Serena Vinci e le sue Ragazze Selvagge: funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza

di Emilia Pietropaolo

Un buon libro è  tale quando  porta a farti delle domande, a farti riflettere. Il saggio della  studiosa Serena Vinci, Ragazze Selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza, edito da Divergenze edizioni, indaga vari testi scritti da autrici e autori, utilizzando il metodo narratologico. L’analisi proposta, condotta con acume e profondità, rintraccia analogie tematiche presenti  nei testi di  Ornela Vorpsi, Laura Pugno, Edith Bruck, Licia Troisi, Anna Maria Ortese, Paola Masino, Nicoletta Vallorani, Isabella Santacroce e Alessandro Bertante.

Ogni testo analizzato ha al centro una figura femminile, una fanciulla, che ha un’età tra  sei e otto anni  colta in un frangente, un passaggio liminare, un bivio che le porta a scegliere se abbracciare il  “momento pietrificato’ degli adulti o perseguire la strada della selvatichezza, il corso dell’evoluzione: nascere, crescere e morire” (p. 39)

Non si tratta di una storia o genealogia della  ‘questione’ femminile’, e questo, Serena Vinci, lo specifica; riguarda  piuttosto l’esigenza di analizzare il ‹‹valore delle storie raccontate››.  In  ogni romanzo le figure femminili sono bambine che  si trovano a fronteggiare il mondo adulto, e in questo contesto, ogni protagonista considera il mondo dei libri come rifugio, un atto di escapismo che permette loro di  avventurarsi in una  dimensione  più congeniale anziché sfruttare la bellezza per stare nel mondo civilizzato; le famiglie, in particolare le madri pretendono che le femmine si debbano comportare da femmine, cioè perseguire il ruolo a loro assegnato: quello di moglie e madre.

Qui non troviamo il topos del  principe che salva  la principessa, in stile fiabesco e cavalleresco: le fanciulle si salvano da sole:

“La fanciulla di queste fiabe nere non ha più bisogno di un principe che arrivi a salvarla. Si salva da sola […] e salva anche gli altri, cambiando il mondo in cui vive” (p. 68)

Le eroine presenti e analizzate dalla studiosa portano a scardinare, a vedere da un’altra prospettiva e non demonizzata, il ruolo delle bambine in età di fanciullezza, le quali, ad esempio nei romanzi di Laura Pugno, Ornela Vorpsi e Isabella Santacroce, lottano contro la società, combattono contro i pregiudizi. Se pensiamo alle fiabe tradizionali, e questo, la studiosa tiene a ribadirlo, esse contengono la formula ricorrente per cui  principessa si salva grazie ad un principe e la storia termina con un matrimonio, coronato dalla formula consueta di “e vissero tutti felici e contenti”.

Serena Vinci non porta in questo saggio le fiabe tradizionali, non porta le eroine che si salvano grazie a un uomo; dà luce alle invece, bambine/donne che si salvano da sole, contando solo su stesse e prendendo anche decisioni drastiche anche  per salvare gli altri. Come Lulù Delacroix di Isabella Santacroce, demonizzata e allontanata dalla società e perfino dai suoi genitori, per la sua non-bellezza, lontana dal modello di perfezione rappresentato dalle  sue sorelle. Lulù è una bambina che trova il suo mondo nei libri, una bambina che ‹‹affronta i pregiudizi verso di sé, proiezione introiettata da quelli esterni›› e lo fa da sola. (p. 61)

Le bambine vengono sin da piccole erotizzate e sessualizzate, ma anche demonizzate per la loro bellezza; è il caso della bambina prostituta nel romanzo di Ornela Vorpsi, Il  paese dove non si muore mai. Se nel caso di Lulù Delacroix doveva appunto conformarsi alla bellezza perfetta, qui, la bellezza è segno di malvagità, se non di “Kurveria”, presente nella società e nella cultura  albanese. Si tratta, nello specifico,

“di una forma di razzismo di genere in base al quale le bambine sono percepite come essere colmi di desiderio sessuale e fin dalla giovanissima età sono bersaglio di attenzioni erotiche non richieste, nonché di eccessivo controllo della famiglia, fobica rispetto a quelle attenzioni, ma allo stesso tempo fautrice della società che le consente” (p. 13)

Se pensiamo alle parole di  Naomi Wolf nel suo Mito della bellezza (1991) ‹‹gli uomini forti combattono per le belle donne, e le belle donne hanno più successo dal punto di vista della riproduzione›› (Mito della bellezza, p. 21),  e nel caso di Ornela Vorpsi,  alle parole di  Anilda Ibrahimi, entrambe scrittrici albanesi,  emerge un controcanto in cui la bellezza non è segno di una risorsa positiva per la donna,  ma tutt’altro. ‹‹È segno di degrado morale, ché tutte le donne belle sono ritenute sgualdrine›› (p. 15)

Serena Vinci, usando il metodo narratologico, analizzando il linguaggio, le tematiche, presente nei testi , arriva a comparare e a trovare un fil rouge: la bellezza a cui si doveva “conformare” Lulù, nel caso della Ortese con  Iguana, ci mette di fronte a  una ‹‹bellezza rovinata››;  la figura di Estrellita, incarna a mio parere, e credo che Serena Vinci ne converrebbe, l’emblema del sacrificio. Trovando la morte si è sottratta dal giogo maschile.  Serena Vinci va oltre:  si sofferma sulla bestialità dell’Iguana,  una dimensione che in qualche modo ricorre anche e nel testo di Laura Pugno Quando Verrai,  dove il corpo femminile di Eva è lacerato da una malattia della pelle; la sua deformità, specifica Serena Vinci è ‹‹una risorsa, una virtù angolare, qualcosa di positivo›› (p. 42)

Quello che ha compiuto Serena Vinci, giovane studiosa e dottoranda in Letteratura Italiana all’università di Modena e Reggio Emilia, con questo libro è quello un viaggio trasversale nel mondo delle fanciulle Selvagge,  compiuto con il coraggio  di una  prospettiva diversa sulle fiabe tradizionali, in cui, di solito, le figure femminili sono “passive” e non attive come le eroine presenti in questo saggio. Tante le connessioni che ritrovo anche nei testi dostoevskiani, zeppi di bambine e orfane violate cui viene spenta la fiaccola della luce selvaggia, spesso ritrovata a costo del sacrificio della vita.

A tal proposito mi piace anche citare un riferimento sicuro e obbligato per chiunque  si occupi del tema del selvaggio femminile, il grande classico di Clarissa Pinkola Estes, Donne che corrono coi lupi, un libro ispirato e ispirante che attraversa tutti gli stadi della donna selvaggia e che, oltre ad essere un testo fondamentale per l’approccio psicanalitico alle fiabe, è un libro che “cura” e che ogni donna e ogni uomo dovrebbero conoscere. Sul tema del selvaggio così Serena Vinci si esprime, ricordando quanto sia importante e fondamentale recuperare questa dimensione:

“Se Selvaggio è ciò che vive – oppure è tenuto ai margini della società nell’illusione di sublimare le pulsioni inconsce e animalesche, cioè il movente profondo e primordiale delle azioni umane, la fanciulla selvaggia si sposta al di qua e al di là del confine che separa il controllo dalla libertà, il dovere dal volere” (p. 69)