L’angelo di sangue – di Valeria Bianchi Mian –

di Serena Vinci

L’angelo di sangue (Edizioni del Capricorno, 2026) di Valeria Bianchi Mian, noir psicologico che si è aggiudicato il 2° posto nella Sezione Classico del prestigioso premio letterario «Garfagnana in Giallo», è il terzo romanzo di quella che potremmo definire la prima e finora unica trilogia dell’horror torinese di penna femminile.

L’autrice ha una formazione psicoanalitica di orientamento junghiano e ha creato il marchio Tarotdramma per i suoi percorsi psicoterapeutici, che si avvalgono della suggestione dei tarocchi,  all’intersezione con gli strumenti dello psicodramma.

Il riverbero nella letteratura di questo suo approccio professionale è evidente, soprattutto per il lavoro profondo sulle matrici inconsce della natura umana e della scrittura stessa, come Bianchi Mian dichiara nella dedica alle due madrine Carolina Invernizio e Rosa Mogliasso, le «due muse che mi regalano consigli nei momenti medianici, ovvero l’arte dello scrivere ascoltando la voce dell’inconscio».

Un ritratto di Carolina Invernizio

Le due scrittrici piemontesi, la prima instancabile romanziera di horror ottocenteschi (che oggi sono considerati stucchevoli ma che all’epoca hanno fatto la storia di quel particolare filone del genere incentrato sull’oltretomba, che esplora regni di spiriti e dimensioni infernali) e la seconda, venuta a mancare nel 2024, che ha reso l’horror al femminile portavoce di un’aperta denuncia sociale, sono il manifesto della poetica di Bianchi Mian.

 

 

 

La trilogia noir è pubblicata dalla casa editrice torinese Edizioni del Capricorno e curata dalla direttrice editoriale di Valentina Castellan, che ha fatto della sezione noir la sua punta di diamante, insieme ad altri noti autori come Giorgio Ballario e Massimo Tallone.

Va detto che Bianchi Mian è una delle rarissime penne femminili che si dedicano con successo a questa forma di romanzo, possedendo in particolare due specificità di rilievo. Prima di tutto, la capacità di contestualizzare nella contemporaneità le vicende, sia linguisticamente che in relazione ai riferimenti culturali.

Infatti, capita spesso di vedere i personaggi alle prese con la tirannia dei social e dei messaggi di whatsapp, irrinunciabili quanto invadenti, nella vita vera ancor più che nella finzione, la quale aiuta a svelarne la macchinosità e la pervasività nella vita quotidiana.

In secondo luogo, ma non di secondaria importanza, è il rilievo del contesto storico e soprattutto geografico. Infatti, già dai titoli dei capitoli incontriamo luoghi cari a quel lettore che conosce il Piemonte e l’area torinese in particolare: il monte Musiné, Casellette, Parco delle Vallere, Villa della Regina.

Se ci addentriamo nei luoghi battuti dai torinesi, Caffè Elena e via Sant’Anselmo aprono scenari complessi nella mente di chi ha vissuto quei quartieri e ne comprende la connotazione. Se qualsiasi lettore ignaro del significato intrinseco di questi luoghi, si gode appieno la fase immaginativa che accompagna ogni lettura di finzione, nel caso di un lettore con conoscenza  diretta della toponomastica, l’esperienza risulta altamente immersiva.

I tre romanzi sono autonomi nella narrazione e nelle vicende, nonostante alcuni personaggi ritornino come la coppia “detective” Viola/Pietropaoli, ma lo spessore valoriale di ognuno di essi aumenta se messo in relazione all’altro.

Il primo romanzo della trilogia, Il corpo crudo (2023), si apre il 23 dicembre 2022 con la scoperta di un omicidio brutale a sfondo esoterico nel quartiere di San Salvario. La vittima è Bruno Sirio, un fotografo e artista di successo di trentatré anni, noto nell’ambiente dell’arte contemporanea con lo pseudonimo di “Dio+”. Il suo cadavere viene rinvenuto nella sua casa-studio di via Ormea in condizioni raccapriccianti: è stato costretto a ingurgitare dell’acido disgorgante ed è stato privato del membro virile, che sembra essergli stato strappato via con violenza ferina.

Copertina del romanzo "Il corpo crudo"

Le indagini seguono due piste principali, quella del movente artistico/economico, fa pensare a un assassino proveniente dall’ambiente cinico e competitivo dell’arte contemporanea torinese, e quella passionale/psicologica che sospetta di qualche amante del passato. Infatti, Sirio, aveva l’abitudine di usare e manipolare i corpi delle donne per le sue opere provocatorie, provocando rancori nelle relazioni interrotte bruscamente.La narrazione oscilla continuamente avanti e indietro nel tempo per ricostruire i mesi precedenti al delitto e scavare nel passato profondo dei personaggi. Ad amplificare l’atmosfera cupa del quartiere (ben nota a chi ci ha vissuto o trascorso serate della movida) si aggiungono una serie di misteriose aggressioni notturne a opera di una presunta creatura feroce, che i testimoni descrivono come la figura mitologica di un lupo mannaro. Il fulcro della storia diventa così l’esplorazione del confine labile tra l’essere umano e l’istinto animale (l’Ombra), dove il corpo cessa di essere solo una forma per diventare “carne cruda”, vittima e carnefice dei desideri e delle psicopatologie umane.

Il secondo romanzo della trilogia, Le signore dei giochi (2024), affronta invece tematiche profonde e viscerali legate al femminile, alla maternità, alla perdita e al senso di colpa, muovendosi tra la Torino “bene” e le atmosfere inquietanti delle Valli di Lanzo. La storia si apre in medias res con un ritmo incalzante e una scena d’impatto: in una piovosa notte di giugno, nei boschi delle Valli di Lanzo, Greta Pietropaoli (anche già protagonista del precedente romanzo) è in fuga, è stata ferita gravemente ed è inseguita da qualcuno che intende ucciderla. Da questo momento, la narrazione fa un passo indietro nel tempo, quando un paio di settimane prima era apparso un misterioso documento risalente al 1995. Questo foglio sconvolge la routine di tre eccentriche anziane signore della Torino borghese. Le tre donne si professano medium e sensitive, sono dedite a pratiche esoteriche ed extrasensoriali, note nel loro giro di clienti affezionati come le “ziette”.  Gravita intorno a loro ruota anche la figura di Viviana, una tarologa.

Il documento riapre un cold case vecchio di trent’anni: la scomparsa di Eva Amariei, una giovane clochard che all’epoca era all’ottavo mese di gravidanza. Il nome di Eva diventa il fil rouge (un vero e proprio “filo rosso sangue”) che lega indissolubilmente il passato al presente, sollevando interrogativi su chi, a distanza di decenni, abbia interesse a dissotterrare o a coprire per sempre il destino di quella donna invisibile.

Il fulcro emotivo e concettuale dell’opera, in questo secondo romanzo, è l’esplorazione della maternità e del corpo femminile in tutte le sue declinazioni psicologiche e drammatiche. Nel corso della storia si confrontano e si scontrano infatti diverse figure di donne.

E dopo la bestialità e la maternità, Bianchi Mian posa il suo sguardo analitico e allo stesso tempo onirico sull’estrema contemporaneità, in particolare sui giovani nella loro solitudine, persi nella loro suscettibilità davanti all’uso e abuso tanto dei social quanto delle relazioni tossiche.

Anche L’angelo di sangue si apre in medias  res, con una drammatica seduta di psicoterapia online tra il dottor Daniel Viola e la sua paziente diciannovenne, Raffaella Montedori (soprannominata “Vega” su Zoom). Raffaella è in cura da lui da due anni, a seguito di un tentato suicidio. Vediamo che la ragazza si collega a schermo spento dal crepuscolo di un bosco sulle pendici del Musiné e annuncia di voler interrompere la terapia perché ormai ha incontrato l’angelo che aspettava.

All’improvviso, lo schermo si attiva e lo psicologo assiste impotente a una scena orrifica. Sullo schermo compare la schiena nuda di Raffaella, che mostra il tatuaggio di due ali sulle scapole. Ha la testa infilata in un sacchetto di plastica e qualcuno si muove sopra di lei con un coltello. La trasmissione si interrompe bruscamente prima del grido della ragazza, lasciando Daniel nel panico per non aver registrato la chiamata o fatto uno screenshot e di non sapere cosa sia successo davvero.

Con un escamotage ormai consolidato, la narrazione fa un salto indietro di circa due settimane, ai primi di dicembre, per ricostruire i fatti. Nel corso di una seduta online, Raffaella aveva confessato al terapeuta con grande entusiasmo di aver incontrato una persona “speciale” di nome Michael e di aver iniziato un percorso spirituale. Viola, che già nei giorni precedenti parlando con la compagna Greta Pietropaoli aveva confessato di percepire un’oscura sensazione di pericolo imminente legata ai suoi pazienti, ignora ancora che la sua giovane assistita sta cadendo nell’adescamento della setta di Metatron.

La setta è mossa da Salvatore Regis, un carismatico quanto arrogante maestro olistico che tra le altre stranezza partecipa a un’intervista presso Radio Happy Turin per promuovere il suo centro “Spirit Healing” di via delle Rosine a Torino. Regis predica una filosofia sincretica di “meditazione angelica” volta all’evoluzione dell’Io e alla purezza, nonostante intimamente provi profondo disprezzo per la gente comune e la sua mediocrità.

Raffaella aveva incontrato Michael, che a dispetto del nome è una bellissima ragazza androgina dai tratti angelici, proprio mentre era impegnata a fare volantinaggio per il centro Spirit Healing. Michael (che in realtà ha adescato Raffaella tramite chat mirate su WhatsApp, facendo leva sulla sua fragilità e sulla comune passione per la stella Vega) la invita quella sera stessa a un incontro di meditazione gratuito che prepara ai successivi step per celebrare il solstizio d’inverno, data cruciale nell’ambito del sistema esoterico fatto di simbologia, momenti di ritualità e talvolta crudeli sacrifici di trasformazione.

Del resto, la quarta di copertina lo dichiara: siamo in una Torino che sta per festeggiare il Natale e «qualcosa di malvagio sta per succedere», in un’eco referenziale, appena mascherata dalla traduzione in italiano, dell’inquietante serie horror Something Very Bad Is Going to Happen, degli stessi produttori dell’ormai epica Stranger Things, distribuita su Netflix proprio a marzo, in una concomitanza con l’uscita de L’angelo di sangue che ha dell’esoterico, appunto. E senza voler spoilerare altro, di angeli e demoni che mescolano il loro sangue si tratta.

 

NOTE COMPARATIVE SULLE NEOLINGUE DI D’ARRIGO E CAMILLERI

di Marco Trainito 

La letteratura italiana novecentesca ha visto emergere sperimentazioni linguistiche di grande rilievo, tra cui spiccano i casi di Stefano D’Arrigo e Andrea Camilleri, autori che hanno sviluppato codici espressivi originalissimi nei rispettivi romanzi. D’Arrigo (1919-1992), con il suo Horcynus Orca (1975), ha forgiato una lingua letteraria sui generis, intrecciando italiano, dialetti e neologismi in una tessitura complessa e senza precedenti. Camilleri (1925-2019), dal canto suo, ha elaborato nelle sue opere – in particolare nei romanzi storici e in quelli del ciclo di Montalbano – un idioletto narrativo ibrido basato sull’italiano regionale siciliano, divenuto la sua cifra stilistica inconfondibile.

La lingua letteraria di Stefano D’Arrigo

La novità di Horcynus Orca risiede primariamente nella sua eccezionale sperimentazione linguistica: D’Arrigo vi ha letteralmente inventato una nuova lingua, portandola a capacità espressive peculiari. Questa iper-lingua darrighiana si presenta come un amalgama assolutamente originale e unitario. L’autore attinge a piene mani da molteplici stratificazioni idiomatiche: dal dialetto siciliano (in particolare delle zone dello Stretto di Messina) fino ad arcaismi e termini di alto registro letterario, senza trascurare neologismi coniati per l’occasione.

Significativamente, D’Arrigo non rinunciò ad alcun materiale linguistico disponibile, convinto che i luoghi della sua narrazione fossero un crocevia vivo delle lingue del mondo. Ne risulta una lingua romanzesca polimorfa ma coerente, densa e autosufficiente, in cui i diversi livelli (dialetto, italiano comune, lingua colta, invenzioni lessicali) si fondono in un continuum inscindibile. In altri termini, la lingua del romanzo è un tutt’uno, molto più della somma delle sue parti, e non consente agevoli distinzioni interne.

Un aspetto importante del linguaggio darrighiano è la sua impermeabilità: l’autore lo concepisce come un codice integrale che il lettore deve decifrare senza ausili estrinseci. Convinto della natura autonoma del proprio idioma narrativo, lo scrittore si oppose recisamente all’idea di apparire come un autore che utilizza il dialetto in modo occasionale o folklorico: in Horcynus Orca il dialetto è parte organica e inscindibile della lingua dell’opera. Continua a leggere→

Hotel Roma

di Andrea Comincini

Dopo il grande successo di La pista Pasolini, Pierre Adrian (classe 1991) torna a raccontare un autore italiano che ha segnato il nostro secolo. Stavolta si tratta di Cesare Pavese, e il libro si intitola Hotel Roma, il luogo in cui, in una calda giornata di fine agosto, lo scrittore torinese si tolse la vita ingerendo dei sonniferi.

Adrian ripercorre la vita e la carriera del nostro partendo da Torino e dalle sue atmosfere, e attraversa lo stivale per riportare alla luce e alla memoria momenti o passaggi cruciali del percorso umano e letterario di Pavese. Da La bella estate a La luna e i falò, ogni testo rimanda a una rappresentazione, una sensazione, spesso agrodolce, e soprattutto consente allo scrittore di parlarci del suo Pavese: non un simbolo da imitare, ma un amico strano, malinconico e furtivo.

Un ritratto dell’autore Pierre Adrian

Le pagine raccolte da Adrian hanno la forza della passione, e nella descrizione della biografia dello scrittore di Torino un’esistenza geniale e complicata è raccontata tra luci e ombre, con garbo e rispetto, fino al compimento del gesto finale. Quanto colpisce di più tuttavia, in questo libretto di circa 150 pagine, non è il visibile, ma la presenza dell’assenza, dell’invisibile. Leggere e studiare Pavese, rispetto a tanti altri autori, significa accettare nel proprio orizzonte un vuoto incolmabile.

Non si può catturare un senso, né crearlo artificiosamente. Pavese è circondato da una solitudine che traccia i confini di qualsiasi ricerca, e nemmeno Il mestiere di vivere sa dirimere le nubi di un animo così confinato. Adrian ricorda giustamente Antonioni, e la sua celebre “incomunicabilità”. Ebbene, forse con Pavese, più di ogni altro scrittore nostrano, si avverte la mancanza di una tessera del puzzle, si attraversa un labirinto fra stanze buie e mura inconsistenti.

È un universo dai confini ignoti. Non si tratta ovviamente di mancanza di dati biografici né di voluta sete di mistero. Pavese è soprattutto il taciuto, il non detto fra le righe, e Adrian lo capisce con intelligenza, accompagnando il viaggio esplorativo senza cedere mai all’eccesso interpretativo. Sa anche però che l’italiano era un uomo in preda a una mania: “Alla fine alcuni suoi amici, infastiditi da questa idea fissa, questo

“vizio assurdo”, si arrabbiavano dicendo: visto che ne parla tanto, che lo faccia. Che si uccida. Pavese lo fece. Se ne dolsero” (p. 15).

E fu esattamente il 27 ottobre del 1950 che il fatto avvenne, in quella stanza 49 ancora visitabile e rimasta pressoché identica.

Morì come “un forestiero”, fu il commento di Natalia Ginzburg, ma in realtà continuò a essere precisamente se stesso, ovvero un uomo assente, dedito al lavoro meticoloso, coinvolto e distaccato, straniero in patria. Una persona, Pavese, descritta in ritratti preziosi e convincenti, accompagnata dal fedele Ventolin, l’inalatore per gli asmatici, per chi prova a respirare ma l’aria non è mai abbastanza, e così forse anche la vita, le sue bellezze a volte sfiorate ma mai abbracciate.

Parecchi amori infranti, troppe ferite che però non devono farci saltare a facili conclusioni. Il suicido è sempre un atto “incontenibile” e forse solo lo scrittore ne sa qualcosa, perché anch’egli è attraversato da forze oscure di cui forse non è nemmeno pienamente consapevole. Ma Pavese scrive, scrive tanto, annota, e se non possiamo cogliere con la vista il fondo del pozzo, di certo sappiamo quanto fosse profondo, profondissimo, e inquietante. Così Adrian immagina il proprio incontro con Pavese:

“Se avessi incrociato Pavese sotto i portici di via Po o all’ombra dei castagni di corso Valdocco, mi sarei avvicinato a lui per un “ciao”? Avrei almeno tentato di salvarlo? Frequentando quel ragazzo triste mi rendevo conto che passiamo il nostro tempo a proteggerci dalle persone infelici. Le evitiamo per paura di essere contagiati […] Ma cosa facciamo con gli infelici?” (p. 122).

Parole che trasmettono un senso di solitudine, di ineluttabilità e di profonda commozione perché confessano l’indicibile, già espresso da Pavese: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Sono le ultime confessioni nel Mestiere di vivere, ed esprimono non solo le ferite profonde dell’animo di Pavese, ma anche la nostra distanza, l’incapacità di poter proferire la parola giusta, quella salvifica.

Ma probabilmente non c’è e mai c’è stata. Solo “un gesto”, non distruttivo ma di redenzione, avrebbe potuto salvare Pavese, potrebbe salvare noi tutti da quel male oscuro, parafrasando G. Berto, che ogni mattina ci guarda sornione davanti allo specchio. Così non fu.

Adrian conclude il libro senza alcuna mestizia, ma con alcune toccanti parole, simili ai cieli autunnali delle Langhe: di nuovo cita Pavese, il quale dice che si scrive per l’oggi, non per l’eterno, per “sostenere la fatica quotidiana sulla certezza che quanto si fa vale la pena, è qualcosa di unico” (p. 151): la fatica di scrivere, la fatica di vivere.

Francesca Marzia Esposito – Materiali resistenti –

Version 1.0.0

di Gianfranco Cefalì

Come in un labirinto. Pieno di pensieri, di idee, di paure, di scuse, recriminazioni, orgoglio e sentimento, di stradine contorte e amore e odio, di cause ed effetti, forse di verità e bugie, di luce gelida e ombre affilate. Trovare l’uscita, con tutte le sue svolte, i suoi angoli, i suoi muri, non è semplice. Mi chiedo: dovrei pensare come Calvino?, scriveva nel suo la Sfida del labirinto: che poiché il mondo moderno è un labirinto di possibilità, incertezze e pericoli, l’atteggiamento più giusto e più umano è quello di chi ci si avventura dentro con coraggio, opponendo la forza della ragione e dell’arte all‘avanzare distruttivo e insensato del caos.

Forse sto correndo troppo e per capire ho bisogno un attimo di semplificare, di rendere tutto più accessibile. Il labirinto però rimane nella mia testa, ma il pensiero si sposta su Jack Torrance, all’Overlook Hotel, al suo labirinto, quello che si guarda in miniatura e si ha la sensazione di capirlo, di domarlo, di saperne trovare l’uscita. Poi arriva la realtà, all’esterno, prima verde nel gioco, poi ghiacciato nel finale, in un bianco incandescente e che in qualche modo ritroviamo anche in una Milano straziante, in un inverno inclemente che sembra spegnere tutti i colori, una Milano che dobbiamo immaginare virata in un bianco e nero in stile Bergman.

E qui però ci troviamo dinanzi alla follia, un labirinto che fa da piedistallo all’imbarbarimento dell’uomo; ma è di pazzia che vogliamo parlare? È follia quella dell’amore e delle sue infinite conseguenze? Anche dell’abbandono? Non saprei, non abbiamo una risposta univoca, non abbiamo nessuna certezza. Allora mi viene in mente un altro labirinto, il labirinto di Cnosso: il re di Creta Minosse commissionò a Dedalo la costruzione del labirinto per farvi rinchiudere il Minotauro.

Anche questa è una storia nota, come nota è anche la fine, ma qui siamo nel campo del mito, del sovrannaturale, della favola. Abbiamo intenzione di mitizzare qualcosa? Abbiamo bisogno di raccontarci le favole? E soprattutto, è bene mitizzare i nostri rapporti? È bene mitizzare l’amore fino a renderlo trasparente, impalpabile, intoccabile? E l’abbandono cosa sarebbe? Una declinazione passiva?, inversa? Un contraltare? No, anche in questo caso le risposte varierebbero in base ai punti di vista e alle situazioni. 

L’esistenza umana è formata da due grandi sfere, due globuli enormi in cui si mescolano vita e morte, e all’interno di questi, come fossero strade labirintiche, si manifestano le varie direzioni, le varie strade, e una di questa è l’abbandono. L’autrice ci parla proprio di questo e lo fa tracciando la strada di tre donne, la prima è Quintana, e potremmo parlare di protagonista principale, poi abbiamo Leona e infine la ragazza sfinge, ovvero Cora.

Per Leona e la ragazza sfinge la comprensione è di sicuro più semplice, Leona, che con i suoi abiti svolazzanti sembra avere quel qualcosa dell’animale, della criniera o del manto animale che arriva prima della sua presenza, anche lei abbandonata, si butta nella ricerca di qualcosa, e principalmente nella ricerca di un significato dove sembra non esserci altro che parole scombinate.

Cora, la giovinetta, è la ragazza sfinge, anche lei aspetta di trovare o meglio di ritrovare qualcuno, una persona importante, aspetta come una sfinge, immobile, assente, enigmatica, giovane e trasandata, come se il resto del mondo non avesse più importanza.

E adesso possiamo ritornare a Quintana, che a un certo punto viene chiamata Quin, un ipocoristico, una modificazione fonetica, solitamente un raccorciamento di un nome proprio di persona, che dà una risposta precisa, l’essere una regina, ma regina di quale regno? Di cosa? Di un castello? Di una città? Di un amore? Di un abbandono?

Ma lei è una e trina, come tutti gli spiriti umani. Quintana come la giostra, come il gioco, come prova da superare in un torneo, come abilità da destreggiare cavalcando, bardata con elmo, e lancia pronta a colpire. Lei cavaliere pronta al gioco e alla battaglia. Quintana come separazione, come distanza, come angolo tra due truppe, come segno che marca la distanza, una distanza da rispettare e mantenere se si vuole rimanere coerenti e non cadere nel caos. Quintana come malattia infettiva, chiamata anche febbre delle trincee perché osservata in forma epidemica durante la Prima guerra mondiale, caratterizzata da accessi di febbre della durata di uno due giorni e che si ripetono periodicamente per due tre settimane dopo “cinque” giorni di intervallo (ecco da dove deriva il nome!).

Dolore e febbre, malattia e guarigione. Queste tre donne non sono amiche, ma i loro labirinti si incroceranno. Gli eventi prenderanno una diversa piega durante una visita a una fabbrica dismessa, alla ricerca delle parole e dei segni giusti, la fabbrica come labirinto che cambierà dopo un evento climatico eccezionale e che trasformerà la visione del luogo, la notte sarà percepita come labirinto spettrale e senza uscita, il giorno, al risveglio e con il clima finalmente cambiato, sarà una normale architettura distrutta e abbandonata, in cui non ci sarà più posto per la paura. Il risveglio sarà in una Milano stordita e deserta in cui camminare è leggero.

E noi fino alla fine assisteremo a un’ossessione che si allarga, si restringe, muta e cambia forma, instabile, che scivola via e cerca di aggrapparsi, che vuole essere abbandonata, vuole risorgere. È un saliscendi la mente di Quintana, in cui l’ossessione si manifesta con l’uso spasmodico dei social, in un controllo, voyeurismo sfrenato, ma non fine a sé stesso e neanche declinato nella malattia, o meglio, potrebbe sembrare qualcosa di malato, ci prova anche ad andare da uno psicologo, per togliersi Mauro dalla testa, la terapia si rivelerà inefficace, ma specificatamente è come se non partisse mai, in cui le prime sedute si ripeteranno come dovessero ricominciare sempre daccapo.

Mauro nel testo è l’unico personaggio maschile ad avere un nome, che tra l’altro svanirà nel corso del romanzo finendo anche lui con un’iniziale puntata, come lo psicologo. Un altro uomo sarà baffone, qui l’autrice ci porta nel paradosso e crea un movimento Pro-Cement. Ma quello che più colpisce di Francesca Marzia Esposito è la sua scrittura, chirurgica (non mi piacciono mai questi termini abusati, ma qui mi serve per far comprendere l’enorme bravura nell’utilizzo delle parole, riuscendo a dosare la scrittura nel suo essere cruda quando serve, sfacciata, resistente, ipnotica e molto ispirata, lirica quando la storia lo permette, sembra che non ci sia una singola parola fuori posto), siamo nella testa di Quintana, e l’autrice riesce a farci capire cosa siano, chi siano, i materiali resistenti. Il libro parla dell’abbandono e della resistenza, dell’ossessione che può nascere e del conflitto interiore che scaturisce da queste due forze.

Non solo, perché riesce a tracciare e a esprimere concetti interessanti, senza il bisogno di migliaia di pagine per sferzare la mente del lettore con alcune idee. Abbiamo detto dell’uso dei social che fa parte del tutto, il gruppo attivista è un altro risvolto interessante, che ci fa capire bene i paradossi della società contemporanea, il fallimento dell’analisi psicologica è un ottimo spunto che meriterebbe approfondite riflessioni, parla di arte e della sua conservazione, senza contare i rapporti di coppia e tra gli esseri umani e naturalmente il ruolo della donna in un romanzo che come avete potuto capire è tutto al femminile.

Dopo la sua parentesi saggistica con il suo bel libro Ultracorpi, Francesca Marzia Esposito ritorna al romanzo e con questo suo nuovo lavoro si conferma una delle voci più interessanti del panorama letterario italiano.

D’olio e di miele –

di Lucia Manelli

La fortuna degli antichi, che tutte le mattine andavano con un orcetto di bossolo alle case degli dèi a domandare che bastasse quel giorno, un frammento della divina armonia, in qualche modo l’abbiamo anche noi, grazie alla presenza delle nuove voci della narrativa.

A questo pensavo, mentre chiudevo un volume dal titolo D’olio e di miele  (Divergenze 2024) e andavo a trovagli un posto sulla mensola dei “racconti vivi”. Lo avevo girato a lungo fra le mani, in libreria, incuriosita dal colore sfumato della copertina e dalla rapida sinossi. Armata di obiettive cautele l’ho lasciato decantare un paio di giorni su un vecchio comò, finché mi sono decisa.

L’incipit non era male per una autrice nata nel duemilasette, anno in cui mi laureavo pur senza essere in grado di scrivere in quella maniera, e il prosieguo si è rivelato anche meglio. Sarà che io amo la narrativa territoriale, senza la quale non vi sarebbe quella “internazionale” per mancanza di punti d’appoggio, ma la ricerca storica di  Giulia Colacicco include anche i caratteri e l’atmosfera di un territorio, la psicologia sociale di chi lo popola tra accenti comici o pieni di una sensibilità dolorosa e gentile. A sorpresa c’è anche uno stile pulito; e non me ne voglia l’autrice, ma a diciott’anni – pregiudizio per cui battermi il petto? – era l’ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare.

Negli scambi di sguardi e di parole, nella “paesanità” del contesto e certe scene che rimandano ai teatrini di provincia, quelli dove o reciti più che bene o ti fanno vergognare di averci provato, ho visto una scrittura molto sorvegliata, che forse per tenere a bada la fantasia si impone una regola francescana di povertà, ma si spende per la realtà che racconta. Una realtà anch’essa povera, scabra, tenace come l’olivo e al tempo stesso gentile come il miele al palato.

Un richiamo al titolo e un invito alla contemplazione, a fermarsi e rileggere le righe per evocarne gli scorci, gli orizzonti, siano essi gli angoli pittoreschi di una cittadina delle Murge (Santeramo in Colle) o gli interni della casa della burbera Rosa. E poi la fiamma che arde silenziosa fra una manzoniana Lucia, figlia del carbonaio del borgo e Carmelo, rampollo di famiglia non facoltosa ma comunque meno umile.

Tra pettegolezzi, sospetti, scintille e ribaltoni, dopo una fuga dei due giovani i parenti finiranno in tribunale; un tribunale che sa anche qui di sketch, con avvocati e magistrati pronti a ridere dei contendenti e un parroco bizzarro a tentare di riportare la pace.

 

 

 

La freschezza del risultato non viene solo dalla piccola umanità rusticana, ma proprio dalla capacità dell’autrice di dosare gli scorci drammatici e quelli più lievi, restando sobria nel tocco e negli effetti smorzati, come fosse accanto al lettore, pronta a riparare con una mano la luce troppo viva della sua immaginazione. Ne risulta una scrittura svelta, che fa della lingua un esercizio naturale e arriva subito al “dunque” incisiva, scolpita, senza immolare nulla all’altare della leggerezza.

Intervista a Italo Bonera. La costante ricerca di un punto di vista

 

di Michele Burgio 

D: “Te lo dico così a brutto muso: l’argomento, le dimensioni;, l’intreccio… non c’era un solo motivo per cui il tuo romanzo [Il male che fa bene] dovesse piacermi o  interessarmi. Invece sei stato una grandissima sorpresa”. La prima volta che mi rivolsi a Italo Bonera, gli scrissi queste parole. Avrebbe potuto rispondermi male, e a ragione. Non lo fece, anzi fu gentile. Ma facciamo un salto indietro di qualche mese. Era una sera d’inverno piuttosto fredda quando, sotto casa loro, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, direttori della collana Le dalie nere per Ianieri Edizioni, mi dissero: «Abbiamo tra le mani l’inedito di un autore non siciliano. Una gran bella scrittura». Ecco, non dissero in sé “un romanzo”, dissero proprio “una scrittura”. Giacomo e Raffaella sanno che per me la storia è fondamentale, ma divento subito insofferente quando non è sorretta da una penna solida, sicura. La riservatezza proverbiale di questi due amici mi dissuase quella sera dal tentare di scoprire di cosa trattasse il romanzo e, a maggior ragione, chi ne fosse l’autore. Una curiosità di scuderia, visto che anch’io ho pubblicato due romanzi per Le dalie nere, collana che apprezzo per questa e altre ragioni. Come sei arrivato a Ianieri Edizioni?

 R: Malgrado si parli parecchio di romanzo noir, per un piccolo autore di genere non sono tante le case editrici raggiungibili e ben distribuite. Avevo notato sui social la collana “Le dalie nere” che sembrava adatta al mio lavoro, così mi sono rivolto a Ianieri. Certo, non è stato l’unico editore a cui ho proposto “È stata legittima difesa”, ma è stato il primo a darmi un riscontro positivo – molto positivo devo dire, anzi, lusinghiero. Quando trovi un editore che crede nel tuo lavoro, non ci pensi due volte. Sono grato a Giacomo e Raffaella per il loro giudizio, davvero importante per me, e sono
contento di aver conosciuto la professionalità di Raffaella come editor, la competenza dello studio grafico, nonché la grande disponibilità di Mario Ianieri.

D: Ma vorrei tornare a ciò che dici riguardo alla scrittura. Lo condivido: secondo me è importante la qualità della scrittura; la narrazione conta, ma vale ancor più il piacere di leggere – tanto che, da lettore, se lo stile di un libro non mi convince, posso abbandonarlo anche soltanto dopo poche pagine. Per scoprire che Giacomo e Raffaella stavano parlando di Italo Bonera, ho aspettato che il freddo si mutasse nell’afa di luglio, quando è arrivata dall’editore l’ufficialità. L’uscita di “È stata legittima difesa” era prevista per settembre 2024, il libro non era ancora disponibile. Così, preso dalla curiosità, ho cercato altre sue pubblicazioni. Tra le altre, avrei potuto scegliere Io non sono come voi (Gargoyle, 2013), oppure Rosso noir. Un pulp italiano (Meridiano Zero, 2017); volendo approcciare a qualcosa di recente, ho scelto infine Il male che fa bene (Calibano Editore, 2023).Si tratta di un’avventura ad alta tensione giostrata tra Beirut, il deserto siriano, Istanbul e (sic) Brescia. Lo iniziai a leggere piuttosto perplesso, lo ammetto, non perché dubitassi delle capacità dell’autore o della forza della storia, ma perché ho orizzonti di lettura – ahimé – ristretti e comunque diversi. Lo scrittore di razza, però, traspare dalle prime righe, e quel romanzo l’ho divorato in pochi giorni. Chissà quali erano i modelli di Bonera, mi domandavo. Adesso, quella domanda posso farla. Quali sono stati gli elementi del tuo apprendistato letterario? Cosa hai letto? Cosa leggi?

R: Grazie per l’interesse, la fiducia e per le tue parole su “Il male che fa bene”: «l’ho divorato» è un commento che mi fa molto piacere, anche perché quello è stato il mio primo romanzo ambientato nella contemporaneità. Riguardo alla domanda, amo la narrativa di genere, italiana e non solo. Ho iniziato leggendo fantascienza, molti anni fa; successivamente sono passato al (come si dice oggi) mainstream contemporaneo e ho esplorato vari percorsi trovandomi a mio agio con il noir. Leggo anche gialli e spionaggio. Tovo sempre piacevoli le pagine di Georges Simenon, Ross Macdonald, Ed McBain, Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo. E poi Gérard de Villiers, Lee Child, Andy McNab, Stefano Di Marino, ma anche Philip Roth, Romain Gary, Niccolò Ammaniti, Luca Ricci, certo di aver dimenticato molti altri. Se sei curioso, sul mio profilo Anobii si trovano tutte le mie letture – il link è anche sul profilo Facebook. Di recente ho apprezzato “Bambino” di Marco Balzano: una scrittura magistrale con personaggi scolpiti e uno sguardo acuto su Trieste e sugli avvenimenti accaduti in Venezia-Giulia tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale.

Un ritratto dell’autore Italo Bonera

D: Finito di leggere un suo primo romanzo, è cresciuta in me la voglia di capire meglio chi fosse Italo Bonera. Ho scoperto che ha superato i sessant’anni e scrive da venti. Hai dunque iniziato a pubblicare in età adulta. Mi pare di capire che tutto inizi nel 2004 quando col racconto American dream vinci il premio Fredric Brown per racconti brevi indetto da Delos Books. Ci racconti com’è andata?

 R: Avevo da poco letto “Gli apprendisti stregoni” di Robert Jungk, la storia degli uomini che costruirono l’atomica, dove si capisce come il progetto Manhattan sia stato possibile soltanto grazie agli scienziati emigrati in America per abbandonare un’Europa preda dei nazifascismi. Inoltre, avevo visto il film “Bowling for Columbine” di Michael Moore, ed era ancora forte il ricordo delle torri gemelle. Dalla contaminazione di quelle suggestioni nacque l’idea del racconto. Chi ha paura fugge oppure attacca. Se è armato, attacca. Nel raccontino ambientato in un prossimo futuro, l’America ha reagito in modo abnorme alle proprie paure usando nuovamente l’atomica,
isolandosi così dal mondo civile. Il protagonista, un americano medio(cre), contempla il suo Paese in declino, non più in grado di far promesse, abbandonato dal mondo e quindi da abbandonare, condannato dalla propria arroganza.
Quando Silvio Sosio di Delos book mi chiamò al telefono per invitarmi alla premiazione, non avevo capito che sarei stato il vincitore: dovette insistere. Ricevere in modo inaspettato il Premio Fredric Brown per “American dream” è stata una spinta decisiva verso l’attività della scrittura. Devo molto a Silvio Sosio.

D: Bonera appartiene alla tipologia di scrittori che riesce a scrivere in coppia, una cosa che mi ha sempre incuriosito. Esordisce per la grande editoria con un romanzo a quattro mani scritto con Paolo Frusca, scrittore bresciano come lui, che poi avrebbe avuto una fortunata carriera come scrittore sportivo. Tutto nasce da una telefonata di Sergio Altieri [ai più noto come Alan D. Altieri, scrittore di genere e curatore editoriale per Mondadori] che imprime una virata importante alla sua carriera di scrittore. Così arriva alle stampe Ph0xGen! (Mondadori, 2010).Con Frusca hai poi pubblicato anche Cielo e ferro. Il futuro è cambiato (La Ponga, 2014). Come nasce la vostra collaborazione?

 R: È nata senza prenderci sul serio. Amici da diversi anni, lui trasferito a Vienna, nei primi anni Duemila siamo rimasti in contatto via e-mail, sfaccendati che strologano di massimi sistemi come perdigiorno da bar. “E se l’Austria avesse vinto la prima guerra mondiale?” fu una delle uscite di Paolo. Da lì, l’idea di una narrazione ambientata in quell’universo impossibile, idea che mi vedeva scettico, perché “io sono un fotografo, non uno scrittore”, dicevo. Quando però Paolo abbozzò alcune pagine, iniziai a metterci del mio. Da lì in poi fu un continuo scambiarsi file ai quali ognuno aggiungeva qualcosa, tagliava, modificava in modo caotico e senza un vero metodo. Alla fine ci
trovammo tra le mani una quantità di capitoli, scene di un film senza sceneggiatura. Le
“montammo” riuscendo a ottenere – con stupore di entrambi – qualcosa di leggibile.

 D: Ecco, sono d’accordo. Più che cinematografica, definirei fotografica la scrittura di Bonera. Si va per scatti. Un vicolo, un lampo di sole, una donna grassa, un bar con la saracinesca semiabbassata. La fotografia è per te un riferimento per ciò che riguarda la costruzione letteraria delle scene, della narrazione? Quanto contano la luce, il movimento, l’inquadratura?

R: C’è qualcosa di vero. La pratica della fotografia obbliga a uno sguardo, a un punto di vista; fotografare significa incorniciare e isolare un lembo di realtà là dove gli altri vedono soltanto consuetudine. Forse sono state la ricerca di un punto di vista e di uno sguardo nuovo, più che la luce, ad avermi appassionato alla fotografia. Eppure, guardo con ammirazione le opere di grandi autori che sanno, in una sola immagine, raccontare una storia intera, come certe potentissime fotografie di Ernest Haas o di Margareth Bourke-White, che io non saprei mai realizzare. Sarà per questo che oggi mi trovo a mio agio con la narrativa, soprattutto nella forma breve del racconto, piuttosto che nella costruzione articolata di un romanzo: uno scatto, una storia.

I provinciali di David Manzoni

di Silvia Tebaldi

«Tra petardi e caroselli la gioia brucia gli occhi».

Abita l’opera una grazia feroce. Ci sono un vecchio che la sa lunga e fa battute in rima, un parroco esecrabile ma dai fini encomiabili, il brusio dei paesani tra storie dure e amori, e una compagnia di giovani sullo sfondo di campi e argini della bassa cremonese, un luogo piccolo in una vastità. Il Po serpeggia a poca distanza («Dalle risaie si alzano gli aironi con le ali candide come lenzuola, eleganti e spettrali sul fondale celeste del cielo»), ritratto dalla voce di un narratore invisibile.

Ho letto I provinciali di David Manzoni prima ancora che diventasse un libro; ne ho letta l’anteprima a pochi giorni dall’arrivo in libreria: ma per tutto il tempo della lettura, non so né come né perché, ho sentito la carta, le pagine sotto le dita.

Ambientato nel 2014, due anni dopo vince il premio letterario “Linguaggi neokulturali” promosso dal web magazine Kultural, e l’anno successivo arriva in libreria.

Sette anni dopo la casa editrice indipendente Divergenze, in accordo con l’autore, ha recuperato il testo originale e lo offre per la cura di Massimo Rovati e Silvia Longo, nella pregevole veste grafica e materiale che connota la sua produzione e, nello specifico, la collana di letteratura Le scie.

Nel borgo senza nome in cui è ambientata la vicenda tutto sembra fermo, mentre il mondo attorno cambia. Ci sono un’onesta brigata per amicizia, vicinanza o parentela, di ragazze e ragazzi: i loro amori, le assenze, il senso del tempo; l’osteria e i giardini, la chiesa parrocchiale («antica, romanica, poco luminosa e con due piccole navate laterali. Sulle pareti qualche affresco smangiato dai secoli si alterna al rosso dei mattoni, alle tavole di legno con incise le tappe del Calvario di Gesù») e una polifonia di voci. Quindi le risposte in rima del signor Giulio che rammentano proverbi, nonsense da taverna o testi sapienziali, che quasi strappano la stoffa del testo, orbitando dall’indiretto libero – qualcosa dei Malavoglia, almeno per me che leggo – a uno spazio incerto tra elusione e chiacchiere, tra silenzi e crudezze da paesani.

«Lo blandivano e poi gli riempivano la blusa di spighe e palline appuntite: i gradi del comando.

– Generale, – attaccava Berto, – la guerra è finita.

– Andate in pace – ribatteva Giulio, facendo il segno della croce.

– Generale, – ancora Berto, – è ora di tornare al focolare.

Quindi veniva il turno del macellaio:

– Ce l’ha il focolare, generale? – e quello si incupiva. – Il generale è di turno al pagliaio, il nemico gli ha tolto tutto, tranne l’onore».

 C’è tutto questo. E c’è un segreto. Una nicchia, in chiesa, dietro il coro. Per l’intera lettura ho avuto in mente la forma ambigua studiata da Ricardo Piglia nel corso dedicato all’opera di Juan Carlos Onetti (Teoria della prosa, tradotto in italiano da Loris Tassi e a cura di Federica Arnoldi e Alfredo Zucchi per Wojtek, 2021): la forma definita dal nome francese nouvelle, ovvero romanzo breve, un testo narrativo che non è racconto né romanzo classico, ma una tradizione formale che si fonda – a differenza dal romanzo, specie il poliziesco – non su un enigma da sciogliere, né sulla fluttuazione di diversi elementi narrativi verso un colpo di scena, come nella short story tradizionale, piuttosto su un segreto.

Premesso che io non ho avuto mai certezze su misure e strumenti narratologici, men che meno ora, che solo voglio ricordare il ricordo che mi visitava, leggendo I provinciali ho avvertito un ronzio che non si è placato neppure quando ho ripreso in mano la mia copia di Teoria della prosa. Eccolo, il passo della prefazione di Arnoldi e Zucchi, che apre alla questione del segreto nell’opera di Onetti e che abitava nel ricordo come in un déja-vu, come tre righe sottolineate certo aldilà della ragione e del pensiero discorsivo: «Si tratta di una fenditura che conduce, oltre la storia, in un’altra storia, quella potenziale, dissimulata e latente. È un punto cieco, uno spazio vuoto da cui il narratore vede senza raccontare, oppure racconta senza conoscere».

Io quella fenditura l’ho sentita, forte, durante tutta la lettura. Il segreto, secondo Ricardo Piglia, è «ciò che è eliso e che qualcuno sottrae dalla trama, è qualcosa che non si conosce ma che agisce permanentemente nella storia. Ciò che è accaduto definisce la differenza tra racconto e nouvelle. Il romanzo breve si chiede cosa è accaduto, mentre il racconto si chiede cosa accadrà. Una forma si interroga sul passato e l’altra sul futuro di una storia».

Ebbene, ne I provinciali quel segreto è in una nicchia, uno spazio dal contenuto misterioso; e ancora, in qualcuno che nell’ombra terrorizza la giovane Lilia, che non può vederlo benché le stia a pochi passi; e ancora, in qualcosa che è accaduto e ha segnato il villaggio senza nome.

E ci scommetterei che anche voi come me, leggendo il libro (che sia romanzo o nouvelle, non ha importanza), sentirete che quel segreto ha a che fare con tutti e tutte noi in quanto lettori, certo, ma prima ancora noi in quanto viventi. C’è poi una seconda storia, dissimulata e latente.

Scrive Massimo Rovati nella prefazione, La poetica del disincanto:

«Con toni leggeri e svagati solo in apparenza, Manzoni dà alla storia la potenza delle Fiabe italiane di Italo Calvino. Là c’erano maghi, orchi, ladri, un campionario di orrori che ai bambini esorcizzava la paura del mondo di fuori, poiché situato nel regno privo di offesa della vita fantastica, e nella vita fantastica anche i fatti più tremendi danno un brivido felice. Chi sopprime lo spavento, sopprime anche la felicità. Qui, nell’opera di David Manzoni, in modo analogo alle fiabe di Calvino, il timore e l’angoscia non sono urlati, non fanno parte di un progetto educativo: sono esposti senza una sola parola leziosa, e narrano di cose terribili come gli stereotipi, feroci quanto la società di cui sono figli, e lo fanno con uno stile umile, rapido e ironico, spoglio di ogni eccesso».

Insomma, leggendo questo libro troverete una polifonia di voci, gente soave e assieme spietata, la tigna di non voler cambiare che ci definisce tutti e una trama, una trama vera, che ho ripreso dopo avere sciolto l’enigma senza che il segreto fosse sciolto, e che certo rileggerò ancora. E l’evidenza radiante di quel “doppio interno”, tanto più evidente quanto è più nascosta, quella duplicità che è in noi come la coabitazione tra una anziana zia casalinga e un Hermes viaggiatore e imprevedibile, l’uno dall’altra spaventati, deliziati e offesi (il ricordo va ad Ars poetica di Franco Ferrucci, altro libro bellissimo e sommerso).

La scrittura limpida e arguta, solo in apparenza semplice di David Manzoni, si fa leggere con gioia e quasi induce a una rovinosa, irresistibile velocità di lettura; si avverte come un suono che traccia la pulsazione della favola filosofica, la quale però mai prende il sopravvento, e forse non è che uno scrigno di armonici, un effetto acustico («Più larga è la bocca, più la favola è sciocca», dice il signor Giulio).

«Leggendo, ti pare di passeggiare nel paese in cui sei cresciuto o hai trascorso le estati dell’infanzia e della giovinezza, e dove tutt’ora torni quando avverti il richiamo delle radici»: così scrive Silvia Longo nel breve saggio La provincia ubiquitaria, in chiusura del volume. E dopo aver letto di questi provinciali e avere camminato, provinciale io stessa, in uno dei luoghi in cui avverto la forza delle mie cosiddette radici, non posso che darle ragione.

Scrive M. John Harrison in Vorrei essere qui. Antimemorie, straordinario libro appena portato in Italia grazie a Mercurio books, nella traduzione italiana di Luca Fusari:

«La verità paradossale che Map Boy custodisce è: a vent’anni o a settanta, per quanto tu possa cambiare, sei sempre già nel tuo futuro. Le persone evitano di ammetterlo finché possono, appellandosi alla banalità, e non è colpa loro. Ma il compito dello scrittore è sbatterglielo sotto il naso».

È una frase in cui mi sono imbattuta mentre cercavo di chiudere questa riflessione. Mi sono stupita perché da tempo non mi stupisco più delle coincidenze, ma la bravura di David Manzoni nello sbattermi sotto il naso, con garbo e abilità assieme, questa nobile verità, mi lascia esterrefatta anche dopo aver letto, per la seconda e quasi terza volta, I provinciali. Un’opera nella quale leggendo, anzi, vivendone i fatti, troverete anche voi una quieta ferocia. E un segreto.

 

 

Altro da Palermo- di Michele Burgio

di Antonina Nocera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ammiccante già dal paratesto  – una copertina che incrocia tre R negli spigoli di una figura geometrica  – il nuovo romanzo di Michele Burgio, per i tipi di Ianieri edizioni inaugura una cifra più esistenziale e ruvida, che tocca corde intime, sapientemente dosate da una scrittura elegante e mai eccessiva, lontanissima dall’espressionismo monocorde di certa letteratura contemporanea, avvinghiata a pratiche autoreferenziali, in odore di psicodramma, di confessione egotica.

Burgio intreccia tre storie, incastrate nella struttura “a scatola cinese” in cui  le vite di  tre uomini il cui cognome inizia per R si trovano a collimare per caso, come spesso accade nella vita, nel flusso degli eventi di cui non abbiamo nessun controllo. Rizzica, Ruvolo, Romanò sono tre personae nel senso originario del termine, tre maschere di  un unico atto scandito in tre momenti, dove una voce onnisciente, cui è affidata la narrazione, scandaglia i passaggi salienti delle tre personalità, caratterizzate da un’attitudine raziocinante e meditabonda, ciascuno a suo modo, chi per la strada della dissimulazione, chi per un’autoconfessione scomoda.

Il  magistrato Rizzica vive la parte sbiadita della sua esistenza, quella che si affaccia  come le nubi livide di un crepuscolo, dopo il fulgore della carriera, delle tangenze scomode, della giustizia che deve fare i conti con quel sottobosco di connivenze, imposture, brogli e pasticciacci di un’epoca non troppo lontana, quella degli anni novanta, quando essere magistrato a Palermo era una scommessa con la vita, in guerra con un nemico che stava ovunque, ma che era indicibile, indecifrabile, o volutamente ignorato.

Esiste un riferimento storico che ha ispirato la storia di Rizzica –  ci tiene a dire l’autore – e mi pare di intravedere anche una fisiologica vena “sciasciana”  ad accompagnare la storia  di un errore giudiziario, che travalica le aule di giustizia per diventare microstoria, nelle vicende del figlio di un povero cristo divenuto pedina di un potere maligno di cui ignorava gli ingranaggi.  Fa capolino  il Riches de  Il contesto sciasciano, come rimando concettuale, sebbene qui con tutt’altra tempra e riferibile a questo tipo inusitato di “uomo di tenace concetto”, che a suo modo è il magistrato Rizzica:

“vedi Pietro, io ho molto rispetto per il tuo dolore. L’errore giudiziario è ciò in cui nessuno di voi vorrebbe incappare, e quando succede, è per noi stessi una sconfitta, un tormento. E’ come una malattia che non ha ancora, di cui hai il terrore di ammalarti,  e dalla quale cerchi di sottrarti. Fai di tutto per evitare le abitudini sbagliate, ti nutri al meglio, pratichi il giusto sport. Poi c’è un momento in cui non sai come, ma qualcosa va storto. […] Credi veramente che un professionista sbagli volontariamente?”

Con lo stesso scandaglio privo di indulgenze, Burgio interseca la storia di Anna, (domestica del magistrato Rizzica)  e del professore Ruvolo. Qui, la storia si avviluppa intorno a un vagheggiamento erotico, ma più di intelletto in verità, in cui la più classica delle situazioni, si screzia di inaspettate sfaccettature; il setting è quello scolastico,  delle scuole serali, frequentate da studenti lavoratori, spesso adulti che non hanno potuto completare gli studi ordinari. Ruvolo la osserva, la segue, la  immagina sua,  tenta la  seduzione con la goffa improntitudine dell’inetto (più Saba che Pavese) e ne esce sconfitto, irrimediabilmente:

“nel frattempo, nascosto dalla vetrata del bar, riusciva a ritagliarsi del tempo per rimuginare senza sosta. Tracciava bilanci,  ripercorreva gli errori della sua vita, mandava giù insoddisfazioni.”

Il gioco abile di Burgio è quello di mascherare gli intenti dietro il paravento del professore imborghesito che fa il suo dovere, timbrato il cartellino delle pratiche coniugali; dietro gli argini di una tollerabile normalità, delinea, con efficaci e brevi pennellate, il mostro riprovevole. Viene qui in soccorso un altro elemento del paratesto, in questo caso l’esergo del romanzo nella citazione di  Claudio Lolli: “nessun uomo è un uomo qualunque”.

Intento a rinverdire un’esistenza bolsa e ingrigita, il professore è la pedina di un meccanismo di violenza sottaciuta e passiva che alligna segretamente, come nel sottosuolo dostoevskiano dove l’impiegato più ordinario diceva:

ci sono cose nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela neanche agli amici, ma solo a se stesso,  e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare perfino a se stesso.

 

Prende l’abbrivio la terza storia, inanellata con un fulmen  in cauda alle due precedenti: entra in campo Romanò, portiere dello stabile da cui tutto ebbe inizio. Un altro spaccato dei costumi nostrani, del “tipo” di pratica cui abbiamo probabilmente assistito, volenti o nolenti, nel corso della nostra vita: lo scambio di voti e favori raccattati tra la gente nomale, quella che crede nel sogno della raccomandazione  salvifica e che poi viene abbandonata a sé stessa.

Romanò ci crede, fortemente, fino alla fine, che quel politico altisonante possa cambiargli la vita. Invece, sarà il destino, o quell’incrocio maledetto di R – che è la vita – a fornirgli la risposta.  Si ha la sensazione, a leggere questo romanzo tripartito, che il riscatto sia possibile a condizione di accettare la vita dentro la morte, come prescriverebbe il senecano morimur cotidie.

L’inversione dei termini esistenziali dei personaggi di Burgio:  l’eros come antidoto alla morte di Ruvolo, l’etica del sacrificio come extrema ratio di Rizzica  e  il lasciarsi vivere degli inetti alla vita di Romanò, rendono questo romanzo ruvido, scomodo nelle intenzioni, nell’indagine lucida e veritiera degli abissi umani.

La scrittura di Burgio, elegante, ricca di termini inusitati per questi tempi di barbarie linguistica, opera per sottrazione: niente esagerazioni, con la sua prosa lenta e possente che concede sul finale delle increspature, vergate con un’ attitudine gnomica, che non prescrive, ma suggerisce.

Ultima,  ma non certo per importanza, la città di Palermo, vero e proprio quarto personaggio del romanzo, che erompe in immagini vere, intense, del tutto prive di edulcorate lambiccature, anni luce dalla patinata Palermo felicissima, la città dell’inciampo, tra rancore e sottomissione, come direbbe Bufalino, illuminata in frammenti dipinti alla maniera del testo pietroburghese, dove il riscatto e l’abisso si alternano furiosamente, senza concedere respiro.

Una Palermo che ha cambiato volto, nel tempo che mostra le sue cicatrici senza pudore, che vive di soglie, limiti impensabili per qualunque altra città, come quello dei quartieri bene, separati dai bassifondi da pochi metri di cemento, dalla fatiscenza e della bellezza dei vicoli, degli odori, anche nauseabondi, mischiati agli effluvi miracolosi degli intingoli agrodolci. È la Palermo metafisica dei fantasmi agostani, quando si spopola e tutto appare spettrale, e ci si rende conto che quella stessa umanità brulicante che la uccide, viene a sua volta divorata. Lontano dai fulgori, il quarto personaggio è quello che diviene metonimia assoluta di uno stato del vivere, che brilla di quella luce indecisa e abbacinante che noi sappiamo.

La rivoluzione di Olympe. Intervista a Sarah Ile Belmonte

di Ivana Margarese e Nina Nocera

Nina: Il tuo ultimo romanzo La Musa Scarlatta ruota attorno al personaggio di Olympe de Gouges, donna dallo spirito indomito e passionale, scrittrice e attivista francese vissuta nella seconda metà del settecento che si batte pere la causa delle donne, degli esclusi, degli ultimi della società . Olympe è un personaggio realmente esistito, conosciuto, come dici nelle note finali del libro, in un testo universitario. È una delle tante donne che hanno contribuito alla lotta per i diritti femminili e che sarebbero rimaste sconosciute se qualcuno, come hai fatto tu, non avesse dato loro la possibilità di rivivere in un romanzo. Qual è la genesi di questo personaggio e cosa hai aggiunto – direbbe Manzoni- al dato storico per creare una storia così avvincente?

 R: Quando ho capito che avrei voluto dare voce a de Gouges, mi  sono accollata la responsabilità di non snaturare la sua potenza  immaginativa e di non sminuire il suo pragmatismo. Pragmatismo e immaginazione non vanno certo sempre di pari passo, ma per un personaggio così tondo era necessario trovare un equilibrio. La genesi non è stata semplice, frutto delle letture di tutti i libelli politici che sono arrivati ai nostri giorni, ove possibile in italiano, altrimenti in inglese e francese, è stata una lunga chiacchierata col passato.

Le letture mi hanno restituito una donna, pensatrice, attivista, colta, che aveva una visione precisa di quello che stava succedendo alla Francia del suo tempo. Non è stata semplice neppure la gestione del suo animo impetuoso e ribelle, ma una volta compresane l’umanità, quale filo conduttore del suo pensiero e della sua lotta, tutto è diventato più chiaro.

Olympe, o meglio ciò che la storia ci ha dato di lei, per anni ha sofferto dietro al giudizio troppo affrettato di chi ne voleva fare una ‘bandiera al vento’, perché nasce monarchica e muore repubblicana, ma studiandola ho compreso che le sue scelte erano figlie di un cambiamento richiesto dalla stessa Rivoluzione. 

Ho aggiunto ciò che non passa dalla letteratura politica e politologica ovvero le fragilità, le passioni, gli ardori di una donna, le preoccupazioni di una madre. Se la si legge, qua e là si trovano pezzi di lei come donna, essere umano, e raccontarli, immaginarli, crearli, è stato un momento molto bello del processo di scrittura.

È proprio questo il senso del ‘dar voce’ a un personaggio realmente esistito, farlo vivere senza snaturalo.

 

 Ivana: Olympe de Gouges  è una figura che colpisce, oltre che per la passionalità quasi sfrontata, per la profonda coerenza morale, anche nel coraggio con cui va incontro alla morte a cui è stata destinata. Ti domando come è stato per te scrivere su una donna così singolare e a quali elementi ti sei affidata per rappresentarla.

R: Non faccio un torto a nessuno, neppure al mio libro, se dico subito che avere scoperto che è morta ghigliottinata per le sue idee, è stato il momento in cui ho deciso di voler parlare di Olympe de Gouges con la mia scrittura.

Si capisce la forza morale, etica, storica, politica, di una persona che lotta fino in fondo e crede fermamente in ciò che dice fino alla morte?

È un pensiero talmente grande da farmi spavento.

All’inizio avevo chiara solo una cosa: volevo farla rivivere, volevo che il mio libro potesse servire per farla conoscere ai più. Poi, tutto è cambiato è ha assunto i tratti di un romanzo viscerale, di pancia e cuore.

Non sono di certo l’unica che ne ha parlato, soprattutto in Francia c’è una migliore attenzione negli ultimi decenni, ma come scrittrice di romanzi di narrativa ho sempre saputo che avevo la possibilità di esplorare una fetta di umanità che si perde, necessariamente, nei testi di scienza politica, o di storia.

Pian piano, mi sono innamorata di lei e ho avuto momenti in cui i dubbi mi attanagliavano, perché non sapevo se avevo tutte le abilità per rendere al meglio la sua passione, la sua scelta così ardita, perché no, i suoi sbagli. Tutt’oggi mi chiedo se una pagina, una scena, poteva essere scritta in altro modo, se c’è qualcosa che mi sono persa, o che involontariamente ho omesso, ma il bello di avere a che fare con persone che lasciano il segno è proprio questo, sentire di dovere ancora qualcosa; alle presentazioni cerco di far affiorare qualche aneddoto, un ricordo, una sensazione, un angolo di lettura che non ho potuto inserire nel libro, perché di lei si sappia sempre di più.

Gli elementi di cui non ho potuto fare a meno sono stati: la condizione della donna in cui era calata Olympe, la Francia rivoluzionaria, Parigi e il popolo, i reali, tutti cardini della visione chiara di de Gouges, a cui non potevo non dare spazio.

 Nina: La vita di Olympe è scandita da due parole: passione e sacrificio. Sappiamo quanto sia difficile per una donna coniugare le proprie aspirazioni individuali, carriera lavoro, famiglia. A tutto ciò, si aggiunge la diffidenza dell’ambiente che la circonda, lei è una vedova con un figlio, tenta di crearsi uno spazio tra figure di intellettuali, editori, philosophes uomini. Ci riesce, a prezzo di una solitudine che serpeggia, nonostante l’amore di due uomini e di tante donne che la stimano. Mi sembra che in fondo nessuno le riconosca qualcosa, neanche la Storia  che la condanna a una terribile fine. Ti chiedo, attualizzando la storia di Olympe, quanto ancora oggi le donne devono sacrificare del loro mondo affettivo e lavorativo per avere un ruolo di rilievo in società?

R: Immaginiamo per un attimo una donna che si trova in un mondo in cui essere femmina è di per sé un difetto d’ingranaggio all’interno della società, poi spostiamo lo sguardo sulla condizione di Olympe, sulla sua volontà di essere una scrittrice, di avere parola in politica, di fare la storia del suo popolo, cosa notiamo?

Notiamo il margine, il luogo in cui erano, eravamo, relegate era il limitare della società. Pensare che studiare fosse solo per pochi è duro da digerire, lo è stato anche per lei che ha lottato per avere una istruzione.

Mi è risultato lampante, mentre studiavo Olympe, che l’idea che lei aveva del ruolo femminile nella società potesse essere attuale più che mai; con amarezza mi sono resa conto che nonostante i passi avanti fatti, ancora c’è quel sentimento di discriminazione uomo-donna, dicotomico, di cui parlava lei a fine Settecento, ed è stato triste dover ammettere che siamo lontani, e lontane, dal senso di uguaglianza piena che lei voleva.

Hai detto bene, siamo ancora noi che dobbiamo sacrificare il ‘mondo affettivo e lavorativo’ come due entità che non possono coincidere.

 Ivana:  Il rapporto con il figlio, Aubry, è un filo che attraversa l’intero romanzo lasciando con il fiato sospeso fino alla fine. Fu un rapporto assai infelice per cui tu hai immaginato una qualche riparazione letteraria e poetica. Potresti parlarmi di questo rapporto e di questo rapporto nel tuo libro?.

R: Nella realtà loro furono più in contatto, anche se nella cronaca alla fine il figlio fu costretto a rinnegare il nome della madre, pare; c’è un filone che sostiene che l’abbia fatto per ripulirla nell’interesse di una buona storia da tramandare, e che quindi farla tornare a Marie Gouze era la strada per far dimenticare la passionale Olympe de Gouges, ma io sposo l’idea che per continuare la sua carriera militare non ci abbia pensato due volte a scollegare il suo nome da quello della madre nemica della patria e della Rivoluzione.

Ciò che ho percepito io dagli scritti di Olympe è una madre che non ha vissuto in pieno il suo ruolo, non come avrebbe sperato, quindi nel mio libro il loro rapporto non poteva essere edulcorato fino in fondo, doveva essere così come era arrivato a me; non ho mai negato a me stessa l’idea di affrontare un rapporto difficile, non simbiotico, quasi non corrisposto alla luce del sole. Nella gestione dei sentimenti è importante essere credibili, spero di esserlo stata per lo spirito che ha legato entrambi a un destino e a scelte diverse, divergenti direi.

Verso la fine ho ribaltato la situazione cercando di provare a far risaltare una sorta di affetto in Aubry, ma il mio cuore mi diceva che questo ragazzo non aveva mai tentato di comprendere le scelte della madre, per cui doveva necessariamente restare tutto un po’ ‘incompiuto’, diciamo così. 

Nina: Spesso Olympe si trova nel romanzo a dialogare e interagire con donne di diversa estrazione. In un frammento del romanzo che definirei “carnevalesco”, in senso bachtiniano, perché vi è un vero e proprio rovesciamento di ruoli sociali, il potere viene deriso e il re viene “scoronato”. Olympe si trova  qui a condividere un momento particolare  con le donne del club segreto, intente a panificare. Le donne saranno le future giacobine che metteranno a ferro e fuoco la città Sebbene  Olympe venga  accolta nel club, viene al contempo attaccata perché veste come un’aristocratica e prende le distanze dalla lotta armata. La lotta di classe, che dovrebbe essere condivisa, viene parcellizzata in cellule. Mi pare interessante questo punto per riflettere sul fatto che la tanta auspicata solidarietà femminile spesso viene ostacolata da divisioni. Cosa ne pensi a proposito? 

R: Ogni donna a suo modo ha scelto di partecipare alla Rivoluzione, ma non credo che ce ne sia stata una che in quegli anni non abbia avuto il coraggio di schierarsi, almeno una volta.

Quel pezzo a cui ti riferisci è stato un bellissimo momento che ho colto dalle varie storie della Rivoluzione. Un momento di sole donne in cui la situazione terribile che si prospettava, guerra e fame, viene ribaltata per fare spazio a una satira carnevalesca, giusto come sostieni, che è la voce migliore del pensiero del popolo.

A Olympe era chiaro però che le donne non potessero fare ‘club’ come gli uomini, lo dice proprio in un monologo di un libello indirizzato alle francesi e alle cittadine del mondo. Parafrasando, è insito nell’animo delle donne perdere di vista la possibilità di fare unione di fronte a un bel vestito da criticare o una donna a cui detrarre bellezza, intelligenza e umanità. Suona familiare, ancora oggi?

Quando si lotta per la conquista dei diritti, sosteneva, non ci può essere l’occhio ingannatore a fare le differenze. Anche Olympe era continuamente attaccata per il suo abbigliamento, per la sua appartenenza alla borghesia e ai letterati, ma gridava con ardore che le idee non hanno vestito né profumo: le idee di valore avevano, e hanno, bisogno di donne e uomini, mai ha diviso il mondo, anzi, ha sempre cercato di riportarlo a un unico genus: l’umanità.

 Ivana: Ho notato che spesso nel descriverla negli atteggiamenti o nelle fattezze hai fatto ricorso all’immagine del gatto. È una scelta che ho apprezzato perché mi ha reso visibile come la libertà fosse la cifra dominante di questa donna. Olympe era una donna così affascinante come tu la descrivi? Ti chiedo anche qualcosa in merito ai ritratti che di lei ci sono rimasti. Sono verosimili?

R: Sono felice che te ne sia accorta, non è un caso. L’associazione a un gatto è spontanea perché il gatto mi è venuto in mente naturalmente, poi nella rilettura mi sono accorta di questa ‘ridondanza’ di immagine.

Mi sono domandata se eliminarla, ma a ben vedere ci doveva essere un motivo e ci ho riflettuto per giorni. Quelle immagini erano lei, scaltra come un gatto, apparentemente autonoma ma bisognosa d’affetto, solitaria eppure capace di creare una ‘colonia’ di donne, di primeggiare e battersi. Ha vissuto molto di notte, ha lottato con gli artigli per prendersi il ruolo di autrice che le spettava, se non si è reincarnata in un gatto non saprei in cos’altro potrebbe.

Ho fatto una indagine sui ritratti per avere verosimiglianza, per poterla descrivere. Nelle cronache si dice che fosse molto, molto bella anche esternamente, io la trovo bellissima nell’animo.
Un ritratto che si trova on line di lei molto giovane, la ritrae con fattezze di una bellezza unica, molto simile a una descrizione che  ne fa un cronista del tempo; poi c’è il quadro di lei da più adulta che è quello utilizzato ufficialmente anche in Francia.  

 Nina: Chi sarebbe oggi Olympe, una femminista moderata o una militante?

R: Olympe per natura era pacifista, moderata, ma se si leggono i suoi pamphlet ci si rende conto che non risparmia nessuno, il suo strumento militante era, è, sarebbe, ancora oggi, la parola, ne sono convinta.

Cercherebbe di arrivare a tutti, di parlare, di ragionare, di veicolare il messaggio dell’uguaglianza usando anche gli uomini perché per lei era chiaro che l’uguaglianza fosse base della società, una società multigenere, senza alcuna primazia. Eppure non dimenticherebbe di essere orgogliosa del suo genere, di essere donna, e sarebbe sempre pronta a rimbrottare che ‘ci vogliono secoli per donne’ come noi.

 

IL DOR, IL DESTINO DELLE DONNE. STORIA DI SORANA DI VINCENZO FIORE

 

di Emilia Pietropaolo

Si racconta una storia per rimanere vivi anche dopo la morte. il romanzo di Vincenzo Fiore, non è una ‘boccata d’aria’ per chi legge, tutt’altro. È una storia cruda e di un feroce riscatto. È la storia di Sorana e della sua Romania post-Ceaușescu ma è soprattutto la storia dei bambini dimenticati. 

Sappiamo già che Sorana è morta ma non conosciamo il motivo, allora si ritorna indietro all’università, a loro due, a Cesare e Sorana e in Romania.

Questa non è una storia d’amore. È la storia di Sorana e del suo corpo. 

Si dice che una cicatrice sia segno di una battaglia. La cicatrice sul corpo di Sorana è un promemoria. Come la nutrice Euriclea nella “cicatrice di Ulisse” Cesare racconta la storia di Sorana.

Sorana è un nome con un corpo maledetto, è una bambina intrappolata nel bruco di una farfalla, una farfalla che emergerà solo dopo la sua morte. Lontano dagli occhi e dal cuore, in questo caso dall’Occidente, nel villaggio di Câlnic vive Sorana.

Una bambina già cresciuta portando dentro di sé il germe della violenza, un corpo abusato sotto il cielo della Romania. In un’epoca dove fare i figli erano una vittoria per lo stato e dello stato, quello di Sorana, diventa un figlio di una madre peccatrice.

 

“Pare che questi ogni qualvolta nasceva un bambino si riunivano per piangere, mentre al contrario si rallegravano durante i funerali per la fine di tutte le sventure”

 

Edgar Degas, le viol, 1868-89, Philadelphia Museum of Art.

 

 

Il corpo della donna diventa importante quando è riproduttivo, non è più della donna ma dell’uomo. Se vuoi trattenere un uomo, lo devi legare con un figlio come dice la zia di Sorana.

 

Quella di Sorana è una delle tante storie delle donne nate nel posto sbagliato che per sopravvivere diventano orfane, scappano di casa, lasciando alle spalle la vita precedente. Sorana conosce Ion diventa per lei quello che le ha cambiato il destino, in peggio e in meglio.

“Ion Petrescu fu l’uomo, il ragazzo che rappresentò per Sorana l’evasione. Un’evasione non solo fisica, ma anche di pensiero”

In meglio perché attraverso le parole cerchiate, conosce la vita delle parole, la scala che la porta da Cesare. In peggio perché Sorana inizia a diventare lei stessa un fantasma, il suo corpo diventa l’involucro dei soldi. Gli uomini di Sorana rappresentano il destino.

Nell’aula di Antropologia Sorana fa la sua entrata catturando l’attenzione di Cesare, potrebbe sembrare un film sentimentale, di sentimentale però c’è solo la sofferenza nascosta dalla sua nuca, dietro quei folti capelli neri legati.

La storia si intreccia tra passato e presente, si frammenta nella voce di Cesare e in quella di Sorana.  Sorana non sopravvive come Viorica conosciuta nel luogo dell’inferno.  Le donne, in questo romanzo di Vincenzo Fiore, sono quelle che subiscono le atrocità, la disumanizzazione dell’uomo.

In Sorana l’atrocità, il peccato, è la cicatrice promemoria sul ventre, in Viorica è la sua innata immaginazione con un corpo da foglia e la madre è la dea bendata che in silenzio cerca di portare in salvo il bruco della figlia.

La storia di Sorana non la racconta un uomo come si può pensare, è lei stessa, attraverso il suo reportage sui “fantasmi che non esistono”, è lei che ci porta in quella reggia che è in realtà una fogna tanto amata da Viorica, è lei che ci porta alla realtà oscura dei bambini strappati dal ventre delle madri. Un posto senza religione.

Quella di Sorana è la storia di tante donne che non hanno mai potuto concepire una stanza tutta per sé, neanche il corpo che diventa proprietà pubblica.

“Sentivo il mio corpo freddo e rigido, come se fossi morta, e forse avrei desiderato morire nell’istante in cui mi infilò le mani fra le mutande”

La vita di Sorana non è mai stata quella di vivere ma sopravvivere, sapeva già che un giorno sarebbe stato un suo oggetto a vivere per lei, il suo promemoria.

I demoni da combattere erano talmente tanti che ancora la perseguitavano.

La cicatrice che la suggellava come madre, la perseguitava come avesse il marchio la lettera scarlatta della peccatrice. È una madre mai nominata, mai chiamata, è solo un promemoria, non ha mai sentito quella parola.

Cesare diventa l’interprete della vita di Sorana, è lui che fa conoscere la storia dietro la cicatrice di madre mai chiamata, è lui che va alla ricerca di Sorana bambina che non ha mai avuto la possibilità di diventare farfalla. Come il suo reportage la cicatrice non esiste, è una favola, i fantasmi non esistono, i bambini strappati non esistono. Sorana immette un titolo potente e provocatorio come questo per suggellare ancora di più la realtà dei fatti. Si festeggia al funerale dei bambini e si piange quando nascono.

“Mi balenò l’idea di registrare autonomamente un documentario per raccontare le periferie romene e le abitazioni delle montagne senz’acqua ed elettricità. Avrei voluto mostrare al mondo quello che avevo vissuto anch’io […] di chi aveva camminato sulle stesse impronte dei bambini diseredati”.

 

Potrebbe essere benissimo un romanzo in stile dickensiano e dostoevskiano.

Come le donne di Dostoevskij, Sorana è una Sonja Marmeladova con il ‘marchio’ sul petto che la suggellava come la prostituta che sacrificava il suo corpo per la famiglia mentre lei come marchio aveva la cicatrice di una nuova vita.

Sorana rappresenta il dor, il grido di dolore che non si ribella, ma che accetta fatalmente il suo destino.Vincenzo Fiore con la storia di questa donna,  pubblicato da Nulladie,  ha raccontato la storia di tante altre donne e dei bambini fantasmi. In questo momento nei luoghi dimenticati ma anche in posti molto vicini a noi, ci sono donne come Sorana.

Donne alle quali vengono strappati i figli, l’infanzia e la gioia di vivere. Paradossalmente Sorana vive nella sua morte, sceglie lei per la prima volta il suo destino. Il suo riscatto diventa il documentario.