Le Pentite – Sarò per te veleno e cura –

Le Pentite. Sarò per te veleno e cura - Francesca G. Marone - copertina

di Antonina Nocera 

La parola farmaco ha un’etimologia interessante, in quanto è una vox media, il significato oscilla tra qualcosa che apporta beneficio e al contempo qualcosa che può uccidere, il “Pharmakon” (φάρμακον). Questa natura liminare, tra beneficio e veleno, ne acuisce le proprietà, e ne potenzia anche concettualmente il senso.

Quando ho letto il titolo dell’ultimo romanzo di Francesca Marone, “Le pentite- Sarò per te veleno e cura”,  ho pensato che l’autrice, al secondo romanzo questa volta per  i tipi di Les Flâneurs edizioni,  volesse condurci in una strada impegnativa, non lineare, ma giocata su questa liminarità, doppiezza semantica che ho subito assunto come chiave di lettura dell’ultimo lavoro.

Di strade, in realtà ce ne sono tante: la malattia, la memoria, il potere della cura sui corpi, la gestione del dolore mentale. Non era semplice confrontarsi con questi temi “maestri”, senza rischiare di creare un guazzabuglio di  linee narrative  dove le idee  avrebbero potuto confliggere con la capacità delle parole di domare e addomesticare.

Marone ha una penna salda, che incanala questo materiale dentro una struttura a incastro: chiama a raccolta una storia antica, attinta dagli archivi dell’Ospedale degli Incurabili,  antico sanatorio napoletano fondato nel 1500. La riesuma, quasi come una negromante di anime silenti, per fare parlare storie sopite, e farle vibrare all’unisono su una nota, quella della verità scalciante, rotti gli indugi e i tabù, e soprattutto le imposture della storia che spesso restituisce storie epurate.

Interseca un piano temporale passato con quello del presente, affidato alle  voci narranti tra cui quella di Giuseppe, alter ego di Giuseppe Moscati, medico vissuto negli anni ’20 , dalla personalità fragile, incline alle crisi depressive, ma con una grande sensibilità, quasi “medianica” ; poi Federica, studiosa che apre una breccia nel passato da cui scaturiscono le ossessioni di un passato rimosso e Maria con il suo bagaglio di storia tossica con un uomo violento.

Quella di Federica è una vera e propria catabasi, un viaggio negli inferi, nelle viscere di un dolore che una volta esplorato  metabolizzato, le permette di “guarire”, come ogni farmaco, come l’abisso del mare di cui non si conosce il fondo:

Da bambina non aveva mai imparato a nuotare, una vergogna per i suoi genitori. Ma niente da fare, l’idea soltanto di non sentire la sabbia sotto i piedi le faceva venire il panico. Quel blu profondo attraverso cui non riuscire a intravedere il fondo era un tunnel senza uscita per lei. Ancora adesso, al pensiero di cadere in acque profonde, si sentiva soffocare come se le potessero stringere la gola con la garrota. Come se potesse precipitare in un pozzo scuro, puzzolente, senza mai poter toccare il fondo con i piedi.

La storia si insinua tra le pieghe di un passato lontano, nell’Ospedale degli Incurabili venivano internati i malati ostili alle cure. Emblematica è la voce di Albina, una ragazza che fu internata  presso la casa dei matti con la diagnosi di “ delirio melangolico cronico profondo, con squilibrio della meccanica delle idee, inclinazione ossessiva alla pratica canora e insufficiente capacità di parola”. Un probabile disturbo depressivo che fu “curato” con l’isolamento  e con torture fisiche “riabilitative”.

Ancora Elisa, “una delle più belle prostitute della Sanità, una pelle come un’oliva e un profumo di zingara venuta dal mare”  che fa ancora i conti con la violenza, ancora più subdola e feroce, perché “istituzionalizzata”. Lei e Albina, si riconoscono nel dolore

“Con la mollezza dell’animale, in un curioso ma timoroso avvicendarsi al mondo, si accostarono l’una all’altra.”

Vivendo uno sprazzo d’amore in quel lager di folle violenza. Lo sanno loro, lo sanno tutte  le Pentite che  La salvezza non è mai a buon prezzo, perché le cicatrici recano un segno indelebile e rigenerarsi è davvero un lavoro faticoso, un immenso fardello di esistenza che solo pochissime riescono a portare sulle spalle.

Un ritratto di Francesca Marone

 Marone si conferma abile esploratrice di storie in cui il nucleo sentimentale ha un peso specifico forte, riguardando in un certo senso, legami archetipici già esplorati nei lavori precedenti, come il rapporto con il  padre, la violenza e l’abuso, le dinamiche familiari e sociali opprimenti e alienanti. Si apprezza soprattutto la capacità di gestire questo materiale con una lucidità  clinica senza indulgere in patetismi e sentimentalismi tipici di una cultura del dolore che caratterizza certa letteratura contemporanea.

Le storie delle Pentite riannodano un filo con la storia, con donne che hanno subito violenze, abusi e torture fisiche e psicologiche, una microfisica del potere che si perpetrava soprattutto attraverso la disciplina dei corpi delle donne etichettate come scomode e “fuori dalla norma”:

Erano le Pentite. Una volta varcata la soglia dell’ospedale, non sarebbero uscite mai più. Invecchiavano, trascinando i piedi e svuotando bacili di uomini che, pure se ammalati, non resistevano alla tentazione di infilare le mani sotto le vesti. Pur sapendo che quelle donne avevano la più terribile e implacabile delle malattie dell’epoca.

In un dialogo asincrono con la storia, omaggia la recuperata tradizione del romanzo storico contemporaneo, penso a Sciascia nel racconto La strega e il capitano che recupera una storia del ‘600 per interconnettere le imposture e le ingiustizie del passato, riverberate  nella storia di Caterina Medici, con quelle del presente.

Viene così giustificata la struttura a incastro del romanzo che appare un po’ frastagliata e farraginosa nelle primissime pagine ma che si dipana via via in un crescendo di storie di vita interconnesse attorno al grande tema dell’amore che cura e da affanno, che avvelena dolcemente e che può essere la più grande menzogna e la più dolce cura.

I sotto-temi, tantissimi e di grande importanza, la fragilità, i rapporti tossici, la manipolazione, la solitudine, la depressione sono il corollario di una storia che  infine  si illumina di una verità, che ogni dolore, anche il più grande e il più spietato può mutare e diventare una forza, una grande opportunità di rigenerazione interiore e di  trasformazione.

 

 

Qualche riflessione su La memoria della Shoah: Didattica, riflessione, impegno a cura di Gianluca Attademo e Nicola Rizzuti

di Sergio Daniele Donati

 

All’abisso – così come al sublime – ci si può avvicinare, con le dovute cautele in due modi differenti ma tra loro non alternativi. Abisso – e sublime – non sono identificabili mai nella loro interezza; se ne possono descrivere le scaglie, i residui; si può farne oggetto di narrazione, raccontarne le storie. Ed è questo l’approccio del poeta a quei temi. Oppure, se ne possono ricercare le ragioni, le cause, e se ne possono descrivere i movimenti e gli esiti. Ed è questo il metodo dello storico.

Entrambe le vie, se percorse con l’etica che le caratterizza, non possono, per forza di cose ignorare che abisso – e sublime – non sono fenomeni di cui si possa cogliere l’unità, la completezza. Deve esistere dunque sia per lo storico che per il poeta una umiltà di fondo che contempli la nostra umana piccolezza di fronte a ciò che di abissale – ed anche di sublime – l’uomo stesso ha saputo creare.

La Shoah è il campo d’elezione per queste valutazioni. Esiste sempre un dato che sfugge alla comprensione del fenomeno e l’approccio razionale, scientifico e storico
necessariamente di quel dato deve tener conto, sopratutto quando si accinge a tentare non solo la descrizione della Shoah stessa, ma anche a comprenderne le ragioni profonde, soprattutto nel tentativo di trasmettere alle nuove generazioni una sorta di antidoto affinché ciò che è stato non si ripeta.

Nel testo che qui si commenta, molto più che altrove, questo rispetto di fondo si
percepisce come basso continuo di tutti gli interventi di autorevoli studiosi.
Così, ad esempio, la minuziosa descrizione delle fonti di conoscenza (da un lato) e di causazione (dall’altro) della Shoah è trattata con estrema cautela. Ed anche le riflessioni, i tentativi di spiegazione del fenomeno Shoah, di quella profonda
ferita nella cultura europea non ancora rimarginata e insuturabile, sono sempre espresse sul filo di lino sacro di un eppure battente.

Questo elemento – la consapevolezza di trattare di un tutto indistricabile, ma allo stesso tempo della necessità di svolgere quel tentativo, sopratutto ai fini didattici per le nuove generazioni – ha spostato la mia attenzione di lettore più che sulla indiscutibile competenza storica, sociologica e psicologica degli interventi, sulla spinta etica che in quest’opera si sente molto presente e pulsante.

So bene che affiancare i termini etica e ricerca storica è elemento di rischio e in
controtendenza rispetto al moderno pensiero. Eppure non credo, quando si tratta di Shoah, che la domanda battente sul senso e sulla possibilità di dare spiegazione ad un fenomeno abissalmente indescrivibile sia di poco peso. Non che questa questione sia dagli autori esplicitamente affrontata, ma la delicatezza (che ossimoro vivace parlare di descrizione delicata della Shoah) con cui il tema viene affrontato dimostra appieno che quella linea etica non è ignorata affatto da chi gli interventi ha scritto.

A parer mio questo libro è una vera lezione per le nuove generazioni, non solo sulla Shoah in sé, ma anche e, forse, soprattutto, su come si debba affrontare il tema della Shoah e con quali sostegni morali ci si possa alla stessa avvicinare.

Esiste, certo, voglio dire, una didattica della Shoah, ma quella didattica, per essere
efficace, non può non interrogarsi sui limiti di conoscibilità che la Shoah stessa ci mette di fronte. E questo il tema centrale da cui, a mio avviso, dovremmo tutti partire. Ed è lo stesso tema che, come si diceva sopra, affronta chi alla Shoah si avvicina con gli strumenti della narrazione, poetica o narrativa che sia poco conta.
Perché la domanda pressante per tutti noi non è tanto cosa sia stata la Shoah ma chi sono io, coi miei limiti, con la mia piccolezza, per cercare di com-prendere la Shoah e, per contraltare, chi sono io, con gli stessi limiti e la stessa piccolezza, per rinunciare a farlo?

E, badate bene, queste sono domande, pur se non espresse che sono alla base di questa ricerca storico-didattica di sicura profondità e valore come quella in esame.
Il testo che sto commentando lo consiglierei, anzi l’ho fatto, a mio figlio di sedici anni,
perché capisca che lavoro di razionalizzazione dell’irrazionale ci sia dietro l’attività dello storico o del sociologo. Ma lo consiglierei, e non so se avrò il coraggio di farlo, a tanti adulti, della mia stessa generazione (la seconda dopo la Shoah) che credono di poter dare alla Shoah stessa  risposte posticce e preconfezionate.

“Eh, c’è stato Weimar, la crisi economica post bellica (primo conflitto mondiale) della
Germania”. Quante volte abbiamo sentito dirci, ad esempio, che fosse questa la sorgente dell’abisso con la sicumera di chi alla Shoah pretende di dare un causa sola. Ecco, con estremo piacere mio di lettore, in questo testo la banalizzazione della cause non è presente, anzi questo, in tutti i suoi interventi, è un testo che incita il lettore a comprendere la fatica enorme che esiste nella raccolta dei dati e, soprattutto, nella loro interpretazione. Per questo parlo dell’etica sottesa a questo testo e per questo lo consiglierei a persone molto diverse tra loro per età, esperienza di vita e cultura.

Dieci di dieci: una breve rassegna sulla letteratura russa contemporanea

 

 

 

Nella sterminata produzione della narrativa russa contemporanea, non è stato facile fare una selezione e scegliere i dieci che personalmente mi sembrano i romanzi più interessanti. A rigor del vero, ci sono due imboscati, due testi di autori vissuti tra ottocento e novecento che ho citato perché sono degli importanti precursori di certi stilemi della letteratura più vicina a noi e importanti autori di snodo tra la letteratura russa più tradizionale e quella contemporanea. Per il momento mi limiterò a parlarvi dei primi 5 (i titoli si riferiscono ai romanzi editi in traduzione italiana) :

  1. MOSKA PETUVSKI’ di  Venedikt Erofeev
  2. MARANAGA di Vladimir Sorokin
  3. PALISSANDREIDE di Saša Sokolov
  4. PROPAGANDA MONUMENTALE di Vladimir Vojinovic
  5. IL BIGLIETTO STELLATO di Vasilij Aksënov

Va fatta una doverosa premessa: l’era postsovietica, da un punto di vista dell’estetica, è stata caratterizzata dall’eclettismo e dall’etichetta di postmodernismo. Tale tendenza si può sintetizzare nella volontà di utilizzare uno stile ibrido tra ironia, grottesco, apocalittico, visionario. Insomma, un impasto che è forse espressione di quel delicato passaggio tra due mondi in contrapposizione, di un passaggio traumatico ed epocale che ha segnato generazioni di artisti e scrittori.

 

Il primo libro, che consiglio vivamente è Moska – Petuškì di Venedikt Erofeev (Quodlibet 2014) un “poema in prosa” originale, visionario.

 Pubblicato per la prima volta in Israele nel 1973, e divulgato inizialmente come samizdat, il romanzo oggi è leggibile in italiano nella traduzione di Paolo Nori. La vicenda si svolge all’interno di un treno che percorre la tratta da Mosca a Petuskiì. Il protagonista Vanicka, in preda di fumi dell’alcool intraprende un percorso torbido, dove l’ubriachezza rappresenta sia una piaga sociale che un escamotage per rappresentare un mondo alla deriva, sopraffatto dall’ideologia del regime.  In questo viaggio fisico e visionario, Petuškì rappresenta l’utopia della citta perfetta, dove si vagheggia la resurrezione, desiderio inconscio e  inconsistente come un sogno di ubriaco.  Lo stile incarna la mistura tra tragico grottesco e comico tipica della corrente postmodernista russa anche se permane quel senso dicotomico tra male e bene che è un retaggio del romanzo tradizionale.

Altro rappresentante del postmodernismo più maturo che ha preso campo soprattutto dagli anni ‘90 in poi è Vladimir Sorokin. Continua a leggere

Nuove letture

Stato

Ho scelto due nuove letture da recensire, una per la rubrica cibo e e letteratura, l’altra per slowbook: Figlie sagge di Angela Carter (Fazi 2016) e La vegetariana di Han Kang (Adelphi 2016). Le ho scelte per motivi diversi anche se ritengo che entrambi i romanzi facciano parte di un sentire comune: sono scritti da donne e sono romanzi potenti, per motivi estremamente diversi. Provengono da regioni del mondo e da latitudini culturali opposte. Per questo, sarà un piacere viaggiare con loro.

img_20161017_132124 A presto