Singolare, femminile.

di Ivana Rinaldi

Femminile, singolare di Filomena Ciavarella rappresenta una svolta intima rispetto ai suoi precedenti lavori: Tra terra e cielo (Interno Poesia, 2017), Versi per l’invisibile (Transeuropa, 2020), Versi per Dino (Convivio, 2021) dedicati al fratello scomparso precocemente. Mentre le sue prime raccolte si muovono su altre coordinate, come il legame cosmico tra terra e cielo, la dialettica tra vita e morte, qui, nonostante la sensibilità e l’intima ricerca spirituale sempre presenti, il singolare del titolo non è una declinazione grammaticale, è un urto politico: il rifiuto della donna di farsi massa e di perdersi in un plurale indistinto.

Il focus della raccolta poetica, a cui si affiancano alcuni brani in prosa,  è su “l’esistere” e la propria identità di donna “singolare” che rivendica la propria unicità. – Io sono – in una realtà che spesso nega l’esistenza femminile, e dove le vengono cuciti addosso stereotipi e ruoli. Fare sacrificio di sé è un archetipo che si respira nelle radici geografiche e storiche di Filomena Ciavarella e che provoca ferite che la Poesia può sanare.

I primi versi della silloge sono dedicati a sé stessa: Meridiana è quella luce/ che vive dove l’ombra s’abbruna, illuminata/ e l’erba che sorge tra le materne cosce dell’oblio/ lei non si dimenticata mai di sé/ E’ così mia bella che devi vivere/ è così che devi essere donna. Versi potenti, un’esortazione a non dimenticarsi di sé.

E Filomena lo fa con grande pulizia emotiva e stilistica, attraverso la sua dimensione intima e quotidiana, dove gli oggetti prendono vita, il cibo e la sua preparazione quasi un rito che crea un legame con il fuoco interiore e le stelle:

Imbandivi la tavola con la frutta e ogni bene/ per accendere il fuoco nella tua notte (….) e tagliavi la polpa di ogni frutto/ ripassando la bellezza di stagioni/ a occhi pronti per la meraviglia/ isole bianche di afa sospese sul campo dell’infanzia/ e lo schiocco del sole tra le viti.(….). Più lucente rinascere.

Il titolo rivendica dunque una resistenza identitaria, attraverso la parola, un’affermazione del proprio corpo e del sentire che si sottrae a un noi generico, come spesso viene incasellata la poesia delle donne: poesia femminile. La creatività singolare passa attraverso la propria narrazione corporea e interiore in cui il flusso trova la sua dimora nel corpo femminile, e la fiamma che si profonda, resiste alla frammentazione imposta dall’ambiente:

Hai corso mia bella/ L’onda rincorre l’ignoto – lo sai? -/ e poi riappare dove si profonda la fiamma/ (…) Hai corso su quelle rive/ senza perderti tra le stoviglie stralunate. Le lucidavi/ a fuoco d’anima per vivere/ Ora sei petalo del tuo stelo/ della vita senza rimorso.

Con questi versi possiamo collocare Filomena Ciaverella in una genealogia di donne che scrive per “esistere” e resistere Il suo è un atto di libertà e di creatività espresso con voce forte e limpida, senza mai perdere di vista la fierezza della parola, né la sua delicatezza. Non a caso, cita versi di Annie Sexton, che ha fatto del furore interiore, poesia, e Emily Dicknson dell’intimo, una visione profonda.

Chissà dove va l’anima/ quando scompare? Divina e la sua sparizione/ sfiorando con le tua dita/ come fa un amante/ con la sua amata/ E’ l’arte di apprendere per il paradiso.

 

Filomena Ciavarella, Femminile, singolare. Poesie, RP Libri, 2026.

 

 

“Poesie 1975-2025” Franco Buffoni e il viaggio nella poetica dell’identità per comprendere l’uomo contemporaneo

 

di Lucrezia Lombardo

Con Franco Buffoni, la poesia italiana degli ultimi cinquant’anni trova una delle sue voci più limpide, rigorose e insieme inquietamente mobili. Il volumePoesie 1975-2025”, pubblicato da Mondadori nella prestigiosa collana “Lo Specchio”, non è soltanto un’opera omnia poetica: è il racconto di un attraversamento. Attraversamento del tempo storico, delle trasformazioni linguistiche, dell’identità personale e collettiva.

Riunire la produzione poetica di un autore significa infatti rendere possibile la comprensione di un’evoluzione coerente ma mai statica. Dalle prime raccolte degli anni Settanta -dove già si avverte un’ironia sottile, quasi britannica nella misura e nella distanza- fino ai testi più recenti, Buffoni costruisce un percorso in cui i versi diventano strumento di conoscenza, verifica morale e dispositivo critico. Uno degli aspetti più interessanti della raccolta è la capacità di coniugare autobiografia e dimensione pubblica.

L’esperienza personale, in tal senso, non si chiude mai nel privato, ma dialoga costantemente con il contesto storico, politico, culturale. Nei versi di Buffoni, così, la memoria individuale s’intreccia con la storia europea, con la riflessione sulla scienza, con l’attenzione alle questioni civili. Il risultato è una poesia che non rinuncia alla precisione del dato, ma lo trasfigura in meditazione.

Poesia Franco Buffoni

Un ritratto del poeta

L’autore lavora quindi sulla lingua con una tensione quasi filologica: il lessico è sorvegliato, la sintassi controllata, la musicalità mai esibita ma sempre presente. La sua è infatti una poesia che rifugge l’enfasi e preferisce la chiarezza, ma sotto questa apparente limpidezza si avverte una stratificazione culturale profonda. Il poeta, anche traduttore e studioso, porta nei testi un dialogo costante con la tradizione inglese e con quella italiana, senza mai indulgere in citazionismi gratuiti.

Particolarmente significativa, nell’arco complessivo del volume, è la riflessione sull’identità e sulla corporeità: l’io poetico non è mai monolitico, ma esposto, interrogato, messo alla prova dalla relazione con l’altro e con il mondo. In questa prospettiva, la poesia diventa spazio di verifica dell’esistenza, luogo in cui la fragilità si trasforma in consapevolezza.

In modo coerente con la ricerca condotta, negli anni più recenti, la scrittura di Buffoni si apre con maggiore evidenza a una dimensione etica e quasi “cosmica”: il rapporto tra umano e non umano, tra cultura e natura, tra antropocentrismo e responsabilità si fa centrale. Tuttavia, tale interrogazione non sfocia mai in moralismo, bensì si fa invito alla riflessione, affidato alla precisione dell’immagine e all’incisività del pensiero poetico.

“Poesie 1975-2025” è pertanto un’opera destinata a lasciare un segno, poiché la sua  forza sta nella compattezza: pur attraversando stagioni diverse, il testo restituisce l’impressione di un unico grande libro, in cui ogni fase prepara la successiva e ogni mutamento di tono appare necessario. Il lettore assiste così a una maturazione che non cancella gli esordi ma li integra, li rilegge, li rilancia.

In definitiva, questa raccolta rappresenta non solo il bilancio di un autore centrale nella letteratura contemporanea, ma anche un documento prezioso per comprendere l’evoluzione della poesia italiana dagli anni Settanta a oggi. Buffoni dimostra infatti che la poesia può essere insieme esattezza e vibrazione, studio e passione, memoria e interrogazione del futuro.

 

Scoprirsi creature. La poesia di Pietro Russo in “Tutte le ossa cantano la canzone d’amore”

 

 

di Gabriella Grasso

Tra le innumerevoli piste di riflessione che si aprono alla lettura dell’ultimo, densissimo libro di Pietro Russo,Tutte le ossa cantano la canzone d’amore” (peQuod, 2025, collana Portosepolto, diretta da Luca Pizzolitto e Massimiliano Bardotti), quella che qui voglio percorrere è quella della creaturalità, dello “scoprirsi creature”.

Scoprirsi, sì, perché si tratta di un cammino di consapevolezza e di continuo stupore, termine non a caso ricorrente nel libro e indicatore di resistenza rispetto a un mondo greve di contraddizioni: “si resiste al mondo / grigio e gonfio di pioggia” e, davanti a un’alba che infiamma le case, “si resiste / come una forma di stupore”(p.18).

Si tratta di una scoperta che avviene tanto nella dimensione verticale quanto in quella orizzontale. E dunque, da un lato, nel legame tra il creatore e il mondo, tra il cielo e la terra, ma anche tra il poeta-uomo-padre e i suoi figli, a cui spesso nei testi egli rivolge “parole che  giungano (…) e vi restino più delle paure del mondo”(p.24).

Risalire al cuore, al nocciolo della paternità significa confrontarsi con l’origine, al di là delle sovrastrutture, delle narrazioni, delle mistificazioni: “C’è un uomo all’inizio di questa luce / io l’ho chiamato padre / ed è un uomo / non un dio che blatera di assurde stelle / e dinastie tra la sabbia“(p.10).

Dall’altro lato, nell’orizzontalità, scoprirsi creature avviene nel gioco di simmetrie e di rispecchiamenti che ci lega agli altri esseri viventi e ai nostri simili : “ho un cuore di animale e uno / a partire da come mi guardi”(p.67). Gli echi di suggestioni francescane e i costanti riferimenti biblici rinsaldano questa idea di appartenenza a un unico progetto creativo che però, lungi dall’essere idilliaco e scevro da ogni idealizzazione, si inscrive in una realtà complessa e di dolore, che irrompe prepotentemente nella poesia di Russo, con i suoi umori e i suoi colori.

Le tessere di questo mosaico composito sono i migranti, stipati in navi stracolme o incontrati nelle rotte della quotidianità, sono la vecchietta Sarina, il kebabbaro, il manager che muore a quarant’anni…sono le trame di una realtà che si rivela “povera di carezze”, molto più amara di ciò che ipocritamente vorremmo consegnare ai posteri, quella “nostra migliore immagine d’asporto”(p.26), così finta.

Ecco dunque che i riferimenti spirituali e letterari del poeta, i salmi e il salmodiare, ad esempio, o la frase-testimonianza-testamento di Etty Hillesum nel lasciare il lager (“abbiamo lasciato il campo cantando”), diventano, attualizzandosi, strumenti per esprimere nuovi contesti e antichi dolori, nonché ataviche vessazioni, laddove Auschwitz prelude ad altri drammatici campi odierni.

Un ritratto dell’autore, Pietro Russo

Il passato, così vivido nei riferimenti culturali e storici della poesia di Pietro Russo, è qualcosa di quanto mai concreto, è quella “sapienza minerale delle ossa” che ci unisce al creatore e al creato tutto, in un unico intreccio, un unico textus, sulla scorta di altre sapienze millenarie, quella ebraica, e poi la buddista, e la francescana e così continuando.

Il tema del canto, infine, ricorrente nel libro, a partire dal titolo, annulla non solo le barriere tra gli individui, ma anche la separazione tra la vita e la morte: “in questa canzone non ci sono né vivi né morti, solo il Vivente, che è canto e vento che lo trasporta”. Il respiro è soffio vitale e manifestazione dell’oltre, ruah veterotestamentaria che si fa canzone d’amore nell’interpretazione di “tutte le ossa”.

Scoprirsi creature attraverso la lettura del libro di Pietro Russo ci conduce  a questo punto a fare un passo in più, che mi pare cruciale: il passaggio da un’idea di paternità viscerale e pregna di antichi simboli a una nuova postura. Una posizione che riguarda non solo la ‘generatività’ in senso letterale, ma ogni incontro con un altro essere: quella della prossimità e del rispetto, del “saper diventare distanza, saper stare nelle fughe / tra libertà e amore” (p.23).

 

 

Alcune poesie

 

Lo chiamo padre

C’è un uomo prima di tutto

e io lo chiamo padre

 

e non vedo la casa costruita

con gli occhi miopi della rinuncia

 

Io nella foto sono quello tra le braccia

ancora non lo so

ma quello che chiamiamo cadere

è il modo in cui una stella declina la propria luce

 

C’è un uomo all’inizio di questa luce

la montatura squadrata degli occhiali

che sembra un telescopio di precisione –

io l’ho chiamato padre, ed è un uomo

non un dio che blatera di assurde stelle

e dinastie tra la sabbia

 

***

 

Fare parte di una storia

Siamo persone che spariscono dai radar

e si ritrovano nelle abitudini di un altro

fissiamo identità che non ci comprendono

mai del tutto

Parlare di un amore cresciuto come tacche su un muro

una cosa tra la gioia e pareti da ridipingere

 

E’ bello che il cuore non è solo un muscolo

ma quando c’è da prendere un auto e sparire

noi siamo i primi

 

Fuori il cielo fa presto a ingabbiare la luce

sarà che è sera, tutti paiono ombre felici

 

Ma il cuore è una meccanica rodata

e pure nell’apnea di questa immagine

continuiamo a cadere come una preghiera dalle labbra del vento

 

***

 

Lettera extrasistema

A volte qui scopriamo denti affilati

quando muore un manager di quarant’anni

di fronte a una nave di migranti

ci dividiamo in clan come alla prima notte

 

ma poi la notte si apre come al fondo di un trucco

e non c’è inganno alla luce del giorno

niente che giustifichi questo odio

 

Siamo poveri di carezze, ecco

 

Ma dimmi di te, piuttosto,

come stai su Betelgeuse?

E il dna che abbiamo impiantato

con la nostra migliore immagine d’asporto –

anche lì una vita che si alza dal fango

per vedere, da esseri con la schiena eretta,

che non sempre ne varrebbe la pena?

E la gioia, dopotutto?

Con amore terrestre,

tuo Pietro

 

***

 

sono davanti alla mia solitudine

Dio è il teschio che ogni giorno divengo

 

la lettera mutila la casa dove credevo

di poter vivere per sempre

 

ho un cuore di animale e uno da costruire

a partire da come mi guardi

 

A Federico García Lorca, una rosa

di Lina Maria Ugolini

A Federico una rosa, raccolta in sentimento durante un viaggio in terra d’Andalusia, un petalo immaginato custodito tra le pagine del mio taccuino di scrittura, l’ultimo petalo lasciato in traccia dalla Rosa Mutabilis depositaria del tempo scandito nel poema granadino diviso in vari giardini, Donna Rosita nubile o il linguaggio dei fiori (Doña Rosita la soltera o el lenguaje de las flores), scritto da Lorca nel 1935, andato in scena nello stesso anno al Teatro Principal di Barcellona, poco prima della morte del poeta.

La rosa è per una fanciulla promessa sposa del cugino costretto a lasciare Granada per l’Argentina. Appartiene a un amore destinato a restare intatto nella fragranza del desiderio, a sfiorire nell’attesa, a orlarsi di scuro nell’illusione.

 

Quando s’apre al mattino

è rossa come il sangue:

la rugiada non la tocca

per paura di scottarsi.

 

A mezzogiorno, in pieno fiore

è dura come il corallo:

il sole s’affaccia ai vetri

per vederla brillare.

 

Quando i passeri sui rami

iniziano a cantare

e sviene la sera

nelle viole del mare,

diventa bianca

come guancia di sale.

 

E quando la notte intona

un blando corno metallico

e le stelle appaiono

e scompaiono i venti

ai confini del buio

lentamente si sfoglia.

 

Cuando se abre en la mañana

roja como sangre está;

el rocío no la toca

porque se teme quemar.

 

 

Abierta en el mediodía,

es dura como el coral.

¡El sol se asoma a los vidrios

para verla relumbrar!

 

Cuando en las ramas empiezan

los pájaros a cantar

y se desmaya la tarde

en las violetas del mar,

se pone blanca, con blanco

de una mejilla de sal.

 

Y cuando toca la noche

blando cuerno de metal

y las estrellas avanzan

mientras los aires se van,

en la raya de lo oscuro,

se comienza a deshojar… (Fine Atto I)

 

La rosa appartiene alla terra andalusa, al battito del cuore e dei tacchi del flamenco, allo spirito mai domato del Duende, punto di contatto stabilito dall’anima gitana con il suolo, l’istinto a errare, la libertà di cantare ogni emozione per condividerla sulla punta delle dita in gesti d’arabesco con il cielo, le nuvole, il mare verde dell’erba, il verde amante e amato da Lorca nei versi di Romance sonámbulo.

 

Il verde osservato da bambino nei campi di Fuente Vaqueros, tra terra arata, acqua di fonte e filari di pioppi.  Verde di carne fatto carne nella carne dal poeta, nel pianto offerto a un pioppo muto, pioppo morto, caduto in sonno in uno stagno, albero al quale Federico nel Libro de poemas (1921) scrive un’elegia da affidare al vento, su rami in corde di vento e chitarre. Pioppo vecchiola tua elegia che è la mia.

 

¡Chopo viejo!

Has caído

en el espejo

del remanso dormido.

Yo te vi descender

en el atardecer

y escribo tu elegía,

que es la mía.

L’ingresso di casa Lorca

A Federico un profumo che inebria, uno stelo di spine in ghirlanda. Tra le spine la spina della scrittura, una spina che sento nel pudore di un segreto, in accordo d’aria. Caduca la vita, i petali d’ogni rosa nell’atto di lasciare la corolla, cedere, appassire in carezza sulla terra, l’umile terra, culla e mangiatoia di poesia.

Dalla natia Fuente Vaqueros lo sguardo si sposta a Granada, adagiata tra il cielo e i monti della Sierra Nevada. Città trinata dai merletti arabi, preziosa nelle fioriture sontuose del Barocco a mostrare altri ricami su ventagli, dati in onda al sospirare triste di Donna Rosita nel vedere le manole allegre a passeggio per calle d’Elvira che in tre o in quattro se ne vanno all’Alhambra sole.

Mantiglie sulle chiome, scialli sulle spalle di fanciulle, sulle Madonne in trono nelle chiese avvolte da olezzi di rose vergini e immutabili offerte al divino nella passione della devozione. A Federico d’ogni rosa resta la spina che ferisce, penetra sulla pelle nel profondo del cante jondo. Tramuta il sangue in versi d’inchiostro.

Il nome di un’altra Rosita ma forzata al matrimonio ritorna nel Retablillo de Don Cristóbal (1931) farsa guignolesca legata al burattino di Guignol, ardito nel lottare contro i potenti, espressione di grazia e innocenza espressa in tutto il teatro ambulante della Tarumba. La poesia viene prima dell’uomo, Federico García Lorca pone l’uomo al cospetto del cuore di un bambino, bianco come la pagina che attende l’epifania della parola.

Nel prologo del Teatrino un Poeta appare in scena:

 

«Ecco che il tamburo comincia a suonare. Voi potete piangere o ridere, a me non importa niente di niente. Io ora me ne vado a mangiare una briciola di pane, una briciolina che mi hanno lasciato i passeri, e a stirare gli abiti della compagnia. (Guarda se lo stanno osservando.) Voglio dirvi che io so come nascono le rose e la generazione delle stelle del mare».

Fuente Vaqueros, 14 febbraio 2026

Il Poeta sa come nascono le rose e come le rose sfioriscono. Sa di rose e stelle di mare, le stelle sono d’acqua, gocce d’acqua sul cuore a fare compagnia a lune e ventagli. Una rosa colta in un giardino di Granada per Margarita Xirgu, colei che diede vita a Mariana Pineda nel 1927 al Teatro Principal con le scene dipinte da Salvador Dalì. Ogni rosa tiene un pettegolezzo d’acqua e un dolore di stella viva, lo scrive Federico, si legge oggi su una parete della piccola casa di Fuente Vaqueros.

 

Fuente Vaqueros, 14 febbraio 2026

 

In quella casa un pozzo e un secchio, una culla, un pianoforte, i disegni innocenti del poeta ricamati dalla pazienza delle sorelle con altri aghi, altre spine.

 

Il tempo sulla Rosa Mutabilis segna un mattino di sangue, un mezzogiorno di corallo, una sera pallida come guancia di sale. Per Federico racchiude il destino di un martirio pari al cammino simbolico e malinconico dell’Amargo, dialogo inserito nel Poema del cante jondo (1921-22), presagio del suo percorso di morte verso il paesino di Viznar. Davanti al plotone dei falangisti Federico «lloraba como un niño».

Il corpo del poeta giustiziato sotto un ulivo e disperso, sbriciolato in petali nel vento, avvilito.

Disegno di Federico García Lorca

A questo corpo mai trovato, la sua rosa.

 

 

Incontri con Clemente Rebora

 

di Andrea Comincini 

Incontri con Clemente Rebora di Gianfranco Lauretano, edito dalla Bur, è un libro scritto non soltanto da chi, con molta attenzione bibliografica, cerca di ricostruire l’itinerario di vita di una grande figura del nostro Novecento; è anche un viaggio nella nostra interiorità, nelle esistenze dei lettori, e probabilmente nella storia italiana. Com’è possibile tale poliedricità? Certamente non è frutto del caso, ma nasce sia dalla capacità analitica dello studioso, sia da quel “materiale umano” che è Clemente Rebora.

A metà strada tra il saggio critico e il dialogo spirituale, questo lavoro infatti non è solo l’esplorazione di un uomo, ma è anche un viaggio “nell’umano”, perché il poeta milanese  si presta ad essere naturalmente una figura paradigmatica. Rebora è una sorta di Ulisse della coscienza, un navigatore tormentato che deve attraversare il mare dell’inquietudine esistenziale prima di arrivare in porto, e quel porto è la fede in Cristo.

Ecco perché è un simbolo: in quel tragitto non è solo, ci siamo anche noi e le nostre ansie, le paure dei fallimenti e le perenni insoddisfazioni. Quale sia l’approdo, poco importa: è la tempesta il luogo dove impariamo a misurarci.

Gianfranco Lauretano

Un ritratto dell’autore Gianfranco Lauretano

Dialogo spirituale quindi per l’afflato lirico che traduce il testo in metatesto, e la storia in metanarrazione. Tutto ciò senza perdere mai di vista la specificità del poeta, né la sua biografia, anzi: proprio da Torino comincia il racconto di Lauretano; una città diversa da oggi, ma sempre affascinate e allo stesso tempo velata di una impercettibile malinconia.

Non è una semplice ricostruzione biografica, né un’analisi esclusivamente filologica, ma un percorso di avvicinamento, un tentativo di entrare nella tensione interiore che attraversa tutta la poesia di Rebora. Lauretano non ne parla alla stregua di un monumento letterario, ma tratteggia una presenza viva, un autore che interpella ancora oggi il lettore. Il cuore del libro è l’idea dell’“incontro”: incontro con la parola poetica, con il dramma della modernità, con le donne, con l’esperienza della conversione religiosa.

Figlio di una Italia positivista e patriottica, cresciuto in una famiglia dai valori saldamente ancorati alla terra, positivista e mazziniana, questo giovane uomo tuttavia è “altro”, o meglio, ospita un Altrove, e Lauretano sa ben evidenziarlo attraverso le opere poetiche (dal “compito conoscitivo” p. 58) e i passaggi cruciali della sua vita. Ne emerge una figura lacerata, segnata dall’esperienza della guerra, in crisi esistenziale e rivolto  a una ricerca radicale di senso che culmina nella scelta sacerdotale. Se  Carducci vorrebbe smarrire il senso dell’Essere, Rebora vuole raggiungerlo.

Clemente Rebora

Uno degli aspetti più riusciti del volume è la capacità di mostrare la continuità tra la prima fase, segnata dai Frammenti lirici e da un linguaggio spirituale ma ancora irrisolto, e la successiva, più esplicitamente cristiana. Lauretano insiste sul fatto che non si tratta di una frattura, ma di un compimento: la tensione originaria verso l’assoluto trova una forma più chiara, ma non perde di intensità drammatica.

Un evento, una definizione fotografano al meglio tutta la “vicenda Rebora”: quando si trova in guerra, getta nervosamente un calamaio contro il suo ufficiale, a causa di una considerazione infelice del superiore: Continua a leggere

STELLE DI NEUTRONI

di Roberto Rastelli

Dopo avere letto la silloge, Stelle di neutroni, di Valentina Tramutola (Divergenze 2025), ma anche durante, ho pensato d’istinto a quando noi attempati, a scuola, recitavamo la poesia, anzi, la povesia, intesa nel proprio ingranaggio di strofe e di versi misurati e contati. Un concetto alquanto lontano, elementare. Ma la poesia non è un principio architettonico, nel quale il terzo piano non si regge senza quelli di sotto; è invece un bagliore di freschezza improvvisa, un lembo di azzurro che fa capolino tra le nubi, una margherita nel cemento.

E il poeta può anche effondere tutto l’animo in una riga, in un solo tono di colore. Nella povesia c’era bisogno che non tutto fosse poesia, a meno di un miracolo. Ma prodigi di quel tipo non li avevano fatti Dante, Leopardi, Pascoli e nemmeno Virgilio, che accanto all’esametro sublime di tanto in tanto aveva pentametri qualunque.

Tramutola non fa eccezione. In frammenti in cui  l’aria era piena di luna e di tutto un rumore di futuro che s’alzava dove non c’erano cantieri e barricate vi sono sprazzi, momenti, fiotti d’inchiostro come sangue, come linfa, capaci di dipingere un quadro in un verso. Il quale, se è fortunato, mi basta, e ho il diritto e il piacere di inciderlo nella mente, di tatuarlo sullo spirito. In quell’istante non so se ciò che segue lo potrò accettare o rifiutare; quella illuminazione mi ha riempito, mi ha aiutato a vedere meglio, a capire, e capire è un verbo risolutivo, da pronunciare piano, con la voce calda di meraviglia.

Come se ci fosse un organo

che presiede allo spasmo da mancanza.

Mi opereranno, per asportare

la tua lontananza

Prima di leggere la raccolta ero nella condizione di chi ancora non sa, pieno di aspettative e di dubbi nei riguardi dei contenuti: evocazioni, figure, lezioni sconosciute. Dopo – e intendo dopo tutto, comprese le illustrazioni e i ragionamenti dei curatori – non solo ho realizzato che in quel tascabile grigio c’erano ritratti ed empatie originali, ma sono stato visitato, a tratti sedotto, da punti vivi, eventi vivi, doni vivi. I quali hanno ben altra consistenza e profondità. Continua a leggere

“L’odore delle sere.” Poesie di Lucrezia Lombardo”

NOTA DI LETTURA DI MAURO MACARIO:
Mi domandavo quale magica percezione olfattiva può ancora infiltrarsi e sopravvivere nel bosco metallico del nostro Tempo ? Quale ritorno possibile ai sensi originari, quale eco, quale richiamo avvertibile oltre le barriere elettroniche, oltre l’offesa dell’intelligenza artificiale ?
Chi mai sarà in grado di ricongiungersi con i soffi segreti della vita, di una vita minima nel suo successivo espandersi cosmico ? Chi saprà fuggire dagli innesti bionici, resistere alla clonazione robotica ? Chi sentirà il bisogno dell’odore di sere arcaiche, contadine, naturalistiche ? Quale karma guiderà questi versi e chi reincarnato potrà tornare disinquinato dal monossido e dal plutonio 235, per anelito catartico ad accorciare la distanza tra un filo d’erba e un tramonto ?
Solo il karma di una nativa di una tribù d’America istruita alla spiritualità animista, reincarnata in una poetessa del nostro malato e oscuro Occidente. Quell’Occidente che ha sterminato gli indiani, gli animali, la Natura.
Lucrezia, ribattezzata Chaska che significa Dea delle stelle, in lingua cheyenne. Oppure Tala che vuol dire Lupa, o Nizhoni, semplicemente Bella. Bella nel suo recuperare gli odori come un filo d’Arianna nel viola dei crepuscoli tra boschi, torrenti, campagne, monti. Perchè la Natura, per gli indiani era il Grande Spirito, presente in ogni creazione : il vento, la pioggia, i fulmini, il sole, gli animale, ogni fiore, la sabbia, le rocce, le pietre, e gli alberi che parlano a chi sa dialogare con loro.
In queste poesie Lucrezia/Chaska, Dea delle stelle, le crea in un firmamento poeticamente didattico per chi, affetto da amnesia, ha dimenticato la Madre Terra oggi più attraversata dal sangue che da fresche acque sorgive. Chissà da quale squaw, Apache ? Cheyenne ? Kiowa ? Cherokee ? Chaska viene ri-condotta sui sentieri della Grande Origine china a ri-conoscere i fratelli e le sorelle vegetali,le erbe mediche da portare all’Uomo di medicina nel suo campo tendato, e i fiori per adornare il suo tepee pieno di pittografie…
La poetessa odierna combatte anche così le brutture di questa epoca esortando, senza enfasi né anatemi, un ritorno alla Natura dalla quale un Sistema chirurgico infame ci ha diviso separandoci da quell’armonia universale in cui gli indiani fondavano una religione del vivere e una civiltà tribale in un eden che da lì a poco sarebbe stato distrutto.
Oggi siamo tutti indiani e l’eden è vicino alla sua distruzione. Ma finché Chaska continuerà a camminare tra i sentieri e le sue memorie incontrando piccoli e grandi fratelli con le loro anime nei sassi, nell’acqua, nel fuoco, nel vento, a noi indiani non ci fermerà nessuno. Il suo canto lieve e profondo, commovente ed evocativo, unirà le voci passate con le nostre.
Mauro Macario

ll loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza. Prefazione di Ilan Pappe’.

 

di Ivana Rinaldi

Sono trentadue le poesie di autori palestinesi raccolte nel volume ll loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza. Prefazione di Ilan Pappe’, Fazi Editore 2025. Rappresentano un atto di resistenza e un tentativo di salvezza. Parole denuncia, parole salvifiche, scritte prevalentemente dopo il 7 ottobre 2023, in condizioni di estrema precarietà, poco prima di essere uccisi, come nel caso di Abu Nada o Raafat Alareer, mentre si è costretti a fuggire dalla propria casa ( al-Ghazali) o da una tenda in un campo profughi.

Rappresentano un atto di coraggio, di resistenza e un testamento. Questa raccolta non è solo un lamento – scrive il traduttore Nabil Bey Salameh – è invece un invito a vedere, a guardare oltre, a sentire ascoltando. Il fruscio delle foglie, il pianto dei bambini, il canto degli ulivi.

Scrive Hend Joudah: Cosa significa essere poeta in tempo di guerra ?   Significa chiedere scusa, chiedere continuamente scusa agli alberi bruciati, agli uccelli senza nidi, alle case schiacciate, alle lunghe crepe sul fianco della strada,  ai bambini pallidi prima e dopo la morte e al volo di ogni madre triste o uccisa.

Nella prefazione lo storico Ilan Pappe’, ci ricorda quanto sia importante la poesia nella cultura araba, sia alta, sia popolare. In molti casi, strumento di denuncia politica, quando la censura silenzia ogni voce di dissenso. Le voci poetiche sono a testimoniare i traumi collettivi, dalla Nakba al genocidio dei  giorni nostri. Un grido di protesta e di resistenza iscritto in una cartografia del dolore che Israele ha imposto ai palestinesi. È una voce che si leva a spezzare l’ indifferenza diffusa, a Ovest come a Est.

Scrivono i curatori del volume, Antonio Bocchinfuso, Mario Soldaini, Leonardo Tosti: “La nostra ignoranza partecipa a quelle dinamiche di sfruttamento e repressione a cui sono soggetti, giorno dopo giorno, i palestinesi superstiti. Nonostante, per i poeti che scrivono da Gaza, non c’è tempo per l’ odio.

Non c’è tempo/ per i grandi funerali o addii adeguati/ non c’è molto tempo (…..).   Ci accontentiamo di un bacio sulla fronte/ e un addio rapido, aspettando la nostra morte. / Non c’è tempo per l’ addio.

Heba Abu Nada E ancora Refaat Alareer, professore di letteratura inglese presso l’ Università islamica di Gaza:

Se devo morire,  tu devi vivere per raccontare la mia storia. Se devo morire/ che porti speranza/ che sia una storia

Paolo Nori. Vi avverto che vivo per l’ultima volta (noi e Anna Achmatova)

 

Cadiamo nel byt’ di Anna Achmatova

di Emilia Pietropaolo

 

Mentre aspettavo  il libro,  stavo a Barcellona. Nel frattempo, passano i mesi, e io, questo libro, non riuscivo a leggerlo, dentro di me, aspettavo il momento e lo spirito giusto. Il momento giusto per dedicarmi a lei, ad Anna, è arrivato, l’altro ieri, in un momento un po’ così.  Non sarà una recensione canonica, dato che ci sto mettendo (anche) del mio. Ma è quello che fa anche Nori: ci mette del suo, e non a tutti piace. Ma a me sì. Non vi dovete aspettare una biografia, un memoir su Anna Achmatova, è qualcosa di più: è stare dentro il mondo di Anna.

Io e Nori abbiamo qualcosa in comune: amiamo entrambi Dostoevskij, con la differenza che su di lui ci ha scritto un libro, mentre io una tesi. E se lui ha scritto una tesi intensa su Velimir Chlebnikov, io l’ho fatto su Dostoevskij e sull’Idiota. Su quest’ultimo, Nori, se non fosse stato per la cancellazione delle “cinque lezioni” alla Bicocca, avrebbe fatto una lezione anche sull’Idiota, e io ben volentieri, l’avrei ascoltata.  Il sottotitolo che Nori aggiunge: “noi e Anna Achmatova”, quando l’ho letto, ho pensato che “Noi” in russo si dice “мы”, e questa parola per pronunciarla, l’associo a souvenir, non chiedetemi perché, ma alcune parole in russo le associo a qualche altra parola che non c’entrano niente.

Ecco cosa fa Nori, immette in Anna Achmatova, il suo byt’, per farci comprendere meglio Anna, la sua vita, e la guerra. Il Noi del sottotitolo siamo noi. Dal momento della guerra in Ucraina: tutto è cambiato. Io che ho un tatuaggio dietro la schiena: la cattedrale di San Basilio, e un altro dietro al braccio, una scritta in cirillico “Sognatore”, da quel momento in poi, la gente mi chiedeva di non parlare della Russia. Mi chiedo e se lo chiede anche Nori, come si fa a rinunciare alla Russia?

“Come faccio a rinunciare alla Russia, con tutto il male che ho patito, in Russia? eh, come faccio?” (44)

Nori ci parla di Anna, della sua vita, del suo byt’ quotidiano, ci parla di suo figlio Lev e delle sue numerose relazioni come con Lev Gumilёv, di come lei fosse ‹‹qualcosa di raro››. E commuove la scena dei vari tentativi di Lev Gumilёv di ricevere come risposta alla sua proposta di matrimonio, dato che lei ‹‹rifiuta per due volte››. Mi ha fatto pensare alla scena di Darcy e Elizabeth di Pride and Prejudice di Jane Austen, dato che anche Darcy viene rifiutato da lei, per poi accettare in seguito la proposta.

Dal momento in cui apro il libro con questo titolo che incute  un po’ di timore, tratto da una poesia di Anna, vi avverto che vivo per l’ultima volta, la prima cosa che leggo tanto da farmi trascinare nel suo mondo è questo: “era una di quelle donne che, quando sono presenti in una sala, sembra che non ci sia altro, solo lei”(14). Io me l’immagino Anna che entra in una sala e tutti si girano a guardarla, me l’immagino in epoca di “censura” di scrivere i versi su un foglio e parlare di tutt’altro, per non farsi scoprire. 

“[…] e si mette a scrivere Requiem, o piuttosto a pensare Requiem, non si azzardava a scriverlo perché aveva paura che glielo sequestrassero. Allora aveva chiesto aiuto a delle amiche. Una di queste, Lidija čukovskaja, racconta come faceva: Anna Andreevna, quando veniva a trovarmi, mi recitava versi di Requiem in un sussurro, ma a casa sua, alla casa sulla Fontanka, […] nel bel mezzo del discorso, si interrompeva e, indicandomi con gli occhi il soffitto e le pareti, prendeva un pezzo di carta e una matita; poi diceva ad alta voce qualcosa di molto frivolo: volete del tè? oppure come siete abbronzata!, scriveva velocemente fino a riempire il foglietto e me lo porgeva. […].” (34)

 

Paoli Nori rende grazia ad Achmatova, parlando non solo della sua vita, ma anche del suo legame con Leningrado, a come vivesse le sue giornate, a scrivere, e a cercare di capire come sopravvivere e al suo modo, anzi, alla sua concezione dell’amore, di come lo vivesse, era letteralmente avanti, era moderna. In realtà non bisognerebbe parlare di lei al passato, come se fosse morta, perché lei non è morta, come non è morto Dostoevskij.

Sebbene io ami la prosa, a differenza della poesia, mi commuove leggere i suoi versi.. È questo che fa la letteratura russa: ti fa diventare pazza, in momenti tristi, ricerchi ancora di più quell’ “O skorbnoj i vysokoj žizni” (di questa vita orribile e meravigliosa) della traduzione (una poesia che Achmatova scrive nel 1940, subito dopo la morte di Michail Bulgakov) che Paolo Nori definisce “forzata”, invece, io l’ho trovata bellissima.

Avanti e indietro, tra l’Ucraina e Italia, dal 1889 al 2023, uno spazio temporale lunghissimo, un’analessi piena di vita, non solo di Anna, ma anche degli altri scrittori e poeti, Majakovskij, Pasternak, Chlebnikov, e della vita stessa dell’autore, del suo amato tempo passato in Russia. Non è una biografia del tutto canonica, no, perché Nori parla di Anna, parlando anche di sé, parla di lei, anche attraverso degli altri scrittori che l’hanno venerata e amata/o non amata.

Non si può dimenticare la scena di quando Osip Mandel’štam è ‹‹scoppiato a piangere›› di fronte a lei, quando ha iniziato a declamare Dante in italiano (entrambi amavano l’Italia e Dante). 

“Lei declamava Dante in italiano, Mandel’štam è scoppiato a piangere e le ha detto: mi scusi. La sua voce, Pietroburgo, e Dante, tutte e tre insieme, è un po’ troppo” (16)

A leggere  Vi avverto che vivo per l’ultima volta, non ci si perde solo nelle sue nozioni biografiche, ma si cade col culo a terra nella casa, in quel suo Byt’ di Anna. 

 

Мужество

 

Мы знаем, что ныне лежит на весах

И что совершается ныне.

Час мужества пробил на наших часах,

И мужество нас не покинет.

Не страшно под пулями мертвыми лечь,

Не горько остаться без крова,

И мы сохраним тебя, русская речь,

Великое русское слово.

Свободным и чистым тебя пронесем,

И внукам дадим, и от плена спасем

Навеки.

 

Il coraggio

 

Sappiamo ciò che sta sulla bilancia, 

ciò che oggi si compie. L’ora del coraggio

è suonata sul nostro orologio

e per noi non passerà mai più

 

Non ci spaventa cadere

Sotto il piombo, restare senza tetto:

noi salveremo la russa favella, 

l’altissimo verbo russo.

 

Lo porteremo puro e libero 

Ai nipoti: mai sarà prigioniero, 

mai più.

(trad. Raissa Naldi, 121)

 

Visioni e testimonianza ne L’ora del sole medio. La poesia di Antonella Rizzo

di Gabriella Grasso

 

Rileggo L’ora del sole medio, ultima raccolta di Antonella Rizzo (ed. I Quaderni Del Bardo, 2023), e mi appresto a scriverne, mentre dai giornali e dalla rete mi raggiungono e mi assediano notizie di morti e di guerre, fotogrammi già visti troppe volte, squarci di dolore che si imprimono come visioni. Visioni, non a caso, è il titolo della poesia che apre la raccolta. L’arte è nello sguardo che sa cogliere, obliquo, e nello stesso tempo sa sentire, con la percezione del corpo e con la partecipazione emotiva. E poi restituisce, attraverso trame inattese, aprendo varchi. Visioni, appunto. L’ora del sole medio è “il momento della scrittura senza ombra”, come afferma l’autrice nella nota introduttiva, “un’apocalisse” che “giunge mentre guardi in basso / come il più cieco degli esseri”. Il momento in cui avviene un disvelamento, a cui la parola rimanda, e nello stesso tempo si presagisce una fine, un crollo imminente che resta come una realtà sospesa nell’aria, ma non per questo meno concreta: “Resta qui su quella soglia di filo ricamato e ultimo / e che non cade eppure non si impicca”. 

Edward Hopper – Ricreazione al sole mattutino.

Percepire con tutta la vasta gamma della sensorialità, non nascondersi e non chiudere gli occhi sono caratteristiche a cui ci ha abituati la poesia di questa autrice, sin dalla sua opera prima, il bellissimo Addio ai platani. Lavoratori sfruttati e prostitute, situazioni di marginalità che hanno in sé qualcosa di primordiale (come il vecchio Klaus, che sta tra cani perduti e gigli, prima che giunga “il verbo”), sirene di guerra, bunker reali benché mai dichiarati, tutto sfila davanti ai nostri occhi nella luce netta dell’ora media, nell’ “ora degli eroi perduti”,  perché “sia chiara la miseria, la malattia, l’abbandono”, affinché comprendiamo “le ragioni del morire in pace”.

Il passo successivo non sarà la rassegnazione, bensì la presa di coscienza che ha in sé i germi dell’azione: “Fuggi da questa terra / prima che ti renda pietra di inciampo / prima che ti appenda al chiodo per l’inverno / prima che ti condanni ai campi di schiavi / prima che di te faccia rima di poesia morta”. Non è semplicemente la fuga da un luogo fisico problematico, che anzi, amato nelle sue mille sfumature e nelle suggestioni che evoca, viene cantato, perso e ritrovato lungo tutto il filo del libro. Si tratta di una fuga da un modo disumano di declinare l’umanità, quando “il marcio dei giorni corre ai lati delle case […], la domenica si impicca all’attesa / e nemmeno chi sa respira”.

 Le apocalissi collettive intersecano ( o forse contengono in sé, come una struttura di frattale) quelle personali, quali l’esperienza dell’addio o la morte del padre: “Dove stai portando mio padre? […] Siamo cose gettate che raccontano storie / ai margini del pensiero dell’altro / al centro di una voce sola, perduta”. Allo stesso modo, la microstoria si rivela negli squarci biografici di  uomini e donne che appaiono e poi scompaiono nel nulla (la donna di “Diceva”, Johnny, Edda), onde di un mare più ampio, oltre la singola vita, perché l’ora del sole medio “giunge come se fossi tu l’unica viva / e dovesse insegnarti a morire. / Ma non è solo per te che giunge / perché “tu” non vuol dire niente”. Darne testimonianza non è così immediato come potrebbe sembrare, quasi una semplice sequenza di frame: la storia si snoda invece attraverso “domande [che] risalgono rapide / come gechi. / Il tempo del dubbio è straniero, / cancella ogni collina, ogni croce, ogni ricamo all’uncinetto […] e porta vocali impossibili da ospitare”.

Le ‘apocalissi minime’ di Antonella Rizzo danno corpo a questa esigenza – problematica – di testimonianza, balenando scene di morte, di distacco, di ritorno, in una spirale che non è cerchio, ma piuttosto vortice lento. Se infatti una cifra di lettura possibile per queste poesie sarebbe l’immobilità (“Ogni cosa deve crollare / invece resta immobile […]  tutto è sfinito e non muore, consuma e paga”), con l’ eterno ripetersi di violenze e patimenti, con l’irresolutezza della storia che non insegna e non salva, io trovo invero nell’opera il gesto di chi non si arrende a tutto questo, di “chi sopravvive” [e] “ha fame vera”, di chi “abbassa i finestrini e alza il volume di tutto”. E non è poco.

 

Alcuni testi

 

Odio

 

E noi che andiamo senza origine di verbo

di là dal fiume

diamo assedio alle ombre.

 

Qualcuno è venuto dall’altra parte

dove le rive si uniscono in trincee

e le soste non fanno pane.

 

Prendiamo le case e le teste bruciamo

e i denti e i cani e i tappeti buoni di storia

ogni cosa qui è nulla.

 

Due proiettili nella tasca fanno odio

e per quello che sappiamo

da questa parte del fiume nulla fa più differenza.

 

*

 

Non esserci

 

In questo luogo ultimo il vecchio Klaus divide il suo anno.

Sta tra cani perduti e gigli

ripete i giorni d’acqua nell’aria più chiara.

Il primo uomo doveva essere come lui

solo e sazio di luce.

Poi giunge il verbo e tutto scompare.

In queste mattine di vento ho imparato a stare e andare come lui.

Essere ultima come onda nell’ora del sole medio.

 

*

 

Fame

 

Ogni cosa deve crollare

invece resta immobile

tutto l’inutile è ancora qui a chiudere le porte

a farsi memoria senza aria, pietra per case.

 

Se non ci fosse più nulla da riconoscere

se sparisse l’albero dal ramo storto

e la rosa malata

ogni cosa sarebbe nuova, potrebbe pensarsi.

 

Abbiamo bisogno di distruzione,

la presenza occupa ogni spazio tra cielo e strade

impossibile ogni verso rapace

ogni predazione innocente

tutto è sfinito e non muore, consuma e paga.

 

Abbiamo bisogno di essere macerie

di quel silenzio del crollo quando chi sopravvive ha fame vera.