MONTALBANO COME MAIGRET: IL PERSONAGGIO SI RIBELLA AL SUO AUTORE

 

di Mario Pintacuda 

Andrea Camilleri ha avuto un legame letterario molto stretto con Georges Simenon, considerandolo uno dei suoi grandi maestri. In una lunga intervista rilasciata a Gianni Bonina, lo scrittore empedoclino dichiarò espressamente:

«Ho preso tante cose da Simenon. Ma la principale resta quella di aver imparato da lui, attraverso lo smontaggio e il rimontaggio dei suoi romanzi per sceneggiarli alla televisione, la struttura del giallo all’europea, che è assai diversa dalla struttura del poliziesco all’americana» (Il carico da undici, Barbera ed., Siena 2007, p. 325).

Camilleri era un profondo conoscitore del simenoniano commissario Maigret e in particolare curò con Diego Fabbri la produzione dei 16 episodi del fortunato sceneggiato realizzato dalla RAI tra il 1964 e il 1972.

Non mancano, in effetti, le affinità fra Montalbano e Maigret: «preferiscono lavorare da soli anche se all’interno dell’istituzione, apprezzano il loro mestiere, ma con sufficiente disincanto. Talora ricorrono a metodi non proprio ortodossi che li mettono persino in contrasto con le autorità, ma sono rispettati e ammirati dai loro subalterni che ne sopportano le piccole manie e non ne discutono gli ordini, per quanto a volte apparentemente stravaganti.

Li unisce poi la simpatia che talvolta provano per i loro avversari o addirittura la pietà per la sorte di alcuni… E in comune hanno anche la rabbia, l’impotenza di non poter cambiare la società nella quale vivono, di non poter “fare l’aggiustatore di destini”» (S. Demontis, I colori della letteratura – Un’indagine sul caso Camilleri, Rizzoli, Milano 2001, p. 181).

Tuttavia Camilleri dichiarò espressamente di aver voluto differenziare il suo commissario dal modello simenoniano:

 «Dovevo scongiurare il rischio di imitare Maigret. Io ero stato il produttore di tutta la serie televisiva di Maigret, quindi ce l’avevo dentro. Allora ho iniziato a cercare di differenziarmi: Maigret è sposato, il mio poliziotto non doveva avere moglie; Maigret in genere si mette dalla parte del morto, il mio personaggio no, al mio commissario doveva interessare assai più il contesto» (cfr. “Camilleri sono”, in “MicroMega – Tutto Camilleri”, 2019, p. 302).

Un’altra differenza eclatante è il fatto che di Montalbano, a differenza di Maigret, viene descritto il progressivo invecchiamento:

«Maigret è senza tempo, mentre Simenon scrive i suoi 70 e passa Maigret nel mondo succedono un sacco di cose: la Francia viene occupata, scoppia la guerra… Ma tutto questo non intacca il personaggio, il suo mondo è limitato al commissariato e alla casa del morto. Io invece ho voluto creare un personaggio che invecchiasse e che vivesse nel suo tempo. Ecco perché già fin dal primo romanzo ci sono allusioni alla situazione politica italiana» (ibid., pp. 303-304).

La “contiguità” fra Simenon e Camilleri è ulteriormente confermata, a un certo punto, dalla comune tendenza a volersi “liberare” del proprio personaggio principale (Maigret e Montalbano rispettivamente), con il quale si innesta un dialogo quasi conflittuale.

In questi giorni il quotidiano “Repubblica” propone in edicola “venti capolavori imperdibili del ‘papà’ di Maigret”; l’iniziativa è stata così presentata da Giancarlo De Cataldo: «Gide considerava Simenon uno dei grandi autori del Novecento, la cui importanza e influenza non si esauriva nelle peregrinazioni del commissario Maigret lungo la Senna. […] In Simenon convivono due autori. Il creatore del commissario Maigret e lo scrittore di tanti altri romanzi che definiamo ‘duri’ o ‘puri’, o entrambe le cose. Amava la definizione di romanzi ‘non commerciali’, laddove commerciale significa ricco di concessioni a un pubblico da compiacere: l’idea che la vita sia tranquilla, un lieto fine posticcio, una qualche sistemazione morale o filosofica che ci mandi a nanna contenti. Tutto ciò che il romanzo puro o duro non è» (“Repubblica”, 9 ottobre 2025).

La stessa constatazione, mutatis mutandis, si può applicare a Camilleri, anche lui maggiormente propenso ai romanzi “storici” (o comunque “altri”) piuttosto che alla riproposizione dell’ennesimo nuovo caso di Montalbano; anche lo scrittore siciliano, infatti, avverte un crescente disagio nei confronti di un personaggio divenuto invadente e “ricattatorio”. Il successo “eccessivo” di Montalbano “infastidiva” Camilleri, che si sentiva “schiavo” di un vero e proprio “personaggio seriale”; da qui la sua persistente idea di “eliminare” in qualche modo il commissario facendolo uscire di scena.

Un evidente e importante riferimento a Simenon si trova in un articolo di Camilleri intitolato “L’impossibilità del racconto”, che era uscito per la prima volta sulla rivista “MicroMega” nel marzo 2002; l’articolo è stato ripubblicato sulla stessa rivista nel numero unico “Tutto Camilleri”, pubblicato pochi giorni dopo la morte dello scrittore empedoclino (avvenuta il 17 luglio 2019).

Si tratta in realtà di un racconto-sfogo del commissario Montalbano, che scrive in prima persona e se la prende con il suo autore: «Da qualche giorno Camilleri mi scassa i cabbasisi perché vuole da me un “racconto d’oggi”. Siccome lo conosco bene, so che lui intende dire che si aspetta una storia strettissimamente legata all’attualità, alla realtà dei giorni nostri» (p. 100).

Il commissario però afferma, polemizzando con la realtà politica “berlusconiana” del momento, che «fare un racconto sulla realtà d’oggi non è possibile» (art. cit., p. 101). Questo atteggiamento del suo personaggio fu così chiarito da Camilleri: «in queste pagine Montalbano confessava di non poter più raccontare le sue storie all’autore dato che molti dei reati che un tempo perseguiva ora non poteva più perseguirli perché non erano più da considerare tali» (G. Bonina, op. cit., pp. 329-330).

In realtà però c’era un altro motivo di dissenso fra autore e personaggio: infatti nel suo sfogo Montalbano afferma che Camilleri, di fronte alla realtà dei fatti, non potrebbe esimersi dal fare qualche “aggiustatina” personale, operando degli interventi arbitrari per “correggere” e “idealizzare” il suo personaggio.

In proposito, il commissario fa esplicito riferimento a un romanzo di Simenon, intitolato Le memorie di Maigret (Les mémoires de Maigret), che presenta un analogo impietoso confronto fra il personaggio e il suo autore. Questo romanzo (il 35° dedicato a Maigret) fu scritto da Simenon nella sua tenuta di Lakevilla (Connecticut) dal 19 al 27 settembre 1950; il libro fu poi pubblicato in Francia nel gennaio del 1951 presso l’editore Presses de la Cité.

Nel testo Maigret, ormai pensionato, decide di scrivere le sue memorie, al fine di rettificare il ritratto “più vero della natura” (“plus vrai que nature”, cioè “très bien imité, très ressemblant”) tratteggiato da Simenon. Continua a leggere→

Leonesse. Le guerriere del Rinascimento di David Salomoni (Laterza, 2024)

di Serena Vinci 

 

Di guerriere se ne trovano di tutte le estrazioni sociali: aristocratiche, contadine, popolane, persino scrittrici. I nomi di alcune, come la Tigre di Romagna, sono rimasti negli annali. La maggior parte di esse, però, è poco conosciuta al grande pubblico: Cia Ordelaffi, Orsina Visconti, Antonia Torelli, Donella Rossi e tante altre, tutte parti di una storia che rimonta fino agli albori del medioevo.  (p. XII)

 

L’indagine storica dovrebbe sempre muoversi nel tentativo di sollecitare l’emersione dall’ombra di persone, fatti, circostanze, cause e conseguenze, poco note oppure volutamente trasfigurate e minimizzate, in una forma di insabbiamento che è ciò che accaduto nei secoli alle donne. La storia delle donne è infatti un campo di ricerca che solo recentemente si è costituito come autonomo.

Nel corso delle ricostruzioni storiche di alto rigore scientifico e onestà intellettuale, la postura dell’autore, pervade il racconto e lo plasma. Non è nuovo l’interesse di Salomoni per questo ambito di ricerca, dal momento che già in relazione ai contenuto di un altro suo saggio, Magellano: Il primo viaggio intorno al mondo (Laterza, 2022), gli era stata attribuita una quasi eccessiva «attenzione riservata alle donne in una storia di viaggio».

Si può dire che Leonesse di David Salomoni  (Laterza 2024) costituisca un’ottima pietra d’inciampo, perché obbliga a soffermarsi su molti aspetti che talvolta sfuggono all’opinione pubblica, nella frenesia entusiastica di percepire il nostro attuale periodo storico come il più sensibile e propenso a dare spazio alle donne. L’autore dimostra invece che «le donne sono sempre esistite». Non solo sono esistite, ma hanno anche inciso sulla storia europea.

Prova ne è una delle figure femminili citate, Cristina da Pizzano (1364-1431), meglio nota come Christine de Pizan, italiana emigrata in Francia con la famiglia da bambina e lì diventata la più nota scrittrice e attivista femminista (ante litteram!). Cristina ha dato vita a quella particolare discussione tra intellettuali (e qui intendo uomini e donne) che viene usata come categoria interpretativa, nota come Querelle des femmes. Continua a leggere→

Paolo Massari, La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia

di Andrea Comincini

Se l’essere umano sopraffatto dal traffico abbandona la caotica Roma e percorre una strada sgangherata e pericolosa per un’ora in cerca di pace, allora può arrivare a Sabaudia, una giovane città sul litorale laziale. Ma sarà vero? Perché a ben vedere tutto il bel libro di Paolo Massari La vacanza degli intellettuali. Pasolini, Moravia e il circolo di Sabaudia, Utet, 2025ci racconta che sì, la meta geografica è indubbiamente quell’impennata di marmi bianchi incastonati tra dune antiche, ma in fondo a Sabaudia non si arriva quasi mai solo con il corpo: ci vuole altro.

Sabaudia è la città dell’immaginazione, dell’incompiutezza. Riposa silente e vuota su quella che era una antica palude ma non è mai ultimata. Per “concluderla”, e svegliarcisi dentro, è necessario che il viaggiatore sappia osservarla. Ecco allora sorgere mille città. Quando nacque fu giudicata “ridicola”, poi metafisica, infine simile ai tropici. Paolo Massari, grazie a un lavoro certosino tra carte, testimonianze e ricordi, ci porta esattamente in un luogo privilegiato, le pagine del suo lavoro, per osservare la città e viverla nel profondo.

E così emergono propensioni, suggestioni e definizioni di grandi scrittori e scrittrici che proprio nel “paese nuovo” hanno deciso di assaporare la serenità e il tempo della solitudine, del pensiero. E in questa osservazione d’artista sorge la vera cittadina, capace di trovare nel cuore di Alberto Moravia, Laura Betti, Pier Paolo Pasolini, Emilio Greco e tanti altri protagonisti del Novecento un posto speciale, lontano dai riflettori. Continua a leggere→

Deaf Studies: per una lettura critica della sordità

 

di Emilia Piertropaolo

“I Deaf Studies sono un campo di studi interdisciplinare che emerge nella seconda
metà del XX secolo […]. Il loro obiettivo principale è l’affermazione di una nuova
soggettività delle persone sorde da opporre al modello medico individuale attraverso
un’incessante esplorazione di nuovi framework interpretativi dell’essere sordi e un
altrettanto incessante critica delle strutture di potere esistenti” (Des Dorides 2025: 61)

Come recita il titolo, Deaf Studies: per una lettura critica della sordità di Luca Des
Dorides e Federica Baroni il libro invita a leggere la sordità in chiave critica, a partire dalle sue dinamiche sociali, linguistiche e culturali.

È una vera e propria narrazione della sordità, intrecciata a resoconti storici che per le persone sorde restano tutt’oggi vivi nella memoria e nelle mani, ancora attuali: dall’epoca dell’oralismo a quella degli impianti cocleari, che hanno contribuito a rafforzare l’egemonia della lingua parlata e dell’apporto medico. Non a caso, come ricorda Paddy Ladd, “l’oralismo è vivo e vegeto”.

“Assumendo acriticamente la parola come unico modo in cui possa esprimersi questa umanità, la civiltà occidentale ha subito la tentazione di relegare le lingue segnate nel
campo del non umano o del non propriamente umano. La sordità è stata così vissuta come scarto corporeo dalla norma e ha condiviso per secoli lo spazio simbolico delle
alterità corporee” (68)

Il saggio non si limita a ripercorrere la storia dei sordi. Lo fa solo inizialmente, per
raccontare la nascita dei Disability Studies e dei Deaf Studies (2025: 16-19), che
cercano di sottrarsi alla visione dell’“uomo in camice” che guarda al corpo “deviante”come a un corpo da correggere.

Il modello medico rimane dominante quando si parla di sordità: la interpreta come “mancanza”, come “deficit” dell’udito, collocando le persone sorde in una posizione subalterna rispetto a chi sente ed evoca la parola. Se sei “in mancanza di comunicazione”, rimani “relegato in un universo sociale limitato, chiuso sempre in te stesso” (Zatini, Zuccalà 2023: 100).

Nei fatti,  questo è il primo pensiero dei genitori quando “scoprono” la sordità del
bambino o della bambina: come potrà comunicare con me? Da quel momento, le
famiglie abitano i corridoi degli ospedali insieme allo shock e alle emozioni devastanti.
Charles Gaucher, nell’articolo L’annonce de la surdité: étude de trois parcours-types
parla proprio di questo: della diagnosi, delle procedure, delle attese e delle emozioni che colpiscono una famiglia udente.

Un fotogramma del film Mandy

Ma prima di tutto, Gaucher individua ciò che definisce suspicion du parent, ossia il sospetto che il bambino non senta. E i genitori inventano modi del tutto artigianali e creativi per verificarlo. Su questo punto consiglio la visione del film britannico del 1952 Mandy di Alexander Mackendrick.

Invece di riprendere le storie dei genitori intervistati dal professore Gaucher, preferisco
raccontare la mia. Mia madre se lo sentiva che non sentivo, che ero sorda. Una volta
portata a casa se n’è accorta: aveva fatto cadere una “bacinella” e io non mi ero girata.
Poco dopo mi hanno fatta impiantare, piccola, con occhi grandi e la testa rasata. Sono
entrata nell’era dell’oralismo, quell’oralismo mai morto, fatto di logopedia e
addestramento a riconoscere suoni, parole e rumori, non con l’orecchio, ma
“attraverso” l’impianto. Questo accade soprattutto nelle famiglie udenti, che non
hanno mai avuto contatto con il mondo dei sordi e questo è il retroscena che i media
non narrano. Continua a leggere→

«Le parole nutrono». Scrittura e vita nell’opera di Goliarda Sapienza, a cura di Manuela Spinelli, Franco Cesati, 2025

I caffè di Goliarda Sapienza

di Serena Vinci

Se è vero che «le parole nutrono e come il cibo vanno scelte bene prima di ingoiarle» (lo scrive Sapienza in L’arte della gioia), anche il caffè può essere considerato nutrimento. In questi giorni è nelle sale cinematografiche Fuori, il film per la regia di Mario Martone che sceglie di rappresentare l’autrice nel suo rapporto con l’esperienza nel carcere di Rebibbia e le amicizie nate in seno a quella vicenda. Nel film c’è un fil rouge discreto ma significativo: il caffè.

Un fotogramma tratto dal film “Fuori” di Mario Martone

Di tre tipi sono i caffè di Goliarda e tutti e tre nutrono: quello che si prepara da sola a casa e sorbisce seduta in cucina, quello che le prepara il marito e che bevono insieme a letto, quello preparato al bar che accompagna gli incontri con Roberta, ex compagna di cella, seguito poi rigorosamente da whisky «con molto ghiaccio».

 

Ognuno di questi caffè ha un senso e un sapore diverso, come le diverse declinazioni della poetica della scrittrice: introspettivo, di relazione, politico. Mi sembra che di questi tre aspetti parlino principalmente i saggi che costituiscono il recente volume di ricerca accademica dedicato alla scrittrice: Le parole nutrono, per la curatela di Manuela Spinelli, maîtresse de conférences presso l’Université Rennes 2.

Spinelli è specialista in studi di genere, letteratura e civiltà italiana contemporanea. È co-fondatrice di Parents & Feminists, un’associazione dedicata alla genitorialità paritaria. I suoi interessi di ricerca vertono sulle dinamiche di costruzione della mascolinità e della femminilità, sulla letteratura femminile e sulla maternità.

Nel 2024 ha curato, insieme a Ramona Onnis dell’Université Paris Nanterre, un volume di notevole interesse su queste ultime due tematiche: Raccontare i corpi delle donne  (Franco Cesati). Parlare di chi studia un’autrice come Goliarda Sapienza significa parlare un po’ anche della scrittrice stessa. Infatti, Sapienza è stata sempre fortemente coinvolta nelle battaglie di pensiero. Un pensiero, il suo, anarchico e scomodo molto spesso, ma che ha fornito le fondamenta per le nuove riflessioni relative alle tematiche della marginalità, non solo in relazione al genere.

Un ritratto di Goliarda Sapienza

Goliarda viene apprezzata prima in Francia che in Italia, forse per questo è dall’iniziativa di una studiosa italiana che vive e lavora in Francia che scaturisce il bel volume, a seguito del convegno internazionale organizzato per il centenario della scrittrice, «Le parole nutrono. Per i cent’anni di Goliarda Sapienza», tenutosi lo scorso anno, il 21 marzo a l’Università di Rennes 2 e il 22 marzo all’Università Paris Nanterre. La curatrice, che come si diceva è assai sensibile alle tematiche femminili in rapporto alla letteratura italiana, non è peraltro l’unica studiosa di formazione francese a prendere parte al convegno e al volume.

Per esempio, Valeria Restuccia viene da Nanterre, altra roccaforte degli studi italianistici volti alla valorizzazione delle scrittrici. Siciliana d’origini, non è un caso che Restuccia abbia voluto soffermarsi su La potenza evocativa della Sicilia nell’opera di Goliarda Sapienza: luoghi, immagini, tradizioni, con cui sceglie di intitolare le sue riflessioni.

L’analisi dell’influenza delle origini suggestiona anche Serena Todesco, che ne parla in Spazi, luoghi e tempi nella sicilianità interiore di Goliarda Sapienza. Questi saggi ci parlano della prima tipologia di caffè, quello introspettivo, conferendo la giusta importanza al luogo della nascita. Recenti riflessioni filosofiche stanno mostrando quanto e come il focalizzarsi sulla nascita, invece che sulla morte, possa modificare la prospettiva d’analisi letteraria. È il motivo per cui alcuni convegni iniziano a celebrare l’anniversario rispetto alle date di nascita piuttosto che, come è prassi, di morte di un autore/autrice. Ciò viene messo a fuoco da Monica Farnetti nel suo contributo, Trame di nascita ne «L’arte della gioia».

 

Un tema centrale per Sapienza è sempre stato quello relazionale, strettamente legato all’amore e al desiderio sessuale. Gloria Scarfone, in Femminismo, familismo, utopia: «L’arte della gioia» oggi, descrive con precisione il modo in cui Sapienza si pone nelle questioni relazionali:

Chiunque abbia letto L’arte della gioia non faticherà a riconoscere in queste parole non solo la forza del progetto utopico di Modesta, ma il vocabolario stesso di cui si serve per denunciare la morale sessuale reazionaria: odio, coercizione, vigliaccheria, impotenza sono termini che tornano continuamente nel libro. Instaurare una “nuova vita” a partire dalla coscienza delle contraddizioni (altra parola cardine di Sapienza) inerenti all’antica, non per distruggere la famiglia, ma l’odio che essa crea: è così che Modesta cercherà, dopo aver distrutto la sua per mezzo di ben tre matricidi simbolici, di costruire una famiglia che non sia una fabbrica di mentalità autoritarie. (p. 106)

Relazione con l’altro/a significa però anche pericolo, insidia, rischio di incolumità fisica e mentale. Sapienza è stata tra le prime ad aver avuto il coraggio di affrontare tematiche scomode e scabrose per il senso comune, come il desiderio sessuale infantile, e anche delitti gravissimi come la violenza con aggravante di incestuosità. O, potremmo dire, viceversa: l’incesto con l’aggravante della violenza.

Il pregio è stato farlo senza moraleggiare, senza raccontare giudicando con toni apodittici. Oltre alla violenza, la scrittrice affronta altri traumi profondi come il lutto delle persone care e il tentativo di suicidio. Però, come nota Alberica Bazzoni, in La lingua del trauma nella scrittura di Goliarda Sapienza: temporalità, immagini, forme:

soffermarsi sulla dimensione traumatica nella sua opera, non significa ridurre l’elemento vitalistico, gioioso, affermativo e profondamente generativo che anima tutta la sua scrittura e che ne costituisce la cifra distintiva; al contrario, l’iterazione traumatica contribuisce a dare profondità e spessore proprio alla spinta vitale, inseparabile dal bisogno di elaborare la violenza e il lutto con gli strumenti della parola performativa. Riattraversando letterariamente il suicidio, Sapienza oltrepassa la morte e trova l’ironia, che è l’elemento terzo fra negazione melancolica e vitalismo espansivo. (p. 83)

 

Infine, il terzo caffè, quello politico. Sapienza non ha mai aderito a ideologie preconfezionate, preferendo sempre ironia e vitalismo alla contrapposizione tra schieramenti. La scrittrice, figlia della nota sindacalista Maria Giudice, prima donna dirigente della Camera del Lavoro di Torino, riceve una formazione anarchica che connoterà il suo atteggiamento nei confronti della vita e della società sottraendola a qualsiasi tipo di cliché o allineamento.

Che di politica trasudasse, è chiaro dal contributo di Mara Capraro, Una scrittrice “diversa”, una criminale “comune”: l’esperienza carceraria e la costruzione della postura autoriale e mediatica. Del resto, anche il film di Martone fornisce una chiara lettura della sua posizione in merito alla contrapposizione fuori/dentro che costituisce l’opposizione tra chi è/è stato in carcere e chi no.

Sapienza, in una intervista pungente e scomoda con Biagi specifica che pur non avendo mai pensato che “il carcere è bello”, ha potuto constatare quanto fuori e dentro siano uguali: se non si è liberi non lo si è mai, in nessuna delle due condizioni. E viceversa: se lo si è, lo si è ovunque e in qualsiasi condizione.

Sapienza è letta poco in Italia, o comunque meno di quello che tutte le autrici dei saggi in volume e la curatrice  (‘le amiche di Goliarda’ potremmo dire,  riprendendo il titolo del saggio di Barbara Kornacka, Amiche di Goliarda. Sorellanza in Appuntamento a Positano e Le certezze del dubbio) auspicherebbero. Le motivazioni di questa scarsa attenzione potrebbero riguardare il suo essere “scandalosa” nella libertà con cui ha vissuto le sue emozioni, le sue relazioni e i suoi momenti difficili.

Ma, per essere indulgenti con il pubblico italiano, possiamo pensare che tale disattenzione nei suoi confronti sia legata al fatto che la sua produzione letteraria non sia stata comunicata efficacemente ai lettori e alle lettrici. Se così fosse, bene: Le parole nutrono, di scorrevole, intrigante e godibile lettura anche per i non addetti ai lavori, potrebbe essere un’equilibrata guida alla lettura e alla comprensione di questa autrice di rara complessità.

 

In dialogo con Annachiara Biancardino. La Resistenza nella letteratura d’autrice: una questione privatissima (?)

 

 

Intervista a cura di Serena Vinci

– All’indomani della Liberazione, nel periodo che va all’incirca dal 1945 ai primi anni Cinquanta, tra le file dell’esercito partigiano si diffonde una sorta di ‘pulsione di narrazione’, un’urgenza di raccontare la guerra civile che si estende ben oltre il mondo intellettuale, contagiando anche chi, fino a quel momento, non aveva intrattenuto rapporti di familiarità con la cultura letteraria. È la grande stagione della memorialistica partigiana». Lo storytelling attorno ai fatti della Seconda Guerra Mondiale è davvero tentacolare, direi in tutto il mondo occidentale, con una preferenza per le (auto)biografie e i memoir che ripercorrono il “farsi partigiani”, come nei diari di Ada Prospero e negli stralci di quotidianità di Gina Lagorio. Quali sono a tuo parere le ragioni di questo desiderio di convidere il racconto, in particolare da parte delle “tue” scrittrici?

 

Il desiderio di raccontare, che si diffonde a ridosso della Liberazione come una vera e propria febbre di scrittura, ha ovviamente diverse ragioni, ma nel caso delle donne – delle “mie” scrittrici – credo assuma una sfumatura ulteriore: non si tratta solo di ripercorrere un’esperienza straordinaria, ma anche di rivendicare il proprio spazio all’interno di una narrazione pubblica da cui si è state escluse. In altre parole, di testimoniare la propria verità.

E poi c’è un altro elemento altrettanto profondo: la scrittura, per molte di loro, è anche un modo per ricucire una ferita. La guerra civile lascia uno strappo – nella vita, nei legami, nella percezione del futuro – e raccontarla significa anche tentare una forma di guarigione, personale e collettiva. Lo si vede bene nella memorialistica di Ada Prospero e Gina Lagorio: nelle loro opere le autrici non si limitano al resoconto degli eventi, loro scrivono per far durare la lotta, far resistere la Resistenza; certo per trasmetterne il senso, ma anche per tenere in vita, attraverso il racconto, le persone e i valori perduti. 

 

– Come fai notare tu, «la produzione delle donne si colloca in una posizione di frontiera: da un lato, contribuisce a tramandare una memoria indispensabile per la nostra identità nazionale, dall’altro, la rielabora criticamente, denunciando le disuguaglianze (in primis di genere) che la caratterizzano». Quali sono, se ci sono, le differenze sostanziali tra le scritture partigiane femminili e quelle maschili? 

Ci sono di sicuro delle tendenze comuni che appartengono alla scrittura d’autrice, delle peculiarità che distinguono questo corpus dalla produzione ‘canonica’. In quest’ottica, non mi interessava tanto aggiungere altri nomi a una lista di titoli consigliabili, quanto scoprire nuovi aspetti della Resistenza che possano aiutarci a comprenderla meglio nella sua complessità, anche quando questo equivale a risemantizzarla. 

Le donne che scrivono la Resistenza, infatti, non si limitano a registrare i fatti, ma ne rielaborano il senso: spesso resistono anche alla retorica della Resistenza. All’epica celebrativa, si oppongono raccontando l’esperienza resistenziale attraverso frammenti di quotidianità, legami affettivi, dubbi e momenti di paura, mostrando come anche l’immobilità, il silenzio, la rinuncia possano essere forme di scelta.

Un altro tratto distintivo è la tendenza a una narrazione corale. Le scrittrici non pongono al centro solo sé stesse: anzi, spesso decentrano la propria voce per raccontare gli altri e le altre. Le loro opere diventano spazi di testimonianza in cui la memoria è condivisa e non gerarchica. In questo senso, le scritture partigiane d’autrice non solo integrano la memoria nazionale, ma la risignificano, introducendo un paradigma in cui la resistenza non è solo un atto eroico, ma una pratica diffusa, quotidiana, talvolta silenziosa (e per questo ancora più pervasiva e radicale).

 

– Il partigianato è una scelta, soprattutto per le donne, che si muovo non come Penelope nello spazio casalingo dell’attesa, ma piuttosto come Pentesilea, che si arma per prendere parte alla battaglia tra Ettore e Achille. È ciò che sceglie di fare l’Agnese di Viganò, per la quale «lo spazio di cura lasciato vuoto dalla scomparsa dell’amato marito Palita viene riempito dai compagni». Sembra dunque che l’attivismo sia il modo di reagire alla perdita, invece di portare il nero a vita. È così? 

 

Sì, è proprio così. L’attivismo partigiano per molte donne non nasce solo da un’adesione ideologica, ma è una risposta radicale alla perdita, un modo di trasformare la passività del lutto in azione. L’Agnese di Renata Viganò è un esempio emblematico: non si limita a sopravvivere alla scomparsa del marito, si rigenera nella militanza. Lo fa a partire dalle le sue competenze quotidiane – cucinare, accudire, proteggere – che sposta su un piano pubblico, politico, condiviso, per poi abbracciare anche l’ideologia della lotta. Non c’è compiacimento nel dolore, ma una forma di resistenza tutta femminile che trasforma il lutto in impegno, la vulnerabilità in forza. Come scrivi giustamente tu, non è Penelope che aspetta: è Pentesilea che combatte. E non lo fa nonostante il dolore, ma a partire da esso. 

 

– «Quello della ‘amante del nemico’ è un personaggio molto presente nella letteratura resistenziale d’autrice». La letteratura sulla Resistenza ha costruito e decostruito diversi stereotipi sulle partigiane: la staffetta mascolina, la combattente armata, in opposizione ai cliché dell’educazione fascista, dalla madre casta alla femme fatale. Tu ne fai una descrizione molto materica, parli dei corpi di queste figure femminili, dei loro gesti fino ai loro scarti, all’urina. Mi hai ricordato le descrizioni di Curzio Malaparte in La pelle. Come si pongo le tue scrittrici in relazione a questi stereotipi?

È una suggestione molto interessante quella di Malaparte – e in effetti alcune opere analizzate nascono anche dal desiderio di ‘sporcare’ la narrazione resistenziale, di riportarla alla terra, nel corpo, nel gesto, nel sangue, nel sudore. Le “mie” scrittrici non rimuovono mai la fisicità della guerra: semmai, la abitano, la attraversano. E lo fanno non per creare uno stereotipo alternativo –l’eroina in armi – ma per sfuggire a tutte le immagini precostituite.

Le partigiane raccontate da Ada Prospero, Gina Lagorio, Renata Viganò sono donne vive, imperfette, contraddittorie, a volte eroiche, a volte spaventate, capaci di cura ma anche di rabbia, di desiderio, di odio. La staffetta non è un simbolo, è una ragazza che urina dalla paura in una galleria, che inciampa nella corsa. E anche la madre non è solo nutriente e accogliente, può essere lucida fino a diventare talvolta spietata.

 

– «Sono innumerevoli i modi in cui una donna può sentirsi madre e rivelarsi materna». Vorrei che ci soffermassimo su una rappresentazione chiave della figura femminile resistenziale, quella della ‘mater dolorosa’, che la storiografia ricostruisce come «maternage di massa». Adriana Cavarero ha descritto alcune icone dell’ipermaterno in Donne che allattano cuccioli di lupo. Nella vita delle resistenti, è dunque così importante riuscire a percepirsi madri?

 

È una domanda delicata, perché tocca una delle immagini più ambigue e affascinanti della Resistenza femminile. La figura della mater dolorosa è potentissima: da un lato restituisce tutta la forza di chi cura, accoglie, protegge – persino a costo della propria vita –; dall’altro rischia, se assolutizzata, di rinchiudere di nuovo le donne in un destino biologico, in un paradigma sacrificale che perpetua la subordinazione.

E invece, per molte partigiane, sentirsi madri non significava riprodurre un ruolo imposto. Prendersi cura di un compagno ferito, nascondere un ricercato, sfamare una banda intera era un modo per dire: io esisto, io agisco, io lotto. È un maternage che si politicizza, che esce dal privato per diventare gesto rivoluzionario.

Cavarero, in Donne che allattano cuccioli di lupo, ci mostra anche come l’ipermaterno vada ricondotto a una dimensione liminale. Nelle scrittrici resistenziali c’è qualcosa di simile: la madre non è mai uno stereotipo, ma una figura capace di contenere – e accogliere – moltitudini. 

 

– Mi piace molto il tema dell’amicizia femminile che attraversa i romanzi di cui parli. La particolare solidarietà che scaturisce dal desiderio di essere modello l’una per l’altra è molto delicata e forte al tempo stesso, in quanto manifestazione di lotta al patriarcato. Se la famiglia è allora quella «che si sceglie e che si costruisce a immagine e somiglianza delle proprie affinità e dei propri valori, e che forse proprio in virtù di questo può rivelarsi più resistente agli urti della vita dei legami di sangue», possiamo in qualche modo individuare una forma di militanza queer, ante litteram sicuramente, tra le fila delle resistenti? 

Mi piace molto questo spunto. In effetti, le “mie” scrittrici mettono spesso in scena un modo radicalmente altro di vivere i legami, i ruoli, i corpi, che eccede il modello eteronormato. In questo senso, sì, si potrebbe anche parlare di militanza queer ante litteram.

Pensiamo alla scelta di rompere con la famiglia tradizionale per creare una comunità resistente, fondata su affinità elettive e cura reciproca. O alla sorellanza che attraversa i testi: non è solo solidarietà tra donne, è un desiderio di rispecchiamento, di riconoscimento, di alleanza che ha qualcosa di intensamente erotico – nel senso etimologico del termine, come forza di attrazione e di creazione. E nella letteratura questa tensione emerge in filigrana, nei silenzi, nei gesti, nei dettagli.

Credo che il vero gesto queer sia proprio questo: il desiderio di sottrarsi al destino scritto, scartare rispetto alle attese di genere, scegliere chi essere e con chi essere. È quello che fanno tante partigiane. Non è un caso se nei testi resistenziali i legami nati nella clandestinità – anche solo amicali – sono rappresentati come assoluti, fondanti, trasformativi, mentre quelli più tradizionali sono spesso corrosi dall’interno, attraverso l’ironia di chi scrive.

 

– Giustamente ricordi a chi legge che il tuo saggio non ha «una pretesa di esaustività, di porsi come un ‘canone’», ma affronta solo una selezione delle possibili scritture femminili legate in vario modo alla Resistenza. Mi vengono in mente per esempio Benedetta Tobagi, per restare nella letteratura cosiddetta circostante, oppure a Fausta Cialente e Joyce Lussu. 

Come hai selezionato le autrici? Stai pensando a un secondo volume in cui includere le altre eventuali scrittrici rimaste fuori da questa trattazione?

 

È vero, lo dico chiaramente sin dall’introduzione: Scritture partigiane non vuole essere un canone, ma un viaggio soggettivo, parziale e al tempo stesso affettivo. E sì, certo, ci sono state esclusioni dolorose. Penso proprio come te a Joyce Lussu, figura straordinaria e difficilissima da incasellare, o ad autrici meno note ma altrettanto interessanti. 

In effetti sto sentendo più di quanto avevo previsto il desiderio di occuparmi di altre scrittrici partigiane. Non so ancora se questo desiderio si concretizzerà mai e in quale forma. Però, in fondo, la Resistenza è un inizio, non una fine. E anche il mio libro vorrei che fosse letto così: come un piccolo timido passo in una direzione ancora tutta da esplorare.

 

– Il libro è scorrevole e bello da leggere, come fosse un romanzo corale, eppure risponde appieno alla funzionalità critica e didattica che tu ti sei posta come obiettivo.  Ti sei ispirata ad altri studiosi o studiose per la struttura del saggio e per il tipo di analisi che hai condotto sui testi? Cosa consiglieresti come lettura ulteriore a quei ragazzi e quelle ragazze che, per abitudine o per scelta, usano la parola resilienza con più facilità che resistenza? 

Ti ringrazio molto, perché questo è forse il complimento più bello: che un saggio nasca da uno studio rigoroso, ma si legga agevolmente come un testo di narrativa, è esattamente ciò che desideravo ottenere. La mia ambizione era coniugare l’imprescindibile rigore nello studio all’accessibilità della forma per permettere anche a lettrici e lettori meno esperti (per esempio alle ragazze che cito nella Dedica) di entrare in dialogo con storie e parole che ci riguardano.

Quanto ai riferimenti, sì, ci sono moltissime autrici che mi hanno accompagnata silenziosamente lungo tutto il percorso. Se devo sceglierne una, faccio il nome di Benedetta Tobagi, perché le sono in buona parte debitrice per l’ispirazione. Dopo aver letto il suo meraviglioso La Resistenza delle donne mi sono chiesta se esistessero dei testi centrati sugli stessi contenuti ma interni alla dimensione  della critica letteraria, e da lì è partito il mio percorso.

 

– Una delle scrittrici cui hai dedicato il saggio è Ada Prospero, nota come Ada Gobetti, cioè con il cognome del marito, Piero Gobetti. Tu sei direttrice editoriale della casa editrice Les Flâneurs e in particolare curi la collana Le innominate, dedicata alle donne la cui attività intellettuale è stata – per così dire – oscurata dalla luce degli uomini che avevano accanto, la cui celebrità è stata invece favorita dall’habitus culturale. Credo che per ognuna di loro valga la tua chiosa «resistere non serve a niente. Spesso non è utile. Eppure, per fortuna, per qualcuna e qualcuno è necessario». Quanto ti è stata utile questo tipo di esperienza nell’ideare e poi nello scrivere Scritture partigiane? Affermi che nella tua esperienza sul campo con autori e autrici, hai imparato che «c’è chi scrive per scoprire e c’è chi scrive per scavare». Tu che tipo di scrittrice sei?

Devo subito precisare che non sono una scrittrice: sono una grande amante dei libri degli altri (e delle altre soprattutto). Ma questa domanda mi commuove, perché tocca un mio nodo profondo. Scritture partigiane nasce sì da uno studio letterario, ma anche da un’urgenza biografica. Per me, raccontare le partigiane è stato un modo per parlare anche di tante donne vissute nell’ombra della storia. Ho imparato che esiste una forma di resistenza sotterranea, quotidiana, che forse non fa notizia ma lascia traccia. 

Ada Prospero, ad esempio, che pure fu un’intellettuale straordinaria e un’attivista politica lucidissima, viene ancora oggi ricordata più spesso come la moglie di Gobetti. Ma la sua opera pedagogica, letteraria, partigiana è una costellazione complessa e autonoma, che ho sentito necessario riportare in primo piano. Lei è un’innominata per eccellenza.

 

– Ci ricordi che a partire dall’ultimo decennio del Novecento inizia a emergere il genere dalla postmemory che «fa riferimento alla risposta delle generazioni successive ai traumi personali e collettivi raccontati dai sopravvissuti». A questa categoria appartengono il romanzo/fiaba di Baldelli con la protagonista cinquenne, la staffetta adolescente di Soriga, le due protagonista di Verna. In che modo secondo te «raccontare il passato per parlare della violenza del presente»  può essere davvero una strategia incisiva e vincente? 

 È una strategia potente proprio perché non si limita alla commemorazione, ma trasforma la memoria in materia viva, politica, attuale. I romanzi della postmemory (come quelli di Baldelli, Soriga e Verna) non si accontentano di raccontare ciò che è stato, ma si chiedono cosa resta, cosa risuona, cosa può ancora far male o guarire oggi. E in questo senso parlare della Resistenza non è solo un esercizio storico, è un gesto di alleanza intergenerazionale.

Raccontare il passato per parlare del presente significa mettere in scena il trauma non come evento concluso, ma come ferita aperta che attraversa i corpi, i linguaggi, le relazioni. E infatti nei romanzi della postmemory le protagoniste sono spesso bambine, adolescenti, figlie: soggetti in formazione, in divenire, proprio per questo in grado di ereditare e rielaborare i traumi che non hanno vissuto direttamente, ma che le abitano. I romanzi di Baldelli, Soriga e Verna riescono a far sentire sulla pelle di chi legge che la violenza non è finita, che ha solo cambiato forma – e che resistere è ancora un verbo al presente.

Cinema, inclusione, accessibilità: lo spettacolo cinematografico oltre le barriere

di Emilia Pietropaolo

“Il cinema è considerato da tutti un potente mezzo di comunicazione che ha rivoluzionato il modo di comunicare alle masse” (Poli 2024: 44)

Come sostiene Annamaria Poli nel saggio “ Cinema, inclusione e disabilità ,  il cinema è un “potente mezzo di comunicazione”, è uno strumento che permette alle audience, alle persone con disabilità di indentificarsi in determinati personaggi e personagge. Il saggio divulgativo e didascalico ha come scopo di analizzare il cinema da una prospettiva inclusiva, ossia esamina come il cinema sia mutato per “superare alcune barriere, prima quelle di tipo fisico-architettonico e quello sensoriale”.

La docente e ricercatrice Annamaria Poli analizza in che modo il cinema sia inclusivo, accessibile, e mostra le persone con disabilità nell’ottica cinematografica. Il cinema, nonostante sia un potente mezzo di comunicazione, quando si tratta di fare film sulla disabilità o su un/una personaggio/e con disabilità, tende spesso e volentieri a tratteggiarlo come sofferente e tragico, oltre che a settarlo in un ambiente ospedaliero. Ciò dà modo di mostrare una falsa rappresentazione degli individui con disabilità.

Inoltre, in un film in cui si parla della disabilità, come nel caso della sordità, (i sordi non si definiscono “disabili”), la scelta del regista cade, spesso e volentieri, su un/una attore e attrici udenti. Per fare un esempio significativo, basta pensare al film horror HUSH di Mike Flanagan (2016), in cui l’attrice scelta per interpretare una scrittrice sorda, è caduta su Kate Siegel, attrice udente. In questo modo, si è pensato che interpetrare una scrittrice sorda, in questo caso, fosse facile, ma non si pensa a come comunicano le persone sorde, e non sto parlando della LIS (Lingua dei segni italiana), ma delle espressioni facciali, e non è affatto semplice.

La docente e ricercatrice Annamaria Poli analizza in che modo il cinema sia inclusivo, accessibile, e mostra le persone con disabilità nell’ottica cinematografica. Le persone con disabilità fisica e sensoriale, spesso riscontrano difficoltà a partecipare alle attività sociali e culturali, come anche solo all’andare al cinema a causa dell’accessibilità limitata.

Come persona sorda e impiantata, conosco bene la sensazione di venire esclusa dai luoghi sociali e culturali, come, appunto, il Cinema, poiché solo “alcune sale cinematografiche in città europee e statunitensi” (Poli 2024: 26) sono attrezzate nel rendere il cinema fruibile alle persone sorde e cieche. Ma cosa significano i concetti come Accessibilità e Inclusione?

L’inclusione delle persone con disabilità nelle attività culturali si intende quando si persegue e si promuove la partecipazione attiva di tutte le persone in ogni ambito culturale e sociale, mettendo al centro le necessità delle persone con disabilità per offrire loro una produzione di programmi educativi inclusivi (workshop artistici accessibili) (Poli 2024: 27)

Per rendere ogni attività sociale e culturale, come il Cinema, un “processo partecipativo”, sostiene  Poli, è necessario per le persone sorde, cieche e ipovedenti, di includere (sorde) la sottotitolazione e l’audiodescrizione (cieche). Spesso, però, e lo si può vedere in Televisione, che la sottotitolazione non è attendibile, cioè non segue il “parlato”, bensì dicono tutto altro, in qualche modo, per “semplificare”?

Le persone pensano che il Cinema sia fruibile a tutti, ma non è così, tutt’altro, è “pienamente fruibile solo da quelle persone che hanno integri i canali sensoriali percettivi del sistema visivo e del sistema uditivo” (Poli 2024: 89). Difatti, la specificazione al sistema visivo e uditivo, in quest’ultimo, crea una discriminazione, ossia l’audismo. L’audismo è un termine coniato da Tom L. Humphries nel 1975:

“l’Audismo si manifesta in credenze e comportamenti che assumono la superiorità dell’essere udente rispetto all’essere sordo” (Bauman 2004: 240).

Il primo cinema inclusivo è stato fatto in Francia con l’associazione Valentin-Haüy nel 1889, il quale si occupava di fornire assistenza alle persone con disabilità visive, rendendo il cinema accessibile, inserendo l’audiodescrizione. in Italia, ci sono molte associazioni interessanti, che si occupano di inclusione e accessibilità, però non comprendono tutte le regioni.

Per esempio: a Milano c’è la Lega per i Diritti delle Persone con Disabilità (LEDHA) e la Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (FISH), essi promuovono a rendere il cinema e il teatro accessibile, includendo sottotitoli, audiodescrizione, e cancellando ostacoli per le persone con disabilità fisica. (In altre parti non è così).

Fare un film non è solo “montaggio” ma anche informare le persone su temi, in questo caso, sulla disabilità. È un modo permettere alle persone con disabilità di indentificarsi in quel determinato personaggio come può farlo, se il Cinema mostra la disabilità in una falsa rappresentazione? Che cosa bisogna inquadrare, a cosa bisognare dare la priorità per parlare dell’individuo con disabilità? Di certo non è inquadrarlo in un luogo medico o dove la persona sorda viene mostrata come incapace di “comunicare” e di stare in società, senza l’aiuto della famiglia.

Come, per esempio, nel film La Famille Bélier di Eric Lartigau, in una delle scene “iconiche” la figlia udente accompagna i genitori sordi (attori udenti) a una visita medica perché deve fare da interprete. Questo incrementa la percezione nelle persone udenti che le persone sorde non siano in grado di fare nulla senza aiuto.

Un fotogramma dal film La Famille Belièr

Inoltre,  Poli si concentra sull’aspetto tecnico per la narrazione sulle persone con disabilità, oltre al fatto che gli attori con un corpo abile, interpetrano ruoli di persone con disabilità, non “garantendo l’autenticità della storia” (62), sostiene che è il Direct Cinema (una forma cinematografica) a promuovere la “rappresentazione positiva e rispettosa” delle persone con disabilità e a rimuovere stereotipi.

Questa tecnica ha la capacità di parlare della disabilità in una maniera autentica e senza mostrare interferenze da parte del regista. La questione innovativa di questo approccio, se si usasse, non solo mostrerebbe la disabilità priva di stereotipi, ma lo farebbe coinvolgendo esperti nel campo della disabilità, e non solo, anche le persone interessate, attuando il motto:” Nothing about us without us”.

Ma non è una questione semplice, per il semplice fatto che stiamo ancora cercando di eliminare le barriere architettoniche e sensoriali, ossia l’“intralcio” (Monceri 2024), nel senso che è ancora un “diritto” e non una richiesta scontata.

Annamaria  Poli  mostra la  possibilità di far comprendere a tutti e a tutte, che il Cinema non è solo un “intrattenimento culturale e sociale” e “privato”, ossia rivolto solo a coloro che hanno i parametri visivi, fisici e uditivi integri, ma a tutte le persone che necessitano di vedersi indentificati nello schermo e che necessitano di entrare a far parte del processo culturale e sociale.

Come persona sorda e impiantata che ha fatto recentemente “coming out”, l’esperienza filmica, la provo a casa e non al Cinema, proprio perché non c’è la possibilità di inserire i sottotitoli. Inoltre, c’è anche da dire che il luogo per provare l’esperienza cinematografica è cambiato: non è più in luogo aperto come il Cinema, ma  luogo chiuso, come la casa, con tutti i comfort.

 

Luciana De Palma: Virginia Woolf Le parole, il tempo, la visione.

di Andrea Comincini

Succede spesso di imbattersi in voluminosi testi di saggistica che sprofondano in una noiosa pedanteria e nel dato erudito fine a se stesso; centinaia di pagine incapaci, nonostante la consistenza cartacea, di cogliere lo spirito dell’argomento investigato, la biografia esplorata, la struttura dell’analisi. Altri lavori invece sembrano incredibilmente ispirati, e in non troppe pagine riescono a rivelare non solo l’essenza di un autore o di un’epoca, ma a condurre il lettore in una dimensione incredibilmente intima.

Il saggio di Luciana De Palma, Virginia Woolf. Le parole, il tempo, la visione (Qed 2024, pp. 93) appartiene alla seconda categoria: l’autrice racconta attraverso tre tappe il percorso umano e artistico della scrittrice e lo fa grazie a una prosa evocativa e impeccabile.

Parlare di una gigante del Novecento non è mai facile, ma in queste carte si avverte una complicità tra le due che va ben oltre lo studio meticoloso della studiosa; si tratta di una consonanza di spiriti in grado di svelare, proprio perché sincera, gli aspetti più reconditi di una personalità difficile e poliedrica, concreta ed evanescente come le nuvole di primavera. Virginia Woolf emerge in tutta la propria personalità, si riesce quasi a vederla lì, nella campagna inglese, a camminare, respirare e pensare. 

 

Il saggio si apre con Le parole. Cosa sono? Le risposte arrivano veloci, sono fulmini che squarciano la pagina:

“Virginia cedette alla violenta pressione delle parole, che non vivono nei dizionari, ma nella mente” (p. 10).

De Palma coglie istantaneamente la dimensione psicologica dello scrivere, ne accarezza i risvolti proprio come delicate pagine di antichi manoscritti da sfogliare con cura, e racconta subito l’essenziale: Woolf ha bisogno di scrivere perché ha bisogno di pensare. E la realtà è pensiero.

C’è una vita sottile che attraversa le parole, una dimensione luminosa custodita e nascosta ben oltre le ombre dell’ordinario quotidiano. La scrittrice sa: tramite la penna si serve una causa maggiore, e ne indica le tracce primordiali già ne La crociera, per andare poi a srotolare il bandolo di quella matassa chiamata vita nel corso delle altre opere.

Faticosamente create, partorite, perché non vi è nulla di più serio di scrivere una parola sopra un foglio bianco. Da questa può dipendere l’universo intero, sicuramente quello interiore, abominio immaginare qualsiasi superficialità, pena l’estinzione dell’io e della sua etica.

Ma le parole sono nel tempo, e producono una visione: nella seconda e terza riflessione, De Palma incornicia una analisi perfetta dell’evoluzione psichica – e malinconica, considerando l’esito finale – della grande scrittrice britannica, e lo fa sottolineando quanto per Virginia Woolf

“il problema del tempo narrato e del tempo vissuto dai protagonisti di una storia, non è la logica sottesa agli avvenimenti che costellano un’esistenza, bensì la percezione di un dinamismo inspiegabile eppure tangibile” (p. 57). 

Siamo oltre la staticità di un racconto, e si respira un misticismo, concretissimo, che avvicina il lettore ad un mondo di vibrazione, o meglio di onde, prossime allo sguardo, per poi scoprirsi parte di esse, in un continuo processo di arricchimento e dello spirito e della carne. La visione è alle porte, e può essere tragica, visti i venti di guerra dell’epoca – e purtroppo di oggi.

Eppure, se le parole hanno, come crediamo, un potere reale, e la capacità di mutare il presente, ecco che appare di nuovo palese perché la grandezza di Virginia Woolf è indiscutibile: queste annunciano “la meraviglia di una visione infinitamente più forte della morte”. Luciana De Palma, sottolinea così quanto

“la sua onestà intellettuale è nell’ostinata determinazione a non lasciarsi respingere dalla callosa resistenza della vita: provare, tentare, spingersi oltre, attraversando gli strati come la goccia che penetra la roccia”. 

Tale rigore etico è anche vero femminismo, un femminismo in grado di liberare l’umanità intera, di non farsi etichettare o rinchiudere in alcuna gabbia concettuale. Proprio come Virginia Woolf.

Un ritratto dell’autrice Luciana De Palma

Claudia Boscolo, La tempesta e l’orso.

di Andrea Comincini 

È appena uscito per la collana Sarvatā, diretta da Laura Liberale, un libro che merita una particolare attenzione. Si tratta de La tempesta e l’orso, (Industria e Letteratura. 2024) di Claudia Boscolo, studiosa di lungo corso di italianistica e storia medievale, nonché docente presso i licei trentini.

Il saggio va letto attentamente per diverse ragioni. Prima di tutto, racconta di un evento cancellato ormai dalla memoria collettiva e catodica, ma non da quella degli abitanti del luogo, costretti ancora a farne i conti. Si tratta della tempesta Vaia, che ha colpito la regione e mezza Europa devastando completamente il territorio e causandone una gigantesca devastazione, nel 2018.

Tonnellate di alberi sono stati abbattuti, tanto che 4700 ettari di bosco tra il Veneto e la linea austriaca sono spariti (un campo da calcio misura 0,7 ettari). Questo evento, da alcuni ingenui considerato casuale, nasce in realtà molto lontano, addirittura nel 1917, e il fato centra poco.

Quando, dopo le trincee scavate durante la Grande Guerra e la tragica devastazione bellica, si cominciò a rimpolpare il terreno con una vegetazione inadatta, non si tenne conto del delicato equilibro ecosistemico della zona. La distruzione del pianeta, da molti considerata o flagello soprannaturale o invenzione giornalistica, ha invece una precisa origine ed è tristemente concreta: l’essere umano e la sua cecità.

Nell’epoca dell’Antropocene, sostiene Boscolo, in un tempo in cui: “è difficile concepire la vita umana al di fuori dell’unica griglia di riferimento, quella del libero scambio di merci, anzi, al di fuori dell’idea stessa di merce”, le persone osservano un bosco pensandolo in termini di produttività di legname, turismo da sfruttare, o come ostacolo a un bel viadotto o a una pista da sci.

Questo modo di osservare il mondo rivela una sconfitta culturale e ideologica: il legame tra noi e la natura, specialmente tra noi e i boschi e le sue creature, viene raccontato con una profonda partecipazione. L’assenza ormai del Sacro (si intenda per sacro non una religione ma un atteggiamento di misterioso rispetto per l’Altro) ha ridotto tutto a merce, spezzando il legame tra uomo e ambiente. In questa debacle storica si inserisce anche il racconto dell’orso M49, e della sua tragica fine.

Le cronache hanno trasformato un animale fondamentalmente innocente in un mostro sanguinario, riducendolo prima a una sigla, poi rendendolo un “parafulmine emotivo” per dar sfogo alle pulsioni di una comunità incapace di gestire, attraverso i suoi rappresentanti, i problemi reali del territorio, la cui storia è millenaria e affatto scontata. Claudia Boscolo racconta di culti antropomorfi, grandi divinità, di battute di caccia e leggende (affascinanti le pagine dove spiega l’idea culturale coltivata nella mente da Carlo Magno) e ricorda quale sia il tremendo dramma che facciamo finta di non vedere: la distruzione commerciale del pianeta.

Per quanto riguarda le terre in cui vive, lo scempio si è manifestato con la creazione di un turismo di massa non sostenibile e volgare, incapace di valorizzare davvero il territorio ma abilissimo nell’offenderlo nuovamente. Anche le belle sculture come il drago di Vaia, prodotto con la legna spezzata e rimasta al suolo, sono state presto trasformate in una “occasione per far business”.

Insomma, ci troviamo davanti a finte politiche del territorio, ma di fronte a “retoriche del neoliberismo che creano identità posticce e non comunità, perché fare comunità significa immaginarsi nel tempo e nello spazio come parti integranti di un ecosistema”.

Vi è ancora almeno un aspetto che vale la pena sottolineare di quest’opera. Si tratta di una seria denuncia, mai chiassosa o retorica, di una nostra dimenticanza collettiva: una parte d’Italia non viene ricordata con la dovuta attenzione nelle cronache nazionali, almeno non per troppo tempo, facendo intendere che tutto sia stato accomodato o la situazione sia sotto controllo.

La verità è altrove: in ogni regione dove ci sono state delle catastrofi, nulla si è fatto per arrivare a una soluzione volta a garantire una convivenza sostenibile tra uomo e ambiente, ma si è proceduto – e si procede – avendo come stella polare soltanto il profitto economico. Insomma, non si cerca una guarigione per ritrovare un equilibrio, ma per poter risfruttare al massimo delle terre troppe volte compromesse.

Un libro importante quindi, da leggere anche per la volontà dell’autrice di provare a unire il saggio con il racconto. Esperimento pienamente riuscito, tanto che il lettore troverà davanti ai suoi occhi una scrittura accogliente e delicata, amorevole e nutriente, ma ferma e irremovibile davanti alle doverose denunce impossibili da mascherare. Di fronte alle tempeste in arrivo non bisogna tuttavia demoralizzarsi, ma affrontarle con lucidità: soltanto attraverso una politica in cui uomo e natura non vivano in una relazione verticale ma orizzontale si potrà guardare con speranza al prossimo secolo.

ritratto di Claudia Boscolo

Un ritratto dell’autrice, Claudia Boscolo

G. Dambrosio, Spazio delle mie brame.

di Andrea Comincini

Che cos’è la società occidentale? La domanda potrebbe sembrare troppo generica, persino difficilmente inquadrabile in un contesto sistematico quale spesso è il processo filosofico. Sebbene dunque sia compito ostico, si può tentare di scorgerne alcuni elementi che identificano, incidono o focalizzano quel mondo intorno a noi in termini di apparato sociale e culturale. A procedere in questa direzione è l’ultimo saggio di Giuseppe Dambrosio, docente e studioso di filosofia: Spazio delle mie brame (Mimesis 2023) rimanda ovviamente al celebre specchio in cui la perfida regina dialoga con il proprio subconscio, portandola a compiere scelte inenarrabili.

È un percorso ben lontano dalla fiaba a lieto fine, tuttavia, quello dell’autore, impegnato invece a mostrare quanto – come specchio, doppio dell’anima – la nostra società menta a se stessa, e lo fa proprio nella misura in cui a sbandierate pubblicità sulla nostra libertà e sicurezza corrispondano in realtà politiche vessatorie e della sorveglianza. Le “riflessioni sul potere, lo spazio e l’educazione diffusa” – così il sottotitolo – si concentrano su quell’ambiente che troppe volte è relegato a ruolo di secondo grado o trattato alla stregua di un problema di soprannumero o cattedre scoperte.

Parliamo della scuola, la quale è ben altro da questo. La scuola è fondamentalmente chi la vive (docenti e alunni) e ciò che crea (cittadini e cittadine di domani). Per tale motivo il saggio suddetto è estremamente benvenuto, perché la società è tale dalle sue fondamenta educative, e soltanto a partire da queste si può trasformare. L’autore accoglie l’impostazione e la lettura foucaultiana del vivere comune e attraverso le sue lenti arriva a definire il quadro della propria investigazione:

“Di Michel Foucault ho condiviso in prima battuta l’idea che l’istanza di disciplina e di controllo che presiede al sorgere delle carceri si sia affermata – e perduri ancor oggi – anche in altre “istituzioni segregative” che nascono parallelamente in seno alla società occidentale: ospedali, manicomi, scuole, caserme (p. 8)

Come si può leggere, e facilmente prevedere, il quadro teorico può essere accusato di esser ideologico e radicale. Ai critici l’onere delle controprove. Qui conta l’impostazione teorica di fondo che attraversa il libro, un percorso interessante e chiaro all’interno del mondo della scuola.  Una educazione fondata su codici asfissianti, norme restrittive, interrogazioni e voti conduce – così Dambrosio – a una scuola totalmente alienante e alienata, priva di empatia, dalle gerarchie rigide e inutili. Una scuola dove gli alunni e le alunne sono trattati alla stregua di carcerati, di numeri, di soggetti privati di affetto e comprensione. Esiste una alternativa? Certamente.

È la scuola dell’ascolto, dell’educazione reciproca, e degli spazi “altri”. Proprio sulla spazialità viene offerta una produttiva riflessione, a conferma della necessità di riconsiderare la scuola non soltanto alla stregua di un edificio da riempire, fatto di mura grigie e fredde, ma spazio da creare insieme, anche immaginario, attraverso il quale l’alunno/a possa ritrovare la propria personalità e farla crescere. Se si insiste sulla posizione avversa, allora:

La scuola è una parte dell’istituzione Stato, particolarmente deputata al mantenimento del potere, dell’oppressione e che tutt’al più è chiamata a farsi carico di mutamenti che siano voluti da classi dominanti e che siano funzionali al mantenimento del potere costituito (p. 26)

La scuola quindi come luogo di potere e di scontro tra poteri, in una prospettiva panottica dove il carcerato necessita di libertà nuove e della possibilità di sovvertire il sistema che lo ha reso tale. “Lo spazio, oltreché essere spazio-visibile e spazio-dicibile, è spazio potere” (p. 27).

Il saggio ripercorre poliedricamente vari aspetti del nostro sistema educativo, confrontandosi anche con le teorie dei pedagogisti alternativi al modello coercitivo, al fine di immaginare una trasformazione che da spazio-dominio possa essere spazio-desiderio. Fedele ancora una volta alla lezione foucaultiana, Dambrosio coglie perfettamente la necessità di riaccendere il desiderio di vita in una ipercittà fatta di corpi-oggetto il cui eros ormai apparirebbe offuscato o tutto al servizio del mercato. Si è parlato di specchi, prima, perché l’istruzione pianificata è l’immagine riflessa della metropoli alienata intorno a noi, della vita ingabbiata in schemi frastornanti e crudeli dove l’atomismo impera e riduce tutto a solitudine. Come suggerisce invece lo studioso Mottana, è d’obbligo pensare una contro-scuola che:

preceda e s’intrecci con l’oltrescuola in uno spazio urbano ed extraurbano non più interdetto ma rigato dai percorsi dei bambini e dei ragazzi, animato e abitato da loro e perciò riattivato, restituito ad una formidabile vitalità (p. 61)

“L’essere umano non è proprietà di nessuno”, diceva Mario Lodi e da questo principio deve nascere una educazione diffusa che si trasformi in pratiche comunitarie del desiderio libero. La scuola deve tornare a essere “gaia”, e non austera; deve offrire gli strumenti per una emancipazione universale, e non imporre l’obbedienza coatta al potere. Come si può intendere, e lo sottolinea F. Muraro nella postfazione, si tratta di una bella sfida, alla cui base ci sono tre domande da illuminare chiaramente: a che cosa educare? Come educare? Perché educare?, alle quali si aggiunge poi una quarta: dove educare?

Se l’autonomia scolastica ha risolto la scuola a una mini azienda asettica e cinicamente attenta alla formalità della modulistica e non alle esigenze dei ragazzi, se quanto descritto è vero, appare chiara l’urgenza di ricominciare a pensarla in maniera differente, senza perder tempo. Proprio la dimensione temporale, oltre alla spazialità, reclama ancora attenzione. I giovani crescono rapidamente, e rapidamente possono esser rovinati o fatti fiorire.

L’alternativa possibile, il contributo che pedagogisti e insegnanti sul campo hanno offerto e offrono ogni giorno va almeno ascoltato senza perdere più tempo, sia per criticarne le soluzioni, sia per accoglierle: l’importante è ricollocare la scuola al centro del processo formativo perché da essa nasceranno le future generazioni che dovranno vincere le sfide di domani. Sono ragazzi e ragazze da immaginare liberi e libere, capaci di autodeterminazione, e non soggetti funerei e addomesticati ad un potere incapace di salvare il pianeta da se stesso.

Il ruolo della scuola in generale, ma a maggior ragione di quella pubblica, risulta e risulterà fondamentale: senza una educazione diffusa all’autocoscienza, alla libertà e alla responsabilità collettiva saremo vittime di persone il cui unico scopo sarà vincere e non costruire insieme, sopraffare e non collaborare, infine prendere il posto dei carcerieri che un tempo misero loro le catene al collo.