Sofia si veste sempre di stracci. Tributo a Cognetti

di Cristina Caloni

Sei stata bella, una volta, almeno una volta.
Quando io cercavo di salvarti, ma non ero nessuno. Non ho più saputo nulla
di te per anni, e soltanto ora ho ritrovato la fotografia della festa di Halloween,
quando ti ho portata in un locale, vestita da strega. Forse ora non ti ricordi
nemmeno più di me, di quella ragazza che, dopo essere uscita da casa tua,
si chiudeva in auto a piangere, mentre la pioggia batteva insistente sul
tettuccio.
Ti ricordi il giorno in cui sei rimasta a dormire a casa mia? Hai fatto la doccia
da sola – quando eri con me non avevi paura dell’acqua – usando il mio
shampoo per capelli, delicato, e finalmente si sono rivelati i tuoi ricci biondi. Ti
ho prestato il mio vestito lungo fino ai piedi, di cotone batik verde come i tuoi
occhi, e siamo uscite insieme a passeggiare in centro. Un gruppo di ragazzi
si è voltato a guardarti perché sembravi davvero la primavera del Botticelli, e
tu mi hai affondato le unghie nel palmo della mano. Mentre il mondo
s’affaccendava intorno, giocavi a stare immobile il più a lungo possibile, per
opporre una passiva, inerte, greve resistenza al mondo frenetico, in corsa,
dissanguato, incendiato, perso.
Il tuo era un ascetismo orizzontale, di cui nessuno era al corrente, a parte
me. Mi dicevi di pensarmi sotto forma di onde arancio, calde e regolari, che ti
salivano dai piedi, lentamente, fino alla testa, e solo così riuscivi a prendere
sonno. Mi piaceva l’idea di trasformarmi in onde arancio.
Non ti potevo adottare, né ho potuto farlo in seguito, perché ero troppo
giovane e non avevo un lavoro. Potevo solo vegliare sulla tua vita, da
lontano.
A tredici anni, quando saresti dovuta sbocciare, non c’eri più. Cancellata dai
farmaci, eri ingrassata e avevi lo sguardo assente.
Non cantavi più insieme a me, non ascoltavamo più ballate irlandesi, tu
scrivevi nella tua strana lingua brandelli di frasi costruite di simboli che tu sola
capivi. Scarabocchiavi lettere magiche calcando fino a strappare la carta dei
quaderni di scolara che portavi sempre con te in una borsa enorme. Non
badavi alla forma, avevi mille fogli sparsi, in una tenera feroce confusione di
grafia distorta.
Mi avevi chiusa fuori.
Ti ricordi il pomeriggio in cui mi hai regalato una margherita di fili di rame? E
poi di colpo hai cantato Parsley, sage, rosemary and thyme, con una limpida
voce alta e pura. Avevi una voce bellissima, l’ho ripetuto tante volte a tuo
padre, ma lui non mi ascoltava. Pagava qualcuno per prendersi cura di te e
non voleva sapere altro. Ti stava cancellando come ha fatto con tua madre.
Le dosi giornaliere di psicofarmaci ti tenevano buona, ma già alle sette di
mattina ti bruciavano gli occhi e avevi sempre sonno; alla prima ora proprio
non riuscivi a stare attenta a scuola, spesso ti addormentavi sul banco.

Stavi immobile nella tana di tende e di tappeti, immersa nella penombra di
fiabe, mentre intorno il mondo si strofinava, paonazzo e congestionato.
Le pozioni magiche trasformavano stupende principesse in mammut, ma il
principe si innamorava lo stesso alla follia; il gigante si innamorava di una
vecchia che partoriva una bambola di pezza. Le biglie incantate, scagliate
contro le persone, facevano piangere, davano nausea, vomito e mal di
schiena.
Come una gazza amavi tutto ciò che luccicava e ammucchiavi bigiotteria di
poco valore. Sognavi una casa tutta tua perché eri un po’ nomade, vagavi
dall’appartamento anonimo di tuo padre alla triste soffocante casa dei nonni,
dove era cresciuta e impazzita tua madre.
La villetta dei nonni era costruita in una zona tranquilla del paese, una
casetta perbene con i nani da giardino, le rose gialle senza profumo, il prato
curato.
I nonni erano indaffarati a tenere in ordine le cose, a spolverare, pulire il
garage, rifare i letti; la nonna, una donna gobba, grassa, con lanosi capelli
giallastri e gote rosse, cucinava torte immangiabili impastate con la farina di
mais.
– Allora, smettila di urlare, guarda cosa hai fatto, te lo dico sempre io di
mettere il sottobicchiere, e miseria!
– Crepa vecchiaccia! Crepa!
– Sta’ attenta che ti mando al Mombello.
Si diceva così, dalle nostre parti, anche se il Mombello era ormai diroccato,
un luogo mal frequentato in cui aleggiava il ricordo di elettroshock e
lobotomie.
Quando litigavate ti andavi a incastrare sotto il letto e non volevi più uscire. Il
pomeriggio del temporale avevate appena litigato. Al primo tuono ti sei
buttata per terra picchiando la testa, al secondo hai iniziato a gridare, al terzo
a piangere, al quarto ad avere le convulsioni. I nonni cercavano di calmarti,
ma ottenevano l’effetto opposto, a quel punto io sono scappata senza
salutare, perché non ero pronta alle tue urla. Quando ho chiuso dietro di me il
cancello e sono salita in auto sono scoppiata a piangere, ascoltando lo
scroscio d’acqua sulla macchina diventare sempre più violento.
Sembrava impossibile che quella coppia anziana e bolsa avesse generato
due creature incredibilmente belle come te e tua madre, entrambe con gli
occhi verdi, tua madre di un verde primaverile, spiritato, quasi evanescente,
tu del verde autunnale di prati marciti, malinconico, ma alleggerito dalla
dolcezza dei tuoi tratti.
– Ha finito signorina? Che la bambina si deve lavare. Va’ che capelli
sporchi, va’ che roba – diceva tua nonna, rivolgendosi a me.
– Non mi lavo io, non mi serve.
– Ma sì che ti serve, sembri una poveretta che non ha un posto dove
lavarsi sembri… cosa pensa la gente? E le insegnanti a scuola? Che i
tuoi nonni non ti vogliono bene? E pensare che stiamo facendo tutto per te, come i genitori stiamo facendo. Chissà che fine facevi senza di
noi.
– La mamma dice che fate schifo. Che mi rovinerete come avete fatto con
lei. Vero nonno?
– Tua mamma è una pazza, noi le abbiamo dato tutto e lei ci si è rivoltata
contro, una serpe ci tenevamo in casa.
– E chi la vuole vedere? La odio, ma odio pure te, e pure il papà, e la
nonna e l’altra nonna che sembra già morta, è una mummia, e mangia
solo quella merda di riso bollito. I miei unici amici sono i conigli, sono gli
unici vivi qui, sennò mi sarei già ammazzata.
– Non parlare così a tuo nonno, sai!
– Parlo come voglio, vecchiaccio.
– E basta! Adesso vieni che ti lavo bene. Sa signorina, che questa qui
non si sa ancora lavare da sola? Le dobbiamo sempre lavare il sedere
e i capelli, e son lo stesso tragedie.
E io aspettavo nel corridoio stantio, mentre tu, seminuda, avevi le mani di tuo
nonno tra le cosce, mentre la vecchia moglie trascinava le ciabatte per i
corridoi bui o stava in cucina a rammendare, senza capire cosa stesse
succedendo o cosa fosse successo.
La pazzia stava germogliando per la seconda volta. La pazzia proveniva da
lei, è iniziata con lei, la colpa era sua e sotto la colpa ha piegato la schiena.
Volevi vivere da sola, vestita con un abito bianco, tra stracci, conigli e
candele.
– Hai presente avere una spina nel culo? – mi hai detto una volta –
ecco, è come avere una spina nel culo, e ti danno le medicine per il
dolore, ma a cosa serve se non te la tolgono?
In un giorno precedente di poco il tuo tredicesimo compleanno sono passata
a trovarti: eri agghindata come una principessa delle discariche, con
cellophane frusciante e trasparente cucito e drappeggiato intorno ai fianchi in
una fastosa gonna a balze, uno stretto corpetto plissettato, le spalle nude
coperte dal mantello di plastica. Eri brava a cucire – ho convinto io tuo padre
a lasciarti frequentare un corso di cucito, cosi da assicurarti un lavoro, ricordo
che ti eri confezionata un cappotto di panno viola dal taglio asimmetrico e non
te lo toglievi mai. Mi ha impressionato come tu avessi traforato un sacchetto
della spazzatura per trasformarlo in un velo da sposa che portavi sui capelli
un po’ unti.
Stavi festeggiando il tuo fidanzamento ufficiale con il coniglio, già da tempo
unico e migliore amico.
– Ma non è un po’ vecchio per te? – dico io.
– Cosa? Vecchio il mio coniglietto? – e lo baci sulla bocca leporina.
– Beh, in fondo ha già otto anni…
– Vuoi dire che muore, eh? Ma crepa tu! Lui sta benissimo.
E segue una crisi isterica che mi costringe a mettere il cd di Enya, panacea
per tutti gli isterismi.

– Ti piace il mio coniglio? È bello vero?
– È davvero un coniglio carino.
– Siamo una bella coppia, no? Guardaci come siamo belli insieme –
dice, mentre si lascia leccare una guancia.
– Come mai non un tuo compagno di classe? Almeno è un po’ più alto e
non ha quelle orecchie enormi.
– Perché, che differenza c’è tra gli uomini e i conigli? Anche loro
mangiano la loro merda e leccano la loro piscia. A me gli uomini fanno
schifo.
Il tuo femminismo precoce mi ha lasciata senza parole. Giuro. Hai detto
proprio così.
Io sola ero autorizzata a entrare nella tua tana. Lì dentro cercavo di consolarti
e tu ti aggrappavi a me con tutte le tue forze. Ti sfregavi contro di me, mi
baciavi il collo, mi accarezzavi, io ti respingevo con dolcezza, per evitarti una
crisi, e ti assicuravo che non era per la tua bellezza, perché eri bellissima.
Tuo padre non ti abbracciava mai, per paura di sembrare pedofilo, così mi
diceva. Con lui non ti voleva. Si è costruito una nuova famiglia al sicuro dalla
tua rabbia, così hai cambiato spesso casa: hai vissuto alcuni di anni in una
comunità, una casa famiglia immersa nel verde di un magnifico parco. Ho
faticato molto per trovarti quella sistemazione, ma tu eri diffidente e negavi di
essere malata, odiavi le coinquiline, le educatrici, la vita di gruppo. Hai
provato a scappare più di una volta, per andare dove? Ogni volta ti
riprendevano e tornavi nella vecchia casa nel parco, con i soffitti altissimi, un
grande salone con un pianoforte a coda in un angolo e un divano rosso,
talmente isolata che dalle finestre si potevano vedere le stelle. Sono venuta
qualche volta a trovarti e ho conosciuto una signora dai capelli grigi corti e tre
ragazze tue coetanee. Sarebbe potuto essere una periodo felice, se tu. Se
loro. Se tu avessi collaborato, se i medici avessero capito cosa ti affliggeva.
Schizofrenia, dicevano. Eri di nuovo magra, andavi tutti i giorni in palestra e
avevi un piercing all’ombelico. Parlavi del tuo passato – così giovane ne avevi
già uno, certi ricordi ti rubano l’anima – come del “buio”, come se ti fossi
risvegliata da un coma. E c’era un ragazzo che ti corteggiava e che sembrava
avere qualche speranza, sì, lui ti piaceva, ti fidavi. Me lo ricordo, aveva gli
occhiali spessi, era gentile. Aveva tentato due volte il suicidio, per questo ti
dicevo di non frequentarlo, forse mi sbagliavo, perdonami. Quando avete
fatto l’amore per la prima volta è stata una lotta, l’hai graffiato e picchiato, è
stata una delle ultime cose che mi hai raccontato.
A diciotto anni eri ancora così bambina, ti vestivi come una zingarella, con un
paio di gonne a balze una sopra l’altra, e due maglie, perché avevi sempre
freddo.
Non vederti più è stato come lasciare un gattino cieco e selvatico ai margini
della strada: che ne sarà di lui?
Tana! Liberi tutti.

Anch’io amo le tane. Non te l’ho mai raccontato, ma quando volevo rievocare
il passato costruivo un rifugio di tappeti, mi chiudevo lì dentro con una
bottiglia di Porto rosso, la musica degli Intillimani, di Simon and Garfunkel e di
Battiato, e rievocavo l’infanzia, piangendo. È un rito che ho portato avanti
quando gli incubi sulla morte di mio padre sono finiti e lui ha cominciato a
mancarmi. Avrò avuto diciassette anni, credo.
Quando giocavi a stare immobile sentivi sempre un prurito dietro le scapole,
che fossero ali?
Un giorno hai appoggiato sul davanzale della finestra i quaderni e il pacchetto
di sigarette. Avevi iniziato a fumare perché ti calmava. Sei salita sul
davanzale e hai guardato i boschi sfumare nel cielo. Ti sei buttata, hai
spiegato le ali e hai volato per venticinque metri.
Un giorno hai appoggiato sul davanzale i quaderni e il pacchetto di sigarette e
sei salita in piedi sul davanzale.
– Cosa cazzo stai facendo? – ti ha gridato il tuo ragazzo, prendendoti per
un braccio, trascinandoti sul pavimento,
E vi siete abbracciati.

Il fanciullo presso Gesù – Un racconto di F.M. Dostoevskij

Il fanciullo presso Gesù (per l’albero di Natale.)  *

 

 

Questo racconto concepito da F.M. Dostoevskij nel 1876 e trovò la sua collocazione nel Diario di uno scrittore dello stesso anno. Le pagine  sono tra le più  crude del Diario, quasi interamente dedicate al problema dei bambini abbandonati, i bambini orfani e quelli che vivono nella miseria, per strada.  Dostoevskij parte sempre da un’accurata analisi della realtà attinta a piene mani dalla cronaca, di cui era un divoratore, per poi distillarla nella pagina narrata, che di quella realtà conservava il palpito, l’essenza, senza perdere minimamente quella vivida coscienza del mondo che lo circondava e che  penetrava con i suoi occhi.

Il racconto si svolge in una tipica cornice urbana di fine Ottocento, nei giorni del Natale, in una Pietroburgo affaccendata e febbrile, un piccolo bambino gettato per strada, intirizzito dal gelo, prossimo all’assideramento, ” fa la manina”  cioè chiede l’elemosina.  In poche righe, – è uno dei più brevi-  trasmette il dramma dell’abbandono minorile e della miseria di quel sottoproletariato che stava ai margini delle strade, che vivacchiava di elemosina e si riempiva di alcool a poco prezzo. Si sente vivo ancora il ricordo dei viaggi che Dostoevskij  fece a Londra e che immortalò in Note invernali su impressioni estive,  dove, ad Hay Market, tratteggiò l’immagine indelebile di una  prostituta bambina che ciondolava con le vesti lacere per strada. Era il 1862 e in questo diario di viaggio o pamphlet, come lo definì Anna Grigorevna, Dostoevskij getta le basi per costruire il suo stile, in cui Dichtung e Wahreit , arte e vita,  non soltanto non confliggono ma vivono in una sinergia che le potenzia.

Probabilmente non è il migliore racconto di Dostoevskij, i toni sfiorano il patetismo e tutta la scena è intrisa di  particolari volti a muovere le corde dell’immedesimazione; tuttavia è  un momento in cui l’arte e la realtà si incontrano e producono quella vibrazione tutta dostoevskiana che è calibrata su un equilibrio perfetto, il cui l’arte del romanziere arricchisce ed esagera il dato grezzo della realtà senza minimamente intaccare quel principio della verosimiglianza che rende  tutto accorato, godibile, “empatico”:

Mi si presenta l’immagine di un fanciullo, molto piccino ancora, di forse sei anni o anche meno. Questo fanciullo si destò un mattino in un sotterraneo umido e freddo. Aveva indosso una specie di giubboncino e tremava. Il suo alito si sprigionava come un bianco vapore, ed egli, stando seduto in un angolo, su un baule, di proposito emetteva quel vapore e si divertiva a vederlo uscire dalla bocca. Aveva però una gran voglia di mangiare. Più volte, fin dal mattino, si era accostato a un tavolaccio,  dove, sopra a un misero pagliericcio,  e con un fagotto sotto il capo a mo’ di guanciale, giaceva la sua madre inferma. […]  Da bere egli  ne aveva trovato in qualche posto, nell’andito, ma una crosta di pane non aveva potuto scovarla, e già per la decima volta si era accostato alla mamma per destarla . Infine, cominciò ad  avere paura del buio: da un pezzo ormai era scesa la sera, ma non era stato acceso un lume. Palpato il viso della mamma, si meravigliò che ella non facesse alcun movimento e fosse diventata fredda come il muro.

 

La dolorosa poesia della città si staglia su questo quadro di desolante solitudine e che ha al suo centro la sofferenza dei bambini, tema che sarà centrale  nei romanzi maggiori, vero perno della metafisica del male e della teodicea nella formula accusatoria di Ivan Karamazov  in cui egli restituisce il bilgietto dell’armonia universale se questa deve costare il sacrificio di un solo bambino senza colpe.

La trasfigurazione finale nel racconto, nell’abbraccio di Cristo, è una visione resurrezionista  che Dostoevskij recupera  nella fase finale della sua scrittura e che ha sempre i bambini come protagonisti: nell’ultima scena dell’ultimo romanzo I Fratelli Karamazov saranno i bambini, riuniti attorno alla tomba di un loro compagno morto prematuramente, a riunirsi in un abbraccio nel nome di un armonia semplice, fatta di un abbraccio d’amore,  nel segno della visione di una generazione futura, fatta di bambini, come Dostoevskij annota negli appunti preparatori dei taccuini.

E per di più  in questo racconto Dostoevskij chiarisce la sostanza del suo realismo, una formulazione particolare, eccentrica rispetto ai maestri del realismo russo- forse accostabile soltanto al grande Gogol’ di cui Dostoevskij fu infatti grande estimatore-  che rifugge dalla letteratura specchio della realtà o fotografia oggettiva. Con la sua capacità di entrare nelle pieghe della psicologia dei sofferenti,Dosteovskij riesce a dare un colpo d’ala a quelle immagini di infanzia ferita-  apprese da Dickens, tra gli altri-  trasfigurandole in una potentissima architettura di pensiero e di idea, dove al centro stava la sofferenza innocente e incolpevole,   a sua volte riproposizione del grande tema della passione cristica)

Il suo, un  racconto fantastico risulta così esser ancora più reale di qualsiasi resoconto oggettivo perché parte dall’uomo, e attraverso i voli  del pensiero- dell’invenzione-  atterra sull’uomo stesso,  col risultato di rendere ancora più vivida e vicina  al lettore la verità di cui tutti conosciamo le intime ragioni : 

Ma perché ho poi scritto  una simile storia, così poco adatta a un usuale e giudizioso diario per giunta di uno scrittore? E avevo anche promesso dei racconti, in prevalenza, su cose avvenute!  Ma ecco…Il fatto è proprio questo: mi sembra , ho l’impressione che tutto ciò sarebbe potuto accadere realmente, quello cioè che avvenne nel sotterraneo e dietro la legna: in quanto poi all’albero di Natale presso  Gesù, non so proprio dirvi se ciò sia potuto accadere o no, mio Dio! Non è per inventare un poco ch’io son romanziere?

 

 

*   Riporto il titolo nella traduzione di Eva Amendola Kühn edizione Rizzoli , 1983) da cui ho tratto i brani citati,  anche se mi pare più convincente quella proposta da  Ettore lo Gatto del Diario di uno scrittore,  Il bambino di Gesù all’albero di Natale

L’ultimo sesso al tempo della peste – AA.VV. a cura di Filippo Tuena –

 

La pandemia di Covid19 ha investito tutti come un’enorme nuvola tossica. Nostro malgrado ci siamo trovati ad abitare un tempo sospeso e incerto. Siamo stati ‒ e forse siamo ancora ‒ come comparse in un film di fantascienza senza ritmo, girato da un regista debuttante e finanziato da produttori a corto di liquidi. Poco ritmo, zero effetti speciali e soprattutto noia, tanta noia.In questo scenario apocalittico, causa la costante preoccupazione per il futuro, poche sono state le attività ricreative. In molti hanno cucinato e mangiato oltre misura.

Altri hanno recuperato letture fondamentali. Gli operosi hanno tinteggiato casa. I più fortunati, infine, hanno fatto sesso. Un sesso diverso, stavolta, perché adombrato o sublimato dalla possibilità che potesse essere l’ultimo.

“Il 24 febbraio 2020, due giorni dopo aver viaggiato su un treno da Roma a Milano che, solo per un caso, non era quello fermato alla Centrale perché trasportava attraverso l’Italia alcuni tra i primi casi di corona virus, mi sono svegliato all’alba. Mi succede spesso, non solo in tempi di pandemia. Verso le 6 ho scritto su Facebook un post in cui mi domandavo se non sarebbe stato interessante raccogliere racconti sul sesso in tempo di peste. Nel giro di due ore ho avuto più di settanta adesioni. A quel punto ho chiuso il post, in qualche modo operando anch’io una sorta di quarantena. Chi era dentro, era dentro; chi era fuori, era fuori”.

Dalla premessa del curatore Filippo Tuena nasce l’idea di questi racconti (più di 50 per altrettanti autori), ognuno dei quali risponde alla domanda: come è, o potrebbe essere, l’ultimo sesso prima della fine?

La pubblicazione, per ora, è prevista in solo formato digitale. L’e-book sarà disponibile sui maggiori store online a partire da sabato 13 giugno 2020.

I proventi dell’intero progetto editoriale saranno devoluti al Centro Senologico dell’ospedale “G. Bernabeo” di Ortona ‒ ASL Lanciano-Vasto-Chieti (Abruzzo)

L’ULTIMO SESSO AL TEMPO DELLA PESTE

AA.VV.

a cura di Filippo Tuena

 Prezzo: 3,99 euro

ISBN: 978-88-96176-80-1

NEO. EDIZIONI 2020

[email protected]

Per acquistare l’e-book https://www.amazon.it/Lultimo-sesso-tempo-della-peste-ebook/dp/B089YW3LKY/ref=sr_1_1?__mk_it_IT=%C3%85M%C3%85%C5%BD%C3%95%C3%91&dchild=1&keywords=l%27ultimo+sesso+al+tempo+della+peste&qid=1591900870&sr=8-1#reader_B089YW3LKY

Filippo Tuena è autore di saggi di storia dell’arte e di romanzi. Tra i suoi libri: Tutti i sognatori, Super Premio Grinzane-Cavour 2000; Le variazioni Reinach, Premio Bagutta 2006; Michelangelo. La grande ombra, 2008; Stranieri alla terra, 2012; Ultimo parallelo, 2013. Ha inoltre curato Robert F. Scott. I diari del Polo, 2009 e il fotografico Scott in Antartide, 2011.

La pelle vede, la pelle sente. A pelle scoperta di Francesca Piovesan

 

 

Pelle Bianca come la cera
Pelle Nera come la sera
Pelle Arancione come il sole. […]

La pelle Gianni Rodari –

Quando ho letto le prime pagine dei racconti di Francesca Piovesan, A pelle scoperta, mi è venuta in mente questa poesia di Gianni Rodari. Una poesia sincera e delicata come tutte le opere di questo autore. Un’anafora, tre colori, tre sensazioni, tre rime in assonanza. Le poesie di Rodari puoi raccontarle ai bambini, agli adulti, puoi conservarle per quando il tempo sarà troppo lontano, perché riproducono i suoni della vita semplice, difficilissima da raccontare senza che tutto si sfilacci sotto il peso dell’ovvietà.

Tale è il mondo dei racconti di questa autrice, classe 1982, che pubblica da esordiente con Arkadia editore nella collana di narrativa  Sidekar.

Un esordio che cita la pelle va letto con un certo riguardo.  La pelle è il primo organo di percezione, il primo contatto col mondo. La questione di pelle attiene a un determinato ordine esperienziale, è anzitutto autentica, vibratile, immediata.  Non c’è un solo orpello nelle vite degli uomini e donne ritratti dall’autrice nei racconti: li incontri al supermercato, al bar, negli autogrill, in qualche angolo di spiaggia o rannicchiati in un angolo della casa a combattere il buio e i fantasmi.

Ogni istante narrato è un fotogramma di vita, uno scatto fotografico in cui ciò che è accaduto ha lasciato un segno sulla pelle. La sensibilità della Piovesan è paragonabile a quella di una fotografa: precisa, dettagliata ma anche consapevole che quell’atto di registrazione ha pur sempre il limite di essere un medium, un mezzo artificiale. Non c’è pertanto pretesa assoluta di oggettività, e non credo che sia questa la cifra, tanto più che gli oggetti sono parte di quel vissuto interiore di cui sembrano “correlativi oggettivi”; dal nulla prendono vita, impregnati di odori e suoni che compongono il quadro in una perfetta armonia tra soggetto osservante e oggetto percepito.

La paura del buio, nel racconto Un lungo respiro  è la metafora di una trasformazione in atto. Invece di farne un dramma psicologico, Piovesan fa in modo che il sentimento scaturisca dalle cose stesse, come sottosposte ad un’azione medianica:

[…] e poi quei rumori oramai non li sentiva quasi più, aveva imparato la lingua della sua casa, l’ascoltava e l’accoglieva: il crepitio delle persiane di plastica nelle notti d’estate, quando gli oggetti riprendono la loro forma dopo la violenza del sole, i piatti degli avanzi che vibravano in frigorifero, le zampe dei pipistrelli che attraversavano le grondaie.

Altrove la forza della scrittura della Piovesan consiste nell’ essere estremamente sensuale, nel  possedere il ritmo agile delle pennellate a tocchi, di impressione:

Non aveva mentito su nulla, non aveva tralasciato nulla, nemmeno il peso del corpo di sua madre che riempiva e tendeva la tela, il vestito a fiori piccoli blu che saliva lungo le cosce, i rilessi bianchi nei capelli scuri. Aveva dipinto il verde forte e scuro dell’edera che si intrecciava al reticolato che aveva costruito suo padre due anni prima e aveva dipinto la donna di suo padre, sua madre, nella maniera più erotica e vera possibile

In questo passaggio il dato cromatico si assesta sulle frequenze emotive anzi le anticipa. In altri casi abbiamo una vera e propria sinestesia, con una partecipazione panica all’azione, dove ogni particolare, (il pixel) pur mantenendosi come tocco a sé stante, si completa nel quadro di insieme:

Yalki e Yari aspettavano sdraiati appena oltre la porta del negozio, probabilmente distinguevano le ore annusando il sole, leccando il pavimento a granelli rossi e neri o guardando i movimenti di Serena, il braccio che si alzava per mostrare una sottoveste, i capelli che venivano raccolti in uno chignon basso e scomposto, le ciocche che le scivolavano lungo il collo umido

In altri ancora, è un colore intriso nel corpo e nella pelle a raccontare la storia intima, fatta di chiaroscuri: Continua a leggere