
Roberta Torre in un ritratto di Laila Pozzo
di Annachiara Monaco
È sempre difficile definire una persona, soprattutto quando il gesto insito nella sua arte è strettamente connesso all’abbattimento di ogni barriera.
Roberta Torre si definisce “un’alchimista delle immagini”, e questa sarà l’unica anticipazione che farò della nostra intervista, nata dall’esigenza di condividere un’arte che si muove tra le immagini, le costruisce, le scompone, senza seguire un ritmo definito, ma assecondando quello della vita, indissolubilmente legata alla morte.
Il cinema di Torre si dà in pasto all’umano, in ogni sua forma, che intona cori che, nell’’anticipazione del buio, rivelano una luce vivificatrice.
Nella nostra breve chiacchierata, Roberta Torre ha raccontato il suo modo di vivere le immagini, che prendano forma sulla pellicola o in scena (ricordiamo che attualmente è la direttrice artistica del Teatro Pirandello di Agrigento), partendo dai titoli di alcuni dei suoi lungometraggi più noti.
Lo scopo dell’intervista è quello di mettere ancora di più in evidenza come Torre rivesta un ruolo di particolare rilevanza all’interno di un panorama culturale in continua mutazione, dimostrando come il cinema, il teatro, e, dunque, l’arte nella sua trasversalità espressiva siano ancora chiavi di decodifica imprescindibili per accedere alla conoscenza del reale.

Roberta Torre in uno scatto di Laila Pozzo
Gentile Roberta, se potesse avere la possibilità di presentarsi per la prima volta, in che modo lo farebbe? Le pongo questa domanda, non tanto per rompere il ghiaccio (per quanto il suo cinema si pone, in un certo senso, come frattura visiva e di coscienza, ma ci torneremo più avanti) quanto per inserirci in un dialogo in cui la parola, in ogni sua forma, possa trovare una dimensione espressiva che procede per colate.
Mi definirei un’alchimista delle immagini, che usa strumenti come la luce la musica e il ritratto per raccontare quello che interessa a tutti: le storie.
Ci troviamo in un periodo storico in cui la figura femminile è sottoposta a numerose suggestioni, spesso storpiature e forzature, che spingono la parola a svilupparsi nel silenzio. Ed è qui che penso si inserisca il ruolo della regista. Lei sente che il cinema sappia come accogliere la donna, oppure la rivendica semplicemente riportando delle percentuali, volte a catturare l’attenzione e a far credere si stia cercando di rimediare alla disparità tra quest’ultima e l’uomo?
Dobbiamo distinguere quello che è “moda” o “trend” da quelle che, invece, sono reali istanze che riguardano il femminile. Sicuramente, la narrazione del femminile è stata, per secoli, ostaggio dello sguardo maschile e, come si sa, chi ha potere racconta la storia come più gli fa comodo. Questo, da sempre, avviene e non solo nel cinema. Direi che, quindi, è una questione di potere dello sguardo. Il cinema in sé non accoglie né respinge, è chi il cinema lo dirige, lo sceglie e lo produce che definisce la narrazione sul femminile. E su questo si deve lavorare molto ancora. Moltissimo.
All’interno della sua filmografia la Sicilia funge da terra di approdo, un bacino di confessioni profane, immerse in colori saturati e, talvolta, chiassosi come le voci che ospita. Che valore ha per lei questa terra e perché, a suo parere, diventa un canovaccio dove la vita in ogni sua forma trova una redenzione, quasi pagana? Continua a leggere