Altro da Palermo- di Michele Burgio

di Antonina Nocera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ammiccante già dal paratesto  – una copertina che incrocia tre R negli spigoli di una figura geometrica  – il nuovo romanzo di Michele Burgio, per i tipi di Ianieri edizioni inaugura una cifra più esistenziale e ruvida, che tocca corde intime, sapientemente dosate da una scrittura elegante e mai eccessiva, lontanissima dall’espressionismo monocorde di certa letteratura contemporanea, avvinghiata a pratiche autoreferenziali, in odore di psicodramma, di confessione egotica.

Burgio intreccia tre storie, incastrate nella struttura “a scatola cinese” in cui  le vite di  tre uomini il cui cognome inizia per R si trovano a collimare per caso, come spesso accade nella vita, nel flusso degli eventi di cui non abbiamo nessun controllo. Rizzica, Ruvolo, Romanò sono tre personae nel senso originario del termine, tre maschere di  un unico atto scandito in tre momenti, dove una voce onnisciente, cui è affidata la narrazione, scandaglia i passaggi salienti delle tre personalità, caratterizzate da un’attitudine raziocinante e meditabonda, ciascuno a suo modo, chi per la strada della dissimulazione, chi per un’autoconfessione scomoda.

Il  magistrato Rizzica vive la parte sbiadita della sua esistenza, quella che si affaccia  come le nubi livide di un crepuscolo, dopo il fulgore della carriera, delle tangenze scomode, della giustizia che deve fare i conti con quel sottobosco di connivenze, imposture, brogli e pasticciacci di un’epoca non troppo lontana, quella degli anni novanta, quando essere magistrato a Palermo era una scommessa con la vita, in guerra con un nemico che stava ovunque, ma che era indicibile, indecifrabile, o volutamente ignorato.

Esiste un riferimento storico che ha ispirato la storia di Rizzica –  ci tiene a dire l’autore – e mi pare di intravedere anche una fisiologica vena “sciasciana”  ad accompagnare la storia  di un errore giudiziario, che travalica le aule di giustizia per diventare microstoria, nelle vicende del figlio di un povero cristo divenuto pedina di un potere maligno di cui ignorava gli ingranaggi.  Fa capolino  il Riches de  Il contesto sciasciano, come rimando concettuale, sebbene qui con tutt’altra tempra e riferibile a questo tipo inusitato di “uomo di tenace concetto”, che a suo modo è il magistrato Rizzica:

“vedi Pietro, io ho molto rispetto per il tuo dolore. L’errore giudiziario è ciò in cui nessuno di voi vorrebbe incappare, e quando succede, è per noi stessi una sconfitta, un tormento. E’ come una malattia che non ha ancora, di cui hai il terrore di ammalarti,  e dalla quale cerchi di sottrarti. Fai di tutto per evitare le abitudini sbagliate, ti nutri al meglio, pratichi il giusto sport. Poi c’è un momento in cui non sai come, ma qualcosa va storto. […] Credi veramente che un professionista sbagli volontariamente?”

Con lo stesso scandaglio privo di indulgenze, Burgio interseca la storia di Anna, (domestica del magistrato Rizzica)  e del professore Ruvolo. Qui, la storia si avviluppa intorno a un vagheggiamento erotico, ma più di intelletto in verità, in cui la più classica delle situazioni, si screzia di inaspettate sfaccettature; il setting è quello scolastico,  delle scuole serali, frequentate da studenti lavoratori, spesso adulti che non hanno potuto completare gli studi ordinari. Ruvolo la osserva, la segue, la  immagina sua,  tenta la  seduzione con la goffa improntitudine dell’inetto (più Saba che Pavese) e ne esce sconfitto, irrimediabilmente:

“nel frattempo, nascosto dalla vetrata del bar, riusciva a ritagliarsi del tempo per rimuginare senza sosta. Tracciava bilanci,  ripercorreva gli errori della sua vita, mandava giù insoddisfazioni.”

Il gioco abile di Burgio è quello di mascherare gli intenti dietro il paravento del professore imborghesito che fa il suo dovere, timbrato il cartellino delle pratiche coniugali; dietro gli argini di una tollerabile normalità, delinea, con efficaci e brevi pennellate, il mostro riprovevole. Viene qui in soccorso un altro elemento del paratesto, in questo caso l’esergo del romanzo nella citazione di  Claudio Lolli: “nessun uomo è un uomo qualunque”.

Intento a rinverdire un’esistenza bolsa e ingrigita, il professore è la pedina di un meccanismo di violenza sottaciuta e passiva che alligna segretamente, come nel sottosuolo dostoevskiano dove l’impiegato più ordinario diceva:

ci sono cose nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela neanche agli amici, ma solo a se stesso,  e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare perfino a se stesso.

 

Prende l’abbrivio la terza storia, inanellata con un fulmen  in cauda alle due precedenti: entra in campo Romanò, portiere dello stabile da cui tutto ebbe inizio. Un altro spaccato dei costumi nostrani, del “tipo” di pratica cui abbiamo probabilmente assistito, volenti o nolenti, nel corso della nostra vita: lo scambio di voti e favori raccattati tra la gente nomale, quella che crede nel sogno della raccomandazione  salvifica e che poi viene abbandonata a sé stessa.

Romanò ci crede, fortemente, fino alla fine, che quel politico altisonante possa cambiargli la vita. Invece, sarà il destino, o quell’incrocio maledetto di R – che è la vita – a fornirgli la risposta.  Si ha la sensazione, a leggere questo romanzo tripartito, che il riscatto sia possibile a condizione di accettare la vita dentro la morte, come prescriverebbe il senecano morimur cotidie.

L’inversione dei termini esistenziali dei personaggi di Burgio:  l’eros come antidoto alla morte di Ruvolo, l’etica del sacrificio come extrema ratio di Rizzica  e  il lasciarsi vivere degli inetti alla vita di Romanò, rendono questo romanzo ruvido, scomodo nelle intenzioni, nell’indagine lucida e veritiera degli abissi umani.

La scrittura di Burgio, elegante, ricca di termini inusitati per questi tempi di barbarie linguistica, opera per sottrazione: niente esagerazioni, con la sua prosa lenta e possente che concede sul finale delle increspature, vergate con un’ attitudine gnomica, che non prescrive, ma suggerisce.

Ultima,  ma non certo per importanza, la città di Palermo, vero e proprio quarto personaggio del romanzo, che erompe in immagini vere, intense, del tutto prive di edulcorate lambiccature, anni luce dalla patinata Palermo felicissima, la città dell’inciampo, tra rancore e sottomissione, come direbbe Bufalino, illuminata in frammenti dipinti alla maniera del testo pietroburghese, dove il riscatto e l’abisso si alternano furiosamente, senza concedere respiro.

Una Palermo che ha cambiato volto, nel tempo che mostra le sue cicatrici senza pudore, che vive di soglie, limiti impensabili per qualunque altra città, come quello dei quartieri bene, separati dai bassifondi da pochi metri di cemento, dalla fatiscenza e della bellezza dei vicoli, degli odori, anche nauseabondi, mischiati agli effluvi miracolosi degli intingoli agrodolci. È la Palermo metafisica dei fantasmi agostani, quando si spopola e tutto appare spettrale, e ci si rende conto che quella stessa umanità brulicante che la uccide, viene a sua volta divorata. Lontano dai fulgori, il quarto personaggio è quello che diviene metonimia assoluta di uno stato del vivere, che brilla di quella luce indecisa e abbacinante che noi sappiamo.

La rivoluzione di Olympe. Intervista a Sarah Ile Belmonte

di Ivana Margarese e Nina Nocera

Nina: Il tuo ultimo romanzo La Musa Scarlatta ruota attorno al personaggio di Olympe de Gouges, donna dallo spirito indomito e passionale, scrittrice e attivista francese vissuta nella seconda metà del settecento che si batte pere la causa delle donne, degli esclusi, degli ultimi della società . Olympe è un personaggio realmente esistito, conosciuto, come dici nelle note finali del libro, in un testo universitario. È una delle tante donne che hanno contribuito alla lotta per i diritti femminili e che sarebbero rimaste sconosciute se qualcuno, come hai fatto tu, non avesse dato loro la possibilità di rivivere in un romanzo. Qual è la genesi di questo personaggio e cosa hai aggiunto – direbbe Manzoni- al dato storico per creare una storia così avvincente?

 R: Quando ho capito che avrei voluto dare voce a de Gouges, mi  sono accollata la responsabilità di non snaturare la sua potenza  immaginativa e di non sminuire il suo pragmatismo. Pragmatismo e immaginazione non vanno certo sempre di pari passo, ma per un personaggio così tondo era necessario trovare un equilibrio. La genesi non è stata semplice, frutto delle letture di tutti i libelli politici che sono arrivati ai nostri giorni, ove possibile in italiano, altrimenti in inglese e francese, è stata una lunga chiacchierata col passato.

Le letture mi hanno restituito una donna, pensatrice, attivista, colta, che aveva una visione precisa di quello che stava succedendo alla Francia del suo tempo. Non è stata semplice neppure la gestione del suo animo impetuoso e ribelle, ma una volta compresane l’umanità, quale filo conduttore del suo pensiero e della sua lotta, tutto è diventato più chiaro.

Olympe, o meglio ciò che la storia ci ha dato di lei, per anni ha sofferto dietro al giudizio troppo affrettato di chi ne voleva fare una ‘bandiera al vento’, perché nasce monarchica e muore repubblicana, ma studiandola ho compreso che le sue scelte erano figlie di un cambiamento richiesto dalla stessa Rivoluzione. 

Ho aggiunto ciò che non passa dalla letteratura politica e politologica ovvero le fragilità, le passioni, gli ardori di una donna, le preoccupazioni di una madre. Se la si legge, qua e là si trovano pezzi di lei come donna, essere umano, e raccontarli, immaginarli, crearli, è stato un momento molto bello del processo di scrittura.

È proprio questo il senso del ‘dar voce’ a un personaggio realmente esistito, farlo vivere senza snaturalo.

 

 Ivana: Olympe de Gouges  è una figura che colpisce, oltre che per la passionalità quasi sfrontata, per la profonda coerenza morale, anche nel coraggio con cui va incontro alla morte a cui è stata destinata. Ti domando come è stato per te scrivere su una donna così singolare e a quali elementi ti sei affidata per rappresentarla.

R: Non faccio un torto a nessuno, neppure al mio libro, se dico subito che avere scoperto che è morta ghigliottinata per le sue idee, è stato il momento in cui ho deciso di voler parlare di Olympe de Gouges con la mia scrittura.

Si capisce la forza morale, etica, storica, politica, di una persona che lotta fino in fondo e crede fermamente in ciò che dice fino alla morte?

È un pensiero talmente grande da farmi spavento.

All’inizio avevo chiara solo una cosa: volevo farla rivivere, volevo che il mio libro potesse servire per farla conoscere ai più. Poi, tutto è cambiato è ha assunto i tratti di un romanzo viscerale, di pancia e cuore.

Non sono di certo l’unica che ne ha parlato, soprattutto in Francia c’è una migliore attenzione negli ultimi decenni, ma come scrittrice di romanzi di narrativa ho sempre saputo che avevo la possibilità di esplorare una fetta di umanità che si perde, necessariamente, nei testi di scienza politica, o di storia.

Pian piano, mi sono innamorata di lei e ho avuto momenti in cui i dubbi mi attanagliavano, perché non sapevo se avevo tutte le abilità per rendere al meglio la sua passione, la sua scelta così ardita, perché no, i suoi sbagli. Tutt’oggi mi chiedo se una pagina, una scena, poteva essere scritta in altro modo, se c’è qualcosa che mi sono persa, o che involontariamente ho omesso, ma il bello di avere a che fare con persone che lasciano il segno è proprio questo, sentire di dovere ancora qualcosa; alle presentazioni cerco di far affiorare qualche aneddoto, un ricordo, una sensazione, un angolo di lettura che non ho potuto inserire nel libro, perché di lei si sappia sempre di più.

Gli elementi di cui non ho potuto fare a meno sono stati: la condizione della donna in cui era calata Olympe, la Francia rivoluzionaria, Parigi e il popolo, i reali, tutti cardini della visione chiara di de Gouges, a cui non potevo non dare spazio.

 Nina: La vita di Olympe è scandita da due parole: passione e sacrificio. Sappiamo quanto sia difficile per una donna coniugare le proprie aspirazioni individuali, carriera lavoro, famiglia. A tutto ciò, si aggiunge la diffidenza dell’ambiente che la circonda, lei è una vedova con un figlio, tenta di crearsi uno spazio tra figure di intellettuali, editori, philosophes uomini. Ci riesce, a prezzo di una solitudine che serpeggia, nonostante l’amore di due uomini e di tante donne che la stimano. Mi sembra che in fondo nessuno le riconosca qualcosa, neanche la Storia  che la condanna a una terribile fine. Ti chiedo, attualizzando la storia di Olympe, quanto ancora oggi le donne devono sacrificare del loro mondo affettivo e lavorativo per avere un ruolo di rilievo in società?

R: Immaginiamo per un attimo una donna che si trova in un mondo in cui essere femmina è di per sé un difetto d’ingranaggio all’interno della società, poi spostiamo lo sguardo sulla condizione di Olympe, sulla sua volontà di essere una scrittrice, di avere parola in politica, di fare la storia del suo popolo, cosa notiamo?

Notiamo il margine, il luogo in cui erano, eravamo, relegate era il limitare della società. Pensare che studiare fosse solo per pochi è duro da digerire, lo è stato anche per lei che ha lottato per avere una istruzione.

Mi è risultato lampante, mentre studiavo Olympe, che l’idea che lei aveva del ruolo femminile nella società potesse essere attuale più che mai; con amarezza mi sono resa conto che nonostante i passi avanti fatti, ancora c’è quel sentimento di discriminazione uomo-donna, dicotomico, di cui parlava lei a fine Settecento, ed è stato triste dover ammettere che siamo lontani, e lontane, dal senso di uguaglianza piena che lei voleva.

Hai detto bene, siamo ancora noi che dobbiamo sacrificare il ‘mondo affettivo e lavorativo’ come due entità che non possono coincidere.

 Ivana:  Il rapporto con il figlio, Aubry, è un filo che attraversa l’intero romanzo lasciando con il fiato sospeso fino alla fine. Fu un rapporto assai infelice per cui tu hai immaginato una qualche riparazione letteraria e poetica. Potresti parlarmi di questo rapporto e di questo rapporto nel tuo libro?.

R: Nella realtà loro furono più in contatto, anche se nella cronaca alla fine il figlio fu costretto a rinnegare il nome della madre, pare; c’è un filone che sostiene che l’abbia fatto per ripulirla nell’interesse di una buona storia da tramandare, e che quindi farla tornare a Marie Gouze era la strada per far dimenticare la passionale Olympe de Gouges, ma io sposo l’idea che per continuare la sua carriera militare non ci abbia pensato due volte a scollegare il suo nome da quello della madre nemica della patria e della Rivoluzione.

Ciò che ho percepito io dagli scritti di Olympe è una madre che non ha vissuto in pieno il suo ruolo, non come avrebbe sperato, quindi nel mio libro il loro rapporto non poteva essere edulcorato fino in fondo, doveva essere così come era arrivato a me; non ho mai negato a me stessa l’idea di affrontare un rapporto difficile, non simbiotico, quasi non corrisposto alla luce del sole. Nella gestione dei sentimenti è importante essere credibili, spero di esserlo stata per lo spirito che ha legato entrambi a un destino e a scelte diverse, divergenti direi.

Verso la fine ho ribaltato la situazione cercando di provare a far risaltare una sorta di affetto in Aubry, ma il mio cuore mi diceva che questo ragazzo non aveva mai tentato di comprendere le scelte della madre, per cui doveva necessariamente restare tutto un po’ ‘incompiuto’, diciamo così. 

Nina: Spesso Olympe si trova nel romanzo a dialogare e interagire con donne di diversa estrazione. In un frammento del romanzo che definirei “carnevalesco”, in senso bachtiniano, perché vi è un vero e proprio rovesciamento di ruoli sociali, il potere viene deriso e il re viene “scoronato”. Olympe si trova  qui a condividere un momento particolare  con le donne del club segreto, intente a panificare. Le donne saranno le future giacobine che metteranno a ferro e fuoco la città Sebbene  Olympe venga  accolta nel club, viene al contempo attaccata perché veste come un’aristocratica e prende le distanze dalla lotta armata. La lotta di classe, che dovrebbe essere condivisa, viene parcellizzata in cellule. Mi pare interessante questo punto per riflettere sul fatto che la tanta auspicata solidarietà femminile spesso viene ostacolata da divisioni. Cosa ne pensi a proposito? 

R: Ogni donna a suo modo ha scelto di partecipare alla Rivoluzione, ma non credo che ce ne sia stata una che in quegli anni non abbia avuto il coraggio di schierarsi, almeno una volta.

Quel pezzo a cui ti riferisci è stato un bellissimo momento che ho colto dalle varie storie della Rivoluzione. Un momento di sole donne in cui la situazione terribile che si prospettava, guerra e fame, viene ribaltata per fare spazio a una satira carnevalesca, giusto come sostieni, che è la voce migliore del pensiero del popolo.

A Olympe era chiaro però che le donne non potessero fare ‘club’ come gli uomini, lo dice proprio in un monologo di un libello indirizzato alle francesi e alle cittadine del mondo. Parafrasando, è insito nell’animo delle donne perdere di vista la possibilità di fare unione di fronte a un bel vestito da criticare o una donna a cui detrarre bellezza, intelligenza e umanità. Suona familiare, ancora oggi?

Quando si lotta per la conquista dei diritti, sosteneva, non ci può essere l’occhio ingannatore a fare le differenze. Anche Olympe era continuamente attaccata per il suo abbigliamento, per la sua appartenenza alla borghesia e ai letterati, ma gridava con ardore che le idee non hanno vestito né profumo: le idee di valore avevano, e hanno, bisogno di donne e uomini, mai ha diviso il mondo, anzi, ha sempre cercato di riportarlo a un unico genus: l’umanità.

 Ivana: Ho notato che spesso nel descriverla negli atteggiamenti o nelle fattezze hai fatto ricorso all’immagine del gatto. È una scelta che ho apprezzato perché mi ha reso visibile come la libertà fosse la cifra dominante di questa donna. Olympe era una donna così affascinante come tu la descrivi? Ti chiedo anche qualcosa in merito ai ritratti che di lei ci sono rimasti. Sono verosimili?

R: Sono felice che te ne sia accorta, non è un caso. L’associazione a un gatto è spontanea perché il gatto mi è venuto in mente naturalmente, poi nella rilettura mi sono accorta di questa ‘ridondanza’ di immagine.

Mi sono domandata se eliminarla, ma a ben vedere ci doveva essere un motivo e ci ho riflettuto per giorni. Quelle immagini erano lei, scaltra come un gatto, apparentemente autonoma ma bisognosa d’affetto, solitaria eppure capace di creare una ‘colonia’ di donne, di primeggiare e battersi. Ha vissuto molto di notte, ha lottato con gli artigli per prendersi il ruolo di autrice che le spettava, se non si è reincarnata in un gatto non saprei in cos’altro potrebbe.

Ho fatto una indagine sui ritratti per avere verosimiglianza, per poterla descrivere. Nelle cronache si dice che fosse molto, molto bella anche esternamente, io la trovo bellissima nell’animo.
Un ritratto che si trova on line di lei molto giovane, la ritrae con fattezze di una bellezza unica, molto simile a una descrizione che  ne fa un cronista del tempo; poi c’è il quadro di lei da più adulta che è quello utilizzato ufficialmente anche in Francia.  

 Nina: Chi sarebbe oggi Olympe, una femminista moderata o una militante?

R: Olympe per natura era pacifista, moderata, ma se si leggono i suoi pamphlet ci si rende conto che non risparmia nessuno, il suo strumento militante era, è, sarebbe, ancora oggi, la parola, ne sono convinta.

Cercherebbe di arrivare a tutti, di parlare, di ragionare, di veicolare il messaggio dell’uguaglianza usando anche gli uomini perché per lei era chiaro che l’uguaglianza fosse base della società, una società multigenere, senza alcuna primazia. Eppure non dimenticherebbe di essere orgogliosa del suo genere, di essere donna, e sarebbe sempre pronta a rimbrottare che ‘ci vogliono secoli per donne’ come noi.

 

IL DOR, IL DESTINO DELLE DONNE. STORIA DI SORANA DI VINCENZO FIORE

 

di Emilia Pietropaolo

Si racconta una storia per rimanere vivi anche dopo la morte. il romanzo di Vincenzo Fiore, non è una ‘boccata d’aria’ per chi legge, tutt’altro. È una storia cruda e di un feroce riscatto. È la storia di Sorana e della sua Romania post-Ceaușescu ma è soprattutto la storia dei bambini dimenticati. 

Sappiamo già che Sorana è morta ma non conosciamo il motivo, allora si ritorna indietro all’università, a loro due, a Cesare e Sorana e in Romania.

Questa non è una storia d’amore. È la storia di Sorana e del suo corpo. 

Si dice che una cicatrice sia segno di una battaglia. La cicatrice sul corpo di Sorana è un promemoria. Come la nutrice Euriclea nella “cicatrice di Ulisse” Cesare racconta la storia di Sorana.

Sorana è un nome con un corpo maledetto, è una bambina intrappolata nel bruco di una farfalla, una farfalla che emergerà solo dopo la sua morte. Lontano dagli occhi e dal cuore, in questo caso dall’Occidente, nel villaggio di Câlnic vive Sorana.

Una bambina già cresciuta portando dentro di sé il germe della violenza, un corpo abusato sotto il cielo della Romania. In un’epoca dove fare i figli erano una vittoria per lo stato e dello stato, quello di Sorana, diventa un figlio di una madre peccatrice.

 

“Pare che questi ogni qualvolta nasceva un bambino si riunivano per piangere, mentre al contrario si rallegravano durante i funerali per la fine di tutte le sventure”

 

Edgar Degas, le viol, 1868-89, Philadelphia Museum of Art.

 

 

Il corpo della donna diventa importante quando è riproduttivo, non è più della donna ma dell’uomo. Se vuoi trattenere un uomo, lo devi legare con un figlio come dice la zia di Sorana.

 

Quella di Sorana è una delle tante storie delle donne nate nel posto sbagliato che per sopravvivere diventano orfane, scappano di casa, lasciando alle spalle la vita precedente. Sorana conosce Ion diventa per lei quello che le ha cambiato il destino, in peggio e in meglio.

“Ion Petrescu fu l’uomo, il ragazzo che rappresentò per Sorana l’evasione. Un’evasione non solo fisica, ma anche di pensiero”

In meglio perché attraverso le parole cerchiate, conosce la vita delle parole, la scala che la porta da Cesare. In peggio perché Sorana inizia a diventare lei stessa un fantasma, il suo corpo diventa l’involucro dei soldi. Gli uomini di Sorana rappresentano il destino.

Nell’aula di Antropologia Sorana fa la sua entrata catturando l’attenzione di Cesare, potrebbe sembrare un film sentimentale, di sentimentale però c’è solo la sofferenza nascosta dalla sua nuca, dietro quei folti capelli neri legati.

La storia si intreccia tra passato e presente, si frammenta nella voce di Cesare e in quella di Sorana.  Sorana non sopravvive come Viorica conosciuta nel luogo dell’inferno.  Le donne, in questo romanzo di Vincenzo Fiore, sono quelle che subiscono le atrocità, la disumanizzazione dell’uomo.

In Sorana l’atrocità, il peccato, è la cicatrice promemoria sul ventre, in Viorica è la sua innata immaginazione con un corpo da foglia e la madre è la dea bendata che in silenzio cerca di portare in salvo il bruco della figlia.

La storia di Sorana non la racconta un uomo come si può pensare, è lei stessa, attraverso il suo reportage sui “fantasmi che non esistono”, è lei che ci porta in quella reggia che è in realtà una fogna tanto amata da Viorica, è lei che ci porta alla realtà oscura dei bambini strappati dal ventre delle madri. Un posto senza religione.

Quella di Sorana è la storia di tante donne che non hanno mai potuto concepire una stanza tutta per sé, neanche il corpo che diventa proprietà pubblica.

“Sentivo il mio corpo freddo e rigido, come se fossi morta, e forse avrei desiderato morire nell’istante in cui mi infilò le mani fra le mutande”

La vita di Sorana non è mai stata quella di vivere ma sopravvivere, sapeva già che un giorno sarebbe stato un suo oggetto a vivere per lei, il suo promemoria.

I demoni da combattere erano talmente tanti che ancora la perseguitavano.

La cicatrice che la suggellava come madre, la perseguitava come avesse il marchio la lettera scarlatta della peccatrice. È una madre mai nominata, mai chiamata, è solo un promemoria, non ha mai sentito quella parola.

Cesare diventa l’interprete della vita di Sorana, è lui che fa conoscere la storia dietro la cicatrice di madre mai chiamata, è lui che va alla ricerca di Sorana bambina che non ha mai avuto la possibilità di diventare farfalla. Come il suo reportage la cicatrice non esiste, è una favola, i fantasmi non esistono, i bambini strappati non esistono. Sorana immette un titolo potente e provocatorio come questo per suggellare ancora di più la realtà dei fatti. Si festeggia al funerale dei bambini e si piange quando nascono.

“Mi balenò l’idea di registrare autonomamente un documentario per raccontare le periferie romene e le abitazioni delle montagne senz’acqua ed elettricità. Avrei voluto mostrare al mondo quello che avevo vissuto anch’io […] di chi aveva camminato sulle stesse impronte dei bambini diseredati”.

 

Potrebbe essere benissimo un romanzo in stile dickensiano e dostoevskiano.

Come le donne di Dostoevskij, Sorana è una Sonja Marmeladova con il ‘marchio’ sul petto che la suggellava come la prostituta che sacrificava il suo corpo per la famiglia mentre lei come marchio aveva la cicatrice di una nuova vita.

Sorana rappresenta il dor, il grido di dolore che non si ribella, ma che accetta fatalmente il suo destino.Vincenzo Fiore con la storia di questa donna,  pubblicato da Nulladie,  ha raccontato la storia di tante altre donne e dei bambini fantasmi. In questo momento nei luoghi dimenticati ma anche in posti molto vicini a noi, ci sono donne come Sorana.

Donne alle quali vengono strappati i figli, l’infanzia e la gioia di vivere. Paradossalmente Sorana vive nella sua morte, sceglie lei per la prima volta il suo destino. Il suo riscatto diventa il documentario.

 

IL MATRIARCATO SENILE: Rosso come una sposa di Anilda Ibrahimi

 

di Emilia Pietropaolo

Il titolo del romanzo dell’autrice albanese Anilda Ibrahimi, Rosso come una sposa, ci dà un’indicazione sul contenuto del romanzo, diretto alla condizione femminile che coinvolge  tre generazioni nel remoto villaggio di Kaltra.

La condizione femminile è oggetto di studi e letterature, solitamente legata al setting urbano, quello della Città, invece qui, il tempo e lo spazio di queste donne è racchiuso in un villaggio. Il villaggio rappresenta il luogo del folclore, delle tradizioni e soprattutto lo spazio conchiuso in sé stesso come un in cerchio.

In Rosso come una sposa di Anilda Ibrahimi,  cosi come nei romanzi dello scrittore jugoslavo Ivo Andrić, lo spazio del villaggio ha la funzione di descrivere il ruolo della donna in una situazione subalterna all’uomo, perché se in Albania vige la legge del Kanun, come si può vedere nel romanzo di Ismail Kadaré Aprile Spezzato, ai danni dell’uomo per un debito di sangue, occorre capire però cosa accade alle donne.

Il romanzo si apre con un matrimonio, dovrebbe essere un giorno di festa, invece come Ifigenia, Saba si sacrifica per la famiglia, però al contrario di Ifigenia, il suo sacrificio è consapevole, sa perfettamente a cosa sta andando incontro: al ruolo di moglie sostituta. Anilda Ibrahimi con la sua prosa scorrevole non ci priva di nessun dettaglio, anzi.

Il mese di Settembre rappresenta il passaggio dall’età adolescenziale a quella adulta, come il mese della sofferenza di Saba che, vestita di rosso, segue con gli occhi malinconici la sua festa di matrimonio senza provare neanche a lottare contro quel sacrificio, accettato come  destino.

Saba non è la prima della famiglia a sacrificarsi, in precedenza è stata la sorella Sultana, morta di parto.  Le donne di questa famiglia si sacrificano per gli uomini ma nessuno si sacrifica per loro. Interiorizzano il loro ruolo, comprendono che il loro corpo è progettato per procreare, per dare prosperità alla famiglia e per mantenere lo stato della casa e senza ricavarci niente.

Il sacrificio si compie e si vede dal sangue ed è proprio il sangue che dona valore alla donna, la prima notte di nozze, che non diventa un momento privato e d’intimità, rappresenta invece, il momento della prova della virilità dell’uomo e della verginità della donna.

 

La mattina il lenzuolo è in cortile sotto gli occhi di tutti. Con la macchia rossa al centro come una ferita” (p.9)

 

La particolarità di questo romanzo è che è ambientato nel Novecento, quindi assistiamo all’evoluzione della condizione e del corpo  femminile nel tempo, si comincia con Saba e termina con sua nipote Dora, che cerca di cambiare il suo destino. Il destino di queste donne cambia in base all’uomo che “scelgono”.

Consideriamo il caso di  Saba: lei accetta di diventare la moglie sostituta della sorella, di di stare accanto a un uomo come Omer, un ubriacone violento, che amava la moglie Sultana (capita anche questo, a volte le donne di questa famiglia trovano anche il “vero” amore) e senza dire niente, e la sua prova di donna viene messa continuamente in discussione, a partire dal suo corpo che non è robusto, ma fragile, piccolino. La misoginia è evidente, si loda il maschio con uno sparo di fucile e si tace con la femmina.  Il fucile appeso al chiodo è il momento drammatico della vita della  donna, perché quel fucile per non ledere all’umore del marito, deve sparare.

 

Tra un maschio e l’altro capitava anche una femmina. La cosa non turbava nessuno, spesso passava inosservata. Il maschio che veniva dopo cancellava le tracce di quei parti silenziosi. Le cancellava nascendo. Le cancellavano anche gli spari del fucile con il quale il padre di casa, orgoglioso, avvertiva il paese”. (p.11)

 

Il corpo non appartiene interamente alla donna, cambia padrone, non solo si passa dal padre al marito ma diventa oggetto anche della società. Come il figlio di Bedena, sorella di Saba, Mysafir che, un giorno cede ai suoi impulsi animaleschi senza pensare alle conseguenze. Attacca la sua vicina sposata, la violenta, e per questo il marito gli taglia il naso non solo a lui ma anche alla moglie, accusandola di kurvëria (atteggiamento associato alla prostituzione).

La donna è rovinata, seppure la colpa non fosse interamente sua, a causa dell’uomo, diventa il suo corpo e la sua persona oggetto di insulti. La Kurvëria diventa, in questo romanzo, il simbolo del terrore di queste donne perché, non solo penalizza la donna, ma anche la famiglia e i parenti futuri di lei. E per questo, l’uomo non ama le figlie femmine, per questo non si festeggia la sua nascita.

La bellezza femminile parte dai capelli e dal corpo è un rituale solo per la donna, questo significa mancare alle faccende domestiche, significa suscitare invidia. È quello che succede ad Esme, la sorella di Saba; questo, probabilmente è uno dei racconti più malinconici del romanzo. La vanità femminile, se in un villaggio albanese come Kaltra, diventa oggetto d’invidia da parte delle donne, costitusice per gli uomini oggetto di kurvëria.

Esme era la sorella più bella, la sorella strana che ad ogni stagione portava sempre con sé l’ombrello, che si dedicava alla cura della sua persona a partire dal corpo facendosi la ceretta e a risciacquarsi i capelli con il limone ma soprattutto a prendersi cura delle sue figlie, spazzolando loro ogni giorno i capelli.  A causa della sua vanità, viene accusata di Kurvëria e senza neanche uno straccio di prova ma Esme accetta il suo destino in silenzio.

Esme era innamorata del marito e lui di lei ma questo non è bastato al villaggio, tramite una lettera il marito decide di ripudiare la moglie. Il ripudio suona familiare, perché non accade solo in Albania ma anche in Arabia Saudita;. Esme diventa il nome da sussurrare a bassa voce, il nome di una donna che non doveva essere menzionato, che non poteva neanche vedere le figlie, per non disonorare il loro futuro. Il ruolo della donna è in una posizione di stasi in casa e in pubblico, rispetto all’uomo, è oggetto di desiderio e di umiliazione. Però i tempi cambiano e cambiano anche le donne.

Il rosso come una sposa diventa poi nero, sinonimo di lutto. Accompagnando i tempi, le donne accompagnano il loro modo di pensare e di vestirsi e soprattutto diventano anche donne in carriera, donne che scelgono anche di non fare figli. Questo succede ad Afrodita, un’altra sorella, lei è la sorella che se ne va dal villaggio per trasferirsi nella capitale per comportarsi ‹‹alla francese››.

Afrodita in una maniera non proprio consapevole, accetta di ingoiare delle pillole anticoncezionali, solo perché il marito non accettava i figli. Ancora una volta il destino di una donna diventa destino dell’uomo.

Suddiviso in due parti, nella prima c’è la voce narrante di Saba, attraverso lei assistiamo alle sorti delle donne di quella famiglia e alla sua di sorte, che passa dall’essere una bambina solo ossa e fragile che seguiva tutti e tutto come un’ombra al diventare padrona del suo destino, diventa matriarca. Nella seconda parte, invece, la voce narrante è quella di sua nipote Dora, figlia di suo figlio Luan, quel figlio deriso da tutti perché nato biondo con gli occhi chiari.Quando una donna può cominciare a riappropriarsi del proprio destino se non del proprio corpo?

 

È lei ormai la trave che tiene la casa, quindi che piaccia o no a sua suocera Saba non è più una gallina frastornata, bensì una padrona di casa che risponde per le rime.(p.41)

 

In questo villaggio remoto di Kaltra, una donna può acquisire potere quando fa sposare i suoi figli e quando diventa anziana, infatti, le donne non vedono l’ora di arrivare a quel momento, per riappropriarsi almeno un poco del potere e di stare in una posizione di stasi. Le donne di questa famiglia cominciano a lavorare e a decidere chi sposare ma non sempre diventa una situazione facile, soprattutto nel periodo comunista.

Nikolaj Gavrilovič Černyševskij nel suo romanzo direi di formazione, Che fare? (Что делать?, 1902), per aggirare la censura inizia il romanzo facendo credere ai censori di aver scritto un romanzo che parlasse di un triangolo amoroso, tutt’altro. In quel romanzo si parla dell’emancipazione femminile, si parla dell’eroismo di Vera Pavlovna, si parla del mutamento della società russa, dal punto di vista femminile. Vera Pavlovna come Dora decide chi sposare e quando, sceglie il suo destino.

 

Voi mi chiamate sognatrice, voi volete sapere quel che io domando alla vita? Non voglio né dominare, umiliarmi, non voglio ingannare o infliggermi, non voglio guardare al giudizio altrui, né conseguire quel che altri mi suggeriscono e che a me non serve. (Che fare?, p. 40)

 

Anilda Ibrahimi in Rosso come una sposa, evidenzia la condizione femminile nel villaggio di Kaltra e lo fa senza celare alcun dettaglio, utilizza una lingua che non è la sua in uno stile diretto e senza sotterfugi, quando si parla della donna non c’è bisogno di usare un linguaggio aulico. Quel colore rosso che simboleggia la passione, in questo caso, rappresenta il tormento femminile, il matrimonio e il sacrificio.

 

“Per il potere che si acquisiva diventando suocere, spesso le donne passavano la vita aspettando con gioia d’invecchiare” (p.42)

 

 

BIBLIOGRAFIA

Anilda Ibrahimi, rosso come una sposa, Einaudi, Torino, 2008

Ivo Andrić, I tempi di Anika, Adelphi, Milano, 2006, trad. Lionello Costantini

Ismail Kadare, Aprile spezzato, La nave di Teseo, Milano, 2019, trad. Liljana Cuka Maksuti

Nikolaj Gavrilovič Černyševskij, Che fare?, Garzanti, Milano, 1986, trad. Federico Verdinois

 

Sciara, di Marina Mongiovì. Una polifonia etnea


di Floriana Giallombardo
Come spesso avviene per le ricette, conoscere l’elenco degli ingredienti non è sufficiente senza addentrarsi nelle alchimie del procedimento. Non basterebbe quindi a restituire l’agrodolce di Sciara, opera prima di Marina Mongiovì, l‘elenco dei suoi riferimenti più palesi: il sapiente mescolamento di un’Antologia di Spoon River, nell’alternarsi in controcanto delle voci di un luogo lontano nel tempo, con un pizzico di realismo magico, dove le mavarie, i rituali e le superstizioni si confondono con la realtà. E nemmeno gli ingredienti hanno sempre lo stesso sapore, soprattutto se colti lontano dalla terra arida dove hanno messo radici, come le arance di uno dei personaggi più riusciti di questa personalissima Macondo etnea, Fofò:
“A mani nude, scavava e strappava via la gramigna e, quando era tempo, raccoglieva i sanguinelli. Che apriva, con le stesse mani ruvide, spremendone il succo rosso. Quel sangue dolce impregnato di tutti gli umori che le radici erano riuscite a rubare all’ardore della terra” (Radici).
Fofò fa parte di quella schiera di personaggi che per trauma, tara o ribellione abitano ai margini del piccolo presepe arroccato sulla sciara lavica: Angelina, la babba, Michele, tuccatu ra rannula, e Assunta, la Marchisa. L’autrice dà loro voce, insieme agli altri, senza sconti. E forse, oltre all’esergo dedicato a Battiato, fra gli ingredienti si potrebbe ricordare la poetica di De André.
Eppure, ancora, nulla si direbbe di Sciara se non si entrasse nelle alchimie sotterranee della lingua, di una prosa evocativa e immaginifica, impreziosita da incursioni dialettali, con cui l’autrice sostanzia il suo omaggio, malinconico e feroce, alla memoria della propria infanzia etnea. Una prosa certamente matura, non usuale per un’opera prima, con risonanze  poetiche di felice perfezione ritmica, che avrà certamente determinato la fiducia dell’editore. Fra due punti, quasi un haiku, certe immagini emergono nel racconto con la potenza metamorfica dell’inconscio:
“Le sue mani sono diventate radici di magnolia” (Sonnu).
Ancora, è  una sfera sensoriale primaria, l’olfatto, a rendere la porosità psichica del paesaggio, come nel racconto d’iniziazione adolescenziale:
“La città era nera, bruciava, emanava afrore di pietra lavica e piscio” (Pari o dispari).
Ad attraversare il testo è, in generale, la vividezza percettiva propria dell’eros e dell’infanzia. Ma forse è il gusto la sfera sensoriale più carica di implicazioni, con esiti specifici di disvelamento. Il sapore unto e rotondo degli arancini e del sugo di maiale, infatti, si mescolano più e più volte, nei diversi capitoli, a quello dolciastro della morte. Ma non prima di avere solleticato i sensi. È il caso della rosticceria fratelli Russo, luogo per antonomasia del desiderio gastronomico (Requiem per Giorgio Privitera, Arancini). Ma soprattutto, con implicazioni di sublimato cannibalismo, del sugo preparato da Carmela, la cornuta:
“ci siamo, il grasso si è mischiato al pomodoro. La carne comincia a staccarsi dagli ossi. Carmela afferra le salsicce, ne strappa un pezzo e lo divora avidamente. Sente la carne cruda sotto i denti, il pizzicore del pepe nero” (Il sugo della festa).
La scelta di legare una sfera primaria della memoria familiare, quella della cucina, ad alcune delle immagini più violente del testo, rimanda alla tonalità emotiva ambivalente, di malinconia e di repulsione, che attraversa tutto il racconto. Allo sguardo gentile e sensibile dell’infanzia si alterna l’ironia lucida e feroce della ragione, che, adulta, disvela l’impostura. Per inciso, questa tonalità emotiva connota, all’estremo, la protagonista nel primo e nell’ultimo racconto, Teresa.
Situata ormai al crepuscolo della storia del paese, all’esaurirsi del tempo vitale dei suoi abitanti, Teresa si affaccia alla vita adulta in un tempo prossimo al nostro. La sua vicenda è avvolta dall’ottundimento: del sonno, dell’afa, della noia. E forse, nello spazio del sogno che collega i due racconti, dal rituale familiare del pomodoro fino al dubbio di una dissacrante esecuzione, sta la chiave del rapporto con l’infanzia: uccidere i propri mostri, nominandoli uno a uno.

Il genere FK. In dialogo con Franz Krauspenhaar

D: Il titolo del tuo romanzo La presenza e l’assenza  edito da Arkadia  nella collana Sidekar, è un abbinamento dicotomico interessante. Presenza e assenza sono istanze interdipendenti che si rincorrono, si completano si compendiano. Entrambe hanno a che fare col desiderio: l’assenza è sempre legata all’eros, e non è un caso che il tuo romanzo parta da un indizio di tradimento e da una donna che scompare nel nulla, come presenza che si fa assenza. Lo stesso protagonista, l’investigatore Cravat lotta (al contrario – ma simmetricamente -) con una assenza che si fa presenza nei ricordi, nei pentimenti, nella nostalgia di una storia sentimentale che è interrotta: Francesca, poi sostituita da Carla. Mi pare che questa presenza/assenza- tra eros e fantasmi- generi un ritmo che fa muovere la pagine delle tua scrittura, un battere e levare che dà vita a  situazioni, sentimenti, caratteri. Me ne vuoi parlare meglio?

R: Direi che hai colpito nel segno. Il romanzo è proprio una specie di lungo giro di giostra tra la presenza e l’assenza, tra la vita e la morte. Dietro le avventure di Cravat c’è anche la metafora di una condizione umana fissa e angosciante. In fondo siamo tutti condannati all’assenza. Ma nel libro, ci tengo a dirlo, non c’è alcuna dichiarazione di ateismo.  Anzi, nel finale appare, se così si può dire, una “presenza” che potrebbe anche essere qualcosa di soprannaturale.

 D: Credo che una delle caratteristiche del tuo stile sia quello di giocare con i generi e costruire dei romanzi che ibridano le caratteristiche standard per creare qualcosa di originale che sfugge alle etichette; come hai fatto per Brasilia, scrivendo un romanzo distopico che è poi una riflessione sul futuro e sul tema dell’immortalità – che mi ha ricordato molto L’isola come possibilità di Houellebecq-  anche questo ultimo romanzo contiene un mix di elementi che sono tipici dell’hard boiled, noir o neo-noir,  ma si apre anche a forme monologiche quasi teatrali, in cui i grumi psicologici dell’investigatore Cravat sembrano dominare la scena, dettare le regole. Cosa è allora la detection per te e quale tipo di umanità svela in questo romanzo?

R: E’ un noir che si può leggere a strati, chiaramente.  Come hai detto tu io lavoro sui generi per farli sparire. Molto immodestamente, cerco il mio genere, il genere FK. Ho scritto romanzi sull’Italia degli ultimi 70 anni, un romanzo epistolare ambientato in Germania ecc. Mi mimetizzo dentro me stesso. Purtroppo non avere un solo registro ti rende meno identificabile per lettori e critici. La forma monologica è una mia forma tipica. Scrivo quasi sempre in prima persona, in maniera diciamo così confessionale. Qui uso anche la seconda e la terza però, ma in maniera funzionale. Tutto deve essere funzionale per me, senno’ non funziona, non “gira”.                                                  

La detection non è propriamente una mia vera passione. La passione, una delle passioni, è il noir, soprattutto cinematografico e francese. Nell’altro noir uscito 15 anni fa, Cattivo sangue, il protagonista è un killer con l’alibi dell’export manager. L’umanità che si svela è quasi tutta marcia, disperata, corrotta. Mi pare di raccontare cose piuttosto realistiche, seppure a modo mio.

D: Guido Cravat è un investigatore con una personalità incredibilmente sfaccettata: a tratti è cinico, sordido, sentimentale, sarcastico. Ha una grande umanità, si percepisce, nonostante la vita lo abbia indurito e reso impermeabile alle concessioni metafisiche. La ricerca della verità non ha nulla di filosofico in lui, è un uomo di carne e sangue, un “improvvisatore mascherato da duro”, come si autodefinisce e la sua è una scommessa con l’esistenza e con quelle maledette 24 ore che compongono la giornata, finirle con dignità, cercando un senso al dolore che gli pesa dentro. Un dolore d’esistenza, puro che non si placa e che si ripresenta in queste fitte di ricordi del passato. Ti sei ispirato a qualche figura del giallo o del noir oppure Cravat è un personaggio che attinge dalla vita, da una tua visione personale?

R: Mi sono ispirato a Jim Thompson e ad altri mille scrittori e registi. Per il cinema, Jean Pierre Melville, un vero genio del genere, morto nel 73. Cravat mi assomiglia, non lo nascondo, sono uno che ha sofferto e che soffre, anche di depressione. Non me ne frega niente del giudizio degli altri, se questi altri sono degli imbecilli o persone che disprezzo. Sto ad ascoltare solo chi stimo, che non necessariamente è un mio “fan”. Sono un solitario, proprio come Cravat. Certo, la pistola l’ho usata solo al servizio militare, mille anni fa. Diversamente, sono anche un animale estremamente sociale, quando la compagnia mi aggrada.

D: In questo romanzo ciascuno s’ abbevera alla fonte del male: chi più chi meno si è macchiato di una qualche forma di infamia, nessuno escluso. Non c’è un personaggio positivo in senso stretto, un deuteragonista che fa da alter ego e che conduce verso la luce. La gamma delle perversioni si allarga fino a comprendere il sadico che arriva a uccidere freddamente un uomo pur di estorcergli delle informazioni. Mi sembra che questo scardini la consueta gerarchia del noir o comunque del poliziesco in generale: l’assassino o presunto tale sembra essere una chimera e il vero sadico è uno dei tanti che si avvicendano nella trama: è anche un romanzo delle ossessioni e delle perversioni che albergano negli uomini di potere e negli ambienti del malaffare e dell’alta imprenditoria. Quale è lo sfondo etico (se ce n’è uno) e quale possibilità di redenzione (se ce n’è una)?

R: Vedi, volevo semplicemente essere estremo. Le vie di mezzo, i conti preventivi, non mi interessano. La vita a mio avviso è un’esperienza estrema, nel bene e nel male. Lo sfondo etico è quello che ci propone l’informazione a tutte le ore. Un pantano. Credo di essere un moralista, ma non faccio sermoni. Ma non posso raccontare certi ambienti senza un po’ di coraggio. Altrimenti farei come molti miei colleghi politicamente corretti. Io sono scorretto, ma nel senso che cerco, invano naturalmente, la mia verità. È una questione di carattere e, appunto, di etica. La redenzione c’è già, è dentro Guido Cravat, che non rinuncia ad essere umano, anche ad amare, seppure con poca fortuna.

D: Karacauer dice che “la legalità contrappone i principi della due parti della società così la polizia ad essa inerente può penetrare nel territorio dell’illegalità solo in qualità di istituzione legale, potendo agire esclusivamente sul terreno legale – mentre il detective può procedere indifferentemente sia contro la legalità che contro l’illegalità.-” Queste due posizioni vengono incarnate dai due detective del romanzo, Cravat e il suo discepolo Saluzzi, ex poliziotti entrambi ma con peculiarità molto diverse. Mi sembra tuttavia che il cinismo di Cravat non sia amorale e patologico come quello di Saluzzi un detective decisamente inquietante e senza scrupoli. Tuttavia, Cravat ha un atteggiamento paternalista nei suoi confronti. Quanto è illegale il maestro e quanto il discepolo? Saluzzi è un Cravat degenerato?  Sono in fondo due parti di uno stesso personaggio?

R: No, no, sono due personaggi ben diversi. Sul paternalismo si, c’è, ma il nucleo di questo paternalismo è un grumo molto duro di sarcasmo e di odio feroce. Rappresentano proprio due individui ben distinti. Cravat è già abbastanza pieno di contraddizioni, e Saluzzi è praticamente un serial killer. Lui è quello veramente illegale. Vive con la mamma, suona la tromba, e per vivere fa il detective dove può sfogare la sua vera passione: l’omicidio, la tortura, l’orrore.

D: Questa domanda in un certo senso si lega a quella precedente. Cito Sciascia questa volta e precisamente quando dice: “I fatti non sono contraddittori, un fatto rimane tale, sulle intenzioni si può speculare.” Quello di Cravat non mi pare un caso di coscienza, sa essere amorale ma ha una sua etica interiore del tutto avulsa dal contesto sociale e professionale. Insomma il tuo detective è deontologicamente non catalogabile- É una scheggia che vaga, lo muovono l’assenza e il vuoto che cerca di colmare con una qualche azione riparatrice. Cerca quella  donna, non sua, solo perché  sta sublimando la sua assenza, che tuttavia lo tortura. Stando ai fatti, cosa fa Cravat per ottenere quella felicità che sembra un diritto? La scena finale è l’abbraccio a quella presenza tanto agognata o è l’ennesima fregatura della vita? Cosa dicono le intenzioni e i fatti?

R: Sciascia era forse il più grande scrittore italiano di quella parte del nostro Novecento. Ma anche europeo. Dici bene, Cravat è una scheggia, ma come la maggior parte di noi, solo che in lui la velocità della scheggia è decuplicata. Ma non è affatto impazzita. Dalla presenza, di cui non sappiamo nulla, potrebbe essere un’allucinazione o addirittura un alieno, lui proprio alla fine fugge. Ma perché? Non posso dire altro, amo il mistero più di ogni altra cosa, illibro, come lo fu per Brasilia, rappresenta la vita, che si chiude e spedisce i personaggi dove “vuole”.E’ l’antigiallo per eccellenza. Non che non ami i gialli di qualità, ma da ragazzo fui folgorato da Dürenmatt: dal suo “requiem per un romanzo giallo”, La promessa, un romanzo colossale. E’ un giallo che si conclude con un’ossessione, non si chiude, in pratica.

Vedi, non amo i generi. Voglio dire, molti libri di genere li ho amati e ammirati coi loro autori, ma per quanto mi riguarda, e il mio curriculum mi è testimone, io amo variare e contaminare. Lo trovo anche onesto. Certo, senza falsa modestia credo che meriterei molta più attenzione, sono parecchio sottovalutato. Si vive in un sistema drogato di quella pesante, ma insomma… ci siamo capiti. Io vado avanti, la peggior cosa per una persona che ha del talento è sprecarlo.

Cravat in amore è una frana, o forse semplicemente si innamora delle donne sbagliate per lui. È un uomo molto serio, non va con le prostitute a pagamento e non, sa aspettare, ma la sua solitudine è una pozza di dolore. Potrebbe avere altre donne, ma lui vuole amare. Come hai detto bene, è un personaggio sfaccettato, capace di passare dall’odio, alla truffa, alla ricerca di un vero sentimento. La vita è una cosa complessa, e l’uomo, in fondo, è la vita che si muove.

D :Il giallo senza soluzione, o antigiallo, come dici tu è probabilmente la formula più interessante di questo genere. Sciascia in Appunti sul giallo fa risalire a Gadda l’nvenzione del giallo aperto e il Contesto è un romanzo senza soluzione, aperto a molteplici interpretazioni, Il protagonista della promessa di Dürrenmatt da te citato dice che con la “logica ci si accosta solo parzialmente alla verità”. Mi sembra che i migliori risultati letterari optino per questa strada, quella del sottosuolo, della logica applicata alla dannazione, una formula impossibile ma che tutti gli investigatori più riusciti hanno sposato. Diventare in qualche modo vittima, carnefice e spogliarsi delle carte, degli appunti. Un viaggio dentro gli abissi della psiche di chi gravita attorno al delitto. Mi sembra anche che non ti piacciano le soluzioni facili e le logiche deduttive in generale come scrittore e in questo ultimo scritto ne ha dato ulteriore prova. Mi piacerebbe una tua ultima riflessione in merito.

R: Sono perfettamente d’accordo con quanto tu dici. È come in certo senso andare oltre lo spettacolo.  Si, ci siamo più o meno divertiti; ora, nonostante i morti necessari alla narrazione, le paure, anche il terrore, il fantasma della morte che di continuo fa la sua prima e ultima apparizione, perché la morte è come l’attrice di un solo episodio, ecco intervenire qualcosa di imprevisto: la vita. È un po’ come nel vecchio film di Buñuel, Estasi di un delitto, nel quale il protagonista, causa un trauma infantile, è sempre sul punto di uccidere, e poi qualcosa, che forse non fa parte del mondo dei sensi, lo fa fallire, fino a un lieto fine assolutamente inaspettato. Qui non ci sono lieti fini, la morte è sempre sulla corda più grave di un violino che suona un pezzo mortifero, anche se ci sono delle battute di umorismo magari nero, ma alla fine il finale lo piazzo nella mia testa e soprattutto in quella del lettore. Cravat fugge, erra, forse dalla vita stessa, forse dal terrore di una vita extraterrestre, o dalla paura delle sue reazioni, e non ne sappiamo più niente. Tutto è andato a rotoli, cioè dove era per me giusto che andasse. Un lettore mi ha parlato di “senso di incompletezza”. Lo posso capire. Ma cosa è la vita se non una commedia che si interrompe nei momenti spesso più impensati? È il finale dei finali, quello. Io trovo senza falsa modestia questo mio un grande finale, che apre infinite possibilità, che crea interrogativi di una certa sostanza.
Forse sarebbe stato più semplice chiudere in una maniera più tradizionale, ma la tradizione secondo me va pugnalata, a volte, perché non ci fa fare un passo in avanti, ed è quello che il lettore smaliziato in fondo desidera, andare oltre.

 

Scrittore milanese, Franz Krauspenhaar è di origine tedesca per parte di padre, madre calabrese. Ha pubblicato ad oggi, dodici romanzi, un saggio narrativo, cinque libri di poesie e ha collaborato alla stesura di raccolte poetiche e narrative.. Per Marco Saya Edizioni sono usciti nel 2012 il poemetto Biscotti Selvaggi (edito in anche in e-book nel 2014), nel 2014 il poema in versi dal titolo Le belle stagioni e la sua più recente raccolta di poesie Capelli Struggenti, 2016.Collabora con giornali e riviste scrivendo di letteratura e costume. Dal 2004 è stato redattore di Nazione Indiana, Dal 2014 al 2017 è nella redazione milanese della rivista ACHAB-scritture solide in transito, fondata da Nando Vitali (scrittore 1953). Dal 2017 è nel comitato di redazione della rivista letteraria Il Maradagàl.  Nel 2017 Krauspenhaar, con un nuovo progetto, Nerolux, torna alla musica con i dischi solisti Light obsession, 2017, Un viaggiatore, 2018, Nerolux 3, 2018, il doppio Il viaggio immenso, 2019, Electrosymphonies Vol 1, 2020, tutti con etichetta Symposion Records.

Dieci di dieci: una breve rassegna sulla letteratura russa contemporanea

 

 

 

Nella sterminata produzione della narrativa russa contemporanea, non è stato facile fare una selezione e scegliere i dieci che personalmente mi sembrano i romanzi più interessanti. A rigor del vero, ci sono due imboscati, due testi di autori vissuti tra ottocento e novecento che ho citato perché sono degli importanti precursori di certi stilemi della letteratura più vicina a noi e importanti autori di snodo tra la letteratura russa più tradizionale e quella contemporanea. Per il momento mi limiterò a parlarvi dei primi 5 (i titoli si riferiscono ai romanzi editi in traduzione italiana) :

  1. MOSKA PETUVSKI’ di  Venedikt Erofeev
  2. MARANAGA di Vladimir Sorokin
  3. PALISSANDREIDE di Saša Sokolov
  4. PROPAGANDA MONUMENTALE di Vladimir Vojinovic
  5. IL BIGLIETTO STELLATO di Vasilij Aksënov

Va fatta una doverosa premessa: l’era postsovietica, da un punto di vista dell’estetica, è stata caratterizzata dall’eclettismo e dall’etichetta di postmodernismo. Tale tendenza si può sintetizzare nella volontà di utilizzare uno stile ibrido tra ironia, grottesco, apocalittico, visionario. Insomma, un impasto che è forse espressione di quel delicato passaggio tra due mondi in contrapposizione, di un passaggio traumatico ed epocale che ha segnato generazioni di artisti e scrittori.

 

Il primo libro, che consiglio vivamente è Moska – Petuškì di Venedikt Erofeev (Quodlibet 2014) un “poema in prosa” originale, visionario.

 Pubblicato per la prima volta in Israele nel 1973, e divulgato inizialmente come samizdat, il romanzo oggi è leggibile in italiano nella traduzione di Paolo Nori. La vicenda si svolge all’interno di un treno che percorre la tratta da Mosca a Petuskiì. Il protagonista Vanicka, in preda di fumi dell’alcool intraprende un percorso torbido, dove l’ubriachezza rappresenta sia una piaga sociale che un escamotage per rappresentare un mondo alla deriva, sopraffatto dall’ideologia del regime.  In questo viaggio fisico e visionario, Petuškì rappresenta l’utopia della citta perfetta, dove si vagheggia la resurrezione, desiderio inconscio e  inconsistente come un sogno di ubriaco.  Lo stile incarna la mistura tra tragico grottesco e comico tipica della corrente postmodernista russa anche se permane quel senso dicotomico tra male e bene che è un retaggio del romanzo tradizionale.

Altro rappresentante del postmodernismo più maturo che ha preso campo soprattutto dagli anni ‘90 in poi è Vladimir Sorokin. Continua a leggere

Cristina Caloni- La mia stagione è il buio-

 

ll romanzo di esordio di Cristina Caloni La mia stagione è il buio, (Castelvecchi 2017) è una creatura eccentrica e a me piacciono le creature così fatte. Sfugge a definizioni di genere, sebbene di primo acchito la fisionomia più calzante sia quella del romanzo del doppio, doppelgänger. Tuttavia gli eccentrici rifuggono dalle categorie, si sa. E in questo romanzo si affastellano influenze e ispirazioni che attingono da più di un genere letterario.

Se dovessi immaginare uno scenario cromatico per esprimere compiutamente l’atmosfera generale, questo sarebbe la penombra che di fatto non è un colore, ma uno stato di luce impastata con il nero. Del resto, il buio totale non è  visibile,  è solo  sottrazione di luce, e i pittori hanno sempre aggiunto qualche nota d’oro per rendere il buio visibile.

Allo stesso modo il buio di Caloni è uno stato psichico, che si conosce perché ricreato artificialmente attraverso parole, suggestioni musicali, frammenti di film, visioni efferate, lascive, tormenti interiori.

 

Un’altra atmosfera, trasversale ma non secondaria, ricorda la sensualità morbosa dei preraffaelliti, con quel sottofondo acre di gigli putrescenti, visi angelici e inquietanti come quello del protagonista Giuliano, Julian Tartari musicista dal passato glorioso, crooner jazzista frequentatore assiduo di un locale di nome Margot, in cui all’insegna della triade sesso droga e musica trascorre i migliori anni della sua vita.

L’esordio  è smaccatamente pirandelliano:  si parte dall’epitaffio in morte di Julian raccontato da Julian stesso: Continua a leggere