolore: “La cura per gli amori / come per le parole / è non cercarle. / Arrivano da noi dopo un lungo viaggio / ti racconteranno loro / e tu allora saprai”. Il tema del sentimento si intreccia spesso con quello del viaggio, ricorrente nella poesia di Caldarella e declinato nei suoi risvolti sentimentali, esistenziali o come esperienza estetica. Spiagge, conchiglie, arance, rose, nuvole popolano la poesia dell’autore, piccoli oggetti da niente, generosi di profumi e di vita, che si concede mentre si nega, malinconicamente: “Uno strano profumo / di zagara e ulivo /e carrubba seccata / e verdello e salvia / mi confonde il torace. / Appoggiata all’ibiscus / pare la sera di tulle e rame”.

Accanto agli spazi, l’altro protagonista è il tempo, traditore, inaffidabile e al tempo stesso forziere, foriero di nuove promesse: “Hai perduto. Tutto è perduto” / Hai perso tutto. Stai per trovare (…) Ho perso. Tutto è perso. Ascolto il nuovo. / Un masso, una montagna, un promontorio”. Lo sguardo è sempre vigile, quasi cinico, e al contempo pronto ad aprirsi allo stupore, alla gratitudine: “Che piccola vita abbiamo / fatta di sperma, piscia e nascondimenti. / Di mutilazioni del corpo e dell’anima. / Che piccola vita abbiamo / funamboli della mollica / e della tela del ragno.”

Infine, pilastro centrale della poesia di Antonio Caldarella è l’impegno, sganciato da ipoteche ideologiche o confessionali, ma vissuto come espressione di autenticità, attraverso la scelta di scrivere, di fare radio, di fare teatro, e, prima ancora, di vivere pienamente ogni esperienza, anche i tabù del dolore, del rifiuto, delle attese deluse, dell’incapacità (in apparenza paradossale) di dire tutto: “ Ci sono cose / che non diremo mai / e che saranno luce e buio / solo per noi”.

 

Alcuni testi (da “Minuscola briciola”, 2015)

 

Disertare la vita quotidiana

 

Disertare la vita quotidiana.

Abitare il deserto dei tartari.

Un assalto improvviso,

vomitato da una nuvola.

Difendere la postazione

dello sterno,

finché non sia spenta

anche l’ultima luce dello schermo.

Leggere tutti i titoli di coda.

Tutti, fino a THE END.

 

E non verrà l’amore con te

 

E non verrà l’amore con te

almeno stasera

e le risate

che spappolano i cuscini

non verranno neanche

come il seguire la tua schiena

vertebra per vertebra

e non verrà l’amabile voglia

dello schernirsi a distanza

forse troppo distanti

molto più in là di un domani

e quasi a un arrivederci.

Voglia di venire

nella stazione dei tuoi desideri

ed invece rimango sulla giostra.

Non voglio scendere

e non voglio vincere

nessun peluche

e non voglio tirare palle ai pesci

o salire sui dischi volanti

voglio solo ridere di me

che grido sulle montagne russe

dei miei pensieri sbalzati

sulla ferrovia dell’Up and Down.

Non voglio scendere

e neanche salirti sulle trecce,

i balconi vanno bene per i gerani

io sono stato già piantato

e fuori come un balcone.

Non voglio scendere

dal treno di seconda classe

che non arriva prima

ma ti parla di persone

dalle valigie pesanti

ed ora viaggiatori leggeri.

E non verremo

sorpresi senza biglietto in tasca

e non verremo sorpresi

senza palle di Natale

e petardi di Capodanno.

Voglio solo festeggiare il tuo compleanno

senza augurarti il viaggio

che non partiremo.

Chiedo perdono,

sempre persi i treni.

 

Che piccola vita abbiamo

 

Che piccola vita abbiamo

fatta di sperma, piscia e nascondimenti.

Di mutilazioni del corpo e dell’anima.

Che piccola vita abbiamo

funamboli della mollica

e della tela del ragno,

scienziati del nascondimento

eroi della bugia, del non guardare negli occhi

tanto…chi ci ammazza a noi?

Siamo già morti.

Lapidi di viaggi, amori e sogni

ladri di un futuro, ammanettati subito

al primo desiderio.

Che piccola vita abbiamo

così piccola, da sembrarci enorme, infinita

così piccola, da sembrarci la nostra vita.

Che grande vita,

che bella vita, per questo non è finita.

Che grande, piccola vita.

 

Visioni e locuzioni lungo il filo del tempo. “Il canto della Moabita” di Sergio Daniele Donati

 

di Gabriella Grasso

 

 

Se in principio era la Parola, questa era sicuramente in forma di poesia. E’ quello che ho pensato addentrandomi nella lettura de “Il canto della Moabita” di Sergio Daniele Donati (Ensemble, 2021), intenso dedalo di visioni, predizioni, locuzioni interiori, che il poeta rivolge alla figura biblica della Moabita (esempio di tenerezza, di fedeltà e amore incondizionato, capace di scelte coraggiose), a se stesso e al figlio, più volte nominato e destinatario di benedizioni. Come un flusso o un vortice, il percorso della parola si snoda  in una dimensione atemporale, non semplicemente onirica quanto, direi, filogenetica, che, scavalcando l’esperienza del singolo, assume quasi la forma di un dettato proveniente da un Oltre: “Senza fine, senza inizio / ho sognato il grande sogno / e la Moabita e il cedro / e il canto e le radici / e il mio occhio nero / erano la stessa cosa”.

Quello che circola tra queste presenze e per tutta l’opera è un sapere che si tramanda e rinnova in una catena d’amore (Dio Padre, i Padri, l’autore nella sua veste di padre, il figlio) e che si traduce, paradossalmente,  nella consapevolezza, da parte del poeta, della propria afonia, dell’essere recipiente di silenzio e di risonanze:

“ Se torno / le lettere migrano, altrove. / Nel cardo restano spine, /non più piume di ricordo /né promesse d’ascolto. /Resto là; /la parola afona, /e il sangue schiavo del silenzio”.

La risonanza, espediente testuale e, non a caso, anche pratica di meditazione, costituisce l’ordito di tutto il tessuto formale e sonoro dell’opera. L’elemento ridondante, il ritorno ciclico di parole, stilemi e concetti sono pratiche che attengono tanto al campo del salmodiare biblico quanto a quello delle narrazioni ataviche e dell’oralità primigenia, all’origine di ogni sapere e di ogni tradizione.

L’idea-immagine si palesa, poi scompare, poi ritorna nelle innumerevoli occorrenze e variazioni di significanti che rappresentano una porta appena schiusa verso significati intravisti, mai del tutto posseduti, ineffabili.

Innanzitutto, gli elementi della natura: il vento e ciò che attiene al suo campo semantico, per fornire solo qualche esempio (nuvole, pulviscolo, soffio), col suo richiamo biblico all’alito vitale e alla brezza che è presenza divina e forza creatrice:

“Esiste un vento, / un aliseo divino, / che rende brace / l’ossidiana delle mie pupille, / quando mi guardi (e io ti guardo) / e il tempo si ferma. / Mi copro pudico, / i volti, / allora, /e si dispiega alto / il nostro canto vitale”. Poi il cielo e i suoi corpi, il gioco del buio e della luce, il nulla fecondo che genera il creato; e ancora la notte, quasi palinsesto di antiche verità:  “Restano tracce, / nelle notti di luna calante, /d’un passaggio sacro, /cieco e di sogno / tra le grida e le nebbie / della tua profezia”.  E a seguire le lacrime, il pianto, il tentativo prezioso e fallimentare di dare una forma compiuta alle intuizioni del profondo: “ tramutando in strozzi parole antiche”,  “E la lacrima bruna / del mio passato palustre / cade nel secchio, / guardia d’un abisso fertile”. Infine il mito, archetipo di un eterno ritorno: “Immergiamo nel mito, / dita bambine”, consapevoli che “s’appoggia sul mito / ogni dolore”.

D’altro canto, il poeta ammette la possibilità di una forma di conoscenza e di espressione, attraverso il canto e il sogno, ponte tra il passato e varco verso il futuro.

“Le nuvole in cielo sognano. Io canto il canto del futuro dal passato. Sia questo il tuo sogno”), che può tradursi in possibilità di un valido pronunciamento: “Fiori azzurri e frutti rossi / nella tua mano / e non c’è giustizia /nel “bianco o nero” / che sia la giustizia il tuo sogno / figlio mio”.

 

 

 

La parola resta la protagonista, nonostante tutto, di questo ipnotico, salmodiante lavoro: è afona, strozzata, impotente, si sgretola, si nega perché si nasconde nell’alcova di ciò che precede l’umano:

“(se) ci sedessimo su quella pietra, / ad ascoltare il canto, / che lento si fa strada, / sulla via della nostra fine, / se ci specchiassimo nei volti dei poeti / prima di rubare i loro lemmi, / e tentare voli di tacchino, / tramutando in strozzi parole antiche, /se guardassimo quelle pieghe della pelle, / dove tutto è scritto, / prima della parola, / prima dell’incontro e dell’incaglio, / prima della seduzione”. E tuttavia sa trovare il suo vigore originario, rivelandosi urlo: “La vita è un chiasmo. / La mia. /E nel punto di intersezione, /l’urlo mio di bimbo /sparito, spaurito”.  Resta comunque la parola di chi è dolorosamente consapevole dei propri limiti, l’inciampo (termine non casuale, in un testo così impregnato di suggestioni della cultura ebraica) di chi si riconosce balbuziente e imperfetto, perché “di cos’altro vuoi parlare, / poeta, / che non sia il tuo inciampo?”

 

Alcuni testi

 

Teshuvah (il ritorno)

Se torno

le lettere migrano, altrove.

Nel cardo restano spine,

non più piume di ricordo

né promesse d’ascolto.

Resto là;

la parola afona,

e il sangue schiavo del silenzio.

 

*

 

Sesta benedizione per mio figlio mentre sogna 

Fiori azzurri e frutti rossi

nella tua mano

e non c’è giustizia

nel “bianco o nero”,

che sia la giustizia

il tuo sogno

figlio mio.

 

*

 

Ali di falco 

Ali di falco,

tagliano cieli

e separano e spezzano

e dicono «Luce»

al buio,

prima che luce sia.

Di cos’altro vuoi parlare,

poeta,

che non sia il tuo inciampo?

 

*

 

Errore 

È un errore attingere sempre

allo stesso pozzo,

elevare l’assenza

a rango di saggezza.

È ora di tornare

al luogo sacro dell’ignoranza,

ed evitare nel cammino

i ghiacci sottili d’una scrittura

debole e seducente.

È ora di dirsi

finalmente vinti.

 

*

 

Sei milioni

Si crepano maschere d’argilla

sui miei volti

e lo sguardo si perde

su un orizzonte

assente;

avanzano lenti

i passi del silenzio

e ardono i fuochi

sacri

della memoria.

In alto,

sei milioni di voci evanescenti,

coperte da fumi e grida,

osservano e sostengono

una tenacia bambina.

Per loro solo

canto nenie primordiali,

inni d’elevazione nella notte

senza stelle.

 

Poesia pubblicata sul blog «Le parole di Fedro» in occasione della Giornata della Memoria 2021.

La “biscrittora” Maria Attanasio

di Ivana Rinaldi

La scrittura di Maria Attanasio, che sia poesia o prosa, è una scrittura a tutto tondo. Nata poeta, poi autrice di romanzi memorabili come La ragazza di Marsiglia, in lei ritroviamo il valore della parola che origina e da cui hanno origine tutte le cose, costruisce e ri-costruisce la Storia, che ha spazzato via popoli e civiltà, le storie che si con-fondono, l’amore e la pietas per gli ultimi presente ovunque nei suoi lavori. In Nero barocco nero la citazione di Democrito: < Bella in tutte le cose l’uguaglianza, l’iperbole e l’ellisse non mi piacciono>.

La parola di Maria Attanasio disfa l’ingiusto silenzio, non quello buono, intimo, creativo, ma quello che trama per nascondere e occultare, zittire il presente e il passato; crea senso, è capace di ricucire quella trama sottile tra il nostro sentire e il mondo, a contrastare frontalmente il linguaggio contraffatto, manipolatorio, che si prospetta alll’orizzonte e su ogni realtà, eclissandola, velandola di menzogna. Quando si ha il privilegio della parola potente come Maria Attanasio, allora sì che si può parlare di scrittura.

Nero Barocco Nero

La copertina di “Nero Barocco Nero”

Protagonista di Nero barocco nero, è Pellegrina Vitello, accusata di <magaria> (stregoneria) che rischiò di essere arsa viva davanti alla cattedrale di Messinanel 1555: subì solo(!)la tortura della corda e della fustigazione:

Nero barocco nero/ nel muro gocciolante sterco e gigli (…). Da una fessura sbuca l’assassino:/ un grande inquisitore con paramenti/incensi e attrezzi di tortura/ un freddo di spalle alle lamiere.

Sono tante le storie narrate da Maria Attanasio, quelle del passato e quelle del presente, dalle zolfare, lo zolfo è stato infernu veru negli anni ’50, alle Poesie d’amore in tempi di guerra. Probabilmente la seconda guerra del Golfo (2003); dalle vittime della Seconda Guerra mondiale, agli schiavi deportati dalla loro Africa, all’America del maccartismo, alla tragedia delle migrazioni e alla melanconia degli sradicati. Una parola che ha sempre tenuto testa alle storture della Storia. Un tentativo di mutare la tenebre in luce per mezzo di un io non più io: <Dire uomo torre martello/ Dire cosa/E’ mondo dire/che esce dalla notte/e di nuovo si incammina tra le forme>.

Rileggere e riscrivere del passato non è mero esercizio archivistico e neanche metafora del presente – come è ad esempio in Vincenzo Consolo, suo maestro – ma è un ritrovare una realtà che sostanzia il presente grazie a un empatico e ininterrotto dialogo tra vivi e morti.

Alla doppia scrittura di Maria Attanasio è stato dedicato un anno fa (14-15 ottobre 2022) un convegno internazionale all’Università di Valencia dal titolo Maria Attanasio. Quatro Décades de Bifronte Escritura Desobediente, i cui interventi sono stati curati da Giuliana Adamo e Miguel Angel Cuevas e pubblicati da Castevecchi nel 2023 e dal quale emerge nella sua complessità la persona, la poetica, l’opera.

La <biscrittora>, come ama definirsi, calatina, nata a Caltagirone nel 1943, ci viene restituita nella sua fedeltà a se stessa, al proprio talento creativo e alla sua etica. Tre aspetti che non vanno separati e costituiscono un unicum. Scrive di lei Sebastiano Burgaretti in Maria Attanasio madre di poeti, madre di libertà: <Io credo che Maria Attanasio sia nata poeta di vita, prima ancora che di penna e di carta. Solo una virtù petica e poietica ha potuto ispirare in lei il coraggio e l’impegno civile ne hanno sigilillato e contradistinto la vita>. (P. 82).

Qualche nota sui suoi romanzi.

La ragazza di Marsiglia è il più conosciuto. Narra la storia di Rosalìe Montmasson, seconda sposa di Francesco Crispi, da lui poi ripudiata, contro la legge che vietava la bigamia, mentre si univa in terze nozze illegali con un’altra donna. Il romanzo è costruito secondo le modalità della militanza narrativa di Maria Attanasio: rendere voce a coloro a cui è stata silenziata dalla storia ufficiale e denunciare l’impostura storica tramandata come verità. Lo stesso fa con Paolo Ciullo in Il Falsario di Caltagirone, che prima di diventare personaggio letterario, sconvolse la storia della Sicilia con la sua vita fuori dai limiti. Studente di disegno e pittura, anarchico e rivoluzionario, consigliere comunale, bohémien a Parigi, migrante in Brasile e in Argentina, falsario di bancanote e quindi frequentatore di manicomi e carceri, morì nel 1931, cieco e in assoluta povertà.

Da queste figure, possiamo capire chi siano i personaggi dell’autrice creati su carta e con l’inchiostro, ma terribilmente carnali. Sono tanti/e le scrittrici da cui Maria Attanasio <prende lezioni>, dal Manzoni di La colonna infamealla Yourcenar di L’opera in nero, fino a Sciascia e Consolo, suoi conterranei. Merito e paradigma della narrazione storica di Maria Attanasio, è aver inventato un metodo che coniuga il documento con l’invenzione verosimile rispetto ai fatti che restano nel buio e in silenzio. Tanto innovatrice nel raccontare, così nella poesia di cui abbiamo cinque raccolte tradotte, come i romanzi, in varie lingue, di cui segnalo Amnesia del movimento delle nuvole e Paesaggi. Sempre alla ricerca della lingua perduta.

Non so dove sei persa lingua
un tempo parlavi mille dialetti
ora balbetti inciampi
sibilante fax a vuoto nella stanza
segreto crepitare che di notte
senza segni di riconoscimento spinge
tra le atone dune,
l’implacabile vento.

Amnesia del movimento delle nuvole

RHITA BENJELLOUN- Spettatrice della vita-

di Francesco Cocorullo

Cari amici, vi presento la poetessa marocchina Rhita Benjelloun, nata nel 1990 a Fes, è poetessa e creatrice. di gioielli. Inizia a scrivere versi all’età di undici anni, la sua prima raccolta poetica “Spettatrice di vita” è pubblicata nel 2017; per Rhita la poesia è un canto dell’anima, i versi sono ispirati dalla sua esperienza di vita, dalla sua storia. La definisce “un canto che culla lo spirito”, che “origina dal cuore”.
Eccovi tre componimenti nella mia versione italiana:

 

 

La mia corona

Uomo coraggioso dal portamento molto saggio
Ampiamente attivo nonostante la tua età
Tanti sacrifici, tanto coraggio
Per il benessere della tua piccola realtà
Tu fosti per me l’esempio da seguire
Imitavo i tuoi gesti, le tue parole e le tue stesse risate
Il mio idolo, così ti chiamo
L’uomo verso cui provo un amor sovrumano
La giovincella che fui, io te ne faccio dono
Tu ci hai sempre regalato felicità, amore e gioia
Papà sei il mio ideale, sei la mia retta via

La notte
L’intimo nel quale mi confido
La culla dei miei pensieri e delle mie noie
Io ti sarò Riconoscente
Dalla genesi fino alla tomba
Tu che la mia avventatezza hai domato
Che tanta stima e attenzione mi hai donato
Che mi hai saputo ascoltare e preservare i miei segreti
Che eri complice d’un sogno ora realizzato
Nella tua calma io trovo rifugio
Nelle tue tenebre sono confusa
E nel tuo regno tu sei la mia musa

Silenzio

…Silenzio d’una parola, silenzio d’una lacrima
Silenzio d’un brivido da sotto una trama
D’una rabbia rinchiusa sul fondo
Del buio, isolata, nel profondo abisso
Silenzio d’un decennio
Di terrore che li ha separati
Silenzio d’anime lasciate del tutto
Di dittatori avidi soprattutto…

 

Voci – Incursioni nella poesia contemporanea

A cura di Gabriella Grasso

 

Alfredo Rienzi,  Sull’improvviso (Arcipelago Itaca, 2021)

 

Questa luce che ora

torna a crescere

dove la deporremo

spenti gli occhi in una notte a dicembre?

c’è stato tempo per disporsi, dici

verso il giusto angolo d’occidente

è che il tempo non è mai quello giusto

e le partenze hanno il suono ottuso

della frana che coglie all’improvviso

 

***

 

Aveva l’occhio il compito suo certo

(socchiuso, semiaperto o spalancato):

l’esaminare nudo stelle

di sesta e di settima grandezza

è lì la linea che flette il visibile

al nascosto, e al nero

la ritrosia dei fuochi

 

***

 

C’è nel silenzio ogni voce ogni suono

possibile: il bianco che si disfa

nell’iride, molecole-galassie

che ronzano, uova incerte se aprirsi

o indugiare nel loro simbolismo

ci sono nel silenzio

gli elementi al precipitarsi nudi

nei loro mulinelli

i canti di meduse e di sterne

poi l’infinita serie delle favole

quei loro finali mai ascoltati

 

Anna Maria Curci, Opera incerta (L’arcolaio, 2020)

 

Avvistamenti

 

In bilico su toni e fenditure,

cerca il prodigio il varco quotidiano

senza i sipari i tuoni e le tribune.

 

Tu prova a decifrare

linee forme colori.

della sciarada resta

l’anelito, l’attesa

 

***

 

Iris indaco

Tenue e tenace sogno solitario

iris indaco aroma della cerca

ombroso nella prole variopinta

bivio tra sensi desti e l’oltremare

 

Ti invoco ancora e già torna la sera.

Distendo le narici rattrappite

da frenesia di merci afrori spicci.

Aspiro e al fondo guidi l’immersione.

Tu rannicchiati dentro l’anagramma,

cerca lo schermo, cerca il nascondiglio.

Pure ti scoveranno, non badare

alla torma dei cani, avido strazio.

 

***

 

Posa la mano

 

Posa la mano ora sul ghigno amaro

la ruga appiana di constatazione.

Prenditi sottobraccio il riso

saluta i sassi e cammina nel sole.

 

Enzo Cannizzo, Il cielo pende dai lampioni (Algra, 2020)

 

il vespro

consuma

la zoppia

del buio

 

l’inverno

stringe

i cani

ai lampioni

 

il pane spezza

la lama

del giorno

 

***

 

arrancano i cumuli alti

sulle radici d’ombra

e semina tardiva

 

se il gelo creperà le arance

avremo labbra

propizie alla sete e doni

buoni per dèmetra

 

***

 

seme di luna greve

palude e pianoro

 

gonfia la malaria ingravida

la ferula il biviere

 

***

 

madre che taci il tuo dolore

vocale ossidata dal respiro

soffio sul tornio del viso

Voci – Incursioni nella poesia contemporanea

a cura di Gabriella Grasso

 

Antonino Bondì. Osceno mobile (Oèdipus, 2019)

 

metafisica per il XXI Secolo

 

Adesso non puoi addormentarti sulle verità

se non dietro il sogno di facce distratte,

e nemmeno stornare lo sguardo

dallo spettacolo di un grattacielo in frantumi.

Lì, nella vertigine di una storia,

l’eco di genti ha sfiorato lo sguardo di un bonsai

che si annienta inebetito;

e altrove, fra diamanti, cadaveri e cascate

un volo di pellicani si mette a disegnare

una vecchia ombra di morte

sopra le terre più sbigottite.

Ci hanno fatto cenno di scappare

e cancellare le tracce dell’uomo

da una lavagna insanguinata in ogni modo.

Ma sogna di essere un tentacolo

la mano dell’uomo fra amore ed assassinio.

 

***

 

volto

Alzo gli occhi e punto in direzione di una nave

che si ingrassa addormentata nel porto.

E’ gonfia una scatola di parole

e fitta di segreti, consunti in un ingranaggio

d’elementari ripetizioni.

Respiro nell’asma straziante del tuo amore

e m’impunto su un dettaglio d’universo

idiota:

una goccia di pioggia,

un bottone di camicia

in corsa verso un tombino.

Allora punto i piedi in groppa a un sogno

a forma di stella filante,

mentre sento scivolare sulle tende

un odore agro che non riconosco;

e quasi quasi pure gli occhi scivolano

su uno stuolo mangiucchiato dal tempo

dove un veleno mai gustato s’allinea al desiderio:

trattengo il respiro che strazia d’asma

il tuo cuore non allenato.

Allora, timida e querula voce trasferita

al vano del silenzio, mi rivolto in uno spicchio

incomprensibile di mondo e assomiglio

– caricatura e rischio – a un muratore nomade:

le mie case si chiudono e si aprono

se c’è vento.

 

Valentina Calista. L’abbraccio che manca al giorno (Delta3, 2022).

 

La linea bianca 

C’è una linea bianca che traccio la sera

tra il buio della velocità fuori la porta

e labbra che non baciano più labbra né mani

che prendono visi o mani.

Fatemene una colpa se ho l’anima antica,

vecchia donna curva

che raccoglie sole e grano.

Di questi occhi ho fatto corazza

quando nella notte non ho di che difendermi

quando il sonno si ribella alle mie vite passate.

 

***

 

Che le cose che aspetti siano tue, sue 

Che le cose che aspetti siano tue, sue:

per tutte le parti della gola rimaste afone

per tutte le cellule del corpo mancanti d’aria.

Che le cose che ami siano tue, del creato:

per tutte le rollate d’aria sui campi riarsi

per tutte le fiamme del sole scagliate sui rami.

Lascia la lingua gettare sillabe

all’aria divampante il suono allo spazio,

al tempo superbo che sa tutto, anche l’Ora.

Lascia, lascia, lascia.

Che le cose possedute siano lasciate, abbandonate e

ritrovate nel cassetto delle sciocchezze.

Che le cose mai avute siano possedute e lasciate

dal pensiero, dal sogno e dal desìo che non tace.

E che l’aria sia l’unica vita nella vita.

 

Loriana D’Ari. Silenzio, soglia d’acqua (Arcipelago Itaca, 2021)

 

il ramo sussulta, stacca e plana la foglia

appena un dorato fruscìo. culla d’aria

la fine di qua dalla soglia

 

***

 

perdona voce bianca mia chiara

di luna nota d’ortica strinata

crepa, perdona verde linfa tra

i denti filo d’erba corda

tesa in eclissi perpetua di fiato

questo nodo scorsoio che stringo

e allento, l’estrema torsione

di abisso e canto

 

***

 

sei andata via, ma la voce resiste

e propaga infinita oltre la fonte

tutto il mistero della cosa viva.

per sempre rideremo dei capelli

arruffati, dirai per sempre a presto

dall’ultimo vocale, nell’azzardo

del respiro la piena dell’affanno,

prenderemo per vere le parole

 

***

 

ma se vedere è restituire

qui di te ogni cosa è salva

dov’è un lampo l’innesto

del suono, e ti sono

nel cono d’ombra appesa

ciondolando. sarai nido

di frontiera in ogni giuntura

 

Pasquale Pietro Del Giudice. Piste ulteriori per oggetti dirottati (Ensemble, 2019).

 

La manutenzione 

Sono vivo, un cantiere aperto,

una macchina usata, un mostro precario

civilizzato, puntualmente i peli mi rispuntano sul viso,

il sebo si accumula nei pori,

il mondo è la criniera di un cavallo,

ogni cosa necessita di manutenzione e del suo stalliere,

della sua lametta e del suo giardiniere,

di revisioni, di versioni, di una controllatina

ai freni, alla tenuta dei bulloni;

la vegetazione, le unghie ricrescono, la pelle decade,

ciclicamente sono necessarie

radiografie, controlli delle pompe

del sistema e del livello di putrefazione raggiunto,

è opportuno ridurre a ordine umano

la matematica delle sterpaglie,

più cresci più muori, più muori più cadi a pezzi,

più perdi illusioni, più i tuoi gesti

si sommano negli errori degli anni,

hanno avuto incidenza, hanno ferito e perdonato,

hanno deluso e smentito se stessi.

Esposta alle intemperie e alla consunzione del tempo

la vita è un cadavere sezionato

dunque le cose muoiono con gusto

e ogni giorno implica lo sforzo

di tenere a bada il loro disfacimento,

la loro fuga, la loro tentata ribellione

rimandando la loro fine,

ritinteggiando le porte, i capelli e le pareti.

La manutenzione tiene sveglio il mondo

il suo bisogno di cure, morte che ci tiene in piedi,

che stimola, smuove a mettere in ordine la stanza

a usare le ore nel migliore o nel peggiore dei modi,

sperperando quello che resta in affronto al tempo

e a se stessi, costantemente ridare

senso dove si era dato senso,

nei rapporti sociali

nei propri spazi, nel cassetto

delle delusioni, opponendosi alla forza

centrifuga che mette in moto la macabra pantomima.

Bisogna immaginare Sisifo barbiere,

crollare è darla vinta alle liane, alle piante rampicanti

quando ti sommergono i piatti da lavare,

quando la tua casa si arrende

alla forza riassorbente dell’edera

e del muschio, delle erbe infestanti, dei nidi di ragno,

dei topi, delle formiche, dei rifiuti dei passanti.

 

***

 

Pattumiere 

L’astuccio degli occhiali, dei pastelli

il borsellino, il raccoglitore delle monete

dei trucchi e dei gioielli, bare

dove riposano ordinatamente le cose

buche, raccolte di comunità

tenute insieme da precise caratteristiche

che ne determinano la cerchia e la fratellanza,

i cassetti invece sono fosse comuni

di spaghi, biglietti, calzini

graffette buttate a casaccio, periferiche usb

cassettoni dell’immondizia a cui siamo destinati

noi buste di organi aperti e sezionati

dopo la morte, dopo un’autopsia, da una zip

un’incisione che lascia la cicatrice

supini sull’ultimo lettino

contenitori misti di liquidi, carne e ossa

per i cani che verranno, denti

che torneranno a battere, a spezzare

la parentesi di ciò che siamo stati,

scatolette di tonno, sardine parlanti

battibeccanti, appassionati di ingiurie,

foderi di pelle senza padrone

sputacchianti impuniti parole senza pudore.

 

Un ricordo di Giovanni Prosperi

di Ivana Rinaldi

(a cura di Gabriella Grasso)

Il 3 luglio 2021 l’artista, poeta e scrittore Giovanni Prosperi si spegne improvvisamente, nella sua casa di Roma, accanto alla sua compagna Ivana Rinaldi. Una partenza fulminea, che lascia familiari e amici attoniti. Inizialmente, per tutti, c’è solo un grande vuoto con cui fare i conti; poi, nei mesi, l’esigenza e il desiderio di godere ancora della presenza di Giovanni, mediante l’ascolto della sua voce e la condivisione della sua scrittura. Nasce così la volontà di incontrare una figura ricca e complessa del panorama letterario italiano, attraverso una conversazione con Ivana, nostra collaboratrice tra le pagine di Bibliovorax.

D- Cara Ivana, questi mesi senza Giovanni sono stati difficili per te. Cosa ti manca di più e cosa torna prepotentemente alla tua memoria? 

R- Domanda spiazzante, Gabriella. E’ sentirsi come un viandante nel deserto a cui manca l’acqua, ovvero tutto. Torniamo a terra. La nostra era una vita semplice, fatta di piccoli gesti quotidiani. Ecco: è la quotidianità che mi manca, i soliti gesti, i riti dell’esistenza comune, il sostegno reciproco, l’affetto, le lunghe discussioni sulla vita, la morte, l’aldilà, la politica, l’arte, le preoccupazioni del vivere che accomunano tutti. Una vita scandita da impegni e piccoli piaceri, una gita al mare, al lago, nei piccoli paesi del circondario e nelle Marche, qualche viaggetto, il cinema, una mostra, una cena con gli amici o i parenti. Non sono io a richiamare i ricordi, sono loro che si presentano in ordine sparso ma netti e precisi. Arrivano specialmente la sera nel tempo che precede il sonno.

D- Come ci descriveresti Giovanni, compagno di vita e Giovanni, intellettuale e artista? 

R- Non riesco a distinguere Giovanni compagno di vita e Giovanni intellettuale e artista. Era un unicum che metteva l’arte nella vita e la vita nell’arte. Non ha mai rivestito ruoli, la libertà era la cifra della sua esistenza e in lui si conciliavano perfettamente il sé e il fuori di sé. Aveva una mente androgina, la mente creativa per eccellenza, diceva Virginia Woolf. Tanto è vero, che era innamorato di “Orlando” su cui abbiamo lavorato insieme a un adattamento teatrale. Era predisposto per “natura” alla generosità e alla cura degli altri, capace di ascolto e di attenzione, profondamente buono, qualità che lo hanno fatto amare da tutti. Sempre felice di scrivere una nota o una critica per i suoi tanti amici artisti, di offrire la mano a chi amava e a chi ispirava la sua  simpatia ed empatia. Negli ultimi tempi osservava dalla finestra un senzatetto che dimora sotto casa nostra, per vedere se gli succedesse qualcosa. A Roma, dove si era trasferito dai primi anni del duemila, si faceva voler bene dai miei colleghi e compagni di partito, dai suoi amici artisti, dal parrucchiere, dalla farmacista, dal pizzicagnolo. Ha lasciato un ricordo indelebile in chi ha avuto la fortuna di incrociarlo sul suo cammino. 

Mi chiedi di Giovanni artista e intellettuale. Tutto per Giovanni era arte. Dalla cucina, ai piccoli lavori di restauro, ai libri usati e recuperati dalle sue mani con maestrìa e poesia. “Faremo arte con tutto”, motto che credo abbia ereditato dal suo maestro ideale Emilio Villa, con cui era entrato in contatto e del quale amava parlare spesso, specialmente del loro incontro avvenuto a Roma negli anni Novanta. La sua formazione intellettuale era sterminata; se per la poesia visiva si sentiva debitore di Apollinaire e Villa, i suoi riferimenti letterari erano Rabelais e Cervantes, per il teatro il suo “idolo” intoccabile Carmelo Bene. Le sue letture spaziavano dalla letteratura, alla filosofia, fino alla teologia. Negli ultimi anni era particolarmente attratto dalla storia delle religioni e dei miti: la sua biblioteca si era arricchita delle opere di Robert Graves, Calasso, Kerényi, Zolla, Frazer al cui Ramo d’oro si era ispirato per una delle sue ultime opere “Laggiù qualcosa per Bene”. Frequentava con assiduità la biblioteca di quartiere Giordano Bruno da dove tornava con i testi di Heidegger, Levinás, Derrida, Husserl, Wittgenstein. Si chiedeva, quasi ossessivamente, se la filosofia avesse ancora qualcosa da dire. Ciò che lo stimolava era la filosofia del linguaggio, una ricerca estenuante che lo sfidava quotidianamente nella creazione artistica. Non posso entrare nel merito della sua scrittura, non ne ho le competenze, ma ho assistito a “parti”, alcuni semplici, altri dolorosi.

D- Qual era il rapporto tra Giovanni e il nostro tempo? 

R- Un rapporto difficile, che si esprime in alcuni racconti e opere  teatrali, specialmente. Per Giovanni era centrale l’esserci, la sacralità della vita, la bellezza, mentre la storia dissacra la vita. La poesia e la scrittura segnano il suo saper stare in presenza del mondo:”La poesia è male incurabile e contagioso, sfonda le pareti contorte del labirinto, tende alla sanità e si autocura, forse non è perfetta, non ha l’autofarmaco, non è rimediabile, ma, il ma non manca mai: è.” (Giovanni Prosperi).

D- Cosa ti piacerebbe che si conoscesse di più dell’attività e della produzione di Giovanni? 

R- Mi chiedi cosa mi piacerebbe che si conoscesse della produzione di Giovanni. Io mi chiedo cosa piacerebbe a lui. 

Ci sono lavori a cui teneva particolarmente come lo studio dell’Angelo antropomorfo nella storia dell’arte. Un saggio ispirato al pensiero di Aby Warburg e dedicato alla sua forza e passione.  Avrebbe voluto continuare a lavorare per apportarvi “migliorie” e per vederlo pubblicato. L’unico che avrebbe voluto vedere in stampa.

Gli erano care anche le fiabe dedicate a sua figlia Martina. Non credeva invece che la poesia potesse avere uno spazio nell’editoria contemporanea, nonostante ogni occasione fosse buona per scriverne: su un conto di ristorante, una velina che ricopre le arance, un pacchetto di sigarette, un libricino creato da lui. Le sue poesie sono l’espressione che sento più vicina alla mia sensibilità, arricchite da un fiore, un coriandolo, un segno, un disegno, alcune semplici, alcune complesse, come la vita e come era Giovanni.

D-Ci salutiamo con alcuni testi di Giovanni a te particolarmente cari e con l’invito a scoprire il tesoro artistico e spirituale che questo autore ci ha lasciato.

R- Grazie Gabriella. Scelgo qualche verso inedito di Giovanni che ho pubblicato su facebook e che amo particolarmente.

 

Tu vai avanti

che il tempo

sviene

e

se lo porta via

la sirena dei ricordi

nella meridiana

del pendolo

o

del quarzo

.

(s. d.)

 

Anche nel più scuro

e acuto

dolore

vi è una scintilla

di felicità

che spacca l’angolo

e

illumina

l’estrema periferia

.

(s.d.)

 

Prova tu

a sognare

con passi zig zag

nel cuore.

E poi scendi

veloce

strette scale

pettinandoti

per un amore

nel passato.

Prova a stringere

una stella filante

per lanciarla in aria.

Prova tu ad avere

un ricordo cosi:

raro il sorriso

in quell’incontro

retto da soavi

ventate di timo.

Anima se oggi

ti inganni

dì al giorno

che converte

la notte

in alba

di prendere

il mio corpo

non dico in lui

ma appena

nell’alba

.

Venezia 1978

 

Piangendo e navigando,

onde

lieta la gioventù

cercava acqua

e accendeva fuochi

,

Sibilla

ecco il tempio

del decoro:

il labirinto che vola;

per un tributo

miserabile

ho tirato i dadi

con lo stile di una mano

che cede nel tempo:

offre il mistero

che nel monte

entra:

100 vie,

metà porte

e meno voci

per risposta

.

Ecco la soglia

e il dio

che compare

e muore

in volti

e colori

spettinati

fammi vedere

il tuo seno

!

Prima parte dell’opera “Laggiù una parte per Bene”

Roma 2015

 

Tu che onori

Scienza e Arte:

onora il poeta

l’ombra sua

torna

sorridi

parliamo

di cose

che al tacere

è bello:

un prato

di fresca verdura

,

Toh

Ecco

!

Tutta la filosofia

che molte volte

al fatto

il dire

viene meno

e in molti

canti

si divide

 

.

Ultima parte di

“Laggiù una parte per Bene”

Roma 2015

 

Lettera a un numero

 

Piove a casaccio

senza luce e tono

alza almeno un braccio

di saluto

o

arresa

verrà il tutto a farti da sponda

E’ tempo di mettere ordine

nella credenza

dopo

nevica

grandine bianca

sopra numeri in palline.

scordati della periferia

delle pagine

mai arriverai alla fine

senza la decenza del caos

Roma, 2020

 

I giorni

se ne vanno

alcuni indifferenti

altri commossi

come la chiusura

di un libro

.

(s.d.)

VOCI – Incursioni nella poesia contemporanea

 

a cura di Gabriella Grasso

 

Michele Nigro – Pomeriggi perduti, Kolibris, 2019

 

Acqua di ritorno 

Adorava i temporali

estivi, tra sprazzi e lazzi

erano meme bagnati

su gambe scoperte

alla sua natura autunnale

dimenticata tra eccessi di

sole e promesse di viaggi.

Ora le campane chiamano

all’ordine di civiltà domenicali e

tuoni ribelli e grondaie impreparate

ad acque inattese alla vita ormai persa

che scorre nel mare calmo

della morte che accoglie,

sperando di ritornare

giovane umidità

e nuvole

e di nuovo pioggia

tra i vivi di domani

 

*

 

Poesia a sua insaputa 

Non sarà ora che le vedrai

mentre ti chiedo di leggerle

ma in un giorno qualunque

venute fuori per caso, a dorso di libro

da pagine cadute in terra

riverse a mo’ di mort’ammazzati

e aperte sulla fatalità

di un attimo tra tanti,

ritornerai su parole ignorate

come è normale che sia

da rimasticare

eppure sempre presenti

tra pazienze impolverate

e le cose da fare

senza pretese, a sperare di essere

se stesse, nient’altro che verbi d’anima

amate per quelle che sono

umili

silenziose

già eterne a loro insaputa.

 

*

 

Palestra di vita 

Non credo più nei riti

musicati del fitness

effimeri miracoli

in mostra al sabato sera,

il corpo modellato

dalla vita

dal dolore ben portato

da scelte coraggiose

a lungo andare incise

lì dove conta,

mappe graffiate sul volto

nel timore di perdersi

tra le vie

di una finta bellezza,

è come un libro

letto e riletto, unto, macchiato trascritto,

abbandonato strappato,

da qualcuno amato sottolineato

sfogliato dal vento

di nuove avventure

che sommate alla storia di altre pelli

cadute e rinate intaccano inattese

l’adipe convinta

della premorte in divano.

Siamo tutto quello che viviamo,

e la carne

in silenzio

lo sa.

 

 

 

 

Roberto Crinò Ineffabile mutazione, Ensemble 2019

 

E’ tuo dovere

E’arrivata

la bella stagione

l’ho vista passeggiare

stamattina

baciata

dal sole e dalla leggerezza,

teneva in un lembo

di stoffa,

dondolava, saltellava,

libera, incantevole

com’è suo costume,

sapeva di frutti

promesse,

profumava di gioie,

speranze.

Stamattina la vita

s’è cambiata d’abito

per celebrare

un nuovo inizio.

Mi hai guardato,

un sorriso,

mi ha detto

“E’ tuo dovere”

 

*

 

Check Point 

L’anima ha una linea di confine

una linea di demarcazione,

una frontiera che non può

essere oltrepassata a piacimento,

perché essa non è terra di conquista.

 

Nessun’anima è suolo di calpestìo

per saccheggiatori e vandali

e non è colonia di eserciti

dalle scintillanti fallaci armature.

Si passa solo con trattati di pace.

 

Ugo Mathuè Il silenzio non tace, Ensemble, 2019

 

c’è l’assenza di peso

d’ogni passata stagione

 

calendario di atti

unici come ogni atto

 

c’è il loro greve sipario

sceso senza discrezione

 

*

 

infiniti sono gli dei

infinito è il disamore del mondo

 

*

 

il mio miglior nemico sono io

io che mi do del tu

 

*

 

dimmi tu da cosa sono preso

forse da senile spreco del vivere

oggi che mi sento stranamente febbrile

 

*

 

terza quintetà

seduto su una sedia

guardava il passato

senza esserne ricambiato

 

Nunzio di Sarno – Mu (Oèdipus edizioni 2020)

 

Rimetto ogni immagine

Al vuoto

 

Perdono

 

Nel vuoto mi perdo

Non un dono che perdo

 

*

 

A una procidana 

Il mare

Del primo contatto

A cui non posso

Che ritornare

Lo trovo in un particolare

Mio palpitare

Al di là di spazio e tempo

E ciclico incespicare

Come ciò che ci lega

E non si può

Tagliare

 

*

 

Capodanno 

Spaghetti di riso

Verdura e spigola

In piatti vecchi

Su una tovaglia

Stinta

 

Ancora

Malesseri condivisi

Di una famiglia nuova

E un fratello acquisito

A compartire

 

Soli

In quattro stanze

Chi cerca di risplendere

Chi di non morire

Solo

 

Ognuno

A disagio con la forma

Si accosta cauto

Al fuoco

 

Chi si accontenta del calore

Chi si abbaglia alla luce

 

Pochi

Disposti

A bruciare

Avranno

In cambio

Cenere

 

 

 

 

L’amore che canta. La poesia di Lucianna Argentino

 

 

di Gabriella Grasso

Un’esperienza così pervasiva come l’incontro d’amore genera poesia in forma di canto, rendimento di grazie, lode. E’ quello che avviene nel penultimo ultimo lavoro di Lucianna Argentino, autrice romana, dal titolo In canto a te, edito per Samuele Editore nel 2019. Canto, amore e dono sono, del resto, realtà legate a doppio filo, come ci indica Roland Barthes in Frammenti di un discorso amoroso: “ Ciò che io dono cantando è al tempo stesso il mio corpo (attraverso la mia voce) e il mutismo di cui tu ti servi per colpirlo. (L’amore è muto, dice Novalis; solo la poesia lo fa parlare). Il canto non vuol dire niente: perciò tu sentirai che finalmente io te lo dono; inutile quanto può essere il filo di lana o il sassolino che il bambino porge alla madre”.

L’incontro da cui scaturisce il canto di Lucianna Argentino è quanto mai singolare, poiché avviene tra un uomo e una donna che avevano vissuto una relazione negli anni dell’adolescenza, si erano poi persi di vista, per ritrovarsi in età matura, disorientati, sgomenti dalla forza che il loro amore possiede ancora intatta. Ne nasce un testo composito, in versi nella prima parte (con qualche pagina di prosa), con andamento narrativo nella seconda, dal respiro ampio, arioso, denso di riferimenti biblici e letterari, tessuti in un ordito personalissimo, struggente, evocativo di un’esperienza interiore profonda. Corpo, mente e spirito sono coinvolti, in modo indistinguibile, in un flusso che ha i tratti di un iter mistico e di un’esperienza totalizzante, a cui, nonostante le resistenze iniziali, è impossibile opporsi.

Tutta la scrittura di Lucianna Argentino dialoga con le Sacre Scritture, non solamente negli inevitabili echi del bellissimo Cantico dei Cantici, ma nel costante richiamo a precisi campi semantici o a episodi evangelici: da un lato parole come “agnello sacrificale”, “tempio”, “offerta”, “aspersorio”, “gazzella occidentale”; dall’altro la rivisitazione delle Beatitudini alla luce della relazione d’amore, l’immagine di lei sulle spalle di lui, come Zaccheo sul sicomoro, o lei che tocca un lembo dei vestiti di lui, come nell’episodio dell’emorroissa. Ancora una volta, l’idea sottesa è quella del contatto come occasione di guarigione, di crescita: “Toccami / ricreami l’anima con le tue mani”.

Altre volte il richiamo al codice della preghiera diventa occasione quasi di un capovolgimento di segno, come nella “parafrasi” sensuale dell’Atto di dolore, assurta a rivendicazione del diritto alla felicità dell’amplesso: “Non mi pento e non mi dolgo del puro peccato / commesso tra le sue gambe di maschio / capace di farmi tenera e audace”. Non mancano, infine, suggestioni pagane in immagini forti: “ Strega folle brucio sul rogo del suo corpo / sfavillo felice sotto il crepitìo delle sue mani”.

Siamo nella festa del “desiderio goduto”, come lo definisce ancora Barthes: “così come avviene nel canto, nel proferimento dell’io-ti-amo, il desiderio non è né represso (…), né riconosciuto (…), ma semplicemente: goduto”. La duplice – ma, a pensarci bene, non contraddittoria – natura dell’amore è espressa del resto sin dalla scelta dei due esergo, che citano Goliarda Sapienza e la mistica Angela da Foligno.

Un’altra direttrice su cui si muove la riflessione dell’autrice è quella dello spazio-tempo, dilatata e allo stesso tempo annullata dalla dimensione dell’attesa, quell’attesa feconda, non sterile, che prepara all’incontro profondo: “ (…) offro in sacrificio la decima del mio coraggio / per il riemergere di lui dalle carni /– dannazione e salvezza – / a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo / per me che l’ho aspettato / confidando di conoscere la mia verità attraversando la sua. / Guardando negli occhi gli occhi opachi del suo passato, / mentre mi cresceva lontano, ma già veniva, già si avvicinava. / Ma non finiva – mai finita – / l’attesa di lui che mi possiede”.

La seconda parte, denominata “Il poema della luce (o il teorema della ricorrenza)” svolge, in versi lunghi dal tono narrativo, il tema dell’incontro tra gli amanti, che saldano la “slogatura del tempo” e si comunicano – in un dialogo intimo che avviene con se stessi, prima ancora che con l’altro – dubbi, remore, aperture, consapevoli della gravità del passo: “qualcuno ne soffrirà, si disse”.

Lo slancio passionale e mistico della prima parte qui si compone in una conversazione vibrante, sussurrata, in riflessioni che spingono l’uno nelle braccia e nella vita dell’altra: “Si confidarono dal margine di quella stagione accesa dal destino o fu questo, colluso col divino, a cambiare la loro linea d’universo? Lascia andare il rimpianto, lascia che cresca lontano da noi e poi torni e di noi faccia corpo materno, le disse lui, pensando a quante soglie non attraversate penavano il loro nitore, orfane di passi”.

Non c’è  spazio per paure e ripensamenti: l’amore diventa occasione di vita, cammino di conoscenza di se stessi, dell’altro, del mistero dentro ogni personale percorso. Sarà scoperta di una sensualità ancora vivida, feconda di fantasie e di frutti da offrire all’amato; scoperta di quell’audacia che genera libertà e costruisce sapienza. Sarà coscienza felice della propria e altrui fragilità, da scambiarsi tra amanti, come il dono più bello, “perché ne nasca una parola prima della parola – la rincorsa del cuore – lo sperpero del sangue – l’esercizio dei sensi”.

 

 

Alcuni testi

 

Dalla prima parte

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura

perché il giorno in lui trovasse la sua voce

e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome

vero sì, ma distante ancora.

Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei

pelle del mio abisso e di sconfinati dubbi pregarlo:

toccami, ricreami l’anima con le tue mani,

il corpo con il tuo sguardo; rendimi il tuo genitivo

di pertinenza, cambiami la desinenza.

 

*

 

Metto la mano sinistra sul suo petto

giuro che sarà sempre verità

l’amore cresciuto nell’attesa,

dall’attesa redento.

E sento gentile il gesto del nostro amarci

se per noi più dolce è il tempo

privo dell’affanno del fare:

tempo ordinario, senza freccia,

così commutano in noi vita e passione

e il raggio verde di questa luce mite

è soltanto l’aurora.

 

*

 

Io sono l’agnello

e lui la lama cui offro il collo

il coltello per il sacrificio

a un dio che dimora nel mio ventre.

 

*

 

Dopo, quando nudi e abbracciati

non so dove finisco io e comincia lui,

il battito del cuore è silenzio

che prende lezioni di dizione

dal corpo stupefatto.

 

*

 

Pensami vicina

come un sentiero

sciolto dalla meta

buono per i lombrichi e le api

e per i passi di angeli

senza annunci.

Ora che sono per te

colei che moltiplica

e ho l’andamento

dei verbi all’infinito.

 

 

*

 

Non hanno lettere le parole

che le sue mani tracciano sul mio corpo.

Sono fuoco aria acqua terra elementi primi

di ciò che nasce e si separa

– quadruplice radice di ogni pensiero

che in noi si fa carne incorruttibile

e gioca con la sana imperfezione del tempo

– noi sfera dell’universo in espansione

nella materia oscura del nostro domani.

 

*

 

Non mi pento e non mi dolgo

del puro peccato commesso

tra le sue gambe di maschio

capace di farmi tenera e audace –

mai docile sotto l’aspersorio

con cui benedice e lacera la passione

che di lui avvince me

che dal suo corpo torno

come il grano dopo la trebbiatura.

 

*

 

Geometria non euclidea

 

E non è bastato toccarsi, abbracciarsi, c’era la gravità del vuoto a inter-ferire sulla superficie curva del cuore dove la geometria euclidea non s’avvera e il primo postulato enuncia che l’amore è la distanza più breve tra due solitudini, ma solo se sanno di esserlo. Solo se non stanno l’una di fronte all’altra come semplici presenze, ma si riconoscano mistero nella reciproca ospitalità.

 

 

Dalla seconda parte

 

Che dici è grave se ti penso? le scrisse lui. Spero di no perché ti penso anch’io, gli fece eco lei sgomenta dei cigolii sospetti nella struttura intera della sua biografia.

 

*

 

Alle spalle di lui le folaghe nel lago mescolavano luce e acqua, ne facevano un’unica sostanza e lei assaporava la bellezza di quella danza in accordo con quanto le vibrava dentro. Qualcuno ne soffrirà, si disse.

 

*

 

Lascia che io dimentichi ciò che senza noi non è stato, veglia sul mio sonno e poni rimedio al danno, pregò lui il dio degli incompiuti. Ti aiuterò a dimenticarlo, ma non te lo lascerò scordare, offrì lei il suo corpo terreno per la cova di quel miracolo (…)  Aggiungeremo giorni ai calendari, moltiplicheremo i pani e i pesci della nostra devozione, ci basterà una fede piccola quanto un seme di sesamo, disse lei sporgendosi nel verde degli occhi di lui.

 

*

 

s’avviarono così, con una corrente di risacca alle caviglie, lungo un’altura ancora senza nome ma, istante dopo istante, battezzata da una luce futura e in quel cammino di poco lui la precede e senza guardarla le tende la mano.

 

 

 

Tre domande a Lucianna Argentino

 

Quanto dell’esperienza biografica dell’autore è presente in un’opera come questa e quanto la trascende?

In “In canto a te” c’è molto della mia esperienza biografica così come c’è anche negli altri miei libri perché credo che non si possa prescindere da questa. Siamo esseri incarnati in un dato tempo storico, con una data storia famigliare, con un dato percorso di vita e quindi ciò che siamo non può restare fuori dalla poesia, vuoi anche solo per i temi trattati o per lo sguardo con cui guardiamo al mondo. La poesia penetrando a fondo nella realtà nostra, interiore, e in quella del mondo che ci circonda e che è in relazione con noi, la trapassa e trapassandola ne rivela l’essenza che a sua volta ne svela la bellezza. Ce ne offre un’ immagine nuova, inedita e la trascende in forza del suo stesso essere un gesto potente che del mondo e di noi ci mostra il volto più vero attraversandone tutte le ombre. Il nocciolo della questione direi che è più nel linguaggio attraverso il quale la nostra personale esperienza viene tradotta nella pagina e nel coraggio di penetrare nel profondo di sé stessi, là dove il nostro io incontra l’io collettivo – il noi del mondo. In “In canto a te” sono stata aiutata dall’amore perché anche l’amore, come la poesia, è uno spogliarsi di sé per raggiungere e accogliere l’altro. L’amore è un sentimento universale e unito alla parola poetica ci fa scendere nelle profondità dell’essere dove non c’è più distinzione alcuna tra noi e il mondo, tra l’io e il tu.  Inoltre, nonostante l’oggetto dell’amore sia un tu che ha un nome e un cognome, in fondo non è mai un tu ben definito, credo, infatti, che quando si scrive d’amore ci si rifaccia ad una immagine ideale dell’amato o dell’amata – o dell’amore stesso – che per questo diviene universale. L’amore e la poesia sono di per sé un trascendere.

 

Esiste una diversa esigenza (psicologica o di scrittura) a monte della scelta di distinguere formalmente le due parti del libro?

Le poesie e le brevi prose che compongono la prima parte del libro sono state scritte quasi tutte tra il 2014 e il 2015 quando ero nel pieno dello sconvolgente stupore che l’amore, la passione, avevano portato nella mia vita e dal quale la poesia sgorgava mio malgrado, per cui la scrittura non è stata un argine, ma uno spazio immenso e libero in cui quel sentimento ha trovato la sua piena espressione. “Il poema della luce” è nato dopo, con l’intento ben preciso di raccontare cos’era accaduto e ha ragione Daniele Piccini che mi ha detto che “Il poema della luce” avrei dovuto metterlo all’inizio perché in effetti è una sorta di prologo anche se cronologicamente è stato scritto dopo. Ma  la tensione psicologica e poetica è la stessa.

 

Possono l’incontro e la conoscenza nell’amore considerarsi una sorta di “itinerarium mentis in deum”?

Certamente sì! E certamente è un tema immenso che necessiterebbe di molte pagine. L’amore è un’esperienza travolgente e sconvolgente che come l’esperienza mistica ci può condurre all’estasi, ossia allo stare fuori di sé, all’uscire da sé stessi quindi può essere uno stare tutto nell’altro/Altro, un annullamento di sé per ritrovarsi nell’altro/Altro. Insito in esso c’è, infatti,  il desiderio di fusione con l’essere amato quasi per riappropriarsi della totalità che si perde nascendo. E il primo passo è la nudità, Marina Cvetaeva diceva che amare è vedere l’altro come Dio lo ha fatto e Dio ci fa nudi anche perché, come invece scrive George Bataille nel suo bel saggio “L’erotismo”, la nudità è uno stato di comunicazione e, aggiungo, di ricerca e di apertura alla totalità. L’amore è un percorso dentro noi stessi che sfocia inevitabilmente nell’alterità, è la promessa con cui rispondiamo al dono della vita. E io credo che quando si ama nella sacralità del corpo e del cuore l’io e il tu possono veramente essere il nucleo di un amore che si apre al “loro”, al “noi” perché siamo tutti dentro lo stesso mistero.