L’angelo di sangue – di Valeria Bianchi Mian –

di Serena Vinci

L’angelo di sangue (Edizioni del Capricorno, 2026) di Valeria Bianchi Mian, noir psicologico che si è aggiudicato il 2° posto nella Sezione Classico del prestigioso premio letterario «Garfagnana in Giallo», è il terzo romanzo di quella che potremmo definire la prima e finora unica trilogia dell’horror torinese di penna femminile.

L’autrice ha una formazione psicoanalitica di orientamento junghiano e ha creato il marchio Tarotdramma per i suoi percorsi psicoterapeutici, che si avvalgono della suggestione dei tarocchi,  all’intersezione con gli strumenti dello psicodramma.

Il riverbero nella letteratura di questo suo approccio professionale è evidente, soprattutto per il lavoro profondo sulle matrici inconsce della natura umana e della scrittura stessa, come Bianchi Mian dichiara nella dedica alle due madrine Carolina Invernizio e Rosa Mogliasso, le «due muse che mi regalano consigli nei momenti medianici, ovvero l’arte dello scrivere ascoltando la voce dell’inconscio».

Un ritratto di Carolina Invernizio

Le due scrittrici piemontesi, la prima instancabile romanziera di horror ottocenteschi (che oggi sono considerati stucchevoli ma che all’epoca hanno fatto la storia di quel particolare filone del genere incentrato sull’oltretomba, che esplora regni di spiriti e dimensioni infernali) e la seconda, venuta a mancare nel 2024, che ha reso l’horror al femminile portavoce di un’aperta denuncia sociale, sono il manifesto della poetica di Bianchi Mian.

 

 

 

La trilogia noir è pubblicata dalla casa editrice torinese Edizioni del Capricorno e curata dalla direttrice editoriale di Valentina Castellan, che ha fatto della sezione noir la sua punta di diamante, insieme ad altri noti autori come Giorgio Ballario e Massimo Tallone.

Va detto che Bianchi Mian è una delle rarissime penne femminili che si dedicano con successo a questa forma di romanzo, possedendo in particolare due specificità di rilievo. Prima di tutto, la capacità di contestualizzare nella contemporaneità le vicende, sia linguisticamente che in relazione ai riferimenti culturali.

Infatti, capita spesso di vedere i personaggi alle prese con la tirannia dei social e dei messaggi di whatsapp, irrinunciabili quanto invadenti, nella vita vera ancor più che nella finzione, la quale aiuta a svelarne la macchinosità e la pervasività nella vita quotidiana.

In secondo luogo, ma non di secondaria importanza, è il rilievo del contesto storico e soprattutto geografico. Infatti, già dai titoli dei capitoli incontriamo luoghi cari a quel lettore che conosce il Piemonte e l’area torinese in particolare: il monte Musiné, Casellette, Parco delle Vallere, Villa della Regina.

Se ci addentriamo nei luoghi battuti dai torinesi, Caffè Elena e via Sant’Anselmo aprono scenari complessi nella mente di chi ha vissuto quei quartieri e ne comprende la connotazione. Se qualsiasi lettore ignaro del significato intrinseco di questi luoghi, si gode appieno la fase immaginativa che accompagna ogni lettura di finzione, nel caso di un lettore con conoscenza  diretta della toponomastica, l’esperienza risulta altamente immersiva.

I tre romanzi sono autonomi nella narrazione e nelle vicende, nonostante alcuni personaggi ritornino come la coppia “detective” Viola/Pietropaoli, ma lo spessore valoriale di ognuno di essi aumenta se messo in relazione all’altro.

Il primo romanzo della trilogia, Il corpo crudo (2023), si apre il 23 dicembre 2022 con la scoperta di un omicidio brutale a sfondo esoterico nel quartiere di San Salvario. La vittima è Bruno Sirio, un fotografo e artista di successo di trentatré anni, noto nell’ambiente dell’arte contemporanea con lo pseudonimo di “Dio+”. Il suo cadavere viene rinvenuto nella sua casa-studio di via Ormea in condizioni raccapriccianti: è stato costretto a ingurgitare dell’acido disgorgante ed è stato privato del membro virile, che sembra essergli stato strappato via con violenza ferina.

Copertina del romanzo "Il corpo crudo"

Le indagini seguono due piste principali, quella del movente artistico/economico, fa pensare a un assassino proveniente dall’ambiente cinico e competitivo dell’arte contemporanea torinese, e quella passionale/psicologica che sospetta di qualche amante del passato. Infatti, Sirio, aveva l’abitudine di usare e manipolare i corpi delle donne per le sue opere provocatorie, provocando rancori nelle relazioni interrotte bruscamente.La narrazione oscilla continuamente avanti e indietro nel tempo per ricostruire i mesi precedenti al delitto e scavare nel passato profondo dei personaggi. Ad amplificare l’atmosfera cupa del quartiere (ben nota a chi ci ha vissuto o trascorso serate della movida) si aggiungono una serie di misteriose aggressioni notturne a opera di una presunta creatura feroce, che i testimoni descrivono come la figura mitologica di un lupo mannaro. Il fulcro della storia diventa così l’esplorazione del confine labile tra l’essere umano e l’istinto animale (l’Ombra), dove il corpo cessa di essere solo una forma per diventare “carne cruda”, vittima e carnefice dei desideri e delle psicopatologie umane.

Il secondo romanzo della trilogia, Le signore dei giochi (2024), affronta invece tematiche profonde e viscerali legate al femminile, alla maternità, alla perdita e al senso di colpa, muovendosi tra la Torino “bene” e le atmosfere inquietanti delle Valli di Lanzo. La storia si apre in medias res con un ritmo incalzante e una scena d’impatto: in una piovosa notte di giugno, nei boschi delle Valli di Lanzo, Greta Pietropaoli (anche già protagonista del precedente romanzo) è in fuga, è stata ferita gravemente ed è inseguita da qualcuno che intende ucciderla. Da questo momento, la narrazione fa un passo indietro nel tempo, quando un paio di settimane prima era apparso un misterioso documento risalente al 1995. Questo foglio sconvolge la routine di tre eccentriche anziane signore della Torino borghese. Le tre donne si professano medium e sensitive, sono dedite a pratiche esoteriche ed extrasensoriali, note nel loro giro di clienti affezionati come le “ziette”.  Gravita intorno a loro ruota anche la figura di Viviana, una tarologa.

Il documento riapre un cold case vecchio di trent’anni: la scomparsa di Eva Amariei, una giovane clochard che all’epoca era all’ottavo mese di gravidanza. Il nome di Eva diventa il fil rouge (un vero e proprio “filo rosso sangue”) che lega indissolubilmente il passato al presente, sollevando interrogativi su chi, a distanza di decenni, abbia interesse a dissotterrare o a coprire per sempre il destino di quella donna invisibile.

Il fulcro emotivo e concettuale dell’opera, in questo secondo romanzo, è l’esplorazione della maternità e del corpo femminile in tutte le sue declinazioni psicologiche e drammatiche. Nel corso della storia si confrontano e si scontrano infatti diverse figure di donne.

E dopo la bestialità e la maternità, Bianchi Mian posa il suo sguardo analitico e allo stesso tempo onirico sull’estrema contemporaneità, in particolare sui giovani nella loro solitudine, persi nella loro suscettibilità davanti all’uso e abuso tanto dei social quanto delle relazioni tossiche.

Anche L’angelo di sangue si apre in medias  res, con una drammatica seduta di psicoterapia online tra il dottor Daniel Viola e la sua paziente diciannovenne, Raffaella Montedori (soprannominata “Vega” su Zoom). Raffaella è in cura da lui da due anni, a seguito di un tentato suicidio. Vediamo che la ragazza si collega a schermo spento dal crepuscolo di un bosco sulle pendici del Musiné e annuncia di voler interrompere la terapia perché ormai ha incontrato l’angelo che aspettava.

All’improvviso, lo schermo si attiva e lo psicologo assiste impotente a una scena orrifica. Sullo schermo compare la schiena nuda di Raffaella, che mostra il tatuaggio di due ali sulle scapole. Ha la testa infilata in un sacchetto di plastica e qualcuno si muove sopra di lei con un coltello. La trasmissione si interrompe bruscamente prima del grido della ragazza, lasciando Daniel nel panico per non aver registrato la chiamata o fatto uno screenshot e di non sapere cosa sia successo davvero.

Con un escamotage ormai consolidato, la narrazione fa un salto indietro di circa due settimane, ai primi di dicembre, per ricostruire i fatti. Nel corso di una seduta online, Raffaella aveva confessato al terapeuta con grande entusiasmo di aver incontrato una persona “speciale” di nome Michael e di aver iniziato un percorso spirituale. Viola, che già nei giorni precedenti parlando con la compagna Greta Pietropaoli aveva confessato di percepire un’oscura sensazione di pericolo imminente legata ai suoi pazienti, ignora ancora che la sua giovane assistita sta cadendo nell’adescamento della setta di Metatron.

La setta è mossa da Salvatore Regis, un carismatico quanto arrogante maestro olistico che tra le altre stranezza partecipa a un’intervista presso Radio Happy Turin per promuovere il suo centro “Spirit Healing” di via delle Rosine a Torino. Regis predica una filosofia sincretica di “meditazione angelica” volta all’evoluzione dell’Io e alla purezza, nonostante intimamente provi profondo disprezzo per la gente comune e la sua mediocrità.

Raffaella aveva incontrato Michael, che a dispetto del nome è una bellissima ragazza androgina dai tratti angelici, proprio mentre era impegnata a fare volantinaggio per il centro Spirit Healing. Michael (che in realtà ha adescato Raffaella tramite chat mirate su WhatsApp, facendo leva sulla sua fragilità e sulla comune passione per la stella Vega) la invita quella sera stessa a un incontro di meditazione gratuito che prepara ai successivi step per celebrare il solstizio d’inverno, data cruciale nell’ambito del sistema esoterico fatto di simbologia, momenti di ritualità e talvolta crudeli sacrifici di trasformazione.

Del resto, la quarta di copertina lo dichiara: siamo in una Torino che sta per festeggiare il Natale e «qualcosa di malvagio sta per succedere», in un’eco referenziale, appena mascherata dalla traduzione in italiano, dell’inquietante serie horror Something Very Bad Is Going to Happen, degli stessi produttori dell’ormai epica Stranger Things, distribuita su Netflix proprio a marzo, in una concomitanza con l’uscita de L’angelo di sangue che ha dell’esoterico, appunto. E senza voler spoilerare altro, di angeli e demoni che mescolano il loro sangue si tratta.

 

Le Pentite – Sarò per te veleno e cura –

Le Pentite. Sarò per te veleno e cura - Francesca G. Marone - copertina

di Antonina Nocera 

La parola farmaco ha un’etimologia interessante, in quanto è una vox media, il significato oscilla tra qualcosa che apporta beneficio e al contempo qualcosa che può uccidere, il “Pharmakon” (φάρμακον). Questa natura liminare, tra beneficio e veleno, ne acuisce le proprietà, e ne potenzia anche concettualmente il senso.

Quando ho letto il titolo dell’ultimo romanzo di Francesca Marone, “Le pentite- Sarò per te veleno e cura”,  ho pensato che l’autrice, al secondo romanzo questa volta per  i tipi di Les Flâneurs edizioni,  volesse condurci in una strada impegnativa, non lineare, ma giocata su questa liminarità, doppiezza semantica che ho subito assunto come chiave di lettura dell’ultimo lavoro.

Di strade, in realtà ce ne sono tante: la malattia, la memoria, il potere della cura sui corpi, la gestione del dolore mentale. Non era semplice confrontarsi con questi temi “maestri”, senza rischiare di creare un guazzabuglio di  linee narrative  dove le idee  avrebbero potuto confliggere con la capacità delle parole di domare e addomesticare.

Marone ha una penna salda, che incanala questo materiale dentro una struttura a incastro: chiama a raccolta una storia antica, attinta dagli archivi dell’Ospedale degli Incurabili,  antico sanatorio napoletano fondato nel 1500. La riesuma, quasi come una negromante di anime silenti, per fare parlare storie sopite, e farle vibrare all’unisono su una nota, quella della verità scalciante, rotti gli indugi e i tabù, e soprattutto le imposture della storia che spesso restituisce storie epurate.

Interseca un piano temporale passato con quello del presente, affidato alle  voci narranti tra cui quella di Giuseppe, alter ego di Giuseppe Moscati, medico vissuto negli anni ’20 , dalla personalità fragile, incline alle crisi depressive, ma con una grande sensibilità, quasi “medianica” ; poi Federica, studiosa che apre una breccia nel passato da cui scaturiscono le ossessioni di un passato rimosso e Maria con il suo bagaglio di storia tossica con un uomo violento.

Quella di Federica è una vera e propria catabasi, un viaggio negli inferi, nelle viscere di un dolore che una volta esplorato  metabolizzato, le permette di “guarire”, come ogni farmaco, come l’abisso del mare di cui non si conosce il fondo:

Da bambina non aveva mai imparato a nuotare, una vergogna per i suoi genitori. Ma niente da fare, l’idea soltanto di non sentire la sabbia sotto i piedi le faceva venire il panico. Quel blu profondo attraverso cui non riuscire a intravedere il fondo era un tunnel senza uscita per lei. Ancora adesso, al pensiero di cadere in acque profonde, si sentiva soffocare come se le potessero stringere la gola con la garrota. Come se potesse precipitare in un pozzo scuro, puzzolente, senza mai poter toccare il fondo con i piedi.

La storia si insinua tra le pieghe di un passato lontano, nell’Ospedale degli Incurabili venivano internati i malati ostili alle cure. Emblematica è la voce di Albina, una ragazza che fu internata  presso la casa dei matti con la diagnosi di “ delirio melangolico cronico profondo, con squilibrio della meccanica delle idee, inclinazione ossessiva alla pratica canora e insufficiente capacità di parola”. Un probabile disturbo depressivo che fu “curato” con l’isolamento  e con torture fisiche “riabilitative”.

Ancora Elisa, “una delle più belle prostitute della Sanità, una pelle come un’oliva e un profumo di zingara venuta dal mare”  che fa ancora i conti con la violenza, ancora più subdola e feroce, perché “istituzionalizzata”. Lei e Albina, si riconoscono nel dolore

“Con la mollezza dell’animale, in un curioso ma timoroso avvicendarsi al mondo, si accostarono l’una all’altra.”

Vivendo uno sprazzo d’amore in quel lager di folle violenza. Lo sanno loro, lo sanno tutte  le Pentite che  La salvezza non è mai a buon prezzo, perché le cicatrici recano un segno indelebile e rigenerarsi è davvero un lavoro faticoso, un immenso fardello di esistenza che solo pochissime riescono a portare sulle spalle.

Un ritratto di Francesca Marone

 Marone si conferma abile esploratrice di storie in cui il nucleo sentimentale ha un peso specifico forte, riguardando in un certo senso, legami archetipici già esplorati nei lavori precedenti, come il rapporto con il  padre, la violenza e l’abuso, le dinamiche familiari e sociali opprimenti e alienanti. Si apprezza soprattutto la capacità di gestire questo materiale con una lucidità  clinica senza indulgere in patetismi e sentimentalismi tipici di una cultura del dolore che caratterizza certa letteratura contemporanea.

Le storie delle Pentite riannodano un filo con la storia, con donne che hanno subito violenze, abusi e torture fisiche e psicologiche, una microfisica del potere che si perpetrava soprattutto attraverso la disciplina dei corpi delle donne etichettate come scomode e “fuori dalla norma”:

Erano le Pentite. Una volta varcata la soglia dell’ospedale, non sarebbero uscite mai più. Invecchiavano, trascinando i piedi e svuotando bacili di uomini che, pure se ammalati, non resistevano alla tentazione di infilare le mani sotto le vesti. Pur sapendo che quelle donne avevano la più terribile e implacabile delle malattie dell’epoca.

In un dialogo asincrono con la storia, omaggia la recuperata tradizione del romanzo storico contemporaneo, penso a Sciascia nel racconto La strega e il capitano che recupera una storia del ‘600 per interconnettere le imposture e le ingiustizie del passato, riverberate  nella storia di Caterina Medici, con quelle del presente.

Viene così giustificata la struttura a incastro del romanzo che appare un po’ frastagliata e farraginosa nelle primissime pagine ma che si dipana via via in un crescendo di storie di vita interconnesse attorno al grande tema dell’amore che cura e da affanno, che avvelena dolcemente e che può essere la più grande menzogna e la più dolce cura.

I sotto-temi, tantissimi e di grande importanza, la fragilità, i rapporti tossici, la manipolazione, la solitudine, la depressione sono il corollario di una storia che  infine  si illumina di una verità, che ogni dolore, anche il più grande e il più spietato può mutare e diventare una forza, una grande opportunità di rigenerazione interiore e di  trasformazione.

 

 

La rivoluzione della Luna e il “donnesco governo”

Di Bernardo Puleio

Premessa: I Romanzi storici e civili e il metodo Camilleri

Siamo talmente abituati al simbiotico accostamento Camilleri-Montalbano da avere quasi dimenticato che Camilleri, prolifico scrittore, è autore di racconti di tipologie e strutture variegate. Dopo gli esordi del 1978 (Il corso delle cose, da cui nel 1979 fu tratto uno sceneggiato televisivo (La mano sugli occhi), nel 1980 presso i tipi dell’editore Garzanti viene pubblicato Un filo di fumo, che segna l’inizio dei romanzi storici e civili.

Parafrasando uno degli ultimi gialli che vede protagonista il commissario Montalbano, Il metodo Catalanotti (2018), in cui il commissario è chiamato ad indagare sull’uccisione del regista Catalanotti, che adoperava metodi inusuali e scorretti nei confronti degli attori con cui collaborava, allo stesso modo si può dire che Camilleri ha inventato un approccio inusuale e “scorretto”, ma, genialmente proficuo, nei confronti del romanzo storico.

 

Se la lettura di un testo implica, in primo luogo, un sotterraneo patto tra l’autore e il lettore (e la capacità e la volontà di quest’ultimo di aderire alla finzione letteraria che gli viene proposta), il lettore dei romanzi storici di Camilleri deve preliminarmente fare tabula rasa di quello che è o potrebbe essere il codice identificativo del genere romanzo storico. Ammesso che si possa parlare di un codice identificativo di un genere che, da almeno duecento anni, attraversa, con successo, la letteratura mondiale.

Camilleri, infatti, nei romanzi cosiddetti storici scardina qualunque elemento connotativo della tradizione del genere letterario. Aspetto, questo, che va ben al di là dei sia pure inusuali romanzi gialli, perché in definitiva, anche se il commissario Montalbano ha delle peculiarità tutte sue, non viene meno il patto letterario tra l’autore e il lettore del genere dei gialli che consiste sostanzialmente nella ricerca e poi nell’assicurazione alla giustizia e nella punizione dell’assassino.

Qui invece, nei romanzi storici, l’assassino è proprio Camilleri.

I romanzi cosiddetti storici di Camilleri hanno infatti ben poco di storico. Innanzitutto, perché le fonti vengono spesso travisate o non esistono affatto o vengono ricostruite fantasiosamente anche quando ci siano dei ben precisi riferimenti storici. È una libertà, questa, che l’autore rivendica con sicuro orgoglio.

Se a ciò aggiungiamo anche l’utilizzo di espressioni della lingua “inventata” dall’autore, espressioni tipiche del linguaggio parlato, uso diffuso del turpiloquio, caratteristiche non certamente proprie del genere letterario storico che, ha, per così dire, una sua austera, rigorosa e letterarissima tradizione, ci imbattiamo perlopiù in testi che costituiscono la parodia del genere storico, che forse è uno degli intenti che ha voluto comicamente realizzare l’autore, ma che, al tempo stesso, mantengono una logica e una serietà e, paradossalmente, sembrerebbe una attendibilità storica non indifferente.

Attendibilità che non va verificata nel riscontro oggettivo e preciso dei documenti d’archivio che non esistono o sono reinventati, ma piuttosto nella capacità che Camilleri ha, quando analizza la storia di Sicilia che permea di sé i romanzi storici, di riscontrare in una maniera assolutamente attendibile (che è figlia e frutto di una accurata preparazione storica) le connessioni tra le epoche, con particolare e reiterata attenzione alle vicende postunitarie, investigando, come se si trattasse di un giallo storico, le attese e le aspettative delle classi sociali che hanno recitato sul palcoscenico delle res gestae.

L’ultimo tra i testi storici di Camilleri, La rivoluzione della Luna, pubblicato da Sellerio nel 2013, risulta una miniera interessante di curiosità, di fatti poco noti in una sorta di riabbraccio nel nome del padre “Sciascia”. Intanto la vicenda narra un fatto storico realmente accaduto e poco noto: nell’aprile (non nel settembre, come scrive Camilleri) del 1677 alla morte del Viceré spagnolo don Angel de Guzmàn, prende ad interim il potere, su indicazione testamentaria dello stesso viceré, la moglie, la marchesa Eleonora De Mora.

Poiché spettava al re il compito di nominare il viceré e la carica vicereale non consentiva un possesso di tipo privato di una funzione che era invece pubblica, la designazione testamentaria di un governatore interinale non era legittima, ma, come osserva lo scrittore nella nota finale, era già accaduto che un viceré nominasse pro-tempore un delegato a succedergli.

Secondo Camilleri, Guzmàn avrà esplicitamente nominato la moglie, per evitare che nelle more di una nuova designazione accedesse all’incarico, il cardinale di Palermo Portocarrero, che invece, fortemente, avrebbe aspirato proprio allo svolgimento di quella funzione. Camilleri precisa di essersi imbattuto nella figura di Donna Eleonora, leggendo un libro di Francesco Paolo Castiglione intitolato, Dizionario delle figure, delle istituzioni e dei costumi della Sicilia storica; in questo testo si fa un minimo riferimento a Donna Eleonora Continua a leggere

Hotel Roma

di Andrea Comincini

Dopo il grande successo di La pista Pasolini, Pierre Adrian (classe 1991) torna a raccontare un autore italiano che ha segnato il nostro secolo. Stavolta si tratta di Cesare Pavese, e il libro si intitola Hotel Roma, il luogo in cui, in una calda giornata di fine agosto, lo scrittore torinese si tolse la vita ingerendo dei sonniferi.

Adrian ripercorre la vita e la carriera del nostro partendo da Torino e dalle sue atmosfere, e attraversa lo stivale per riportare alla luce e alla memoria momenti o passaggi cruciali del percorso umano e letterario di Pavese. Da La bella estate a La luna e i falò, ogni testo rimanda a una rappresentazione, una sensazione, spesso agrodolce, e soprattutto consente allo scrittore di parlarci del suo Pavese: non un simbolo da imitare, ma un amico strano, malinconico e furtivo.

Un ritratto dell’autore Pierre Adrian

Le pagine raccolte da Adrian hanno la forza della passione, e nella descrizione della biografia dello scrittore di Torino un’esistenza geniale e complicata è raccontata tra luci e ombre, con garbo e rispetto, fino al compimento del gesto finale. Quanto colpisce di più tuttavia, in questo libretto di circa 150 pagine, non è il visibile, ma la presenza dell’assenza, dell’invisibile. Leggere e studiare Pavese, rispetto a tanti altri autori, significa accettare nel proprio orizzonte un vuoto incolmabile.

Non si può catturare un senso, né crearlo artificiosamente. Pavese è circondato da una solitudine che traccia i confini di qualsiasi ricerca, e nemmeno Il mestiere di vivere sa dirimere le nubi di un animo così confinato. Adrian ricorda giustamente Antonioni, e la sua celebre “incomunicabilità”. Ebbene, forse con Pavese, più di ogni altro scrittore nostrano, si avverte la mancanza di una tessera del puzzle, si attraversa un labirinto fra stanze buie e mura inconsistenti.

È un universo dai confini ignoti. Non si tratta ovviamente di mancanza di dati biografici né di voluta sete di mistero. Pavese è soprattutto il taciuto, il non detto fra le righe, e Adrian lo capisce con intelligenza, accompagnando il viaggio esplorativo senza cedere mai all’eccesso interpretativo. Sa anche però che l’italiano era un uomo in preda a una mania: “Alla fine alcuni suoi amici, infastiditi da questa idea fissa, questo

“vizio assurdo”, si arrabbiavano dicendo: visto che ne parla tanto, che lo faccia. Che si uccida. Pavese lo fece. Se ne dolsero” (p. 15).

E fu esattamente il 27 ottobre del 1950 che il fatto avvenne, in quella stanza 49 ancora visitabile e rimasta pressoché identica.

Morì come “un forestiero”, fu il commento di Natalia Ginzburg, ma in realtà continuò a essere precisamente se stesso, ovvero un uomo assente, dedito al lavoro meticoloso, coinvolto e distaccato, straniero in patria. Una persona, Pavese, descritta in ritratti preziosi e convincenti, accompagnata dal fedele Ventolin, l’inalatore per gli asmatici, per chi prova a respirare ma l’aria non è mai abbastanza, e così forse anche la vita, le sue bellezze a volte sfiorate ma mai abbracciate.

Parecchi amori infranti, troppe ferite che però non devono farci saltare a facili conclusioni. Il suicido è sempre un atto “incontenibile” e forse solo lo scrittore ne sa qualcosa, perché anch’egli è attraversato da forze oscure di cui forse non è nemmeno pienamente consapevole. Ma Pavese scrive, scrive tanto, annota, e se non possiamo cogliere con la vista il fondo del pozzo, di certo sappiamo quanto fosse profondo, profondissimo, e inquietante. Così Adrian immagina il proprio incontro con Pavese:

“Se avessi incrociato Pavese sotto i portici di via Po o all’ombra dei castagni di corso Valdocco, mi sarei avvicinato a lui per un “ciao”? Avrei almeno tentato di salvarlo? Frequentando quel ragazzo triste mi rendevo conto che passiamo il nostro tempo a proteggerci dalle persone infelici. Le evitiamo per paura di essere contagiati […] Ma cosa facciamo con gli infelici?” (p. 122).

Parole che trasmettono un senso di solitudine, di ineluttabilità e di profonda commozione perché confessano l’indicibile, già espresso da Pavese: “Tutto questo fa schifo. Non parole. Un gesto. Non scriverò più”. Sono le ultime confessioni nel Mestiere di vivere, ed esprimono non solo le ferite profonde dell’animo di Pavese, ma anche la nostra distanza, l’incapacità di poter proferire la parola giusta, quella salvifica.

Ma probabilmente non c’è e mai c’è stata. Solo “un gesto”, non distruttivo ma di redenzione, avrebbe potuto salvare Pavese, potrebbe salvare noi tutti da quel male oscuro, parafrasando G. Berto, che ogni mattina ci guarda sornione davanti allo specchio. Così non fu.

Adrian conclude il libro senza alcuna mestizia, ma con alcune toccanti parole, simili ai cieli autunnali delle Langhe: di nuovo cita Pavese, il quale dice che si scrive per l’oggi, non per l’eterno, per “sostenere la fatica quotidiana sulla certezza che quanto si fa vale la pena, è qualcosa di unico” (p. 151): la fatica di scrivere, la fatica di vivere.

Francesca Marzia Esposito – Materiali resistenti –

Version 1.0.0

di Gianfranco Cefalì

Come in un labirinto. Pieno di pensieri, di idee, di paure, di scuse, recriminazioni, orgoglio e sentimento, di stradine contorte e amore e odio, di cause ed effetti, forse di verità e bugie, di luce gelida e ombre affilate. Trovare l’uscita, con tutte le sue svolte, i suoi angoli, i suoi muri, non è semplice. Mi chiedo: dovrei pensare come Calvino?, scriveva nel suo la Sfida del labirinto: che poiché il mondo moderno è un labirinto di possibilità, incertezze e pericoli, l’atteggiamento più giusto e più umano è quello di chi ci si avventura dentro con coraggio, opponendo la forza della ragione e dell’arte all‘avanzare distruttivo e insensato del caos.

Forse sto correndo troppo e per capire ho bisogno un attimo di semplificare, di rendere tutto più accessibile. Il labirinto però rimane nella mia testa, ma il pensiero si sposta su Jack Torrance, all’Overlook Hotel, al suo labirinto, quello che si guarda in miniatura e si ha la sensazione di capirlo, di domarlo, di saperne trovare l’uscita. Poi arriva la realtà, all’esterno, prima verde nel gioco, poi ghiacciato nel finale, in un bianco incandescente e che in qualche modo ritroviamo anche in una Milano straziante, in un inverno inclemente che sembra spegnere tutti i colori, una Milano che dobbiamo immaginare virata in un bianco e nero in stile Bergman.

E qui però ci troviamo dinanzi alla follia, un labirinto che fa da piedistallo all’imbarbarimento dell’uomo; ma è di pazzia che vogliamo parlare? È follia quella dell’amore e delle sue infinite conseguenze? Anche dell’abbandono? Non saprei, non abbiamo una risposta univoca, non abbiamo nessuna certezza. Allora mi viene in mente un altro labirinto, il labirinto di Cnosso: il re di Creta Minosse commissionò a Dedalo la costruzione del labirinto per farvi rinchiudere il Minotauro.

Anche questa è una storia nota, come nota è anche la fine, ma qui siamo nel campo del mito, del sovrannaturale, della favola. Abbiamo intenzione di mitizzare qualcosa? Abbiamo bisogno di raccontarci le favole? E soprattutto, è bene mitizzare i nostri rapporti? È bene mitizzare l’amore fino a renderlo trasparente, impalpabile, intoccabile? E l’abbandono cosa sarebbe? Una declinazione passiva?, inversa? Un contraltare? No, anche in questo caso le risposte varierebbero in base ai punti di vista e alle situazioni. 

L’esistenza umana è formata da due grandi sfere, due globuli enormi in cui si mescolano vita e morte, e all’interno di questi, come fossero strade labirintiche, si manifestano le varie direzioni, le varie strade, e una di questa è l’abbandono. L’autrice ci parla proprio di questo e lo fa tracciando la strada di tre donne, la prima è Quintana, e potremmo parlare di protagonista principale, poi abbiamo Leona e infine la ragazza sfinge, ovvero Cora.

Per Leona e la ragazza sfinge la comprensione è di sicuro più semplice, Leona, che con i suoi abiti svolazzanti sembra avere quel qualcosa dell’animale, della criniera o del manto animale che arriva prima della sua presenza, anche lei abbandonata, si butta nella ricerca di qualcosa, e principalmente nella ricerca di un significato dove sembra non esserci altro che parole scombinate.

Cora, la giovinetta, è la ragazza sfinge, anche lei aspetta di trovare o meglio di ritrovare qualcuno, una persona importante, aspetta come una sfinge, immobile, assente, enigmatica, giovane e trasandata, come se il resto del mondo non avesse più importanza.

E adesso possiamo ritornare a Quintana, che a un certo punto viene chiamata Quin, un ipocoristico, una modificazione fonetica, solitamente un raccorciamento di un nome proprio di persona, che dà una risposta precisa, l’essere una regina, ma regina di quale regno? Di cosa? Di un castello? Di una città? Di un amore? Di un abbandono?

Ma lei è una e trina, come tutti gli spiriti umani. Quintana come la giostra, come il gioco, come prova da superare in un torneo, come abilità da destreggiare cavalcando, bardata con elmo, e lancia pronta a colpire. Lei cavaliere pronta al gioco e alla battaglia. Quintana come separazione, come distanza, come angolo tra due truppe, come segno che marca la distanza, una distanza da rispettare e mantenere se si vuole rimanere coerenti e non cadere nel caos. Quintana come malattia infettiva, chiamata anche febbre delle trincee perché osservata in forma epidemica durante la Prima guerra mondiale, caratterizzata da accessi di febbre della durata di uno due giorni e che si ripetono periodicamente per due tre settimane dopo “cinque” giorni di intervallo (ecco da dove deriva il nome!).

Dolore e febbre, malattia e guarigione. Queste tre donne non sono amiche, ma i loro labirinti si incroceranno. Gli eventi prenderanno una diversa piega durante una visita a una fabbrica dismessa, alla ricerca delle parole e dei segni giusti, la fabbrica come labirinto che cambierà dopo un evento climatico eccezionale e che trasformerà la visione del luogo, la notte sarà percepita come labirinto spettrale e senza uscita, il giorno, al risveglio e con il clima finalmente cambiato, sarà una normale architettura distrutta e abbandonata, in cui non ci sarà più posto per la paura. Il risveglio sarà in una Milano stordita e deserta in cui camminare è leggero.

E noi fino alla fine assisteremo a un’ossessione che si allarga, si restringe, muta e cambia forma, instabile, che scivola via e cerca di aggrapparsi, che vuole essere abbandonata, vuole risorgere. È un saliscendi la mente di Quintana, in cui l’ossessione si manifesta con l’uso spasmodico dei social, in un controllo, voyeurismo sfrenato, ma non fine a sé stesso e neanche declinato nella malattia, o meglio, potrebbe sembrare qualcosa di malato, ci prova anche ad andare da uno psicologo, per togliersi Mauro dalla testa, la terapia si rivelerà inefficace, ma specificatamente è come se non partisse mai, in cui le prime sedute si ripeteranno come dovessero ricominciare sempre daccapo.

Mauro nel testo è l’unico personaggio maschile ad avere un nome, che tra l’altro svanirà nel corso del romanzo finendo anche lui con un’iniziale puntata, come lo psicologo. Un altro uomo sarà baffone, qui l’autrice ci porta nel paradosso e crea un movimento Pro-Cement. Ma quello che più colpisce di Francesca Marzia Esposito è la sua scrittura, chirurgica (non mi piacciono mai questi termini abusati, ma qui mi serve per far comprendere l’enorme bravura nell’utilizzo delle parole, riuscendo a dosare la scrittura nel suo essere cruda quando serve, sfacciata, resistente, ipnotica e molto ispirata, lirica quando la storia lo permette, sembra che non ci sia una singola parola fuori posto), siamo nella testa di Quintana, e l’autrice riesce a farci capire cosa siano, chi siano, i materiali resistenti. Il libro parla dell’abbandono e della resistenza, dell’ossessione che può nascere e del conflitto interiore che scaturisce da queste due forze.

Non solo, perché riesce a tracciare e a esprimere concetti interessanti, senza il bisogno di migliaia di pagine per sferzare la mente del lettore con alcune idee. Abbiamo detto dell’uso dei social che fa parte del tutto, il gruppo attivista è un altro risvolto interessante, che ci fa capire bene i paradossi della società contemporanea, il fallimento dell’analisi psicologica è un ottimo spunto che meriterebbe approfondite riflessioni, parla di arte e della sua conservazione, senza contare i rapporti di coppia e tra gli esseri umani e naturalmente il ruolo della donna in un romanzo che come avete potuto capire è tutto al femminile.

Dopo la sua parentesi saggistica con il suo bel libro Ultracorpi, Francesca Marzia Esposito ritorna al romanzo e con questo suo nuovo lavoro si conferma una delle voci più interessanti del panorama letterario italiano.

Stefano Adami e la “Viva voce” della rinascita.

di Antonina Nocera

 

Mi è difficile imbastire una “recensione” nel senso stretto del termine dopo la lettura di un libro così fuori dal comune come è quello dello scrittore e filosofo Stefano Adami:Viva voce, per i tipi di  Effigi edizioni,

I motivi sono molteplici, a cominciare dal fatto che non è ascrivibile a nessun genere letterario in particolare, se non quello di un resoconto autobiografico di una vicenda traumatica, relativa all’esperienza della riabilitazione post- ictica, raccontata da Adami a distanza di anni a partire dall’evento traumatico, quando  nel pomeriggio del 23 maggio del 2019 è stato colpito da un ictus.

Lo snodo della vicenda conduce all’interno di un incubo vissuto “ad occhi aperti”, rivisitato con una sorprendente lucidità, attraverso una ricostruzione a-posteriori che mantiene intatte e vivide le sensazioni e l’intero percorso di rinascita e di riconnessione con il mondo. Nell’immaginario comune, questo tipo di esperienza traumatica viene spesso connessa al buio coscienziale, alla perdita delle funzioni cognitive principali, a un grande cortocircuito con il mondo.

Il libro di Adami non solo rovescia questo stereotipo ma rimescola le carte, decostruisce in qualche modo l’assunto epistemologico del riduzionismo mente-cervello che vorrebbe ridurre le funzioni della mente alle connessioni biochimiche e neuronali, alla fisiologia del cervello. Se così fosse, la pesante compromissione che coinvolge chi subisce traumi di diverso ordine, significherebbe la perdita del “pensiero”, e delle sue connessioni col mondo, in modo irreversibile.

Innegabile che  sia un’esperienza di rottura, di disarmo assoluto. Rimango leopardianamente convinta che “il corpo è tutto”, semplificando una frase dello Zibaldone. Allo stesso modo Adami, con una lucidità che scortica, parla dell’evento trauma che ha cambiato la sua vita:

“uno tsunami, da una violentissima cesura, dallo spietato taglio di una lama su un ramo, da un allagamento dopo La rottura di una diga tipo quella del Vajont, un allagamento di sangue. Un Vajont di sangue. Nella scatola cranica.”

Mi sovviene, leggendo con voracità le pagine di questo libro, un interessante saggio di Silvano Tagliagambe dal titolo Il sogno di Dostoevskij- Come la mente emerge dal cervello, in cui lo studioso indaga il controverso rapporto tra il cervello e i riflessi fisiologici a partire da un testo di Secenov, fisiologo russo a fronte delle convinzioni  opposte espresse da Dostoevskij contro il determinismo ambientalista. Secondo Tagliagambe

” l’identità personale, la mente, la coscienza non sono proprietà a se stanti, bensì manifestazioni apparenti di atti riflessi, risposte a forze che ci fanno agire. La soggettività ha dunque la sua base nell’oggettività delle azioni riflesse: anche “prendere coscienza” è un atto riflesso. Emerge così una “logica” a base riflessa che fa svanire i miraggi e i fantasmi dell’io, delle essenze illusoriamente statiche, delle sostanze vaghe o delle identità artificiose, dissolve le illusioni della padronanza da parte del soggetto dei suoi pensieri e dei suoi atti e fa cadere il mito dell’autarchia interiore.”

Di contro, Dostoevskij fu l’autore russo più avverso alle teorie fisiologiche e deterministiche, e in romanzi come L’uomo del sottosuolo o in alcuni passaggi de I fratelli Karamazov, la polemica diventa anche pseudoteoria: il sottosuolo e la vera vita che pulsa al di sotto della coscienza razionale, emergono con  tutta la preponderanza, spalancando un terreno brullo dove il simbolico, l’ancora non teorizzato inconscio, brulicano in questa interzona psichica. Ivan Karamazov giustamente combatte contro l’idea troppo riduttiva di un cervello fatto solo di impulsi

“Immaginati che qui nei nervi (che il diavolo se li porti) ci sono certe fibrille; […] Ecco perché io percepisco e poi penso…grazie a quella fibrillazione e non penso perché io abbia un’ anima e sia fatto a immagine e somiglianza , tutte queste sono sciocchezze […] ma tuttavia rimpiango Dio!”

 

Un pensiero che Nietzsche riprenderà negli aforismi proprio intorno al rapporto tra scienza epistemologica e filosofia della mente. A rompere le certezze epistemiche premono Raskol’nikov, L’uomo del sottosuolo, Dmitrij, con tutto il carico di impulsi e imperfezioni: accade il fallimento del diritto positivo, la Metafisica puntellata dalla sofferenza di Ivan, l’anima ampia e irriducibile dei Karamazov.

Un ritratto dell’autore Stefano Adami

Nella vicenda di rinascita che Adami narra in questa sorta di ricognizione autobiografica, è possibile rintracciare un’energia psichica che probabilmente rivela molto di più degli studi di neuroscienze, finanche i più sofisticati e all’avanguardia.

La storia di Adami non è solo quella di una incredibile ripresa dopo l’inferno dell’ictus, non è soltanto il resoconto virtuoso del percorso di riabilitazione condotto seguendo le illuminanti teorie del team da cui è stato seguito negli anni della riabilitazione.

Adami ha letteralmente ricostruito il suo mondo, il suo immaginario, con una grammatica riciclata, rifondata secondo basi funzionali, rinverdita da nuove sfumature e sensi, una vera e proprio mitopoietica che ha attinto da una mente ad alta funzionalità, si direbbe in gergo tecnico. Con un grande bagaglio culturale e con l’utilizzo di tutte le molteplici “intelligenze” di cui è capace il nostro cervello, con una semplificazione – forse –  più  efficace.

A cominciare dal “nominare” cose e oggetti, operazione preliminare ad ogni approccio meravigliato di fronte al nuovo, come si addice al thaumazein delle origini.  In questo rinominare il mondo mi sovvengono gli  esiti dell’originale lessico di Mari in Leggenda privata,  con quello scarto ironico che si produce allo stridore di registri lontani, neologisimi, incursioni nel vernacolo e risalite nell’aulico.  Passate al setaccio del nuovo lessico, le persone, i medici, gli operatori  diventano personaggi, maschere di un mondo nuovo:

Tra le varie opere e visioni che Mastro, Cerebello mi proponeva per passatempo nei miei illimitati, infiniti secondi in T I c’era anche questo bello e struggente film sovietico, MOSCA NON CREDE ALLE LACRIME. Bello e vero. Come gia vi dicevo, il Grande Timoniere Grigio spesso si buttava a rileggermi lento pede, in stile Radio tre RAI, libri amati e a lungo ripensati. Per esempio questo tesoro di riflessioni, che mi fu molto, molto utile mentre affondavo nel letto di terapia intensiva. Per capire cosa mi era successo, cosa vivevo. Per capire fondamenti e radici della profonda unita e impasto mente /corpo.

Come Odisseo che  applica tutta la gamma di ciò che oggi viene definita dalle neuroscienze, l’intelligenza multipla, l’autore da fondo a tutte le possibilità della mente di reinventare una grammatica logica, cinetica, emotiva. Dante aveva compreso quanto questo avanzamento di “coscienza” fosse disturbante e tracotante nei confronti dei limiti culturali imposti dall’epoca. Non avrebbe altrimenti sanzionato l’eroe omerico.  Il passo successivo è stata la scrittura post-ictica.

Scrivere per riconoscersi nella parola fondativa, l’esserci al mondo; la scrittura conserva gli errori, le sgrammaticature, che a me piace definire scarti creativi:

Lei sta attraversandomun grande momento vedi lutto. L’ emorragis cerebrale non ha solo ucciso delle sue abilita fisiche, ma anche la sua anima, il suo spirito, la sua vita interiorre. Dobbiamo impedire che tali cambiamenti diventino strutturali, che diventino strutturali, desertificanti. Guai a chohbjo fa crescere desert too fesetrt8 diceva nietedgvvje, e lui la sapeva lunga sul vivere nei deserti. E io le dicevo che picchiarmi bersi injuu] tole. Mi avrebbe solo fatto vkltivadrvovdio, lfkmryttenduvlavoroo per tutti.

Il grande potere eversivo del riso accompagna  la lunga degenza riabilitativa di Adami, il cammino spesso tortuoso nei meandri del centro di riabilitazione di Marina di Grosseto. Come dice Bachtin  il riso ha il potere di rappresentare il mondo alla rovescia, nel processo di carnevalizzazione enunciamo la parola che deve essere ancora detta, uniamo il perturbante al comico, ribaltiamo la logica binaria degli eventi.

Le micro resistenze ironiche e parodiche di cui è intessuto questo libro, hanno il magico potere di ribaltare la visione del malato e di rifondare anche una nuova modalità della riabilitazione.  Si può e si deve fare parodia del dolore, la morte va raggirata col sorriso.

E’ indubbio che il grande bagaglio di immagini, libri, processi logici, abbia contribuito alla quasi miracolosa rinascita dopo un evento che nella stragrande maggioranza dei casi determina delle menomazioni importanti. Il resoconto di Adami è anche un coltissimo centone di citazioni e riflessioni su grandi classici della letteratura, della filosofia, che rifioriscono nella selva dei ricordi di infanzia, adolescenza e maturità. Ogni tassello ha un senso profondo, linguaggio e scrittura post-ictica rivelano una straordinaria potenza creativa.  Ogni pensiero è pietra di inciampo, atto di resistenza nei confronti di uno psicologismo spiccio:

E per quanto riguarda la poesia, si attacchi stretta almeno a questi quattro n;nomi. Rilke, Rainer Maria. Hoekderlin, Fredrik. Poi gli inglesi. Eliot, Thomas zteRnd. Auden, Wystan Hugh. Ecco. Legga bene queste cose.

Spesso ci si imbatte nell’annosa domanda : “A cosa serve la letteratura?” In questo caso la risposta lampante è quella di salvarci e salvare, dall’oblio del tempo, della dimenticanza, dalla caducità. Questo libro ha un immenso potere salvifico, una potenza espressiva che viene dal cuore della mente e che abbaglia letteralmente con la sua aura di speranza.

 

D’olio e di miele –

di Lucia Manelli

La fortuna degli antichi, che tutte le mattine andavano con un orcetto di bossolo alle case degli dèi a domandare che bastasse quel giorno, un frammento della divina armonia, in qualche modo l’abbiamo anche noi, grazie alla presenza delle nuove voci della narrativa.

A questo pensavo, mentre chiudevo un volume dal titolo D’olio e di miele  (Divergenze 2024) e andavo a trovagli un posto sulla mensola dei “racconti vivi”. Lo avevo girato a lungo fra le mani, in libreria, incuriosita dal colore sfumato della copertina e dalla rapida sinossi. Armata di obiettive cautele l’ho lasciato decantare un paio di giorni su un vecchio comò, finché mi sono decisa.

L’incipit non era male per una autrice nata nel duemilasette, anno in cui mi laureavo pur senza essere in grado di scrivere in quella maniera, e il prosieguo si è rivelato anche meglio. Sarà che io amo la narrativa territoriale, senza la quale non vi sarebbe quella “internazionale” per mancanza di punti d’appoggio, ma la ricerca storica di  Giulia Colacicco include anche i caratteri e l’atmosfera di un territorio, la psicologia sociale di chi lo popola tra accenti comici o pieni di una sensibilità dolorosa e gentile. A sorpresa c’è anche uno stile pulito; e non me ne voglia l’autrice, ma a diciott’anni – pregiudizio per cui battermi il petto? – era l’ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare.

Negli scambi di sguardi e di parole, nella “paesanità” del contesto e certe scene che rimandano ai teatrini di provincia, quelli dove o reciti più che bene o ti fanno vergognare di averci provato, ho visto una scrittura molto sorvegliata, che forse per tenere a bada la fantasia si impone una regola francescana di povertà, ma si spende per la realtà che racconta. Una realtà anch’essa povera, scabra, tenace come l’olivo e al tempo stesso gentile come il miele al palato.

Un richiamo al titolo e un invito alla contemplazione, a fermarsi e rileggere le righe per evocarne gli scorci, gli orizzonti, siano essi gli angoli pittoreschi di una cittadina delle Murge (Santeramo in Colle) o gli interni della casa della burbera Rosa. E poi la fiamma che arde silenziosa fra una manzoniana Lucia, figlia del carbonaio del borgo e Carmelo, rampollo di famiglia non facoltosa ma comunque meno umile.

Tra pettegolezzi, sospetti, scintille e ribaltoni, dopo una fuga dei due giovani i parenti finiranno in tribunale; un tribunale che sa anche qui di sketch, con avvocati e magistrati pronti a ridere dei contendenti e un parroco bizzarro a tentare di riportare la pace.

 

 

 

La freschezza del risultato non viene solo dalla piccola umanità rusticana, ma proprio dalla capacità dell’autrice di dosare gli scorci drammatici e quelli più lievi, restando sobria nel tocco e negli effetti smorzati, come fosse accanto al lettore, pronta a riparare con una mano la luce troppo viva della sua immaginazione. Ne risulta una scrittura svelta, che fa della lingua un esercizio naturale e arriva subito al “dunque” incisiva, scolpita, senza immolare nulla all’altare della leggerezza.

Intervista a Italo Bonera. La costante ricerca di un punto di vista

 

di Michele Burgio 

D: “Te lo dico così a brutto muso: l’argomento, le dimensioni;, l’intreccio… non c’era un solo motivo per cui il tuo romanzo [Il male che fa bene] dovesse piacermi o  interessarmi. Invece sei stato una grandissima sorpresa”. La prima volta che mi rivolsi a Italo Bonera, gli scrissi queste parole. Avrebbe potuto rispondermi male, e a ragione. Non lo fece, anzi fu gentile. Ma facciamo un salto indietro di qualche mese. Era una sera d’inverno piuttosto fredda quando, sotto casa loro, Raffaella Catalano e Giacomo Cacciatore, direttori della collana Le dalie nere per Ianieri Edizioni, mi dissero: «Abbiamo tra le mani l’inedito di un autore non siciliano. Una gran bella scrittura». Ecco, non dissero in sé “un romanzo”, dissero proprio “una scrittura”. Giacomo e Raffaella sanno che per me la storia è fondamentale, ma divento subito insofferente quando non è sorretta da una penna solida, sicura. La riservatezza proverbiale di questi due amici mi dissuase quella sera dal tentare di scoprire di cosa trattasse il romanzo e, a maggior ragione, chi ne fosse l’autore. Una curiosità di scuderia, visto che anch’io ho pubblicato due romanzi per Le dalie nere, collana che apprezzo per questa e altre ragioni. Come sei arrivato a Ianieri Edizioni?

 R: Malgrado si parli parecchio di romanzo noir, per un piccolo autore di genere non sono tante le case editrici raggiungibili e ben distribuite. Avevo notato sui social la collana “Le dalie nere” che sembrava adatta al mio lavoro, così mi sono rivolto a Ianieri. Certo, non è stato l’unico editore a cui ho proposto “È stata legittima difesa”, ma è stato il primo a darmi un riscontro positivo – molto positivo devo dire, anzi, lusinghiero. Quando trovi un editore che crede nel tuo lavoro, non ci pensi due volte. Sono grato a Giacomo e Raffaella per il loro giudizio, davvero importante per me, e sono
contento di aver conosciuto la professionalità di Raffaella come editor, la competenza dello studio grafico, nonché la grande disponibilità di Mario Ianieri.

D: Ma vorrei tornare a ciò che dici riguardo alla scrittura. Lo condivido: secondo me è importante la qualità della scrittura; la narrazione conta, ma vale ancor più il piacere di leggere – tanto che, da lettore, se lo stile di un libro non mi convince, posso abbandonarlo anche soltanto dopo poche pagine. Per scoprire che Giacomo e Raffaella stavano parlando di Italo Bonera, ho aspettato che il freddo si mutasse nell’afa di luglio, quando è arrivata dall’editore l’ufficialità. L’uscita di “È stata legittima difesa” era prevista per settembre 2024, il libro non era ancora disponibile. Così, preso dalla curiosità, ho cercato altre sue pubblicazioni. Tra le altre, avrei potuto scegliere Io non sono come voi (Gargoyle, 2013), oppure Rosso noir. Un pulp italiano (Meridiano Zero, 2017); volendo approcciare a qualcosa di recente, ho scelto infine Il male che fa bene (Calibano Editore, 2023).Si tratta di un’avventura ad alta tensione giostrata tra Beirut, il deserto siriano, Istanbul e (sic) Brescia. Lo iniziai a leggere piuttosto perplesso, lo ammetto, non perché dubitassi delle capacità dell’autore o della forza della storia, ma perché ho orizzonti di lettura – ahimé – ristretti e comunque diversi. Lo scrittore di razza, però, traspare dalle prime righe, e quel romanzo l’ho divorato in pochi giorni. Chissà quali erano i modelli di Bonera, mi domandavo. Adesso, quella domanda posso farla. Quali sono stati gli elementi del tuo apprendistato letterario? Cosa hai letto? Cosa leggi?

R: Grazie per l’interesse, la fiducia e per le tue parole su “Il male che fa bene”: «l’ho divorato» è un commento che mi fa molto piacere, anche perché quello è stato il mio primo romanzo ambientato nella contemporaneità. Riguardo alla domanda, amo la narrativa di genere, italiana e non solo. Ho iniziato leggendo fantascienza, molti anni fa; successivamente sono passato al (come si dice oggi) mainstream contemporaneo e ho esplorato vari percorsi trovandomi a mio agio con il noir. Leggo anche gialli e spionaggio. Tovo sempre piacevoli le pagine di Georges Simenon, Ross Macdonald, Ed McBain, Massimo Carlotto, Maurizio De Giovanni, Valerio Evangelisti, Tullio Avoledo. E poi Gérard de Villiers, Lee Child, Andy McNab, Stefano Di Marino, ma anche Philip Roth, Romain Gary, Niccolò Ammaniti, Luca Ricci, certo di aver dimenticato molti altri. Se sei curioso, sul mio profilo Anobii si trovano tutte le mie letture – il link è anche sul profilo Facebook. Di recente ho apprezzato “Bambino” di Marco Balzano: una scrittura magistrale con personaggi scolpiti e uno sguardo acuto su Trieste e sugli avvenimenti accaduti in Venezia-Giulia tra la fine della prima e la fine della seconda guerra mondiale.

Un ritratto dell’autore Italo Bonera

D: Finito di leggere un suo primo romanzo, è cresciuta in me la voglia di capire meglio chi fosse Italo Bonera. Ho scoperto che ha superato i sessant’anni e scrive da venti. Hai dunque iniziato a pubblicare in età adulta. Mi pare di capire che tutto inizi nel 2004 quando col racconto American dream vinci il premio Fredric Brown per racconti brevi indetto da Delos Books. Ci racconti com’è andata?

 R: Avevo da poco letto “Gli apprendisti stregoni” di Robert Jungk, la storia degli uomini che costruirono l’atomica, dove si capisce come il progetto Manhattan sia stato possibile soltanto grazie agli scienziati emigrati in America per abbandonare un’Europa preda dei nazifascismi. Inoltre, avevo visto il film “Bowling for Columbine” di Michael Moore, ed era ancora forte il ricordo delle torri gemelle. Dalla contaminazione di quelle suggestioni nacque l’idea del racconto. Chi ha paura fugge oppure attacca. Se è armato, attacca. Nel raccontino ambientato in un prossimo futuro, l’America ha reagito in modo abnorme alle proprie paure usando nuovamente l’atomica,
isolandosi così dal mondo civile. Il protagonista, un americano medio(cre), contempla il suo Paese in declino, non più in grado di far promesse, abbandonato dal mondo e quindi da abbandonare, condannato dalla propria arroganza.
Quando Silvio Sosio di Delos book mi chiamò al telefono per invitarmi alla premiazione, non avevo capito che sarei stato il vincitore: dovette insistere. Ricevere in modo inaspettato il Premio Fredric Brown per “American dream” è stata una spinta decisiva verso l’attività della scrittura. Devo molto a Silvio Sosio.

D: Bonera appartiene alla tipologia di scrittori che riesce a scrivere in coppia, una cosa che mi ha sempre incuriosito. Esordisce per la grande editoria con un romanzo a quattro mani scritto con Paolo Frusca, scrittore bresciano come lui, che poi avrebbe avuto una fortunata carriera come scrittore sportivo. Tutto nasce da una telefonata di Sergio Altieri [ai più noto come Alan D. Altieri, scrittore di genere e curatore editoriale per Mondadori] che imprime una virata importante alla sua carriera di scrittore. Così arriva alle stampe Ph0xGen! (Mondadori, 2010).Con Frusca hai poi pubblicato anche Cielo e ferro. Il futuro è cambiato (La Ponga, 2014). Come nasce la vostra collaborazione?

 R: È nata senza prenderci sul serio. Amici da diversi anni, lui trasferito a Vienna, nei primi anni Duemila siamo rimasti in contatto via e-mail, sfaccendati che strologano di massimi sistemi come perdigiorno da bar. “E se l’Austria avesse vinto la prima guerra mondiale?” fu una delle uscite di Paolo. Da lì, l’idea di una narrazione ambientata in quell’universo impossibile, idea che mi vedeva scettico, perché “io sono un fotografo, non uno scrittore”, dicevo. Quando però Paolo abbozzò alcune pagine, iniziai a metterci del mio. Da lì in poi fu un continuo scambiarsi file ai quali ognuno aggiungeva qualcosa, tagliava, modificava in modo caotico e senza un vero metodo. Alla fine ci
trovammo tra le mani una quantità di capitoli, scene di un film senza sceneggiatura. Le
“montammo” riuscendo a ottenere – con stupore di entrambi – qualcosa di leggibile.

 D: Ecco, sono d’accordo. Più che cinematografica, definirei fotografica la scrittura di Bonera. Si va per scatti. Un vicolo, un lampo di sole, una donna grassa, un bar con la saracinesca semiabbassata. La fotografia è per te un riferimento per ciò che riguarda la costruzione letteraria delle scene, della narrazione? Quanto contano la luce, il movimento, l’inquadratura?

R: C’è qualcosa di vero. La pratica della fotografia obbliga a uno sguardo, a un punto di vista; fotografare significa incorniciare e isolare un lembo di realtà là dove gli altri vedono soltanto consuetudine. Forse sono state la ricerca di un punto di vista e di uno sguardo nuovo, più che la luce, ad avermi appassionato alla fotografia. Eppure, guardo con ammirazione le opere di grandi autori che sanno, in una sola immagine, raccontare una storia intera, come certe potentissime fotografie di Ernest Haas o di Margareth Bourke-White, che io non saprei mai realizzare. Sarà per questo che oggi mi trovo a mio agio con la narrativa, soprattutto nella forma breve del racconto, piuttosto che nella costruzione articolata di un romanzo: uno scatto, una storia.

I provinciali di David Manzoni

di Silvia Tebaldi

«Tra petardi e caroselli la gioia brucia gli occhi».

Abita l’opera una grazia feroce. Ci sono un vecchio che la sa lunga e fa battute in rima, un parroco esecrabile ma dai fini encomiabili, il brusio dei paesani tra storie dure e amori, e una compagnia di giovani sullo sfondo di campi e argini della bassa cremonese, un luogo piccolo in una vastità. Il Po serpeggia a poca distanza («Dalle risaie si alzano gli aironi con le ali candide come lenzuola, eleganti e spettrali sul fondale celeste del cielo»), ritratto dalla voce di un narratore invisibile.

Ho letto I provinciali di David Manzoni prima ancora che diventasse un libro; ne ho letta l’anteprima a pochi giorni dall’arrivo in libreria: ma per tutto il tempo della lettura, non so né come né perché, ho sentito la carta, le pagine sotto le dita.

Ambientato nel 2014, due anni dopo vince il premio letterario “Linguaggi neokulturali” promosso dal web magazine Kultural, e l’anno successivo arriva in libreria.

Sette anni dopo la casa editrice indipendente Divergenze, in accordo con l’autore, ha recuperato il testo originale e lo offre per la cura di Massimo Rovati e Silvia Longo, nella pregevole veste grafica e materiale che connota la sua produzione e, nello specifico, la collana di letteratura Le scie.

Nel borgo senza nome in cui è ambientata la vicenda tutto sembra fermo, mentre il mondo attorno cambia. Ci sono un’onesta brigata per amicizia, vicinanza o parentela, di ragazze e ragazzi: i loro amori, le assenze, il senso del tempo; l’osteria e i giardini, la chiesa parrocchiale («antica, romanica, poco luminosa e con due piccole navate laterali. Sulle pareti qualche affresco smangiato dai secoli si alterna al rosso dei mattoni, alle tavole di legno con incise le tappe del Calvario di Gesù») e una polifonia di voci. Quindi le risposte in rima del signor Giulio che rammentano proverbi, nonsense da taverna o testi sapienziali, che quasi strappano la stoffa del testo, orbitando dall’indiretto libero – qualcosa dei Malavoglia, almeno per me che leggo – a uno spazio incerto tra elusione e chiacchiere, tra silenzi e crudezze da paesani.

«Lo blandivano e poi gli riempivano la blusa di spighe e palline appuntite: i gradi del comando.

– Generale, – attaccava Berto, – la guerra è finita.

– Andate in pace – ribatteva Giulio, facendo il segno della croce.

– Generale, – ancora Berto, – è ora di tornare al focolare.

Quindi veniva il turno del macellaio:

– Ce l’ha il focolare, generale? – e quello si incupiva. – Il generale è di turno al pagliaio, il nemico gli ha tolto tutto, tranne l’onore».

 C’è tutto questo. E c’è un segreto. Una nicchia, in chiesa, dietro il coro. Per l’intera lettura ho avuto in mente la forma ambigua studiata da Ricardo Piglia nel corso dedicato all’opera di Juan Carlos Onetti (Teoria della prosa, tradotto in italiano da Loris Tassi e a cura di Federica Arnoldi e Alfredo Zucchi per Wojtek, 2021): la forma definita dal nome francese nouvelle, ovvero romanzo breve, un testo narrativo che non è racconto né romanzo classico, ma una tradizione formale che si fonda – a differenza dal romanzo, specie il poliziesco – non su un enigma da sciogliere, né sulla fluttuazione di diversi elementi narrativi verso un colpo di scena, come nella short story tradizionale, piuttosto su un segreto.

Premesso che io non ho avuto mai certezze su misure e strumenti narratologici, men che meno ora, che solo voglio ricordare il ricordo che mi visitava, leggendo I provinciali ho avvertito un ronzio che non si è placato neppure quando ho ripreso in mano la mia copia di Teoria della prosa. Eccolo, il passo della prefazione di Arnoldi e Zucchi, che apre alla questione del segreto nell’opera di Onetti e che abitava nel ricordo come in un déja-vu, come tre righe sottolineate certo aldilà della ragione e del pensiero discorsivo: «Si tratta di una fenditura che conduce, oltre la storia, in un’altra storia, quella potenziale, dissimulata e latente. È un punto cieco, uno spazio vuoto da cui il narratore vede senza raccontare, oppure racconta senza conoscere».

Io quella fenditura l’ho sentita, forte, durante tutta la lettura. Il segreto, secondo Ricardo Piglia, è «ciò che è eliso e che qualcuno sottrae dalla trama, è qualcosa che non si conosce ma che agisce permanentemente nella storia. Ciò che è accaduto definisce la differenza tra racconto e nouvelle. Il romanzo breve si chiede cosa è accaduto, mentre il racconto si chiede cosa accadrà. Una forma si interroga sul passato e l’altra sul futuro di una storia».

Ebbene, ne I provinciali quel segreto è in una nicchia, uno spazio dal contenuto misterioso; e ancora, in qualcuno che nell’ombra terrorizza la giovane Lilia, che non può vederlo benché le stia a pochi passi; e ancora, in qualcosa che è accaduto e ha segnato il villaggio senza nome.

E ci scommetterei che anche voi come me, leggendo il libro (che sia romanzo o nouvelle, non ha importanza), sentirete che quel segreto ha a che fare con tutti e tutte noi in quanto lettori, certo, ma prima ancora noi in quanto viventi. C’è poi una seconda storia, dissimulata e latente.

Scrive Massimo Rovati nella prefazione, La poetica del disincanto:

«Con toni leggeri e svagati solo in apparenza, Manzoni dà alla storia la potenza delle Fiabe italiane di Italo Calvino. Là c’erano maghi, orchi, ladri, un campionario di orrori che ai bambini esorcizzava la paura del mondo di fuori, poiché situato nel regno privo di offesa della vita fantastica, e nella vita fantastica anche i fatti più tremendi danno un brivido felice. Chi sopprime lo spavento, sopprime anche la felicità. Qui, nell’opera di David Manzoni, in modo analogo alle fiabe di Calvino, il timore e l’angoscia non sono urlati, non fanno parte di un progetto educativo: sono esposti senza una sola parola leziosa, e narrano di cose terribili come gli stereotipi, feroci quanto la società di cui sono figli, e lo fanno con uno stile umile, rapido e ironico, spoglio di ogni eccesso».

Insomma, leggendo questo libro troverete una polifonia di voci, gente soave e assieme spietata, la tigna di non voler cambiare che ci definisce tutti e una trama, una trama vera, che ho ripreso dopo avere sciolto l’enigma senza che il segreto fosse sciolto, e che certo rileggerò ancora. E l’evidenza radiante di quel “doppio interno”, tanto più evidente quanto è più nascosta, quella duplicità che è in noi come la coabitazione tra una anziana zia casalinga e un Hermes viaggiatore e imprevedibile, l’uno dall’altra spaventati, deliziati e offesi (il ricordo va ad Ars poetica di Franco Ferrucci, altro libro bellissimo e sommerso).

La scrittura limpida e arguta, solo in apparenza semplice di David Manzoni, si fa leggere con gioia e quasi induce a una rovinosa, irresistibile velocità di lettura; si avverte come un suono che traccia la pulsazione della favola filosofica, la quale però mai prende il sopravvento, e forse non è che uno scrigno di armonici, un effetto acustico («Più larga è la bocca, più la favola è sciocca», dice il signor Giulio).

«Leggendo, ti pare di passeggiare nel paese in cui sei cresciuto o hai trascorso le estati dell’infanzia e della giovinezza, e dove tutt’ora torni quando avverti il richiamo delle radici»: così scrive Silvia Longo nel breve saggio La provincia ubiquitaria, in chiusura del volume. E dopo aver letto di questi provinciali e avere camminato, provinciale io stessa, in uno dei luoghi in cui avverto la forza delle mie cosiddette radici, non posso che darle ragione.

Scrive M. John Harrison in Vorrei essere qui. Antimemorie, straordinario libro appena portato in Italia grazie a Mercurio books, nella traduzione italiana di Luca Fusari:

«La verità paradossale che Map Boy custodisce è: a vent’anni o a settanta, per quanto tu possa cambiare, sei sempre già nel tuo futuro. Le persone evitano di ammetterlo finché possono, appellandosi alla banalità, e non è colpa loro. Ma il compito dello scrittore è sbatterglielo sotto il naso».

È una frase in cui mi sono imbattuta mentre cercavo di chiudere questa riflessione. Mi sono stupita perché da tempo non mi stupisco più delle coincidenze, ma la bravura di David Manzoni nello sbattermi sotto il naso, con garbo e abilità assieme, questa nobile verità, mi lascia esterrefatta anche dopo aver letto, per la seconda e quasi terza volta, I provinciali. Un’opera nella quale leggendo, anzi, vivendone i fatti, troverete anche voi una quieta ferocia. E un segreto.

 

 

Altro da Palermo- di Michele Burgio

di Antonina Nocera 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ammiccante già dal paratesto  – una copertina che incrocia tre R negli spigoli di una figura geometrica  – il nuovo romanzo di Michele Burgio, per i tipi di Ianieri edizioni inaugura una cifra più esistenziale e ruvida, che tocca corde intime, sapientemente dosate da una scrittura elegante e mai eccessiva, lontanissima dall’espressionismo monocorde di certa letteratura contemporanea, avvinghiata a pratiche autoreferenziali, in odore di psicodramma, di confessione egotica.

Burgio intreccia tre storie, incastrate nella struttura “a scatola cinese” in cui  le vite di  tre uomini il cui cognome inizia per R si trovano a collimare per caso, come spesso accade nella vita, nel flusso degli eventi di cui non abbiamo nessun controllo. Rizzica, Ruvolo, Romanò sono tre personae nel senso originario del termine, tre maschere di  un unico atto scandito in tre momenti, dove una voce onnisciente, cui è affidata la narrazione, scandaglia i passaggi salienti delle tre personalità, caratterizzate da un’attitudine raziocinante e meditabonda, ciascuno a suo modo, chi per la strada della dissimulazione, chi per un’autoconfessione scomoda.

Il  magistrato Rizzica vive la parte sbiadita della sua esistenza, quella che si affaccia  come le nubi livide di un crepuscolo, dopo il fulgore della carriera, delle tangenze scomode, della giustizia che deve fare i conti con quel sottobosco di connivenze, imposture, brogli e pasticciacci di un’epoca non troppo lontana, quella degli anni novanta, quando essere magistrato a Palermo era una scommessa con la vita, in guerra con un nemico che stava ovunque, ma che era indicibile, indecifrabile, o volutamente ignorato.

Esiste un riferimento storico che ha ispirato la storia di Rizzica –  ci tiene a dire l’autore – e mi pare di intravedere anche una fisiologica vena “sciasciana”  ad accompagnare la storia  di un errore giudiziario, che travalica le aule di giustizia per diventare microstoria, nelle vicende del figlio di un povero cristo divenuto pedina di un potere maligno di cui ignorava gli ingranaggi.  Fa capolino  il Riches de  Il contesto sciasciano, come rimando concettuale, sebbene qui con tutt’altra tempra e riferibile a questo tipo inusitato di “uomo di tenace concetto”, che a suo modo è il magistrato Rizzica:

“vedi Pietro, io ho molto rispetto per il tuo dolore. L’errore giudiziario è ciò in cui nessuno di voi vorrebbe incappare, e quando succede, è per noi stessi una sconfitta, un tormento. E’ come una malattia che non ha ancora, di cui hai il terrore di ammalarti,  e dalla quale cerchi di sottrarti. Fai di tutto per evitare le abitudini sbagliate, ti nutri al meglio, pratichi il giusto sport. Poi c’è un momento in cui non sai come, ma qualcosa va storto. […] Credi veramente che un professionista sbagli volontariamente?”

Con lo stesso scandaglio privo di indulgenze, Burgio interseca la storia di Anna, (domestica del magistrato Rizzica)  e del professore Ruvolo. Qui, la storia si avviluppa intorno a un vagheggiamento erotico, ma più di intelletto in verità, in cui la più classica delle situazioni, si screzia di inaspettate sfaccettature; il setting è quello scolastico,  delle scuole serali, frequentate da studenti lavoratori, spesso adulti che non hanno potuto completare gli studi ordinari. Ruvolo la osserva, la segue, la  immagina sua,  tenta la  seduzione con la goffa improntitudine dell’inetto (più Saba che Pavese) e ne esce sconfitto, irrimediabilmente:

“nel frattempo, nascosto dalla vetrata del bar, riusciva a ritagliarsi del tempo per rimuginare senza sosta. Tracciava bilanci,  ripercorreva gli errori della sua vita, mandava giù insoddisfazioni.”

Il gioco abile di Burgio è quello di mascherare gli intenti dietro il paravento del professore imborghesito che fa il suo dovere, timbrato il cartellino delle pratiche coniugali; dietro gli argini di una tollerabile normalità, delinea, con efficaci e brevi pennellate, il mostro riprovevole. Viene qui in soccorso un altro elemento del paratesto, in questo caso l’esergo del romanzo nella citazione di  Claudio Lolli: “nessun uomo è un uomo qualunque”.

Intento a rinverdire un’esistenza bolsa e ingrigita, il professore è la pedina di un meccanismo di violenza sottaciuta e passiva che alligna segretamente, come nel sottosuolo dostoevskiano dove l’impiegato più ordinario diceva:

ci sono cose nella memoria di un essere umano cose che egli non rivela a tutti ma solo agli amici. Ci sono cose che egli non rivela neanche agli amici, ma solo a se stesso,  e in gran segreto. E infine ci sono cose che teme di rivelare perfino a se stesso.

 

Prende l’abbrivio la terza storia, inanellata con un fulmen  in cauda alle due precedenti: entra in campo Romanò, portiere dello stabile da cui tutto ebbe inizio. Un altro spaccato dei costumi nostrani, del “tipo” di pratica cui abbiamo probabilmente assistito, volenti o nolenti, nel corso della nostra vita: lo scambio di voti e favori raccattati tra la gente nomale, quella che crede nel sogno della raccomandazione  salvifica e che poi viene abbandonata a sé stessa.

Romanò ci crede, fortemente, fino alla fine, che quel politico altisonante possa cambiargli la vita. Invece, sarà il destino, o quell’incrocio maledetto di R – che è la vita – a fornirgli la risposta.  Si ha la sensazione, a leggere questo romanzo tripartito, che il riscatto sia possibile a condizione di accettare la vita dentro la morte, come prescriverebbe il senecano morimur cotidie.

L’inversione dei termini esistenziali dei personaggi di Burgio:  l’eros come antidoto alla morte di Ruvolo, l’etica del sacrificio come extrema ratio di Rizzica  e  il lasciarsi vivere degli inetti alla vita di Romanò, rendono questo romanzo ruvido, scomodo nelle intenzioni, nell’indagine lucida e veritiera degli abissi umani.

La scrittura di Burgio, elegante, ricca di termini inusitati per questi tempi di barbarie linguistica, opera per sottrazione: niente esagerazioni, con la sua prosa lenta e possente che concede sul finale delle increspature, vergate con un’ attitudine gnomica, che non prescrive, ma suggerisce.

Ultima,  ma non certo per importanza, la città di Palermo, vero e proprio quarto personaggio del romanzo, che erompe in immagini vere, intense, del tutto prive di edulcorate lambiccature, anni luce dalla patinata Palermo felicissima, la città dell’inciampo, tra rancore e sottomissione, come direbbe Bufalino, illuminata in frammenti dipinti alla maniera del testo pietroburghese, dove il riscatto e l’abisso si alternano furiosamente, senza concedere respiro.

Una Palermo che ha cambiato volto, nel tempo che mostra le sue cicatrici senza pudore, che vive di soglie, limiti impensabili per qualunque altra città, come quello dei quartieri bene, separati dai bassifondi da pochi metri di cemento, dalla fatiscenza e della bellezza dei vicoli, degli odori, anche nauseabondi, mischiati agli effluvi miracolosi degli intingoli agrodolci. È la Palermo metafisica dei fantasmi agostani, quando si spopola e tutto appare spettrale, e ci si rende conto che quella stessa umanità brulicante che la uccide, viene a sua volta divorata. Lontano dai fulgori, il quarto personaggio è quello che diviene metonimia assoluta di uno stato del vivere, che brilla di quella luce indecisa e abbacinante che noi sappiamo.