PARLIAMONE CON ANNA FOLCHI: FRA SEGNI E VOCI: STORIA DI UNA DONNA SORDA, DI UNA COMUNITA’, DI UNA LINGUA

di Emilia Pietropaolo

 

  1. Ciao Anna, sono davvero felice di avere l’opportunità di intervistarti sul tuo libro Fra segni e voci: “storia di una donna sorda, di una comunità, di una lingua”. È un titolo molto evocativo, che già anticipa il tema dell’incontro tra il mondo delle persone sorde e quello delle persone udenti, partendo dalla tua storia personale. Come è nata l’idea di scrivere questo libro? E, secondo te, oggi c’è ancora bisogno di raccontare alle persone udenti chi sono le persone sorde e che cosa significa davvero la «sordità»?
  • L’idea di scrivere Fra segni e voci nasce dall’esigenza di lasciare una testimonianza personale che, al tempo stesso, fosse anche una testimonianza collettiva. Non desideravo raccontare soltanto la mia storia, ma utilizzare la mia esperienza come filo conduttore per ripercorrere le trasformazioni vissute dalla comunità sorda italiana nel corso di diversi decenni: dall’educazione oralista alle battaglie per il riconoscimento della lingua dei segni, fino alle questioni dell’accessibilità, dei diritti e della piena partecipazione alla vita sociale.

 

  1. Ho trovato Fra segni e voci un libro molto importante perché affronta temi ancora oggi estremamente attuali: il lavoro, l’accessibilità, l’educazione e l’essere donna. Sono questioni fondamentali che, in parte, avevi già affrontato nel saggio The Social Condition of Deaf People (2022). Dal tuo punto di vista, il mondo del lavoro è cambiato per le persone sorde? Oggi ci sono maggiori attenzioni e opportunità rispetto al passato? E cosa significa, per te, essere una donna sorda? Quali sono state le sfide più grandi che hai dovuto affrontare?
  • Credo che il mondo del lavoro sia cambiato rispetto al passato e che oggi ci siano maggiori opportunità per le persone sorde. Le nuove tecnologie, una maggiore attenzione all’accessibilità e il riconoscimento dei diritti hanno sicuramente favorito questo cambiamento. Tuttavia, permangono ancora molte difficoltà. Le barriere non sono legate tanto alla sordità in sé, quanto alla mancanza di accessibilità e ai pregiudizi che ancora oggi influenzano il modo in cui vengono percepite le capacità delle persone sorde.

Per quanto riguarda la mia esperienza, essere una donna sorda ha significato affrontare una doppia sfida. Da una parte, ho dovuto confrontarmi con gli ostacoli legati alla sordità; dall’altra, con quelli che molte donne hanno incontrato nella vita professionale e sociale. Le difficoltà maggiori sono state dimostrare le mie competenze e conquistare la fiducia degli altri, in un contesto in cui spesso la sordità veniva vista prima delle capacità della persona.

Queste esperienze mi hanno insegnato quanto siano importanti l’accessibilità, il rispetto delle differenze e le pari opportunità. Credo che una società inclusiva non debba limitarsi a offrire un posto di lavoro alle persone sorde, ma debba creare le condizioni perché possano partecipare pienamente, esprimere le proprie competenze e avere le stesse possibilità di crescita di tutti gli altri.

 

3. Nel libro parli molto della voce, ed è un aspetto interessante e che conosco personalmente. Che cosa rappresenta per te la voce? È davvero la condizione necessaria per essere pienamente riconosciuti nel mondo degli udenti? Tu sei una persona oralizzata, ma usi anche la tua lingua materna, la lingua dei segni: secondo te, agli occhi delle persone udenti questo ti rende “più sorda” o “più udente”? Hai notato che lo sguardo degli altri cambia quando usi la voce oppure quando comunichi in lingua dei segni?

  • La voce ha avuto un ruolo importante nella mia vita, perché mi ha permesso di comunicare con il mondo degli udenti. Tuttavia, credo che una persona non debba essere riconosciuta o valorizzata in base al fatto che parli o meno. La voce è uno strumento di comunicazione, ma non è l’unico. Anche la lingua dei segni è una lingua completa e permette di esprimere pensieri, emozioni e identità.

Sono una persona oralizzata, ma la mia lingua naturale è anche la lingua dei segni. Non penso di essere “più sorda” quando segno o “più udente” quando parlo. Sono semplicemente la stessa persona che utilizza modalità comunicative diverse a seconda del contesto e delle persone con cui interagisce.

È vero, però, che lo sguardo degli altri cambia. Quando uso la voce, spesso la mia sordità passa inosservata; quando comunico in lingua dei segni, invece, viene subito percepita. Questo dimostra che molte persone continuano ad associare la sordità a un determinato modo di comunicare. Credo, invece, che sia importante superare questa visione e riconoscere che ogni persona sorda ha un proprio percorso e il diritto di scegliere come comunicare.

4. Nel libro non affronti il tema dell’impianto cocleare, e lo trovo del tutto comprensibile, trattandosi di un’autobiografia. Oggi, però, si parla sempre più spesso di terapia genica e di impianti cocleari di nuova generazione, sempre più avanzati. Come guardi a questi sviluppi? Che cosa rappresentano, secondo te, per le persone sorde e per la comunità sorda?

  • Devo essere sincera: non conosco in modo approfondito gli sviluppi più recenti degli impianti cocleari né le nuove prospettive della terapia genica. Per questo motivo non mi sento di esprimere un giudizio su tecnologie che non conosco direttamente. Credo che sia importante lasciare queste valutazioni agli specialisti e alle persone che hanno esperienza diretta di questi percorsi.

Quello che posso dire è che ogni persona sorda dovrebbe essere libera di scegliere il percorso che ritiene più adatto alla propria vita, sulla base di informazioni corrette e nel rispetto delle proprie esigenze e della propria identità. Al tempo stesso, qualunque sia la scelta individuale, resta fondamentale garantire il pieno rispetto dei diritti, dell’accessibilità e della dignità delle persone sorde.

  1. L’accessibilità è ancora oggi una questione molto critica in Italia. Nel libro racconti diversi esempi concreti: gli annunci fatti solo con l’altoparlante, la mancanza di allarmi luminosi nei luoghi di lavoro, i problemi dei sottotitoli in televisione. E spesso, quando si sollevano queste criticità, la risposta è: “Ma c’è il TG LIS”. È una frase che anch’io mi sono sentita dire molte volte. Tu cosa ne pensi? Rispetto al passato, ritieni che sia cambiato davvero qualcosa?
  • Sì, credo che l’accessibilità sia ancora una questione molto critica in Italia. Negli ultimi anni ci sono stati alcuni progressi, ma sono ancora insufficienti. Molti servizi continuano a essere pensati principalmente per le persone udenti e questo crea ostacoli nella vita quotidiana delle persone sorde.

Per quanto riguarda il TG LIS, non credo che possa essere considerato una soluzione sufficiente. Non tutte le persone sorde conoscono la lingua dei segni e, soprattutto, l’accessibilità dovrebbe essere garantita nei programmi televisivi ordinari, non solo in spazi dedicati. Quando, ad esempio, ci sono dibattiti politici o trasmissioni di informazione, il riquadro dell’interprete è spesso molto piccolo e diventa difficile seguire correttamente la traduzione. Inoltre, mancano ancora molti sottotitoli, oppure sono incompleti o di scarsa qualità.

L’accessibilità non dovrebbe essere vista come un servizio speciale riservato a pochi, ma come un diritto. Rendere accessibili l’informazione, i servizi pubblici e i luoghi di lavoro significa permettere alle persone sorde di partecipare pienamente alla vita sociale, culturale e democratica del Paese.

  1. Nel libro scrivi una frase molto forte: “Nella mia vita ho riflettuto spesso se sia stata più una difficoltà essere sorda o essere donna.” Che cosa significa, per te, essere una donna sorda? Racconti anche che, durante gli anni nei convitti, ragazze e ragazzi venivano tenuti separati. Ci puoi spiegare meglio come vivevate questa separazione e quale significato aveva? Infine, vorrei chiederti cosa pensi del femminismo: secondo te, esiste oggi una riflessione femminista all’interno della comunità sorda italiana?
  • Essere una donna sorda ha significato, per molti aspetti, vivere una doppia discriminazione: come donna e come persona sorda. In diversi momenti della mia vita ho avuto la sensazione che questi due aspetti si sommassero, rendendo ancora più difficile essere riconosciuta per quello che ero e per le mie capacità.

Negli anni trascorsi nei convitti, ragazze e ragazzi venivano tenuti rigorosamente separati. Questa scelta era influenzata anche da una mentalità religiosa molto rigida: si temeva che la vicinanza tra ragazzi e ragazze potesse creare situazioni considerate inappropriate. Oggi quella visione può apparire superata, ma allora era espressione di una cultura molto chiusa, che limitava la libertà e le relazioni tra le persone.

Per quanto riguarda il femminismo, per me non significa essere contro gli uomini. Significa riconoscere il valore delle donne, condividere esperienze, emozioni e difficoltà comuni e impegnarsi perché donne e uomini abbiano gli stessi diritti e le stesse opportunità. Credo che anche all’interno della comunità sorda sia importante dare sempre più spazio alla voce delle donne e alle loro esperienze, perché la parità riguarda tutte e tutti.

Proprio per questo ho fondato un gruppo di donne sorde chiamato “Mimosette”. Ci incontriamo una volta al mese alla Casa delle Donne di Milano: è uno spazio in cui possiamo confrontarci, raccontare le nostre esperienze e parlare delle difficoltà che viviamo come donne sorde. Credo che creare questi momenti di incontro sia importante perché permette alle donne sorde di avere una propria voce, di sentirsi rappresentate e di partecipare anche al movimento per i diritti delle donne.

  1. Per concludere, Anna, vorrei chiederti una cosa. Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso questa parola rimane solo uno slogan. Che cosa vorresti che la nostra società promuovesse davvero? E se potessi cambiare una cosa, quale sarebbe?
  • Oggi si parla molto di inclusione, ma spesso questa parola rischia di rimanere soltanto uno slogan. Per me l’inclusione vera significa creare le condizioni perché ogni persona possa partecipare pienamente alla società, senza dover continuamente superare barriere o dimostrare il proprio valore.

Nel caso delle persone sorde, questo significa garantire accessibilità nella comunicazione, nell’istruzione, nel lavoro, nell’informazione e nella vita quotidiana. Non basta parlare di inclusione: bisogna ascoltare le persone coinvolte e costruire soluzioni insieme a loro. Le persone sorde non devono essere considerate solo destinatarie di aiuto, ma protagoniste nelle decisioni che riguardano la loro vita.

Se potessi cambiare una cosa, vorrei cambiare il modo in cui la società guarda alla sordità. Vorrei che fosse vista non soltanto come una mancanza, ma anche come una differenza linguistica e culturale. Vorrei una società in cui la lingua dei segni, la comunicazione accessibile e le diverse modalità di espressione siano riconosciute come una ricchezza.

Credo che il cambiamento più importante sia culturale: imparare a conoscere l’altro senza pregiudizi. Solo attraverso la conoscenza e il dialogo tra persone sorde e udenti possiamo costruire una società davvero rispettosa e inclusiva.

 

PARLIAMONE CON SERENA VINCI: LA CINA (È DONNA) NEL SETTECENTO.

di Emilia Pietropaolo

PARLIAMONE CON SERENA VINCI: LA CINA (È DONNA) NEL SETTECENTO. Sguardi di genere ed esotismo nella Cultura letteraria e teatrale italiana (Mimesis, 2026)

 

Serena Vinci è assegnista di ricerca, ha tenuto la discussione di dottorato presso l’università di Modena e Reggio Emilia sulla Madrepatria, madrelingua, madre: declinazioni del materno nella letteratura italiana della migrazione (Unimore, 2026). I suoi interessi di ricerca vertono sulla prosa letteraria in una prospettiva transculturale e di genere.

È autrice del saggio Ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza (2024). Il sangue che ti scorre accanto (Les Flâneurs Edizioni, 2023) Il saggio La Cina (è Donna) nel Settecento, sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana, uscito per Mimesis (2026): a partire da Marco Polo, lo sguardo europeo sulla Cina ha costruito un immaginario dalle sfumature mitiche, che ha subìto variazioni nel corso dei secoli, contribuendo all’evoluzione della cultura europea stessa.

In questo percorso, l’elaborazione degli stereotipi ha coinvolto in modo particolare la rappresentazione della figura femminile. Infatti, la Cina ha rivestito un ruolo peculiare in quell’esotismo rintracciabile nel melodramma, nel teatro e nel romanzo del Settecento, secolo in cui i personaggi femminili emergono con una certa vivacità, e la fascinazione per le chinoiserie pervade tutta l’Europa.

Attraverso l’analisi delle protagoniste di opere più note, come la Turandot di Carlo Gozzi, e di quelle meno note, come Le cinesi di Metastasio e il romanzo La cinese in Europa di Pietro Chiari, viene esplorato l’ideale proposto, dal punto di vista dei costumi e delle istituzioni, rivelando figure magnetiche come dark lady e personaggi al limite del queer.[Vinci, Serena, 2026, https://www.mimesisedizioni.it/libro/9791222328188]

 

  1. Ciao Serena, ti sei appena addottorata con una tesi dal titolo Madrepatria, madrelingua, madre: declinazioni del materno nella letteratura italiana della migrazione presso l’università degli studi di Modena e Reggio Emilia, e, quasi in concomitanza, è uscito per Mimesis questo interessante volume dal titolo tanto provocatorio quanto attuale: La Cina è donna. Sguardi di genere ed esotismo nella cultura letteraria e teatrale italiana. Come è nata l’idea di questo libro? E perché hai scelto di concentrarti proprio sul Rinascimento e sull’Illuminismo come cornici temporali della tua indagine?

Come rilevi correttamente tu, tra le due ricerche c’è un filo rosso sostanziale. Ho iniziato a occuparmi di letteratura in lingua italiana L2, cioè a opera di autrici e autori migrati in Italia da ogni parte del mondo e che hanno adottalo l’italiano come seconda lingua per raccontare le loro esperienze di vita, creando una letteratura transculturale a tutti gli effetti. In questo contesto ho individuato una particolare attenzione alla rappresentazione delle figure materne in associazione con l’idea della cultura d’origine e, scendendo ancora più in profondità, mi sono resa conto che le autrici avevano uno sguardo tematico peculiare che mi interessava molto. Da lì mi sono incuriosita e ho cominciato a indagare le aree complementari di ricerca e di verificare cosa fosse successo nei secoli passati. Così mi sono ritrovata tra le mani questo tesoro semisconosciuto della rappresentazione femminile della Cina nella letteratura italiana settecentesca.

  1. La Cina è donna è un titolo fortemente evocativo e, per certi versi, anche femminista. Già l’espressione “è donna” porta a interrogarsi su cosa significhi essere donna e su come questa identità venga costruita e rappresentata. Nel libro mostri come, da Turandot a Chiari, le personagge siano spesso ricondotte a ruoli funzionali al loro genere. Eppure sembra emergere, soprattutto a partire dalla figura di Turandot, un cambiamento di paradigma: una protagonista che rifiuta il matrimonio imposto e tenta di autodeterminarsi. Possiamo considerarla una sorta di figura femminista ante litteram?

Siamo portati tutti a pensare che le rivendicazioni dei diritti di genere siano un affare prettamente contemporaneo, ma non è così. Nel Seicento barocco la fluidità di genere, quel che oggi chiamiamo queer, era un elemento tipico della cultura letteraria e soprattutto teatrale grazie ai frequenti travestimenti e mescolanze di maschile e femminile. Nel Settecento illuminista poi, il ruolo della donna diventa il focus principale per la maggior parte delle riflessioni attorno all’educazione in un’accezione veramente rivoluzionaria, è il caso di dirlo. Per quanto riguarda la Turandot di Carlo Gozzi sicuramente la risposta è sì, si tratta di una bellissima figura femminista nel senso che il personaggio era cosciente del suo ruolo di donna, dei rischi che correva in quanto tale, e opera ogni scelta in suo potere per difendersi e affermarsi. E ci riesce, anche e soprattutto suscitando antipatie a destra e a manca. Le altre versioni scaturite dalla Turandot gozziana non sono altrettanto corrispondenti a questa idea di femminismo, perché cedono all’esotismo e alla romantizzazione del fascino orientale.

  1. Uno degli aspetti più interessanti del libro è che, pur avendo la Cina come sfondo geografico e culturale, il vero centro dell’analisi sono le donne. È una linea che ritroviamo anche nei tuoi lavori precedenti, come Le ragazze selvagge. Funzione narrativa ed evolutiva della selvatichezza (Divergenze, 2024). In questo caso, però, le protagoniste sono spesso intrappolate nei ruoli di figlie, mogli o madri. Eppure alcune di loro elaborano strategie di resistenza. Penso, ad esempio, agli enigmi di Turandot, che sembrano un espediente per sottrarsi a un destino già scritto. In una certa misura ricordano quei dispositivi narrativi attraverso cui, nella tradizione letteraria, si cerca di controllare l’accesso al matrimonio, come accade con la gara dell’arco legata a Penelope. Possiamo leggere questi “marchingegni” come forme di autodifesa e di autodeterminazione? In questo senso, le tue protagoniste sembrano avvicinarsi alle fanciulle selvagge del tuo precedente libro, donne che trovano da sole la strada per salvarsi.

 

Sì, la trama tra le mie ricerche è fitta e dialogante. Il parallelismo con Penelope è calzante. Penelope non è per niente una succube del marito che non cede ai tentativi di assalto dei Proci per essere fedele al marito: invece, si sottrae per mantenere la sua integrità di individuo, in autonomia e con l’esercizio dei poteri che ha a disposizione. Si tratta di ciò che oggi chiamiamo fase di empowerment. Anche la Turandot gozziana agisce così e anche le giovanissime protagoniste dei nove romanzi italiani contemporanei che ho analizzato nel saggio che citi. Le mie Ragazze selvagge rappresentano, con le madri della tesi di dottorato e le donne adulte cinesi del Settecento, il terzo polo di quella che è una sorta di taciuta trinità femminile, forse poco più nota come Triplice Dea nel campo della mitologia archetipica.

  1. Nell’introduzione scrivi: «Con il termine “genere” in italiano s’intende sia il gender (genere sessuale) sia il genre (genere letterario). A partire dal mio gender in quanto critica e lettrice…». Nel corso del volume compi una vera e propria ricerca comparativa tra rappresentazioni del femminile e rappresentazioni delle donne cinesi, mostrando come molti di questi testi fossero destinati a un pubblico femminile. Emerge con forza che le donne vengono definite soprattutto in relazione ai loro ruoli: mogli, sorelle, matrigne, madri, più che come soggetti autonomi. Inoltre affronti una questione centrale per i Gender Studies, quella del travestimento e delle identità di genere in una prospettiva queer. Mi riferisco in particolare alla vicenda di Quinsai nel testo di Chiari. Si tratta di un caso isolato nel corpus che hai studiato o hai rintracciato altre opere che affrontano temi simili?

Possiamo fare una distinzione tra pubblico del melodramma e delle rappresentazioni teatrali e lettori del romanzo di Chiari. Nel Settecento le diverse forme teatrali erano destinate a una fruizione su larga scala in occasione delle celebrazioni di rito, come matrimoni degli aristocratici e festeggiamenti per vittorie di guerra. C’erano poi molte microrappresentazioni che andavano in scena per un pubblico selezionato e limitato, quello delle sovrane che andavano a rispecchiarsi nei personaggi femminili, che quindi dovevano certamente essere donne di potere o che avevano accesso al potere. Da qui sicuramente deriva la particolare tipologia di donne orientali, i cui costumi erano di moda proprio nell’alta società, potenti, colte e intraprendenti. Il caso di Quinsai, protagonista dell’unico romanzo italiano a tema cinese finora rinvenuto in questa forma e completezza, è appunto una rarità. I travestimenti delle donne in panni maschili sono frequentissimi all’epoca, ma che una bambina sia allevata come un maschio e che viva davvero entrambe le esperienze di genere fino in fondo, è un caso rivoluzionario.

  1. Restando sul tema del travestimento, colpisce il fatto che il passaggio da donna a uomo sia presentato come una strategia per sfuggire a vincoli e limitazioni imposti dal genere. È una questione che sembra avere ancora una forte attualità. Anche oggi molte donne modificano comportamenti, abitudini o perfino il modo di vestirsi per sentirsi più sicure nello spazio pubblico, soprattutto di notte. Il caso di Quinsai appare particolarmente significativo: nata donna, trascorre dieci anni della propria vita venendo percepita come uomo. Quanto questa vicenda ci parla del rapporto tra corpo, percezione sociale e costruzione dell’identità di genere?

I romanzi del Settecento, quelli di Pietro Chiari e non solo, ci mostrano un panorama femminile che cerca di rompere i confini tra i generi, nel tentativo di appropriarsi di possibilità che all’epoca erano riservate agli uomini e precluse alle donne. Così è stato per molte cose fino a pochi decenni fa. Ricordiamo che le donne in Italia hanno il diritto di voto solo dal 1946 in poi! Detto questo, oggi ci troviamo in un momento storico in cui, per fortuna, le donne in Italia, e in una parte del mondo mai così vasta prima d’ora, sono nelle condizioni di fare praticamente tutto ciò che fa un uomo. Mi sembra un’assurdità che non sia sempre stato così e non lo sia ancora ovunque. Purtroppo però non siamo ancora al punto in cui abbiamo superato le gabbie del dire “mi vesto da uomo/ mi vesto da donna”. Continuiamo a stare lì in quella dicotomia e ad alimentarla.

  1. Questo tema richiama inevitabilmente anche altre narrazioni che conosci bene, penso ad esempio a Vergine giurata di Elvira Dones. Nel testo di Chiari emerge inoltre un elemento sorprendente: la Cina viene descritta come uno spazio in cui le donne possono muoversi di notte con maggiore sicurezza rispetto all’Europa. È un aspetto che apre interessanti riflessioni sul confronto culturale tra Oriente e Occidente. Allo stesso tempo emerge un’altra questione cruciale: quella della filiazione e della preferenza accordata agli eredi maschi. Personaggi come Dima mostrano come le figlie possano essere considerate sacrificabili rispetto ai figli. Viene spontaneo pensare, pur in contesti storici differenti, alle riflessioni sviluppate da Jung Chang in Cigni selvatici. Tre figlie della Cina. Eppure nel tuo libro queste donne non appaiono mai completamente passive: penso a Madama Zelida che tenta di salvare Quinsai favorendone la trasformazione sociale in uomo. Possiamo dire che una delle peculiarità del tuo studio sia proprio quella di mettere in luce le forme di agency femminile anche all’interno di sistemi fortemente patriarcali?

La protagonista di Vergine Giurata assume i panni maschili per evitare di sposarsi. Questo accade nell’area rurale dell’Albania raccontata da Elvira Dones nel 2009. Madama Zelida, la consigliera francese della madre di Quinsai, suggerisce di vestire la bambina con panni maschili e come maschio allevarla, per farne l’erede al trono imperiale nel romanzo di Chiari del 1779. Nel corso di tre secoli pare quindi che nulla sia cambiato. Però voglio ricordare il caso mitologico di Achille a Sciro, quando su idea della madre Teti, Achille si rifugia a Sciro in abiti femminili per evitare di andare in guerra e incontro al suo destino di morte. Forse, quindi, possiamo dire anche che le differenze tra i generi consentono di transitare dall’uno all’altro per trovare sé stessi e un modello di vita più consono a sé stessi. Sicuramente c’entra la struttura patriarcale, ma mi chiedo da quale punto in poi non diventi una scusa per il non saper stare al mondo. È una provocazione questa, ma ben calibrata.

  1. Nei tuoi lavori precedenti, così come nella tua tesi di dottorato, ritorna con insistenza la figura delle personagge e, in particolare, il tema della maternità. Sono questioni che attraversano gran parte della tua ricerca. Ti chiedo allora: in che modo questi temi dialogano con la tua esperienza personale e con il tuo modo di guardare alla letteratura? Quanto la studiosa e la persona si incontrano nel tuo percorso di ricerca? Inoltre, dopo aver portato in Italia una ricerca molto importante quella migrazione e della figura del materno nella tua tesi di dottorato, hai in mente altre cose da fare in questo momento o per il futuro ?

 

La mia esperienza personale di donna migrante dal Sud al Nord Italia, ha impattato fortemente sulla mia ricerca. Penso sia inevitabile una stretta relazione tra vita privata e temi di ricerca, soprattutto nel caso della ricerca in campo umanistico, perché riuscire a dire qualcosa di vero e originale non è possibile, se non lo vivi attraverso la tua pelle. In realtà, anche nel campo delle scienze dure è così: conosco molti medici che hanno scelto specializzazioni e ricerche che dialogano con la loro natura ed esperienza in quanto esseri umani e non mere macchine ricercanti dati. Nel caso delle mie tematiche preferite che hai citato, penso che soprattutto per quanto riguarda le questioni di genere e la maternità, io non abbia ancora trovato le risposte che mi soddisfano. Quindi continuerò a indagare, magari da adesso in poi accogliendo anche la possibilità di uno sguardo maschile da percepire come non minaccioso. Soprattutto perché non voglio fermarmi a quella fase della militanza, fondamentale ma dalla quale bisogna evolversi, in cui si è solo arrabbiate e si demonizza e decostruisce tutto. Un pensiero maturo è possibile solo quando hai veramente trasformato te stessa, non sei più prigioniera di gabbie interpretative e dicotomiche, hai tutti  poteri che ti servono

Pascoli maledetto

di Andrea Comincini

Se pensiamo ai poeti maledetti, immancabilmente ci vengono in mente i grandi autori francesi: Rimbaud, Mallarmé, Corbière, Baudelaire tracciano i confini immaginari di un mondo dissolto, bistrattato, dove l’essere umano affonda nell’oppio, nell’alcool, ma soprattutto è attraversato da forze cosmiche inaudite, pulsioni travolgenti come l’Assoluto in cui si immergono.

È davvero un affondare negli abissi, a volte luminosi, il gesto quasi eroico che il poeta d’oltralpe si trova a compiere. E in Italia? Nel bel paese la tradizione decadentista, maudit, pare abbia avuto diverse sorti. Ci si poteva aspettare altro?

“Luminosamente mediterranea, massivamente rurale, in ritardo sulla strada delle trasformazioni economiche e sociali iniziate in Europa nel tardo Settecento, l’Italia romantica e tardo-romantica, con le sue élite culturali aristocratiche e borghesi, si concentra sulla sua storia passata in vista della costruzione di un’epica nazionale” ([…] p. 12).

Una sola figura spicca nell’immaginario collettivo nostrano, ovvero Gabriele D’Annunzio: il suo estetismo è la risposta decadente a una borghesia in crisi e ala ricerca di miti consolatori, spesso avvolta da un irrazionalismo nervoso e a tratti isterico.

Questo il quadro approssimativo generale, senza dubbio; eppure, quando si decide di immergersi in profondità nelle trame della storia, o si vuole sollevare il velo di Maya e andare oltre le apparenze, ecco che qualcosa di nuovo e inaspettato può mostrarsi.

È possibile registrare, sostenere, per esempio, che il poeta maledetto italiano non fu D’Annunzio, ma in realtà il suo “fratello maggiore”: Giovanni Pascoli! Con Pascoli maledetto. Il ritorno (Il Melangolo, 2026), Francesca Sensini, scrittrice, docente e raffinata studiosa di italianistica presso l’università di Nizza, conduce un vero e proprio lavoro “archeologico”, spingendosi oltre la soglia del ‘già detto’: attraverso una disamina meticolosa di documenti, testimonianze, carteggi ecc. ricompone un mosaico di immagini e idee che indubitabilmente segnano uno spartiacque negli studi pascoliani.

Un ritratto dell’autrice Francesca Sensini

Per troppo tempo Giovanni Pascoli è stato definito “semplice” poeta, fragile uomo risolto nell’immagine fanciullesca di distorte letture ermeneutiche. La verità è altra: egli fu “maledetto” a tutti gli effetti – e potremmo aggiungere: a tutti gli affetti – e la sua vita fu un incredibile, cosciente, meticoloso viaggio nell’Assoluto poetico e nelle sue leggi.

A differenza di quanto si percepisce ancora oggi, il poeta è figura eminentemente europea, e se di Baudelaire si ricordano i paradisi artificiali o di Verlaine la relazione con Rimbaud, troppe volte in Italia si è pensato a lui soltanto nei termini del “fanciullino” (concetto tra l’altro ben più profondo di quello spacciato nella manualistica italiota), di adulto ingenuo e quasi inconsapevole.

Sensini esplora tutto di Pascoli: vita, opere, epistolari, amicizie. Quanto emerge è esattamente l’opposto, ovvero un grande autore consapevole, con una poetica ben precisa, condizionato certamente dai rapporti famigliari ma in una dimensione ben più articolata di quella digerita dalla vulgata. Maledetto quindi non solo perché vicino ai grandi francesi, ma anche per un destino beffardo, non solo personale. Parlare di Pascoli per anni ha significato incamminarsi per sentieri pretracciati, luoghi comuni, concetti triti e ritriti.

Cosa ha pesato in questa deformazione critica? Benedetto Croce, padre dell’idealismo italiano, il quale oltre a dare notevoli contributi in vari ambiti ha parimenti segnato spesso in maniera negativa la critica letteraria, soffocandola con la sua autorità e condizionando le esegesi alternative.

Il lavoro di Francesca Sensini è duplice, e bisogna ringraziarla, perché oltre a ricostruire la vita di Giovanni Pascoli semplicemente osservandola con scrupolo e meticolosità, ci fornisce anche gli strumenti ermeneutici – gli attrezzi dell’archeologo di cui sopra – per rileggere le opere del poeta scevre da sovrastrutture.

Il saggio comincia dalle vicende biografiche, da cui emerge una vita ben più complessa e frenetica di quella troppe volte letta a scuola. Pascoli sovversivo, socialista, “agitato”; Pascoli che sprofonda nei sensi di colpa, ma conosce anche la vita, la passione, l’autenticità; Pascoli “spirito amante”, non certo triste ameba per tutta l’esistenza. Insomma, finalmente un lavoro, come dice l’autrice, “di parte”, nel senso che si colloca dalla parte vera della storia e dei fatti.

Sensini rimette ordine e lo dimostra anche quando affronta alcuni dei testi più importanti dell’autore, evidenziandone la caratura intellettuale e soprattutto la consapevolezza completa della propria produzione, i riferimenti letterari, le scelte stilistiche. Un autore complesso, stratificato, in perenne tumulto, turbato, disperso e lucido contemporaneamente.

Un grande artista europeo in cerca ancora di giustizia: di profondo interesse la terza parte del saggio, dove Sensini ripercorre antologie e testi contemporanei e dimostra, dati alla mano, quanto il caso Pascoli sia ancora bel lungi dall’essere risolto e vada riesaminato senza pregiudizi di sorta.

Il poeta solitario, il dantista, il latinista, l’uomo che scrisse un inno a Passanante: Giovanni Pascoli è un prisma multicolore, ed è gran merito di Francesca Sensini aver pubblicato un testo affascinante come un romanzo, un punto di svolta nell’ambito degli studi letterari di italianistica e non solo.

Il miracolo Spinoza

di Andrea Comincini

A volte la filosofia appare come una materia astrusa e staccata dalla realtà: Platone ci ricorda, nel Teeteto, l’aneddoto della servetta di Tracia che prende in giro Talete: immerso nei suoi pensieri a contemplare il cielo, il filosofo cade rovinosamente in una buca. La storiella, oltre a strapparci un sorriso, ci dice anche quanto una passione, addirittura una ossessione, possa catturare completamente un essere umano, tanto da trasformare l’esistenza.

Per molti filosofi, quel fuoco che arde è la ricerca della verità, e nulla può opporsi al suo inseguimento, nemmeno quando i rischi sono altissimi. Una delle figure del mondo della filosofia che ha davvero – intimamente e integralmente – dedicato l’intera vita al sapere è Baruch Spinoza. A raccontarci biografia e pensiero c’è oggi un agile volume dello scrittore francese Frédéric Lenoir: Il miracolo Spinoza, pubblicato dalla casa La  nave di Teseo. L’autore parte da una domanda essenziale: “Come ha potuto un uomo, in meno di due decenni, erigere una costruzione così profonda e rivoluzionaria?”

In effetti, a guardare l’opera dell’ebreo portoghese, c’è da restare strabiliati. Non si tratta soltanto di registrare l’incredibile potere emancipatorio, la maestosità dell’architettura filosofica, la ferrea volontà di erigere un’etica come fosse un perfetto teorema geometrico. A stupire è l’effetto generale che Spinoza produce. Il sottotitolo dice: “Una filosofia per illuminare la nostra vita”, ovvero un pensiero il quale, dopo aver demolito le false concezioni che lo circondavano, riesce nell’intento di sigillare la pace nei cuori.

Ma quali sono i nemici di tale pensare altro? La vicenda di Spinoza è anch’essa nota: ebreo intelligentissimo, bambino prodigio, ben presto si trova ad affrontare i travagli del quotidiano e a scontrarsi con la propria comunità. Costretto a fuggire via, trasloca in Olanda, dove “quelli come lui” potevano vivere un po’ più sereni; si dedicherà all’ottica, facendo il molatore di lenti per vivere (E sarà un artigiano di fama europea!)

La tranquillità però non fa parte del vocabolario spinoziano, e tra attentati e complicazioni varie visse sempre guardingo, impossibilitato a firmare le proprie opere e a divulgare quelle idee che mettevano decisamente in crisi il potere religioso costituito.

Lenoir ci conduce con energia in questa avventura così grandiosa e parimenti modesta, in quanto Baruch è uomo schivo, vive di poco, si accontenta “semplicemente” della propria integrità. Spinoza è un animo sereno perché profondamente coerente con se stesso. Così lo descrive il francese: “Amo profondamente Baruch Spinoza e lo considero un caro amico.

Quest’uomo mi commuove per la sua autenticità e immensa coerenza, per la sua dolcezza e tolleranza, anche per le sue ferite e sofferenze, che ha sublimato nella sua incessante ricerca di saggezza”. Anch’egli ovviamente fu vittima di alcuni atavici pregiudizi dell’epoca, ma non di meno appare nella sua figura un atteggiamento che ogni filosofo dovrebbe mostrare:

“Spinoza propone un percorso di liberazione fondato su una osservazione minuziosa di noi stessi, delle nostre passioni, delle nostre emozioni, dei nostri desideri, della nostra costituzione fisica che, da solo, ci renderà liberi” (p. 16) Che prezzo pagò per questo?

Ebbene il 27 luglio 1756 nella sinagoga di Amsterdam, dopo una giovinezza già travagliata, subisce per esempio un herem, cioè una scomunica. Oggi forse la cosa potrebbe farci sorridere, ma a quei tempi significava la fine sociale dell’individuo. Leggiamola, per ricordarci sempre cosa comporta il fanatismo religioso: “Che egli sia maledetto di giorno e maledetto di notte, maledetto quando si sdraia e maledetto quando si alza, maledetto quando esce e maledetto quando rientra.

Il Signore non lo risparmierà: al contrario, la collera del Signore e la sua gelosia si abbatteranno su quest’uomo, e tutte le maledizioni scritte penderanno su di lui, e il Signore cancellerà il suo nome da sotto il cielo”. (p. 31).

Parole orribili, ma inutili. Egli non si pentirà mai di aver messo al primo posto della vita non il dogma ma la libera ricerca. Precursore dell’illuminismo, strenuo difensore della libertà, amante di un dio non personale o vendicativo, Spinoza continuerà a scrivere fin quando si spegnerà, avvolto in quella serenità che lo accompagnò per tutta la vita. È lui ad aver riscritto le regole del desiderio, è lui ad averci spiegato come sentiamo e sperimentiamo di essere eterni, in fondo pervasi da un legame indissolubile con il tutto.

È grazie a Spinoza che parole come “peccato” e “punizione” sono state abbandonate per una teologia altra. Il libro di Lenoir ci parla di amore, fratellanza, passione e umiltà perché immerso nel mondo di Spinoza: “Gli animi si vincono non con le armi ma con l’amore e la generosità. Non desideriamo qualcosa perché lo giudichiamo buono, bensì, al contrario, definiamo buono ciò che desideriamo”. Una rivoluzione dello spirito, testimonianza di come la filosofia, oltre a farci cadere nelle buche, può essere anche uno straordinario strumento di emancipazione.

Incontri con Clemente Rebora

 

di Andrea Comincini 

Incontri con Clemente Rebora di Gianfranco Lauretano, edito dalla Bur, è un libro scritto non soltanto da chi, con molta attenzione bibliografica, cerca di ricostruire l’itinerario di vita di una grande figura del nostro Novecento; è anche un viaggio nella nostra interiorità, nelle esistenze dei lettori, e probabilmente nella storia italiana. Com’è possibile tale poliedricità? Certamente non è frutto del caso, ma nasce sia dalla capacità analitica dello studioso, sia da quel “materiale umano” che è Clemente Rebora.

A metà strada tra il saggio critico e il dialogo spirituale, questo lavoro infatti non è solo l’esplorazione di un uomo, ma è anche un viaggio “nell’umano”, perché il poeta milanese  si presta ad essere naturalmente una figura paradigmatica. Rebora è una sorta di Ulisse della coscienza, un navigatore tormentato che deve attraversare il mare dell’inquietudine esistenziale prima di arrivare in porto, e quel porto è la fede in Cristo.

Ecco perché è un simbolo: in quel tragitto non è solo, ci siamo anche noi e le nostre ansie, le paure dei fallimenti e le perenni insoddisfazioni. Quale sia l’approdo, poco importa: è la tempesta il luogo dove impariamo a misurarci.

Gianfranco Lauretano

Un ritratto dell’autore Gianfranco Lauretano

Dialogo spirituale quindi per l’afflato lirico che traduce il testo in metatesto, e la storia in metanarrazione. Tutto ciò senza perdere mai di vista la specificità del poeta, né la sua biografia, anzi: proprio da Torino comincia il racconto di Lauretano; una città diversa da oggi, ma sempre affascinate e allo stesso tempo velata di una impercettibile malinconia.

Non è una semplice ricostruzione biografica, né un’analisi esclusivamente filologica, ma un percorso di avvicinamento, un tentativo di entrare nella tensione interiore che attraversa tutta la poesia di Rebora. Lauretano non ne parla alla stregua di un monumento letterario, ma tratteggia una presenza viva, un autore che interpella ancora oggi il lettore. Il cuore del libro è l’idea dell’“incontro”: incontro con la parola poetica, con il dramma della modernità, con le donne, con l’esperienza della conversione religiosa.

Figlio di una Italia positivista e patriottica, cresciuto in una famiglia dai valori saldamente ancorati alla terra, positivista e mazziniana, questo giovane uomo tuttavia è “altro”, o meglio, ospita un Altrove, e Lauretano sa ben evidenziarlo attraverso le opere poetiche (dal “compito conoscitivo” p. 58) e i passaggi cruciali della sua vita. Ne emerge una figura lacerata, segnata dall’esperienza della guerra, in crisi esistenziale e rivolto  a una ricerca radicale di senso che culmina nella scelta sacerdotale. Se  Carducci vorrebbe smarrire il senso dell’Essere, Rebora vuole raggiungerlo.

Clemente Rebora

Uno degli aspetti più riusciti del volume è la capacità di mostrare la continuità tra la prima fase, segnata dai Frammenti lirici e da un linguaggio spirituale ma ancora irrisolto, e la successiva, più esplicitamente cristiana. Lauretano insiste sul fatto che non si tratta di una frattura, ma di un compimento: la tensione originaria verso l’assoluto trova una forma più chiara, ma non perde di intensità drammatica.

Un evento, una definizione fotografano al meglio tutta la “vicenda Rebora”: quando si trova in guerra, getta nervosamente un calamaio contro il suo ufficiale, a causa di una considerazione infelice del superiore: Continua a leggere

Elmo e cupola: uno sguardo sul Medioevo russo

di Olga Petuchova 
Il titolo “Elmo e Cupola” (Il Tarebinto edizioni), riecheggia in un certo senso quello di “Guerra e Pace”: nel medioevo russo, la Pace (cupola) e la Guerra (elmo) si intrecciano. A gran parte degli italiani la storia medievale della Rus’ rimane poco conosciuta. Qualcosa in più si sa sugli ultimi tre secoli, a partire dal momento in cui Pietro il Grande ha avviato l’occidentalizzazione della Russia. “Elmo e Cupola” colma questa lacuna.
Il libro è unico per diverse ragioni: tratta un tema poco approfondito in Italia, si basa su fonti storiografiche russe , la maggior parte delle quali non è mai stata tradotta, e presenta una divulgazione vivace che permette al lettore di scoprire la storia medievale della Russia in modo semplice, leggero e curioso.
L’autrice, Olga Tarovick,  ha compiuto un lavoro titanico di sintesi e divulgazione, attingendo a un corpus di 231 storici russi e circa 70 fonti primarie. Tra questi, giganti come Solov’ëv, Ključevskij, Lichačëv, Karamzin. Il libro è una risorsa preziosa anche per lo specialista storico. Presenta l’“autentico” punto di vista russo sulla propria storia, spesso distante da quello occidentale. Anche quando non si è d’accordo, è indispensabile confrontarsi con questa prospettiva, soprattutto quando è sostenuta da una bibliografia così vasta.
“Elmo e Cupola” colloca il medioevo russo nel contesto della storia mondiale. Dopo ogni capitolo, l’autrice riporta dati ed eventi significativi della storia globale, permettendo di contestualizzare il materiale.
Spesso ci si domanda quale sia il posto della Russia: Asia o Europa? Questo libro presenta un approccio che considera la Russia come una civiltà indipendente. Essa può essere influenzata da altre culture e paesi, ma mantiene il suo volto originale e inconfondibile.
Il Medioevo russo è fonte inesauribile di ispirazione e ha avuto un impatto profondo su diverse aree della cultura russa e mondiale (leggete i dettagli nel primo commento). È una chiave per comprendere meglio la Russia contemporanea.
La Russia, in tutte le sue variazioni, ha più di mille anni e ha avuto diverse forme e modi di esistere; tuttavia, il processo di sviluppo non si è mai interrotto e i legami con la storia passata sono sempre forti. Si potrebbe pensare che sia una storia lontana, ma non è così: essa rimane viva, come un giovane alberello nascosto nel tronco di un grande albero, senza il quale quest’ultimo non potrebbe esistere.

Trilogia del rancore

di Emilia Pietropaolo 

Quando nella Mite di Dostoevskij la giovane sposa di sedici anni punta una pistola al marito addormentato, non stiamo assistendo solo a un gesto disperato: è già in atto una ribellione. La percepiamo nel momento in cui lei comincia a cantare, e la vediamo davvero solo in seguito, quando il marito inizia il suo monologo davanti al suo cadavere steso sul tavolo. È il corpo a parlare per lei. È il corpo a compiere la disobbedienza che la voce non può più dire.

Allo stesso modo, nella Trilogia del rancore,riscrittura interamente al femminile che comprende Medea del Baltico, Androma(hi)a e Hai paura? Non dovresti, firmata dal drammaturgo e accademico Armando Rotondi, la ribellione arriva attraverso il corpo. Non è solo una presenza scenica: è un campo di battaglia, un luogo di scontro con gli uomini che queste tre figure hanno accanto, o contro cui hanno dovuto definire se stesse.

In Medea del Baltico, fin da subito si nota come la protagonista venga introdotta attraverso una serie di dettagli che la rendono quasi un oggetto da osservare: “vestita di bianco candido, come la sua pelle”, “capelli ondulati e rosso fuoco”. È una descrizione che la colloca dentro uno sguardo che non è il suo, ma quello di qualcun altro, un’estetizzazione che anticipa già la sua posizione di donna intrappolata in una cornice, in un luogo e in un ruolo che sente estranei. E infatti Medea non smette di ripeterlo:

 

“Voglio andare via. Odio il freddo, odio la neve, odio questo luogo che mi trattiene”.

La sua è una reclusione che va oltre la fortezza in cui si trova: Continua a leggere

L’Oltre: Eugenio Montale tra filosofia, fisica e religione di Adriana Beverini

di Lucrezia Lombardo 

Il libro di Adriana Beverini si propone come un ponte tra due mondi spesso percepiti come separati: quello della scienza e quello del sapere umanistico. Partendo dall’analisi della poesia di Eugenio Montale, Beverini mostra come il linguaggio poetico possa farsi strumento di indagine sul reale, capace di accostarsi alla complessità della fisica contemporanea e alle domande fondamentali della filosofia del XX secolo.

Il nucleo concettuale dell’opera si fonda sulla distinzione tra spiegazione scientifica e contemplazione poetico-filosofica, riprendendo Wittgenstein nella sua riflessione sul linguaggio. La scienza indaga strutture e leggi del mondo, mentre la poesia, come il sapere etico o religioso, ne coglie la meraviglia, restituendo un senso che sfugge alla mera oggettività. Beverini evidenzia come il Novecento abbia visto la filosofia confrontarsi con i limiti del razionalismo, interrogandosi sul rapporto tra percezione soggettiva e realtà oggettiva, tema centrale anche nella fisica quantistica, che mostra un mondo subatomico governato da leggi non deterministiche.

Il libro si colloca quindi in un orizzonte filosofico contemporaneo, facendo dialogare Montale con figure come Schopenhauer e, indirettamente, con Kant e la tradizione dei Veda. Beverini riprende la distinzione tra “velo di Maya” e “volontà” per esplorare la tensione tra il reale percepito e il fondamento ultimo dell’esistenza, problematica che la poesia sa rappresentare con intuizioni e immagini capaci di “ricomporre il molteplice in unità”. In questo senso, il testo si confronta con questioni care alla filosofia della scienza contemporanea, alla fenomenologia e alla metafisica, in particolare sullo statuto della realtà e della verità in un mondo sempre più esplorato attraverso la lente della fisica moderna.

Un merito particolare dell’opera è mostrare come la poesia di Montale non si limiti a riflettere sul senso della vita, ma dialoghi con le categorie scientifiche del tempo, del vuoto, della realtà subatomica e dell’origine dell’universo. Beverini mostra così come l’azione poetica possa assumere un ruolo epistemologico: non spiegare, ma rivelare, con la stessa profondità e rigore di una teoria scientifica, il legame tra umano e divino, tra visibile e invisibile.

Un ritratto di Adriana Beverini

Un ritratto dell’autrice Adriana Beverini

Al centro dell’opera si trova, dunque,analizzata non solo poeticamente, ma in un dialogo con la filosofia contemporanea e la fisica moderna. La riflessione sull’indeterminazione della realtà subatomica, propria della fisica quantistica, viene perciò messa in relazione con la percezione poetica, evidenziando la relatività del soggetto conoscente e la pluralità dei livelli della realtà.  

In chiave contemporanea, il testo chiama in causa autori come Hans-Georg Gadamer, per il quale la comprensione è sempre mediazione tra soggetto e mondo e Bruno Latour, che problematizza il confine tra fatti scientifici e costruzioni sociali. Persino la filosofia di Jean-Luc Nancy è riscontrabile nel testo, in quanto  la realtà risulta un intreccio di presenza e percezione, un campo in cui linguaggio ed esperienza coincidono nel loro valore rivelativo. Beverini mostra come Montale anticipi, in chiave poetica, alcune di queste riflessioni, facendo della poesia uno strumento per indagare la realtà senza ridurla a misurabilità scientifica.

In conclusione, LOltre si distingue per la capacità di mostrare la continuità tra saperi diversi e la necessità di un approccio interdisciplinare per affrontare le domande fondamentali sul reale e sul senso dell’esistenza. Beverini invita, così, il lettore a riscoprire la meraviglia e l’intuizione come strumenti fondamentali per ogni conoscenza.

 

Maria Giudice di Maria Rosa Cutrufelli

 

di Ivana Rinaldi

 

La biografia di Maria Giudice  di Maria Rosa Cutrufelli, (Giulio Perrone editore, 2022) ,nasce da una duplice esigenza dell’autrice: ridare vita a una donna che ha segnato la storia del Novecento, e dall’amicizia che l’ha legata a Goliardia Sapienza, ultima figlia di Maria.

Cutrufelli, siciliana anche lei e autrice di numerosi romanzi tra cui Il giudice delle donne e L’isola delle madri, ritorna a una sera del 1991 in cui con altre scrittrici tra cui Goliarda, si ritrova a casa di Adele Cambria a parlare, turbate, della Guerra del Golfo. Durante la discussione si consuma una frattura tra lei e Goliarda che a sorpresa si pronuncia a favore. Una posizione che lascia sconcertate le amiche.

Un ritratto di Maria Giudice

Sarà forse la spinta definitiva a scrivere di Maria Giudice, pacifista indomita prima e durante la Grande Guerra, uno dei motivi che la spinse ad allontanarsi dal suo compagno, padre dei suoi sette figli. Sindacalista, vicina al partito socialista, viaggiatrice, donna libera, a cui piaceva leggere e scrivere, per lo più articoli, ma anche versi.

Era cresciuta, grazie a sua madre, in compagnia di letterati e poeti: Tolstoj, Hugo, Zola. Un amore che sua madre Ernesta le trasmette e che a sua volta lei passerà a Goliarda. Da suo padre, Maria, nata nel 1880 a Codeville (Pavia), apprende invece l’amore per la politica e l’impegno. Qualità non comuni tra le ragazze dell’epoca.

Maria Rosa Cutrufelli sfoglia la vita di Maria Giudice attraverso foto simboliche che hanno segnato il suo percorso sin da ragazza fino alla morte. A quattordici anni si iscrive alla Regia Scuola femminile del capoluogo che porta il nome della patriota Adelaide Cairoli e che oggi sarebbe un istituto magistrale.

Pian piano si avvicina al socialismo e alla scrittura per i periodici legati al partito, come Su Compagne. Nel 1903 diventa Segretaria, anzi Segretario, della camera del Lavoro di Voghera.  É abile e ingegnosa con la scrittura, ma anche una brava oratrice. Sfilano nel racconto di Cutrufelli, oltre le foto, anche le relazioni dei prefetti che la tenevano sott’occhio: nella sua vita cominciano ad alternarsi momenti di attivismo a quelli passati in carcere.

Ed è qui che conosce il suo futuro compagno con cui non si volle mai unire in matrimonio, Carlo Civardi, sorvegliato dalla polizia in quanto anarchico, e con cui Maria ebbe sette figli, fino alla loro separazione dovuta alla radicale posizione verso la Guerra: Carlo andrà a combattere, Maria è per la pace. A Lugano, dove si era rifugiata insieme a altri fuoriusciti incontra Angelica Balabanoff, la rivoluzionaria russa che le rimane vicina nei momenti di maggior difficoltà: “Due anime inquiete sempre alla ricerca di nuove battaglie”.

un'immagine che ritrae Angelica Balabanoff

Angelica Balabanoff

 

Narrare è camminare dietro il passato, scrive Maria Rosa Cutrufelli, e ritrovarsi di fronte a vuoti e lacune. Di fatto Maria riesce a rientrare in Italia con i suoi cinque figli: Josina, Cosetta, Licia, José, Ivanoe. Successivamente diventarono sette, Danilo che nasce nel 1911 e Olga nel 1913. Nonostante l’impegno politico e sindacale, sembra che Maria ami essere madre, che quei figli li desideri.

Da dove nasce questa ingordigia di maternità, si chiede Cutrufelli. Tuttavia la passione della carne, non cancella la passione per la politica: due esigenze che si contendono il suo cuore.  Rimasta vedova di Carlo, è sfinita, non sa come pagare l’affitto, il gas, il latte, la spesa quotidiana, tanto è vero che i suoi figli vennero affidati alle sorelle di Carlo.

Una vita dura tra la militanza, il carcere, il lavoro, la posizione di esclusa dalla famiglia di lui. Molti fronti su cui combattere, anche se appare una donna determinata, forte, pronta a far valere l’idea di libertà, che per lei coincide con il socialismo: “Ma quanto spazio di libertà personale può concedersi una donna?” si chiede. In realtà non è libera, è sola.

In uno dei suoi comizi a Volterra conosce l’avvocato siciliano Peppino Sapienza con cui inizia una nuova vita in Sicilia e da cui ebbe ancora tre figli: Goliarda, l’ultima nata, dopo la scomparsa della prima Goliarda e di un fratellino. La nuova famiglia è una specie di tribù – oggi diremmo famiglia allargata – in cui convivono i suoi figli, i figli di Peppino, anche quelli nati da relazioni extraconiugali di lui.

Un quadro in cui non tutto è in armonia, tanto è vero che molti di loro, ormai cresciuti, se ne vanno o muoiono in circostanze misteriose. Finché a Maria è concesso, continuerà a portare avanti le sue battaglie politiche e sindacali. All’avvento del fascismo la sua voce verrà zittita.

Ormai silenziosa e insonne, nel 1942 deciderà di raggiungere Goliarda a Roma, dove questa è andata per studiare all’Accademia di Arte drammatica Silvio D’amico. Suo marito Peppino viene arrestato e le due donne si ritrovano a fare i conti con le ristrettezze economiche.

Gli anni che trascorrono insieme sono quelli che forse riconciliano interiormente Goliarda con sua madre. Tra la morte di Peppino e di Maria passano circa tre anni, anni in cui lei scivola via in silenzio. Al suo funerale, tante bandiere rosse e garofani bianchi. C’è Umberto Terracini che era stato in carcere con lei, e che presiede l’Assemblea Costituente. Ci sono Saragat e Pertini, futuri presidenti della Repubblica. E poi conclude Cutrufelli, ci sei tu, Goliarda, con una madre forse troppo ingombrante, la voglia di essere lei, il bisogno di non essere lei. E forse questo è il nucleo del libro: l’eterno conflitto madre-figlia, e l’eredità che ogni madre ci lascia in dono

Lucetta Scaraffia: Otto mistiche laiche del Novecento

di Andrea Comincini

Lucetta Scaraffia, giornalista, storica e femminista di profonda esperienza, ci consegna un libro davvero difficile da definire. Si può parlare di semplice saggio, di un romanzo di vite altrui, ma in realtà, attraversandolo, ci accorgiamo che si tratta di una dichiarazione d’amore per la condizione umana, soprattutto e principalmente quando è fragile: Dio non è così. Otto mistiche laiche del Novecento”, edito da Bompiani, è già nel titolo una dichiarazione controcorrente, come le esistenze di queste donne. Vite di mistiche che hanno in qualche modo cambiato la storia, prima di tutto la loro, il cui percorso è ben distante da quanto ci si potrebbe aspettare.

Cosa c’è di più scontato infatti se non immaginare una santa figura adamantina, irreprensibile, e soprattutto sana? Una prima caratteristica di questi ritratti infatti è mostrare come le protagoniste – da Catherine Pozzi a Charlotte von Kirschbaum, da Adrienne von Speyr a Banine, da Élisabeth Behr Sigel, Simone Weil, fino a Chiara Lubich o Romana Guarnieri  – siano persone fuori dal comune in tutti i sensi. Alcune, perfino considerabili pazze.

Pensiamo a Simone Weil: donna che odia sentirsi donna, tanto da vestirsi da uomo, certamente con un animo tormentato e spesso vittima di crisi profonde, credente “sulla soglia” – non aderì mai al Cattolicesimo con un battesimo, perché quella Chiesa corrotta le dava l’impressione di un corpo malsano – diventa tuttavia una icona ormai mondiale del misticismo, della fede e del femminismo.

La ricerca di Scaraffia si intreccia infatti con un altro tema a lei molto a cuore, la questione dell’emancipazione, ma è un femminismo, quello dell’autrice, ben lontano da certe mode attuali, e volto invece a sottolineare la necessità di un confronto con il trascendente. Un ritratto dell'autrice, Lucetta Scaraffia

Proprio in questo rapporto dialettico costante, sofferto, “folle”, emergono figure anche poco conosciute ma incredibilmente illuminanti. Si leggano le pagine, per esempio, dove scopriamo che il famoso teologo Hans Kung viveva una relazione a tre, con le sue donne, ma ben lontana dall’essere quel ménage che molti sognano e negano dentro i confessionali delle loro coscienze; possiamo approfondire la personalità fuori dal comune di R. Guarnieri, amica della scrittrice che così la descrive: Continua a leggere