Teresa, Camilla e le altre.

di Ivana Rinaldi

Anni fa, vi era tra i miei progetti una ricerca sulle donne del Partito comunista. Fui scoraggiata dal mio maestro, Enzo Santarelli, convinto che non ci fossero elementi per tracciare una storia “altra” delle dirigenti comuniste da quella dei loro compagni di partito. Il recente anniversario della scissione di Livorno ha rivelato, invece, quanto lavoro vi sia ancora da fare a questo proposito. Lo si deve fare per almeno due ragioni: sappiamo troppo poco delle donne del passato, anche di quelle che hanno avuto un ruolo fondamentale sul piano internazionale. Le biografie sono una strada obbligata per la storiografia che si occupa di donne dimenticate o uscite di scena. A questo proposito abbiamo un punto di riferimento in Joan Scott, Only Paradoxes to offer (Harvard University Press, 1996) e in Paola di Cori, Altre storie. La critica femminista alla storia (Clueb, 1996).

Joan Scott

Il secondo motivo non meno importante è provare a individuare come si collocano le vicende personali delle donne in un  contesto prevalentemente di natura maschile, come il partito, e quanto incida il diverso sentire femminile sulle scelte politiche dell’organizzazione partitica. Un problema ancora attuale e che andrebbe analizzato seguendo le categorie di uguaglianza e differenza. Detto in parole semplici, le atttiviste in politica si sono sempre impegnate per la parità di genere nel rivendicare l’uguaglianza dei diritti civili, sociali, politici, economici. In molte lo hanno fatto a partire dal loro essere donne non solo impegnandosi per le loro simili, ma portando alla politica un valore in più: la loro sensibilità, il diverso sentire e la loro esperienza. Questo lavoro di scavo e di “archeologia della memoria” (rubo l’espressione a Marinella Fiume, Le ciociare di Capizzi,( Iacobelli, 2020) andrebbe fatto per le donne del passato, per coloro che hanno avuto un ruolo nei partiti italiani di diversa matrice, ma anche per politiche e pensatrici nel contesto internazionale.

Molto è stato già fatto da studiosi/e che si si sono occupate di ricostruire la vita di grandi dirigenti come Rosa Luxemburg, Una donna chiamata rivoluzione di Sergio Dalmasso (RedStar press, 2019), abbiamo inoltre un lavoro di Patrizia Gabrielli, Fenicotteri in volo. Donne comuniste nel ventennio fascista (Carocci, 1999). Attraverso le carte di numerosi archivi, sia privati che pubblici, la studiosa ricostruisce molti e variegati percorsi biografici e politici, di modelli di militanza e dello scarto tra questi e la realtà esistenziale. Nel volume si racconta di tre generazioni di donne e di varia estrazione sociale: maestre, alle quali viene dedicato un ampio spazio soprattutto al lor tentativo fallito già nel 1922 di creare guppi femminili autonomi nel Pcd’I; operaie e proletarie molte delle quali passano alla clandestinità durante le ondate di arresti; le casalinghe; dall’altro lato, le dirigenti che sostituiscono gli uomini: i nomi più celebri, Camilla Ravera, Teresa Noce, Adele Bei, accompagnati da molte altre.

Il prezzo più alto che queste donne pagano negli anni duri della repressione fascista riguarda la scelta radicale tra militanza politica e sentimenti.In questo breve articolo, vorrei raccontare di  alcune militanti di spicco del Partito comunista sin dalle origini che hanno un ruolo determinante nel passaggio dal regime totalitario fascista alla Repubblica e la democrazia. In particolare Camilla Ravera e Teresa Noce, rivoluzionaria professionale come si definisce nel suo diario e sulla quale è uscito di recente il libro di Anna Tonelli, Nome di battaglia Estella. Teresa Noce una donna comunista del Novecento  (Le Monnier Quaderni di storia, 2020). La sua vita è un romanzo vissuta all’insegna dell’impegno politico, e non solo, e la sua biografia costituisce un modello

. Nata povera, non va a scuola, da bambina all’età di 11/12 anni lavora da sarta, poi da operaia. Partecipa alla svolta di Livorno, a Milano incontra Luigi Longo e si ritrova a 19 anni in attesa del loro primo figlio. La famiglia di Longo non l’accetta, il dirigente non può sposare una donna brutta, povera e comunista! Raggiunti i 25 anni si sposano e hanno altri due figli. Nel 1925, Teresa  si reca a Mosca. Nel ’26 fugge dall’Italia in Francia  con suo marito per organizzare la Resistenza. Carcerata, viene rilasciata su pressione di Mosca e poi successivamente internata a Ravensbrück in Germania, dove i sovietici la liberano materialmente. La soggettività di una dirigente come Teresa Noce, apre due dimensioni: l’antifascismo internazionale e l’emancipazione individuale e sociale.

Teresa Noce

La tessera del partito di Teresa Noce Longo

A fine guerra, inizia la sua vita ufficiale nel partito. Fa parte della commissione dei 75, quella che ha scritto la Carta costituzionale. Teresa è nella commissione affari sociali e familiari: le sue battaglie sono per il diritto al lavoro e all’assitenza delle donne, per la parità uomo donna. Nonostante le dirigenti sembrino rispondere alle logiche di partito, Teresa Noce è uno spirito libero  e indipendente. A Mosca aveva criticato Lenin e in Italia Togliatti. Si oppose anche all’articolo 7 della Costituzione che prevedeva il Concordato voluto dallo stesso e si astenne.

Punti fondamentali per lei sono l’articolo 3, gli  articoli 29-30-31 che prevedono la tutela della famiglia e della maternità, non solo evento naturale, ma con una sua funzione sociale. Successivamente, le donne comuniste capiscono quanto sia importante la battaglia per il divorzio, e Teresa è la prima a soffrire di una situazione familiare anomala e dolorosa. Luigi Longo aveva chiesto a sua insaputa l’annullamento del matrimonio, di cui lei viene a conoscenza attraverso il Corriere della Sera.

Le donne sono dunque  un nuovo soggetto dentro la sfera pubblica , insieme a operai e contadini e il loro ingresso e in particolare delle dirigenti è deflagrante.

La vita personale e politica di Camilla Ravera  non è meno degna di interesse di quella di Teresa, tutt’altro. Di lei abbiamo Lettera al partito e alla famiglia (Editori Riuniti, 1979), Una donna sola  (Lucarini, 1988; Diario di trent’anni 1913-1943 (Ed. Artigere Chiarotto,2012), Breve storia del movimento femminile (Editori Riuniti, II ristampa 1981); testi che ci permettono di ricostruire la sua biografia. Nata in provincia di Alessandria, nel 1889, seconda di sette figli, è profondamente influenzata dal padre, colto, ateo, filosocialista, e dalla madre che tramette alle figlie aspirazioni all’indipendenza e all’emancipazione. Dopo essersi diplomata, insegna lettere a Torino e si iscrive alla Scuola di magistero per approfondire gli studi di lettere e filosofia. Si avvicina al socialismo tramite suo fratello Cesare, attivo nella sezione torinese dopo i moti dell’agosto 1917, e che sarebbe diventato come lei comunista e avrebbe combattuto nelle Brigate internazionali in Spagna. Nel dopoguerra, perso un fratello, fa parte del gruppo dell’Ordine nuovo raccolto attorno a Gramsci e nel 1921 aderisce al Partito comunista, occupandosi della politica femminile. In Il nostro femminismo Camilla sosteneva l’aspirazione delle donne a conquistare l’indipendenza economica, senza trascurare il valore sociale della maternità. Nel 1922 è delegata dal Pcid’I al IV congresso dell’Internazionale comunista. Tornata a Torino, si dedica alla riorganizzazione del partito, scompaginato dagli arresti in massa dopo la Marcia su Roma: ben presto è costretta a raggiungere Umberto Terracini a Milano, rimasto solo nell’esecutivo del partito. Dopo il trasferimento del dirigente a Roma, Camilla è impegnata a riorganizzare il partito a Milano e riprende l’attività di giornalista su l’Unità e Compagna, da lei fondato.

Allontanata definitivamente dalla scuola per la “nefasta propaganda”, nel 1926 a Lione viene eletta membro del comitato centrale del partito. Nei quattro anni successivi, essendo l’unica rimasta libera, è incaricata di organizzare la nuova segreteria, assumendosi la responsabilità di prendere decisioni, il più delle volte da sola. Dopo l’arresto di Gramsci, il nuovo segretario è Togliatti, e Ravera è tra i più importanti dirigenti. L’organismo internazionale riteneva fosse giunto il momento di un cambiamento rivoluzionario anche in Italia. Dopo vari soggiorni all’estero, in Svizzera, a Mosca, e una lunga malattia ai polmoni, torna in Italia dove viene arrestata nel luglio 1930. E’ condannata a 15 anni di detenzione per reati di ricostituzione del partito comunista e propoganda sovversiva, è reclusa a Trani insieme a due altre comuniste, Felicita Ferrero e Giorgina Rossetti.

Passa il suo tempo leggendo riviste e libri; per il suo professato ateismo, veniva considerata “un’anima dannata”. Successivamente, la sua pena viene ridotta a cinque anni, ma nel 1935, la sua salute è molto precaria: destinata al confino in provincia di Matera, nel 1937 viene trasferita a Ponza dove ritrova tra i vecchi compagni Terracini, con il quale condivide l’esigenza di costituire un ampio fronte antafascista che si contrapponeva alla rigidità di dirigenti come Scoccimarro e Secchia. Allo scoppio della guerra, il direttivo emana un documento che aderiva alla tesi dell’Internazionale sull’equidistanza dagli imperialismi in guerra e escludeva l’alleanza con altri partiti antifascisti. La sua posizione e quella di Terracini, contrari al patto Molotov – Ribbentropp, costò ad ambedue l’espulsione dal partito. Nel biennio 43-45, liberata dal confino e malata, si ritira a Pinerolo, in Piemonte,  dove erano sfollate le sorelle; a fine guerra “riabbracciata” pubblicamente da Toglietti, riprende la sua attività nel partito come membro del comitato centrale dove è nominata dalla segreteria di Torino e dalle donne dell’Udi (Unione donne italiane). Eletta deputata, vuoi per la sua salute fragile o per gli strascichi della rottura del 1939, non riprese più nel partito comunista un ruolo all’altezza delle sue qualità. Come deputata è firmitaria di progetti di legge a tutela della maternità e per la parità di diritti e delle retribuzioni tra uomo e donna. Pertini, suo compagno di confino, la nomina senatrice a vita nell’82. Dopo pochi anni, nell’88 muore a Roma.

Infine, Rita Montagnana, moglie di Togliatti con il quale condivide le lotte politiche, nella clandestinità e nel lungo esilio in Unione Sovietica. Nata a Torino nel 1895 nel quartiere “rosso” di San Paolo da una famiglia ebrea e di chiaro orientamento socialista ha due sorelle e un fratello, Mario, personaggio di spicco della sinistra italiana. Anche lei costretta a imparare il mestiere di sarta, aderisce agli scioperi torinesi del biennio 1909-1911, e si iscrive alla Camera del lavoro, diventando dirigente del partito socialista e ricoprendo vari incarichi. Nel 1917 partecipa alla rivolta del pane e due anni dopo al movimento dei Consigli operai e alle occupazione delle fabbriche. E’ tra le fondatrici del Partito comunista italiano e anche lei successivamente è inviata come delegata al III congresso dell’Internazionale a Mosca. Con l’avvento del fascismo, entra in clandestinità con il nome di “Marisa”. In quegli anni conosce Palmiro Togliatti con cui si sposa nel ’24 e con il quale ha l’unico figlio, Aldo. Costretti all’esilio e a spostarsi tra Svizzera, Francia, Spagna, Unione Sovietica, Rita fu una delle poche a frequentare la scuola leninista di formazione dei quadri. Ritorna in Italia nel 1944 per partecipare alla Resistenza, come leader dell’organizzazione femminile del partito. Tra le fondatrici dell’UDI, è molto attiva nella battaglia per il suffragio femminile. Viene eletta nel ’46 alla Costituente, quasi cinquantenne: è insieme a Teresa Mattei, l’ideatrice del simbolo della mimosa in occasione della giornata internazionale della donna. Nel frattempo il suo matrimonio finisce, a causa della relazione di Togliatti con Nilde Iotti. Nonostante sia senatrice alla prima e alla seconda legislatura, pian piano viene emarginata dalla vita del partito. Nel 1958 torna a Torino per dedicarsi a suo figlio Aldo gravemente malato di schizofrenia. Si dedicò a lui fino alla sua morte, nel 1979. Una vita intensa e sofferta la sua, come quella di tante altre donne, divise e lacerate tra politica e vita privata, a dimostrare tristemente che per le donne non è mai facile conciliare la dimensione affettiva con quella pubblica. E che per noi la strada è sempre in salita

Per concludere questo breve excursus, e per festeggiare l’8 marzo, ridando parola alle madri fondative, vorrei ricordare Teresa Mattei, Teresita, eletta alla  Costituente a soli 25 anni, conosciuta per aver scelto la mimosa come simbolo della Giornata della donna. “La cosa più importante della nostra vita è aver scelto la nostra parte”. La sua storia è in La Costituente: storia di Teresa Mattei. Le battaglie della partigiana Chicchi, la più giovane madre della Costituzione di Teresa Pacini (Altraeconomia, 2011), con interviste a Luigi Scalfaro e Valerio Onida e uno scritto di Pietro Ingrao, dedicato a Teresa. La sua vita è tesa e emozionante. Nata a Quarto, Genova nel 1921, da una famiglia antifascista, suo nonno è Sigismondo Friedmann, lituano, glottologo che parla ben quarantadue lingue soleva dire: “Uomini imparate le lingue e non farete le guerre”; sua nonna materna, Teresita come lei, è laureata come le altre tre sorelle. Dopo un soggiorno a Milano la famiglia si trasferisce in provincia di Firenze; nella loro casa passeranno Natalia Ginzsburg, Piero Calamandrei, Ferruccio Parri, Giorgio la Pira, Carlo Levi. L’opposizione al fascismo si realizza per strada,  nei luoghi pubblici, e nelle cassette della posta dove verranno depositati volantini antifascisti. Il 10 giugno 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, Teresa organizza una manifestazione a Piazza San Marco, a Firenze e nel ’42, insieme al fratello Gianfranco, aderisce al partito comunista. Durante la Resistenza è una staffetta, mentre suo fratello gappista viene catturato in carcere dove si suicida per evitare le sevizie. Durante la militanza partigiana conosce il suo futuro marito Bruno Sanguinetti, figlio di un industriale filofascista, mentre il giovane è un convinto marxista che “assomiglia a Orson Welles”. Durante un viaggio verso Roma, Teresa viene catturata dai tedeschi, picchiata, seviziata, violentata, viene salvata per l’intervento di un gerarca fascista. Il 3 giugno 1944 è incaricata di far saltare un convoglio tedesco e successivamente partecipa alla liberazione di Firenze. Laureatasi, viene eletta alla Costituente e anche lei fa parte della Commissione  dei 75, di cui è segretaria per l’elaborazione dell’Articolo 3. Si batte per l’inserimento delle donne in Magistratura, a questo proposito è rimasto nella storia uno scambio di battute tra lei e un deputato: “Signorina, Lei vuole ammettere le donne alla magistratura! Ma sa che in certi giorni le donne non ragionano? No, rispose Teresa, ma so che molti uomini come Lei non ragionano tutti i giorni del mese”. Impegnata per il lavoro delle donne, per la costruzione di una società più giusta, per superare gli ostacoli creati dalla mentalità corrente, dal costume, dalla tradizione, pagò sulla sua pelle l’arretratezza culturale che contraddistingueva anche il Partito comunista e i suoi dirigenti. Rimasta incinta di Bruno, il cui precedente matrimonio è in crisi, Togliatti la invita a abortire e l’addita come scandalo per il partito. Teresa, che ha già avuto forti dissidi con Togliatti per la sua linea stalinista, gli risponde: “Le ragazze madri non sono rappresentate in Parlamento, dunque le rappresenterò io”. Anche in questa occasione le donne si scontrano con il perbenismo ipocrita del PCI. Chicchi comincerà a infastidire la nomenclatura del partito e Togliatti la definirà una maledetta anarchica. Bruno e Teresa si sposeranno in Ungheria. Espulsa dal partito nel 1955 perché controcorrente e troppo autonoma, motivazione: “indegnità e politica e morale”, Teresa tornò così al suo lavoro di base, frequentando soprattutto donne da cui diceva di aver imparato la pratica di vita. Con Nilde Iotti non ebbe mai molto in comune sul piano personale. Su una cosa concordavano entrambe: “in politica le donne erano strumentalizzzate”.

Le loro vite rimangono un paradigma di impegno per le giovani, che mi auguro trovino spunti per approfondire queste esperienze.

 

Donne, guerra e resistenza. Una ricerca in movimento.

di Ivana Rinaldi

Negli anni Settanta del secolo scorso, la storiografia della Resistenza incontra la storia delle donne e  fa debuttare la memoria negli studi sulla guerra, come ci diceva Anna Bravo. In una sorta di convergenza tra campi distinti di ricerca – storia sociale – storia orale – storia di genere – l’attenzione si è concentrata sulla soggettività femminile individuando nelle donne un agente di cambiamento nel contesto delle dinamiche sociali e politiche della guerra e del dopoguerra. Si sono analizzati i singoli percorsi esistenziali in relazione al tessuto sociale di appartenenza, alla vita quotidiana, ai mutamenti di costume e di mentalità che il secondo conflitto e l’occupazione nazista hanno prodotto. Non necessariamente esse affondano le proprie radici nella dimensione politica e ideologica, ma possono anche scaturire da elementi contingenti e “privati”. Giovanni De Luna, analizzando i singoli percorsi di vita nel suo Donne in oggetto. L’antifascismo italiano (1922-1939), parla di “antifascismo esistenziale” e mostra come la scelta antifascista sia piuttosto nata da una loro diversa visione del mondo.

In un mio lontano lavoro del 1996 “ Donne e resistenza. Una rassegna bibliografica” (in Storia e problemi contemporanei, n.17, a IX, 1996), sollecitato anche dal cinquantenario della Resistenza, emergeva una gran mole di lavoro, in parte decodificato, in parte da catalogare e interpretare. Tuttavia usciva dall’ombra l’universo femminile nel contesto dell’Italia del ’43-’45 e alla luce degli studi che introducevano la categoria di resistenza civile (Sémeline in Francia, Anna Bravo e Alessandro Portelli in Italia), non necessariamente contrapposta alla resistenza armata, si è potuta individuare la presenza delle donne nel conflitto. Molte sono le partigiane riconosciute, 35.000, 2.750 vennero fucilate, solo 15 ricevettero la medaglia d’oro. Moltissime svolgono un insieme di compiti essenziali alla comunità e per la sua tutela materiale e simbolica. Poche di loro usano le armi accanto ai loro compagni, sia per una certa avversione personale, sia per i tanti tabù, gli stessi che impedirono alle donne di sfilare insieme agli uomini dopo la Liberazione. Eppure alcune rivendicarono la loro scelta di farlo, sentendosi prima patriote e poi cittadine a pieno titolo. Durante i due anni di guerra di Liberazione, donne di ogni età e di ogni ceto sociale, antifasciste, intellettuali, operaie, studentesse, volontariamente si prendono l’incarico di provvedere al trasporto di armi, munizioni, della stampa, a tenere i contatti tra le formazioni partigiane e i comandi, e si impegnano in  tutti quei lavori di cura che appartengono all’esperienza femminile: dare rifugio agli sbandati, cucinare, preparare il pane, curare i partigiani feriti, recuperare i corpi dei caduti e seppellirli.

Ci sono due raccolte di testimonianze femminili che rappresentano uno spartiacque nella ricerca. Il primo del 1976 e riedito nel 2003 con la prefazione di Anna Bravo è La Resistenza taciuta. Dodici vite di partigiane piemontesi, a cura di Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, il quale segna il passaggio da una memorialistica commemorativa, commossa, retorica, alla prima vera e propria raccolta di testimonianze di donne resistenti. Dalle memorie risaltano la spontaneità, il rifiuto del calcolo, la capacità di soffrire, il rispetto dei fatti e dei sentimenti: la generosità, la modestia, la pietà, confermando quello che già aveva intuito Pirenne: i sentimenti influenzano la sfera pubblica, come questa, a sua volta, la sfera privata. I gesti e i sentimenti. Le donne nella Resistenza bresciana del 1990, a cura di Luisa Passerini conferma pienamente questa intuizione. Il lavoro affidato a un gruppo di studiosi e studiose, indica un metodo e un approccio più complesso e raffinato costituito da una griglia per la raccolta delle memorie, dove la parola esperienza è posta a capo di ogni capitolo ad indicare che un nuovo soggetto sociale caratterizzato da una sua diversità entra in gioco nella sfera pubblica e narrativa.

La bibliografia è costituita da numerose tipologie di fonti: scritte, come biografie, diari, autobiografie, epistolari, e orali. Tra queste, potremmo inserire anche i romanzi, primo fra tutti L’ Agnese va a morire di Renata Viganò,  il romanzo di Rosa Mangini, La rivoluzione forse domani, di cui abbiamo parlato di recente su Bibliovorax, edito da Divergenze nel 2019. Tuttavia di qualunque fonte si avvalga, la scrittura sulla guerra e la resistenza ha bisogno di tradurre nell’ordine del discorso la rappresentazione di vissuti, interni e esterni. Nello scenario plurale della guerra il mutamento di attori e ruoli è un elemento caratterizzante come lo è l’andamento narrativo al cui centro si colloca una moltiplicazione delle immagini, in cui si snoda il rapporto tra pubblico e privato, ma anche quello che Luisa Passerini ha definito la dialettica tra eventi e simboli. Il procedere per immagini è in molti lavori di storia sociale il modo più efficace di rendere una memoria spezzata e radicata nel trauma. Con il potere della memoria ci si salva in mille modi: la sofferenza, la paura, vengono allontanate ricordando episodi di tipiche virtù e astuzie femminili: quando si offre un bicchiere di vino al nemico o improvvisando una tarantella per evitare che venga requisito il vino comprato al mercato nero. Qualche volta, è necessario allontanare dal racconto i sentimenti e tenerli sotto controllo, con la funzione di salvaguardare dal dolore risvegliato. La reticenza a dire di sé è ancor più forte, quando si tratta di parlare delle violenze subite sia ad opera dei tedeschi che dell’Esercito di liberazione. A questo proposito abbiamo un lavoro uscito di recente di Marinella Fiume, Le ciociare di Capizzi (Iacobelli editore, 2020), frutto di una lunga ricerca sia negli archivi, ma sopratutto attraverso le voci delle  nipoti di quelle donne che nella Sicilia orientale, raccontano le violenze subite dalle loro antenate, per opera dei Goumiers  (marocchini e nordafricani dell’esercito francese guidati dal generale Alphonse Juin), durante l’operazione militare denominata in codice Husky.

A 75 anni da quei tragici eventi, le giovani hanno contribuito a scavare fino in fondo, a fare “archeologia della memoria” per capire questa moderna tragedia femminile: “perché ricordare significa conoscere e capire e questa è una storia che si è ripetuta e si ripete in ogni secolo e in ogni angolo del mondo” (p.11). Proprio in questi casi la memoria e la scrittura assumono una valenza salvifica, facendo risuonare la voce perduta, producendo visioni e immagini cancellate. In questo movimento all’indietro, la memoria entra in contatto con ciò che la guerra non riesce a distruggere. Se in qualche modo possiamo leggere le singole memorie come espressione di soggettività, possiamo anche interpretarle come una voce corale secondo le indicazioni di Irina Ṧcerbakova che usa la categoria di ipertesto a proposito della deportazione nei gulag: “le memorie (dei lager) sono talmente omogenee, con qualche correzione di carattere geografico e temporale che sembrano quasi perdersi in un unico ipertesto”.

Il discorso vale per le fonti orali, diversi sono gli scritti. Tra  di essi meritano un’attenzione particolare il Diario partigiano di Ada Gobetti, Pagine dal diario di Alba de Cespedés, Dal mio diario di Sibilla Aleramo, In guerra si muore di Anna Garofalo. Tale forma di espressione era riservata per lo più alle intellettuali e antifasciste politicizzate. I pochi testi, divulgati nel dopoguerra erano giunti alla pubblicazione in base a criteri di “rilevanza e dicibilità”. Lo stesso si può dire per gli scritti posteriori: Rivoluzionaria professionale di Teresa Noce (1974) o Un nocciolo di verità di Felicita Ferrero (1978). A testimonianza del rinnovato interesse per il tema abbiamo un recente libro della giornalista inglese Caroline Moorehead, La casa in montagna. Storia di quattro partigiane, in origine The Women who liberated Italy from Fascism, edito in Italia da Bollati Boringhieri nella traduzione di Bianca Bertola e Giuliana  Oliviero. Il sottotitolo “quattro partigiane” fa riferimento a Ada Gobetti, Bianca Guidetti Serra, Silvia Pons, Frida Malan, fili portanti della narrazione. Un libro che ha il merito di far conoscere all’estero un aspetto della guerra a lungo taciuta dagli Alleati, e in Italia, di aprire nuovi sguardi narrativi e di contribuire a cambiare il modo in cui il nostro Paese ha raccontato se stesso. Allo stesso modo, ma non esente da polemiche politiche, il libro di Rossella Pace, Partigiane liberali (Rubettino, 2020).

Con un’attenta analisi di fonti private e d’archivio, l’autrice ricostruisce la partecipazione delle donne liberali alla resistenza, che si realizza nel reperimento di rifugi e di vettovaglie, in lavori di segreteria. Vengono alla luce figure come Cristina Casano che a Roma raccolse attorno a sé numerosi personaggi dell’antifascismo, Mimmina Brichetto, Maria Giulia Cardini, Marcella Ubertelli, Lelia Ricci. Molte di loro ruotano attorno all’organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. Rossella Pace ci dice che queste donne cresciute nei salotti aristocratici scelsero di stare dalla parte della patria, senza nessun dubbio. Lo fecero per lo più con azione ascrivibili alla resistenza civile. Decisero di non prendere armi, ma di appoggiare la resistenza armata. Secondo l’autrice alla fine della guerra,  con l’emergere dei partiti di massa, le liberali finirono nel dimenticaio della Storia.

Ben vengano dunque nuovi studi e ricerche che ampliano il campo della storiografia sull’argomento. Non abbiamo bisogno di opere imbellettate, né agiografiche, né di liturgia, ma l’esigenza di ricostruire i fatti superando gli scontri del dibattito politico.

 

La rivoluzione forse domani- Rosa Mangini-

 

 

di Ivana Rinaldi

La rivoluzione, forse domani, Divergenze 2019 è un libro prezioso per la cura con cui è stato stampato e per molti altri motivi. Il primo: il manoscritto autografo è stato ritrovato dall’editore in un mercato delle pulci in una cartelletta di antica fattura “acquistata per la bellezza dell’oggetto in sé. Aperta e esaminata sul treno mentre rientravo a Milano, ho fatto dietro front per chiedere al rigattiere dove avesse trovato l’oggetto”. (L’editoria non si arrende. Intervista a Pigola di “Divergenze”, Il viandante sul mare di nebbia, 14/11/2018). Avute le informazioni, Fabio Ivan Pigola, ha dato il via alle ricerche: storico, linguistiche e sociali da un lato, e quella più difficile, della biografia dell’autrice, che per molti aspetti rimane ancora un mistero. Questa prima casualità mi ha rimandato al ritrovamento di numerosi scritti di donne, ritrovati per caso su bancarelle sparse per il mondo, divenuti a loro volta libri unici. Il manoscritto vergato a china su fogli di protocollo, datati uno per uno, dal 7 al 16 febbraio 1941, era tra varie dozzine di fogli, rivelatesi prove scolastiche di studenti di ginnasio o di livello superiore, salvato dal tempo e dall’umidità, ci rivela che Rosa Mangini era un’insegnante. Nella cartelletta erano contenuti altri fogli sui erano svolti esercizi di italiano, greco, latino e inglese, la cui firma dopo ogni giudizio era Mangini R. a  fugare ogni dubbio che Rosa fosse un’insegnante, come ci dice Chiara Solerio nella prefazione. Tutte le prove nelle quali la data è leggibile, erano state svolte tra il 1901 e il 1903. Nella cartella, oltre il racconto pubblicato, vi era anche un romanzo andato perso per due terzi. Il mistero sull’autrice si svela attraverso molteplici indizi.

Rosa Mangini.

Rosa è una donna di grande cultura, nata in Prussia, figlia di emigrati della riviera ligure di Levante, che nel 1941 risiedeva tra Costa de’ Nobili e Zenevredo. Nove dei tredici capitoli sono stati scritti “alla Costa” probabilmente in “un luogo caldo e al chiuso, poichè si era a febbraio”. L’autrice conosceva bene i dintorni, il territorio, gli abitanti e i piccoli segreti, e ben sapeva anche dei luoghi limitrofi. Conosceva a fondo anche le realtà “al di là del Po”, quelle col fascino di paesi adagiati su colli ammorbiditi da profili memorabili, colorati da vigne e frutteti (Chiara Solerio).

Dunque Rosa era una donna colta e legata alla sua terra. In un’Italia popolata da donne ancora impegnate nel lavoro contadino, nelle risaie, o nelle manifatture della prima Italia industriale, l’autrice probabilmente nata in una famiglia benestante, ha il privilegio di studiare, conosce il francese tanto bene da interpretare le poesie dei surrealisti, oltre al tedesco, il latino e il greco. Il bagaglio culturale di Mangini si rivela nell’epigrafe dove cita Paul Eluard di La rose publique: “Les hereux dans ce monde font un bruit de fléau”, stampato in Francia nel 1934 e all’epoca sconosciuto in Italia- l’opera di Eluard verrà tradotta dopo molti anni in italiano – così da farci supporre che Rosa ha abitato in Francia, o che avesse rapporti con qualcuno d’Oltralpe. Ad ogni modo, Mangini aveva un’ottima conoscenza del francese e del tedesco: la cartella conteneva oltre al romanzo andato perduto, anche otto pagine in entrambe le lingue, perfettamente padroneggiate. Inoltre l’autrice era mancina, in un’epoca in cui il “difetto” veniva sempre corretto.

Il ritrovamento del manoscritto ha così del “miracoloso”, perché ci permette di riportare alla luce una delle tante figure, nel nostro caso una letterata dimenticata, e restituituirla al cantiere della memoria, particolarmente utile per ricostruire la II Guerra e la resistenza, l’esperienza che meglio riassume la connessione tra pubblico e privato: il conflitto non è solo un fatto di pertinenza dei soldati in divisa, ma è vissuto come rischio e destino comune. Al centro dello scritto, una storia che contribuisce a ricostruire il mosaico della grande Storia. Siamo tra Castel de’ Nobili e Zambredo, due borghi divisi da una fonte di barche tra i salici sul fiume Po, dove la guerra non è arrivata, ma vi sono i Tudesc che circolano,  si respira aria di fascismo con le camicie nere che frequentano le osterie, il conformismo dei più che sceglie il silenzio per paura delle ritorsioni e per “quieto vivere”. Ma c’è anche voglia di cambiamento, due anni prima della Resistenza si sente aria di dissenso, di libertà, di rivoluzione.

“Piegarsi ai fascisti? Mai.”

“Che ci facciamo qui, eh, giochiamo ai cospiratori? Dillo, è solo un gioco per voi? E’ stato solo un gioco?” . “La guerra non è mai un gioco, lo gelò Volpe – uno dei giovani protagonisti del racconto-  e allora io dico repubblica, Repubblica democratica d’Italia. Suona bene eh?”.

“Talmente bene che te la suoni da te”.

“ Io amo la mia terra, sono libero di fantasticare anch’essa libera!” .

“ Tutti quanti sogniamo, replicò Volpe, sogniamo quando abbiamo il pane, e quando ci manca”.

Il breve dialogo riportato è il sunto di ciò che anima alcuni giovani del paese: Michele, il protagonista, il Balussìn, Stalin, il musicista e il più giovane della combriccola, il Paolino “rosso di buccia e di polpa, il Clerici “ dal viso femmineo, anch’egli sedici anni dalla pelle di nebbia e i capelli color castagne, parentado con il podestà della Costa e coi Balossi”, famiglia nota del paese, infine il Volpe, “senatore acculturato del gruppo, iscritto al primo anno di Lettere e Filosofia”.

Tutti però portavano i palmi incalliti dalle vanghe e i travaséi. Al centro, la storia d’amore tra Michele e Melania, “accomunati da nulla”. Lui appartiene a una famiglia di viticoltori di là del Po, lei è figlia di una perpetua, ospite dei Balossi, la famiglia più numerosa di Costa de’ Nobili. A differenza del giovane , Melania è colta, brillante, autonoma nel pensiero, conosce Dante e la storia. Accanto ai due, ci sono le braccia dei contadini, le “gambe dei ragazzi sempre in movimento”, anziani che passano gli ultimi anni tra orti e osterie, pronti a dare le loro residue energie all comunità. Seppure in un’Italia stremata, i giovani credono che ci sia ancora lo spazio per un’evoluzione collettiva, per traguardi più civili, e soprattutto spazio per combattere il pensiero unico del fascismo, rappresentato nel racconto dalle camicie nere che circolano nel paese. La rappresentazione del fascismo è nitida, poiché Rosa Mangini lo conosce alla perfezione. Il malessere si esprime nell’ubriacone che “soffre di esistere” o nella donna che “ha male ai pensieri”. Ma la speranza è ancora viva nei giovani: “la poesia non basta leggerla, devi saperla vivere”, e non puoi che viverla nei sogni e nella realtà, per conquistare un mondo migliore. Per farlo, bisogna contrastare la propaganda fascista e beffare il nemico, con piccole storie di resistenza, ricorrendo alla propoganda clandestina, con l’aiuto di un tipografo complice di Pavia, tanto per far sapere al paese chi sono i fascisti, i traditori, coloro che vogliono vendere le terrre ai Tudesc. “ Stampa o no, la voce si era già sparpagliata da Pietra a Zavattarello e questo perché si vive più forte quando si tiene a vista il nemico, e i vinai non sono gente incline a distrarsi”. C’è desiderio di liberarsi dei fasci, dei tedeschi, del re, e soprattutto di “bella rivoluzione”.

“ E allora morte ai tedeschi e strappate le camicie nere, viva le rosse piuttosto a petto ignudo”.

“ E quella non è rivoluzione? ” Fece notare Stalin. “Macché, è filosofia”.

“ Filosofia?”.

“La nostra. Se domani scoppia la rivoluzione, pure tuo padre prende lo schioppo e tira a camerati.”

“ Se i tedeschi vincono ci mettono sotto, stiamo peggio di prima però viva i tedeschi”.

“E se arrivano i russi e ci mettono sotto, maledetti i tedeschi matti da legare, è tutta colpa vostra, ma viva i russi che ci hanno liberato, tanto noi stiamo peggio di prima”.

“Coi regimi”

“ Oh, forse l’hai capito. Solo con quelli. La rivoluzione col furcon e i travaséi non la fai se c’è il re”.

“Forse lo cacciamo, rinfocolò Stalin”.

“ Sì, forse domani”.

“ Domani no, ma…”.

“E neppure domani l’altro”.

Nel breve dialogo, vi è e il desiderio e il disincanto di questi giovani, che l’autrice ha saputo cogliere, per quello che potrebbe essere, ma non è. La loro forza va oltre la gioventù che per natura li porta al ribellismo, a quella carica rivoluzionaria che si esprime attraverso l’ironia, lo scherzo, lo sberleffo, armi che gli avversari non posseggono, “per loro resistere significa tornare a esistere (re-existere), riaffermare lo slancio vitale sopraffatto da chi domina, inquadra delimita, reprime, e infine conquista l’etica e l’ambiente (Marco Vagnozzi). Tra i protagonisti del racconto vi è infatti la terra:

“La terra è madre, toglie la fame e la sete:le cascine hanno le aie, le stalle, i granai; i palazzi di città non sanno dove mettere i polli, i conigli, i porcelli, dove piantare le zucche, i broccoli. Cosa mangia chi le abita?”.

“In campagna vi è chi rivolta la polenta sul fuoco “ guarda che fumella!” .

“Alla polenta si fa venire la schiena color dell’oro e righe scure di brucio, croccanti, dipende se la fai sulla piana della stufa o del trippiede”. Le città sono invece invase di automobili, fabbriche, edifici .

“E non è bello, replicava Melania al nonno?”.

“ E’ bello se andate a fare una gita, era bello per chi ci andava a lavorare. Ma oggi la città non va alla campagna per per lavorare la terrra, ma per fare le case, e i signori una casa ce l’hanno già, anche due, tre, quattro”.

Il racconto si snoda con la terra che fa da sfondo, sempre presente nella sua bellezza e nel suo legame con chi la abita, come nelle pagine più intense di Pavese. Nelle pagine del racconto, sottolinea Vagnozzi nella postfazione, troviamo così l’idea di un falso progresso che rischia di mangiarsi il mondo  quieto e equilibrato dei piccoli borghi, e rappresentato dal contrasto tra quel mondo e le aree urbane dominate dal cemento e dall’architettura fascista. Un tema che ritroveremo anche in Pasolini. Non si tratta di nostalgia del passato, ma della nostalgia di un luogo naturale, dove gli individui, uomini e donne, giovani e anziani, possano far germogliare e esprimere la loro sensibilità nella più intima comunità sociale.

La lingua di Rosa Mangini è ricca di espressioni popolari, vivaci, semplice, come i protagonisti, sfiora l’”alto” e il “basso” con leggerezza, disinvoltura e sapienza. Predilige il discorso diretto attraverso il quale  dà voce alle sue craeture letterarie e al contempo vivissime. Nelle descrizioni, l’autrice usa  una lingua che ha un  che di aulico senza mai essere retorica.

La rivoluzione forse domani, un bel libro da leggere.

 

Ivana Rinaldi

Laureata in storia, presso la facoltà di Scienze politiche all’Università di Camerino, insegna al Trinity College- Rome Campus.Si dedica da anni alla ricerca storica, con una particolare attenzione alla storia delle donne nell’Italia contemporanea, e ha pubblicato saggi su “Donne e fascismo” e “Donne e resistenza”. Ha collaborato e collabora, oltre che con Leggendaria, con varie riviste: Storia e problemi contemporanei, Società e storia, Differenza donna; LetterateMagazine, Gazzetta filosofica.