“Scrivere al buio”: Intervista a Mirko Zilahy

 

Un ritratto dell’autore Mirko Zilahy

di Andrea Comincini

Mirko Zilahy, nato a Roma nel 1974, ha conseguito un Phd presso il Trinity College di Dublino, dove ha insegnato Lingua e letteratura italiana. Collabora con il Corriere della Sera ed è stato editor per Minimum fax, nonché traduttore letterario dall’inglese ( tra i tanti titoli, il premio Pulitzer 2014 Il cardellino di Donna Tartt e il celebre bestseller Mystic River di Dennis Lehane)

Debutta nel 2016 – quest’anno si festeggiano i dieci anni!  – con un thriller mozzafiato: È così che si uccide, tradotto in molte lingue e con una diffusione internazionale, tanto da renderlo subito uno degli scrittori più interessanti del panorama italiano. Prosegue trionfalmente con altri due libri che segnano una svolta nel genere: La forma del buio e Così crudele è la fine, dove abbiamo una Roma che assomiglia alla Dublino di Joyce, descritta passo dopo passo, rione dopo rione, e rivelatrice di un lato oscuro e insolito della capitale.

Dopo la Trilogia del Caos arriva L’uomo del bosco, un thriller ambientato a Civita di Bagnoregio, la città che muore. Altro successo e rinnovata curiosità da parte di critica e pubblico per la sua poetica letteraria.

Reduce dal meritato successo, Zilahy si prende una pausa dal genere e si dedica a un romanzo lirico e autobiografico, mostrando di essere anche in questo scrittore fuori dagli schemi: esce Nostra signora delle nuvole (2023) candidato al Premio Strega 2024, e qui raggiunge vette liriche incredibili mostrando la sua versatilità di scrittore.

 

 

Nell’anno appena passato riprende a investigare nel cuore nero di Roma. Difficile pensare, dopo 5 libri così potenti, di ricominciare con la stessa verve, e invece Zilahy non solo torna alla grande – vince premi letterari e il libro vola nelle classifiche – ma addirittura scrive forse uno dei suoi testi più enigmatici e oscuri, dove filosofia, psicanalisi, arte e scienza si intrecciano, e la storia viene raccontata attraverso uno stile che rivela una maturità eccezionale. La stanza delle ombre, edito da Mondadori, è il suo ultimo lavoro.

Abbiamo incontrato lo scrittore, e gli abbiamo posto alcune domande: Continua a leggere

Le Pentite – Sarò per te veleno e cura –

Le Pentite. Sarò per te veleno e cura - Francesca G. Marone - copertina

di Antonina Nocera 

La parola farmaco ha un’etimologia interessante, in quanto è una vox media, il significato oscilla tra qualcosa che apporta beneficio e al contempo qualcosa che può uccidere, il “Pharmakon” (φάρμακον). Questa natura liminare, tra beneficio e veleno, ne acuisce le proprietà, e ne potenzia anche concettualmente il senso.

Quando ho letto il titolo dell’ultimo romanzo di Francesca Marone, “Le pentite- Sarò per te veleno e cura”,  ho pensato che l’autrice, al secondo romanzo questa volta per  i tipi di Les Flâneurs edizioni,  volesse condurci in una strada impegnativa, non lineare, ma giocata su questa liminarità, doppiezza semantica che ho subito assunto come chiave di lettura dell’ultimo lavoro.

Di strade, in realtà ce ne sono tante: la malattia, la memoria, il potere della cura sui corpi, la gestione del dolore mentale. Non era semplice confrontarsi con questi temi “maestri”, senza rischiare di creare un guazzabuglio di  linee narrative  dove le idee  avrebbero potuto confliggere con la capacità delle parole di domare e addomesticare.

Marone ha una penna salda, che incanala questo materiale dentro una struttura a incastro: chiama a raccolta una storia antica, attinta dagli archivi dell’Ospedale degli Incurabili,  antico sanatorio napoletano fondato nel 1500. La riesuma, quasi come una negromante di anime silenti, per fare parlare storie sopite, e farle vibrare all’unisono su una nota, quella della verità scalciante, rotti gli indugi e i tabù, e soprattutto le imposture della storia che spesso restituisce storie epurate.

Interseca un piano temporale passato con quello del presente, affidato alle  voci narranti tra cui quella di Giuseppe, alter ego di Giuseppe Moscati, medico vissuto negli anni ’20 , dalla personalità fragile, incline alle crisi depressive, ma con una grande sensibilità, quasi “medianica” ; poi Federica, studiosa che apre una breccia nel passato da cui scaturiscono le ossessioni di un passato rimosso e Maria con il suo bagaglio di storia tossica con un uomo violento.

Quella di Federica è una vera e propria catabasi, un viaggio negli inferi, nelle viscere di un dolore che una volta esplorato  metabolizzato, le permette di “guarire”, come ogni farmaco, come l’abisso del mare di cui non si conosce il fondo:

Da bambina non aveva mai imparato a nuotare, una vergogna per i suoi genitori. Ma niente da fare, l’idea soltanto di non sentire la sabbia sotto i piedi le faceva venire il panico. Quel blu profondo attraverso cui non riuscire a intravedere il fondo era un tunnel senza uscita per lei. Ancora adesso, al pensiero di cadere in acque profonde, si sentiva soffocare come se le potessero stringere la gola con la garrota. Come se potesse precipitare in un pozzo scuro, puzzolente, senza mai poter toccare il fondo con i piedi.

La storia si insinua tra le pieghe di un passato lontano, nell’Ospedale degli Incurabili venivano internati i malati ostili alle cure. Emblematica è la voce di Albina, una ragazza che fu internata  presso la casa dei matti con la diagnosi di “ delirio melangolico cronico profondo, con squilibrio della meccanica delle idee, inclinazione ossessiva alla pratica canora e insufficiente capacità di parola”. Un probabile disturbo depressivo che fu “curato” con l’isolamento  e con torture fisiche “riabilitative”.

Ancora Elisa, “una delle più belle prostitute della Sanità, una pelle come un’oliva e un profumo di zingara venuta dal mare”  che fa ancora i conti con la violenza, ancora più subdola e feroce, perché “istituzionalizzata”. Lei e Albina, si riconoscono nel dolore

“Con la mollezza dell’animale, in un curioso ma timoroso avvicendarsi al mondo, si accostarono l’una all’altra.”

Vivendo uno sprazzo d’amore in quel lager di folle violenza. Lo sanno loro, lo sanno tutte  le Pentite che  La salvezza non è mai a buon prezzo, perché le cicatrici recano un segno indelebile e rigenerarsi è davvero un lavoro faticoso, un immenso fardello di esistenza che solo pochissime riescono a portare sulle spalle.

Un ritratto di Francesca Marone

 Marone si conferma abile esploratrice di storie in cui il nucleo sentimentale ha un peso specifico forte, riguardando in un certo senso, legami archetipici già esplorati nei lavori precedenti, come il rapporto con il  padre, la violenza e l’abuso, le dinamiche familiari e sociali opprimenti e alienanti. Si apprezza soprattutto la capacità di gestire questo materiale con una lucidità  clinica senza indulgere in patetismi e sentimentalismi tipici di una cultura del dolore che caratterizza certa letteratura contemporanea.

Le storie delle Pentite riannodano un filo con la storia, con donne che hanno subito violenze, abusi e torture fisiche e psicologiche, una microfisica del potere che si perpetrava soprattutto attraverso la disciplina dei corpi delle donne etichettate come scomode e “fuori dalla norma”:

Erano le Pentite. Una volta varcata la soglia dell’ospedale, non sarebbero uscite mai più. Invecchiavano, trascinando i piedi e svuotando bacili di uomini che, pure se ammalati, non resistevano alla tentazione di infilare le mani sotto le vesti. Pur sapendo che quelle donne avevano la più terribile e implacabile delle malattie dell’epoca.

In un dialogo asincrono con la storia, omaggia la recuperata tradizione del romanzo storico contemporaneo, penso a Sciascia nel racconto La strega e il capitano che recupera una storia del ‘600 per interconnettere le imposture e le ingiustizie del passato, riverberate  nella storia di Caterina Medici, con quelle del presente.

Viene così giustificata la struttura a incastro del romanzo che appare un po’ frastagliata e farraginosa nelle primissime pagine ma che si dipana via via in un crescendo di storie di vita interconnesse attorno al grande tema dell’amore che cura e da affanno, che avvelena dolcemente e che può essere la più grande menzogna e la più dolce cura.

I sotto-temi, tantissimi e di grande importanza, la fragilità, i rapporti tossici, la manipolazione, la solitudine, la depressione sono il corollario di una storia che  infine  si illumina di una verità, che ogni dolore, anche il più grande e il più spietato può mutare e diventare una forza, una grande opportunità di rigenerazione interiore e di  trasformazione.

 

 

Montalbano emigrato da Agrigento a Ragusa. Storia di una mala parte!

 

di Vito Lo Scrudato

La scrittura delle inchieste del più noto Commissario di Pubblica Sicurezza d’Italia è stata localizzata, all’atto dell’immaginazione e della stesura della narrazione, nel paese marinaro di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, tanto vicino alla città dei templi, da costituire un’unità urbana funzionale tra il capoluogo collinare e il porto, quest’ultimo a tradizionale vocazione commerciale.

La location della serie televisiva, invece, ha messo in campo le bellezze ineguagliabili della provincia di Ragusa, luogo dotato, da madre natura e dalla sua laboriosa gente, in modo strepitoso, di paesaggi rurali e urbani, di vedute, di ricercata e solare bellezza.

Le campagne ragusane sono costituite da una dolce teoria di colline verdi, per la maggior parte dell’anno, e poi pittoricamente ingiallite dalle restucce estive, tratteggiate dai muri a secco a sezione piramidale, arrotondate in cima, e decorate con maestria dall’inserimento di frequenti carrubi dalla chioma verde scuro, ampia e folta, come capelli cotonati.

A completare in modo ideale il paesaggio sono poi presenti le masserie e i palazzi nobiliari, che, oltre che belli di un’architettura antica, funzionale ed elegante, sono la testimonianza della cura, dedizione e capacità di innovazione agraria che caratterizzò la classe dirigente del passato nella Contea di Modica.

Tale concetto viene ben ricostruito da Luciano Ricceri:

“In Montalbano abbiamo avuto anche la fortuna di trovare sontuosità nell’architettura e negli interni, che non è poco. Questa regione del Sud condivide con l’Inghilterra una particolarità, che è quella dell’istinto alla conservazione. Qui un antiquario farebbe affari d’oro – e in effetti qualcuno li ha fatti – perché esiste ancora una grande quantità di ville piene di mobili di famiglia tramandati di generazione in generazione di cui i proprietari hanno voluto conservare tutto, anche dopo essere andati a vivere in abitazioni moderne. Così, masserie, ville e palazzi sono ancora com’erano un tempo: non c’è nessuno che abbia voluto ammodernare, semmai si è optato per un restauro. È gente che prova piacere a conservare le cose in maniera perfetta, ad averne cura. Un gusto che ho trovato appunto solo in Inghilterra, dove le persone dipingono e ridipingono e smaltano continuamente, con la massima attenzione” (L. Ricceri, “Alla ricerca di Vigàta”, in “Micromega – Camilleri sono”, 5/2018, p. 109).

 

Gli assetti urbani del ragusano sono fortemente e ancora felicemente segnati da quel barocco, unico, equilibrato, armonico e senza eccessi, il frutto, paradossalmente prelibato, prezioso, celebrato, di un’immane tragedia, come fu il terremoto del 1693. Oggi Ragusa Ibla, Modica, Ispica, Scicli, oltre che nutrimento raffinato di appetiti estetici, sono ancora la testimonianza di qual era la vivacità economica e culturale di quella Sicilia del passato.

Le chiese e i palazzi e le generali concezioni urbanistiche di quella illuminatissima nobiltà e di coraggiosi ordini religiosi, ci sorprendono oggi, stupiti e frastornati, preda di colpevole oblio (il rimbrotto vale solo per noi siciliani), oramai insufficienti al compito di ridare vigore e sviluppo alla nostra Isoletta, centro del Mediterraneo, lungamente centro del Mondo, oggi legittimamente ridotta da Sciascia e Camilleri a metafora di tutto il duro esistere degli uomini del mondo globalizzato. Continua a leggere

Animali bianchi di Cristina Caloni

In natura gli animali bianchi sono considerati un’anomalia. Il gene del mantello bianco determina la loro marginalità. Questa condizione li espone a una maggiore vulnerabilità nei confronti dei predatori. Al contempo, questo essere neutri, li rende unici, incomparabili, non classificabili secondo i consueti parametri.

“Gli animali bianchi sono diversi dagli altri, hanno un’ anomalia nei loro geni, una mancanza che rende faticoso il loro adattarsi alle abitudini e alle regole condivise.  Se esistessero gli angeli avrebbero probabilmente quelle fattezze “

Una metafora  molto centrata, quella che Cristina Caloni sceglie per il suo secondo romanzo “Animali Bianchi” per i tipi di Golem

 Un cambiamento cromatico netto, rispetto al  primo romanzo, dove prevaleva il nero, come atmosfera, ambientazione, latitudine emozionale. Se nello spettro cromatico il nero assorbe i colori, il bianco li  riflette tutti, diventando un contenitore invisibile di mille modalità. Contiene in potenza  il maschile e il femminile e le  sue  forme intermedie, frantuma l’esistenza nelle mille possibilità.

I colori che sono dentro,  come imprigionati, erompono quando è il momento di toccare il rosso, il viola, il blu, il fucsia.  Assorbono il male, il bene, le contraddizioni in un mondo dove la moralità è appunto un possibile colore dell’essere dei sette animali bianchi che animano la scena di questa estenuata storia antiborghese.

Fran è certamente quella che incarna i personaggi preferiti di Caloni, maledetti, estremamente dandy in un senso più contemporaneo, tra bollicine di champagne e concerti rock, locali fumosi e auto di lusso.

Essere androgino dotato di un fascino che centrifuga tutto quello che le gira attorno, Francoise, “Fran” è Ulisse e Penelope assieme, il viaggio e l’attesa, il maschile che scommette il destino, il femminile che attende in astuta attesa e con intelligenza multiforme si barcamena tra le tregende del caso. Sin dall’incipit del romanzo,  il vagheggiamento omerico del viaggio del ritorno spalanca la trama diffusa del romanzo in una possibile epica del presente dove riconosciamo i sempiterni sentimenti che ricongiungono i sette animali bianchi: Neva,  Amen, Amelia, Ivana, Lucy, Fran:

La nave era un enorme gioiello incagliato che luccicava e ansimava, un  insetto meccanico che esalava gemiti metallici, nobilmente sdraiato sul suo fianco destro in un mare tranquillo dai bagliori dorati.

Inizia tutto con  un naufragio, saltato alle cronache italiano di qualche anno fa;  Neva che parla per prima è vittima del suo analogo simbolico,  un naufragio esistenziale, fa l’inventario delle macerie, quelle della Costa crociere inabissate, le sue ancora galleggianti nella psiche.

 Nelle frange sterminate delle personalità degli animali bianchi, perfette e misteriose come i frattali, ognuna contiene l’altro da sé in un drama queer che ci porta al cuore di una questione soprattutto umana, prima che di genere,.

Quante volte siamo uomini e donne indipendentemente dal nostro genere di appartenenza?  Quante volte incarniamo lo stereotipo, quante volte lo scardiniamo? “Eravamo animali albini usciti dai sotterranei per sconvolgere i perbenisti” rimane quell’esigenza di rompere le barriere, un salto nel buio che il motore di tutto, l’animale principale Fran non riesce ad abbracciare completamente, circondandosi di feticci da ricconi, fino al trash, all’esagerazione compiaciuta:

Fran si era trasformata nella superficie levigata e innocua delle cose, ogni angolo smussato, ogni ombra fugata. C’è chi è disposto ad accettare pesanti compromessi, a pagare qualsiasi cosa pur di arrivare in alto: rinunciare  a se stesso in nome dell’apparenza, piegarsi e vendersi all’ideale del potere come se fosse tutto uno scherzo, un gioco

In questo mondo che tanto mi ricorda  gli anni novanta delle supermodel di Altman, mischiati con lo stile grunge-chic di Caloni, mi sembra di scorgere una scrittura che riesce a stento a trattenere l’emotività, – qualche volta questa si frantuma letteralmente nelle scene parossistiche –  dove gli umori mascolini e femminili, a dispetto di ogni categoria, conflagrano. Animali bianchi che annaspano tra le gabbie di una società giudicante e il loro vitalismo sfrenato, sessuale, o più semplicemente umano.

Nel raccordare questi intensi quadri umani, Caloni si conferma scrittrice colta e attenta alle suggestioni musicali, estetiche in senso lato: una sensibilità che raccoglie il vissuto, lo incasella in una cornice precisa, in un’atmosfera culturale, entro la quale agilmente compone canzoni, riflessioni, abbandoni nichilisti,  amori amari, tragiche morti consumate sulla spider a suon di Metallica: ampie le  citazioni musicali sempre precise e coerenti, non sono un ornamento ma la colonna sonora delle vite, esattamente come sarebbe nel montaggio di un  film, con tempi e scansioni perfette.  Ha i sensi acuiti, Caloni, e la sua è una scrittura che si deve prima sentire, senza alcuna forma di pregiudizio.